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	<title>Maria Luisa Venuta &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>E fu sera e fu mattina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2020 12:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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		<category><![CDATA[brescia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria Luisa Venuta Questa notte ho sognato. Sono ad un incrocio qui vicino a casa a parlare insieme con Marta, un&#8217;amica di Lucca. È sera, racconta di un tipo che si è trasferito qui e abita in un appartamento talmente umido da averlo soprannominato &#8220;la laguna&#8221;. E dice &#8220;vado in laguna&#8221; invece che dire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-83992" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/foto-p.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />di <strong>Maria Luisa Venuta</strong></p>
<p>Questa notte ho sognato. Sono ad un incrocio qui vicino a casa a parlare insieme con Marta, un&#8217;amica di Lucca. È sera, racconta di un tipo che si è trasferito qui e abita in un appartamento talmente umido da averlo soprannominato &#8220;la laguna&#8221;. E dice &#8220;vado in laguna&#8221; invece che dire &#8220;vado a baita&#8221; come fanno i bresciani. E ridendo mi guardo in giro, siamo in tanti e parliamo e beviamo birra e bicchieri di pirlo e di vino e mi dico che è una sensazione strana, che forse c&#8217;è qualcosa di strano e una voce sussurra &#8220;ma è un assembramento e siamo tutti senza mascherine&#8221;.</p>
<p>Mi sveglio di colpo, pensando a dove diavolo si sia infilato il covid19 nel mio inconscio. Ecco, sogno di notte di uscire e che tutto sia finito e di tornare a dire cazzate in mezzo alla gente del quartiere del Carmine in centro a Brescia.</p>
<p>Noi stiamo bene. Due settimane fa avrei scritto che l&#8217;aria è pulita, si sentono gli uccellini al mattino ed è piacevole questa sospensione del tempo e che con Jacopo facciamo qualche compito e il resto è un po&#8217; inventato, mentre Youssef continua a lavorare dalle 8 alle 16 in un&#8217;agenzia bancaria e esce con mascherina, guanti e rientra un po&#8217; silenzioso, lava tutto in lavatrice e la tensione c&#8217;è, ma si stempera via.</p>
<p>Poi qualcosa è cambiato.</p>
<p><span id="more-83864"></span>La settimana scorsa è stata un&#8217;ecatombe. Almeno una persona conosciuta che sparisce ogni giorno. Un andar via continuo. Spesso mi soffermo a pensare che se questa è la sensazione che ho io che non sono nata a Brescia, chissà chi è nato e cresciuto qui che cosa sta provando. Le chat collettive si stanno facendo più silenziose: nessuno ha più tanta voglia di scherzare, di far girare video sciocchi o battute impertinenti. Le video call per gli aperitivi virtuali mostrano visi provati, fatiche e qualche segno di pianto. Si scherza sulla tenuta psichica nella reclusione e su quando si tornerà a bere il caffè al bar di Iaio al mattino dopo aver mollato i bimbi a scuola. Un sogno che ci diciamo ogni volta e, di solito, io ci aggiungo sottovoce, le altre sono astemie, che sogno una bella bottiglia di bollicine Franciacorta da scolarmi per strada in compagnia. Youssef si occupa della spesa sotto casa, al rientro, e anche con il Gruppo di Acquisto Solidale siamo riusciti a trovare un modo per andare a prendere le consegne e sostenere i piccoli produttori che per noi sono prevalentemente in zone della bergamasca o del cremonese: le signore di Castelcovati che fanno a casa i casoncelli, una agroittica di valle, la ragazza che alleva polli e tacchini. Insomma pensiamo a noi e a non farli sparire. Il lavoro a casa con i bambini è un terno al lotto ogni giorno: una prova conflittuale, di scelta costante su quello a cui dare priorità. Anche perché il computer è uno e al limite si usa il cellulare. Chi ha due, tre figli gioca al lotto a chi far fare i compiti o le videolezioni.</p>
<p>Le chat dei genitori si sono trasformate in luoghi di scambi compiti, dove sistemare audio, testi e altro per coloro che hanno solo un cellulare. Mercoledì il nostro istituto ha deciso quali sono le priorità per distribuire in comodato d&#8217;uso tablet non usati dal 21 febbraio: una redistribuzione di risorse presenti, direi, se fossi ad una conferenza sul tema &#8220;La resilienza ai tempi del covid19&#8221;. La realtà è che ci si chiede se la decina di tablet ordinati arriveranno mai in tempo utile: qui a Brescia non viene consegnato quasi nulla. E poi il problema è un altro. Ci sono famiglie che non sanno gestire un <em>device</em>: come si usa, che cosa vuol dire &#8216;applicazioni&#8217;, come si scarica un file o, ancor meglio, che cosa significa &#8220;scarica il file&#8221; o &#8220;inserisci login e password&#8221; o sono &#8220;scadute le credenziali&#8221;. Il divario sociale prima nascosto o evitato oggi è fonte di sparizioni totali di studenti e famiglie dai cruscotti della didattica a distanza. E in qualche scuola primaria le percentuali sfiorano il 30 o il 50 percento. Sono numeri importanti che interrogano tutti: insegnanti, i comitati genitori, le strutture che lavorano nel territorio. Tutti.</p>
<p>Con Jacopo ci siamo inventati un po&#8217; di cose, poi ci siamo anche stufati. Ci sono giorni di grande amore e intesa e altri in cui i suoi otto anni confliggono con questo star dentro in un appartamento senza amici con cui giocare, lottare.</p>
<p>E io perdo il senso del tempo. Ricordo una cosa fatta una settimana fa, ma forse ormai è stato tre settimane fa. E allora tiro fuori dal cilindro i trucchetti che mi hanno insegnato tanti anni fa i carcerati di San Vittore per non perdere il senso dell&#8217;orientamento spazio temporale. Loro erano dentro da anni, ormai esperti in tutto quello che si può fare in pochi metri quadrati senza orizzonti e io mi sento persa già dopo due, tre giorni a casa mia. Così segno e annoto su un quaderno quello che faccio, man mano che scorre la giornata. Così non perdo il filo rosso dei giorni che scorrono via e la mente si placa.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cosa ne dirà la gente? Festa di Nazione Indiana 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 21:56:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[FeSta]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[C.A.R.M.E.]]></category>
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					<description><![CDATA[Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest'anno si terrà sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l'Associazione <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/2-banner-2018.jpeg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg" alt="" width="794" height="446" class="aligncenter size-full wp-image-76296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg 794w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-768x431.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-250x140.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-200x112.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-160x90.jpeg 160w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /></a></p>
<p>Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest&#8217;anno si terrà a BRESCIA sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l&#8217;Associazione Culturale <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a></p>
<p>Alcuni componenti del folto gruppo di redazione di Nazione Indiana saranno presenti per interagire con gli ospiti e con il pubblico secondo quella formula di scambio e circolarità di confronto aperto e curioso che ha caratterizzato tutte le feste di Nazione indiana.<span id="more-76264"></span></p>
<p>Saranno presenti a Brescia Silvia Contarini, Giacomo Sartori, Jan Reister, Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Gherardo Bortolotti, Antonello Sparzani, Maria Luisa Venuta e la scrittrice Helena Janeczek che ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo &#8220;La ragazza con la Leica&#8221; edizioni Guanda.</p>
<p>Il titolo della festa 2018 è &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221; e sono previsti due seminari durante i quali ospiti e pubblico intervengono in modo circolare sullo scontro tra modernità e tradizioni, tra radici culturali e cambiamenti e su come questi elementi siano vissuti negli ambiti individuali e familiari nelle famiglie con migranti di seconda generazione (Sabato 27 ottobre dalle 16.30 alle 18.30) e su come le relazioni tra culture divengano forme urbane in una trasformazione radicale di parti della città, come sta accadendo nel progetto &#8220;Oltre la strada&#8221; in via Milano a Brescia (Domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12.00).</p>
<p>La sera di sabato 27 ottobre dalle 21 fino alle 22.30 si lascerà spazio alle espressioni artistiche che accomunano NazioneIndiana con l&#8217;Associazione Culturale C.A.R.M.E. attraverso la proiezione di brevi opere di videoarte che potranno essere commentate anche con gli stessi autori presenti in sala.</p>
<p>Perchè il titolo &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221;</p>
<p>L&#8217;idea è nata dalla visione del film omonimo della regista pakistana Hiram Haq e da idee e spunti di riflessione condivisi in redazione sul periodo che stiamo vivendo in cui le spinte verso l&#8217;innovazione e un futuro di idee libere e senza confini fanno a botte con nazionalismi, gabbie e un populismo che, a memoria, non ricordiamo di aver mai sperimentato. Spostando il focus sui nuovi abitanti europei, che provengono da altri continenti, la sensazione si amplifica. Le dinamiche di spinta  verso nuovi contesti in cui poter vivere e far crescere i propri figli si scontrano con il desiderio intrinseco di mantenere abitudini, riti e tradizioni che mantengano il cordone ombelicale con le terre di origine, con il tessuto sociale e familiare che è rimasto là, al di là della frontiera.</p>
<p>Un sentire che non ci è estraneo completamente, perchè tra migrazioni interne all&#8217;Italia nel dopoguerra, quelle vissute in prima persona oltre i confini e i percorsi individuali anche sperimentati in prima persona, spesso il &#8220;Che cosa ne dirà la gente&#8221; è risuonato nei dialoghi e nei confronti con genitori e familiari.</p>
<p>Oggi in pochi mesi il contesto italiano si è inasprito, i luoghi di confronto libero e di accoglienza paiono faticosi, a volte sono stati negati spazi pubblici come è accaduto qualche giorno fa a Sesto San Giovanni vicino a Milano. Che cosa ne dice la gente?</p>
<p>Vi aspettiamo alla sede dell&#8217;<a href="http://www.carmebrescia.it/">Associazione Culturale C.A.R.M.E</a>. in via Battaglie 61 a Brescia sabato 27 ottobre e domenica 28 ottobre. (<a href="https://goo.gl/maps/gqXEFKeKrUu">mappe Google</a>)</p>
<p><em>Ringraziamo l&#8217;artista Davide Bignami per averci prestato l&#8217;immagine per la locandina della Festa e Mattia Paganelli per la composizione grafica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Programma</strong></span></p>
<table width="389">
<tbody>
<tr>
<td width="386"><strong> <span style="color: #ff0000;">Sabato 27 ottobre</span></strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>16.30-18.30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente? A cura di Maria Luisa Venuta</strong></span></p>
<p>Il contesto italiano e le migrazioni di seconda generazione. Ci confrontiamo con coloro che hanno deciso di rimanere a vivere in Italia</p>
<p>Ne parliamo con</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Helena Janeczek,</span> Nazione Indiana scrittrice e Premio Strega 2018</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Elia Moutamid</span>, regista</p>
<p>·       Interventi di alcune mediatrici culturali e migranti che vivono a Brescia</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>21:00-22:30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>I linguaggi nella videoarte </strong> <strong>A cura di Giacomo Sartori</strong></span></p>
<p>La vera età, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, 7 minuti</p>
<p>Il lungo briefing di Sergio Trapani e Andrea Inglese, durata: 5 minuti</p>
<p>Cucù di Robert Desnos, animazione poetica e traduzione di Orsola Puecher Durata 8 minuti e 30 secondi</p>
<p>I&#8217;m a swan di Mariasole Ariot, 5 min e 30 secondi</p>
<p>Ode ai penultimi di Francesco Forlani, 5 minuti</p>
<p>If I die first, di Sergio Trapani, testo di Giacomo Sartori, durata 8 minuti tradotto da Frederika Randall, (in inglese, lettura del testo in italiano)</p>
<p>Separazione, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, durata 13 minuti</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong><span style="color: #ff0000;"><strong>Domenica 28 ottobre</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>10.00- 12.00</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente?</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Oltre la Strada: un progetto tra passato e futuro </strong></span><span style="color: #ff0000;"><strong>A cura di Gherardo Bortolotti</strong></span></p>
<p>Il paesaggio e le funzioni di una periferia multietnica e come si progetta il futuro</p>
<p>Interagiscono e ne parlano in un dibattito circolare:</p>
<p>·       Gianni Biondillo, NazioneIndiana scrittore N<em>arrazione delle periferie</em></p>
<p>·       Silvia Contarini, Nazione Indiana e professore universitario U<em>rbanismo e genere</em></p>
<p>·       Barbara Badiani, urbanista L&#8217;<em>area e l&#8217;evoluzione storico urbanistica di Via Milano</em></p>
<p>·       Domenico Bizzarro, Cooperativa La Rete I<em>nterventi di lotta alla povertà e housing sociale su via Milano</em></p>
<p>·       Nadia Busato, scrittrice <em>La realtà e le prospettive del progetto Oltre la strada</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>una rete di storie I MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/25/rete-storie-minori-stranieri-non-accompagnati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Oct 2017 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Nobili]]></category>
		<category><![CDATA[Festa di Nazione Indiana 2017]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Acconcia]]></category>
		<category><![CDATA[I minori stranieri non accompagnati]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></category>
		<category><![CDATA[Marielle Macé]]></category>
		<category><![CDATA[Mediateca Montanari]]></category>
		<category><![CDATA[Olivier Favier]]></category>
		<category><![CDATA[STORIE DI EMIGRAZIONE]]></category>
		<category><![CDATA[una rete di storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<br /><b>STORIE DI EMIGRAZIONE</b><br />
di <b>Andrea Inglese</b><br />
Il migrante è senza dubbio una delle grandi e terrificanti figure del nostro tempo, lo è a tal punto grande (e terrificante) da evocare una quantità di immagini estremamente forti, perturbanti e spesso contraddittorie: il migrante è colui che annega, che non può essere salvato, che nessuno vuole sia salvato, ma il migrante è anche quello che viene salvato, agguantato per un soffio, strappato alla morte quasi esausto.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-70478" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
STORIE DI EMIGRAZIONE <em>I minori stranieri non accompagnati</em><br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 15.00</strong> <em>Sala Ipogea</em><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
<strong>&#8220;Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga&#8221;</strong> <br />
Documentario UNICEF 35 minuti</p>
<p style="padding-left: 170px;"><strong>Accompagnare i minori</strong><br />
di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
Il migrante è senza dubbio una delle grandi e terrificanti figure del nostro tempo, lo è a tal punto grande (e terrificante) da evocare una quantità di immagini estremamente forti, perturbanti e spesso contraddittorie: il migrante è colui che annega, che non può essere salvato, che nessuno vuole sia salvato, ma il migrante è anche quello che viene salvato, agguantato per un soffio, strappato alla morte quasi esausto. Il migrante è quello che scappa, è quello sempre in fuga, è quello che passa le frontiere invisibile, nascosto nelle pieghe del camion, ma è anche quello che arriva, che prende posto, che si accampa, che dorme per terra e che, noi passanti, dobbiamo scavalcare. Il migrante è quello che non sa cosa fare, che non sa cosa vendere, che vaga senza un ruolo, una meta, ma è quello che raccoglie i pomodori, è quello che fa ogni tipo di lavoro clandestino, è quello che rischia di morire di lavoro. Il migrante è un rifugiato, è un richiedente asilo, viene da un paese raso al suolo dalla guerra civile, rischia la morte per sfuggire alla morte, ma il migrante è un immigrato, qualcuno che vuole uscire dalla povertà, qualcuno che rischia la fame per sfuggire alla fame. Il migrante è un minorenne solitario, senza famiglia, senza alcun sostegno, ma deve provare alle istituzioni che è un minorenne, e gli si guardano i denti, gli si misurano le ossa. Il migrante popola tutti i fantasmi razzisti e fascisti, popola i sogni di pietà, popola la nostra impotenza e la nostra rabbia, le nostre paure. Il migrante alberga sovrano al centro della nostra cresciuta, allenata, indifferenza. Il migrante è il nonno che ci sta alle spalle, è l’esclusione che temiamo per nostro figlio. Il migrante è quello che noi fortunatamente non siamo. Noi siamo espatriati, semmai.<br />
In uno dei migliori dizionari della lingua italiana, il Palazzi e Folena, il sostantivo “migrante” non esiste neppure. C’è un aggettivo, derivato dal participio presente di migrare, che è un termine medico: “<em>ascesso, rene migrante</em>, che si sposta dalla sua sede primitiva”, ma vi è attestato anche un uso meno tecnico: “<em>uccello migrante</em>, uccello migratore”. In effetti, “migrante” è un sostantivo della nostra epoca, una fatale invenzione linguistica, ed è un vocabolo carico di talmente tante immagini e significati che è necessario, ad un certo punto, dargli un ancoraggio più circoscritto, riferendolo a una realtà con la quale possiamo entrare in contatto in modo più personale e intimo.<br />
&nbsp;<br />
Abbiamo scritto su Nazione Indiana dei migranti (per esempio <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/10/18/diritto-di-asilo/">qui</a>), di quelli che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2014/09/03/lumanita-generica-kant-e-i-rifugiati-un-collage-e-qualche-riflessione/">scappano da una guerra</a>, di quelli che <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/11/13/46888/">muoiono senza arrivare</a> da nessuna parte, di quelli che soggiornano in un limbo dentro <a href="http://www.nazioneindiana.com/2016/10/04/esplorazioni-wadi-roja/">i nostri confini nazionali</a>, dentro le nostre città, e non si riesce a capire, a decidere, se siano sommersi o salvati. Per la <a href="http://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/">festa indiana organizzata a Fano</a> volevamo parlarne ancora. E io ho suggerito agli amici e alle amiche indiane di parlare dei minori non accompagnati, e di comprendere come oggi, in Italia ma anche in Francia, sia possibile incontrarli, conoscerli, e decidere di fare delle cose con loro, di seguirli da vicino per un tratto della loro vita, di fare a loro un po’ di posto nella nostra vita.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Marielle Macé</strong>, una studiosa francese di letteratura, ha appena pubblicato un volumetto intitolato <em>Sidérer, considérer. Migrants en France 2007</em> (“Sbalordire, considerare”). La sua analisi è particolarmente interessante perché non muove da sbandieramenti di principi – quello che uno Stato di diritto dovrebbe fare, quello che una società democratica e giusta dovrebbe fare nei confronti dei migranti – ma da due attitudini più concrete, due posture affettive e intellettuali. Nella prima, tutto ciò che vediamo alla tele, che leggiamo sui giornali, che ci capita di vedere per strada, ci lascia “pietrificati, chiusi in un’emozione che non è facile trasformare in azione”. Nella seconda, caratterizzata dal verbo “considerare”, siamo invece spinti “ad andare a vedere, a tener conto dei viventi, delle loro vite effettive”. Nello sbalordimento, restiamo impotenti a distanza, e ci riempiamo di immagini. Nella considerazione, ci avviciniamo, comprendiamo, entriamo nella concretezza delle altrui vite. Sembra forse un ragionamento ancora astratto. A me pare essenziale, però, partire da questa impotenza, che è conseguenza di una domanda schiacciante: “che fare?” Che fare di fronte agli annegamenti, al traffico delle vite umane, alla miseria dei molti, ai respingimenti, alla criminalizzazione delle ONG, al razzismo di paese, al razzismo parlamentare? Io sono partito dal mio sentimento di vergogna (ne ho parlato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2015/09/04/sulla-vergogna-della-propria-disumanita-e-sulla-speranza-della-propria-umanita/">qui</a>). Sono partito dalla vergogna, in quanto questo sentimento impregnava la mia prima persona plurale – il <em>noi</em> dell’appartenenza occidentale, europea e nazionale – ma anche la mia prima persona singolare, l’Andrea Inglese che aveva scritto su Calais, ad esempio, senza mai essere andato fare qualcosa a Calais, e che guardava, come tanti, la sofferenza “a distanza”.<br />
&nbsp;<br />
In realtà, già allora sentivo non si trattava di porsi di fronte alla domanda massimalista: “che fare?”, dal momento che il problema vero era: “da dove cominciare?”, perché le possibilità d’azione sono in realtà molteplici, innumerevoli, e si tratta d’individuare soprattutto quelle che <em>ci corrispondono di più</em>, quelle per cui siamo in grado di garantire una fedeltà sulla lunga durata, al di là della reazione emotiva momentanea.<br />
&nbsp;<br />
In questo mi ha aiutato in modo decisivo <strong>Olivier Favier</strong>, una persona che ha scritto molto sui migranti in Francia, che continua a scriverne, e che nello stesso tempo <em>vive</em> coi migranti, soprattutto i più giovani, i minori, accogliendoli direttamente, coinvolgendoli in attività teatrali, mettendoli in relazione con famiglie e individui residenti in Francia. Un giorno Olivier ha messo un post su Facebook, in cui parlava di un centro in un villaggio a me sconosciuto, a due ore di distanza da Parigi, dove un’associazione per conto delle autorità provinciali accoglieva dei migranti minorenni. Olivier invitava delle persone residenti a Parigi a proporsi come “padrini” per questi ragazzi, in modo tale da costituire per loro un punto di riferimento all’interno della società francese, un punto di riferimento che non fosse puramente istituzionale. L’impegno non pareva spaventoso. Non implicava un diretto sostegno economico, e poteva limitarsi a un’ospitalità limitata nel tempo, con incontri di scadenza mensile. L’idea di entrare in diretto contatto con <em>una persona</em>, una concreta persona e per di più molto giovane, strappandola alla massa indifferenziata dei migranti, mi corrispondeva. Sentivo che a quel livello potevo fare qualcosa, e sentivo che m’interessava fare qualcosa, che era importante <em>per me</em> entrare in quel nuovo rapporto. (È importante precisare che mia moglie e io, accettando questo ruolo nei confronti di Samed – ruolo per altro poco definito in termini giuridici, almeno in Francia attualmente – cercavamo di soddisfare anche un <em>nostro</em> desiderio. Il posto che facevamo a Samed, all’interno del nostro nucleo familiare a tre, inclusa nostra figlia di sette anni, era in realtà un <em>vuoto</em> che noi percepivamo, e che avremmo comunque cercato di riempire. Da questo punto di vista, non potremmo essere più lontani dall’idea dell’aiuto come gesto unilaterale, magari tinto di qualche elemento sacrificale. Se c’è generosità nell’avvicinarsi a un minore, nel fargli spazio all’interno della propria vita, è innanzitutto una generosità nei confronti della <em>propria</em> vita, è perché si vuole una vita più <em>grande</em>, più <em>ricca </em>e, devo aggiungere, più <em>complicata.</em>)<br />
&nbsp;<br />
In questo modo, dopo vari mesi di attesa, ho conosciuto Samed, un diciassettenne ghanese (oggi maggiorenne), anglofono, con una pesante storia alle spalle (il viaggio dal Ghana alla Libia, il soggiorno libico di alcuni mesi, i tentativi di traversata, l’approdo in Italia, la fuga in avanti, l’attraversamento della frontiera a Ventimiglia, il vagabondaggio in Francia alla ricerca della capitale, e alle fine l’incontro fortuito con l’educatrice di un’associazione che lo ha tolto dalla strada). Si dirà che tutti i migranti hanno una <em>pesante</em> storia alle spalle. Sì, appunto, ma quella di Samed è <em>una</em>, è la <em>sua</em>, inconfondibile rispetto a tutte le altre.<br />
&nbsp;<br />
Incontrando Samed, però, ho incontrato tutto un mondo di persone in gamba, sorprendenti, che a vario livello, in vari modi e secondo stili di pensiero magari differenti, sono mobilitati per entrare in contatto, conoscere, aiutare, fare qualcosa con questi ragazzi. E questo è un altro aspetto prezioso di tutta la vicenda. Ci sono un sacco di persone, spesso non più giovani, che hanno voglia d’incontrare e di vivere qualcosa d’importante con questi giovani. La forma esteriore che tutto ciò prende ha i caratteri della solidarietà, ma è qualcosa di più profondo che si gioca tra questi diversi gruppi di persone. Siamo all’interno di uno scambio simbolico, di affetti, uno scambio di universi generazionali, di speranze nei confronti del futuro. Ecco, forse si cerca soprattutto di scambiarsi un futuro. Giovani africani con europei non più giovani, entrambi alla ricerca di qualcosa che dia senso al futuro, al tempo che ci resta da vivere.<br />
&nbsp;<br />
Non vorrei farla lunga, anche se molto potrei scrivere di cosa è cambiato in noi conoscendo e vivendo con Samed. (Quello che sembrava un impegno non spaventoso, ad esempio, è diventato un forte legame affettivo, che ovviamente ridefinisce in maniera imprevista aspettative e ruoli di tutti nella relazione.) M’interessa di più sottolineare una cosa. Mentre mia moglie ed io eravamo coinvolti in questo nuovo progetto con Samed, ho incontrato in Italia un paio di amiche che erano interessate a lanciarsi nella medesima avventura e che cercavano di capire in quale quadro istituzionale si poteva agire per i minori non accompagnati. Oggi mi pare che le cose comincino ad essere più chiare. Un ⇨ <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2017/10/10/news/tutori_volontari_minori_stranieri_non_accompagnati-177872969/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P2-S2.3-T1" target="_blank" rel="noopener noreferrer">articolo su “Repubblica” del 10 ottobre</a> prova a fare il punto sulla situazione dei cosiddetti “tutori volontari”.<br />
&nbsp;<br />
A Fano, il 29 ottobre si parlerà di questo soprattutto, durante l’incontro intitolato <em>Storie di emigrazione</em>. Sarà presente <strong>Olivier Favier</strong>, dalla Francia, per portare appunto una testimonianza su cosa accade al di là delle nostre frontiere, sia in termini di politiche migratori sia in termini di mobilitazione cittadina. Interverrà in dialogo con lui <strong>Andrea Nobili</strong>, una figura istituzione, ossia il <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>. Ma l’incontro si avvarrà anche della testimonianza di <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, giornalista esperto di Islam e Medio Oriente, che già è stato ospite di una festa indiana e ha pubblicato articoli sul nostro sito. Verrà trasmesso anche un documentario UNICEF, <strong><em>Invisibili non è un viaggio, è una fuga</em></strong>. Alla preparazione di questo incontro hanno lavorato, oltre a <strong>Orsola Puecher</strong>, <strong>Maria Luisa Venuta</strong>, <strong>Renata Morresi</strong> e il sottoscritto.<br />
&nbsp;<br />
Il nostro obiettivo è quello di riuscire ad accompagnare magari qualcun altro di noi a fare un passo fuori dalla vergogna e dallo stordimento, per avvicinare queste vite di giovani e giovanissimi, e realizzare con loro un pezzo di strada.</p>
<p>&nbsp;<br />
Con <strong>Giuseppe Acconcia, Olivier Favier, Andrea Nobili, Maria Luisa Venuta</strong><br />
&nbsp;<br />
<strong>GIUSEPPE ACCONCIA</strong> (Salerno, 1981), giornalista e ricercatore, si occupa di Iran e Medio Oriente. Laureato in Economia, dal 2005 ha vissuto tra Iran, Egitto e Siria collaborando con testate italiane (Il Manifesto, Il Riformista, Radio 2, RaiNews), inglesi (The Independent) ed egiziane (Al Ahram). Ha lavorato come insegnate di italiano per migranti e all&#8217;Università americana del Cairo. Si è occupato di cooperazione euromediterranea e ha pubblicato racconti, poesie e romanzi brevi. Ha pubblicato La Primavera egiziana (2012), Egitto. Democrazia militare (2014) e Grande Iran (2016).</p>
<p><strong>OLIVIER FAVIE</strong>R Storico di formazione, è reporter, fotografo, traduttore ed interprete. Ha creato nel 2010 il sito www.dormirajamais.org e pubblicato nel 2016 il libro Chroniques d&#8217;exil et d&#8217;hospitalité (Le Passager clandestin), frutto di un lavoro di tre anni a contatto dei migranti, in Francia ed in Italia.</p>
<p><strong>ANDREA NOBILI</strong> Garante per i diritti dei minori delle Marche ⇨ <a href="http://www.ombudsman.marche.it/chi_e/index.php" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>OMBUDSMAM Chi é</strong></a></p>
<p><strong>MARIA LUISA VENUTA</strong> Dottore di ricerca in Economia.<br />
Dal 1997 svolge in modo continuativo e sistematico attività di ricerca applicata, formazione e consulenza per enti pubblici e privati sui temi della sostenibilità integrata, economia circolare e come coordinatrice di progetti culturali e di carattere ambientale. Da giugno 2015 collabora a Fondazione Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia nel settore ricerca e progetti e come Project Manager del Progetto triennale di riapertura del museo del ferro San Bartolomeo di Brescia.</p>
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		<title>una rete di storie CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 05:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Cose mai viste (le riviste)</b><br />
di <b>Francesco Forlani</b><br />
Ci saranno performance, musica improvvisata, reading, convivialità, <i>conversations</i>, preferendo questo termine, civile, a quello di dibattito generalmente stantio come l’acqua nelle caraffe posate sul tavolo dei relatori. Le feste di Nazione Indiana sono state e saranno questo. A Fano faremo come a Milano, Mesagne, Pistoia, Torino, Parigi, Fos’di Novo, Bolzano, dunque non mancate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" class="alignleft size-full wp-image-70478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
CALUMET VOLTAIRE<br />
<em>cabaret letterario</em><br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 21.00</strong> <small>après le buffet!</small><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
<em>Sala Ipogea</em><br />
&nbsp;<br />
<strong>Cose mai viste (le riviste)</strong><br />
di <strong>Francesco Forlani</strong><br />
<iframe loading="lazy" width="350" height="300" src="https://www.youtube.com/embed/vppgBJdym7g?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen class="alignright"></iframe> Anni fa &#8211; molti anni fa &#8211; un noto intellettuale napoletano mi raccontò di come gli impresari che gestivano le serate di avanspettacolo al Salone Margherita avessero trovato un espediente pubblicitario per fare gola al pubblico- presumibilmente in gran parte di maschi- e attirare quanti più spettatori. Invece di mettere sulla locandina sei ballerine scrivevano dodici bellissime gambe. Dodici è più di sei, come confermeranno i fisici matematici tali il nostro indiano Antonello Sparzani, eppure, almeno in questo caso, può essere uguale a sei visto che per fare dodici gambe ci vogliono sei ballerine. Il piccolo aneddoto mi serve per condividere con voi una riflessione che mi faccio da anni &#8211; da molti anni- ovvero da quando ben quasi trent&#8217;anni fa sono caduto nell&#8217;incantesimo delle riviste. Poteva andarmi peggio in quella fine degli anni ottanta, tipo inciampare nell&#8217;eroina o peggio ancora nell&#8217;ultraliberalismo dei goldenboys, ma a occupare in modo ossessivo lo spazio mentale e del cuore dei miei desideri, ci sarebbero state solo riviste. <img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-70666" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52-206x300.png" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52-206x300.png 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.14.52.png 363w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" /> A proposito di Nazione Indiana  tra noi redattori si è sempre detto che quella che a molti appariva come una debolezza- la mancanza di una gerarchia redazionale, di una parola d&#8217;ordine diktat condivisa da tutti, un&#8217;estetica e un pensiero unici e trionfanti &#8211; e perché no anche un po&#8217; tronfi-  costituiva il punto più saldo e solido, insieme alla stima e all&#8217;amicizia che hanno reso il nostro sito longevo e vivace. Eppure uno degli elementi che ci accomuna va a mio avviso identificato in quella parola di cui si diceva all&#8217;inizio: le riviste. La maggior parte di noi si è formato sulle riviste e per alcuni addirittura nelle stesse, come è stato prima il caso di Baldus, poi  Paso Doble, Sud, Alfabeta e l&#8217;Atelier du Roman. L&#8217;elenco va chiaramente completato ed è proprio questo che chiederò agli altri collaboratori o lettori di Nazione Indiana: segnalate nei commenti la rivista in cui vi siete formati. Ma formati a cosa? ci si potrebbe chiedere. A stare con gli altri? A crescere insieme? A farsi le ossa? A scoprire da subito che la qualità letteraria non va affatto a braccetto con &#8220;l&#8217;argent&#8221;? Che non si è pagati per fare cultura ma appagati dal desiderio di farne parte? Che il conflitto può essere foriero di scoperte e non solo di spaccature? O più semplicemente si impara con le riviste che le cose possono finire e ricominciare, che nulla è più duraturo dell&#8217;effimero.<img loading="lazy" class="size-medium wp-image-70667 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02-217x300.png" alt="" width="217" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02-217x300.png 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.16.02.png 278w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /> Ma tornando da dove eravamo partiti, ovvero dalle dodici bellissime gambe, una cosa mi ha sempre incuriosito, come strani misteri che ci si porta dietro dall&#8217;adolescenza ed è il fatto che un numero di avanspettacolo e quello di un dossier monografico portassero lo stesso nome: rivista!! La risposta è semplice. Entrambe portano lo stesso nome perché le caratterizza la periodicità, il suo ripetersi almeno nella cornice che ospita contenuti diversi. In realtà anche altro, ancora più essenziale, unisce queste due rappresentazioni, ed è il loro mettere insieme generi  diversi, gusti differenti, proponendo una <em>mescla </em>di alto e basso, elitario e popolare. Avanspettacolo e avanguardia hanno calcato per decenni  lo stesso palco a cominciare dalla grande lezione di Tzara e Compagni, inventori di quel Cabaret Voltaire a cui è ispirato il titolo delle nostra serata. Ci saranno performance, musica improvvisata, reading, convivialità, <em>conversations</em>, preferendo questo termine, civile, a quello di dibattito generalmente stantio come l&#8217;acqua nelle caraffe posate sul tavolo dei relatori. Le feste di Nazione Indiana sono state e saranno questo. A Fano faremo come a Milano, Mesagne, Pistoia, Torino, Parigi, Fos&#8217;di Novo, Bolzano, dunque non mancate.<br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-70668" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14.png" alt="" width="796" height="488" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14.png 796w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-300x184.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-768x471.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/Schermata-2017-10-22-alle-11.19.14-80x50.png 80w" sizes="(max-width: 796px) 100vw, 796px" /><br />
&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>Enfin! Ventiquattro bellissime mani<br />
[ dieci magnifiche penne ]<br />
il 28 e 29 ottobre a Fano!</strong></big></p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>P.S.</strong> Rivista è anche termine militare, nel senso di passare in rivista le truppe  e infatti non è un caso che le stesse si definiscano in molti casi proprio in questa accezione: riviste militanti. Ma questa è un&#8217;altra storia.<br />
&nbsp;<br />
Con<strong> ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/mariasole-ariot" rel="noopener" target="_blank">Mariasole Ariot</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/gianni-biondillo" rel="noopener" target="_blank">Gianni Biondillo</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/francesco-forlani" rel="noopener" target="_blank">Francesco Forlani</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/helena-janeczek" rel="noopener" target="_blank">Helena Janeczek</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/renata-morresi" rel="noopener" target="_blank">Renata Morresi</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/" rel="noopener" target="_blank">Orsola Puecher</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/jan-reister" rel="noopener" target="_blank">Jan Reister</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/giacomo-sartori" rel="noopener" target="_blank">Giacomo Sartori</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/antonio-sparzani" rel="noopener" target="_blank">Antonio Sparzani</a>, ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/author/maria-luisa-venuta" rel="noopener" target="_blank">Maria Luisa Venuta</a></strong> [improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli</strong> e <strong>Fabio Strinati</strong>]<br />
&nbsp;<br />
<strong>ETTORE MAZZOLI</strong> E’ nato ad Urbino nel 1994. Il suo percorso musicale è iniziato a con l’approccio da autodidatta prima alla chitarra e poi al basso elettrico. Nel 2009 si è iscritto al Conservatorio Rossini di Pesaro in strumenti a percussione per poi passare nel 2012 al corso preaccademico di basso elettrico jazz. Dopo la maturità classica, conseguita presso il liceo Nolfi di Fano, ha intrapreso il corso di laurea triennale di basso elettrico che ha portato a termine nel 2016 sempre presso il Conservatorio di Pesaro. Attualmente è iscritto al secondo anno del biennio di arrangiamento e direzione d’orchestra jazz. In contemporanea frequenta il corso di laura magistrale in filosofia dell’informazione all’Università di Urbino.<br />
&nbsp;<br />
<strong>FABIO STRINATI</strong> (poeta, scrittore, aforista, compositore) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.Molto importante per la sua formazione, l&#8217;incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di &#8220;Itinerari D&#8217;Ascolto&#8221;, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore. Strinati è presente in diverse riviste, antologie letterarie e pubblicazioni.<br />
&nbsp;</p>
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		<title>una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 05:00:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni Nazione Indiana ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La Redazione, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png" alt="" width="351" height="501" class="alignleft size-full wp-image-70247" style="float: left; margin: 10px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a> Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni <strong>Nazione Indiana</strong> ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La <strong>Redazione</strong>, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest&#8217;anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Mediateca Montanari di Fano</strong></a>, che <strong>sabato 28</strong> e <strong>domenica 29 ottobre 2017</strong> le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L&#8217;evento <strong>UNA RETE DI STORIE</strong>, realizzato grazie alla collaborazione dell&#8217;<strong>Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano</strong> e della <strong>Mediateca Montanari-Memo</strong>, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno <strong>Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.</strong><span id="more-70180"></span><br />
&nbsp;<br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 16</strong> in<strong> RACCONTARE LA STORIA</strong> si discuterà dei rapporti fra letteratura e Storia con letture, performance e interventi multimediali e, dopo un <strong>Buffet</strong> per gli intervenuti, alle <strong>ore 21</strong> in <strong>CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</strong> si avvicenderanno letture e performance, con accompagnamento e improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli </strong>e <strong>Fabio Strinati</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong> si parlerà de <strong>IL TRAUMA DEL TERREMOTO</strong>, un tema anche geograficamente molto vicino, dal punto di vista della storie e delle esperienze individuali, con <strong>Emanuela Baldi, Lidia Massari, Adelelmo Ruggieri e Anna Tellini</strong>.<br />
&nbsp;<br />
Al pomeriggio alle <strong>ore 15</strong> in <strong>STORIE DI EMIGRAZIONE</strong>, sul tema dei <strong>minori migranti non accompagnati</strong>, l&#8217;anello piu&#8217; debole e indifeso della attuale crisi, dopo la proiezione del Documentario UNICEF, <strong>“Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga”</strong>, ci sarà un dibattito. Il giornalista <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, esperto di Islam e Medio oriente e il giornalista francese <strong>Olivier Favier</strong>, che racconterà della sua pluriennale esperienza accanto ai migranti e della situazione in Francia riguardo all’affido di questi bambini e ragazzi, si confronteranno  con <strong>Andrea Nobili</strong>, <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>, regione che ha avviato da poco un progetto sull’affido.<br />
&nbsp;<br />
In contemporanea. sempre alle <strong>ore 15</strong>, ci sarà <strong>STORIA DI UN SOGNO</strong> un evento gioioso e divertente con l’attore clown giocoliere <strong>Filippo Brunetti</strong>, dedicato ai bambini dai 3 anni in su.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70316" aria-describedby="caption-attachment-70316" style="width: 688px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg" alt="" width="688" height="983" class="size-full wp-image-70316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70316" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
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<figure id="attachment_70189" aria-describedby="caption-attachment-70189" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png" alt="" width="635" height="907" class="size-full wp-image-70189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 635px) 100vw, 635px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70189" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
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			</item>
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		<title>La nuda vita</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/11/18/la-nuda-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Nov 2013 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Agostino Zanotti]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
		<category><![CDATA[canale umanitario]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[Frontex]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[rifiugiati]]></category>
		<category><![CDATA[SPRAR]]></category>
		<category><![CDATA[Vestanet]]></category>
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					<description><![CDATA[di Agostino Zanotti Avviare una campagna per l’apertura di un canale umanitario verso l’Europa implicitamente è mettere una pezza alla problematica della condizione di vita delle persone nei vari Paesi del mondo. E’ vero che  in questo modo si tutela il diritto alla fuga, però così facendo si accetta la situazione che li spinge a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_46963" aria-describedby="caption-attachment-46963" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/Murales-a-Lampedusa.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-46963" alt="Murales realizzato dall'Associazione Colors Revolution a Lampedusa" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/Murales-a-Lampedusa.jpg" width="640" height="478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/Murales-a-Lampedusa.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/Murales-a-Lampedusa-300x224.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a><figcaption id="caption-attachment-46963" class="wp-caption-text">Murales realizzato a Lampedusa dall&#8217;Associazione Colors Revolution</figcaption></figure>
<p>di <strong>Agostino Zanotti</strong></p>
<p>Avviare una campagna per l’apertura di un canale umanitario verso l’Europa implicitamente è mettere una pezza alla problematica della condizione di vita delle persone nei vari Paesi del mondo. E’ vero che  in questo modo si tutela il diritto alla fuga, però così facendo si accetta la situazione che li spinge a fuggire da luoghi  dove esistono poteri dittatoriali e logiche postcoloniali che rendono inabitabili alcuni Paesi.</p>
<p><span id="more-46839"></span>In questi territori ci sono dei meccanismi effettivamente che fanno sì che la nuda vita non sia garantita. Questa è la causa per la quale li vediamo arrivare sulle nostre coste e il veder  morire tutti quei corpi in diretta ci rimbalza dallo schermo come un problema di coscienza perché tutti i media ci propongono continuamente le stesse immagini. Una sensazione che dura poco perché purtroppo vediamo tanti corpi. Poi le questioni si accavallano spesso, i media hanno i loro tempi e la notizia passa in secondo piano e contemporaneamente anche la commozione che è stata scatenata. Una commozione più di facciata che di sostanza: l’indignazione dovrebbe essere quotidiana rispetto a quello che sta accadendo. Quindi questi morti rimbalzano sulle nostre responsabilità in primo luogo dal punto di vista dell’impegno politico, dal punto di vista degli impegni internazionali che non sono efficaci, o delle regole del mercato globale  con settori, come quello delle armi, che creano alti profitti sulle nazioni che si trovano in queste condizioni di mancata tutela.<br />
Su queste situazioni paradossali come <a href="www.OPAL.org" target="_blank"><strong>Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere di Brescia</strong> </a> abbiamo aperto una serie di denunce. Per esempio quella che viene dall&#8217;organizzazione non profit SaferGlobe Finland, che in un rapporto dal titolo “Cosa è stato esportato a chi?”  ha messo sotto esame il sistema dei controlli sulle esportazioni di armi leggere e di munizioni della Finlandia. Nel rapporto, la Beretta di Gardone Val Trompia è ripetutamente citata, e molti sospetti si sono concentrati sulla Sako Oy, azienda finlandese con sede a Riihimäki (Finlandia) che fa parte del gruppo Beretta, produttrice di fucili per <em>sniper</em> (cioè “da cecchino”) in dotazione alle forze speciali di numerosi paesi e in gara anche per rifornire i green berets USA. Quindi va bene indignarsi, piangiamo sulle lapidi, piangiamo sulle cento bare allineate, ma poi interroghiamoci sulle schizofrenie che viviamo ogni giorno.<br />
Altro esempio di questa schizofrenia è l’iniziativa del Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) di collaborare con le aziende produttrici di videogiochi, che riproducono situazioni reali di guerra per introdurre nei videogames le regole di guerra e del diritto umanitario internazionale. Non solo in questo modo si legittima l’uso e la diffusione di questi videogiochi ma, paradossalmente, si contribuisce a renderli ancora più realistici creando una pericolosa affinità tra il gioco e la realtà.</p>
<p>Andiamo oltre questi casi, e arriviamo al sistema europeo di <a href="http://www.frontex.europa.eu" target="_blank"><strong>Frontex</strong></a>, agenzia europea delle frontiere col compito di sorvegliare il Mediterraneo. E&#8217; un sistema militarizzato che controlla tutti i passaggi alle frontiere con strumenti altamente sofisticati. Anche su questo punto possiamo confrontarci sul senso della retorica utilizzata nel presentare la Marina Militare Italiana che improvvisamente viene impiegata per  soccorrere i migranti in mare. In realtà la Marina Militare è attrezzata per bloccare le persone alle frontiere con radar, sistemi di puntamento e altri strumenti altamente sofisticati che bloccano qualsiasi diritto alla fuga.</p>
<p>Poi l’iter è lo stesso in ogni punto di accesso all’Europa: chi arriva viene arrestato, viene portato nei centri, viene espulso. Quindi nella realtà  sono stati alzati tanti muri che bloccano il diritto alla fuga. Si veda a tale proposito la campagna <a href="http://www.frontexit.org/en/ " target="_blank"><strong>Frontexit </strong></a>.<br />
Che cosa significa dunque in un contesto così definito aprire un canale umanitario? Che senso ha? Significa togliere al sistema mafioso e corrotto, che guadagna sul traffico di esseri umani la possibilità di arricchirsi sulle disgrazie degli altri. Se fosse possibile costruire questo corridoio umanitario si potrebbero alleggerire le tensioni di sovraffollamento dei campi profughi per inviarli in zone più tranquille, o coloro che si trovano in situazioni di persecuzione o di pericolo vitale potrebbero accedere alle agenzie umanitarie per poter esser trasferiti in altri paesi. Consideriamo che, in linea generale, il corridoio umanitario è sicuramente molto complicato da attuare, perché deve essere costruito nelle pieghe del diritto internazionale, che, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/10/19/rifugiati-e-diritto-dasilo-cosa-non-possono-fare-le-ambasciate-italiane/" target="_blank"><strong>come diceva il diplomatico nel post pubblicato su NI, </strong></a>consente alle persone che richiedono asilo di farlo solo se non si trovano nel paese di origine. A parte che le ambasciate sono territori extraterritoriali e potrebbero agire in questo senso. A parte che è un problema specifico dell’Italia se le ambasciate non sono adeguatamente equipaggiate con personale e struttura, ma invece di destinare ingenti quantità economiche al sistema Frontex per bloccare alle frontiere coloro che arrivano, si potrebbe destinare risorse anche minori alle ambasciate così da intercettare queste persone alle origini e indirizzarle, senza togliere a loro il diritto alla fuga. Si potrebbero anche provare delle strade percorse in altre situazioni del recente passato, come accadde in occasione del conflitto balcanico. Per far questo, occorre un’adeguata politica dell’accoglienza, un’adeguata politica dell’immigrazione, un’adeguata politica di tutela dei diritti umani. Consideriamo anche che, in queste rotte che gli immigrati e i  i rifugiati seguono, esistono soggetti, che guadagnano ingenti quantità di denaro e acquistano anche un elevato grado di potere. In quest’ottica, il corridoio umanitario andrebbe a toccare i poteri forti della mafia e del contrabbando degli esseri umani. Inoltre, agendo in questa direzione, si rompe il meccanismo perverso del reato di clandestinità che, espressione del divieto di libera circolazione delle persone, legittima il sistema del contrabbando illegale di esseri umani tra le frontiere.<br />
Un corridoio umanitario è da considerarsi solo come un presupposto ad un di “qua”, cioè la premessa necessaria a territori che siano in grado di costruire un sistema dell’accoglienza adeguato. Il rischio infatti è che anche creando il corridoio umanitario garantiamo il diritto alla fuga senza garantire il diritto all’accoglienza. Il diritto all’accoglienza nei nostri territori sicuramente è minato dalle politiche di austerity che sono in corso e quindi dalle politiche che stanno indebolendo fortemente il nostro stato sociale. Se le persone che arrivano sono considerate “predatori delle risorse scarse” a disposizione dello stato sociale, il cittadino italiano teme di perdere anche quel poco che è rimasto, con la creazione di un muro invisibile che si erige sulle paure e sulla crisi. Oltre a tale difficoltà sono necessari altri strumenti adeguati per poter inquadrare la questione dei corridoi umanitari nel quadro complesso del diritto internazionale. Stiamo agendo in situazione di emergenza e lo si vede dai morti in mare e dalla pressione dei <a href="http://www.unhcr.it/cms/view.php?dir_pk=18&amp;cms_pk=1517" target="_blank"><strong>campi profughi che si trovano sui confini dei paesi come la Siria o l’Egitto</strong></a>, ad esempio. Questi campi stanno registrando delle pressioni di rilevanti quantità di persone con oltre due milioni di profughi che permangono lì e sono situazioni che sicuramente tra poco esploderanno.<br />
Nella crisi economica che stiamo attraversando e con folle di persone nei campi profughi come si può costruire un approccio all’accoglienza? Occorre che il processo culturale si inverta e ci si confronti con quanto accadeva ai tempi della nostra origine. Come uno dei miti fondativi del mediterraneo è stato il viaggio di Ulisse, attraverso la lettura dell’Odissea sappiamo che Ulisse ha percorso questi spazi incrociando grandi difficoltà, ma mai trovando nei luoghi di approdo la richiesta di essere identificato prima rispetto ai gesti semplici dell’accoglienza. Oggi agiamo in modo inverso. Quindi il sistema dell’accoglienza deve essere invertito: non mi interessa che nome hai, mi interessa il tuo bisogno di accoglienza. Per molto tempo la nostra società è stata una società “accogliente”, quindi si richiede una riscoperta di quanto accadeva nel passato inserendo tale atteggiamento nell’approccio culturale, che parte dal presupposto che le nostre città sono città in movimento e si arricchiscono con l’arrivo dello straniero. E l’arrivo dello straniero, dell’altro è sicuramente il meccanismo attraverso il quale io scopro me stesso. E’ chiaro che l’arrivo dello straniero è accompagnato da un senso di paura, espressione di un timore naturale, che però va maneggiato nella forma adeguata e non rinforzato con le misure sicuritarie che invece mettiamo in atto e con la chiusura umana e culturale. L’Italia e i nostri territori locali dovrebbero dotarsi di un sistema di accoglienza  che investa le strutture degli enti territoriali a partire dai Comuni, ASL, Servizi sociali, Prefetture, Questure e così via. E’ quello che stiamo cercando di costruire anche noi qui a Brescia in modo che non si entri nelle cosiddette “emergenze costruite”. Il sistema che in Italia si chiama SPRAR, <a href="www.serviziocentrale.it " target="_blank"><strong>Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati</strong></a> permette di poter supportare l’inserimento dei rifugiato in modo diffuso in diversi comuni in tutta Italia. Fortunatamente questo governo ha pensato di allargare il sistema dai 5/8mila posti di quest’anno ai 16mila posti previsti nel 2014 e questo ci permette una risposta concreta alla richiesta di quella accoglienza decentrata che è il presupposto per un’accoglienza di qualità. Accoglienza decentrata vuol dire non persone nei centri CARA ma persone dislocate sui territori dei vari comuni italiani con più possibilità di trovare risposte alla loro richiesta di asilo, alla loro richiesta di salute, e anche alla loro possibili richieste di lavoro. Le risorse per lo SPRAR -trienno 2014-2016 sono state già inserite in apposito bando per le diverse agenzie che come l’<a href="www.lda-zavidovici.org " target="_blank"><strong>Associazione ADL a Zavidovici onlus</strong></a> si occupano di accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo.</p>
<p>Diciamo che se tutte le province d’Italia fossero in grado di mettere in campo un sistema di questo tipo i rifugiati potrebbero essere assorbiti nel tessuto sociale dei comuni di provincia. Per dar un&#8217; idea concreta di che cosa avviene, si considera che il mettere in piedi a Brescia un’accoglienza di questo tipo, significa, concretamente, attivare accordi con circa una ventina di comuni per circa cinque posti a comune. Il comune di Brescia ha trenta rifugiati dislocati qui. Trenta soggetti che possono essere assorbiti in modo naturale considerando che Brescia ha circa duecentomila  residenti. Con l’arrivo di queste persone, l’accoglienza assume un duplice aspetto: occorre rispondere ai bisogni primari della persona e contemporaneamente è necessario evitare di inserirli in meccanismi di mero assistenzialismo. Quindi le persone chiedono di essere ascoltate, di essere comprese e soprattutto vanno rinforzate nella loro potenzialità di ricoprire il ruolo di grandi narratori di come stanno andando i paesi più lontani. Noi qui abbiamo la percezione di cosa accada realmente sul confine pakistano, di che cosa accada in Afghanistan, di che cosa è successo in Mali, in Somalia o in Eritrea. Non ci spostiamo, ma siamo investiti dalle storie dei rifugiati e dei migranti che arrivano fino a noi. E molte volte questi uomini e donne sono in grado di denunciare i regimi di appartenenza, per cui sono anche persone che non vanno spente nella loro potenzialità di essere soggetti politici. I progetti SPRAR sono progetti a termine proprio perché non dovrebbero essere assistenzialistici. Molte volte i percorsi individuali supportati dallo SPRAR si concludono bene, altre volte si arriva ad una fine problematica perché magari la persona avrebbe bisogno di maggiore tempo, o perché ha maturato aspettative più alte e quindi in alcuni casi entrano in campo dei meccanismi vendicativi, che per carità dal loro punto di vista non è del tutto sbagliato. Per cui alcune volte vorrebbero avere da questi progetti il massimo guadagno.<br />
Lo SPRAR è in Italia, ed è simile al sistema di ogni paese europeo che riceve il supporto finanziato dal relativo ministero degli interni. Poi ci sono i finanziamenti europei (FEI <a href="http://www.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/temi/immigrazione/Fondo_Europeo_per_lxIntegrazione_di_cittadini_di_Paesi_Terzi.html"><strong>Fondo Europeo per l&#8217;integrazione</strong></a>, FER <a href="http://www.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/temi/asilo/sottotema010.html"><strong>Fondo Europeo Rifugiati</strong></a>) di supporto ai processi di migrazione.<br />
Nell’ultimo <a href="http://www.serviziocentrale.it/file/server/file/SPRAR-rapporto%202012defmg.pdf"><strong>rapporto SPRAR 2011-2012</strong></a>  si possono leggere i flussi migratori in Italia e in Europa per cifre e per destinazione finale. Lo SPRAR è un modello ben visto in Unione Europea perché comunque offre una serie di garanzie interessanti, pur riconoscendo la necessità di potenziamento, a fronte anche delle masse dei richiedenti. E’ inutile organizzare un sistema di accoglienza di cinquemila posti, sapendo che i richiedenti asilo sono trentaquattromila e quelli che vengono/ottengono lo status sono circa ventimila a seconda degli anni. E’ un sistema sottodimensionato che non risponde agli obblighi di nazione europea. Ecco, dare accoglienza ai richiedenti asilo è un obbligo non solo della Convenzione di Ginevra ma anche della nostra Costituzione all’art.10 in cui si recita che lo Stato Italiano offre asilo a chi ne fa richiesta.<br />
Altro aspetto da trattare è il <a href="http://viedifuga.org/?p=8834 " target="_blank"><strong>regolamento Dublino III </strong></a> che dice in sintesi che è il paese di ingresso quello che deve dare risposta alla accoglienza. Quindi se tutti arrivano in Europa sbarcando in Italia è l’Italia che se ne deve far carico, nel caso in cui presentano la domanda d’asilo sul nostro territorio. Se tutti entrano in Germania è la Germania a farsi carico e così via. E’ un meccanismo discutibile, che blocca la possibilità dei rifugiati di avere accesso a sistemi di accoglienza di qualità. In definitiva se il rifugiato, dopo aver fatto domanda d’asilo in Italia, si sposta in altro stato europeo, interviene un dispositivo di competenza che molte volte rischia di risolversi solo dopo tempi lunghissimi. Inoltre, alcuni stati europei, pur riconoscendo la competenza nella gestione della domanda d’asilo all’Italia, fermano il rientro del rifugiato per il livello di accoglienza negativa presente nei centri come i <a href="http://www.meltingpot.org/L-Italia-non-rispetta-gli-standard-previsti-dalla-normativa.html#.UoPm9IJd7IU " target="_blank"><strong>CARA</strong> </a>. In questo senso anche il Regolamento di DublinoIII dovrebbe essere modificato nell’ottica di una maggiore flessibilità, certezza e velocità di risposta.</p>
<p><em><span style="color: #888888;">(intervista raccolta da Maria Luisa Venuta)</span></em><br />
<em><span style="color: #888888;">Agostino Zanotti è presidente di <a href="http://www.lda-zavidovici.org/">ADL a Zavidovici onlus </a>di Brescia.</span></em><br />
<em><span style="color: #888888;"> L&#8217;Associazione &#8220;Ambasciata della democrazia locale a Zavidovici&#8221;, onlus  nata nel 1996, oggi è configurabile come associazione di secondo livello, cioè come una struttura che vede al suo interno la collaborazione tra gruppi del volontariato e della società civile, ong, enti locali italiani ed europei ed organizzazioni internazionali.</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per approfondimenti on line:</p>
<p><a href="http://www.serviziocentrale.it/?Documenti&amp;i=7">Sistema Centrale deri richiedenti asilo e rifugiati SPRAR</a></p>
<p><a href="http://www.cartografareilpresente.org/article417.html">Frontiere, migranti e rifugiati </a>Traduzione di Giulio Frigieri, Marianna Pino e Marion Lecoquierre</p>
<p>Su un tema correlato: Luke Mogelson, &#8220;<a href="http://www.nytimes.com/2013/11/17/magazine/the-impossible-refugee-boat-lift-to-christmas-island.html?hp&amp;smid=pl-share&amp;_r=0&amp;smid=pl-share" target="_blank">The Dream Boat</a>&#8220;, in <em>The New York Times Magazine</em>, 15 novembre 2013</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Quel che resta. Sparire in Irpinia a novembre.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/29/quel-che-resta-sparire-in-irpinia-a-novembre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 08:00:32 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/riccardopensa/sets/72157625690101792/show/"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-37627" title="quel che resta" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/avellino02-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/avellino02-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/avellino02.jpg 850w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em><span style="color: #000000;">Per accedere al reportage fotografico di Riccardo Pensa sull&#8217;Irpinia, clicca sull&#8217;immagine o direttamente <a href="http://www.flickr.com/photos/riccardopensa/sets/72157625690101792/show/">qui</a></span></em></p>
<p>di <strong>Riccardo Pensa</strong></p>
<p>A ottobre 2010, a poco più di un mese dal trentennale del terremoto in Irpinia, credevo davvero di avere in mano gli elementi giusti per una mia inchiesta originale sull’argomento. Ero stato in Irpinia solo due volte, e per visite lampo di lavoro, durante le quali non avevo avuto il tempo sufficiente, né il modo di cogliere le suggestioni che quei luoghi potevano offrire e che pur mi interessavano. Tuttavia, con vera sorpresa, mi era parso che proprio i luoghi, con la complicità di alcune circostanze, in quella scarsità di tempo e attenzione, non avessero indugiato a sollecitarmi, per offrirmi una chiave di accesso parziale ma sicura alla loro essenza, una rivelazione tutta mia, pagata per niente cara.</p>
<p>Ora non dubito che tale trama si sia svolta, ma credo di riconoscere dov’è che ho sbagliato a interpretarne i segni e il tranello che celava.</p>
<p><span id="more-37626"></span></p>
<p>La prima volta in Irpinia è d’agosto. Visita ad un amico di Grottaminarda per preparare l’organizzazione di un seminario sui rifiuti. Ripartito per la Basilicata mi fermo a pranzo a Calitri e lì, sotto un sole cocente, il primo segnale. Dal bar finisco per addentrarmi, in cima al paese, per il borgo antico, del quale registro di colpo, sbigottito, lo stato di abbandono in cui versa. A parte poche case ristrutturate e forse abitate, il resto del quartiere sembra fermo al terremoto dell’80. Un fossile indifferente alla vegetazione che lo avvolge: la vita tornata allo stadio vegetale. Non incontro nessuno per i vicoli stretti che percorro, nemmeno un gatto, e la musica di una radio proveniente da qualche appartamento non fa che perfezionare il senso di irrealtà che pervade quel posto. Tornato a casa, giro le foto scattate all’amico di Grotta, e con le stesse commento su L’espresso-online un articolo di Fabrizio Gatti, che secondo una coincidenza che mi pare formidabile, denuncia proprio in quei giorni l’abbandono dei borghi intorno a L’Aquila.</p>
<p>Sono quindi di nuovo a Grottaminarda ai primi di ottobre, per il seminario. A Grotta il terremoto non si vede davvero e, ad ogni modo, io sono più interessato a visitare le vicine discariche di Difesa Grande e Savignano. Una mattina però mi alzo presto, e decido di fare un giro da solo per il paese, prima che cominci il lavoro. Cammino fino in cima al castello d’Aquino, poi, invece di ridiscendere subito, come avevo fatto le altre volte accompagnato dall’amico, svolto l’angolo, ed ecco un posto che non avevo visto: il quartiere Fratta. Pochi passi lungo un viottolo che scende dissestato e di nuovo, come a Calitri, sempre più marcati i segni dell’abbandono. Mi ritrovo a girare in una terra di nessuno, un luogo rimosso dal resto della vita, che pure scorre regolare e caotica a pochi isolati di distanza. Non ho con me la macchina fotografica e non porto prove che non servono all’amico grottese, ma una domanda: “Perché non mi avevi detto niente?” “Perché è una ferita aperta.”</p>
<p>“Ferite aperte” doveva intitolarsi questo reportage, avrebbe raccontato dei borghi e dei luoghi abbandonati dell’Irpinia e sarebbe stata la mia inchiesta.</p>
<p>Pianifico di tornare in Irpinia proprio per la settimana del 23 novembre, la data del terremoto. Nel frattempo mi dedico a qualche lettura propedeutica al lavoro che voglio svolgere. Trovo particolarmente interessanti le analisi di Angelo Verderosa sulla ricostruzione. Prendo gli appunti che mi interessano su di una mappa, immaginando già gli spostamenti. Lo stesso faccio leggendo <em>Viaggio nel cratere</em> di Franco Arminio, ma a questo punto qualcosa nel mio piano comincia a incrinarsi. Mentre seleziono col bisturi gli acccenni alle rovine dell’Irpinia (Conza della Campania, p. 24; Senerchia, p. 51; Melito, p. 68; Montecalvo, p.79), tutte le altre parole di Arminio mi restano addosso, e mi inquietano. Del passaggio a Senerchia segno la frase “Entro nelle rovine del paese vecchio come si entra in una cattedrale, le case sono intere o appena diroccate” e mi ritrovo a dover fare i conti con questa:</p>
<p>Non sono e non sarò mai un turista, uno che esce per svagarsi. Sto qui per soffrire in un modo diverso da quello che mi accade nella ceralacca del mio paese. E quasi mi dispiace quando ci sono giorni come questi in cui pure la sofferenza è difettosa. Devo tornare a Senerchia quando non c’è nessuno da ascoltare e quando non devo scrivere niente di quello che ho visto. Devo tornarci con una donna che cammina in punta di piedi e si allontana tra le case, cerca quelle più in alto e lì si va a posare come un’aquila e mi aspetta.</p>
<p>Così la mia terza visita in Irpinia sarà un’idea che porto avanti affiché si sgretoli del tutto, affinché non ne debba più scrivere, per vedere cosa mi resterà fra le mani in sua assenza.</p>
<p>Quando parto, il 21 novembre, è una giornata grigia, di pioggia spesso molto intensa, che nella velocità autostradale concede alla vista l’orizzonte minimo per proseguire. Arrivo nel tardo pomeriggio a Lioni. Alla pioggia si sono aggiunti il buio e il vento, e per strada perdo la lente a contatto dell’occhio sinistro, unico rimedio al mio cheratocono avanzato. Ci passano sopra le auto e io mi rassegno ad una mezza cecità che già presentivo. Nella sala del consiglio comunale assisto a un dibattito sul terremoto. Riesco a percepire soprattutto una sensazione forte di inverno in Irpinia. Non ne seguirò altri di questi appuntamenti. Sono qui più per la stagione che per la ricorrenza. Per dormire sono ospite a Caposele. Solo nella stanzetta della Pubblica Assistenza, dove tornerò tutte le sere per i giorni successivi, sento il santuario di Materdomini che incombe sopra di me, e tutta l’Irpinia là fuori che trama senza volontà, e il mio progetto abbandonarsi dolcemente al sonno.</p>
<p>Nei giorni seguenti la pioggia non mi abbandona mai. Il tempo però è anche incerto, e ogni tanto, per poco, concede il sole. L’occhio destro fa il suo dovere, mentre il sinistro rende la vista d’insieme ovattata oltre l’effetto della foschia, e lo chiudo quando mi serve un po’ di nitidezza. Esco la mattina presto, per tornare alla base prima del buio. Non sempre ci riesco. Mi lascio guidare dal navigatore preso in prestito da mio fratello, che però, per portarmi alla meta, mi fa sperdere per stradine occupate da frane, cani, volpi, mucche. Tutto procede per dissipazione, ma il disagio iniziale svanisce man mano che capisco e accetto questa condizione. È un gioco che prende forma, quello di una doppia sparizione: la mia e quella dell’Irpinia. L’essenza promessa forse sta nell’assenza. Di ogni determinazione, come aveva sentito Carlo Levi. Con questo spirito affronto il patto di concentrare l’obiettivo sui borghi abbandonati e le rovine. Non più un’inchiesta ma una <em>derive</em>. Per Baudrillard “viviamo perlopiù secondo gli schemi della volontà e della rappresentazione, ma il nocciolo della storia è altrove.” Nella sua idea, “la fotografia rende conto dello stato del mondo in nostra assenza”, e questi luoghi d’Irpinia rendono più facile assecondare la sua intuizione.</p>
<p><span style="color: #888888;"><br />
<a href="http://www.flickr.com/photos/riccardopensa/sets/72157625690101792/show/"></a></span></p>
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		<title>Il popolo della gru. Cronaca di un’azione politica.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 08:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Gherardo Bortolotti, Andrea Inglese e Maria Luisa Venuta [Una prima versione di questo testo è apparsa su www.alfabeta2.it] 2009: viene approvata la cosiddetta Sanatoria per colf e badanti. La Sanatoria è da subito “abusata”, come ampiamente previsto, dai lavoratori non regolari di cantieri, fabbriche, etc. per uscire dalla clandestinità e dal lavoro nero. Oltre a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gherardo Bortolotti</strong><strong>, </strong><strong>Andrea Inglese</strong> e <strong>Maria Luisa Venuta</strong></p>
<p><em>[Una prima versione di questo testo è apparsa su <a href="http://www.alfabeta2.it">www.alfabeta2.it</a>]</em></p>
<p>2009: viene approvata la cosiddetta Sanatoria per colf e badanti. La Sanatoria è da subito “abusata”, come ampiamente previsto, dai lavoratori non regolari di cantieri, fabbriche, etc. per uscire dalla clandestinità e dal lavoro nero. Oltre a dover pagare diverse centinaia o migliaia di euro tra bolli e contributi, spesso i migranti devono accedere a un mercato nero di finti datori di lavoro pronti, dietro pagamento, a presentare con loro la domanda di sanatoria. In tutto questo interviene anche una circolare del marzo 2010, detto Circolare Manganelli, che esclude dalla sanatoria i clandestini che hanno ricevuto un decreto di espulsione. La circolare dà luogo a diversi assurdi giuridici che vengono risolti in modo diverso a seconda dei contesti.</p>
<p><em>L’occidente è dunque questo luogo senza popolo? Il popolo sono sempre gli altri. Noi siamo individui spopolati. Spettatori, ma per nulla passivi. Assoldati dalle mille astuzie tecnologiche, per allestire come meglio ci riesce il nostro quotidiano spettacolo: ciò che del reale riusciamo a far filtrare fino a noi in dosi piacevoli, narcotizzando il resto, il disastro. </em><span id="more-37422"></span></p>
<p>Settembre-ottobre 2010: presidio di migranti di fronte all’ufficio unico della Prefettura di Brescia in via Lupi di Toscana, luogo con scarsa visibilità a ridosso del centro cittadino, per protestare contro il congelamento delle proprie domande di regolarizzazione presentate in occasione della Sanatoria 2009. Il presidio nasce dopo ricorsi al TAR sfavorevoli ai migranti e due sentenze del Consiglio di Stato, la prima sfavorevole e la seconda favorevole. I migranti si appoggiano all’Associazione “Diritti per tutti”, nata all’indomani delle mobilitazioni dei migranti, bresciane e poi nazionali, del 2000, e legata all’area della sinistra radicale bresciana. Coinvolge, oltre agli italiani, egiziani, marocchini, senegalesi, indiani e pakistani.</p>
<p><em>Lavoratori già invisibili sui luoghi di lavoro (senza contratto), si devono rendere invisibili anche dopo il lavoro (segregati in casa per non rischiare fermi ed espulsioni).</em></p>
<p>Fino all’11/10 il presidio è autorizzato, poi il Comune (dopo dichiarazioni del vice-sindaco leghista Fabio Rolfi sul fatto che la “ricreazione è finita”) toglie l’autorizzazione. Il presidio comunque procede, anche con manifestazioni in centro.</p>
<p><em>La rivendicazione dei diritti di cittadinanza è considerata una ricreazione, un momento di sfogo puerile, prima di tornare al silenzioso e ubbidiente lavoro nei cantieri. </em></p>
<p>30/10: ennesima manifestazione dei migranti. Il giovedì precedente viene vietata dalla Questura, per presunta interferenza con la concorrente festa degli Alpini ma la manifestazione si svolge lo stesso. Nel corso della stessa, un gruppo di migranti sale sulla gru nel cantiere della metropolitana di Piazza Cesare Battisti (allo sbocco nord del centro cittadino, in corrispondenza con il Carmine, quartiere popolare del centro, già povero e malfamato ora anche ad altissimo tasso di presenza straniera) per un’azione dimostrativa: appendere uno striscione che recita “Sanatoria”. C’è una breve carica dei Carabinieri. Nel frattempo il Comune approfitta dell’assenza dal presidio dei migranti per abbatterlo con le ruspe. Ne seguono alcuni momenti di tensione. I migranti sulla gru decidono di occuparla e chiedono un incontro con il Ministro degli Interni. Fuori dal cantiere si forma un altro presidio che si appoggia anche sulle stanze dell’adiacente parrocchia di San Faustino, messe a disposizione dal parroco Don Nolli. Il presidio vede la presenza di alcune decine di persone, tra migranti e italiani, e la solidarietà dei negozi e ristoranti stranieri del quartiere.</p>
<p><em>“Un popolo è ciò che si mostra per sfuggire all’invisibilità o all’assenza di potere sul proprio destino sociale. Il «Popolo» è la risposta, attraverso i fatti – attraverso il popolo – all’assenza di esistenza nella vita collettiva. Il popolo sarebbe ciò che si mostra e esercita un potere (quello di prendere la strada, lo spazio pubblico, di saccheggiare, di distruggere o costruire altrimenti) quando non si diano altre possibilità.”</em><strong>(1)</strong></p>
<p>01/11: la Curia fa uscire un comunicato. Mario Toffari, direttore dell’Ufficio per la pastorale dei migranti, chiede maggiore attenzione istituzionale sulla questione della sanatoria. La Curia è contraria all’occupazione della gru però ribadisce la “necessità di luoghi istituzionali di ascolto reale anche dei diritti e delle proteste dei migranti”.</p>
<p>02/11: Tavolo di confronto convocato dal Prefetto (presenti Comune e Provincia di Brescia, le forze dell’ordine, CGIL, CISL, Ufficio per la pastorale dei migranti) in cui viene proposto un presidio in luogo pubblico (da stabilirsi) e gestito dalla Curia. Viene inoltre proposto un tavolo permanente in Prefettura per discutere la situazione dei migranti. La disponibilità data dalla diocesi e dall’amministrazione è però legata sempre alla previa discesa dalla gru.</p>
<p><em>Il popolo della gru non ha rappresentanti. È, in Italia, un popolo capace d’azione politica, ma fuori da ogni rappresentanza. I mediatori accreditati (Curia, sindacati, PD) arrivano tutti troppo tardi, quando l’azione c’è già stata, e si propongono subito di revocarla, sostituendo ad essa un interessamento di circostanza. Sono stati coinvolti loro malgrado dal popolo della gru e devono ora distinguersi in qualche modo dalla polizia che sgombera, dal prefetto che ordina lo sgombero, dal sindaco che non fornisce risposte.</em></p>
<p>Nelle parole della prefetta Livia Narcisa Brassesco Pace l’offerta rivolta ai migranti è quella di “un presidio temporaneo gestito dall’Ufficio diocesano per la pastorale dei migranti, in collaborazioni con Cgil e Cisl per 15 giorni”. Inoltre “la Prefettura si impegna a creare un tavolo istituzionale sul tema della regolarizzazione e delle difficoltà riscontrate da chi si è visto la domanda respinta”. Il sindaco Adriano Paroli (PdL) dichiara che la proposta deve essere accettata subito e che non ci sarebbe stata più disponibilità a farne altre.</p>
<p>Nella stessa giornata, il PD bresciano prende ufficialmente posizione invitando i migranti a scendere dalla gru, critica la decisione di procedere alla manifestazione vietata del 30/10 ma ribadisce che il cuore del problema rimane nella legge che istituisce la cosiddetta Sanatoria truffa e nella successiva Circolare Manganelli.</p>
<p>I migranti rifiutano la proposta dicendo che scenderanno solo se ci sarà il permesso di soggiorno per tutti quelli che hanno partecipato all’occupazione, sopra e sotto. A seguito di questo rifiuto don Toffari dichiara che i migranti sembrano eterodiretti. La tesi che l’Associazione Diritti per tutti sia l’eminenza grigia dell’azione dei migranti è sostenuta più o meno apertamente anche da altri, tra cui la Lega e il sindaco, già dal 30/10.</p>
<p><em>Che il popolo agisca senza rappresentanti, questo non può essere compreso dai mediatori e dalle istituzioni, che immaginano allora dei rappresentanti “occulti”. Non solo la soggettività politica è negata, ma neppure può essere immaginata.</em></p>
<p>03/11: la Lega dichiara che indirà una manifestazione contro l’occupazione. La manifestazione poi non si farà.</p>
<p>04/11: I partecipanti al presidio rilasciano dichiarazioni rispetto al loro rifiuto del 02/11. Il presidio proposto sarebbe stato a tempo (15 giorni dopo una protesta che dura da più di un mese) e in un quartiere periferico a scarsissima visibilità. Al tavolo di discussione proposto presso la Prefettura non sarebbero stati presenti i rappresentanti dei migranti ma Curia, CGIL e CISL. Inoltre, in buona sostanza, non c’è più fiducia nei confronti del Comune e le richieste degli occupanti (permessi e incontro con il ministro Maroni) non sono state minimamente prese in considerazione.</p>
<p>06/11: manifestazione a sostegno dei migranti sulla gru. Circa 10.000 persone da tutta Italia. Tantissimi migranti. Il corteo riempie le strade bresciane per 4 ore e vi partecipa, tra le tante realtà, anche la RSU della INNSE Presse, la fabbrica milanese in cui nell’agosto 2009 si è inaugurata la pratica dell’occupazione dei tetti. Lo striscione della INNSE viene poi donato agli occupanti e caricato sulla gru. Lo stesso giorno, a Milano, un gruppo di migranti occupa la torre di una vecchia fabbrica dismessa.</p>
<p>Nel corso della manifestazione un giornalista di Crash (trasmissione RAI sui temi dell’immigrazione) sale sulla gru e passa la notte con gli occupanti, scendendo il giorno dopo tra lo stupore delle forze dell’ordine. Il giornalista ricava un reportage mandato in onda sulla televisione pubblica e visibile qui: http://www.unmondoacolori.rai.it/sito/scheda_puntata.asp?progid=1427</p>
<p><em>“L’attività politica (…) introduce sulla scena di ciò che è comune degli oggetti e dei soggetti nuovi. Essa rende visibile ciò che era invisibile, essa rende udibili come esseri parlanti ciò che si percepiva come animali rumorosi.”</em><strong>(2)</strong><strong> </strong><em>Il tema che i media e le istituzioni hanno rimosso, riappare nello spazio pubblico assieme al popolo che ne dà ora una formulazione politica: questa legge assurda, ipocrita, ingiusta!</em></p>
<p>08/11: intervento massiccio della forze dell’ordine intorno alle 6 del mattino, coordinate direttamente dal Ministero degli Interni. Ufficialmente il tentativo è quello di mettere in sicurezza gli occupanti, installando delle reti sotto la gru, ma, nei fatti, viene sgomberato il presidio ai piedi della gru e vengono operati fermi anche nelle stanze della parrocchia. Cariche e fermi per strada, anche ai danni di semplici curiosi, oltre che di redattori della radio antagonista Radio Onda d’Urto e di membri dell’associazione Diritti per tutti. I migranti fermati, nei giorni successivi, saranno molto rapidamente spostati nei CIE e, negli ultimissimi giorni dell’occupazione, quando si cerca di concludere la trattativa per far scendere i migranti dalla gru, espulsi.</p>
<p>I migranti sulla gru minacciano di buttarsi nel vuoto. La zona attorno al cantiere viene completamente bloccata e occupata dalle forze dell’ordine. Già dalla mattina si riforma il presidio con centinaia di persone. Si presentano al presidio sia esponenti del PD che della CGIL che della Curia. Il presidio rimane fino a sera inoltrata sotto la minaccia delle cariche, fino a quando si raggiunge una specie di accordo.</p>
<p>Tuttavia, sia la Prefettura che il Comune chiudono ogni possibile altra trattativa. I sindacati cercano di riaprire un tavolo istituzionale ma viene loro negato dalla prefetta.</p>
<p><em>Qui nessuno teorizza la violenza contro lo stato o contro i simboli del sistema capitalistico. La violenza politica residuale, ineliminabile, è ormai quella che i manifestanti rivolgono contro se stessi. Disoccupati che minacciano di lanciarsi dal balcone o di darsi fuoco. Operai che minacciano di gettarsi dalle gru. È una disperazione che trova un ordine simbolico entro cui esprimersi: il suicidio non sarà privato, e fuori dai costi della politica governativa. Dovrete conteggiarlo assieme ai benefici delle vostre leggi.</em></p>
<p>La questione inizia a prendere una dimensione nazionale. Camusso di CGIL chiede un incontro con Maroni e, il 10/11, i deputati PD bresciani fanno un’interrogazione in Commissione Affari Costituzionali. L’11/11 c’è la diretta con Annozero, che oltre a denunciare l’utilizzo arbitrario della forza nell’operazione del lunedì, porta in prima serata i caso dei migranti.</p>
<p><em>Trasformati di nuovo in spettatori. Ma alcuni di noi, nostri amici, sono lì a Brescia, nei presidi, nella manifestazioni, abitano nei pressi della gru. Un filo di realtà, non depotenziato, ci lega a loro, e da loro al popolo della gru. Come spettatore sono scandalizzato, gli amici di Brescia oramai sono solo esausti (“A parte la sensazione pratica di esser di colpo considerata illegale, con possibilità di esser fermata, la tensione emotiva fortissima, e di essere quasi in guerra, ho ferma nella mente l’immagine dei 2 migranti che si infilano la testa in due cappi che hanno appeso al braccio della gru” Maria Luisa).</em></p>
<p><em>D’un tratto la storia del nostro paese è più ricca: deve fare spazio a uno strano, inedito, gruppo di insorti: Arun, 24 anni pakistano, Rashid, 35 anni marocchino, Sajad, 27 anni pakistano, Papa, 20 anni senegalese. (Quanto pesano queste biografie? Quanta memoria e conoscenza del mondo custodiscono? Quanto valgono gli anni di un senegalese ventenne, che dopo aver abbandonato paese, lingua e famiglia, per lavorare clandestinamente in Italia, sale su una gru di 35  metri, dovendo ricordare agli italiani che è anche lui una persona?)</em></p>
<p>Nei giorni successivi si avvicendano le persone al presidio, con un deciso allargamento della base delle persone interessate alla vicenda. Viene fatta anche una lezione per strada da parte di alcuni docenti della Facoltà di Giurisprudenza cittadina. Da parte dell’amministrazione e della Prefettura c’è una chiusura totale. La tesi è: scendano e poi vedremo se è possibile trattare o meno. Sotto la gru, sembra che inizi un via vai più o meno chiaro di mediatori e rappresentanti delle comunità straniere. Si cerca di convincere i migranti uno per uno a scendere. Si ottengono due discese nei giorni dell’11 e del 12 novembre.</p>
<p><em>Un popolo forse non si misura in termini quantitativi, ma nella sua possibilità di “popolare”, ossia di prolungarsi, di radunare e richiamare intorno a sé altre sue componenti, ossia dei soggetti in grado di prendersi responsabilità nello spazio pubblico, al di fuori della cura domestica e familiare. </em></p>
<p>Intanto, tra presidio e forze dell’ordine c’è una continua contrattazione per fare arrivare cibo e coperte agli occupanti, tra dichiarazioni più o meno d’effetto del Comune e della Lega, di prendere per fame gli occupanti. Questi ultimi non si fidano più di Toffari, rappresentante della Curia, e chiedono di avere come interlocutori solo il presidio e Diritti per tutti con i rappresentanti delle diverse comunità che vi gravitano attorno.</p>
<p>13/11: una manifestazione antifascista, indetta per contrastare una manifestazione di Forza Nuova poi non tenutasi, raggiunge con circa duemila persone la gru. Alcuni attivisti venuti da altre città lombarde, dopo uno svolgimento estremamente pacifico del corteo, provoca la forze dell’ordine sotto la gru che iniziano una serie di cariche molto aspre, con inseguimento nei vicoli e fermi. L’intervento dei militanti bresciani isola i manifestanti più facinorosi. Il presidio si riforma nel giro di poche ore, di nuovo con numeri abbastanza significativi.</p>
<p>14/11: nel corso del pomeriggio, i migranti sulla gru iniziano ad urlare perché sono affamati. Le forze dell’ordine non fanno passare il cibo che arriva dal presidio e gli occupanti non si fidano di quello della Caritas offerto da Toffari. Nella giornata c’è anche una dichiarazione del Vescovo che difende l’operato di Toffari ma dichiara che il rispetto della persona umana viene prima di ogni interesse di parte e di ogni strategia politica. La sera, dopo una giornata di estrema tensione tra presidio e forze dell’ordine, si arrivano ad un accordo e, dopo due giorni, gli occupanti ricevono il cibo.</p>
<p>15/11: la mattina arriva la notizia di un nuova trattativa tra Curia, CGIL e CISL, da una parte, e Prefettura e Amministrazione dall’altra. Nel corso della giornata la cosa prende forma e la sera, intorno alle 9, gli occupanti scendono dalla gru sotto una pioggia scrosciante e tra gli applausi di centinaia di persone raccolte in due piazze, immediatamente a nord e a sud della gru. Dopo un passaggio in questura, vengono rilasciati.</p>
<p>L’accordo prevede piena e fidata tutela legale agli occupanti che scendono, la creazione di un presidio, la creazione di un tavolo presso la Prefettura. Nelle stesse ore vengono espulsi i migranti fermati l’8/11 e, a Milano, nel tragitto tra il Consolato egiziano e la Prefettura, due attivisti di Diritti per tutti vengono fermati. Uno di essi, straniero, viene espulso nel giro di qualche giorno. Tutte queste espulsioni avvengono nonostante i soggetti avessero in corso la richiesta di permesso.</p>
<p>16/11: la Prefettura e la Questura dichiarano che la proposta della Curia, CGIL e CISL non è mai stata avallata. Il sindaco Adriano Paroli e il vice-sindaco Fabio Rolfi rimandano la decisione sul presidio al Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico, il 3/12, a cui però non partecipano né la Curia, né i sindacati né i migranti. Il sindaco comunque ha ammesso che “sono emersi problemi sull’interpretazione della legge”.</p>
<p><em>L’azione politica non è a somma zero. Essa ha mostrato l’oscenità del quadro legale, la sua incoerenza rispetto ai valori elementari della democrazia, e con una chiarezza fino a quel momento mai raggiunta dai professionisti dell’informazione nazionale. Nessuno poteva dirlo meglio di loro, passati dalla condizione di vittime genericamente compiante a quella di acrobati coraggiosi e ben individuati della disubbidienza civile.</em></p>
<p>17/11: CGIL, CISL e Curia chiedono un’incontro con la prefetta e ribadiscono la loro intenzione che l’accordo venga attuato.</p>
<p>18/11: riprende un presidio non autorizzato in via San Faustino, con la presenza non massiccia ma comunque visibile di forze dell’ordine. Nel frattempo vengono fermati diversi migranti e il quartiere del Carmine continua a vedere una forte presenza di polizia. Sul piano politico, si sollevano polemiche sui danni dovuti all’occupazione (che vengono attribuiti, dalla Giunta, a Diritti per tutti ) e sulla gestione datane dalla Giunta (che, nel frattempo, per una questione legata all’uso delle carte di credito del Comune, viene quasi in blocco indagata per peculato).</p>
<p>22/11: si riunisce il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, seguito da un incontro della prefetta con CGIL, CISL e il Centro migranti della Curia di Brescia. La Prefettura dichiara la propria disponibilità all’apertura di un tavolo di confronto nel quale confluiranno le comunità immigrate, i rappresentanti di associazioni di categoria e di industriali (CDC, CNA, AIB, CDO), dei sindacati (CGIL, CISL, UIL e UGL), del Comune e della Provincia. Non vengono date indicazioni in merito al ripristino del presidio di protesta.</p>
<p>24/11: La questura nega il proprio assenso alla richiesta di alcuni cittadini italiani, che chiedevano che venisse autorizzato il presidio di protesta ancora in corso in via San Faustino. Lo stesso giorno viene fissato al 9/12 il Consiglio territoriale sull’immigrazione, ovvero il tavolo di confronto indicato dalla Prefettura il 22/11.</p>
<p>28/11: Padre Zanotelli incontra gli occupanti della gru al presidio non autorizzato di via San Faustino.</p>
<p>02/12: dopo la riunione del Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, viene approvato dalla Prefettura un presidio itinerante, proposto alcuni giorni prima da Mario Toffari dell’Ufficio per la pastorale dei migranti oltre che da CGIL e CISL. Due volte a settimana, per tre ore, italiani e stranieri potranno manifestare il proprio dissenso in luoghi diversi della città ancora da definirsi.</p>
<p>Nel frattempo, viene fissata dai migranti, da Diritti per tutti e da altre realtà, una manifestazione per l’11/12.</p>
<p>°</p>
<p><em>Note</em></p>
<p>(1)Da una lettera di Jean-Paul Curnier in Nathalie Quintane, <em>Tomates</em>, P.O.L., 2010.</p>
<p>(2) Jacques Rancière, <em>Politique de la littérature</em>, Galilée, 2007.</p>
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		<title>Siamo qui, siamo qui!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 01:00:18 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/P1000451.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-37136 alignnone" title="La gru" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/P1000451-225x300.jpg" alt="" width="158" height="210" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/P1000451-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/P1000451-768x1024.jpg 768w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" /></a></p>
<p>di <strong>Maria Luisa Venuta</strong></p>
<p>Da domenica scorsa mi sveglio al mattino con il suono di una <em>vuvuzela</em> che dalla gru nel cantiere che si trova dietro casa dà un segnale alla città. Dice che i ragazzi che sono sulla gru sono ancora lì, che hanno trascorso la notte e che stanno per iniziare una lunga giornata. Un’altra giornata lassù a 35 metri di altezza.<br />
La gente che passa al mattino andando verso gli uffici verso le scuole, le università passa sotto la gru e con il naso in su guarda se sono ancora lì. Loro escono dalla cabina del manovratore, appendono uno striscione enorme con scritto “sanatoria” e poi parlano con il gruppo che accanto al cantiere si da il cambio a presidiare, a non lasciarli soli né di giorno né di notte. La gru non è più una L capovolta nel cielo che sovrasta l’entrata a nord nel centro storico di Brescia, è diventata un enorme punto di domanda.</p>
<p><span id="more-37135"></span>Non puoi evitarlo. Lo sguardo sale e scende. La mente va e viene. Il punto interrogativo è lì enorme sopra le piazze, i palazzi, le donne, gli uomini e i bimbi che transitano, che vivono normalmente, secondo un copione che ci si è costruiti e che si segue costantemente, senza grosse sbavature. Le domande sorgono spontanee. Dal chiedersi semplicemente come facciano a vivere le quotidianità fisiche, come stiano tutto il giorno e la notte  in quella cabina sospesa nel vuoto. Ci si chiede come abbiano fatto a resistere durante i tre giorni di pioggia e vento che hanno fatto ruotare continuamente il braccio della gru, mentre il Nord Italia andava sott’acqua e loro non mollavano con una forza inaspettata. Ci si chiede che cosa accadrà, quanto durerà. Poi si guarda in alto. Da là sopra forse la visione del sistema cambia. Le logiche diventano diverse. Il gioco della sopravvivenza riappare nella sua crudezza.</p>
<p>La forza che arriva dalla cabina della gru non è quella di cinque o sei disperati, che presi dalla rabbia e dal desiderio di provocazione, salgono sulla gru e da qui non scendono. No.  Dopo cinque giorni, di cui tre passati nella tempesta di pioggia e vento, direi che non è quella la leva che spinge loro e che scuote chi sta con i piedi sull’asfalto e con il naso all’insù. La forza che arriva da là sopra è più profonda: parla di fiducia nel sistema, di dignità umana, di desiderio di lavorare con gli stessi diritti e doveri di chi è nato qui. Tutti elementi che in una democrazia sana sarebbero tutelati e che invece sono stati via via calpestati. Elementi che sabato scorso sono stati anche vilipesi in modo violento e maldestro quando, durante la manifestazione per i diritti dei migranti, il presidio permanente, che era stato montato da un mese in un’aiuola verde di fronte alla questura poco fuori dal centro, è stato divelto e sbriciolato con le ruspe su ordine del vicesindaco di Brescia. Un inganno sull’inganno. Questi uomini hanno pagato di tasca loro per accedere alle procedure della regolarizzazione, poi hanno versato i contributi INPS connessi ai contratti di lavoro indispensabili per ottenere i permessi di soggiorno. Chi ha sborsato già tremila euro, chi cinquemila in questi ultimi due anni di lunghe file in questura e di attese interminabili per arrivare ad avere i documenti in regola. Soldi che lo Stato si è intascato. Poi improvvisamente la circolare di quest’anno sull’impossibilità della cosiddetta sanatoria a regolarizzare chi era incappato in reato di clandestinità, perché sorpreso senza documenti negli anni scorsi. Da qui la totale incertezza del diritto, la confusione, la completa deresponsabilizzazione dei politici che hanno combinato il pasticcio, lasciando alla soggettiva decisione dei TAR locali la scelta sul comportamento da seguire. Restituire i soldi o concedere i permessi di soggiorno? A Brescia, come in altre città, è stato il caos e il vuoto decisionale.</p>
<p>Nel vuoto, il senso della truffa si è amplificata fino a stravolgere il senso del presente e del futuro individuali e delle comunità straniere. Questo penso con il naso all’insù guardando la gru e i suoi temporanei abitanti. Sembra un mondo sospeso in una bolla di vetro. I loro sguardi indagano che cosa sta avvenendo lì sotto. Ci si saluta, si parla e si riprendono trattative e pianificazioni di manifestazioni. Poi partono i megafoni in un dialogo tra basso e alto, tra il sopra e il sotto. La città è lì intorno. Un po’ silente, presa da se stessa, si svela anestetizzata da anni di televisione e di reality. Il mondo sospeso nella cabina sulla gru non rappresenta nulla di ambito, anzi è qualcosa che forse si vorrebbe nascondere o non vedere. I tamburi urbani inventati con le protezioni del cantiere diventano un tam tam che richiama l’attenzione dei passanti, il presidio si amplia di presenze, di canti e di slogan urlati, ritmati. “Basta truffa!” “Basta fregare!”“Basta truffa!” “Basta fregare!”</p>
<p>Le ore scorrono. I migranti offrono dolci, tè caldo, caffè zuccherato a tutti quelli che stanno lì anche se per qualche minuto. Parole, presenze che giorno dopo giorno ritrovano il senso del termine “solidarietà”. Elemento trascurato da chi governa la città perché non offre nulla se non se stesso, ma è il cardine della rete di connessione e di riconoscimenti che si sta tessendo lentamente  in questi giorni intorno alla gru. Qualcuno dice che una volta, nel giro di poche ore, si sarebbero riempite le piazze per protestare e scioperare di fronte allo smantellamento del presidio. Oggi non più. E sembra già un’operazione ben riuscita il mantenere vivo e forte il presidio giorno dopo giorno, notte dopo notte. Troppi anni di sfilacciamento delle relazioni sociali che non danno più spazio all’azione politica e collettiva diretta e l’incapacità di vedere. Chi rappresenta cosa?<br />
La piccola comunità sulla gru ci interroga su come sia stato possibile arrivare a questo punto. Ci chiede di interrogarci su chi in questo momento abbia meno da perdere. Loro in alto sospesi nel vuoto, ma talmente consapevoli tanto degli inganni di questo sistema, quanto della loro dignità umana da rischiare in prima persona per avere riconosciuti i propri diritti. O noi che stiamo lì sotto con il naso in su, ma persi tra le traiettorie quotidiane delle nostre esistenze, rassegnati alle angherie politiche, alla squallida gestione di lavori precari spesso sottopagati, rassegnati nell’accettare che si calpesti quello che rimane del sistema democratico italiano: la possibilità di esprimersi e manifestare le proprie opinioni in modo pacifico per difendere e tutelare i propri diritti come essere umani prima che come cittadini.</p>
<p>Per seguire via web che cosa sta avvenendo a Brescia:<a href="dirittipertutti.gnumerica.org/"> </a>http://dirittipertutti.gnumerica.org/</p>
<p><span style="color: #993366;"><strong>Per tutti l’invito è a partecipare alla manifestazione che si terrà a Brescia sabato 6 novembre<a href="http://dirittipertutti.gnumerica.org/files/2010/11/50415_159194094116656_1446073_n.jpg"> </a>con ritrovo alle ore 15 in piazza Loggia.</strong></span></p>
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		<title>La rivolta delle carriole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Luisa Venuta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 05:00:16 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="visibility: visible;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="356" height="250" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://widget-9c.slide.com/widgets/slideticker.swf" /><param name="quality" value="high" /><param name="scale" value="noscale" /><param name="salign" value="l" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="flashvars" value="cy=ms&amp;il=1&amp;channel=2449958197326393500&amp;site=widget-9c.slide.com" /><param name="src" value="http://widget-9c.slide.com/widgets/slideticker.swf" /></object></p>
<p style="white-space: nowrap;">
<p>di <strong>Riccardo Pensa</strong></p>
<p>Quando, da molto vicino, ho visto le transenne della zona rossa de L’Aquila aprirsi di botto, mosse dalla pressione della folla che si riversava nell’area interdetta, ho provato anche io, lucchese, un forte senso di riappropriazione.</p>
<p><span id="more-36155"></span>Era il 28 febbraio 2010, la prima manifestazione delle carriole, un’iniziativa spontanea, fisiologica, con la quale gli aquilani hanno voluto esprimere, in un senso molto materiale, la volontà di riprendere in mano il proprio destino. Da allora, infatti, il ritrovo domenicale in piazza Palazzo, a proseguire il lavoro di identificazione, selezione e riutilizzo delle macerie, è diventato un appuntamento fisso, un rito collettivo.</p>
<p>Per una popolazione colpita da un trauma forte e complesso come un terremoto, serve una terapia adeguata, una riabilitazione graduale capace di far leva su quanto di sano e vitale si è preservato, per valorizzarlo e rafforzarlo e iniziare così a recuperare tutto il resto. A L’Aquila, invece, l’innesto coatto delle 19 new town del piano Case e l’amputazione netta del centro storico, sorvegliato giorno e notte dalle camionette dell’esercito, hanno rappresentato tutt’altro genere di intervento, un’operazione che ha preferito dare per acquisita l’impotenza dei cittadini, senza considerare quanto tale ammissione contribuisse in realtà a procrastinare lo shock del dopo-terremoto.</p>
<p>Dall’entusiasmo, l’affetto e la cura con cui gli aquilani hanno messo mano alle proprie macerie è emerso il senso profondo dell’iniziativa delle carriole, quasi una rielaborazione del lutto per troppo tempo repressa, ed anche la verità di un’altra prospettiva, quella per cui si riesce davvero a uscire dalla crisi solo riattivando le proprie forze, per magari sviluppare, come avvenne in Friuli, un nuovo percorso di crescita.</p>
<p>A L’Aquila, dal sisma del 6 aprile, riecheggiano le parole di Silone che, ricordando il terremoto della Marsica, scriveva: “A quel tempo risale l’origine della convinzione popolare che, se l’umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo-terremoto o in un dopo-guerra.” Per questo, il futuro de L’Aquila riguarda, comunque, da molto vicino, anche chi aquilano non è.</p>
<p><span style="color: #888888;">Il testo è stato pubblicato sulla rivista VolontariatOggi, n. 1 Aprile 2010. Le foto complete sulla manifestazione de L&#8217;Aquila del 28 febbraio 2010 sono visibili <a href="http://www.flickr.com/photos/riccardopensa/sets/72157623560540576/">qui</a>.<br />
</span></p>
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