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	<title>Maria La Tela &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Wirz</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/11/29/wirz/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Nov 2024 06:50:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Maria La Tela]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di  <strong>Maria La Tela </strong> <br /> Quando fu il nostro turno ci alzammo da terra. Eravamo rimasti seduti a guardare le ragazze che ballavano con le magliette arrotolate sotto l’elastico del reggiseno per scoprire l’ombelico.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria La Tela</strong></p>
<p>Quando fu il nostro turno ci alzammo da terra. Eravamo rimasti seduti a guardare le ragazze che ballavano con le magliette arrotolate sotto l’elastico del reggiseno per scoprire l’ombelico. Wirz le aveva costrette a fare pegno perché avevano perso contro di noi in una gara a chi riconosceva prima le canzoni dagli attacchi: dovevano ballare dieci minuti con la pancia scoperta e poi sopportarci mentre pogavamo intorno a loro. Wirz fece partire <em>Blitzkrieg Bop, </em>le pareti del seminterrato iniziarono a tremare, la musica ci venne addosso facendoci vibrare dentro; cominciammo a spingere con le braccia piegate e i gomiti attaccati alle costole. All’inizio ci pareva troppo buttarci sulle ragazze, allora inchiodavamo la suola di gomma al pavimento un attimo prima di toccarle; Wirz cominciò a dare di matto, se ci vedeva fermi ci urlava contro e le ragazze, per sfotterci, presero a colpirci spingendo più forte di noi. In quei momenti era un attimo farsi male, nessuno controllava più niente, contava solo fare più delle ragazze, più dei compagni, più di Wirz che con i capelli incollati sulle tempie per il sudore, aveva staccato la catenella che portava a un passante dei jeans, se l’era avvolta intorno a un pugno e colpiva a caso nella mischia ogni volta che arrivava il <em>Let’s go! </em>A terra ci finimmo in quattro, io andai sotto, ero vinto dalle spinte e asfissiato dai corpi degli altri. Nessuno si accorgerà che perdo i sensi, pensai chiudendo gli occhi; immaginai di guardare dal cortile la porta azzurra del seminterrato, di avvicinarmi alla maniglia e di leggere lì accanto la vu doppia di Wirz scritta con il pennarello nero indelebile; immaginai, infine, di morire.</p>
<p>Arrivasti che mi ero ripreso da poco. <em>Hai bevuto? </em>Mi domandasti all’orecchio. <em>Sono caduto e basta. Andiamo. </em>Ti tirai via per un braccio. Wirz ci fissava appoggiato a uno dei lampioni del cortile, era stato lui a farti chiamare; lo salutasti alzando il mento e ci avviammo verso il motorino. Ti stavo seduto dietro con le mani in tasca, mi nauseava la puzza di tabacco che arrivava dal tuo giubbotto e non sopportavo la posizione di traverso che assumevi guidando. <em>Faccio l’uomo libero! </em>Dicesti a nostro padre una volta che ti chiese che facessi tutto il giorno fuori casa; cinque dita ti prendesti.</p>
<p>Un tempo eravamo uguali in tutto e ci era diventato familiare il modo stupito, divertito anche, in cui le persone fissano i gemelli, ormai era un assunto senza domande né risposte. Quando in seguito prese forma in noi una coscienza più complessa delle cose del mondo e del nostro aspetto, quegli stessi sguardi cominciarono a stringerci lo stomaco, ne odiavamo l’insistenza, fummo ossessionati dal mettere in atto una reciproca diversità che ci distinguesse. Fu allora che Wirz, come un liquido, aveva cominciato a riempire quella distanza acerba; si era fatto fiume e noi sponde. Iniziasti a raccontare dei tuoi sogni, parlavi di continuo di sconosciuti, di case vuote, ma non era quello a preoccupare nostra madre che tenendoti il mento perché la guardassi, ti ripeteva che molti ragazzi facevano incubi; quello che la impensieriva, confidò in uno sfogo a nostro padre, erano i tuoi racconti di animali deformi che ti agitavano al punto di non farti pronunciare bene le parole, mentre la paura ti impastava la faccia. Lui la stava a sentire senza slancio, una volta a tavola disse di punto in bianco di non aver mai fatto sogni come i tuoi e senza neppure chiedermelo, aggiunse con sicurezza che neanche io li facevo. Avrei voluto dargli torto, ma diceva il vero, in te c’era qualcosa che non andava.</p>
<p>Quella fu l’estate in cui il cibo ti divenne nemico. Davanti a un piatto ti scorrevano nello sguardo contrattazioni che finivano quasi sempre per farti scegliere solo il pezzo di una parte di pietanza, già piccola di per sé. Trascorrevi i pomeriggi fuori casa, avevi conosciuto Wirz qualche tempo prima, ti ci aveva portato un amico che doveva prendere del fumo. Era stato semplice parlare con lui, mi confidasti; pensai che se c’era una cosa che Wirz con tutta probabilità conosceva meglio di quello che vendeva, erano le persone fragili. <em>È uno che si mette lì e ti ascolta</em>, dicesti una notte che venni a sedermi sul tuo letto perché ti era venuta la tachicardia dopo aver fumato.</p>
<p><em>Che vi dite?</em> Domandai provando una rabbia feroce.</p>
<p><em>Gli parlo dei sogni.</em></p>
<p><em>Si è accorto che non mangi? Ti ha detto qualcosa?</em></p>
<p><em>Tra noi, non è Wirz che mi chiede, sono io che voglio raccontare.</em></p>
<p>Chissà se avevi scelto apposta per impressionarmi le parole <em>tra noi. </em>Le differenze che avevamo costruito mi furono più evidenti e non si trattava ormai del peso dei nostri corpi, né del taglio di capelli, della musica o del nostro modo di vestire; era cambiato il volume emotivo che ero stato per te fino ad allora. Non so dire se fu perché in quel momento ti sembrai vulnerabile come lo eri tu, ma trovasti il coraggio di dirmi che c’era stato un bacio tra te e Wirz; dovette essere per via dell’oscurità che le tue dita mi sembrarono tremolanti come i contorni di tutte le cose sotto la pioggia. Mi resi conto che ti eri esposto con l’incoscienza dei puri, ti amai di più, ma non seppi trovare parole importanti da dirti, desiderai solo che tornassimo per un po’ a quelle voci bambine che ci chiedevano di continuo se l’altro provasse dolore quando uno dei due si faceva male; sembrava un tempo insopportabile, invece avremmo potuto riderne. C’erano adesso, oggi, i sogni spaventosi e la roba di Wirz; dei primi non capivo molto, li consideravo una conseguenza del tuo carattere introverso, ma della roba volevo farmi un’idea più chiara da vicino. Non fu difficile entrare due settimane dopo alla festa nel seminterrato, un terzo della mia classe ci andava. Wirz, in piedi dietro la console in fondo allo stanzone, spostò una delle cuffie da un orecchio quando il mio amico andò a parlargli; ci fissammo, guardai la bocca che aveva toccato la tua. Si rimise la cuffia e abbassò la testa, come se decidesse, poi alzò un braccio e mi fece segno di entrare. La seconda e unica volta che incrociammo gli occhi dopo quella, fu quando mi ripresi in cortile dopo essere svenuto, ma Wirz non aveva bisogno di essere fisicamente vicino agli altri per esercitare il suo potere, mi indusse in qualche modo a credere che mi osservasse di nascosto e questo mi portò a guardare lui tutto il tempo; ero sicuro che lo sapesse. A te non erano mai piaciute feste come quelle, ma anche se non vi prendevi parte, non potevo sapere cosa fosse capace di farsene Wirz, il resto del tempo, di quella tua sprovveduta malinconia che offrivi inconsapevole a chiunque; ogni volta che mi attraversava quel pensiero, sentivo scurirsi dentro qualunque riflesso di lucidità. Passarono dei mesi, trascorrevi molto tempo in compagnia di Wirz; una notte non rincasasti, intorno alle quattro  del mattino venni a cercarti con nostro padre, lo obbligai a restare in macchina quando arrivammo nei pressi dello scantinato che, da vigliacco, avevo lasciato come ultimo posto in cui guardare. Mi avvicinai alla porta azzurra, bussai e mi parve di sentire quasi subito l’avvicinarsi di alcuni passi dall’interno.</p>
<p><em>Wirz! Lui è lì? </em>Chiesi asciutto. I passi si allontanarono per tornare di nuovo poco dopo. Mi apristi tu, indossavi solo i tuoi pantaloni troppo larghi, ti avrei picchiato perché non riuscivi neanche a muovere la bocca mentre te ne stavi con le dita strette alla maniglia della porta e gli occhi maledetti dello schifo che ti eri preso. Ti strinsi entrambe le guance con una sola mano.</p>
<p><em>Ce la fai a rivestirti? Se entro, non lo so che succede, devi uscire tu.</em> Mi guardavi. E ancora, mi guardavi senza rispondere. Credetti d’impazzire, ti diedi un buffetto sulla guancia con la punta delle dita strette; sentii vivido l’osso sotto il tuo zigomo. <em>Nostro padre è qui fuori, gli dico che hai bevuto. Esci da lì!</em></p>
<p>Tornasti dentro, accostai la porta per mettere qualcosa tra voi e me. In macchina nessuno disse niente, una volta a casa nostro padre si rimise a letto, non era in grado di guardarti, di guardare la tua magrezza, la rinuncia nei tuoi gesti, non sopportava la vista del suo sangue guasto; forse ero io, più di lui, a non sopportare tutto quello. Trovammo nostra madre in cucina che mangiava noci, gli occhi sfiniti dal pianto, uno dei tanti a cui nel tempo aveva fatto in modo non assistessimo; schiacciava i gusci mentre tutto intorno era silenzio. Ti avvicinasti a lei. <em>Ti piacciono? </em>Biascicasti con la schiena curva, appoggiando con naturalezza un fianco al tavolo come se la tua vita fosse fatta di blocchi, di segmenti autosufficienti che ti permettevano di mantenere intatto un candore privato di qualunque precedente disagio. <em>Sì. </em>Rispose lei semplicemente, alzando lo sguardo. Se avesse detto ancora una parola non avrebbe più controllato il tremito del mento. Le desti un bacio sulla testa e andasti a dormire strusciando i pantaloni sotto le scarpe. Nostra madre seppe allora, prima di  tutti, che presto non saresti stato più con noi; non volle tornare a letto, il suo era un ultimo tentativo di fermare il tempo. Mi sedetti di fronte a lei, avevamo bisogno di restare così, in silenzio, a pensarti. Ogni volta che oggi accarezzo qualcuno, sento ancora quel tuo piccolo osso sotto le dita.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Karolina Grabowska.</p>
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			</item>
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		<title>I reduci</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/11/15/i-reduci/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Maria La Tela]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria La Tela &#160; A cinque anni dovevo cantare Cicale, era un provino per una piccola rete tv. Mia madre diceva che la facevo bene, che ero intonata, sapevo tutte le parole a memoria e la cantavo con un ritmo allegro. Se me la fai sentire, mi disse la signorina al provino, ti regalo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria La Tela</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A cinque anni dovevo cantare Cicale, era un provino per una piccola rete tv.</p>
<p>Mia madre diceva che la facevo bene, che ero intonata, sapevo tutte le parole a memoria e la cantavo con un ritmo allegro.</p>
<p>Se me la fai sentire, mi disse la signorina al provino, ti regalo la mia catenina, il ciondolo era un delfino che luccicava.<span id="more-86611"></span></p>
<p>Dopo quello mi ricordo solo i tacchi stizziti di mia madre che si alzavano svelti dalla strada come una marcia e la mia mano stretta forte, troppo forte, nella sua.</p>
<p>A nove anni mi dice andiamo a fare i buchi alle orecchie per la Comunione.</p>
<p>Ma faranno male?</p>
<p>No.</p>
<p>Vieni mi disse il commesso, è solo un pizzicotto, passa subito.</p>
<p>Il marciapiedi era pieno di bisogni animali, mi muovevo fissando quel labirinto per non guardare la schiena di mia madre che avanzava come un cadetto. Accarezzai le mie orecchie intatte, mi piacque pensarle di un colore rosa chiaro. Facevo quasi tutto con mia madre, perché dei tre ero la figlia femmina, perché mio padre spesso lavorava fuori sede.</p>
<p>In casa mia si ascoltava Como un vagabundo di Bertín Osborne, erano i mesi in cui mio padre lavorava in Spagna, ci ha fatto diverse trasferte come operaio per riuscire a guadagnare qualcosa in più. Questa Lingua, lo spagnolo, non l&#8217;ho mai scelta per i miei studi, era un codice che annunciava distanza, a volte anche di mesi. Mio padre imparava lo Spagnolo, io e i miei fratelli, no, canticchiava in Spagnolo, noi no, ho desiderato per molto tempo che ci portasse tutti con sé almeno una volta d&#8217;estate, un anno addirittura tracciammo il percorso con un pennarello sull&#8217;atlante geografico, ma a conti fatti, avrebbe significato far sfumare parte del guadagno della trasferta e non se ne fece mai niente. Un giorno arrivò un suo amico di Valencia, era in visita a casa di parenti della moglie e lo chiamò per un saluto, volli a tutti i costi accompagnarlo, avrò avuto una decina d&#8217;anni, per controllare con i miei occhi com&#8217;erano fatte queste persone che parlavano con la lingua tra i denti e che facevano illuminare mio padre. Arrivammo in una casa con giardino, sotto il patio una tavola di legno portava ancora i resti di un pranzo consumato da poco, in giro alcuni bambini si rincorrevano ridendo forte. Mio padre e il suo amico sorridevano, si raccontavano cose gesticolando e tra un amaro, un liquore, donne con i grembiuli che svuotavano piatti, arrivò un vassoio di dolci. Ero poggiata a un&#8217;altalena dove un ragazzino gridava ayudame! Ayudame! fingendo di essere lì lì per cadere, lo ignorai; mi girai dall&#8217;altra parte verso il tavolo e restai a fissare l&#8217;amico di mio padre che in una manciata di minuti mangiò tre cassatine siciliane di un bianco eccezionale; mise la prima tutta intera in bocca, la saliva mi arrivò copiosa sotto la lingua, ingoiai. Così fece con la seconda e la terza, non desideravo mangiarle, desideravo solo quel modo di prendere; non conoscevo quell&#8217;esagerazione, a casa nostra, ci si guardava prima di prendere un dolce, si cercava di intuire in che direzione andare per essere accontentati tutti. Lui invece affondava i denti nella glassa senza riserve, prendeva l&#8217;attenzione di mio padre senza riserve. Una volta tornati a casa, raccontai a mia madre solo di bambini stranieri e altalene, mio padre ascoltava compiaciuto, ma solo quando imitai la voce del bambino spagnolo che gridava ayudame!, rise in un modo irraggiungibile e inconsapevolmente doloroso.</p>
<p>Durante i viaggi di mio padre, mia madre ci accontentava più del solito; nei primi anni ottanta ci fu il boom dei pulcini, pigolavano nei cartoni a ogni angolo di strada, noi addirittura ne comprammo tre, non tutti insieme, a distanza di qualche settimana, il tempo che passava tra una morte e l&#8217;altra. Il primo correva veloce e scivolava in corridoio come un proiettile, doveva essere un gallo; era strano vedergli toccare il pavimento di marmo, restavo stordita dal rumore delle zampe rugose sulle mattonelle lisce, un&#8217;immagine che prendeva a calci tutti gli scenari possibili in cui mi ero figurata dei pulcini; morì strozzato da una mollica di pane bagnato, mia madre provò in tutti i modi a salvarlo versandogli in gola un filo d&#8217;acqua che invece lo soffocò del tutto.</p>
<p>Il secondo riuscì a raggiungere il balcone e fece un volo di cinque piani, senza far rumore; non riuscii a vedere dove si fosse schiantato e tornai sulla poltrona a guardare i cartoni.</p>
<p>A sette, otto anni ero senza cuore, ancora senza coscienza e funzionava.</p>
<p>Il terzo lo trovammo un mattino con le zampe dritte e rigide, lo aveva ucciso il freddo della notte, la scatola di cartone e l&#8217;ovatta non erano bastate a scaldarlo.</p>
<p>Non ricordo nessun pianto, nessuna ombra nei miei pensieri, per qualche motivo da qualche parte dentro di me c’era l’idea che la vita dei pulcini si riducesse ad un ammalarsi e morire in fretta,  forse per via dei loro occhi sempre assonnati. Era come se non avessi un fondo o un pensiero morbido, ogni tristezza era precaria, ogni gioia era fugace, tutto era provvisorio. Tutto, tranne la paura di provare dolore che sapeva tenersi in vita come sterpaglia.</p>
<p>Quest’allerta rispetto alla sofferenza maturò in maniera latente negli anni successivi. Avevo una compagna alle medie, era ripetente, magra, pallida, portava delle magliette corte che lasciavano a vista la sua pancia tenera. A quei tempi i jeans si portavano corti, attorcigliati in fondo e le sue caviglie ossute venivano fuori da scarpe nere troppo grosse. Si chiamava Mariangela, aveva il palato molto stretto, i denti superiori erano storti e chiudevano a imbuto fino agli incisivi, formandole un triangolo nella bocca; questa caratteristica le faceva emettere dei suoni dolcissimi quando pronunciava le esse. Per carnevale invitò me e le altre ragazzine della classe a una piccola festicciola a casa sua, una delle tante palazzine basse che si trovavano nel quartiere. A carnevale, se avevi tredici anni, non potevi farti vedere in giro in costume, così ci vestimmo tutte da punk, l&#8217;unico travestimento che ti concedeva di andare per strada in quei giorni senza essere <em>quellochesieravestitopercarnevale</em>. Eravamo così.</p>
<p>La stanza di Mariangela era rosa, sui muri la vernice era scrostata a chiazze, la madre, una piccola donna vestita a lutto, poggiò sulla scrivania un piatto con delle patatine e un&#8217;aranciata. Allora era così una festa delle medie senza maschi, tutte sedute sul letto di Mariangela con una patatina in bocca e l&#8217;altra nella mano, un piede che segue il ritmo di una canzone e nessuna che parla. Dopo due ore di musica, qualche coriandolo, e le esse di Mariangela che arrivavano tra una risatina e l&#8217;altra, era già un po&#8217; buio, nei bassi è sempre già un po&#8217; buio a tutte le ore, forse per questo lei non studiava, si assentava spesso e ripeteva l&#8217;anno. Forse voleva chiedere a qualcuna di aiutarla con i compiti, magari proprio a me che andavo bene, ma non lo fece mai. Tornai a casa e volli cenare con il mio trucco ancora in faccia, perché non volevo staccarmi da quel pomeriggio, volevo pensare a Mariangela che in quel momento raccoglieva da terra i coriandoli e le patatine, risistemava il suo letto, i suoi capelli cotonati e decideva di non tornare a scuola mai più. Guardai mia madre riempirmi il piatto di pollo e patate, ero lì, a quella tavola, non in quella stanza rosa, ma tenermi lontana dal dolore cominciava a non funzionare come prima.</p>
<p>Provai a pensare al primo ricordo che avevo di un’amica, ero molto piccola, si trattava di Rossella, una bambina che viveva nel mio stesso palazzo; mi piaceva andare a casa sua, c&#8217;era una motivo preciso, il ricordo di un momento un po&#8217; strano che mi era rimasto dentro e che cercavo di far accadere di nuovo per poterlo dimenticare bene. Non lo sapevo ma lo facevo.</p>
<p>Quando andai da Rossella la prima volta era d&#8217;estate, giocammo a tante cose, mangiammo dei biscotti, corremmo in corridoio con le scarpe di gomma che fischiavano a ogni frenata, finché la sua camera, l&#8217;ingresso, tutta la casa diventarono troppo piccoli per inventare ancora nello stesso pomeriggio; ci restava il balcone, così ci andammo portando con noi qualche pentola di plastica, delle posate viola e delle bambole. Faceva caldo, ma all&#8217;ora in cui ci andammo, c&#8217;era ombra. Siediti lì, mettiti qua, dai da mangiare a lei, mescola la zuppa, la zuppa era il piatto di sempre, versavamo in quelle bocche di plastica litri di poltiglia invisibile di verdure che noi non avremmo mai mangiato. Eravamo comode sul pavimento con le gambe nude sulle mattonelle, i nostri denti bianchi ancora intatti; alzai gli occhi mentre spazzolavo i capelli gialli di Gloria, la bambola toccata a me e guardai i balconi del palazzo che si affacciavano sul nostro, sia a destra che a sinistra. Eccolo lì, il tavolo di plastica con le sedie, la tenda verde per tenere lontane le mosche, il mio pappagallo nella gabbia blu, eccolo lì, è il mio balcone, mi si agitò tutto nel petto, mi alzai, mi sporsi per guardare meglio: com&#8217;era strano senza di me, allora così lo vedeva tutti i giorni Rossella.</p>
<p>In quel momento mia madre uscì dalla nostra cucina per gettare qualcosa nella pattumiera:</p>
<p>«Mamma! Mi vedi?»</p>
<p>Mi vedeva, mi salutò con la mano come se stesse su un molo e io su una nave.</p>
<p>«Mamma!» gridai ancora, solo perché si girasse di nuovo.</p>
<p>Siete lì senza di me e siete tranquilli, pensai.</p>
<p>Mia madre mi mandò un bacio con la mano e tornò in casa.</p>
<p>«Vieni!» mi sgridò Rossella «la zuppa si fa fredda!»</p>
<p>«Me ne devo andare.» dissi.</p>
<p>«No! Perché?»</p>
<p>«Il balcone è vuoto e mia mamma ha detto che devo tornare perché le manco.»</p>
<p>Mia madre se n’è andata presto lasciandoci come reduci di guerra. Siamo state vicine e distanti in modi che ci rendevano esauste nel nostro moto eterno dell’onda sulla riva, ma se le chiedevi di me, lei, ricordava solo cose belle.</p>
<p>&nbsp;</p>
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