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	<title>Mario Fresa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La &#8220;Bestia divina&#8221; di Mario Fresa (e i suoi fiori caduti nell’ansia di un labirinto)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/08/18/mario-fresa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Aug 2021 04:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Fresa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Prisco de Vivo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Prisco De Vivo &#160; &#8220;Colui che farà ricorso ad un veleno per pensare ben presto non potrà più pensare senza veleno.&#8221; Charles Baudelaire &#160; &#8220;La poesia è crudele e solitaria&#8221;, con grande icasticità ha sentenziato Valerio Magrelli  nel suo saggio La lettura è crudele: così come spietata e crudele è l’estroflessione intimistica e controversa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-92090 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-225x300.gif" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-225x300.gif 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-150x200.gif 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-300x400.gif 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/08/231378376_543520316692700_3354185197054596739_n-315x420.gif 315w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></p>

<p>di <strong>Prisco De Vivo</strong></p>



<p>&nbsp;</p>



<p class="has-text-align-right" style="text-align: right;">&#8220;Colui che farà ricorso ad un veleno per pensare</p>



<p class="has-text-align-right" style="text-align: right;">ben presto non potrà più pensare senza veleno.&#8221;</p>



<p class="has-text-align-right" style="text-align: right;">Charles Baudelaire</p>



<p>&nbsp;</p>



<p>&#8220;La poesia è crudele e solitaria&#8221;, con grande icasticità ha sentenziato Valerio Magrelli  nel suo saggio <em>La lettura è crudele</em>: così come spietata e crudele è l’estroflessione intimistica e controversa dell’ultimo libro di poesia di Fresa, <em><a href="https://www.scuoladipitagora.it/collane-scuola-di-pitagora/nuovi-echi/bestia-divina" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bestia divina</a></em> (La scuola di Pitagora Editrice); un testo fondato sul dissidio di ciò che è naturale e ciò che non lo è.</p>
<p><span id="more-92067"></span></p>



<p>Si avverte, qui, vivissima, una condizione di astenia della parola che si fa nervosamente informe e che si decostruisce di continuo tra veglia e sonno, tra lucidità e delirio. Ma, in fondo, il titolo di questo libro diventa con cognizione di causa un vero ossimoro; ché la bestia non può essere mai <em>divina</em>.</p>



<p>Così, emerge dalle pieghe del testo un monito apocalittico, un immaginario della fine dei tempi, un’umanità privata sempre più del suo Logos, del suo centro; e senza più il suo dio creatore (un dio che in questo libro sembra perfino rinunciare a un eventuale Giudizio Universale). Ne esce fuori una visione tormentosa, persa, e dispersa, tra le mobili (e, appunto, bestiali) pareti di un buio corridoio: quello di un continuo, divorante autorispecchiamento:</p>



<p>Allora il sosia si decide a mostrare sia la coda,</p>



<p>sia il bagaglio. Si butta dalla finestra ma prima</p>



<p>vuole un’abbondante colazione. Si annoierà soltanto</p>



<p>fino a Lunedì, per trasformarsi</p>



<p>in un Bianchino da naso; e l’ho legata stretta stretta</p>



<p>come succede nei libri;</p>



<p>come se fosse davvero un morso ciuco.</p>



<p>Dalle visioni deraglianti di questo libro emerge, quindi, una capacità segreta di costruzione e di decostruzione, un lucido <em>nonsense</em> che fa di Mario Fresa un poeta singolare; un poeta che, come un sarto ossessivo, disegna e ridisegna il corpo della parola, percependone la sua natura più profonda e disperata:</p>



<p>Avete visto com’è spettro e bicchiere, questo corpo?</p>



<p>Quando la noti, si fa destino intero;</p>



<p>viaggio di lingua e orrendo viso di terrore.</p>



<p>Il nostro colloquio s’apre come un insetto male</p>



<p>che ad ogni dolce notizia spara, dalla ringhiera, in due;</p>



<p>s’ingoia proprio tutto, stomaco e sogno:</p>



<p>fino al cervello celeste, possessivo.</p>



<p>Il duello concettuale fra una parola e l’altra è ben evidente nella raccolta; e sempre si percepisce quell’essenzialità che evoca e fa evocare il ludibrio teatrale della messinscena:</p>



<p>I domestici, vedi, hanno gambe</p>



<p>di morti. Le mosche</p>



<p>si aprono all’orecchio; portami via.</p>



<p>Anzi si spacca sul vetro fino, diresti,</p>



<p>a non essere più.</p>



<p>Ogni passaggio da un testo all’altro svela, per tagli e sottrazioni, una verità opaca che si assoggetta alla verosimiglianza di qualcosa che, di continuo, fluisce e si disperde; creando un’immagine caleidoscopica che si distanzia sempre da sé stessa (e dallo sguardo dello stesso osservatore).</p>



<p>Così, nel mostrare continuamente assenza e dispersione, diluizione e mancamento del soggetto, questa mirabile poesia diventa un fiore velenoso che si apre al lettore mostrando una natura ritrosa e ambiguamente accogliente, e offrendogli la possibilità di percorrere una strada sottilmente rischiosa: quella di confrontarsi con parole che possono diventare pericolose e perturbanti per chi le ascolti.</p>



<p>Dunque, parafrasando Laforgue, ci troviamo di fronte a &#8220;un magma incandescente sempre sul limite di esplodere e di sgorgare attraverso chissà quali passaggi&#8221;.</p>



<p>Tutto è intimo e tutto si sfalda nella poesia di Fresa, che ricompatta e sperimenta, con occhi e orecchi sempre nuovi, la tradizione; un orfismo onirico, febbrile, incandescente vive e si rinnova, rivive e si trasforma sempre nei suoi testi.</p>



<p>E l’immaginario della poesia di Fresa mi riporta senza mezzi termini alle visioni taglienti e provocatorie dell’artista belga Wim Delvoye, le cui decorazioni anarchiche e bizzarre vogliono, allo stesso tempo, divertire e turbare l’osservatore. Lo scopo è uno solo: quello di cogliere lo spettatore di sorpresa, quasi assalendolo con la tenera violenza di un sogno che d’improvviso ci stringe nel suo denso ragnatelo.</p>



<p>Chi legge, allora, continuamente lotta e gioca con (e contro) sé stesso, rispecchiandosi in una poesia misteriosa e respingente; lo stesso Delvoye ha confessato, a chi gli chiedeva di spiegare i suoi lavori: &#8220;sono un giocatore di tennis che gioca da entrambi i lati della rete, e ritengo che ciò valga per ogni cosa che ho fatto fino a questo momento&#8221;.</p>



<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Galateo per un abisso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/05/27/galateo-per-un-abisso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 May 2019 04:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Fresa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mario Fresa Testi inediti tratti dalla raccolta in lavorazione &#8220;Il mantello di Goya&#8221;. * Salta la corda; a volte ha il corpo fulminato da un sottile colpo di grazia. E si accontenta anche di meno: alle spalle ha un orario che spinge lontanissimo; anzi apre le unghie, quasi a farla finita, quando stanno a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-79391 size-medium alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Fresa-300x161.jpg" alt="" width="300" height="161" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Fresa-300x161.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Fresa-768x411.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Fresa-250x134.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Fresa-200x107.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Fresa-160x86.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Fresa.jpg 1000w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> di <strong>Mario Fresa</strong></p>
<p>Testi inediti tratti dalla raccolta in lavorazione &#8220;Il mantello di Goya&#8221;.</p>
<p>*<br />
Salta la corda; a volte ha il corpo<br />
fulminato da un sottile<br />
colpo di grazia.<br />
E si accontenta anche di meno:<br />
alle spalle ha un orario che spinge lontanissimo;<br />
anzi apre le unghie, quasi a farla finita, quando stanno a guardarlo<br />
dritto in fronte. Né digerisce il suo cervello né<br />
questa sorda faccenda di verità.</p>
<p><span id="more-79236"></span></p>
<p>*<br />
Vivendo, ci si rovescia per terra. Angiola<br />
sta legata per terra &#8211; ha detto; è pronta almeno<br />
quanto una testa impazzita a causa<br />
dei ricordi. Di nuovo, poi, l’azzurro esortativo.<br />
Diventiamo una balbuzie mondiale.</p>
<p>Che fare allora, di questi verbi? Il nome c’è,<br />
così allarmato da venirgli addosso. Ma credo proprio<br />
che sia di un altro.</p>
<p>Uno straccio, le ripeto,<br />
dipinto per sventura. Il salto dal balcone.</p>
<p>*<br />
<em>Wurzel</em></p>
<p>E allora. Nessuno lascia la classe dei dementi<br />
o i biscotti a tempo pieno. Lo dice Wurzel,<br />
con tutto l’acetone che gli assale<br />
la testa. Arriva dalle scale fino a lui,<br />
messo così insieme<br />
in isteriche polpe: e non scherziamo.</p>
<p>Lo si chiama raccomandato come un ladro;<br />
grida, &#8211; la bocca allegra, nella fine cottura<br />
del Provveditorato. Io l’ascolto mentre<br />
dice di licenziarsi. Ma Wurzel vince le sue gambe<br />
e non si lascia fregare! Ha un mantello di malattie<br />
(come te) e se lo tiene stretto, fino ad esaurimento<br />
scorte. Se fa lezione, muove parole fino<br />
allo smog; s’intasa nelle sue stesse<br />
macerie, in quell’essere bestia<br />
che non perdona. Poi si vedrà.</p>
<p>*<br />
Se cammini, poi gli cresce<br />
una voglia di artiglieria nella mia testa,<br />
ridà i suoi occhi pronti a bruciare tutto: riconoscenza, chilometriche<br />
bugie, casa d’archivio: ti rendo l’amore di capire presto.<br />
Perché crollare come un vento<br />
sugli spiriti affettivi.<br />
Sicché le mani nude; e tuttavia le carte incalcolabili,<br />
da oggi, mettersi in proprio finché gli lucidi il pelo,<br />
dicendo zitto e mosca; e lei, volando, evapora con tanto di cappello.<br />
Né ciò lo fa passare a miglior vita: ma una gardenia in bocca,<br />
oppure l’aspra coscienza su dal collo che<br />
schiaccerà sete e fortuna,</p>
<p>quando sviene la capitale mente<br />
e fa la figlia che ancora guarda, ma non sente.<br />
Respira una valanga. Quei pensieri.</p>
<p>*<br />
Si sentiva mortale; un territorio da difesa.<br />
Che dipinto di cucina, capire quello scandalo di niente:<br />
eppure in tempo dolce di carestia<br />
non sa perché.</p>
<p>Sì, pioveva sul bigliardo fumato, poniamo:<br />
come un’algebra da sera. Tutte scomparse, prese così<br />
d’assalto al dito; che diventò per gioco<br />
un cane di violenza.</p>
<p>Accanto mi cadde allora sulla bocca,<br />
sparandomi il cervello come un’atomica<br />
risposta.</p>
<p>*<br />
Subito, i primi acciacchi mentre impariamo con lentezza<br />
(come piace a me). Si dice che ancora respiravano un poco,<br />
Wurzel, quasi spezzato in due, e il sogno di cercare<br />
un po’ di gloria. La mosca molesta dell’emozione.<br />
Pochi istanti per trasformarmi in lui,<br />
in una nuova stazione, ricca di confort, di trucchi del mestiere<br />
perché dopo, sarebbe troppo tardi! Si congedò con una certa<br />
sinistra felicità.</p>
<p>Il che vuol dire: la notte ruppero il corpo intero<br />
del paese, lasciando le ragazze bene in veste da<br />
sorpresa: entrambi ne furono così<br />
contenti che: da un lato c’erano le sue camicie<br />
immacolate, mentre fuggirono dalla sala<br />
dei concerti (con il solito Kurt, muso di cane, in testa);<br />
dall’altro, il resto della gente e la sua innata perfidia.<br />
La stanza, poi, così bucata dalla pioggia,<br />
accolse per tutti, il caffè nero pronto a posarsi<br />
sulle anime perdute; e gli occhi avvolti<br />
da uno stadio nervoso, formicolante.<br />
Il giorno del giudizio, quando è tardi.</p>
<p>*******<br />
Appena arrivato, vai pure avanti, mostra ferite col flash<br />
della fredda pubblicità del mondo; una manna<br />
dal cielo per tutti quei bambini<br />
che si battono le cosce per ottenere<br />
qualche razione ospedaliera<br />
in più. Apre la mente concreta, prigioniera:</p>
<p>“Papà si brucia il gozzo di fischi, di parole troppo magre per essere<br />
nascoste così a lungo e, poi, dimenticate…<br />
Le sdraia a faccia in giù, straccia gli errori e va sulla strada giusta; quindi</p>
<p>“Ogni mattina, mangia argomenti<br />
minuscoli, feroci…</p>
<p>*<br />
Lo spettacolo, come d’accordo, ustiona<br />
i fidanzati che sognano insieme di marciare<br />
come i popoli vinti; si amano, infine, come docili cani,<br />
anche se a ben guardare, la guerra è già finita<br />
da un pezzo. Il titolo è davvero una mostruosità;<br />
e il suo ragazzo ricorda che non gli piace fare l’amore<br />
se almeno lei non è viva.</p>
<p>Sicché teneva le parole<br />
premute sulla bocca. Nessuno vide<br />
l’aprirsi della ferita vuota, perfetta;</p>
<p>come saremo forti e generosi<br />
nel descrivere il pasticcio combinato.</p>
<p>Fiorivano disastri dalle bianche<br />
narici traforate.</p>
<p>**<br />
<em>Luigi, mentre fa la</em> verónica</p>
<p>Perché devi fare di tutto un gioco? Si sistema<br />
la giacca ma, in fondo, gli sfigura il carattere:<br />
più brutto è, più sente stretto intorno,<br />
quel serrare di insetti. Subito dopo,<br />
in bocca sta un ricordo come cera.<br />
Se brucia, che cantilena. Se brucia ancora, pensa<br />
storto nell’ombra e ha la testa muffita<br />
dal caffè. E per risponderti su come siamo<br />
diventati amici: muoveva il piatto rovente<br />
del collo e faceva più pena quando restava<br />
fisso per fare il tritacarne delle parole:<br />
lo rividi catrame più compagna di strada.</p>
<p>Però gli dissi. Se ora facciamo la provetta,<br />
ci nascerà un bambino con la sua brava<br />
solitudine crescente, sempre finora zitta.<br />
Faceva sul serio, credo, da un bel pezzo,<br />
stendendo la notte su<br />
per le finestre; e infine corse, con varie note,<br />
a dire: Io non lo avrei mai<br />
preso; né mai ballato. Ed è così, ricorda lui,<br />
che noi siamo diventati quasi amici:<br />
Meglio peccare di indulgenza che di bontà.</p>
<p>*<br />
Tiene dei cani per non farmi ascoltare<br />
e sistemare tutto. Se potessimo ancora.<br />
Poi cerca di capire chi vincerà, con la paura<br />
di cominciarla e di gridare nel sogno:<br />
non che lui ripartisse, certo, ma è diventata<br />
quasi buona: gli imperlano la fronte<br />
ed è braccato da sé stesso.<br />
………..<br />
E questo, quanto vale? È il mondo di coloro<br />
che vedono tutto. Se fosse allora diffidenza<br />
o un dio a rovescio.</p>
<p>“È troppo orgogliosa, si dispera.<br />
Amatevi l’un l’altro. Come il cane e il sistema<br />
delle ricompense. E che fatica se ci riescono<br />
insieme! Oppure trasformarsi in ogni altro<br />
animale vivente.</p>
<p>Divorarsi a perfezione, quando sarà possibile.</p>
<p>*<br />
1.<br />
La vecchia si lascia fare tutto. Le sue merci<br />
diventano feriti gravi; ma che felicità sarebbe.<br />
Non posso credere che vi butti sé stesso,<br />
col respiro attivo dentro; e ignora se lo abbiamo<br />
noi davvero; o dove diavolo<br />
lo abbiamo messo.</p>
<p>************</p>
<p>2.<br />
L’inverno passa in barca; ti sta dentro,<br />
misto lana e paura. Afferra schiena<br />
e vento e fa la vista glaciale di un avverbio.<br />
Cammina, mangia il terreno. Legge.</p>
<p>Là dove arrivo, faccio soltanto<br />
mosca e muro; la morte punge<br />
la testa al primo piano.</p>
<p>***</p>
<p><small>Mario Fresa. È nato a Salerno il 10 luglio 1973. Sue poesie sono state pubblicate sulle principali riviste culturali italiane (da «Paragone» a «Caffè Michelangiolo» a «Nuovi Argomenti») e sono state tradotte in Francia («Recours au Poème»), in Spagna («Zibaldone. Estudios italianos»), negli Stati Uniti («Gradiva. International Journal of Italian Poetry») e in Venezuela («Centro Cultural Tina Modotti»). È presente in varie antologie, pubblicate sia in Italia sia all&#8217;estero, da <em>Nuovissima poesia italiana</em> (a cura di M. Cucchi e A. Riccardi, Mondadori, 2004) a <em>Lluvia de poemas</em> (a cura di J. Carrasco, Colectivo Casagrande di Santiago del Cile, 2016). Nel 2002 pubblica il prosimetro <em>Liaison</em>, con la prefazione di Maurizio Cucchi (edizioni Plectica; Premio Giuseppe Giusti Opera Prima, Terna Premio Internazionale Gatto); seguono, tra le altre pubblicazioni di poesia, il trittico <em>Costellazione urbana</em> (Mondadori, «Almanacco dello Specchio», n. 4, 2008); il poemetto <em>Luci provvisorie</em> (Mondadori, «Nuovi Argomenti», n. 45, 2009); <em>Uno stupore quieto</em> (Stampa2009, a cura di Maurizio Cucchi, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como; Premio Leandro Polverini); <em>La tortura per mezzo delle rose</em> (nel sedicesimo volume di «Smerilliana», 2014, con un&#8217;analisi critica di Valeria Di Felice); <em>Teoria della seduzione</em> (Accademia di Belle Arti di Urbino, con disegni di Mattia Caruso, 2015); <em>Svenimenti a distanza</em> (Il Melangolo, 2018; introduzione di Eugenio Lucrezi). Ha curato l’edizione critica del poema <em>Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo</em> di Gabriele Rossetti (nella collana «I Classici» di Rocco Carabba, 2010) e la traduzione e il commento dell’Epistola <em>De cura rei familiaris</em> dello Pseudo-Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). Ha tradotto da Catullo, Marziale, Sarandaris, Baudelaire, Musset, Apollinaire, Desnos, Frénaud, Cendrars, Char, Duprey, Queneau.</small></p>
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