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	<title>marilena renda &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Autenticità e poesia contemporanea # 3</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/10/autenticita-e-poesia-contemporanea-3/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jul 2024 05:18:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[agota kristof]]></category>
		<category><![CDATA[autenticità]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Di Corcia]]></category>
		<category><![CDATA[lirica]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[verità poetica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marilena Renda</strong><br /> ...Personalmente trovo molta più verità poetica nei saggi e nei romanzi che nella poesia, e più ancora nella forma del saggio narrativo; ci trovo spesso una verità al grado zero, non inquinata dagli sfarfallii e dalle sovrastrutture estetiche che spesso usiamo per raccontare la verità con il risultato a volte di evitarla, di nasconderla.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;">Di <strong>Marilena Renda</strong></p>
<p style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><em>In un mondo sempre più complesso e stratificato ha senso tornare a discutere, in modo aperto, critico e libero, del rapporto fra autenticità e scrittura poetica. Per questo, partendo da una ricerca di <strong>Maria Borio</strong> e da un dialogo fra quest’ultima e <strong>Laura Di Corcia</strong>, è nata l’idea di allargare la discussione ad altre poete e poeti, in vista di una tavola rotonda che si terrà a Pordenonelegge il prossimo settembre. Il dibattito, sotto forma di intervista, sarà ospitato dai litblog Le parole e le cose, Nazione indiana e dal sito di Pordenonelegge stesso. A poete e poeti è stato proposto un questionario, che trovate in calce, da cui ciascuno ha potuto scegliere liberamente tre/quattro domande. Dopo il primo<a href="https://www.leparoleelecose.it/?p=49615&amp;amp;fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTEAAR0hx2dqDED4rm5vKrBYUMA4yrGy4mgmlOFWAQBCCuOfLc5YVLyO6TaScI_aem_N3lLI_OHWH3_1xxOPmmA0g"> intervento di Roberto Cescon</a>, uscito su Le parole e le cose e <a href="https://www.pordenoneleggepoesia.it/2024/07/03/autenticita-e-poesia-contemporanea-2/">quello di Tommaso Di Dio</a>, uscito su Pordenonelegge poesia, pubblichiamo oggi le risposte di Marilena Renda.</em></p>
<p>*</p>
<ol>
<li><em> Il pensiero debole e il conseguente ragionamento sul soggetto debole ha messo in crisi il concetto di verità. Ma a partire dal crollo delle Torri Gemelle questa prospettiva è stata posta notevolmente in discussione: l’idea di essere al di là della storia, dei conflitti fra superpotenze o schieramenti, si è frantumata di fronte alla certezza, oggi ancora più evidente, che la tragedia può esistere davvero sulla scena del mondo e rompere la cortina fra noi – occidentali – e gli altri. Da questi assunti sono partite una serie di riflessioni, fra cui quelle di Maurizio Ferraris e Walter Siti, che postulavano breviter l’impossibilità delle poetiche del realismo e della fiction in un momento in cui la vita sembra superare la finzione. Tutto ciò chiama in causa una responsabilità rispetto ad alcuni fenomeni storici verso i quali il pensiero debole sembrerebbe non fornire più le risposte adeguate per la decodificazione della realtà. Questi fenomeni avrebbero portato l’attenzione anche sull’importanza dell’autenticità. Cosa ne pensi? E come pensi che questi ragionamenti possano o debbano essere integrati in una riflessione sulla poesia?</em></li>
</ol>
<p>Qualche anno fa uscì un libro che postulava l&#8217;assenza di trauma nella letteratura di quegli anni e al tempo stesso il tentativo da parte degli scrittori di rivendicarlo come fondante della loro scrittura. Credo che quelli siano stati gli ultimi anni di quel lungo periodo di pace e benessere iniziato con il secondo dopoguerra. Siamo nel bel mezzo di due conflitti sanguinosi e dolorosissimi a cui non possiamo rimanere indifferenti; siamo governati da una forza politica post-fascista che minaccia alcuni diritti fondamentali conquistati dalle donne; siamo nel mezzo di una catastrofe climatica che la nostra classe politica ma anche l&#8217;opinione pubblica cercano ostinatamente di ignorare. Siamo, cioè, nel bel mezzo della storia, altro che scomparsa del trauma. La poesia, dal mio punto di vista, deve trovare nuovi strumenti espressivi per inglobare tutto questo, se non vuole continuare ad essere marginale.</p>
<ol start="4">
<li><em> Partendo dal ragionamento precedente, se il desiderio viene dall’altro ed è quindi la traccia di una relazione o di un linguaggio che mi pre-esiste e dentro il quale oriento e contratto la mia identità, in cosa consisterebbe l’autenticità? E come essa potrebbe essere calata in una produzione letteraria? Per Andrea Zanzotto, ad esempio, a fronte di una natura che diventava inautentica con l’industrializzazione, la lingua e lo stile potevano mantenersi depositari dell’autentico. Lo stile e la lingua autentici dovrebbero cercare in ogni caso un nostro – per riprendere Natalia Ginzburg – “lessico familiare”?</em></li>
</ol>
<p>In poesia, è impossibile trascurare un elemento a favore di un altro, nel senso che tutti gli elementi che la compongono sono ugualmente essenziali. Rendersi conto dell&#8217;importanza della forma, per esempio, o dell&#8217;importanza del suono o del ritmo, o del ruolo che può assumere l&#8217;aspetto grafico o il lavoro sulla voce, sono processi che indicano un potenziamento dell&#8217;attenzione, e quindi, dell&#8217;autenticità del lavoro poetico. Per quanto mi riguarda, ci sono degli indicatori di autenticità, a prescindere dall&#8217;argomento o dalla poetica di chi scrive. Credo che l&#8217;indicatore più importante per me sia quando mi rendo conto che chi ha scritto quel testo non si è tirato indietro rispetto alla sfida del linguaggio. Non si è tirato indietro può voler dire tante cose: non si è spaventato rispetto a quello che aveva da dire, o rispetto a come sarebbe stato recepito, o rispetto a dove la sua voce poetica avrebbe potuto portarlo/a, e così via. Per esempio, mi fido per istinto di un/a poeta che si trasforma, anche molto, da un libro a un altro, che sperimenta, che non ha paura di trasformarsi insomma: la ricerca dell&#8217;autenticità, per me, passa soprattutto da lì.</p>
<ol start="5">
<li><em> Il discorso sulla verità e sull’autenticità sembra essere tornato in auge, specialmente nel romanzo e in quel segmento della narrativa che corrisponde all’autofiction. Se torniamo per un attimo alla stagione del neorealismo, troviamo scrittrici come Elsa Morante per la quale il romanzo realista parlava di una “verità poetica”, non meramente oggettiva, ma intrinseca alla trasfigurazione letteraria. Nell’autofiction odierna, come in alcuni dei romanzi autobiografici di Annie Ernaux, sembra non esserci né l’intento di problematizzare davvero il parlare di sé in modo autentico, né di cercare una “verità poetica”. E come si posiziona la poesia in questo contesto? Mancano delle riflessioni? Ve ne sono troppe? Occorrerebbe postularne altre?</em></li>
</ol>
<p>Lo statuto della verità è un&#8217;altra questione molto interessante. Personalmente non amo l&#8217;espressione “verità poetica”, ma solo perché mi avvicino al linguaggio poetico sempre con una grande cautela, e la verità poetica mi sembra un oggetto talmente caustico che potrebbe farmi del male. Detto questo, la verità dell&#8217;esperienza la si può trovare praticamente dappertutto, dalle notizie di cronaca ai racconti dei vicini d&#8217;autobus, se si è disponibili e nello stato d&#8217;animo giusto per recepire i frammenti di verità in cui ci si può imbattere, e che di solito corrispondono alla verità più grande che si sta cercando in quel momento. Personalmente trovo molta più verità poetica nei saggi e nei romanzi che nella poesia, e più ancora nella forma del saggio narrativo; ci trovo spesso una verità al grado zero, non inquinata dagli sfarfallii e dalle sovrastrutture estetiche che spesso usiamo per raccontare la verità con il risultato a volte di evitarla, di nasconderla. Questo vale anche per la poesia: mi attraggono molto, per esempio, le ultime scritture, gli ultimi libri, o quelli che potrebbero per la loro natura scabra essere degli ultimi libri anche se di fatto non lo sono. Sono libri asciutti, che badano all&#8217;essenziale, e che rappresentano per me una direzione da seguire. Esempi: <em>Chiodi</em> (che non è un ultimo libro ma potrebbe esserlo) di Agota Kristof, la Ingeborg Bachmann di <em>Non conosco mondo migliore</em>, o ancora <em>Pallottoliere celeste </em>di Spaziani, o <em>Epitaffio</em> di Giorgio Bassani: tutti libri in cui tutto quello che doveva essere stato sottratto è stato sottratto. Libri in cui, come scrive Pusterla nella prefazione a <em>Chiodi</em>, ci si avvicina “alla cosa per la quale non c&#8217;è parola”, qualunque essa sia. O, aggiungerei, ci si avvicina alla cosa alla quale non siamo riusciti ad avvicinarci fino a quel momento, qualunque essa sia, e la cui ricerca richiede uno sforzo di precisione, di concentrazione, di attenzione e autenticità che va a crescere con il tempo, non certo a diminuire.</p>
<ol start="7">
<li><em> Che rapporto c’è tra scrittura confessionale e autenticità? L’autenticità può essere connessa solo alla lirica, concentrata quindi intensivamente sul soggetto, oppure ad altro? L’etimologia di autentico, d’altra parte, deriva dal greco αὐϑέντης, composto autos (me stesso) e hentes (colui che agisce): autentico è chi agisce secondo il suo vero sé. Ma l’azione, per realizzarsi, presuppone un contesto e la possibilità di interazione con gli altri, senza i quali nemmeno la nostra identità riuscirebbe a costituirsi. La prova dell’autenticità, alla fine, avverrebbe comunque in un orizzonte intersoggettivo… – e, quindi, l&#8217;espressione (autentica) di sé, da parte del poeta, come può interessare la collettività?</em></li>
</ol>
<p>Il problema dell&#8217;autenticità – perché è chiaro che se ne stiamo parlando è perché fa problema – è che negli ultimi decenni è stata identificata con il genere lirico, e quindi in apparenza si attaglia perfettamente all&#8217;immagine del poeta che “agisce secondo sé”, immobile sul divano, cercando l&#8217;adesione perfetta della parola alle istanze della sua interiorità. In questa descrizione, l&#8217;unica parte in cui mi identifico è quella del divano. Per il resto, propongo di separare l&#8217;autenticità dalla lirica, perché è un accostamento che potrebbe esserle fatale. Sa di abusato, quasi come i tramonti e i gabbiani. Una volta che l&#8217;abbiamo estrapolato da quell&#8217;ambito, personalmente io vedo il concetto di autenticità circonfuso da un&#8217;aura di libertà, come quando scopriamo che non è poi così necessario compiacere gli altri, oppure che la nostra scrittura può andare letteralmente in innumerevoli direzioni. Posta la questione in questi termini, io non vedo l&#8217;”agire secondo il proprio sé” come separato dall&#8217;orizzonte degli altri, anzi. È solo agendo secondo il proprio vero sé che è possibile vivere l&#8217;unica vita possibile, oltre che scrivere l&#8217;unica poesia possibile. La possibilità di incontrare gli altri può darsi o non darsi, ma in ogni caso se vivessimo o scrivessimo secondo dei dettati esterni, incontreremmo gli altri secondo modalità fondamentalmente inautentiche. Quindi, per me, nell&#8217;idea di autentico c&#8217;è comunque un guadagno, anche se l&#8217;autenticità dovesse avere come prezzo la non-popolarità o l&#8217;isolamento. In realtà, come dimostra la narrativa degli ultimi anni, ciò che è vero o suona-come-vero incontra sempre dei lettori: sono sempre più numerosi i lettori, come me, sostanzialmente indifferenti alla fiction e avidi invece di quella forma a metà tra saggio e narrativa che promette qualcosa-di-vero. Personalmente, questo è ciò che da qualche anno ho iniziato a chiedere alla poesia, anche alla mia: uno sforzo per portare il linguaggio in un territorio dove l&#8217;esperienza, e con essa, il suo rimosso possano essere detti con più esattezza – un&#8217;esattezza più vicina alla forma narrativo/saggistica piuttosto che a ciò che tradizionalmente consideriamo come “poetico”. La speranza è che ciò che “io” considero autentico sia riconosciuto come tale anche da una comunità di lettori, ma questo accade sempre con un&#8217;esperienza sempre minoritaria come è la poesia.</p>
<p>Vorrei chiudere citando quello che dice Ben Lerner a proposito della possibilità di una poesia realmente autentica, che lui identifica con una poesia che è sostanzialmente all&#8217;altezza di se stessa e delle sue ambizioni. Una poesia del genere è, dice Lerner in <em>Odiare la poesia</em>, impossibile, ma comunque non importa, perché anche se non riusciamo a creare una poesia autentica, possiamo comunque creare “uno spazio per l&#8217;autenticità”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Questionario completo</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<ol>
<li>Il pensiero debole e il conseguente ragionamento sul soggetto debole ha messo in crisi il concetto di verità. Ma a partire dal crollo delle Torri Gemelle questa prospettiva è stata posta notevolmente in discussione: l’idea di essere <em>al di là</em> della storia, dei conflitti fra superpotenze o schieramenti, si è frantumata di fronte alla certezza, oggi ancora più evidente, che la tragedia può esistere davvero sulla scena del mondo e rompere la cortina fra noi – occidentali – e gli altri. Da questi assunti sono partite una serie di riflessioni, fra cui quelle di Maurizio Ferraris e Walter Siti, che postulavano <em>breviter</em> l’impossibilità delle poetiche del realismo e della <em>fiction</em> in un momento in cui la vita sembra superare la finzione. Tutto ciò chiama in causa una responsabilità rispetto ad alcuni fenomeni storici verso i quali il pensiero debole sembrerebbe non fornire più le risposte adeguate per la decodificazione della realtà. Questi fenomeni avrebbero portato l’attenzione anche sull’importanza dell’autenticità. Cosa ne pensi? E come pensi che questi ragionamenti possano o debbano essere integrati in una riflessione sulla poesia?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="2">
<li>L’autenticità – dall’età romantica all’esistenzialismo – è stata cruciale per la formazione dell’individualità moderna: il mondo interiore diventava imprescindibile nella comprensione del reale al posto dei sistemi generali aprioristici del passato. Giacomo Leopardi distingueva il “vero” dall’“affettazione”. La letteratura ha progressivamente abbandonato la rappresentazione della vita secondo forme fisse universali, concentrandosi su quella, complessa e variegata, della coscienza. L’autenticità è stata un ideale: avrebbe dato senso all’esistenza, sarebbe stata una via d’accesso alla verità o quanto meno ci avrebbe aiutato a individuare dei significati per l’umanità nella storia. Questo suo carattere, come ha notato fra gli altri Charles Taylor, si è perso. Essere autentici avrebbe portato a giustificare solo le scelte e l’espressione dei singoli, a guardare prevalentemente al proprio interesse esasperandolo, a dimenticare che l’orizzonte della storia è importante e non aleatorio, così come un’etica nella società. Ci avrebbe chiuso, in modo nichilista, nelle nostre monadi, nella prigione di noi stessi, mentre i rapporti sociali sarebbero degenerati in una neutralità relativistica. Anche la letteratura, allora, è arrivata al punto di non poter più credere al valore dell’autenticità. Ma per chi fa letteratura oggi è importante interrogare l’autenticità come un problema?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="3">
<li>L’autenticità sembra distinguersi dalla verità: la prima partirebbe da una spinta interiore, dalla necessità individuale di poter esistere e agire secondo il proprio sé, mentre la seconda sarebbe legata a un orizzonte esterno, dal momento che il discorso della verità deve comunque poter essere condiviso. Seguendo, però, le riflessioni che abbiamo ereditato da Jacques Lacan, il desiderio presenterebbe un duplice volto, ovvero giungerebbe sempre dall’altro (il Grande altro), ma manterrebbe anche delle sue caratteristiche intrinseche (il desiderio è anche mio, e di nessun altro). Che rapporto c’è fra desiderio e autenticità?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="4">
<li>Partendo dal ragionamento precedente, se il desiderio viene dall’altro ed è quindi la traccia di una relazione o di un linguaggio che mi pre-esiste e dentro il quale oriento e contratto la mia identità, in cosa consisterebbe l’autenticità? E come essa potrebbe essere calata in una produzione letteraria? Per Andrea Zanzotto, ad esempio, a fronte di una natura che diventava inautentica con l’industrializzazione, la lingua e lo stile potevano mantenersi depositari dell’autentico. Lo stile e la lingua autentici dovrebbero cercare in ogni caso un nostro – per riprendere Natalia Ginzburg – “lessico familiare”?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="5">
<li>Il discorso sulla verità e sull’autenticità sembra essere tornato in auge, specialmente nel romanzo e in quel segmento della narrativa che corrisponde all’<em>autofiction</em>. Se torniamo per un attimo alla stagione del neorealismo, troviamo scrittrici come Elsa Morante per la quale il romanzo realista parlava di una “verità poetica”, non meramente oggettiva, ma intrinseca alla trasfigurazione letteraria. Nell’<em>autofiction</em> odierna, come in alcuni dei romanzi autobiografici di Annie Ernaux, sembra non esserci né l’intento di problematizzare davvero il parlare di sé in modo autentico, né di cercare una “verità poetica”. E come si posiziona la poesia in questo contesto? Mancano delle riflessioni? Ve ne sono troppe? Occorrerebbe postularne altre?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="6">
<li>scrittori e le scrittrici che si consideravano realisti sembravano dare credito al valore dell’autenticità (anche dal punto di vista ideologico) e basavano su di essa l’arte del narrare, la <em>fiction</em>. Successivamente, soprattutto nella cultura postmoderna, chi faceva <em>fiction</em> ha respinto l’idea che si potesse raccontare di qualcosa di autentico. Ma, come scriveva Giovanni Giudici, “anche dalla finzione […] il vero può nascere”. Oggi la narrativa – con le scritture-documentario, la <em>non-fiction</em>, e la stessa <em>autofiction</em> – sembra aver riscoperto l’autenticità voltando le spalle alla <em>fiction</em>, alla narrazione come arte? E in poesia esiste una dimensione – diversa sia dalla <em>non-fiction</em> sia dalla <em>autofiction</em> – in cui, anche attraverso l’immaginazione, si potrebbe esprimere una forma di autenticità?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="7">
<li>Che rapporto c’è tra scrittura confessionale e autenticità? L’autenticità può essere connessa solo alla lirica, concentrata quindi intensivamente sul soggetto, oppure ad altro? L’etimologia di autentico, d’altra parte, deriva dal greco αὐϑέντης, composto <em>autos</em> (me stesso) e <em>hentes</em> (colui che agisce): autentico è chi agisce secondo il suo vero sé. Ma l’azione, per realizzarsi, presuppone un contesto e la possibilità di interazione con gli altri, senza i quali nemmeno la nostra identità riuscirebbe a costituirsi. La prova dell’autenticità, alla fine, avverrebbe comunque in un orizzonte intersoggettivo… – e, quindi, l&#8217;espressione (autentica) di sé, da parte del poeta, come può interessare la collettività?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="8">
<li>Utilizzando il filtro problematico dell’autenticità, credi che le dicotomie che riguardano la postura del soggetto in poesia possano essere ripensate o ristrutturate?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="9">
<li>Il parlar franco è stato per secoli guardato con sospetto nella dimensione letteraria. Ma dai tempi di Niccolò Machiavelli e Baldassar Castiglione a quelli di Pier Paolo Pasolini, la rivoluzione percettiva e antropologica è stata tale che si è arrivati a dare all’autenticità un posto ben diverso. Per Pasolini il parlar franco era la spia dell’integrità politica – anche in letteratura. E il parlar franco si può esprimente tanto in modo tragico quanto ironico. Una riflessione etica connessa all’autenticità dà un valore aggiunto a un testo letterario?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="10">
<li>In letteratura l’onestà – come il tema della “poesia onesta” caro a Umberto Saba – può andare di pari passo con il valore estetico?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol start="11">
<li>Quando scrivi, nel momento in cui prende spazio l’elaborazione del testo, hai di fronte queste prospettive? E se sì, in che modo influenzano il tuo lavoro?</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Max Pechstein, Ragazza sdraiata, 1910</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Incantamenti, molteplice, identità</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/06/11/incantamenti-molteplice-identita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2024 04:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesca Matteoni</strong><br />
Nella mia casa conservo una valigetta di cartone dove anni fa ho chiuso un incantesimo. Ne ricordo la fonte: era un lutto per il quale ho rinnovato una delle mie molte e bizzarre promesse infantili.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-108492" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-666x1024.jpg 666w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-768x1181.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-999x1536.jpg 999w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-1332x2048.jpg 1332w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-300x461.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-696x1070.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-1068x1642.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front-273x420.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/incantamenti_cover-front.jpg 1533w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Introduzione a <a href="https://www.vydia.it/it/incantamenti/" target="_blank" rel="noopener"><em>Incantamenti</em>. Antologia poetica a cura di Francesca Matteoni, Cristina Babino, Laura Di Corcia, pubblicata da Vydia Editore</a>.</p>
<p>Con poesie di Mariasole Ariot, Cristina Babino, Elisa Biagini, Maria Borio, Alessandra Carnaroli, Tiziana Cera Rosco, Laura Corraducci, Manuela Dago Pecorari, Azzurra D’Agostino, Evelina De Signoribus, Laura Di Corcia, Francesca Genti, Laura Liberale, Viola Lo Moro, Franca Mancinelli, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Laura Pugno, Marilena Renda, Mariagiorgia Ulbar.</p>
<p style="text-align: right;"><small>per Cristina, Laura e tutte le altre che sono,<br />
che verranno</small></p>
<p>Nella mia casa conservo una valigetta di cartone dove anni fa ho chiuso un incantesimo. Ne ricordo la fonte: era un lutto per il quale ho rinnovato una delle mie molte e bizzarre promesse infantili. Ho portato quella valigetta con me per quattro traslochi fino all’abitazione odierna, senza mai riaprirla, scordandomi pure del suo contenuto. Ogni tanto riappare nello sguardo. La lascio dov’è. Un incantesimo funziona meglio quando ce lo dimentichiamo, quando la volontà espressa è tale da lasciarsi la nostra persona molto indietro sul cammino. <span id="more-108404"></span></p>
<p>Alcuni incantesimi sono amuleti. Alcuni di questi amuleti sono parole. Parole-oggetto che lavorano sull’altro per tramite del suono o della scrittura; parole che crepano l’illusione di una scansione temporale, riportandoci alla rete fungina di memorie sognate e timori che è l’esserci e il dirsi presenti.<br />
Per anni mi sono addentrata negli incantesimi tramandati in Europa in un’epoca di crisi – l’era moderna della caccia alle streghe. Assonanze magico-simpatiche, invocazioni, santi nominati con lo scopo di recuperare la salute del corpo. Emorragia nasale, mal di denti, emicrania sono comuni fra le malattie che potevano essere curate per incantamento, di solito invocando qualcuno che se le portasse via: il Cristo che ferma il sangue in virtù delle sue ferite; la Madonna curatrice di ogni male; Paolo e Pietro, fondatori della chiesa (qualcosa, si dice la mente pragmatica del popolo, sapranno fare pure loro! Mettiamoli alla prova). Accanto a queste parole di guarigione vi erano quelle delle presunte streghe per guastare la comunità. L’unguento portentoso che permetteva il volo alla fattucchiera Matteuccia da Todi, arsa nel quindicesimo secolo; i versi con cui, due secoli dopo in Scozia, Isobel Gowdie si mutava in lepre; le formule delle streghe francesi per succhiare il latte del bestiame dei vicini, come bevendo rugiada in un campo. Non è tanto interessante il risultato pratico di incanti e malie, quanto ciò che lasciano emergere come materiale davvero antitetico rispetto all’ordine costituito.<br />
Tempi di crisi traggono fuori dall’umano un riconoscimento dell’universo quale luogo dove ogni cosa può essere continuamente risignificata perché contaminata, pervasa, illuminata o minacciata dall’altro. Le strutture sociali chiedono definizioni, ordinamenti, chiusure, la vita tuttavia, nella sua accezione globale, è contro-identitaria. Non dà valore alle cose in sé – queste si cantano le une nelle altre, in modi stupefacenti e spaventosi. Tempi di crisi preludono spesso al re-incanto del mondo, argomento discusso e discutibile sia nei suoi aspetti vitalistici sia in quelli più oscuri.<br />
È innegabile che tutta la terminologia dell’incanto susciti la diffidenza di una certa cultura moderna, poiché rimanda a una dimensione di dominio sull’altro, che agisce attraverso le fragilità dell’umano. Facendo leva sulle ansie e sul bisogno di fiducia delle nostre menti l’incantesimo diventa sortilegio, atto occulto di persone malevole, oppure inganno che promette facili soluzioni attraverso formule e riti. Ma questa è una prospettiva riduttiva, che rinuncia a indagare le ragioni della paura per bollarle come “superstizione”, negando all’incanto una dimensione ben più ricca, nella quale non siamo mai separati dal resto del mondo. È la molteplicità ciò che l’incanto rende a sguardi privi di pregiudizio. Come scrive l’antropologa Stefania Consigliere: «Molteplicità dei mondi, dei tempi, delle linee del passato e del divenire, dei modi di fare umanità, degli enti e dei paesaggi, delle intenzioni, delle forme di vita e di noi stessi» [S. Consigliere, <em>Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione</em>, DeriveApprodi, Roma 2020, p. 93]. Come suona quella molteplicità? La risposta mi arriva ancora dal diciassettesimo secolo delle streghe, nella voce di Calibano:</p>
<p>Non devi avere paura.<br />
L’isola è piena di rumori,<br />
Suoni e dolci arie<br />
Che danno piacere e non fanno male.<br />
A volte sento<br />
Mille strumenti vibrare<br />
E mormorarmi alle orecchie.</p>
<p>[W. Shakespeare, <em>La tempesta</em>, Atto III, Scena II, traduzione di A. Lombardi, Garzanti, Milano 1982, p. 123.]</p>
<p>Ai rumori vibranti, che conducono l’ascoltatore in un’autentica dissoluzione dell’ego, Calibano, il mostro, si addormenta e sogna. Quei rumori non animano la materia, sono la materia. Fanno paura perché dicono che niente è mai piegato del tutto al controllo, e il linguaggio si evolve in una continua approssimazione che non esaurisce, fallisce piuttosto, il senso dell’intero. Così anche un mostro diventa un poeta – lo è, di fatto, sempre stato. Questo è un luogo selvaggio, ma tu non temere, consiglia Calibano. Non è più selvaggio di te. Fidati dei suoi verbi che ti cantano là dentro e qui, fuori da te stessa.<br />
Ogni incantamento, dunque può sottendere un gesto di consapevolezza dell’altro, chiunque esso sia, che rigetta politicamente il potere contenitivo della società a favore dell’ascolto delle lingue – come cercano giustizia, come ci strappano di dosso le frontiere, come ci annunciano le loro morti e i loro desideri, come in loro coabitino, senza distinzione, ciò che opprime e ciò che viene oppresso. Ogni incantamento è radice poetica, chiamata delle esistenze all’essere reciproco e relazionale, ritmo di rottura nelle apparenze accettate come regola. La crisi del tempo odierno potrebbe essere fatale a noi come a molte altre specie con cui formiamo una famiglia interdipendente. In questa deriva, il cui motore principale è il principio estrattivista, una porzione di umanità – bianca, benestante, capitalista, tradizionalmente monoteista – ha deciso, con poca consapevolezza, lo sfruttamento di chiunque sia fuori da simili confini, fino al paradosso del suicidio. È una postura che non si stabilisce solo verso le categorie del regno animale o vegetale, su cui sembra focalizzarsi un’ecologia ingenua e nostalgica. Avviene prima di tutto verso le nostre vicende personali, nel tracciare il tempo in una linea di crescita e superamento, quando sarebbe più sensato ammettere il mescolarsi delle esperienze le une nelle altre, o confessare con sollievo che non supereremo nulla, perfino ben oltre la dantesca metà della vita. Le noi bambine scintillano come le anziane; le figlie partoriscono le nonne; il passato scrive con la sua cifra il futuro. Un incantamento trae dalla perdita linfa per altre connessioni, ma quando tutto ciò che seminiamo sono punti di non ritorno, a quale tu potremo rivolgerci, quale compromesso potremo stringere per sopravvivere immaginativamente, fisicamente? Allora un incantamento è qualcosa in più dell’opporsi allo status quo. È disfarlo, una parola alla volta. È rifare il bordo assicurandosi che ci sia posto per la sfilacciatura, per il non detto, non scritto, non deciso, perché una parte dell’incanto inizi in chi compone, ma l’ultima si schiuda in chi ridice. Cambiare la percezione da legge a canto, farlo prevedendo sempre un collettivo, attuale o a venire che sia, capace di trasformare a sua volta il messaggio.</p>
<p>Scrivo questi appunti dopo aver riletto gli incantamenti che venti voci di poete, per la maggioranza nate fra gli anni Settanta e Ottanta, hanno regalato a questo progetto antologico, curato dalla sottoscritta insieme a Cristina Babino e Laura Di Corcia. Li scrivo dopo gli innumerevoli messaggi nella nostra chat di coordinamento, variando dal personale al sociale, dalla confessione alle speranze, dalle sciocchezze alle angosce per le derive totalitariste della nostra contemporaneità. Li scrivo con preoccupazione, intenzione, riconoscenza. Non sapevo, proponendo qualche anno fa a Cristina e Laura questo lavoro e immaginandolo, come ancora lo immagino, quale primo passo di un dialogo, un laboratorio costante che partisse dalla nostra generazione, cosa avremmo raccolto.<br />
Ora ho per le mani un’opera corale, che unisce diversità di poetiche in quel molteplice di cui si diceva prima, che non teme la fastidiosa solerzia delle classificazioni e delle appartenenze. È un’opera di donne. Ancora di più: è un’opera genuinamente femminista, proprio perché rompe l’asse dei poteri per un cerchio della parola, perché fa un abito dello stigma – streghe, poetesse, perfino, citando Gloria Evangelina Anzaldúa, “attiviste spirituali” (mai così materiche, mai così dentro ciò che si vede) – affinché esso splenda e ci affranchi dalla paranoia identitaria.</p>
<p>Mariasole Ariot apre con il suo potentissimo tu allitterativo che chiama un ritorno mentre spalanca l’inconcepito e inconcepibile sfaldamento di ogni terra immaginata. Cristina Babino ci immette nel tentativo impossibile di superare un lutto, ri-cantandosi negli oggetti di un lungo tempo insieme ai morti, fino alla reciproca liberazione. Elisa Biagini affonda e incontra i corpi in sostanze del mondo vegetale, senza alcun lirismo panico, dissezionando, piuttosto, le parti vitali fino all’essenza. Maria Borio vanifica ogni nettezza riguardo alla sua persona o alla parola casa, affidandoci imperativi e domande che confondono il noi negli elementi. Alessandra Carnaroli sovverte, in una sequenza di anafore, la vittima e il carnefice come un fermo gridare fuori dalle voci e dalla morale maggioritaria. Tiziana Cera Rosco decide il viaggio nell’altro (amato, rivale, specchio) per il recupero di una limpida cura di sé, fuori da falsi conforti. Laura Corraducci detta nei versi un’eredità poetica, prestando la voce a tre artiste del passato e alla loro opera, ridefinendo una genealogia familiare. Manuela Dago Pecorari scrive formule magiche in forma di filastrocca, riannodando al presente il filo di una sapienza infantile da mandare a memoria. Azzurra D’Agostino guarda, lontana da ogni istinto predatorio, agli animali e alle piante per lasciarsi mostrare la partecipazione trepidante e concreta all’esistenza. Evelina De Signoribus evoca un gesto antico di tessitura e racconto, dove i morti respirano nei vivi, li incontrano nei segni delle stagioni. Laura Di Corcia trasforma l’incantesimo in esercizio di autodeterminazione, che afferma innocenza e divergenza, in una pratica di fiducia fra bambina e adulta. Francesca Genti segna una rotta di congedo, lasciando tuttavia che chi muore sia ancora ospite del quotidiano, senza soluzione fra tristezza e gratitudine. Laura Liberale cerca il rito per discendere nello spirito, in una meditazione verso gli inferi la cui uscita è nella dignità dell’altro animale. Viola Lo Moro scrive come una rabdomante urbana trovando l’altra sul fondo dell’acqua per opporre, insieme, una danza anarchica a un sistema codificato. Franca Mancinelli scandisce il ritmo in un cammino dove guidano i piccoli, gli inermi: a essi conferisce la capacità di sollevare il mondo. La sottoscritta usa gli incantesimi per definirsi dentro l’altro, sia esso un approdo, un distacco o una mutazione animale che ricrea il linguaggio. Renata Morresi dona la voce alla bambina in un’istanza di giustizia contro il male, una maledizione immersiva che benedice ciò che siamo state. Laura Pugno ci soffia nella dimenticanza della specie come in un’origine minerale dove la scrittura sarà restituita ad altri tracciati viventi, non umani. Marilena Renda affila e non lenisce il conflitto familiare delle generazioni, rivendicando la rabbia, un incedere zoppo che frantuma illusioni e attese. Mariagiorgia Ulbar ci sospende in una sequenza meravigliata e inquieta come una ninna nanna, con cui ricominciare l’infanzia finita nel sonno degli adulti.</p>
<p>Infanzia, transpecismo, post-umano (o pre-umano), casa, ritorno, discesa, eredità, lutto, ferita, rito, anatema, contro-magia, maternità, ombra, corpi, origine, trasmutazioni, ibrido; sono fra le prime parole-soglia che riconosco in questa mappa antologica di poesia. Invito ognuno a trovare le sue per seguire sentieri di incontro su cui perdersi ripetutamente. Alcuni di questi testi faranno parte di lavori in divenire delle autrici e mi piace pensarli come semi comunitari.<br />
Forse, infine, gli incantamenti non esprimono un fare, per mezzi invisibili e trasversali, nel tempo e nello spazio che abitiamo, ma uno stupirsi della loro natura multiforme, la loro irriducibilità a una versione utilitaristica di progresso e sviluppo.</p>
<p>Torno alla mia valigetta e al suo contenuto. È qui davanti a me. Cosa volevo che si avverasse? Volevo che il dolore trascorresse, volevo ricordare in oggetti, vicini ma separati da me, fino a lenire la mente? Credo che, senza saperlo, senza averlo deciso a priori, volessi soprattutto evocare un luogo per ciò che non può essere espresso. Perché la materia sia materia. L’altro, nella vita e nella morte, sia sciolto dai legami.</p>
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		<title>Fate Morgane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jan 2021 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[fate morgane]]></category>
		<category><![CDATA[L'arcolaio]]></category>
		<category><![CDATA[marilena renda]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[Le visioni di Marilena Renda hanno un preciso contesto geografico di riferimento, eppure proprio per questo sfuggono, costantemente: la memoria non scrive più le mappe dei luoghi, che restano in attesa di svanire o divenire. Perfino l&#8217;amore è una fata morgana: fatale segno del destino, che permane in impressioni, più che nella reciproca comprensione. Nei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le visioni di Marilena Renda hanno un preciso contesto geografico di riferimento, eppure proprio per questo sfuggono, costantemente: la memoria non scrive più le mappe dei luoghi, che restano in attesa di svanire o divenire. Perfino l&#8217;amore è una fata morgana: fatale segno del destino, che permane in impressioni, più che nella reciproca comprensione. Nei corpi della madre, della figlia e dei bambini del mare (in senso reale, con riferimento ai migranti, e simbolico, come creature più forti e selvagge dei loro genitori), affiora una verità tutta fisica e sensoriale, in cui trovare riconciliazione. Forse la sospensione delle fate è l&#8217;enigma della parola che insieme contiene e tradisce il passato, anticipa e fallisce il futuro, ma continuamente si china per accogliere. Parafrasando i versi di una poesia: &#8220;fa le prove&#8221; per un mondo e il suo successore. (FM)</em></p>
<p><strong>di Marilena Renda</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È vero, della natura non ti puoi fidare,<br />
ma non dovresti nemmeno disturbare i vulcani.<br />
Potrebbero, se vogliono, emettere<br />
quella bava di fuoco per cui sono famosi<br />
oppure non fuoco, ma metano e fango,<br />
un muro alto venti metri, o anche quaranta<br />
che nelle belle giornate può sollevarsi<br />
e seppellire una famiglia di tre persone.<br />
Ci sono luoghi che non sono come appaiono,<br />
come isole che compaiono all&#8217;improvviso<br />
e spariscono dopo una settimana,<br />
terreno per fate morgane e inganni perfetti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ti abbiamo spaventato, una sera, con gli anni Cinquanta,<br />
i mercoledì sera che si sparava e i bambini che non uscivano,<br />
con mio nonno che sparò al fidanzato della sorella<br />
e gli zii americani che non disdegnano la compagnia<br />
dei narcotrafficanti e dei feroci bestioni di Villabate.<br />
Mio padre coltiva la leggenda dei mafiosi di una volta,<br />
che aiutavano le ragazze a rompere i fidanzamenti<br />
e i paralitici ad ottenere le sedie a rotelle.<br />
Mio nonno contrabbandava grano ed era protetto da Giuliano<br />
e da strani Robin Hood che gli permettevano di trafficare.<br />
Non volevo spaventarti, e non ti ho neanche consolato,<br />
il giorno dopo, in aeroporto, quando sentivi ancora<br />
il fischio delle pallottole alle spalle,<br />
quando mi sono liberata della tua innocenza,<br />
e superato Montelepre, le pietre, le montagne dei briganti<br />
ho gettato dal finestrino la protezione e quel che resta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non avevo mai visto una casa, quindi la trovai spaventosa.<br />
Venivamo da una tana, conoscevo solo tane.<br />
Mia madre non aveva più lo sguardo del terremoto,<br />
la gonna sgualcita e lo sguardo verso il basso<br />
di quelli che provano a fare ordine nel terrore.<br />
Le madri sono buone, buone come la terra<br />
e la terra è buona anche quando non lo è affatto.<br />
Il loro regno è potente e silenzioso<br />
e nel sangue hanno la quiete della morte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Partorirò un mostro perfetto,<br />
già senza pregi,<br />
che mi guardi<br />
con l’odio della creatura<br />
che prometto di ricambiare,<br />
per espiare il detestabile dono<br />
della vita.<br />
Nessuno amerà tenerlo,<br />
tutti frettolosi nel toglierselo dalle braccia.<br />
Per questo ho ronzato attorno al sogno<br />
finché non sei arrivata tu,<br />
che adesso corri nel recinto<br />
insieme a una bimba malata<br />
che cade sulle mattonelle.<br />
La madre la rimette in piedi,<br />
e tu le piombi addosso<br />
col tuo verso alluvionale,<br />
mentre io ricordo la promessa<br />
a cui non ho prestato orecchio<br />
e che certamente si vendicherà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>per Bonaviri</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Raccontami di nuovo la storia del bambino<br />
che al tramonto strapparono alla madre<br />
per innestare il suo corpo nel carrubo,<br />
perché dalla circolazione di linfe e succhi<br />
gli uomini ricavassero nuovo nutrimento.<br />
È il padre che deve cibarsi dei frutti di questa infiorescenza,<br />
mangiare carne giovane mescolata a foglie,<br />
in modo da tornare dalla morte al figlio che lo cerca.<br />
Raccontami di nuovo di come il figlio si illuse<br />
di riportare il padre sulla terra e ribaltare le leggi di natura,<br />
di come la madre si trovò perduta, in mezzo alla terra,<br />
perduta, e poi che trovò il figlio-pianta sul punto della morte,<br />
gli si abbracciò dimenticandosi tutta l’altra vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Chernobyl, dopo l’evacuazione, i veicoli<br />
sono rimasti a lungo sulla strada. La ruggine non ha fretta,<br />
i bambini venivano su come capitava, in tempo di guerra<br />
nessuno può pretendere attenzione.<br />
Da dove arrivava la nube, tutto è stato sigillato.<br />
A che serve coltivare le arti del passato,<br />
i gesti classici, quando la terra muore?<br />
Non c’è accordo, invece, su cosa fare delle rovine,<br />
nessuno pensa a liberare le vecchie case dai mobili,<br />
dai materassi, i libri e le bottiglie.<br />
Il cinghiale e la lince corrono molti rischi,<br />
ma possono sempre tornare dalla preda,<br />
la foresta fa un silenzio che dice la verità,<br />
gli animali ricordano l’uomo, ma in modo confuso<br />
le categorie si sono mescolate nella zona d’esclusione<br />
le foglie hanno cambiato forma<br />
il mondo fa le prove di un altro mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una nigeriana, a Palermo, in via Juvara<br />
ha gettato in un sacco ciò che resta di un bambino.<br />
La sua morte fino a ieri sarebbe stata solo un pericolo scampato,<br />
uno di quelli di cui si nutre con divertimento<br />
la nostra storia di adulti, con le cadute dalle scale<br />
gli incidenti stradali e i danni ai denti.<br />
Quante cose non vedono i santi che proteggono,<br />
tutta la violenza al centro di questo amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Poesie tratte da: Marilena Renda, <em>Fate Morgane</em> (L&#8217;Arcolaio, 2020)</strong></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Brevi discorsi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/11/18/brevi-discorsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Nov 2019 05:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[anne carson]]></category>
		<category><![CDATA[marilena renda]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Anne Carson traduzione di Marilena Renda &#160; Introduzione Una mattina presto le parole vennero a mancare. Prima, le parole non erano. I fatti erano, le facce erano. In una buona storia, Aristotele ci dice che tutto ciò che accade è spinto da qualcos’altro. Tre vecchie sono chine nei campi. A che serve interrogarci? dissero. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anne Carson</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Marilena Renda</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Introduzione</p>
<p>Una mattina presto le parole vennero a mancare. Prima, le parole non erano. I fatti erano, le facce erano. In una buona storia, Aristotele ci dice che tutto ciò che accade è spinto da qualcos’altro. Tre vecchie sono chine nei campi. A che serve interrogarci? dissero. Ben presto fu chiaro che esse sapevano tutto ciò che c’era da sapere sui campi innevati, i germogli verdi e blu e la pianta chiamata “audacia”, che i poeti scambiano per viola. Cominciai a ricopiare tutto ciò che veniva detto. La punteggiatura costruisce gradualmente un istante di natura, senza la noia di una storia. Le do enfasi. Farò qualunque cosa per evitare la noia. È il compito di una vita. Non puoi mai sapere abbastanza, mai lavorare abbastanza, mai usare gli infiniti e i participi in modo abbastanza strano, mai ostacolare abbastanza duramente il movimento, mai lasciare la mente abbastanza velocemente.</p>
<p>&nbsp;<br />
<span id="more-81382"></span></p>
<p>Breve discorso sulle orchidee</p>
<p>Viviamo scavando tunnel, perché siamo gente sepolta viva. Per me, i tunnel che scavi sembreranno stranamente senza scopo, orchidee sradicate. Ma la fragranza è imperitura. Un Ragazzo è scappato da Amherst pochi Giorni fa, scrive Emily Dickinson in una lettera del 1883, e quando le chiedono dove stava andando rispose, Vermont o Asia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso su Parmenide</p>
<p>Ci vantiamo di essere persone civili. Ma cosa succederebbe se i nomi delle cose fossero completamente diversi? L’Italia, per esempio. Ho un amico che si chiama Andrea, italiano. È vissuto in Argentina e in Inghilterra, e per un po’ anche in Costarica. Dovunque viva, invita gente a cena. È un gran lavoro. Pasta con i carciofi. Pesche. Il suo largo sorriso non svanisce mai. Cosa accadrebbe se il vero nome dell’Italia si rivelasse essere Brzoy? – Andrea continuerà a viaggiare per il mondo come la luna vagante con la sua luce presa a prestito? Temo che non siamo riusciti a capire ciò che stava dicendo, o le sue ragioni. Per esempio, se ogni volta che dice “città” intendesse “illusione”?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso sulla deflorazione</p>
<p>Le azioni che compiamo in una vita non sono così tante. Entrare, andare, entrare in segreto, attraversare il Ponte dei Sospiri. E quando hai gettato il disonore su di me, ho visto che il disonore è un&#8217;azione. È successo a Venezia, le corde vocali si sono ingrossate. Attraversai rombando Venezia, sopra e sotto i ponti, ma tu te n&#8217;eri andato. Più tardi, quel giorno, telefonai a tuo fratello. Cos&#8217;ha che non va la tua voce? disse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso su Monna Lisa</p>
<p>Ogni giorno lui versava la sua domanda dentro di lei, come tu versi acqua da un recipiente a un altro, e l’acqua fuoriusciva. Non ditemi che stava dipingendo sua madre, la lussuria, ecc. C’è un momento in cui l’acqua non è né in un recipiente né nell’altro – che sete che era, e lui pensava che quando la tela sarebbe stata completamente vuota avrebbe smesso. Ma le donne sono forti. Lei conosceva i contenitori, conosceva l’acqua, conosceva la sete mortale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso sull’edonismo</p>
<p>La bellezza mi rende disperata. Non mi interessa perché più voglio solo andarmene. Quando guardo la città di Parigi desidero avvolgerle le gambe intorno. Quando ti guardo ballare c’è una scorata immensità, come un marinaio in un mare calmo e morto. Desideri rotondi come pesche sbocciano in me tutta la notte, non raccolgo più quello che cade.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso sulla lettura</p>
<p>Alcuni padri odiano leggere ma amano portare le famiglie in viaggio. Alcuni bambini odiano i viaggi ma amano leggere. Buffo come questi si ritrovino ad essere passeggeri nella stessa macchina. Intravedevo le meravigliose e lampanti spalle delle Montagne Rocciose tra un paragrafo e l’altro di Madame Bovary. Ombre di nuvole vagavano languidamente per l’enorme gola rocciosa, tratteggiavano i suoi fianchi di conifere. Da allora non riesco a guardare i peli sulla pelle femminile senza pensare: Deciduo?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso su chi sei tu</p>
<p>Voglio sapere chi sei. La gente parla di una voce che grida nel deserto. Per tutto il vecchio Testamento una voce, che non è la voce di Dio ma che conosce i suoi pensieri, grida. Mentre aspetto, potresti farmi un favore. Chi sei tu?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso su Charlotte</p>
<p>Charlotte, Emily e Anne Brontë erano solite, dopo le preghiere, posare il cucito e camminare in fila indiana attorno al tavolo del salotto fino alle undici circa. Emily camminò finché poté, e quando morì Anne e Charlotte ricominciarono – e adesso mi fa male il cuore nell&#8217;udire Charlotte che cammina, cammina da sola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso sulla ferita notturna del mondo di Hölderlin</p>
<p>Re Edipo può avere avuto un occhio di troppo, disse Hölderlin, e continuò ad arrampicarsi. Sotto il verso dell’albero è vuoto come l’interno di un polso. La roccia resta. I nomi restano. I nomi cadono su di lui, sibilando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso sulla sensazione di decollo aereo</p>
<p>Beh sai, mi domando, potrebbe essere l’amore che corre verso la mia vita con le braccia alzate gridando <em>che affare, compriamolo</em>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso sulle pietre del sonno</p>
<p>Camille Claudel visse gli ultimi trent&#8217;anni della sua vita in manicomio, chiedendosi il perché, scrivendo lettere a suo fratello il poeta, che aveva firmato le carte. Vieni a trovarmi, dice. Ricordati che vivo con delle pazze, i giorni sono lunghi. Non fumava e non passeggiava. Si rifiutava di scolpire. Le diedero delle pietre del sonno, marmo, granito e porfido, ma lei le ruppe, poi ne raccolse i pezzi e di notte li seppellì fuori dalle mura. Di notte le sue mani crescevano, sempre più enormi finché nella fotografia sembrano due parti di qualcun altro poggiate sulle sue ginocchia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Breve discorso sul riparo</p>
<p>Puoi scrivere su un muro con un cuore di pesce, grazie al fosforo. Loro lo mangiano. Ci sono baracche così lungo il fiume. Sto scrivendo questa cosa per essere il più possibile ingiusta nei tuoi confronti. Sostituisci la porta quando esci, essa dice. Adesso dimmi quanto è ingiusta, quanto scintilla a lungo. Dimmi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anne Carson, <em>Short Talks</em>, Brick Books 1992, 2015</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’amore nella terra guasta. Su Fuoco al cielo Di Viola di Grado</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/04/10/lamore-nella-terra-guasta-su-fuoco-al-cielo-di-viola-di-grado/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Apr 2019 05:00:04 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marilena Renda</strong></p>
<figure id="attachment_78884" aria-describedby="caption-attachment-78884" style="width: 350px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-78884" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/deltredici.l4.muslyumuov650px-300x202.jpg" alt="" width="350" height="236" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/deltredici.l4.muslyumuov650px-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/deltredici.l4.muslyumuov650px-250x168.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/deltredici.l4.muslyumuov650px-200x135.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/deltredici.l4.muslyumuov650px-160x108.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/deltredici.l4.muslyumuov650px.jpg 650w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /><figcaption id="caption-attachment-78884" class="wp-caption-text">Robert Del Tredici, Maids of Muslyumovo</figcaption></figure>
<p>Muslyumovo, negli Urali del sud, è uno dei posti più radioattivi al mondo. Per anni, le scorie nucleari prodotte dal vicino impianto di Mayak sono state gettate nel vicino fiume Techla, da sempre utilizzato dalla popolazione per bere, lavarsi, irrigare i campi, pescare, fare il bagno d’estate. Nel 1957 un incidente a Mayak ha contaminato un’area all’incirca di 20.000 chilometri quadrati; una tragedia nucleare seconda solo a Chernobyl, che spinse le autorità sovietiche a mantenere il segreto su quanto stava succedendo nei dintorni della loro centrale nucleare e a creare una vera e propria “città segreta” i cui abitanti erano pagati per mantenere il silenzio sull’accaduto. La nuova Muslyumovo sorge a pochi chilometri dalla vecchia; i suoi abitanti ricevono un sussidio dal governo, ma la media dei malati di cancro è molto più alta della media nazionale e altissima è la percentuale di bambini che nascono con difetti congeniti o ritardi mentali.</p>
<p>Tamara e Vladimir vivono insieme a Muslyumovo, che come tutti i villaggi intorno alla città segreta è un villaggio chiuso. Vladimir è un infermiere che viene da Mosca e dopo aver incontrato Tamara ha scelto di restare malgrado le radiazioni. Tamara ha perso i genitori molti anni prima; i suoi genitori dragavano il fiume e si sono ammalati, lei è sopravvissuta. Tamara insegnava scienze nella scuola di Muslyumovo: dopo aver incontrato Vladimir ha smesso, e adesso la scuola è in stato di abbandono, le piante crescono tra le assi del pavimento. Tamara e Vladimir sono i protagonisti di <a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/fuoco-al-cielo/"><strong><em>Fuoco al cielo</em></strong>, l’ultimo romanzo di <strong>Viola Di Grado</strong> (La nave di Teseo, pp. 233, 19 euro)</a>, e finora il più estremo, il più radicale.</p>
<p>Cercando notizie su Muslyumovo, mi sono imbattuta in <a href="https://atomicphotographers.com/2017/02/15/photographing-the-nuclear-body/">una foto di Robert Del Tredici</a> che ritrae un gruppo di ragazze del villaggio. Sono eleganti, un po’ rétro, guardano con aria preoccupata altrove rispetto all’obiettivo tranne una, magra, dal volto affilato, che guarda dritto in camera. Qualche anno fa un altro fotografo, Robert Polidori, fece un importante reportage nella zona d’esclusione di Chernobyl, i trenta chilometri attorno alla centrale da cui la presenza umana è stata bandita. Quello che le foto di Polidori mostrano è un prevedibile paesaggio di case, scuole e luoghi di ritrovo abbandonati; quello che non mostrano è come la natura – lupo grigio, lontra, aquila americana, specie animali da tempo scomparse da quei luoghi – abbiano ricominciato a ripopolare la zona d’esclusione, decretando di fatto una rivincita della natura. Tamara e Vladimir si amano come due sopravvissuti all’umanità, come due che sanno che non c’è più spazio per un amore sano in una terra guasta.</p>
<p>“Vladimir doveva saperlo. Doveva saperlo, Cristo santo.<br />
Nel suo corpo non poteva crescere niente di buono. Il suo corpo aveva il DNA marcio, era come un vecchio stupido albero, abbandonato dal sole e dalla terra, un albero che aveva succhiato plutonio tutta la vita. E poi aveva trentanove anni”.</p>
<p>Nel Novecento, l’archetipo della terra malata era <em>La terra desolata</em> di Eliot, con il senso di minaccia di cui si fa portavoce l’indovino Tiresia, l’uomo-donna veggente cieco capace di predire il futuro. C’è un cieco anche qui, l’ex direttrice dell’orfanotrofio accecata dal diabete. Rimasta anche lei per amore nel villaggio, cominciò a sognare “ombre nere che riempivano le strade”, e diventò lo spauracchio dei bambini, che la scambiavano per un fantasma.</p>
<p>Per Tamara e Vladimir il punto di non ritorno è la nascita di un bambino nato morto di Tamara, che all’inizio è riluttante ad accettare la gravidanza, ma dopo la morte del neonato non riesce ad elaborarne la perdita. Smarrita negli incubi e infragilita, trova nella foresta un essere mostruoso e inizia a prendersi cura di lui, fino al tragico epilogo. L’amore nella terra guasta è così, produce frutti che provocano insieme gioia e spavento.</p>
<p>“Dopo un mese Vladimir le chiese di trasferirsi da lui, ma lei disse: “Assolutamente no”. Voleva restare nella casa in cui era cresciuta, in cui sua madre le aveva raccontato la sua ultima favola della buonanotte, quella del corvo che rivela agli inuit che nel resto del mondo esiste la luce. Nella casa vicina al cimitero, così suo padre e sua madre non erano mai veramente lontani e le sue preghiere notturne arrivavano a loro tutte intere.<br />
L’ultimo giorno del 1992 Vladimir si trasferì da lei, nel quartiere vecchio, nella casa dei suoi genitori e dei suoi nonni. Una casa cadente a centocinquanta metri dal fiume maledetto, dove il vento graffiava il vetro sottile delle finestre e il pattume radioattivo saliva dal fondo dell’acqua, rimestato dalle vacche che ci andavano a bere.<br />
[…]<br />
Si trasferì e non se ne andò più.<br />
Quando lei usciva per andare al lavoro, il fondotinta sulla faccia, l’ombretto glitterato, lui sentiva uno strappo, come se fosse tornato bambino e non avesse modo di stare solo.<br />
Sedeva sul divano, una rivista di automobili addosso, senza riuscire a leggerla, pensando alla bocca scura di Tamara e alle sue gambe lunghe, alla sua risata rauca, alle sue mani fredde, sentiva una miscela confusa che era gioia, ma non poteva saperlo, perché la gioia si riconosce solo da lontano, quand’è passata per sempre”.</p>
<p><strong>Viola Di Grado</strong> ha un enorme talento, visionario e struggente. Il libro precedente, <em>Bambini di ferro</em>, metteva insieme infanzia e fantascienza in modo molto originale; <em>Fuoco al cielo</em> viene da lì, ma va molto oltre, a partire dalla scrittura, che rispetto ai libri precedenti è rastremata ed essenziale in modo direi brutale. Leggerlo, soprattutto nella parte iniziale, è stata una vera sofferenza fisica: <em>Fuoco al cielo</em> è un libro che fa male al lettore (ricordati l’ascia di Kafka, mi ha detto giustamente l’autrice). Mi sono fatta forza nonostante il disagio fisico, sempre tenendo in mente l’ascia di Kafka, ma il disagio non è diminuito, segno di un’ascia andata perfettamente a segno. D’altra parte, anche Kafka è una medicina amara ma prodigiosa.</p>
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		<title>Scacciapensieri (antologia di poetry therapy)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/03/14/scacciapensieri-antologia-di-poetry-therapy/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2016 06:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Licia Ambu A immaginare non ci vuole niente. &#160; A leggere questo libro mi son venuti i nove anni. Poi i tre, i quattro, gli undici. Sono usciti da soli, si sono palesati perché erano già lì, tutti nello stesso posto, tutti che mi abitano. Al primo verso di questa antologia, inaugurata con una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="Scacciapensieri - Seconda medicina: dialogo" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/J1ITlIgy9HA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Licia Ambu</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>A immaginare non ci vuole niente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A leggere questo libro mi son venuti i nove anni.</p>
<p>Poi i tre, i quattro, gli undici. Sono usciti da soli, si sono palesati perché erano già lì, tutti nello stesso posto, tutti che mi abitano. Al primo verso di questa antologia, inaugurata con una poesia alla primissima voce di mamma, gli anni sono ritornati subito alla ribalta.</p>
<p>Questa antologia si chiama <em>Scacciapensieri</em>. <em>Poesia che colora i giorni neri</em>. Lo scacciapensieri è uno strumento musicale in parte mobile, in parte fisso. Ed è uno strumento idiofono, cioè produce un suono tramite la vibrazione del suo stesso corpo. Un po’ come dire che ha in sé tutte le risorse per poter diffondere la sua musica a spasso per il mondo. Un suono che sia calmante, terapeutico, portatore di gioia, lenitivo per la tristezza, o un semplice sottofondo. Scacciapensieri è il titolo di questo libro, e questo libro è come una bacchetta magica universale. Il principio è lo stesso: ha una parte fissa di parole stampate saldamente tra le pagine, con un inchiostro convinto e intenzionato a restare nel tempo e una parte mobile che permette di diffonderne il potere a spasso per il mondo tramite il suo impiego, tramite la liberazione delle parole e del loro suono. Anche in termini terapeutici. Come una medicina.</p>
<p>La medicina è quella cosa che serve in caso di guai. Quando si tratta di guai dell’anima, la medicina si chiama poesia. Ma poesia mica nel senso aulico che potrebbe farvi pensare a polvere, versi ostici, montagne di ermetismo, splendido per carità ma non terapeutico allo stesso modo diciamo, assolutamente non quello. Questa poesia è una magia molto particolare. Ha finalità pragmatiche e scaccia i pensieri che non vanno bene. Questo libro è un cilindro magico in cui si crea l’arte di guarire. Roba da infilarci una mano scendendo fino al gomito compreso, e tornare alla luce con il braccio praticamente fatato, pieno di fili di parole terapeutiche su argomenti molto molto importanti, come l’amore, il dialogo, la risata, lo stupore e il tempo. Una magia che serve universalmente e che ogni volta è nuova e diversa. Un incanto che funziona su tutti.</p>
<p>Scacciapensieri è un libro completo di istruzioni per l’uso, dichiarate apertamente e con la seria intenzione di rendere il tutto tascabile e facilmente fruibile. Ricco di espliciti bugiardini tematici e con illustrazioni liquide e itineranti lungo tutte le pagine. Come uno scacciapensieri, appunto, che produce vibrazioni e poi le lascia libere di andarsene a volare per aria, a toccare le teste che passeggiano di grandi, piccoli, animali, fiori e cose. Questa raccolta di versi è un prontuario e come tale va usato, come una caramella che cambia il gusto alla bocca, un’idea che spolvera la testa, una formula che cambia i colori,</p>
<p><em>In mezzo c’è una strada</em></p>
<p><em>Che porta verso il mondo</em></p>
<p><em>È che dovunque vada</em></p>
<p><em>Non sta lì a girare in tondo</em></p>
<p>Il provetto portavoce per una missione di questa portata, e cioè la diffusione del verbo, si dice a un certo punto dovrebbe essere un bambino che al posto del primo cittadino declami i versi per il pianeta. Una candidatura indovinatissima perché con questo metodo si finisce per esprimere tutta l’efficacia delle parole ed è proprio possibile che in determinati contesti si riesca a ripescare uno dei bambini che siamo e fargli recitare la poesia. I bambini si riconoscono dall’età e da molte caratteristiche ma qui, più che l’anagrafe, la questione è decidere di considerare l’essere bambini il comune denominatore di tutti, perché tutti lo siamo stati e tutti dovremmo ancora esserlo da qualche parte dentro di noi. Si tratta di allargarsi un momentino la pelle e guardarsi dentro alla ricerca di quel posto, tra un organo e l’altro, da sotto gli occhi alla punta dei piedi, dove stiamo nascosti ancora bambini. Siamo quelli con la pila in mano che ci indichiamo la strada per guardare per bene le cose in modo un po’ puro e semplice, citando: <em>Per fortuna ci sono i bambini e i poeti. </em></p>
<p>La poesia è creazione, è dialogo, è costruzione. I poeti creano, inventano, cantano. Lo sapevate che con la poesia si può domandare a un dolore senza fargli male? E che ci sono poesie che vanno recitate e dette con una precisa coreografia di passi? Che gli anni si possono perdere all’indietro? Che si può persino stupirsi dello stupore, tenersi la natura a portata di mano, portarsi a spasso il vento, invitare il sole, farsi compagnia con gli alberi, imparare a prendere le misure alle cose, le distanze giuste per guardare, è possibile tutto questo, lo sapevate? E quale medicina può essere migliore di quella che si tramanda in un modo così leggero come la voce, in qualsiasi posto, a qualsiasi ora, ad opera di chiunque?</p>
<p>Viene voglia di impararle a memoria, di dirle come un mantra, una ricetta, una canzone, al posto di nome e cognome, codice fiscale, targa della macchina, informazioni sul tempo, appuntamenti noiosi. Qui ci si legge dentro mica ci si archivia fuori. Dice una nota a un certo momento: <em>Non tutti i libri quando bussi ascoltano</em>.</p>
<p>Questo libro quando bussi canta, vi dico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Scacciapensieri. </em><em>Poesia che colora i giorni neri</em>.</p>
<p><em>Antologia di poetry therapy per bambini</em><br />
dagli 8 ANNI<br />
Edizioni Mille Gru, 2015</p>
<p>&lt;<a href="http://poetrytherapy.it/lantologia-scacciapensieri/" target="_blank">http://poetrytherapy.it/lantologia-scacciapensieri/</a>&gt;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Esce L&#8217;Ulisse n.18. Poetiche per il XXI secolo.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2015 16:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;ULISSE n. 18. Poetiche per il XXI secolo. &#160; INDICE &#160; Editoriale, di Stefano Salvi &#160; IL DIBATTITO IDEE DI POETICA Fabiano Alborghetti Gian Maria Annovi Vincenzo Bagnoli Corrado Benigni Vito Bonito e  Marilena Renda Gherardo Bortolotti Alessandro Broggi Maria Grazia Calandrone Gabriel Del Sarto Giovanna Frene Vincenzo Frungillo Florinda Fusco Francesca Genti Massimo Gezzi Marco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone  wp-image-53613" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg" alt="Doug Aitken New opposition  II - 2001" width="384" height="333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001-300x260.jpg 300w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" /></a></p>
<p><a href="http://www.lietocolle.com/cms/wp-content/uploads/2014/03/ULISSE-182.pdf" target="_blank">L&#8217;ULISSE n. 18. Poetiche per il XXI secolo.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>INDICE</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Editoriale</strong>, di Stefano Salvi</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>IL DIBATTITO</strong></h3>
<h3></h3>
<p><em>IDEE DI POETICA</em></p>
<p>Fabiano Alborghetti</p>
<p>Gian Maria Annovi</p>
<p>Vincenzo Bagnoli<span id="more-53599"></span></p>
<p>Corrado Benigni</p>
<p>Vito Bonito e  Marilena Renda</p>
<p>Gherardo Bortolotti</p>
<p>Alessandro Broggi</p>
<p>Maria Grazia Calandrone</p>
<p>Gabriel Del Sarto</p>
<p>Giovanna Frene</p>
<p>Vincenzo Frungillo</p>
<p>Florinda Fusco</p>
<p>Francesca Genti</p>
<p>Massimo Gezzi</p>
<p>Marco Giovenale</p>
<p>Mariangela Guatteri</p>
<p>Andrea Inglese</p>
<p>Giulio Marzaioli</p>
<p>Guido Mazzoni</p>
<p>Renata Morresi</p>
<p>Vincenzo Ostuni</p>
<p>Gilda Policastro</p>
<p>Laura Pugno</p>
<p>Stefano Raimondi</p>
<p>Andrea Raos</p>
<p>Stefano Salvi</p>
<p>Luigi Socci</p>
<p>Italo Testa</p>
<p>Mary Barbara Tolusso</p>
<p>Giovanni Turra</p>
<p>Michele Zaffarano</p>
<h2><em> </em></h2>
<p><em>NUOVI CRITICI SUL NOVECENTO</em></p>
<p>Vittorio Sereni</p>
<p>di Mattia Coppo</p>
<p>Attilio Bertolucci</p>
<p>di Giacomo Morbiato</p>
<p>Franco Fortini</p>
<p>di Filippo Grendene</p>
<p>Corrado Costa</p>
<p>di Riccardo Donati</p>
<p>Anni Novanta. Individui e fluidità</p>
<p>di Maria Borio</p>
<p>Poesia e ispirazione</p>
<p>di Raoul Bruni</p>
<p>Poetiche dell’informale</p>
<p>di Filippo Milani</p>
<p>Poetiche della relazione</p>
<p>di Jacopo Grosser</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>FUOCHI TEORICI</em></p>
<p>Domande ingenue</p>
<p>di Jean-Marie Gleize</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>POETICHE DEL ROMANZO</em></p>
<p>Le idee letterarie degli anni Zero</p>
<p>di Morena Marsilio e Emanuele Zinato</p>
<p>Walter Siti</p>
<p>di Gian Luca Picconi</p>
<p>Don DeLillo</p>
<p>di Federico Francucci</p>
<p><em> </em><em> </em></p>
<p><strong>LETTURE</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Mariasole Ariot</p>
<p>Daniele Bellomi</p>
<p>Alessandra Cava</p>
<p>Claudia Crocco</p>
<p>Francesca Fiorletta</p>
<p>Franca Mancinelli</p>
<p>Luciano Mazziotta</p>
<p>Manuel Micaletto</p>
<p>Fabio Orecchini</p>
<p>Giulia Rusconi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I TRADOTTI </em></p>
<p>Thomas James</p>
<p>tradotto da Damiano Abeni</p>
<p>Óskar Árni Óskarsson</p>
<p>tradotto da Silvia Cosimini</p>
<p>Dieter Roth</p>
<p>tradotto da Ulisse Dogà</p>
<p>Thomas Sleigh</p>
<p>tradotto da Luigi Ballerini</p>
<p>Eva Christine Zeller</p>
<p>tradotta da Daniele Vecchiato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Una prima presentazione della monografia, che vedrà presenti Vincenzo Bagnoli, Vito Bonito, Alessandro Broggi, Mariangela Guatteri, Morena Marsilio, Luciano Mazziotta, Italo Testa ed Emanuele Zinato, si terrà venerdì 8 maggio alle 19.00 presso l&#8217;Atelier Sì, in via San Vitale 69, a Bologna)</p>
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		<title>ARRENDITI DOROTHY!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Feb 2015 13:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[antonella anedda]]></category>
		<category><![CDATA[Arrenditi Dorothy]]></category>
		<category><![CDATA[fuoriformato]]></category>
		<category><![CDATA[l'orma editore]]></category>
		<category><![CDATA[marilena renda]]></category>
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					<description><![CDATA[C’è un crinale sottilissimo dunque che merita la nostra attenzione; le parole devono essere maneggiate con cura ma allo stesso tempo vissute, viste, assaporate, ascoltate. Ecco: «Fry Rye Die Cry My My My My My.» Un triplo elogio al ritmo, al suono, al cibo. Non è forse questo, farsi trasformare dai fulmini delle parole?  Antonella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 1">
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<figure id="attachment_50865" aria-describedby="caption-attachment-50865" style="width: 208px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-50865" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Cover-Renda-solo-fronte-HD-208x300.jpg" alt="Marilena Renda, Arrenditi Dorothy!  L'orma editore, collana fuorirformato, 19 febbraio 2015, Roma" width="208" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Cover-Renda-solo-fronte-HD-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Cover-Renda-solo-fronte-HD-710x1024.jpg 710w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Cover-Renda-solo-fronte-HD-900x1298.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/Cover-Renda-solo-fronte-HD.jpg 2000w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" /><figcaption id="caption-attachment-50865" class="wp-caption-text">Marilena Renda, Arrenditi Dorothy!<br />L&#8217;orma editore, collana fuorirformato, 19 febbraio 2015, Roma</figcaption></figure>
<p>C’è un crinale sottilissimo dunque che merita la nostra attenzione; le parole devono essere maneggiate con cura ma allo stesso tempo vissute, viste, assaporate, ascoltate.<br />
Ecco:</p>
<p>«Fry<br />
Rye<br />
Die<br />
Cry<br />
My<br />
My<br />
My<br />
My<br />
My.»</p>
<p>Un triplo elogio al ritmo, al suono, al cibo. Non è forse questo, farsi trasformare dai fulmini delle parole?</p>
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<p style="text-align: justify;"> <strong>Antonella Anedda.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esce oggi, per L&#8217;orma editore, nella collana <span style="text-decoration: underline;">fuoriformato</span> diretta da Andrea Cortellessa, <em>Arrenditi Dorothy!</em>, il nuovo libro di Marilena Renda. Ne proponiamo qui di seguito un estratto.</p>
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<p><span id="more-50863"></span></p>
<p>di: <strong>Marilena Renda </strong></p>
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<div class="column">
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-50871" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda2-300x226.jpg" alt="renda2" width="300" height="226" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda2-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda2-900x678.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda2.jpg 953w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>DI CALMA, DI AMORE O DI NIENTE</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta era diverso. Una volta i capelli, gli occhi, il collo e le mani stavano vicini, rispondevano agli ordini, erano riconoscibili come i capelli di, gli occhi di, il collo di, le mani di. Tutte le parti del corpo avevano un aspetto e un proprietario, e se le chiamavi accorrevano. Se fotografata, la faccia era la faccia di, chiunque la conoscesse l’avrebbe riconosciuta. Le parti stavano raccolte, cercavano di non disperdersi nel mondo, sapevano che altrimenti per loro sarebbe stata una specie di morte, perché il mondo reclama i suoi diritti ma non sai che forme ti fa assumere.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi è successo che le parti hanno ceduto di schianto. Si sono allontanate per le diverse direzioni dell’aria ognuna per suo conto, e ora non c’è parte che sia uguale a prima, che se la vedi la riconosci, che se la incontri dici: queste sono le mani di, sempre belle le mani di.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parti non si lamentano, l’hanno voluto loro di andare ognuna per la loro strada, ora non possono dire niente neanche se volessero, anche se certo, ogni tanto si spaventano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto passano attraverso l’aria come se passassero sotto l’acqua, o si abbassano quando dovrebbero sollevarsi. Non dicono niente ora, né al mondo né alle altre parti. Ognuna sta in silenzio, e si prende la sua parte di freddo o di caldo, di fretta o di calma, di amore o di niente.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-50869" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda--300x166.jpg" alt="renda" width="300" height="166" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda--300x166.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda--1024x566.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda--450x248.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda--900x497.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda-.jpg 1117w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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<div class="page" title="Page 33">
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<p style="text-align: justify;">TU, CHE FAI RICORDARE AI VIVI CHE SONO VIVI</p>
<p style="text-align: justify;">Se mi insegui ti verrò dietro perché voglio pagare i miei debiti e i tuoi, perché voglio riscuotere le chiavi che hanno smesso di suonare nel deserto.</p>
<p style="text-align: justify;">Voglio andare nel tuo corpo che è un paese sconosciuto, voglio camminarci sopra con le dita e con le mani, e quando le mani e le dita avranno smesso di cercare fra la terra i gioielli che sono andati sepolti nei giorni che c’era la neve, allora non ci sarà altra terra da cercare oltre alla tua carne che vive nel centro perfetto dello spazio disegnato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tuo corpo sarà il mio ultimo campo su cui correre, la giostra per i piedi affondati che hanno bisogno di fuoco, il denaro di chi ha perso gli occhi, una messa cantata per le ossa che non tremano e non sbattono. Farò con le tue ossa il gioco che facevo da bambina, quando alzavo e lasciavo cadere i nodi dei fili della tela intrecciata alle dita delle mani, che poi diventava un gomitolo con cui ricominciare a combattere ancora. I corridoi delle case che cadono saranno come le stanze d’albergo in cui i topi si perdono a guardare le briciole.</p>
<p style="text-align: justify;">Tu, che fai ricordare ai vivi che sono vivi, costruisci una lingua oscura che non si può smettere di toccare perché nelle sue pieghe ci sono parole che vanno continuate a cercare. Stare zitti è un grido di vittoria accanto al tuo corpo che ha lo stesso odore, la stessa misura della luna che si compie quando finalmente il mondo è pronto. Allora saremo solo noi due a mandare in pezzi la luce quando sarà possibile girare su noi stessi e sciogliere i lacci che circondano le gambe fino alla testa vorticando come gli aquiloni che si vanno perdendo dalle mani perché hanno altri appuntamenti nell’aria.</p>
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<p style="text-align: justify;">Gli amanti che si sporcano guardano le luci che cominciano di nuovo, dopo che la terra si è perduta su un’altra terra. Gli amanti che si spogliano dei nodi per avere le mani libere ridono per l’aria che gli solletica le fessure, e devono scappare per salvarsi la vita, ma prima tornano nel corpo dell’altro per trovarci una memoria, un grammo d’oro.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-50870" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda1-300x167.jpg" alt="renda1" width="300" height="167" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda1-300x167.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda1-1024x569.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda1-900x500.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/renda1.jpg 1292w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<div class="page" title="Page 78">
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<div class="page" title="Page 96">
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<div class="column">
<p style="text-align: justify;">UN INFERNO DI MEMORIE MUMMIFICATE</p>
<p style="text-align: justify;">Nei suoi angoli più polverosi il palazzo riserva ancora sorprese sconcertanti. Tra i lumi settecenteschi statuine di ceramica laccata danzano amori di un’ora, nei cassetti la biancheria ingiallita e le lettere avvolte nei nastri si piegano senza volerlo agli intrighi del tempo, ai fastidi dell’aria che si allontana senza un rumore.</p>
<p style="text-align: justify;">In un angolo estremo, sotto una lampada, una carcassa dice che il tempo è morto da troppo tempo; dai cadaveri delle poltrone, delle lampade, degli arazzi, dei fregi Bendicò il cane si staglia come creatura di un giorno di gloria, amata tra le foglie e i giochi di un altro secolo e poi morta ancora, morta che continua a morire e non si decide a morire per sempre, tumefatta e mai riparata, passato che si disgrega e diventa polvere gialla scomposta e fatua. La morte fa di pietra il cuore degli animali quando sono ancora vivi, e rende vero il calcolo degli astronomi quando ascoltano le stelle. I santi, invece, sono fantasmi, e gli ospiti della casa sono spiriti ubriachi del loro passare.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi si perde non torna, e chi ha paura dell’oscurità non esce dalla stanza delle mummie ammassate, ferme a riflettere la verità del trapasso e trasportarla qua. Il mucchio che una volta era stato zampe e muso e baffi è lo stesso animale morto tra le stelle contemplando una donna che non c’è. Potere e illusione si conservano per la durata di un giorno di follia, e cane e padrone ci mettono un secolo a morire.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Contemporary Italian Poetry</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Aug 2013 00:53:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho curato una piccola antologia di poesia italiana contemporanea per la rivista Free Verse. Enjoy.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho curato una piccola antologia di poesia italiana contemporanea per la rivista <a href="http://english.chass.ncsu.edu/freeverse/Archives/Spring_2013/prose/ContemporaryItalianPoetryAndreaRoss.html" target="_blank">Free Verse</a>. </p>
<p>Enjoy.</p>
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		<title>Baghetta 2013</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jul 2013 22:01:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Carloni Carnaroli]]></category>
		<category><![CDATA[anna maria carpi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Bukovaz]]></category>
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					<description><![CDATA[“A cosa servono i poeti in tempo di bisogno?” – anzi: “Come servire i poeti in tempo di bisogno?&#8221; http://www.youtube.com/watch?v=QovHtczoXsg&#038;feature=youtu.be]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“A cosa servono i poeti in tempo di bisogno?” – anzi: “Come servire i poeti in tempo di bisogno?&#8221;</p>
<p>http://www.youtube.com/watch?v=QovHtczoXsg&#038;feature=youtu.be</p>
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