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	<title>Mariangela Gualtieri &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Del sentimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jul 2013 10:03:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Livio Borriello uno spettro si aggira fra i libri: il sentimento qual è il pericolo che incombe sul mondo secondo una certa categoria di letterati? pare che sia il sentimento. non cito toto cutugno, ma l’inumano nietzsche: i pensieri sono le ombre dei sentimenti: sempre più oscuri, più vani, più semplici di questi. in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure style="width: 231px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" " alt="" src="http://eklektx.com/wp-content/uploads/Ron-Birth.jpg" width="231" height="277" /><figcaption class="wp-caption-text">Ron Mueck &#8211; &#8216;Ron Birth&#8217;.</figcaption></figure>
<p>di <strong>Livio Borriello</strong></p>
<p>uno spettro si aggira fra i libri: il sentimento</p>
<p>qual è il pericolo che incombe sul mondo secondo una certa categoria di letterati? pare che sia il sentimento. non cito toto cutugno, ma l’inumano nietzsche: i pensieri sono le ombre dei sentimenti: sempre più oscuri, più vani, più semplici di questi.</p>
<p>in altre parole, il complesso processo di frattura, di dislocazione e contrazione temporale, di riarticolazione del linguaggio su un altro corpo non presente, e sui suoi multipli e stratificati meccanismi, che produce ad esempio il sentimento della nostalgia, è assai più ricco e interessante della sua concettualizzazione in un’analisi storica o psicanalitica, che consiste in poco più che una semplice registrazione e composizione secondo una regola meccanica (un po’ nel modo in cui una melodia è più complessa, e ricca di informazione e di scarto inventivo di un virtuosismo strumentale).</p>
<p>ecco la ragione per cui un babbuino e pare anche un’otaria può comporre parole e numeri, ma non potrà mai commuoversi per la fioraia cieca di chaplin e nemmeno per un’otaria cieca (semmai, solo, in qualche modo, piangere).</p>
<p>tuttavia, fare critica (infatti, sì, loro suppongono che esista la “poesia”, la “letteratura”, e quindi la “critica”) per questa compagnia di giro consiste pressappoco nel dare stellette e palline agli scritti più esangui e incorporei, più raggelati e naturalmente (bella forza) ineccepibili e inattaccabili, ma inevitabilmente più noiosi e insignificanti. <b>uno scritto significa infatti sempre il corpo per cui sta o che estende, e privo di quello, resta un simulacro e un feticcio</b>. che cosa significa un testo, se non significa un corpo che traspare nella sua indecenza e nudità, nella sua vulnerabile e rischiosa esposizione? che cosa deve dire il linguaggio, se non la non significanza, se non la carne sfigurata, se non l’imbarazzante, ridicola e oscena nudità degli affetti umani? la scommessa naturalmente è consolidare in qualche modo questo materiale in una forma, o detto con un noto paradosso, che però resta una boutade piuttosto puritana, ricrearlo artificialmente per esprimerlo con efficacia. ma come nella nevrosi il significante inghiotte il significato, nella letteratura gli stanchi epigoni delle vive esplorazioni concettuali di 50 anni fa si mettono al sicuro da ogni rischio, da ogni vertigine, con l’alibi del controllo formale.</p>
<p>il problema come sempre è preliminare. questa comunità o combriccola, che si potrebbe definire con qualche approssimazione dei vetero-avanguardisti e degli asemantici, o solo dei neo-feticisti, che generalmente passano la vita ad animare premi (che si assegnano infallibilmente l’un l’altro), compilare antologie, scalare accademie e redazioni e azionare i muscoli sopracciliari, <b>non assumono in realtà una prospettiva radicalmente etica</b> (semmai addizionano all’azione letteraria un impegno sociale che ne resta estraneo, e agisce parallelamente con tutt’altri linguaggi), <b>ma di fatto prevalentemente agonistica e feticistica.</b> i 2 atteggiamenti sono connessi. <b>il testo è ridotto a un feticcio che esaurisce in sé il suo significato. il testo, essendo in rapporto solo con altri feticci, esistendo solo in una dimensione orizzontale, non offre altro interesse che quello del confronto formale e quantitativo con altri testi</b>. per prospettiva etica, intendo qualcosa di più che responsabile, semmai responsabile di uno spazio che ben al di là del perimetro e dello spessore letterario, comprende tutto il percepibile fino a forzarne i confini.</p>
<p>cercano il testo di buon gusto, (ma “assolutamente moderno”!), caro ai borghesi e ai formalisti e neo-parnassiani e neo-accademici di tutte le ere. si pongono davanti allo scritto con l’occhio sopraffino di michele l’intenditore, quando faceva ruotare il whisky nel cristallo, e dai sentori che ne sprigionavano e vagliando i riflessi e gli <i>archetti </i>(!), emetteva la sua squisita sentenza, fra i gridolini di ammirazione dei convitati: michele! lui sì che se ne intende. a questo hanno ridotto la parola, e cioè l’essenza costitutiva della specie uomo.</p>
<p>in sostanza questi intenditori che non se ne intendono, inùmano il testo prima che nasca, quando è ancora feto. <b>producono e inducono testi già morti, prima ancora di svolgere la propria funzione, che è quella di agire nel mondo, </b>produrre effetti, entrare nella circolazione di passioni, pulsioni, repulsioni e revulsioni, desideri, spasmi, conati, aneliti, in una parola sentimenti, che anima e costituisce la comunità di pezzi di carne sperduti di cui siamo parte, e nel cui <i>campo</i> può assumere qualche vago senso la parola. per svolgere questa funzione, il testo non deve essere ancora testo&#8230; lo diventerà per i posteri, se posteri ci saranno, lo diventerà nei cimiteri delle antologie, lì dove la cultura viva e gramscianamente coinvolta nelle cose umane, si riduce a pezzi inerti di sillabe e concetti&#8230; questa inevitabile fase obitoriale loro la pretendono dal linguaggio appena emesso dalla carne, nei fiotti ancora caldi, nelle secrezioni necessariamente ancora aromatiche, grevi, sporche, scomposte.</p>
<p><b>il risultato di tutto ciò, è che se la letteratura non ha mai interessato nessuno, ora non l’interessa colpevolmente, perché non ha nulla da dire e guarda caso non dice nulla</b>. la poesia di questi anni è diventata un cortese o spesso scortese scambio fra addetti ai lavori, una gara a chi esegue con più destrezza l’esercizio assegnato, una profluvie di finezze che non fanno ridere e non fanno piangere<b>, </b>da ammirare più che da amare, o da amare con i recettori letterari sensibili al potere e alla forza<b>.</b> non per niente credo che le uniche espressioni artistiche di questi anni che in qualche modo resteranno, non siano affatto quelle che vi aspiravano, ma semmai certo rock, certi video e certe performance di comici come corrado guzzanti. poesie di questi qui, no di certo. se non, forse, in alcuni casi, loro malgrado.</p>
<p>mi si obietterà: ma tutto il “contemporaneo” trae il suo senso proprio dal non aver nulla da dire, e da un certo significato che questo svuotamento produce, o quantomeno si dispone nel vuoto scavato da questo paradosso, da questa estrazione di senso. infatti questi intenditori che depreco non hanno realmente nulla da dire, essi dicono incessantemente che dicono meglio degli altri di non aver nulla da dire, e dunque dicono qualcosa, questa cosa, che però non è interessante. in altri termini, la loro finalità è sentirsi intelligenti, proposito che però quasi mai coincide con l’esserlo.</p>
<p>a questo fine adoperano una lingua posticcia, una lingua di sintesi, un tessuto tecnico, che non userebbero mai per fare la rivoluzione, per spiegare al medico come non farli morire, o per persuadere il partner ad accoppiarsi, ma nemmeno nel sogno, nella preghiera o nella possessione. è una lingua che esiste solo nella dimensione pellicolare della carta.<a name="_GoBack"></a></p>
<p>ci sono alternative che restino rigorose a questo tipo di scritture? direi di sì, e sono scritture ben consapevoli del fatto che il sentimento è un’elaborazione linguistica complessa come il concetto è una modalità percettiva e sensoriale. valerio magrelli, che ha letto probabilmente più libri di tutti gli “intenditori” messi insieme e ha una scrittura assai più disorientante e graffiante della loro, ci ha consegnato con Geologia di un padre un libro straniato, cruento, quanto sentimentale. peter handke ha scritto capolavori sulla figlia e sulla madre suicida, valère novarina racconta un uomo tanto disaderente quanto corporeo, istintuale, tattile e sensoriale. franco arminio chiama il suo ultimo libro “geografia <i>commossa</i> dell’italia interna”, ma naturalmente gli intenditori apprezzano la sua produzione meno vertiginosa, forse tarata proprio sulla loro vacuità. mariangela gualtieri recupera risonanze emotive desuete e antimoderne, e ci parla senza remore di abbracci, di amore, di natura. mi viene in mente anche un piccolo capolavoro di ivano ferrari, macello, dove apparentemente non si trova un grammo di sentimento, e tuttavia lo dice. roberto saviano produce una scrittura la cui verità è garantita dal suo corpo e dal suo modo di situarsi nel mondo, un’opera che non si sostanzia semplicemente di questa innervatura etica, ma ne è fatta, consiste appunto in questo rapporto di un corpo al mondo, ed ha in tal senso una portata molto più ampia dei ghirigori e arabeschi che appena scalfiscono il foglio di certi sussiegosi poeti. qualche volta cade nella retorica e scade nello stile giornalistico? questo è un problema di michele.</p>
<p>ma infine, se ci poniamo di fronte alla questione con radicale e virile franchezza, cosa autorizza il gratuito e volgare snobismo nei confronti di tante produzioni popolari sentimentali, da certe canzoni di claudio baglioni (intendo le 2-3- più riuscite) ai trottolini amorosi di non ricordo (concedo) quale cherubica ugola? dovrebbe bastare la coscienza della labilità dei confini psichici individuali, del comune attingimento alla grande falda del linguaggio, per comprendere che i sentimenti posti in circolazione da queste opere, non solo non producono qualsivoglia danno, ma sostengono e strutturano insostituibilmente il tessuto sociale, e hanno dunque una funzione etica primaria.</p>
<p>senza il movimento eccentrico dell’emozione e della commozione, senza l’estasi romantica che porta fuori da sé, senza l’esposizione e la vulnerabilità che levinas descriveva come costitutiva dell’eros, l’etica si ridurrebbe al contratto sociale, la solidarietà umana a una voce della retorica della sinistra, e l’idea stessa di umanità a una specie di casuale accolita che si sorregge vicendevolmente per pura convenienza gregaria, non molto differente dalla babbuinità e dalla vermità.</p>
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		<title>MARIANGELA GUALTIERI Bestia di Gioia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Oct 2010 09:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160;&#160;&#160;&#160;di Viola Amarelli &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;“Bestia di gioia” (Einaudi, 2010), ultima raccolta di Mariangela Gualtieri, delinea con una scrittura limpida e appassionata insieme una ricerca giocata &#8211; nel senso più alto del termine – non sulle ma con le parole. E’ tra il suono e la sua origine, il silenzio – lemma non a caso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><iframe loading="lazy" width="560" height="340" src="https://www.youtube.com/embed/acNU18wH9fo?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color:#000000;">di <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/viola-amarelli/" target="_blank">Viola Amarelli</a></strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;“<strong><em>Bestia di gioia</em></strong>” (Einaudi, 2010), ultima raccolta di <a href="http://www.teatrovaldoca.org/" target="_blank"><strong>Mariangela Gualtieri</strong></a>, delinea con una scrittura limpida e appassionata insieme una ricerca giocata &#8211; nel senso più alto del termine – non sulle ma con le parole. E’ tra il suono e la sua origine, il silenzio –  lemma non a caso ricorrente come un fil rouge nel libro unitamente a “<em>forza</em>” e “<em>potenza</em>” &#8211;  che s’inserisce  il vettore mistico,  vero protagonista dei testi (<em>la trama misteriosa/che per certa sappiamo od, anche, ciò che viene splendido in dono</em>).  Si tratta tuttavia di una mistica saldamente radicata nel concreto, tra <em>il nato fra le zampe e  tutte le ragnatele</em>, e che proprio per questo riesce a intrecciare senza soluzione di continuità un andirivieni stupito ma consapevole  fra terra e cielo,  in una natura talmente immanente  da diventare chiave, e non solo simbolo, per l’<em>oltre</em>, per l’<em>Essere ogni cosa</em>. La stessa dimensione verticale di numerosi testi affollati di stelle e cieli e fuoco e nuvole e vento fluisce con <em>l’acacia chiama l’ape che ricama/…/Nasce un cantare d’uccello/sconosciuto, un viavai d’alveare.</em> <span id="more-36803"></span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Su questo versante che si accosta, pur nella diversità di  poetiche,  a “<strong><em>L’Iddio ridente</em></strong>” di <strong>Luigi Di Ruscio,</strong> non c’è alcun quietismo, anzi. La natura, spesso definita magmatica, della scrittura della Gualtieri registra sismograficamente le luci e le ombre, le alternanze e gli scarti, le inevitabili “catabasi” che si rinvengono nella stessa struttura del libro, scandito in cinque sezioni: “come i cinque atti del teatro antico” recita la quarta di copertina, a richiamare l’impegno e la vocazione teatrale dell’autrice. Di fatto, le sezioni sembrano costituire le tappe di un percorso di scrittura esperenziale e, proprio per questo, mai lineare, conoscendo le faglie dell’oscuro (<em>le sponde degli insonni; c’è buio per lei</em>), e del dolore (<em>gli arti percossi(le rosse gengive…/non vorrei mai farmi male</em>) richiamate anche da alcuni eserghi di Amelia Rosselli, poeta non a caso molto amata dalla Gualtieri.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In tutte le sezioni predomina comunque l’energia della *parola*, talvolta espressionista, quasi una <em>forza pilota</em> della scrittura. Se, seguendo Agamben  (da ultimo in “Categorie italiane”, Laterza, 2010) la “lingua della poesia (è)….un campo di forze  percorso dalle due tensioni contrastanti dell’inno, il cui contenuto è la celebrazione, e dell’elegia, il cui contenuto è il lamento” è  indubbio che “Bestia di gioia” si inscrive  grande lucidità  nel “primo tensore” che “frange il linguaggio nel grido di giubilo”, tensore decisamente minoritario nella poesia contemporanea, tuttora dominata da tonalità elegiache.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il ricorso alle *ripetizioni* (si veda per esempio: <em>per tutte le costole&#8230; per ogni animale&#8230;  per tutte le seti </em>) e al  *parallelismo* (<em>era tutta scoscesa/nella grazia. Sassosa dentro/ vinta da tutto. Nel duro/</em>) – tipici strumenti della salmodia – accentua la valenza da laude dei testi, specie nelle prime due sezioni, ma non mancano i toni icastici (<em>Otto notti dentro l’aurora. Arrocco della speranza</em>) o l’improvviso affollarsi di metafore (<em>e si veda esposto tutto il clero alle divine faccende/ si spericolava</em>) sempre peraltro ricondotti in una prosodia di stampo insolitamente classico, a tentare un riuscito equilibrio tra il suono e il silenzio, tra il sé cosmico (<em>quel niente che accade</em>) e l’ego maschera autoriale (<em>un mio me/ soffre. Chi è? Chi scalcia sul fondo/ di questo quieto piroscafo</em>). Ne deriva un affresco di forte impatto e di coese variazioni: lo stesso testo finale nell’ultima sezione, intitolata “mio vero” e incentrata sulla forza amorosa, sembra porsi come un quadro teatrale da prologo, riaprendo il cerchio del libro (e della vita, come recita un’altra delle poesie: <em>&#8211;C’è solo vita/ niente altro. Solo vita</em>), un gran bel libro perché,  per dirla con <a href="http://www.raimon-panikkar.org/" target="_blank"><strong>Raimon Panikkar</strong></a>, da poco scomparso: “Se la parola non dice solo ciò che prima è pensato, se non va solo a rimorchio del pensiero, ma dice ciò che l’Essere è e dicendolo lo manifesta, allora poniamo le basi realmente al regno della libertà” (da  “<strong><em>Lo spirito della parola</em></strong>”, Bollati Boringhieri, 2007).</span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color:#000000;"></p>
<p style="padding-left: 80px;">da “<em>Naturale sconosciuto</em>”<br />
&nbsp;<br />
Per tutte le costole bastonate e rotte.<br />
Per ogni animale sbalzato dal suo nido<br />
e infranto nel suo meccanismo d’amore.<br />
Per tutte le seti che non furono saziate<br />
fino alle labbra spaccate alla caduta<br />
e all’abbaglio. Per i miei fratelli<br />
nelle tane. E le mie sorelle<br />
nelle reti e nelle tele e nelle<br />
sprigionate fiamme  e nelle capanne<br />
e rinchiuse e martoriate. Per le bambine<br />
mie strappate. E le perle nel fondale<br />
marino. Per l’inverno che mi piace<br />
e l’urlo della ragazza<br />
quel suo tentare la fuga invano.<br />
Per tutto questo conoscere e amare<br />
eccomi. Per tutto penetrare e accogliere<br />
eccomi. Per ondeggiare col tutto<br />
e forse cadere eccomi.<br />
che ognuno dei semi inghiottiti<br />
si farà in me fiore<br />
fino al capogiro del frutto lo giuro.<br />
&nbsp;<br />
Che qualunque dolore verrà<br />
puntualmente cantato, e poi anche<br />
quella leggerezza di certe<br />
ore, di certe mani delicate,  tutto sarà<br />
guardato mirabilmente<br />
ascoltata ogni onda di suono,  penetrato<br />
nelle sue venature ogni canto ogni pianto<br />
lo giuro adesso che tutto è<br />
impregnato di spazio siderale.<br />
Anche in questa brutta città appare chiaro<br />
sopra i rumorosissimi bar<br />
lo spettro luminoso della gioia.<br />
Questo lo giuro.</p>
<p></span><br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color:#000000;"></p>
<p align="right"><em>a Sabrina M.</em></p>
<p></span><br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color:#000000;"></p>
<p style="padding-left: 80px;">Oltre, lo sentiamo<br />
forma non serve – nome nemmeno<br />
si lascia qui l’ingombro si depone<br />
perché poi si scavalca il mondo<br />
e un volo si accende<br />
immenso oltre l’aurora.<br />
Ah! libertà vorticosa!<br />
Stare bene profondo.<br />
Essere ogni cosa.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
da  “<em>Un  niente più grande</em>”<br />
&nbsp;<br />
Le cose stanno perfettamente<br />
obbediscono a mani laboriose<br />
le cose immote savie silenziose<br />
nelle ombre assegnate<br />
nelle spigolature.<br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
da “<em>Per solitario andare</em>”<br />
&nbsp;<br />
Credo mi dolga questo essermi strappata<br />
alla specie e poi messa qui di lato<br />
in attesa vigilata delle sillabe.<br />
Io credo mi dolga  questo stare<br />
abbandonata lateralmente<br />
nel sospeso del mondo<br />
a catturare<br />
pezzi di una voce che ancora butta giù<br />
e dice le sostanziate righe fulminanti.<br />
Io credo mi sentano come traditore<br />
i compagni per questo mio piantare in asso<br />
con modalità or  inusuale<br />
nel parlottio cellulare. Stiamo<br />
in stretta vigilanza, in un darci la voce<br />
continuamente in questo deserto.</p>
<p></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color:#000000;"></p>
<p style="padding-left: 30px;">da “<em>Mio vero</em>”<br />
&nbsp;<br />
Un certo giorno stretto fra gli altri ho visto un fondo<br />
pesante. Sul pesante ho dormito come potevo, fra goc-<br />
ce e un buio col fazzoletto bagnato e pezzetti di un-<br />
ghie. Volevo andare alto, come nel sogno quando si<br />
corre a quattro zampe. Volevo il mio riposo e le paro-<br />
le giuste. Un giorno senza erbe, senza il chiaro delle<br />
superfici, sono andata sul fondo pesante come i vecchi<br />
cattivi o la donna diavolo sulle panchine di viale Car-<br />
ducci. E piangeva per me, per una delle cinque o sei<br />
cose che fanno piangere. </p>
<p></span><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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