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	<title>Mario Desiati &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Spatriati</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/09/05/spatriati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2024 05:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Desiati]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>Gianni Biondillo</strong>  intervista <strong> Mario Desiati</strong><br /> 
Leggevo "Spatriati" e pensavo al dittico di Boccioni: "Quelli che vanno", "Quelli che restano". Il tuo è un romanzo di stati d'animo?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-108904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Desiati.jpg" alt="" width="414" height="638" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Desiati.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Desiati-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Desiati-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Desiati-300x462.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/Desiati-273x420.jpg 273w" sizes="(max-width: 414px) 100vw, 414px" />Gianni Biondillo </b></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">intervista</span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b> Mario Desiati</b></span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mario Desiati, </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Spatriati</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">, Einaudi, 2021</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Leggevo <i>Spatriati</i> e pensavo al dittico di Boccioni: &#8220;Quelli che vanno&#8221;, &#8220;Quelli che restano&#8221;. Il tuo è un romanzo di stati d&#8217;animo? </b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Anche e soprattutto di uomini che cambiano, il senso della storia sta nel percorso dei personaggi, delle loro esistenze e delle vicende che li riguardano e non nella conclusione. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Claudia è dinamica, determinata, estroflessa. Francesco è meditabondo, passivo, introspettivo. Hai ribaltato i luoghi comuni sui generi. Per dirci che non hanno più senso?</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Sinceramente non credo a un carattere omogeneo di un genere, ho provato raccontare due mondi variegati, ma non troppo diversi. Non ho mai lavorato su un carattere predefinito, provo a evitare le scalette metodologiche, ma anche i fini e gli scopi da raggiungere. In questo romanzo mentre ci lavoravo, trasferivo anche uno sguardo personale sul mondo che cambiava e metteva continuamente in gioco il processo del racconto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Però poi Francesco parte, diventa &#8220;uno che va&#8221;. Lascia la Puglia per Berlino. Quanto i paesaggi determinano i personaggi?</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Non riesco a non immaginare una storia senza le quinte di un paesaggio e senza il colore che riflette il mondo fuori al mondo interiore dei suoi protagonisti. È anche una questione di luce, mi affascina Roberto Longhi quando dice che l’artista è uno che tiene in equilibrio la luce e l’oscuro, ed in qualche modo quel che succede con i paesaggi chiari e bui in cui si muovono i personaggi di una storia. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Più un romanzo è di finzione e più è intimamente autobiografico (nonostante l&#8217;autore lo neghi). Quanto sei in Claudia e Francesco?</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Gli uomini scrivono finzioni perché sono imperfetti e fatti di carne. In quella regione intermedia e terrena fatta di fantasmi inafferrabili che si trasformano in romanzi, c’è la casa di ogni scrittore. Ho riportato un’idea che appartiene a Ernesto Sábato, e che lui raccontò nello </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Scrittore e i suoi fantasmi</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">. Mi affascina l’idea di quel mondo di ombre dove si muovono gli scrittori, e in ognuna di quelle ombre riconoscono qualcosa lo affascina e gli appartiene, trasformandosi nei vari personaggi della storia che prova a raccontare. Anche se la voce di Francesco assomiglia a quella di altre voci usate da me nei romanzi precedenti, ho molto avuto alcuni snodi della mia vita, simili agli stessi di Claudia. Ma sono minuzie, poco importanti ai fini di quel che poi sono diventati i personaggi. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">(<i>precedentemente pubblicato su</i> Cooperazione, <i>nel 2022</i>)</span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Claudia Ruggeri</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/06/07/i-poeti-appartati-claudia-ruggeri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 09:43:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alfonso guida]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Ruggeri]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Desiati]]></category>
		<category><![CDATA[michelangelo zizzi]]></category>
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					<description><![CDATA[Correspondances di Francesco Forlani Mi chiedo a volte se è davvero necessario parlare di poesia, spiegare il nesso, il fatto, svelare l&#8217;arcano che ci dice della fortuna o della miseria di una poetica, l&#8217;affiliazione, la bastardaggine di un verso. Per questo trovo ancora più straordinari i lavori critici in poesia, quelli di cui sono testimone, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="Claudia Ruggeri interpreta i suoi versi - Il Matto I" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/RA5ELcl35yU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe><br />
<strong>Correspondances</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
Mi chiedo a volte se è davvero necessario parlare di poesia, spiegare il nesso, il fatto, svelare l&#8217;arcano che ci dice della fortuna o della miseria di una poetica, l&#8217;affiliazione, la bastardaggine di un verso. Per questo trovo ancora più straordinari i lavori critici in poesia, quelli di cui sono testimone, orale o scritto, portati avanti con cura certosina, attenzione sovrumana all&#8217;opera. Penso ai lavori di Biagio Cepollaro, Marco Giovenale, Giuliano Mesa, Andrea Inglese, Francesco Marotta, solo per citare pochi esempi, che già mi dico e dicono che sono sempre gli stessi, nel mio immaginario. Se così poco, ci dicono, serve la poesia al tavolo della letteratura cosa e come servirà una critica poetica, se non a raccogliere le poche briciole cadute dal tavolo, i pochi lettori che restano dopo la scrematura. Nessuno legge più poesia, figuriamoci allora testi critici sulla poesia! Ecco io vorrei essere uno di quei lettori, uno di quei critici. Vorrei avvicinarmi al tavolo, chinarmi e raccogliere poche briciole, riporle in un qualcosa, un sacchetto di carta, un foglio, e scrivere: &#8220;<em>queste poesie di Claudia Ruggeri sono belle.&#8221;</em> Ovvero dire in lungo e in largo, con dovizia di particolari e <em>maîtrise</em> assoluta di strumenti e aggeggi critici, come e perché sono belle. Tanta è la strada che però mi separa dal tavolo, e poco, troppo poco il tempo per riuscire a dire altro da quanto è stato già detto su Claudia Ruggeri. Critica sincera, che non faccia astrazione del cuore, come hanno scritto di lei <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/01/10/la-ragazza-dal-cappello-rosso/">Mario Desiati</a> o forse <a href="http://www.lietocolle.info/it/aa_vv_la_sposa_barocca_sette_saggi_su_claudia_ruggeri.html">Michelangelo Zizzi </a> oppure semplicemente riuscire a leggere i suoi versi come li ho sentiti detti a Matera, in una chiesa sconsacrata per voce di Alfonso Guida. E metterci la stessa passione di Francesca Canobbio, la cura di sua madre Maria Teresa del Zingaro, con cui ci siamo scritti poche cose. Le poesie che seguono me le ha mandate Elio Scarciglia autore di un documentario, allegato al libro <strong>Canto senza voce </strong>di Claudia Ruggeri, libro curato da Esther Basile e Angela Schiavone e che <a href="http://asfaltorosa.wordpress.com/2013/04/26/prossimamente-canto-senza-voce-di-claudia-ruggeri-a-genova-rosa-dei-venti/">verrà presentato </a>a Genova il 12 luglio. Eccole.<br />
<strong>Il calice di fiele che mi hai dato</strong></p>
<p>Questa croce pesante<br />
che ho portato senza proteste<br />
sopra il mio Calvario.</p>
<p>Questi chiodi crudeli<br />
ho lasciato trafiggere<br />
il mio corpo e il mio sudario.</p>
<p>Queste piaghe profonde<br />
che ho guardato aprirsi nella carne:<br />
oh, mio Signore, tutto questo,<br />
lo sai,<br />
te l’ho donato.<br />
E pure, adesso che il festino è finito<br />
Oh, mio Signore, ti faccio omaggio,<br />
e, sorridendo,<br />
brindo<br />
col calice di fiele<br />
che mi hai dato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>§</strong><br />
Prego i tristissimi occhi<br />
d’eroe di guardare<br />
che i suoi logori sguardi<br />
vertano sul mio dolore.<br />
E poi volino<br />
fantastici e stanchi<br />
partendo da lì.<br />
Dal dolore.<br />
Prego che Vittoria<br />
sappia che nel suo volo di pietra<br />
è la perdita umana<br />
Prego che Eroe e sua Vittoria<br />
passeggino insieme<br />
per poco, nel mondo.<br />
Che le estati li investano, torride,<br />
e così lunghe notti<br />
nel freddo.<br />
Che la terra riempia di sassi<br />
le palpebre giovani<br />
e le guidi fin dentro<br />
dai suoi dannati.<br />
Prego le ragioni della luce<br />
di illanguidire i loro respiri,<br />
e le sabbie di soffocarne la voce.<br />
Prego il mare<br />
affinché disperda i loro cuori<br />
nelle sue acque.<br />
Poi li trovarono<br />
nella nicchia di un tempio<br />
contorti e iniziati.<br />
Li esposero in lunghissimi<br />
treni di legno.<br />
L’organo vomitava rigido<br />
algide melodie.<br />
Carcerata la loro giovinezza<br />
da tetti di mogano,<br />
zolle di terra<br />
e poi rovi di vermi.</p>
<p>Li trovarono<br />
e trovarono la mia preghiera<br />
nei loro occhi<br />
pallidi ed attoniti.</p>
<p>Lontano, in un giardino fiorito<br />
qualcuno prepara una croce e dei chiodi.<br />
Un giorno dei saggi<br />
potando gli sterpi<br />
in un vecchio giardino<br />
troveranno anche me<br />
con un passero<br />
duro tra i denti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">&amp;<br />
<strong>Canto di Madre</strong></p>
<p>Un albero<br />
incantato e festoso<br />
alcova di primavera<br />
leggiadra<br />
Quell’albero non l’ha mai visto<br />
il mio bambino<br />
era già adulto quando nacque:<br />
aggrottava le ciglia<br />
Scrutando il bianco affaccendarsi<br />
di chi controllava il suo pianto:<br />
il mio bimbo<br />
è nato serio<br />
Ha sentito<br />
il composto formarsi<br />
dei ghiacci<br />
ed ha guardato, dal vetro<br />
gli svizzeri giochi<br />
innevati.<br />
Ha amato quell’ordine,<br />
ed ha preferito morire<br />
per non vedere<br />
l’inutilità<br />
di frivola<br />
e scomposta<br />
primavera.<br />
A me ha lasciato<br />
un albero stupendo.<br />
Sotto le sue fronde poserò<br />
boccheggiante<br />
nei violenti ardori<br />
di un’estate<br />
mentre la chioma<br />
scapigliata<br />
mi schiaffeggerà<br />
a sangue.<br />
Già lo fa<br />
che ancora<br />
è inverno nell’addio,<br />
e mi rimane<br />
nella faretra<br />
stremato,<br />
sulla spalla,<br />
una saetta d’azzurro, simile a quello<br />
che colpiva il cuore<br />
con l’aggrottarsi vecchio<br />
che chiedeva venia<br />
d’essere mai esistito.</p>
<p>Quest’albero<br />
che “tu” hai cresciuto<br />
nel mio seno<br />
duro come un cadavere<br />
in un affanno cosmico<br />
ispessisce<br />
ed è la crudeltà<br />
che tu piantasti<br />
per essere ingannato<br />
mentre io<br />
relativa<br />
t’abbracciavo.<br />
Sento nel mio corpo<br />
quel seme<br />
che piantasti,<br />
farsi albero<br />
crescere …ispessirsi<br />
dentro un affanno<br />
cosmico.<br />
La crudeltà<br />
mi ha preso<br />
di stringerti<br />
e ingannarti</p>
<p><strong>Nota post</strong><br />
Sul sito dedicato a <a href="http://www.claudiaruggeri.it/">Claudia Ruggeri </a> è possibile leggere tantissimi materiali critici e letterari in grado di far capire davvero &#8220;la bellezza&#8221; della poesia e dell&#8217;universo poetico che l&#8217;ha generata. E lo fa anche attraverso contrappunti, controcanti, come nello scambio epistolare che qui segue tra la poetessa e Franco Fortini. Solo a prima e distratta lettura parrebbe un dialogo tra sordi, anzi diciamo tra qualcuno che urla, grida e un altro che non sente. In realtà, credo, qui si avverte, nelle parole accorte di Fortini, oltre al leggendario pudore fortiniano rispetto all&#8217;amore, qualsiasi forma d&#8217;amore, una partecipata paura, sentimento del pericolo, l&#8217;Alerte aux poètes. Claudia Ruggeri scrive : &#8220;Oggi ho 22 anni ed ho concluso le prime 22 pagine del mio personale dizionario. Le sono destinate. “Bello ventiduenne / come aveva predetto il suo tetrattico”, Majakovskij si mise a dormire “a piene gambe a pieni malleoli” (Blok). Ma questa è superstizione.&#8221;<br />
<iframe loading="lazy" title="Carmelo Bene - Pasternak : In Morte Di Majakovskij" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/QspYLOKU0UM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe><br />
In realtà, credo faccia allusione a Carmelo Bene, altro salentino <em>maudit</em>, eccedente, il Carmelo Bene dei <em>Quattro modi di morire in versi.</em> I poeti detti da Bene erano Majakovskij, Blok, Esenin e Pasternak. Ecco perché Claudia Ruggeri dice Blok ma in realtà si trattava di Pasternak. Fortini raccomanda alla giovane poetessa di liberarsi di Bene? Non so, ma sicuramente del verso &#8220;Oh, s’io avessi allora presagito,  quando mi avventuravo nel debutto, che le righe con il sangue uccidono,  mi affluiranno alla gola e mi uccideranno.  Mi sarei nettamente rifiutato  di scherzare con siffatto intrigo.  Il principio fu così lontano,  così timido il primo interesse.&#8221;</p>
<p><em>Lecce, 1 Marzo 1990</em><br />
Caro professore, ma caro veramente<br />
se pur fantasiosamente. Io sono assolutamente incapace di scrivere una lettera, e lo sono soprattutto se con una lettera devo “comunicare” concretamente. E qui, come fare entrare, e subito, il mio nome; oppure, per esempio, il colore del pullover che indossavo quel giorno, e, insomma il senso di un epistolario caduto e la mania di gerarchia e di aristocrazia che mi prende quando si tratta di “parlarne”, “spiegarne”, di un gesto che è profondo e leggero troppo per non sfuggire ad una qual si sia esibizione.<br />
Insomma ho covato una “dedica” lungo cinque anni; già, perché fu nell’85 che la conobbi e che quella che era stata la predilezione per un poeta s&#8217;inverò in un pensiero amoroso e riverente per un uomo. Sentii come un richiamo strano una parentela iniziale una “con esistenza” di destini ed una “elezione” radicale. Anche lei mi guardò spostando appena il Corriere della Sera ed io fui troppo certa che in quello esercitò una comprensione e forse una condivisione di tale “affatata” circostanza. E infatti dopo poco lei mi chiamò in corridoio e lì parlammo, attimi, in piedi, come ladri, soli.<br />
Esco da due anni infernali in cui sono stata affetta da una malattia alla tiroide che mi ha portato crisi di nervi e che mi ha bloccata su tutti i fronti. Ora riprendo a studiare, a scrivere non ancora, a vivere ed a fuggire da questa maledetta città per ritornarvi tuttavia; riprendo riprendo ma non riprendo<br />
tutto, forse. Oggi ho 22 anni ed ho concluso le prime 22 pagine del mio personale dizionario. Le sono destinate. “Bello ventiduenne / come aveva predetto il suo tetrattico”, Majakovskij si mise a dormire “a piene gambe a pieni malleoli” (Blok). Ma questa è superstizione.<br />
Le invio il mio “Inferno minore”, le chiedo di leggerlo; non le piacerà, lo indovino, per il tipo di<br />
scrittura (specialmente non le piacerà la I sezione “il Matto”), epperò non mi biasimi per averglielo dedicato, non se ne offenda. Un’intitolazione collega congiunge individua un maestro, e questo potrebbe infastidirla; ma d’altra parte -il mio inferno essendo perlappunto “minore”- io non sarò famosa: quella dedica rimarrà familiare, un segno di affetto, un debito<br />
<strong>Sua Claudia</strong><br />
<em>Milano, 10 marzo 1990</em><br />
Cara Ruggeri, la rammento benissimo e la ringrazio molto del ricordo e della fiducia e dell’invio.<br />
Ho letto <em>Inferno minore </em>con l’imbarazzo di una ammirazione per l’intelligenza, la sottigliezza e la passione, che deve fare i conti con un giudizio molto cauto per quanto è dell’angolo da cui lei guarda le parole e ascolta il linguaggio. Il ‘pastiche’ culturale, prima ancora che linguistico, occupa tutto lo spazio del lavoro: c’è un accumulo, dalle citazioni alle note, che attraversa i testi, una ripresa di modi e vezzi di troppe avanguardie e neoavanguardie, che fa pensare al sovraccarico di collane e gioielli e anelli che il suo buon gusto certo le impedirebbe di portare.<br />
Badi bene, nessuno meglio di me sa che la poesia è anche letteratura e artificio. E che può essere necessario, per parlare, uno spesso trucco. Però in lei, mi pare, domina un ‘sistema’ letterario così fortemente organizzato e tirannico che la comunicazione metaforica e allegorica stenta a stabilirsi.<br />
Cose che lei ha ben chiare: “amo la tua continua consegna mondana&#8230;”, “amo le tue cadute benché siano finte&#8230;” Questo ‘romanzo’ psicologico non manca davvero di ritmo, di percussioni interne, di passaggi ‘forti’; mi pare che, piuttosto, ci sia una tendenza a saturare ogni singola composizione con tutti gli strumenti disponibili, con èsiti di soffocazione e di autoannullamento. Mi pare di poter dire che il ‘punto’ non è di scrittura ma di esistenza. Credo intendere che cosa voglia dire essere stata così ammalata e quali tensioni quella specifica alterazione possa avere, non dirò prodotto, ma coltivato; ma ho buona memoria di quel che Giacomo ha scritto per non procedere oltre su questa via banale. E tuttavia vorrei che lei sapesse uscire dal corridoio di specchi delizioso, terrificante e anche infame (“Inferno minore”, appunto) non verso una “salute” e una “salvezza” ma verso una maggiore attenzione (nel senso di ‘risparmio’, di <em> klassische Dämpfung, </em>di limitazione volontaria dei mezzi) alle escursioni dei livelli di linguaggio, di discorso e di esperienza, una minore fiducia nella ‘impunità’ della parola letteraria <em>qua talis. </em>Non ho consigli fuor di questo: di uscire <em>pro tempore </em>verso la prosa più banale e convenzionale prima di tornare al verso.<br />
Mi accorgo di non averle parlato <em>dei </em>versi suoi ma di quel che li precede o li segue. Una lettera non può far altro.<br />
Lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in sé e fare <em>piazza </em>pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso né voglio essere ma invece, e con molta stima e simpatia, il suo</p>
<p align="right"><strong><em>Franco Fortini</em></strong></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>rosso Taranto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/08/14/rosso-taranto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2011 09:02:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[flavia piccinni]]></category>
		<category><![CDATA[giancarlo cito]]></category>
		<category><![CDATA[il riformista]]></category>
		<category><![CDATA[Ilva]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Desiati]]></category>
		<category><![CDATA[taranto]]></category>
		<category><![CDATA[vendola]]></category>
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					<description><![CDATA[di Flavia Piccinni Taranto vista da lontano è un cumulo di fuoco e polvere. Esce dalle ciminiere dell’Ilva per allungarsi verso il cielo e colorarlo di rosso, rosso Riva. Esce dalla raffineria dell’Eni che, quando si blocca, come è successo venerdì 29 luglio, fa tutto nero. Quello era un guasto temporaneo all’impianto che lo ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Tubo_ilva_taranto.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-39842" title="Tubo_ilva_taranto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Tubo_ilva_taranto.jpg" alt="" width="395" height="253" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Tubo_ilva_taranto.jpg 395w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Tubo_ilva_taranto-300x192.jpg 300w" sizes="(max-width: 395px) 100vw, 395px" /></a></p>
<p>di <strong>Flavia Piccinni</strong></p>
<p>Taranto vista da lontano è un cumulo di fuoco e polvere. Esce dalle ciminiere dell’Ilva per allungarsi verso il cielo e colorarlo di rosso, rosso Riva. Esce dalla raffineria dell’Eni che, quando si blocca, come è successo venerdì 29 luglio, fa tutto nero.<br />
<span id="more-39840"></span><br />
Quello era un guasto temporaneo all’impianto che lo ha fermato improvvisamente e ha sprigionato una fiamma densa, alta, spessa e tanta polvere che si liberava dalla torre centrale a formare nubi lunghe e inquietanti tutto intorno. Un imprevisto che ha mandato in tilt il centralino dei vigili del fuoco e in angoscia la popolazione convinta che fosse successo qualcosa di grave, qualcosa di molto più grave, perché se abiti a Taranto, casomai vicino al porto che è dominato dalla più grande acciaieria d’Italia, qualcosa di grave può sempre succedere. E anche io per un attimo, mentre dalla Statale 172 e dall’immacolata Martina Franca arrivavo verso la città dell’acciaio e delle cozze, e le campagne coltivate con ulivi e viti, con sterminati campi d’anguria e di insalata, si mescolavano con il Mar Piccolo, per un attimo ho pensato a un incidente. Ho pensato a quello che era successo a Seveso, alla nube tossica carica di diossina che era fuoriuscita dalla ICMESA di Meda il 10 luglio 1976 e aveva invaso tutta la Brianza. Allora non c’erano stati morti, ma solo 250 intossicati, e la decontaminazione era stata lunga, con conseguenze per la popolazione ancora non del tutto comprese. Perché se il tuo corpo respira la diossina più pericolosa, la TCDD, se sei un cane puoi morire, ma se sei un uomo porti sotto la pelle, in quegli alveoli che sono come spugne e che formano il corpo e il respiro, i segni per tutta la vita.</p>
<p>Lo sanno proprio bene i tarantini che quotidianamente, da quasi quarant’anni, sono sottoposti al “fuoco amico” della diossina che l’Ilva, da sola, produce in quantità mostruose: il 92% di quella italiana e il 10% di quella europea è firmata dal gruppo Riva a Taranto. Lo sanno bene quelli che abitano a ridosso dell’acciaieria nel quartiere Tamburi, dove un’ordinanza del sindaco dal 2010 impedisce ai bambini di giocare nei parchi per il rischio di contaminazione con sostanze tossiche come il pbc (policlorobifenili) e berillio, e quelli che fanno pascolare le bestie nelle campagne poco distanti l’ex Italsider. L’anno scorso sono stati costretti a uccidere 700 pecore che, pur vegetando entro il limite deciso dalla Regione Puglia di 20 km, erano cariche di diossina. Erano pericolose. Erano letali.</p>
<p>Ora anche le cozze, frutto simbolo della città che da sola ne produce ogni anno 30000 tonnellate, si sono scoperte contaminate. Dopo l’allarme lanciato a più riprese fin da gennaio da PaceLink e Fondo Antidiossina, il 22 luglio l’Azienda sanitaria locale ha emesso un’ordinanza che blocca il prelievo e la vendita dei mitili allevati nel primo seno del Mar Piccolo: la somma dei valori medi di pcb e diossina è risultata superiore agli 8 picogrammi per grammo previsti dalle norme. E così circa un terzo della produzione della zona è stata messa al bando e 24 mitilicoltori, sul totale dei 103 operanti, hanno dovuto consegnare le coltivazioni da distruggere all’Amministrazione Comunale, che ha messo volontariamente a disposizione dei danneggiati un fondo da duecentomila euro.</p>
<p>Il provvedimento ha causato un immediato calo dei prezzi, ha generato diverse proposte &#8211; spostare parte dell’allevamento nel Mar Grande, istituire un marchio di qualità, creare un sigillo di tracciabilità – e una polemica notevole, senza dubbio non inferiore a quella sul perché sia stata concessa all’Ilva l’AIA, l’Autorizzazione integrata ambientale, nonostante i recenti rilievi del Nucleo Operativo Ecologico di Lecce che attestano “attività illecite”.<br />
Eppure fra Via di Palma e Via d’Aquino, il cuore della città tirato a lucido dalla berlusconiana Rosanna di Bello, sindaco dal 2000 al 2006, artefice anche di un milionario buco nel bilancio che ha portato al fallimento Taranto, non c’è traccia di ribellione, ma piuttosto sopportazione. Fra i lampioncini francesi e la strada bianca, corre lenta la vita di una città di mare che con l’estate si riscopre godereccia e consuma il tempo fra le spiagge selvagge del Salento e aperitivi sul canale che guarda dritto verso le colonne doriche dell’antico tempio di Poseidone, le uniche testimonianze dell’antica grandezza della città. Di quando i Parteni arrivarono, era il 705 a.C., e fondarono la prima colonia di tutta la Puglia. Quella che senza difficoltà sarebbe diventata la capitale della Magna Grecia.</p>
<p>Solo una scritta vicino al più bel bar del corso, apparecchiato con tavolini immacolati e camerieri dai grembiuli blu, grida a caratteri cubitali su un muro di calce <em>A quando il registro tumori?</em> Il realtà, il registro tumori esiste ed è stato presentato alla città a fine luglio insieme ai dati elaborati dalla Asl locale che arrivano al 2006. Dati che raccontano quello che, per molti, qui è ovvio: Taranto, con i suoi 3303 casi, è la capitale meridionale dei tumori.</p>
<p>Le ragazze però continuano a passeggiare lente e sinuose con i loro pantaloni attillati, i bambini si rincorrono e le madri provano a fermarli, ma loro si liberano e corrono ancora. Taranto, silenziosa e rassegnata, sembra di nuovo lo specchio dell’Italia, come quando lanciò il telepredicatore Giancarlo Cito molto prima che Telemilano 58 e Berlusconi si trasformassero nel presente, e nel futuro. Solo un gruppo di ottantenni con i capelli cotonati e vestiti lunghi appena sotto le ginocchia parlano animatamente. E intanto sorridono. E intanto respirano.</p>
<p>Forse discutono del nuovo ospedale pubblico che verrà gestito in collaborazione scientifica con il San Raffaele di Milano e comporterà un investimento da 210 milioni. Il Presidente Vendola lo ha annunciato come “la più grande struttura sanitaria pubblica del Sud e tra le più grandi del Mediterraneo”. Sarà.</p>
<p>Per ora, Taranto continua solo a bruciare all’ombra dell’Ilva, che produce il 70% del pil della provincia e occupa direttamente 11.500 persone, senza contare il vastissimo indotto. Continua ad essere schiava di quel mostro, come viene comunemente chiamato qui, che nel 1995 venne privatizzata dal governo Dini a 1700 miliardi di lire e adesso è in mano al gruppo bresciano Riva. Da quell’Ilva che è una metastasi d’acciaio ancorata alle primitive membra della città: 15 chilometri quadrati di superficie, binari ferroviari per 200 km e strade per 50, 190 km di nastri trasportatori e 5 altiforni. Da quell’Ilva cui non sembra riuscire a dare risposta, e che vista da lontano assomiglia a un buco nero. È impossibile percepirla nella sua sterminata grandezza, nella sua agghiacciante imponenza. Ci hanno provato tanti scrittori tarantini a raccontarla, da Giancarlo De Cataldo a Cosimo Argentina, passando per Vito Bruno e Mario Desiati, eppure lei è sempre lì, con le sue infinite ciminiere e la E 312, la più alta di tutta Europa, che misura 220 metri. Lei è sempre lì, perché a Taranto il lavoro e la salute sono in una bilancia perenne che non permette di trovare l’equilibrio. E intanto le famiglie si indebitano &#8211; dal 1° gennaio 2002 al 31 dicembre 2010 hanno visto una crescita del debito del 197,8% &#8211; e i mitilicoltori sono costretti a sgomberare il loro mare e parte di quel porticciolo che dà sul Mar Piccolo, dove l’acqua tocca la banchina e le cozze ora costano un euro.</p>
<p>Pier Paolo Pasolini e Cesare Brandi per raccontare Taranto non usarono parole gentili, eppure alzare gli occhi al cielo, nei giorni giusti, qui è meraviglioso. Il tramonto è un cumulo di colori e di striature. Quando però, come oggi, le ciminiere dell’Ilva squarciano le nuvole il pensiero corre ancora a Seveso e alla canzone che Venditti per lei scrisse e che strillava: “Voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti,/che sfruttate la vita per i vostri sporchi giochetti/allora, allora ammazzateci tutti”. Già, allora ammazzateci tutti.</p>
<p><span style="color: #800000;">[questo intervento è stato pubblicato su <em>Il Riformista</em> di domenica 14 Agosto 2011]</span></p>
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		<title>Giri di parole per rovistare nell’abisso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Sep 2008 15:54:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[il paese delle spose infelici]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Desiati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Mario Desiati, Il paese delle spose infelici, romanzo, Mondadori (2008), pp. 227. Ciascuno di noi poteva contare nel proprio albero genealogico una sposa infelice. Una zia, una bisnonna, un’ava con le stimmate dell’insoddisfazione. La depressione per reazione o ribellione ai destini di nozze e dunque di morte. La ragnatela di relazioni che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/copj13asp_sposeinfelici-196x300.jpg" alt="" title="copj13asp_sposeinfelici" width="196" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-7922" /></p>
<p><strong>di Chiara Valerio</strong></p>
<p>Mario Desiati, <em>Il paese delle spose infelici</em>, romanzo, Mondadori (2008), pp. 227.</p>
<p><em>Ciascuno di noi poteva contare nel proprio albero genealogico una sposa infelice. Una zia, una bisnonna, un’ava con le stimmate dell’insoddisfazione. La depressione per reazione o ribellione ai destini di nozze e dunque di morte. La ragnatela di relazioni che ci univa tutti era in quell’insondabile maledizione: ho conosciuto, ho saputo, ho visto, ho stretto il cuore di una sposa infelice. Ogni figurina del mio album era unita all’altra da tutto questo</em>. <em>Il paese delle spose infelici</em> di Mario Desiati è un romanzo di voci e circostanze, un incrocio. È plurale nonostante ogni personaggio abbia un nomignolo e ogni nomignolo una titubanza e ogni titubanza una variazione. E ogni variazione suppuri ancora in una nostalgia o in un fallimento. La voce che racconta, e che tradisce, perché come sottolinea Desiati, riordina, è quella di Veleno. Se Veleno racconta è sopravvissuto e se è sopravvissuto allora qualcuno si è perduto. In qualche modo. Quando il romanzo si spagina e la sposa incede nel Taras, nei piccoli rivoli tumefatti dagli scarichi del mostro di industrializzazione, chi legge sa già che qualcuno si è perduto. In qualche modo. Perché Desiati racconta i presagi come certi uomini incantano serpenti e i topi. <em>In un paese in cui le spose erano infelici la volontà di illudersi era più forte di qualunque cosa, dare per un breve periodo un senso ai propri sogni, alla propria vanagloria</em>.<br />
<span id="more-7921"></span><br />
L’incrocio, affollato, talvolta di uomini, talvolta di fantasmi è l’intersezione di un gruppo di ragazzi e di una donna. I ragazzi sono reali tanto da avere le ginocchia incrostate di terra e sudore, le gengive ferite dalle brecciole e la testa rintronata di palloni calciati. Annalisa invece, è più una diceria, un vanto e una scomparsa che tutto il resto. Dalla caviglie al pube. Dalle carezze ai singhiozzi di reni. <em>Fu la prima, e per molti anni unica, persona con cui riuscii a deragliare conversazioni, a parlare di minuscoli dettagli o di assoluto</em>. L’incrocio non è metafora, perché le strade tagliano e percorrono il fiocco di nervi intorno all’Ilva e portano a quartieri falansterio o al mare o alle gravine o scivolano sulle specchie di pietra. L’incrocio non è metafora perché le gambe di Annalisa si annodano a quelle di Veleno, a quelle di Zazà, a quelle di chi passa, e le mani di Annalisa arrivano fino da Fedele perduto dietro a una polvere bianca. Neve chimica, candore insperato in una città soffocata dalla polvere rossa delle acciaierie e dai reflussi dell’arsenale. <em>I cigli della strada che univa la Statale e la Circumarpiccolo erano riempiti di ragazzi, con l’odore dei corpi che riempiva quell’aria notturna e per una volta l’odore di uomo superava l’odore di macchina, di carbone e di coke</em>. </p>
<p><em>Il paese delle spose infelici</em> comincia come una visione, prosegue come una educazione sentimentale incantata dall’avvento del sesso via cavo, si impernia su Annalisa, favola e ossessione, si impila su una donna con le ginocchia nude, gli anfibi duri e le sottane scivolose come sabbia tra le dita. Annalisa impalpabile eppure caduca, aureolata di baluginii dorati di piscio è il <em>Cantico de’ Cantici</em> postmoderno e postromantico, spesso inginocchiato, che Desiati orchestra con una lingua puntinata di termini dimenticati e sonori, indurita dalle incursioni dialettali, coccolata da certi sogni di giovinezza, assordata dalle scosse dei generatori elettrici . <em>Solo nel nostro ultimo viaggio in pullmino capii un mucchio di cose. Si chiama contesto. In un certo contesto non esistono vie di mezzo</em>. </p>
<p><em>Il paese delle spose infelici</em> è una storia preziosa ed evocativa di colori e incantamenti meridiani. Di follie collettive e frodi singole. Di vociare di popolo e solitudine di individui soffocati, come insetti, dietro un vetro di intenti.</p>
<p>La scrittura di Desiati è oziosa e circonflessa a proteggere le vocali di un italiano nel quale spiegare la rabbia di un dialetto e di un tavoliere di esiliati da un altrove qualsivoglia. </p>
<p>La scrittura di Desiati è quella di questi <em>vinti</em>, talvolta grotteschi senza pietà o riso, se stessi anche in trasferta, capri espiatori imperfetti, e perciò sacrificati, in una pozza di innamorata e inclemente misericordia. <em>Il paese delle spose infelici era un paese di innamoramenti inadempienti</em>.</p>
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		<title>narrazione del posto di lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Aug 2008 05:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio La dismissione di Ermanno Rea e Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati sono due romanzi assai distanti ma accomunati da una miriade di particolari. Quasi i fili con i quali sono tessuti provengano dalla medesima fabbrica. Fabbrica è un buon termine per cominciare questo discorso. La dismissione e Vita precaria [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-7621" title="dismissione ilva bagnoli" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/2_siag__104070-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p><strong>di Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>La dismissione</em> di Ermanno Rea e <em>Vita precaria e amore eterno</em> di Mario Desiati sono due romanzi assai distanti ma accomunati da una miriade di particolari. Quasi i fili con i quali sono tessuti provengano dalla medesima fabbrica. Fabbrica è un buon termine per cominciare questo discorso. <em>La dismissione</em> e <em>Vita precaria e amore eterno</em> sono romanzi successivi al duemilauno, al crollo di quelle enormi meridiane segnatempo che sono diventate, nel vissuto collettivo, le torri gemelle. Finito l’intervallo delle certezze, del lavoro, delle misure. Se questi romanzi fossero temporalmente distanti, se parlassi di Dickens e Desiati o di Dickens e Rea non mi meraviglierei delle differenze di linguaggio, delle flessioni della grammatica e della lingua attraverso secoli e accadimenti.  E invece al centro de <em>La dismissione</em> così come al centro di <em>Vita precaria e amore eterno</em> ci sono un uomo, un lavoro, un rapporto d’amore e un tradimento più pensato che attuato.</p>
<p>In mezzo a tante collimazioni tuttavia, stessi ingredienti, quasi stessi esiti, sta la differente generazione degli autori. Sembra una notazione di colore, quasi fastidiosamente leziosa. Rea è un uomo del millenovecentoventisette, Desiati del millenovecentosettantasette. Cinquant’anni. Questa differenza, ripeto, così poco letteraria rispetto ai temi e alla condivisione di un italiano evocativo (anche se Desiati ha dalla sua un disincanto documentaristico che non appartiene alla penna etica di Rea) fa sì che due romanzi, sulla carta simili, risultino alieni l&#8217;uno all&#8217;altro, spiega perché tra essi si slarghi un abisso. <em>Non c’è epopea che non reclami un tragico tributo.<br />
<span id="more-7620"></span><br />
</em><em>La dismissione</em> è un romanzo nel quale sono identificabili, senza voler esprimere giudizio alcuno sulla forma o sui ritmi narrativi, le idee di questione e ammortizzatori sociali, di classe operaia, di industrializzazione e di bene collettivo. Dove l’intelligenza e le capacità sono prerequisito netto per gli avanzamenti di carriera e per l’attribuzione di corrispettivi consoni alle competenze. <em>Al mondo si può fare sempre qualcosa di più per risolvere un problema tecnico. Questione di tempo, di ostinazione e di talento: quante matasse impossibili non sono state sciolte da questa magnifica trinità?</em>. <em>La dismissione</em> è, in questa misura, un romanzo ottimista, addirittura umano giacché tentenna ma non rinuncia alla fiducia nell’uomo. Come singolo e come categoria. <em>La dismissione</em> è ancora progettuale, gestibile, contestualizzabile in parole come dolore, tragedia, sforzo, fatica, compito assegnato, lotta, speranza collettiva.<br />
In <em>Vita precaria e amore eterno</em> non c’è nulla che coinvolga generali astratti di enorme o modesta entità, non ci sono categorie in cui si possa identificare la maggior parte di bene o un <em>picciol pertugio</em> di male o viceversa, non ci sono idoli e nemmeno perdita di ideali. Solo incertezze, frammentazione, precarietà ed espiazione e non c’è neppure epica. Né nella narrazione, né nei fatti, né nei toni.<br />
<em>La dismissione</em> mantiene le unità aristoteliche di tempo, luogo e spazio. E ha parole proprie e specifiche. Corrado Stajano ha scritto sul Corriere della Sera <em>La dismissione è una radiografia della vita e della morte</em>, io leggo <em>Fu più o meno a questo punto che sulla folla, dabbasso, cominciarono a piovere le note (quasi rabbiose, quasi dolenti, quasi disperate) dell’Internazionale cantate da un solitario misterioso sassofono. (…) eccolo l’uomo che suona l’Internazionale; il suo sassofono si staglia argenteo contro il cielo scuro. Eccolo, lassù, in cima al laminatoio, lo vedi? (…) Sul terrazzo del treno a nastri una macchina da presa continuò a filmare, fino all’ultimo, ogni nostro gesto, a rubarci tutti i nostri turbamenti. Quanto all’uomo col sassofono andò avanti a lungo. Sempre con quel motivo, con quelle stesse note secche e straziate: “compagni, avanti il gran partito, noi siamo dei lavoratori/ rosso in petto un fiore c’è fiorito/ e una fede c’è nata in cuor…”</em>. Fiducia, toni roboanti, unità aristoteliche sono tutte caratteristiche di una grande epica popolare, penso a Rea quanto alla dismissione della classe contadina in Novecento di Bertolucci. Il popolo di questa specifica dismissione sono gli operai dell’Ilva di Bagnoli, raccontati nel dialogo tra Vincenzo Buonocore, operaio specializzato con titolo di ingegnere guadagnato sul campo, e il resto. Degli uomini e dei fatti. Vincenzo Buonocore è un puro, un pezzo meccanico scelto e necessario all’ingranaggio di questo libro. È quello che trasfigura le macchine per se stesso e gli altri, in amici e quasi confidenti. <em>Non sempre riuscivo a centrare il bersaglio. Poiché il palo scorreva su un altro palo sistemato a croce, bastava un piccolo intoppo, una oscillazione da niente a far andare a vuoto il tentativo. Allora scappavano le prime parole. E poiché una parola tira l’altra, ecco che le parole diventano mille, diecimila, tutto un lungo e complicato discorso. Diretto al palo collocato di traverso, oppure a quello armato in punta di scaricatore; oppure al buco della siviera; o infine alla siviera stessa. Tante parole. E non soltanto per protestare. Si parla anche per blandire, per offrire la propria amicizia, per muovere a compassione. Chi dice che una macchina non possa mostrarsi nei nostri confronti anche compassionevole?</em>.</p>
<p>Ne <em>La dismissione</em> leggo ancora <em>Ti chiedo: sai che cosa significa una fabbrica violata, devastata, sviscerata, demolita al trenta e mezzo per cento del totale? (…) Ti confesso che non è facile per me adesso ricostruire in maniera minuziosa come andarono le cose. mi manca la successione dei fatti: non so più in che ordine si svolsero, come se l’emozione, la dinamite, il grande bum!, avessero mandato in frantumi anche la mia memoria, lasciandomi tanti frammenti di ricordi separati. (…) Mancano sessanta secondi. Arriva il secondo colpo di sirena: breve, tagliente. Sussultiamo tutti, salvo ricomporci subito nel nostro stato di attesa. Meno venti… meno dieci… meno cinque… quattro, tre, due, uno… La torre vacilla per un attimo come un ubriaco. (…) Poi crolla: un tonfo sordo che è soltanto il prolungamento del boato prodotto dalla dinamite</em>.</p>
<p>Per converso in <em>Vita precaria e amore eterno</em>, <em>C’è in Italia questa psicosi che qualche arabo se ne vada in giro con una bella chinata di tritolo su per il culo e si faccia sbudellare in nome di Allah, Osama Bin Laden e compagnia turbante. Nessuno sospetta che lo stesso desiderio di questi arabi scoppianti sia molto vicino all’odio di Poldo e del sottoscritto. Tutti stanno attenti con gli occhi ben spalancati quando uno di questi tipi con la barba lunga mette piede dentro la metro. Ma nessuno sa che Poldo e io, senza i soldi e inseguiti dai creditori, le bollette non pagate, i supermercati svaligiati, ci immoleremo contro i nostri nemici. Immaginavo il mio call center che fumava come un bel pollo allo spiedo con le strisce di vapore che salivano verso il cielo e verso la consunzione. (…) Odio quei bastardi che acquistano potere e lusso perché licenziano la gente. Odio quella melma marcia che scrive i contratti capestro, che non paga stipendi decenti e nemmeno una tassa. Ti odio tutor dalla cravatta scoppiata ritto con il petto impallato, preparati alla fine. Ti voglio vedere crepare nel dolore. Salta in aria agenzia telefonica strillano le news…</em></p>
<p>L’utilizzo della dinamite, attivo in entrambi casi per lo smantellamento di un posto di lavoro, che comunque è un posto di sostentamento, è assai diverso. La rabbia di Martino Bux in <em>Vita Precaria e amore eterno</em> sostitusce la dismissione di Vincenzo Buonocore.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/ilva-2_1_-28920.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-7622" title="ilva-2_1_-28920 taranto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/08/ilva-2_1_-28920-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /></a></p>
<p>Mario Desiati appartiene a quella generazione, che è pure la mia, e la cui specialità, il cui limite e cesello, è quello di ricomporre puzzles disfatti da altri. Anche quando le scomposizioni, gli smembramenti, le dismissioni sono attuate con le migliori intenzioni. <em>La retorica ci vuole ad adorare e mitizzare gli scioperi, le manifestazioni di cinquantenni impettiti e saltellanti con bandiere rosse e straccetti al collo, urlanti a favore di questo o quel sindacato. Di solito questi tizi si mettono in coda a un vecchio smunto, incapace di intendere e volere, ridotto dall’età e dagli acciacchi a un manichino con tutti gli orpelli e i fazzoletti dei partigiani; come un pupazzo lo spingono nella folla mentre lui, sempre più debole, barcolla, gridano i loro slogan inutili per poi andare a ritirare il loro assegno garantito. Il fine è sempre lo stesso. La loro pensione e i loro ottocento euro al mese che non vedrò mai. E mentre cresciamo in una spazzatura senza diritti, contributi e assicurazioni, ci costruiamo un futuro assicurato: la guerra civile. Guerra, guerra, guerra civile. Sarà una guerra terribile, tra straccioni e dobloni. Sarà un inferno di fuoco e crudeltà. Ognuno a caccia di uno spazio per la propria dignitosa esistenza. Per permettersi un brandello di consumistico gaudio</em>.</p>
<p>Ne <em>La dismissione</em> invece <em>E tuttavia mentirei se dicessi di non aver condiviso a mia volta, e di non condividere tuttora, il mito dell’acciaieria e perfino un po’ della sua mistica, della sua retorica. A modo mio, certo. Contemporaneamente ai gusti del mio tempo, della cultura del mio tempo. Il che, credimi, non fa alcuna differenza dal punto di vista dei sentimenti e del senso di appartenenza. L’Ilva che scompare è una dissolvenza che non soltanto mi riguarda ma mi comprende. Dobbiamo imparare a dimettere innanzi tutto noi stessi dissi un giorno di particolare malumore (…). Distruggere all’improvviso una fabbrica può essere anche una operazione semplice. Distruggere di colpo una civiltà, una cultura, una forma mentis è un altro paio di maniche</em>. E ancora <em>Prima di essere rasa al suolo nella realtà l’Ilva è stata insomma eliminata un’infinità di volte nella finzione della fantasia, tanto che per moltissima gente la dismissione sarà ricordata come una sorta di tenebrosa ginnastica mentale durata abbastanza a lungo per diventare nevrosi collettiva</em>.</p>
<p>Da Salvatore Stajano [<em>Dalla parte giusta. Un comunista tra sindacato e partito</em>, Fata Morgana, 2006] leggo <em>Cari compagni, con le urla e i fischi non si vince. Si vince con l’unità di tutti. (…) Voi uscirete di qui con una sola linea, quella della non contrapposizione con quanti non la pensano come voi. (…) Sarebbe una tragedia e una sicura sconfitta</em>.</p>
<p><em>Vita precaria e amore eterno</em> è zeppo di fatti e considerazioni con al centro una storia d’amore struggente e malinconica. Come tutte le storie a distanza. Come tutte le distanze che sembrano incolmabili e se non lo sono lo diventano. Perché c’è il tempo e i fatti e l’incapacità e il gesto ritratto e il caso e Mario Desiati che è uno scrittore di ambientazioni e di sfondi e che in mezzo a invettive ha boccioli di prosa. <em>Baci che danno sonno</em>, il titolo stesso, <em>le perle di acqua salata schiacciate tra il pollice e l’indice</em>, drugstore perpetui, altro. Scrive del tono dissonante della piccineria quotidiana, del malumore generazionale, della classe e <em>della trasformazione del tuo amato e odiato paese in un grande cinema tridimensionale</em>, della protesta, costruisce un personaggio irritante, pusillanime e senza assoluzione. <em>Vita precaria e amore eterno</em> è un romanzo senza clemenza, come il mondo che descrive, dove i visionari perdono se non la vita almeno una casa. <em>Tutto è insondabile, ma per un solo attimo, un attimo immenso riesci a vedere tutto quello che le loro menti proiettano. In questo stesso attimo che non finisce mai un forte bagliore ti toglie la vista. Le sfere affettive, le bugie, le paure, le bollette da pagare restano in sospeso</em>.</p>
<p>Il prossimo libro di Desiati, <em>Il paese delle spose infelici</em>, che esce a giorni per i tipi di Mondadori, ha sullo sfondo l’Ilva di Taranto. Quando gli ho detto di questo incontro, di giovani e lavoro, de <em>La chiave a stella</em>, di Rea e di Stajano, di Ponticelli che è periferia di Napoli ma ha una Casa del Popolo, gli ho domandato pure Ma secondo te perché tutta quest’Ilva nella letteratura italiana? Mi ha risposto secco Necessità, estetica, ma aveva un’aria dolente. L’avevo pensato anche io.<br />
Ecco, ripeto, io appartengo a questa generazione di scrittori. A persone che traggono linfa linguistica, ispirazione letteraria dalle architetture umane più che dalle persone. Perché abbiamo perso le persone. Esistono solo i singoli e ogni forma di associazionismo e sindacato è un rottame. Come ha scritto Lee Masters <em>L’idea che ci facciamo di ogni cosa, è cagione che ogni cosa ci deluda</em>.</p>
<p>[Intervento tenuto il 15 Febbraio 2008 alla Casa del Popolo di Ponticelli nell’ambito di <strong>Primo Levi a Ponticelli. La chiave a Stella. Il lavoro ieri e oggi</strong> organizzato dalla Biblioteca Universitaria di Napoli. Le immagini sono tratte rispettivamente dal sito www.esplosivi.it, e dal sito www.agoramagazine.it]</p>
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		<title>La sostanza magica di Claudia Ruggeri. Su &#8220;Inferno minore&#8221;. Con un&#8217;intervista a Mario Desiati.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 May 2007 04:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Ruggeri]]></category>
		<category><![CDATA[fabio pedone]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Desiati]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Fabio Pedone Per la prima volta possiamo leggere in volume i versi di Claudia Ruggeri, poetessa pugliese su cui si è fondato un piccolo mito che dalle riviste locali rimbalza oggi tra blog e siti internet dedicati alla poesia. Mito, una volta tanto, giustificato più dal valore dell’opera che da singolari vicissitudini biografiche dell’autore. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fabio Pedone</strong></p>
<p>Per la prima volta possiamo leggere in volume <a href="https://www.nazioneindiana.com/2005/01/10/5-poesie-di-claudia-ruggeri/">i versi di Claudia Ruggeri</a>, poetessa pugliese su cui si è fondato un piccolo mito che dalle riviste locali rimbalza oggi tra blog e siti internet dedicati alla poesia. Mito, una volta tanto, giustificato più dal valore dell’opera che da singolari vicissitudini biografiche dell’autore. A dieci anni dalla sua tragica scomparsa, il conterraneo Mario Desiati (poeta e narratore, caporedattore di “Nuovi Argomenti”) ha pubblicato i risultati della prima esplorazione degli autografi in un volumetto edito da peQuod di Ancona, <em>Inferno minore</em>. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta la giovanissima Claudia Ruggeri era considerata una delle promesse della poesia italiana: la partecipazione ai reading di Salentopoesia e a riviste come &#8220;L’Incantiere&#8221; aveva attirato l’attenzione di molti sulla sua parola onirica e immaginosa. Tra i poeti importanti aveva stretto una salda amicizia con Dario Bellezza ed era in contatto con Franco Fortini, che con il ben noto rigore la invitò a “fare piazza pulita” dei suoi tanti modelli e a sottrarsi alle lusinghe di quella che lui definiva una poesia “ingioiellata”, invasa da una sorta di “impunità della parola”. Eppure non si vede come Claudia avrebbe potuto piegare il proprio temperamento al saggio consiglio senza rinunciare all’esigenza più profonda in cui si radicava la sua scrittura.<span id="more-3903"></span> Nel libro che oggi possiamo finalmente leggere, una costellazione di testi poetici composti dai 15 ai 29 anni orbita attorno a un’esperienza centrale, un lungo poemetto in più stazioni che si intitola <em>Inferno Minore</em>, da lei continuamente rimaneggiato. Gli ultimi materiali, scritti da Claudia in parallelo con l’aggravarsi del suo disagio, formano la sequenza di <em>Pagine del Travaso</em>, dove la poesia esplode, aspirando ad occupare la quasi totalità della pagina. L’estremo di questi testi, ‘napoli l’ebbi strana ed il porto’, è un montaggio da sue poesie precedenti: a 29 anni, Claudia rifà i propri versi per tappe esemplari, ritorna su se stessa un’ultima volta prima di lanciarsi nel “folle volo” da lei stessa evocato altrove.<br />
Nella breve storia della poesia di Claudia Ruggeri colpisce la potente involuzione studiata, assieme alla crescente necessità della deformazione lessicale vòlta ad attingere un’aura, una maschera. La tensione nettissima all’oralità si fa subito teatro, teatro della lingua che si sfrena e che attraversa incrociandoli i più vari modelli in cerca di una forte carica di senso, di un’intensità verbale massima: dai trovatori a Dante, dal severo barocco Ciro di Pers a D’Annunzio e Montale, la ricerca di una parola “aulika” si incarna sulla pagina in un flusso sottratto alla logica e al comune ordine del discorso; atteggiamento forse inviso ai professionisti di poesia che si nutrono di cronache quotidiane sotto i plumbei cieli milanesi, ma caro a chi scava tra i nomi dimenticati della poesia italiana del Sud sulle tracce di un ‘surrealismo meridionale’ dai forti connotati magici e folclorici, trattato con condiscendenza   – quando trattato – nelle grandi canonizzazioni antologiche. </p>
<p>questa che ora interroga, t’arrovescia<br />
l’inizio: t’avviva a questo Inverso<br />
cui un dio non corrispose; tu sei<br />
l’oggetto in ritardo, l’infanzia persa<br />
su tutte le piste, l’incrocio rinviato; sei l’amnistia<br />
dell’idioma viaggiato</p>
<p>La citazione, di solito richiamo echeggiante un’autorità, in Claudia Ruggeri è appropriazione prepotente e per nulla ammiccante agli smalti del letterario; goccia gettata in un <em>pastiche</em> di modelli violentemente rimasticati, viene usata per stravolgere gli equilibri convenzionali. Qui la lingua della poesia è ancora sermone sacro, che lo scarto dalla norma irradia con il magnetismo di una bellezza dura, tellurica; come il colore artificiato nell’espressionismo pittorico, nella poesia la lingua marca la distanza di una solitudine, di una sofferta quanto orgogliosa alienità dai comuni slanci della ‘rappresentazione’. Tutto ciò non impedisce brusche sterzate verso il parlato quotidiano o verso una sontuosità dialettale.<br />
In <em>Inferno Minore</em>, centro d’attrazione del libro, si estende il respiro sintattico ma i segni si addensano con urgenza: le maglie del verso si allargano fino a estremi di prosa lirica, dove la frase è l’unità di senso, la formula di questi esorcismi di sorprendente potenza introspettiva. L’Inferno Minore, galleria dantesca di incontri signoreggiata dal Matto (la figura dei tarocchi), è un carnevale pupazzesco e crudele in cui il contrasto manifesto del poeta con l’esistenza può condannarlo a divenire da autore attore: </p>
<p>a te a te altro ti tiene, non la parola,<br />
per te s’alleva una tortura dentro la bara<br />
della Figura, una condanna alla molla<br />
maligna, al Carnevale abominevole</p>
<p>L’allegoria della discesa agli inferi alimenta anche le <em>Pagine del Travaso</em> dove è l’ultimo confronto fra letteratura e vita, e un temperamento prepotentemente istintivo, attratto da un magma «prima della parola», lotta con una decisa volontà di controllo e continua rielaborazione:</p>
<p>mi tengo in limine. mi conservo l’equivoco<br />
degli stili incrociati.</p>
<p>Questa sospensione avvolge di un sospetto di  arbitrarietà una poesia indubbiamente difficile, ma che sotto il velo degli stili, e della loro frenetica dissoluzione, si regge su nuclei semantici ricorrenti (Claudia avverte per prima che il suo è «discorso nascosto»). Infine la tentazione di inventare un Oltre, un regno della parola, si esaurisce nella classica contro-figura di Prospero, mago della Tempesta shakespeariana, che posa il libro e spezza la bacchetta rinunciando alla creazione: </p>
<p>volli<br />
la fine dell’era delle streghe volli<br />
il chiarore di chi ha gettato gli arnesi<br />
di memoria di chi sfilò il suo manto<br />
poggiò per sempre il libro</p>
<p>***</p>
<p>Mario Desiati, che aveva già dedicato un saggio a Claudia Ruggeri su “Nuovi Argomenti” nel 2004 e oggi, nel decennale della scomparsa, cura questa prima edizione in volume, ha scritto nella prefazione che la sua scelta è quella di un «commosso lettore» piuttosto che di un critico: «può essere difettata la tecnica, ma vi assicuro non la passione». &#8220;Stilos&#8221; lo ha intervistato.</p>
<p><em>Vorrei che parlassi dello stato dei manoscritti; pensi che in futuro si possa recuperare dell&#8217;altro (anche registrazioni, se ne esistono) in vista di un&#8217;edizione completa?</em><br />
«Per adesso ancora no, tutto il materiale ‘potabile’ è stato sondato, ed è nel Gabinetto Vieusseux di Firenze, a disposizione dei filologi e degli studiosi che vogliano approfondire, magari anche correggere il lavoro fatto sin ora. Il nucleo fondamentale è l’<em>Inferno Minore</em>, di cui esistono diverse versioni, da quelle manoscritte sino a quelle dattiloscritte. C’è anche una versione videoscritta probabilmente con un programma di scrittura pioniere come il WS. Può darsi che sia conservato altro materiale, non solo presso la madre, ma anche amici, conoscenti, letterati a cui Claudia mandò i suoi testi inediti. In effetti la domanda sulle registrazioni merita una risposta a parte poiché l’oralità per Claudia era molto importante, spesso improvvisava, leggeva l’<em>Inferno Minore</em> con alcune varianti e le varianti all’<em>Inferno Minore</em> sono numerosissime».<br />
<em>Presentando Claudia Ruggeri su &#8220;Nuovi Argomenti&#8221; hai scritto che per la sua poesia si può parlare di un ‘barocco non decadente’. Quale relazione c&#8217;è tra questa visione e i modi popolari di un Sud insieme ‘solare’ e stregonesco, come spesso viene semplicisticamente dipinto? Penso anche al Carmelo Bene più violentemente parodico.</em><br />
«Claudia Ruggeri ripercorre esattamente quel tipo di barocco beniano che hai citato, un barocco parodico. Fortini definiva la poesia di Claudia “ingioiellata”. Nulla di più lontano dal vero, perché era una poesia con forti elementi postmoderni, pochi orpelli e molta sostanza, una sostanza ‘magica’, ma nell’autentico senso magista, ossia epifanico. Elementi come la taroccologia, la mistica antica, la tradizione trobadorica, la scuola di Federico II, sono la dimostrazione di un forte attaccamento ed elaborazione delle proprie radici storiche e territoriali».<br />
<em>Credi che nel secondo Novecento i poeti meridionali abbiano commesso un errore politico, trascurando per la gran parte di integrarsi nelle città dell&#8217;editoria, come ha scritto Flavio Santi in un articolo da te citato nella prefazione? È plausibile la rivendicazione di una ‘linea barocca e musicale’ in opposizione all’ormai arcinota linea lombarda?</em><br />
«Bella definizione quella di Flavio Santi sulla sconfitta della linea “borbonica”.  In realtà la sua provocazione ha soprattutto il merito di far notare come certi percorsi appartati non siano considerati dalla critica proprio perché appartati. Insomma un conto è essere appartati a Milano, un conto è esserlo – come Lorenzo Calogero – nel minuscolo villaggio di Melicuccà in Calabria».<br />
<em>C&#8217;è un microcosmo letterario, un canone salentino o più in generale pugliese, che partendo dalla lezione di Bodini dagli anni Ottanta in poi ha mostrato grande vitalità. Quali sono gli altri protagonisti oltre a Claudia Ruggeri? Cosa manca agli autori pugliesi per farsi conoscere e apprezzare?</em><br />
«Sicuramente c’è un sentire comune tra certi poeti che partono da Girolamo Comi e arrivano a Claudia Ruggeri passando per Vittorio Bodini, Ercole Ugo d’Andrea, Oreste Macrì, Vittorio Pagano, Antonio Verri, Stefano Coppola, Michelangelo Zizzi, Sergio Rotino e i più giovani che si raccolgono nelle riviste sorte in questi anni. Un sentire comune dove l’elemento principale è la densità, ma poi c’è la passione, c’è il mito, c’è un espressionismo violento. Non credo che i poeti restino sepolti, per esempio il tempo darà ragione alla grandezza di Bodini».<br />
<em>Quale nuova o antica terra dell&#8217;immaginario ha esplorato Claudia Ruggeri? Chi ti senti di avvicinare alla sua linea di ricerca fra gli autori contemporanei?</em><br />
«I territori esplorati da Claudia sono quelli del dissidio, un dissidio con la propria terra, la propria gente, e poi la solitudine. Una solitudine che porta a esiti di una poesia che col tempo inizia a evolversi sulla pagina come nel <em>Travaso</em>, dove invade tutti i campi della pagina bianca, con un senso terribile di <em>horror vacui</em> che mi ricorda Umberto Bellintani o il primo Antonio Porta, forse tra i grandi uno dei più vicini a Claudia: se fosse stato ancora in vita negli anni Novanta l’avrebbe sicuramente capita».</p>
<p><small><em>(pubblicato su “Stilos” il 20 marzo 2007)</em></small></p>
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		<title>La ragazza dal cappello rosso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2005/01/10/la-ragazza-dal-cappello-rosso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2005 09:05:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Ruggeri]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Desiati]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mario Desiati Una lettera, prima dell’estate, accompagnava la foto della ragazza dal cappello rosso. Quella lettera mi chiedeva di prendere atto della “visione fisica”, di guardare attraverso la pellicola del tempo e della carta quel volto e quegli occhi. Era la tenera risposta della madre di Claudia Ruggeri a una mia richiesta di informazioni, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/n-1-[1].a28.JPG" border="0" alt="n-1-[1].a28.JPG" hspace="4" vspace="2" width="185" height="240" align="left" /><br />
di <strong>Mario Desiati</strong></p>
<p>Una lettera, prima dell’estate, accompagnava la foto della ragazza dal cappello rosso. Quella lettera mi chiedeva di prendere atto della “visione fisica”, di guardare attraverso la pellicola del tempo e della carta quel volto e quegli occhi. Era la tenera risposta della madre di <strong>Claudia Ruggeri</strong> a una mia richiesta di informazioni, testimonianze e materiale.<br />
Era sabato pomeriggio di otto anni fa quando una donna giovane molto bella si era confessata nella piccola chiesa di San Lazzaro di Alessano. Quella donna giovane molto bella aveva percorso i suoi ultimi anni di vita con il carico di una promessa e di un sogno. Era l’età in cui si pensa che la poesia possa cambiarti in meglio la vita. Ma la poesia e la letteratura fanno male al corpo e all’anima.<br />
<span id="more-833"></span><br />
Probabilmente Claudia Ruggeri è un caso unico e irripetibile di questi anni. Ha creato un suo universo poetico originale e molto coerente. Ha inventato una nuova lingua letteraria come pochi sono riusciti nella sua generazione. Questa lingua è fatta di arrovellamenti lessicali, parole trobadoriche, riferimenti colti e popolari, tradizione italiana, orfismo, un simbolismo esasperato. Poi è riuscita a imbastire una scena di personaggi all’interno della sua poesia, quasi una vocazione al teatro. Proprio quella teatralità che ha sempre spinto Claudia Ruggeri a scelte estreme nella composizione della sua scrittura e della sua poetica, quella teatralità che sprigionava nelle sue letture pubbliche. Era teatrale sino alla sua stessa esistenza.<br />
Quel sabato pomeriggio dell’ottobre 1996 Claudia Ruggeri mise in pratica la profezia di una delle sue poesie più belle e tragiche: “del traghettatore: e volli/ il “folle volo” cieca sicura tuta/ volli la fine delle streghe volli/ il chiarore di chi ha gettato gli arnesi /di memoria di chi sfilò il suo manto/ poggiò per sempre il libro(…)”; tornò nella sua casa leccese, ripose i suoi abiti sulla sedia nello stesso ordine che alludeva la sua poesia e si lanciò nel vuoto.</p>
<p>In otto anni sono cambiate tante cose, la stessa Claudia, nata a Lecce il 30 agosto 1967, oggi avrebbe 37 anni e sarebbe ancora considerata una giovane autrice. Probabilmente qualche curatore l’avrebbe inclusa nella sua storicizzante antologia; probabilmente un sacco di cose. Oggi una mesta dimenticanza l’ha avvolta dentro la biblioteca dell’Università di Lecce tra le pagine di una rivista piccola e meritoria chiamata <em>L’Incantiere</em>.<br />
In quel pieghevole ci sono poesie sufficienti per trarne un libro. Sarebbe tra i più folgoranti libri di poesia italiana della nuova generazione, un terremoto se si pensa alle poesie aeree, mummificate della new wave poetica di questi tempi.</p>
<p>Claudia Ruggeri aveva una lingua tutta sua, una forza espressiva tutta sua e soprattutto un’idea della poesia tutta sua. Nuova, sciolta dagli schemi più triti dell’ermetismo spicciolo, aveva scritto un’opera battezzata <em>Inferno Minore</em> in colta contrapposizione all’<em>Inferno Maggiore</em> di Dante Alighieri e forse anche al suo inferno interiore. Dante era il suo principale riferimento letterario, un modello irraggiungibile di erudizione e arte.</p>
<p>C.R. era un&#8217;eccezionale lettrice capace di performance fuori dal comune la sua poesia colta e passionale si riversava spesso in reading memorabili di cui oggi resta qualche rara registrazione. L’esordio pubblico di Claudia Ruggeri, con un cappello rosso e un vestito largo e nero, fu durante un reading alla festa dell’Unità di Lecce del 1985 davanti a un basito <strong>Dario Bellezza</strong>, uno degli scrittori più vicini a Claudia Ruggeri.<br />
Lui ne amava il tratto e soprattutto la vitalità della sua espressione poetica. Ma il 1996 è stato un anno tragico anche per Dario Bellezza stroncato dall’Aids pochi mesi prima che morisse C.R.</p>
<p>Claudia Ruggeri a causa della sua poetica appariva isolata, alcuni anni dopo la morte di <strong>Antonio Verri</strong> e la fine di tutta una stagione di fermento, sembrava che tutto bruciasse attorno a lei: erano morti Verri, il suo caro amico regista Marcello Primiceri, Dario Bellezza e <strong>Franco Fortini</strong>. Proprio grazie a Verri Claudia Ruggeri aveva incontrato Franco Fortini, il poeta più importante che riconobbe il valore di Claudia. Lo stesso Fortini non capì però l’aspetto umano di quella poesia. Rimproverò l’uso indisciplinato del suo talento. E ai giudizi lusinghieri unì alcune critiche. Innanzi tutto fare piazza pulita dei suoi modelli. Troppo presenti, quasi ingombranti. Ma i modelli di Claudia erano tanti, non erano troppi, entravano nelle poesie, in maniera devastante, con forza lavica. Le parole, le figure retoriche e gli stessi capoversi erano il simbolo di una concentrazione semantica e sintattica che non trova precedenti.</p>
<p>Franco Fortini la invitò bonariamente a controllare i suoi slanci letterari, la sua foga, parlando di “impunità della parola”. Le parole di Fortini non furono molto incoraggianti, e Claudia Ruggeri, con la sua scrittura, non poteva rivolgersi a poeta più sbagliato. Fortini chiuse una sua lettera del 10 marzo 1990 così: “Lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in sé e fare piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso e né voglio essere ma invece, con molta stima e simpatia, il suo Franco Fortini”. Effettivamente Claudia faceva un po’ paura, troppo sregolata e barocca per il contegno dell’anziano poeta fiorentino. Eppure in Claudia Ruggeri erano serbati sentimenti amari e genuinamente dolorosi verso l’Italia e la società di quegli anni. Una propensione certamente cara a Fortini. C’era uno sguardo lucido e con poco incanto di fronte alla realtà. In una bellissima lettera scritta a un suo amico milanese (il critico Enzo Di Mauro) dopo un incipit struggente e delizioso sulla distanza tra Lecce e Milano, si rammarica scherzosamente che l’Italia sia stata unita: “da allora questa disgraziata, mia amata, riunita Italia s’allunga e adagio poco sfiata, e s’allunga sempre più e comincia proprio da Lecce questa catastrofe delle distanze (e di Craxi e di de Mita)…”</p>
<p>Claudia Ruggeri è un sentiero interrotto della poesia di questi anni. Penso a <strong>Remo Pagnanelli, Giuseppe Piccoli, Stefano Coppola, Ferruccio Benzoni</strong>, tutti sentieri interrotti. Claudia Ruggeri è  uno di quei percorsi del malessere (diceva di essere malata di tiroide in una lettera a Fortini e che i suoi malesseri nervosi provenissero da lì), uno di quei talenti che non ha avuto il tempo e l’esperienza per cristallizzarsi. Ma rimane un esempio unico di poesia, una poesia “ingioiellata”come diceva Fortini, ma inedita. Una poesia colma di citazioni e rimandi, “aulika” fatta di amorevole saccheggio, poesia fatta di sangue e carne. La poesia di Claudia sorprende il lettore, lo meraviglia, per l’uso spregiudicato del dialetto, dei modi di dire, delle citazioni colte, della frasi fatte, delle parole inventate, degli arcaismi e delle parole straniere. Stupisce ancora di più se si immagina l’origine e l’indirizzo delle sue poesie, stupisce tutti, Claudia, poetessa della meraviglia.</p>
<p>(Da <strong>Nuovi Argomenti n. 28</strong>)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>The Rhytm of the Night</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2004/11/24/the-rhytm-of-the-night/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Nov 2004 18:37:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Desiati]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=743</guid>

					<description><![CDATA[di Mario Desiati The Rhytm of the Night. Apologia della dance music anni Novanta è un pezzo di Mario Desiati (Neppure quando è notte, Pequod 2003) apparso nel numero di novembre di Medicine Show, mensile musicale assai ciarlatanesco curato da Leonardo Colombati. [gm] The Rhytm of the Night Apologia della dance music anni Novanta Eravamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Desiati</strong></p>
<p><img loading="lazy" alt="sin_cappella-move_on_baby.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/sin_cappella-move_on_baby.jpg" width="120" height="120" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /><br />
<em>The Rhytm of the Night. Apologia della dance music anni Novanta</em> è un pezzo di Mario Desiati (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8887418411/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8887418411&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Neppure quando è notte</em></a>, <a href="http://www.pequodedizioni.it/">Pequod</a> 2003) apparso nel numero di novembre di <a href="http://www.medicine-show.net">Medicine Show</a>, mensile musicale assai ciarlatanesco curato da <a href="http://leonardocolombati.splinder.com">Leonardo Colombati</a>. [gm]<br />
<span id="more-743"></span><br />
<strong>The Rhytm of the Night</strong><br />
<em>Apologia della dance music anni Novanta</em></p>
<p>Eravamo tutti felici nel dorato mondo degli anni Novanta, quando c’era tutto quello che volevamo a portata di mano. Le ragazze nascondevano i loro piedi in anfibi neri sotto qualunque tipo di abbigliamento e le loro acconciature si fermavano dietro la nuca. Caschetti lisci e adorabili, tinti di mogano o riccioli umidi e laccati di spray schiumosi di Pantène. Le feste in maschera degli anni Novanta erano tutte uguali e le ragazze si vestivano da Mortycia Adams con i trucchi neri, gli smalti neri, i rossetti neri. La tecno spopolava e se non conoscevi e ballavi gli Snap eri fuori da ogni circuito che contava. Le canne iniziavano a essere soppiantate dalle micidiali pilloline con sopra il pupazzo della Sonic e chi le provava giurava di trovare l’amore di una notte o la donna della vita. Erano anni fantastici, quando Rocco Siffredi lanciava la minuta e sbarazzina Sandy Balestra – lubrica Britney Spears <em>ante litteram</em> – che in film commossi e apocalittici si donava a nutrite schiere di extracomunitari e aspiranti pornodivi. Erano gli anni del Milan di Capello e della Juve di Lippi ed echeggiava nei nostri stereo l’orrendo inno rossonero e l’ancor più orrendo <em>Juventuslandia</em> di Madama.<br />
Di tutto questo oggi c’è una cenere fitta, non resta che qualche sbiadito ricordo, se non un piccolo mucchio di cassette con canzoni che nessuno più ascolta e solo in rare discoteche vengono ancora messe in auge. Poi succede che nei remoti scaffali della tua camera di adolescente trovi le cassette del Festivalbar comprate da un marocchino impiccione che sulla spiaggia di Torre Canne rifilava nastri contraffatti della musica estiva più ascoltata. E lì è iniziato un viaggio conclusosi con un’affermazione perentoria: la più bella musica di tutti i tempi è la discodance degli anni Novanta.<br />
Era il 1992 e dopo il grande successo del remix di <em>Because the night</em> di Patty Smith e della troll-music degli Snap nasceva la vera dialettica degli anni Novanta, altro che palestinesi e israeliani o accessorio contro complemento d’arredo, Stile libero contro Castelvecchi: era la commerciale e l’underground. Già in quella orribile parola: commerciale, c’era tutto, c’era un modo di pensare e soprattutto un’opulenza tipica di quel decennio. La musica commerciale era vituperata ed esorcizzata da intellettuali col diario Smemoranda e fighetti da Y10, eppure tutti la ballavano, tutti si accalcavano in pista bagnando le loro ascelle per dimenarsi al ritmo più sfrenato.<br />
I ritmi della commerciale erano due, quello soft, un po’ ridondante, con un ritornello canticchiabile; e quella detta “maranza” o “cazzofiga”, fatta di bassi fortissimi e campionature rumorose simili a quelle di motoseghe e tagliaerba impazziti. La “cazzofiga” andava nelle discoteche di provincia e del nord Italia, i loro profeti erano il gruppo dei Cappella, il loro successo più clamoroso fu <em>Move it up</em> che seguì a <em>Move on baby</em> e a <em>U got 2 know</em>. Si trattava di una rivoluzione totale, una liberazione. Perché esaltarsi per le canzoni? Quello che conta non è la melodia o il testo, ma soltanto il suono. In seguito a questo grande successo nacquero anche dei cloni di questo gruppo: gli Anti-cappella che con <em>Move your body</em> (di Bortolotti, Castrezzati, Elmzoom, Leoni, Maifrini, Overman, Pasinelli, Zucchini) spopolano.<br />
Le canzoni erano sempre più scarnificate, i ritornelli più primitivi che mai, squadre di disk-jockey si raggruppavano per firmare brani insulsi. Grappoli di nomi per canzoncine di un minuto e mezzo, passate e ripassate in tutte le discoteche d’Italia, fruttuosissime di diritti d’autore. Questi branchi di campionatori cercano e trovano vocalist qualunque da piano bar per infilar loro in bocca strofe ridondanti su basi elettroniche. La più popolare di queste operazioni è <em>The Rhythm of the night</em>, di una stanga di colore chiamata Corona su cui subito montò una leggenda metropolitana che fosse una regina di film hard. Notizia mai appurata.<br />
Il 1994 è l’anno di grazia. Si tratta di un momento speciale perché è il trionfo della musica dance made in Italy. L’inverno è l’apoteosi della “maranza”, l’estate della soft commerciale. Tra febbraio e marzo si ballano <em>Pupunanny</em> di Afrika Bambaataa e <em>Automatik sex remix</em> di Einstein Dr. DJ, oltre ad una sua versione più slow chiamata <em>Automatice sex</em>. E poi <em>Bomba</em> di dj Ramirez, <em>Brothers in the space</em> di Aladino, <em>Eins zwei polizei</em> dei Mo-Do… Quest’ultima è l’orgasmo dei rave fasci dove spilungoni col cranio rasato e tatuaggi sulla nuca abbaiano “ainzvaipolizai” con le braccia tese.<br />
Un album in particolare crea sconcerto ed entusiasmi incontrollati; si tratta dell’<em>Energia del Diablo</em>, compilation che comprende molte delle canzoni appena citate più un clamoroso ed irripetibile remix di <em>Small Town Boy</em> dei Bronski Beat. All sottoscritto scoppiano le orecchie grazie a questi brani indimenticabili ed anche a una versione acustica del monotono <em>Cosmonautica</em> di Virtualmismo e <em>Let me be</em> dei Da Blitz (storpiata in “<em>lecc my pizz</em>” dai giovani terroni).<br />
In estate esplode <em>Think about the way</em> di Ice Mc, col suo ritornello “bonghedeghedebon…”. Il rapper che lo canta in camiciona a quadri e flenallata è un tipo che si chiama Ian Campbell Esquire (da cui la sigla ICE). I suoi capelli rasta sono da incubo. Indimenticabile una puntata di <em>Non è la Rai</em> dove in mezzo a imberbi fighine si lascia andare a strusciamenti inguinali al ritmo dei suoi grandi successi: <em>Take away the colour</em>, <em>Think about the way</em> e <em>It’s a rainy day</em>.<br />
Nonostante quella bollente estate del 1994 veda trionfare il canto del cigno di Umberto Tozzi, <em>Lei</em>, la classifica italiana è dominata da brani clamorosi: <em>The rhythm is magic</em> di Marie Claire D&#8217;Ubaldo, una sudamericana con anfibioni neri e top di lana ammiccante, <em>Tonight is the night</em> dei la Click, <em>Sweet dreams</em> di La Bouche (remix degli Eurythmics)&#8230;<br />
La musica commerciale degli anni Novanta è come la pornografia. Si va subito al dunque. Non contano i testi e le canzoni, conta il ritmo tribale o metallico. Ma più della pornografia è un fenomeno di massa, un fenomeno che coinvolge tutti. Eppure proprio questo coinvolgere tutti fa si che venga fuori una specie di classe dominante, socialmente e intellettualmente influente che inizia ad ascoltare una musica diversa. È l’underground. La musica underground da discoteca è infatti un misto di progressive e toni soffusi e non centra una beata fava con la culture/underground. L’hit dell’anno si chiama <em>Illusion</em>, “suonata” dai Ti.Pi.Cal. Questo genere di disco viene bombato nei privée, luoghi del paraculo dove per entrare bisogna essere vestiti in una certa maniera – ci sono palme, i cocktail hanno prezzi da Euro e non è consentito avere un portafoglio esiguo.<br />
Ma alla fine vince sempre il meticcio. Le razze sono destinate a mescolarsi. La via di mezzo tra commerciale e underground sembra essere la nuova frontiera. <em>Short dick man</em> dei 20 Fingers è un canzone assurda che parla di un uomo dotato di cazzo piccolo. È la sintesi totale. Ed è anche l’apertura ai ritornelli scurrili; il più noto scalerà le classifiche nel 1997, quello di Meredith Brooks: <em>I’m a bitch</em>.<br />
L’effetto rivoluzionario della musica dance 1994 (campionamenti al computer, ritornelli ridondanti, fighe alla Corona e qualche melodia nel marasma tecno) si protrae per tutta la prima parte del 1995, quando i primi venti brani in classifica sono brani di musica dance. Da allora tutto quello che seguirà saranno solo riscritture e ripensamenti di quella musica mixata nel 1994. Dopo che il suono ha trionfato sulla musica non c’è più voglia di altro. Il calo del desiderio. La storia finisce.<br />
Poi ho smesso di ascoltare musica dance perché non ho più una radio dove sentirla e i soldi per andare in discoteca.</p>
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