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	<title>Marguerite Yourcenar &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il mondo come prigione e la prigione come mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2012 07:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani «Ora che, passati gli anni, ho smesso d&#8217;arrovellarmi sulla catena d&#8217;infamie e fatalità che ha provocato la mia detenzione, una cosa ho compreso: che l&#8217;unico modo di sfuggire alla condizione di prigioniero è capire come è fatta la prigione.» Così, nella puntigliosa e certo non filologica ricostruzione di Italo Calvino della narrazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Bacon_Great_Instauration_frontispiece-198x300.jpg" alt="" title="Bacon_Great_Instauration_frontispiece" width="198" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-44280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Bacon_Great_Instauration_frontispiece-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/Bacon_Great_Instauration_frontispiece.jpg 660w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /><br />
«Ora che, passati gli anni, ho smesso d&#8217;arrovellarmi sulla catena d&#8217;infamie e fatalità che ha provocato la mia detenzione, una cosa ho compreso: che l&#8217;unico modo di sfuggire alla condizione di prigioniero è capire come è fatta la prigione.» Così, nella puntigliosa e certo non filologica ricostruzione di <strong>Italo Calvino</strong> della narrazione di Dumas della saga di Montecristo, conclude Edmond Dantès riuscendo in qualche modo a ricostruire appunto un senso e uno scopo alla propria situazione così drasticamente costretta (dalla raccolta <em>Ti con zero</em>).<span id="more-44279"></span> È singolare che quasi nello stesso tempo <strong>Marguerite Yourcenar</strong> faccia pronunciare al suo Zenone, il colto e sottile protagonista di <em>L’Œuvre au noir</em> una frase assai simile:</p>
<p>«“Quel est le prisonnier qui consentirait à mourir sans avoir fait le tour de sa prison ?” demande Zénon».</p>
<p>Quest’idea dell’esplorare almeno la propria prigione sembra rinunciataria, sembra un accontentarsi, un trovare il bello e l’interessante comunque e dovunque, ma io credo invece che quella cui entrambi gli scrittori del Novecento vogliono alludere, il vero oggetto del loro disegno, sia l’esplorazione del mondo, del mondo che, dai tempi di Giordano Bruno in poi ― sì, quel Giordano Bruno che per primo intuì l’importanza dell’universo infinito e pieno di infiniti mondi ― l’uomo tende a sentire come limitato, come frutto di un’ingiusta costrizione, come prigione da cui non riesce ad evadere. Il precedente più illustre che io conosca di questa intuizione è l’<em>Amleto</em> shakespeariano, quando si dilunga nella sua conversazione con Rosencrantz e Guildenstern (<em>Amleto</em>, atto II, scena II), che egli peraltro giudica soltanto due «tedious old fools» (v. 219):</p>
<blockquote><p>Hamlet:<br />
. . . . .  Let me question more in particular: what have you,<br />
my good friends, deserved at the hands of fortune,<br />
that she sends you to prison hither?</p>
<p>Guildenstern:<br />
Prison, my lord!</p>
<p>Hamlet:<br />
Denmark&#8217;s a prison.</p>
<p>Rosencrantz:<br />
Then is the world one.</p>
<p>Hamlet:<br />
A goodly one; in which there are many confines, wards and dungeons, Denmark being one o&#8217; the worst.</p>
<p>Rosencrantz:<br />
We think not so, my lord.</p>
<p>Hamlet:<br />
Why, then, &#8216;tis none to you; for there is nothing<br />
either good or bad, but thinking makes it so: to me<br />
it is a prison.</p>
<p>Rosencrantz:<br />
Why then, your ambition makes it one; &#8216;tis too<br />
narrow for your mind.</p>
<p>Hamlet:<br />
O God, I could be bounded in a nut shell and count<br />
myself a king of infinite space, were it not that I<br />
have bad dreams.
</p></blockquote>
<p>L’interessante di questo scambio è non solo la percezione della Danimarca, e dunque di tutto il mondo, come di una prigione, ma questa battuta finale, che appare in controtendenza, di Amleto: potrei essere confinato in un guscio di noce e pensarmi re di uno spazio infinito; soltanto moderata dal ricordo dei cattivi sogni, s’intende cioè dell’apparizione del fantasma del padre che lo ha spinto a vendicarne la morte sul regnante zio Claudio.<br />
Ci sono vari accenni in <strong>Shakespeare</strong> alle speranze di un mondo nuovo, di nuovi cieli e nuova terra, come nel celebrato dialogo iniziale dell’<em>Antony and Cleopatra</em> (atto I, scena I):</p>
<blockquote><p>Cleopatra:<br />
If it be love indeed, tell me how much.</p>
<p>Mark Antony:<br />
There&#8217;s beggary in the love that can be reckon&#8217;d.</p>
<p>Cleopatra:<br />
I&#8217;ll set a bourn how far to be beloved.</p>
<p>Mark Antony:<br />
Then must thou needs find out new heaven, new earth.</p></blockquote>
<p>Shakespeare nasceva a pochi mesi di distanza da Galileo (1564), e sedici anni dopo Bruno; e l’aria che si respirava cominciava ad avere un profumo nuovo, il profumo del <em>Seicento</em>. Secolo maltrattato dalla storiografia letteraria italiana, dati i non troppo eccelsi rappresentanti nostrani di una invece grande letteratura europea, anche se non andrebbe dimenticata, tra le altre cose, la nascita della <em>commedia dell’arte</em>, vero elemento di rottura del costume rinascimentale, con l’inaudito ingresso delle donne nelle compagnie di attori (il primo contratto con una donna di cui si sappia risale al fatidico 1564!).<br />
La volontà di liberarsi da una prigione invade intensamente il Seicento, con la perdita di centralità della Terra, timidamente ipotizzata da Copernico pochi decenni prima, ma ora sostenuta e propagandata da Galileo con l’ostinazione che sappiamo, e resa poi trattabile nei termini di una nuova scienza da Newton: nuova scienza essenzialmente quantitativa e predittiva.</p>
<p>La dialettica tra la ricerca di sfuggire a una prigione da un lato e una sempre nuova definizione dei suoi confini dall’altro è quella che segna l’abbandono della tranquilla cultura rinascimentale e si avvia invece nel mare tempestoso dell’età moderna: e l’immagine posta qui all&#8217;inizio è appunto il frontespizio dell’opera <em>Instauratio magna</em> (1620) di Francis Bacon e mostra una navicella che si appresta a varcare le colonne d’Ercole per affrontare un mare sconosciuto.</p>
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		<title>Ma di quale relatività parliamo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Dec 2008 11:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Albert Einstein]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[fraintendimento]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Leopardi]]></category>
		<category><![CDATA[Guy de Maupassant]]></category>
		<category><![CDATA[Marguerite Yourcenar]]></category>
		<category><![CDATA[Max Planck]]></category>
		<category><![CDATA[sistema di riferimento]]></category>
		<category><![CDATA[teoria della relatività]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani George Duroy, quando gli viene offerta dal ministro Laroche-Mathieu, che cerca così di sdebitarsi del molto che gli deve, la Croce della Legion d&#8217;Onore afferma sprezzantemente «Tutto è relativo. Avrei dovuto aver di più, oggi.». Siamo in Bel ami, romanzo scritto da Guy de Maupassant nel 1884. Einstein aveva cinque anni e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><figure id="attachment_12561" aria-describedby="caption-attachment-12561" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/planck_einstein.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/planck_einstein-300x184.jpg" alt="Max Planck e Albert Einstein" title="planck_einstein" width="300" height="184" class="size-medium wp-image-12561" /></a><figcaption id="caption-attachment-12561" class="wp-caption-text">Max Planck e Albert Einstein</figcaption></figure><br />
George Duroy, quando gli viene offerta dal ministro Laroche-Mathieu, che cerca così di sdebitarsi del molto che gli deve, la Croce della Legion d&#8217;Onore afferma sprezzantemente «Tutto è relativo. Avrei dovuto aver di più, oggi.». Siamo in <em>Bel ami</em>, romanzo scritto da <strong>Guy de Maupassant</strong> nel 1884. Einstein aveva cinque anni e gli avrebbero presto regalato una bussola che l’avrebbe fatto fantasticare sulla meraviglia di quell’ago che si orientava da solo e sull’avventura di cavalcare un raggio di luce.</p>
<p>Dubito che Maupassant avesse letto il leopardiano <em>Zibaldone</em>, inesauribile miniera di riflessioni, proposte, congetture e racconti, che purtroppo non viene mai letto, neppure in parte, nelle nostre scuole. Scrive <strong>Leopardi</strong> il 22 dicembre 1820: «Ella è cosa certa e incontrastabile. La verità, che una cosa sia buona, che un&#8217;altra sia cattiva, vale a dire il bene e il male, si credono naturalmente assoluti, e non sono altro che relativi. Quest&#8217;è una fonte immensa di errori e volgari e filosofici. Quest&#8217;è un&#8217;osservazione vastissima che distrugge infiniti sistemi filosofici ec.; e appiana e toglie infinite contraddizioni e difficoltà nella gran considerazione delle cose, massimamente generale, e appartenente ai loro rapporti. Non v&#8217;è quasi altra verità assoluta se non che Tutto è relativo. Questa dev&#8217;esser la base di tutta la metafisica.»<span id="more-12560"></span></p>
<p>E così, fin dall’Ottocento, quella frase <em>Tutto è relativo</em> è sinonimo di mancanza di un fondamento sicuro per qualsiasi affermazione. È il capogiro dell&#8217;incertezza del contesto, l&#8217;abisso della mancanza di un appoggio qualsiasi chiaro e distinto, non solo per i sensi del corpo ma anche per quelli della mente, che si perde e non galleggia più in alcun luogo. Ricordate la vertigine di Zenone, ormai prigioniero, nell’<em>Opera al nero</em>, di <strong>Marguerite Yourcenar</strong>: «La camera sbandava; le cinghie della branda cigolavano come fossero ormeggi; il letto scivolava da occidente ad oriente, inversamente al moto apparente del cielo. La sicurezza di riposare stabilmente su un angolo del suolo belga era un ultimo errore; il punto dello spazio ove si trovava avrebbe contenuto il  mare e le onde appena un&#8217;ora dopo, e un po&#8217; più tardi le Americhe e l&#8217;Asia. Quelle regioni dove non sarebbe andato si sovrapponevano nell&#8217;abisso all&#8217;ospizio di San Cosma. E lo stesso Zenone si disperdeva come cenere al vento.»</p>
<p><strong>Max Planck</strong>, poco dopo l’uscita nel 1905 del fondante articolo di <strong>Albert Einstein</strong> (io dirò così, ma non dimenticate il <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/10/una-barca-non-piu-in-cielo/">contributo di <strong>Mileva</strong></a>), articolo che portava come titolo “Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento” e nel quale la parola <em>relatività</em> neppure era menzionata,  chiamò la proposta di Einstein <em>Relativitätstheorie</em>, teoria della relatività. Questa teoria venne nel sentir comune pensata, da allora in poi, come la teoria del tutto è relativo.</p>
<p><strong>Un fraintendimento epocale.</strong> </p>
<p>Permettetemi di cominciare a spiegare questo punto dicendo chiaramente che cosa si intende con le parole “sistema di riferimento”. È molto semplice: ogni osservatore che intende studiare il mondo che lo circonda, siccome da molto secoli ormai le esigenze <em>quantitative</em> hanno prevalso largamente su quelle <em>qualitative</em> (che ad Aristotele bastavano), deve avere a sua disposizione strumenti per misurare le distanze e un affidabile orologio per misurare il tempo. Spesso si dice che un sistema di riferimento è una terna cartesiana ortogonale fissata su un’origine O, ma in realtà quello che davvero occorre è quello detto sopra e cioè un affidabile strumento per misurare le distanze. Questo è il <em>sistema di riferimento</em> di quell’osservatore.</p>
<p>La ricerca di Einstein parte da due richieste entrambe di <em>tensione verso l’assoluto</em>: la prima è una richiesta che già prima di lui era presente nella meccanica e cioè che le leggi della fisica avessero la stessa forma – si scrivessero nello stesso modo – in tutti i sistemi di riferimento. Io descrivo la caduta dei gravi qui nel mio riferimento e uso le mie coordinate e tu che sei ad Atene, oppure stai andandovi su un treno che viaggia su rotaie diritte con velocità costante scrivi anche tu la legge della caduta dei gravi, usando le tue coordinate per descrivere gli esperimenti che fai nel tuo sistema di riferimento, ma le nostre due formulazioni hanno la stessa forma, questo è il punto importante. Si potrebbe rovesciare l’argomento e dire così: le leggi della fisica <em>buone</em>, cioè accettabili, sono quelle che tu ed io scriviamo nello stesso modo. Perché se vi sono regolarità che nel mio sistema di riferimento io scrivo in un modo e tu nel tuo in un altro, essenzialmente diverso dal mio, significa che quella regolarità è una cosa che dipende dall’osservatore e dunque non ha quelle caratteristiche di intersoggettività e comunicabilità che qualsiasi legge scientifica deve obbligatoriamente avere. In altre parole, se quella regolarità è relativa all’osservatore, allora non ce ne importa niente, non ha la dignità di <em>legge della fisica</em>.<br />
Dunque già da qui vedete che ciò che è davvero relativo non conta, conta invece solo ciò che è uguale per tutti gli osservatori.<br />
Il secondo principio da cui parte Einstein l’abbiamo già visto ed è quello che afferma che la velocità della luce è la stessa in tutti i sistemi di riferimento. Dunque un altro assoluto.<br />
E allora perché chiamarla teoria della relatività. Forse Planck, che certamente non era uno sprovveduto, intendeva dire quella teoria che studia quali sono gli aspetti relativi all’osservatore, per poter così tener conto solo degli altri. </p>
<p><em>Dunque è così; la relatività einsteiniana è una ricerca di assoluto</em>.</p>
<p>Al fine di scansare obiezioni da parte degli intenditori, mi corre l’obbligo di precisare una cosa, su cui sono stato generico. Quando ho detto “tutti i sistemi di riferimento” ho esagerato. Con la teoria del 1905, che fu poi chiamata teoria della relatività speciale, o ristretta, si richiede che le leggi della fisica siano le stesse non in tutti i sistemi di riferimento pensabili, ma soltanto in quelli detti <em>inerziali</em>, che sono quelli nei quali valgono le leggi della meccanica standard, quella di cui avrete almeno sentito parlare a scuola, quella dell’effe uguale a emme per a, forza uguale massa per accelerazione (questa è tra l’altro la ragione per cui ho menzionato il treno che va a velocità costante su rotaie diritte).</p>
<p>Ma tanta era la sete di assoluto di Einstein che, subito dopo il 1905, egli, già insoddisfatto di quella limitazione ai sistemi di riferimento inerziali, si mise a cercare una teoria che mettesse le leggi della fisica in una forma tale da essere valide davvero in tutti i sistemi di riferimento possibili, tutti, capite, anche una giostra fissata su un razzo che accelera verso il Sole, per dire, ecc. E questo lo portò a formulare, dopo varie vicende e utilizzando una matematica più complicata di quella assai elementare usata nel 1905, una teoria, che stavolta egli stesso chiamò teoria della relatività generale, che aveva finalmente questa caratteristica di estrema assolutezza. Le sue leggi hanno la stessa forma in qualsiasi, ma proprio qualsiasi, sistema di riferimento. Il tipo di matematica usata per questa formulazione si chiamava <em>calcolo differenziale assoluto</em>!</p>
<p>Senza dunque entrare nel merito tecnico della teoria, questo punto di fondo deve esservi chiaro. Tutta la ricerca di Einstein è stata volta a eliminare dissimmetrie all’interno delle leggi della fisica (con questa esigenza forte inizia il testo dell’articolo del 1905) e a trovare per queste la forma più generale possibile, completamente indipendente dunque dall’osservatore. </p>
<p>Tanto per dire: nulla c’entra col relativismo culturale, col relativismo etico e con tutti gli argomenti di questo tipo di cui in questi anni si discute da varie parti.</p>
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