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	<title>mario galzigna &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il respiro dell&#8217;essere. Riflessioni sull&#8217;immagine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2015 06:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[                                                      di Mario Galzigna Oh, immaginazione! Il più grande tesoro dell&#8217;uomo, l&#8217;inesauribile fonte alla quale tanto l&#8217;Arte quanto la Cultura vengono ad abbeverarsi! Oh, rimani con noi… così che ci si possa porre al riparo dal cosiddetto Illuminismo, quell&#8217;orrendo scheletro senza sangue né carne. (F. Schubert, 1824)  [Franz Schubert&#8217;s Letters and Other Writings, a cura [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-58660" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/20151006_163515-300x225.jpg" alt="20151006_163515" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/20151006_163515-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/20151006_163515-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/20151006_163515-900x675.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/20151006_163515.jpg 2048w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />                                                      di <strong>Mario Galzigna</strong></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-family: Times,serif;"><i>Oh, immaginazione! Il più grande tesoro<br />
dell&#8217;uomo, l&#8217;inesauribile fonte alla quale<br />
tanto l&#8217;Arte quanto la Cultura vengono<br />
ad abbeverarsi! Oh, rimani con noi…<br />
così che ci si possa porre al riparo dal<br />
cosiddetto Illuminismo, quell&#8217;orrendo<br />
scheletro senza sangue né carne.</i></span><span style="font-family: Times,serif;"><br />
(F. Schubert, 1824)</span></p>
<p style="text-align: right;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"> [</span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i><u>Franz Schubert&#8217;s Letters and Other Writings</u></i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, a cura di O.E. Deutsch, London 1928, p.77].<br />
</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">1. IMMAGINE-MOVIMENTO</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Sigmund Freud ha lavorato soprattutto sull&#8217;immagine censurata o rimossa. A partire dai suoi scritti sull&#8217;isteria e da <em>Die Traumdeutung</em>, Freud tematizza a più riprese una distanza, uno scarto, un&#8217;irriducibile alterità tra il dinamismo inconscio dell&#8217;immaginazione — noumeno opaco e inattingibile &#8211; e l&#8217;immagine, così come viene rappresentata sia durante il sogno, grazie al lavoro onirico, sia nello stato di veglia, quando il sogno diventa testo o racconto: un&#8217;immagine filtrata, dunque, dal lavorìo della censura e deformata da un censore interno, capace di adattare pulsioni e desideri all&#8217;etica sociale dominante.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Nell&#8217;attività artistica &#8211; ma anche nei sogni ad occhi aperti, negli stati di rêverie e in alcune dimensioni contemplative ed amorose dell&#8217;esistenza &#8211; può talora venir meno questa separazione, questa radicale distanza tra il movimento autentico dell&#8217;immaginazione e la sua traduzione in immagini, concepite come il prodotto di una coscienza vigile e censoria. &#8220;Ogni immaginazione, per essere autentica, deve riapprendere a sognare&#8221;, scriveva Michel Foucault nel 1957, in una folgorante introduzione a <em>Sogno ed esistenza</em>, di Ludwig Binswanger. [1]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">In questo annullamento della distanza, l&#8217;immagine sognante non implica la rinuncia al movimento pulsionale dell&#8217;immaginazione, ma nasce, al contrario, dalla sua emergenza vitale e produttiva, dalla sua manifestazione piena e variegata. Non, quindi, una </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Bild</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> appiattita sul </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Sinn</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> e sul linguaggio: irrigidita, cristallizzata, scandita dal lavorio della censura e dal rullo compressore della rimozione. L&#8217;immagine (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Bild</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">), insomma, non è soltanto un significante codificato, che rinvia necessariamente a un senso (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Sinn</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">), a un significato, o a una trama di significati; non è soltanto una rappresentazione impoverita di qualcosa d&#8217;altro, oppure di una mancanza &#8211; o di un vuoto &#8211; che essa avrebbe il compito di colmare. E&#8217; anche potenza creativa, espressione di ricchezza interiore, struttura dinamica e trasformabile, variabile nel tempo e nello spazio: figura di una pienezza sensibile e materiale dell&#8217;essere.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Con buona pace di Heidegger, il verbo inglese <em>to be</em>, essere, deriva da una radice indoeuropea </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>bheu</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, che sta per esistere, ma anche per divenire e per crescere; e parole astratte come animo, anima, rappresentano l&#8217;evoluzione di una radice indoeuropea an, che significa respirare. L&#8217;essere e l&#8217;anima, dunque, come concetti astratti, sono connessi, originariamente, ad immagini relative alla crescita e alla respirazione. Ritroviamo, a volte, dietro la parola, il moto pulsionale dell&#8217;immagine, ricco di figure che rinviano alla concretezza del corpo vissuto — il </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Leib</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, di cui parlava Husserl — e quindi alla nostra maniera di percepirlo e di raffigurarlo. &#8220;Le parole astratte — commenta Julian Jaynes — sono antiche monete, le cui immagini concrete sono state logorate dall&#8217;uso nel continuo scambio del discorso&#8221;. [2]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Così intesa, questa immagine-movimento — espressione diretta di una immaginazione attiva e sognante, attingibile fuori dai filtri di una censura normalizzatrice — rappresenta la molla propulsiva della nostra autonomia individuale e culturale: il nocciolo antropologico irriducibile alle tecnologie del controllo, ai dispositivi storici entro cui si dispiega la potenza omologante e produttiva del potere. Come aveva detto Piaget nel 1945, è possibile uscire dall&#8217;imperialismo della rimozione proposto dalla psicoanalisi: un imperialismo che risolve sempre ogni contenuto immaginativo in un tentativo di aggirare la censura, accettandone comunque i limiti e i divieti. [3]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Ogni forma di </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>rêverie</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> creativa &#8211; di cui il cinema, quando diventa &#8220;film d&#8217;anima&#8221;, è in grado di recare testimonianza &#8211; non è altro che questo, forse: l&#8217;immagine che si afferma come epifania di una immaginazione attiva, non come figura contratta e pietrificata, non come formazione sostitutiva, non come maschera deformante e deformata di un desiderio alterato o rigettato. [4]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><em>Andrej Rublëv</em>, il grande capolavoro di Tarkovskij, presentato al Festival di Cannes nel 1969, rappresenta in maniera emblematica il valore creativo e liberatorio dell&#8217;immagine. Lasciamo, per un istante, la parola al regista, così come emerge nel suo omonimo romanzo cinematografico: &#8220;Le immagini delle icone e degli affreschi, trasparenti e severe, dolci e crudeli nello stesso tempo, fluiscono una a una davanti ai nostri occhi…E insieme ad esse, intrecciandosi con l&#8217;ispirazione che le ha generate, e rendendo così comprensibile e infinitamente semplice il cammino di Andrej, palpita la musica della natura, quella musica che Andrej sentiva mentre dalla sua anima nascevano le immagini più belle e luminose&#8221;. [5]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Nei vissuti estatici e creativi, oppure nelle </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>rêveries</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> che accomunano gli amanti, o che scandiscono la cura di un neonato, l&#8217;immaginazione &#8211; trama interattiva e cifra della trascendenza — si afferma come immanenza del mondo e dell&#8217;altro. Privilegiare queste dimensioni significa ribaltare una consolidata tradizione filosofica e teologica, di matrice giudaica, caparbiamente iconoclastica ed incline ad una svalutazione ontologica dell&#8217;immagine, considerata una forma imbastardita del pensiero ed anche, per dirla con Brunschvicg, un grave &#8220;peccato contro lo spirito&#8221;. [6]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">E&#8217; allora possibile, in questa prospettiva — fuori dal circuito capitalistico dell&#8217;immagine fabbricata, serializzata ed imposta &#8211; far parlare le nostre immagini interiori nella loro pregnanza intrinseca, esibita, comunicabile. Ciò che non è riuscito alla psicoanalisi freudiana, ancorata a una dialettica necessaria tra significante e significato, può forse riuscire a un&#8217;antropologia dell&#8217;immaginazione[7] liberata dall&#8217;ipoteca idealistica: e quindi, a maggior ragione, ad un&#8217;attività artistica, ad una movenza del pensiero e ad una forma d&#8217;esistenza costruite sopra le fondamenta di una immaginazione creativa, plurale ed esprimibile. Di qui, forse, potrà prendere le mosse la costruzione di una nuova psicologia e di una nuova ontologia storica dell&#8217;immagine.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><b>2. VENIRE ALLA LUCE</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Esiste tutta un&#8217;attività espressiva che sta prima della parola, che la sorregge, che la rende possibile come veicolo del significato. Paradigmatico, in questo senso, l&#8217;itinerario poetico ed esistenziale di Antonin Artaud (1896-1948). Nel suo </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Teatro della crudeltà</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> egli mette in scena, non a caso, una parola che sta prima delle parole (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>la Parole d&#8217;avant les mots</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> ): parola-grido, parola-corpo, musica della parola che parla direttamente all&#8217;inconscio (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>musique de la parole qui parle directement à l&#8217;inconscient</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">); parola-gesto, parola sonora — spinta fino agli estremi della </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>glossolalìa </i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">&#8211; che sfonda le barriere murate del significante. Occorre spezzare il linguaggio, egli afferma, per toccare la vita (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>briser le language pour toucher la vie)</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">; occorre rompere l&#8217;involucro limaccioso del linguaggio per attingere alla vita, decretando, entro un&#8217;arte totale — entro una </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>scena crudele</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> — il primato della forza vitale (la </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>force de vie</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">) sulle forme del linguaggio. E ciò che vive nella scena crudele è un &#8220;</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>inconscio oggettivo&#8221;</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> — Gaston Bachelard parlava, negli stessi anni, di una &#8220;psicoanalisi oggettiva&#8221; &#8211; che precede la formazione del significante, che non attende nessun chiosatore, nessun commentatore segreto, nessun analista (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Le Théâtre Alfred Jarry</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, 1930). [8]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Artaud, lo scrittore insorto (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>l&#8217;écrivain insurgé</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">), uno dei più radicali cartografi della &#8220;coscienza </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>in extremis</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">&#8220;, [9] </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">si impegna &#8211; assieme a Nerval, Lautréamont e Van Gogh, spesso evocati nei suoi testi &#8211; in una lotta titanica contro la tirannia di una corrispondenza rigida e necessaria tra significante e significato. Ed anche per questo, consapevolmente, paga il prezzo di una tragica </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>déperdition</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">: un&#8217; &#8220;erosione centrale dell&#8217;io&#8221; che diventa, al tempo stesso, trama dolente del suo canto e linfa vitale di una resurrezione creativa. In nessuno, forse, come in Antonin Artaud, il delirio dell&#8217;assenza e dello sprofondamento — vero e proprio veleno dell&#8217;essere (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>poison de l&#8217;être</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">) — rappresenta il nutrimento dell&#8217;anima e la materia prima dell&#8217;immaginazione. L&#8217;abisso opaco e regressivo della perdita — quando il pensiero pare condannato ad una </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>inexistence</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> priva di ritorno e di redenzione &#8211; diviene, qui, matrice di una rinascita interiore, capace di manifestarsi come forza vitale e come folgorazione poetica. Ci si rifugia nella notte originaria per poter reinventare un nuovo giorno. Dopo il movimento precipite della </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>caduta &#8211;</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> dalle luci aggressive del mondo al buio della </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>déperdition</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">— il dinamismo attivo dell&#8217;</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>ascesa: </i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">dall&#8217;abisso nero e silente dello sprofondamento ai bagliori sfavillanti di una rigenerazione creativa, dove l&#8217;espressione si afferma innanzitutto come pienezza vissuta di una presenza corporea.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Nel linguaggio comune il verbo nascere è sostituito, molto spesso, da locuzioni come venire al mondo, </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>venire alla luce</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">. E&#8217; la luce, in effetti, la &#8220;novità assoluta&#8221; in cui si imbatte il neonato: ed è stato anche ipotizzato — dopo le prime ed abortite intuizioni di Otto Rank &#8211; che la sua prima fantasia sia proprio quella di farla sparire, di &#8220;fare buio&#8221;, di ritornare &#8220;al buio e all&#8217;acqua dello stadio intrauterino&#8221;. [10]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">L&#8217;essere umano, lo aveva già detto Bergson, trova dunque la luce fuori da se stesso, e le sue immagini-movimento sono al tempo stesso forme dell&#8217;interiorità e immanenza del mondo, delle cose, della materia: attività mentali originarie che dissolvono la distinzione tra soggetto conoscente ed oggetto conosciuto, superando la tradizionale polarità filosofica che oppone l&#8217;idealismo al materialismo. Ed è stato proprio Henri Bergson, nello straordinario primo capitolo di </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Matière et mémoire</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> (1896), a indicarci la strada, non senza incertezze ed esitazioni. Gilles Deleuze, dopo di lui — nel suo grande libro sul cinema &#8211; l&#8217;ha ripresa e riproposta. [11]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span id="more-58244"></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><b>3. SVALUTAZIONI</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Anche Sartre si era sforzato di cogliere l&#8217;immaginazione nel suo dinamismo proprio e nella sua autonomia originaria. In uno scritto del 1936 — </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>L&#8217;Imagination</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> — egli combatteva sia la tendenza della psicologia associazionistica a reificare l&#8217;immagine, a considerarla una &#8220;miniatura mentale&#8221;, una copia delle cose percepite, sia la tendenza a ripiegarla sulla dimensione psichica del ricordo. L&#8217;immagine è un certo modo di essere della coscienza: è un </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>atto</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, non una cosa. In un&#8217;opera di maggior respiro speculativo —</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>L&#8217;Imaginaire</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> (1940) — egli si affidava al metodo fenomenologico di ascendenza husserliana per descrivere il funzionamento specifico dell&#8217;immaginazione, fuori da qualsiasi tentazione di appiattirla sull&#8217;attività percettiva o mnesica. Il messaggio più radicale &#8211; maggiormente utilizzabile entro la prospettiva di una nuova ontologia storica dell&#8217;immagine — viene formulato nella </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Conclusione</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> dell&#8217;opera. La condizione essenziale perché una coscienza produca immagini, è che essa, rimanendo &#8220;in situazione nel mondo&#8221;, sia al tempo stesso capace di trascenderlo, di annichilirlo. Soltanto in questa singolare e duplice posizione — appartenere al mondo negandolo — la coscienza si afferma come </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>libertà</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">. &#8220;L&#8217;irreale è prodotto fuori dal mondo da una coscienza che </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>rimane nel mondo</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">; e l&#8217;uomo produce immagini solo perché è trascendentalmente libero&#8221;. Ed ancora: &#8220;L&#8217;immaginazione non è un potere empirico e sovraggiunto della coscienza, è la coscienza tutta intera in quanto realizza la propria libertà&#8221;. [12]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Ma questa straordinaria illuminazione teorica venne quasi oscurata da uno strano ed incoerente movimento involutivo: il metodo fenomenologico sartriano sembra infatti soffocare entro l&#8217;angustia di una prospettiva psicologica di tipo solipsistico; sottovaluta perciò la ricchezza immaginativa della poesia e delle arti ed ignora disinvoltamente l&#8217;apporto dei miti e delle religioni, privilegiando univocamente l&#8217;ancoraggio ad una coscienza costituente scandita dall&#8217;egemonia e dalla sovranità del </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>cogito</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">. La stessa obiezione, a ben guardare, potrebbe essere rivolta anche al metodo introspettivo di Bergson.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Sotto il guscio fenomenologico, sopravvivono e si riaffermano le istanze coscienzialistiche tipiche della tradizione filosofica francese. L&#8217;immagine, grazie al suo carattere di </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>irrealtà</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, diventa così — attraverso una singolare inversione prospettica — &#8220;ombra&#8221; dell&#8217;oggetto, &#8220;oggetto fantasma&#8221;, &#8220;maestra dell&#8217;errore&#8221;, </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>sapere degradato</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">. Il suo </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>non-essere</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, la sua stessa &#8220;povertà essenziale&#8221; — pur collocandola nella sfera della libertà soggettiva — la condannano ad una pesante e contraddittoria svalutazione ontologica, di matrice platonica: essa diviene quindi ancella o rovescio del cogito, &#8220;vita fittizia, irrigidita&#8221;, &#8220;ripiego&#8221;, &#8220;desiderio da schizofrenico&#8221;.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Che cosa è mai, afferma infatti Sartre, questa </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>coscienza immaginativa</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, in quanto &#8220;coscienza libera&#8221;, &#8220;se non la coscienza quale si rivela a se stessa nel </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>cogito</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">&#8220;?[13]<b> </b></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Ed è proprio nella misura in cui viene ricondotta al </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>cogito </i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">che l&#8217;immagine diventa apparenza, errore, sapere inautentico, pensiero imbastardito.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Nella storia del pensiero occidentale, questo processo svalutativo inizia con Platone: un filosofo immaginifico, che tuttavia estromette l&#8217;immagine dall&#8217;ambito del reale e del sapere. </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Eikon</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>eidolon</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> e</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>phantasma </i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">&#8211; che nel pensiero arcaico, almeno fino al VI secolo avanti Cristo, rappresentavano la possibilità di cogliere l&#8217;essere a partire dalle sue manifestazioni percepibili &#8211; diventano per Platone aspetti del non-essere e del non-sapere: dimensioni del fittizio e dell&#8217;illusorio, estranee all&#8217;</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>episteme</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> (cioè alla scienza) e integrabili solo nel dominio della </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>doxa</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> (cioè dell&#8217;opinione)[14].</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Il poeta imitatore, il poeta tragico, il fabbricatore di immagini, il sofista: testimoni scomodi di una profonda lacerazione, di una dannosa scissione dell&#8217;anima, che sarà necessario — anche per sanare i mali della </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>polis</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> — accompagnare alle porte della città e bandire per sempre. [15]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Ma la liquidazione non è né semplice né lineare. Platone stesso, nel </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Sofista</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, allestisce un teatro del pensiero in cui non è sempre facile separare drasticamente la posizione di Socrate, paladino della vera </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>episteme</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, dal sorriso dissacratore del sofista, portatore di un pensiero a-categoriale, fondato sulla </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>doxa</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> e sulla tecnica che produce immagini (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>eidolopoiike</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">).</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Il sofista dalle cento teste</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, il creatore di immagini, può fingersi addirittura cieco, al fine di costringere l&#8217;argomentazione filosofica ad uno strappo verticale, capace di mettere a fuoco l&#8217;essenza stessa degli </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>eidola:</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> rappresentazioni mentali autonome, indipendenti da ogni attività imitativa. &#8220;Il sofista dalla cento teste — afferma lo straniero di Elea — ci ha costretti ad ammettere contro nostra volontà che ciò che non è in qualche modo è&#8221; (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Sofista</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, 240).</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">L&#8217; </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>eidolon</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, problematicamente sospeso tra l&#8217;essere e il non essere, conserva quindi lo statuto di un vissuto interiore: produzione soggettiva, esperienza individuale, incrinatura dell&#8217;</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>episteme</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, emergenza dell&#8217;Altro contro la tirannia dell&#8217;Identico. Mettendo in scena la valenza oppositiva dell&#8217;orizzonte fenomenico e la sovranità minacciata dell&#8217;ordine epistemico, l&#8217;Occidente sembra scoprire, per bocca di Platone — anche se in forma ancora aurorale e negativa &#8211; l&#8217;autonomia e l&#8217;</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>esistenza</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>psicologica </i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">dell&#8217;immagine.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Nel cuore stesso dell&#8217;idealismo platonico irrompe dunque la sovversione anticategoriale del sofista: del simulatore, del fabbricatore di immagini, dell&#8217; &#8220;imitatore del sapiente&#8221;, capace di sedurre i singoli e le folle pur vivendo fuori dal perimetro del vero sapere e dell&#8217;autentica filosofia. Mai, come ha sostenuto Mario Vegetti, la scienza delle idee era arrivata, in Platone, così vicina al livello del molteplice concreto ed empirico. Questa voce seconda e dissonante — incarnazione quasi demoniaca di un temibile e raffinato anti-sapere — svolge un ruolo essenziale nell&#8217;economia del dialogo. Oggi siamo forse in grado, superando le antinomie sartriane, di restituire dignità conoscitiva e spessore ontologico a questa voce, troppo spesso sopraffatta o dimenticata.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><b>4. EIDOLOPOIESI</b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Una rivalutazione del ruolo conoscitivo dell&#8217;immagine è emersa non di rado negli scritti di alcuni importanti protagonisti della scienza novecentesca. Sarà sufficiente ricordare, in questa sede, un celebre passo di Albert Einstein, che nella sua </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Autobiografia scientifica </i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">(1949) considerava positivamente il ruolo propulsivo dell&#8217;immagine rispetto alla genesi dei concetti. Sentiamo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">&#8220;Quando, sotto lo stimolo di impressioni sensoriali, affiorano alla memoria certe immagini, questo non è ancora </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>pensiero</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">. E quando queste immagini formano sequenze in cui ciascun termine ne richiama un altro, nemmeno questo è ancora </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>pensiero</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">. Ma quando una certa immagine ricorre in molte di queste sequenze, allora — proprio attraverso questa iterazione — essa diventa un elemento ordinatore, poiché collega tra loro sequenze che di per sé non sarebbero collegate. Un elemento simile diventa uno strumento, un concetto&#8221;[16]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Alla radice del concetto e della creatività scientifica troviamo dunque l&#8217;immagine. Ritroviamo, più precisamente &#8211; leggendo Einstein, Poincaré, Bohr &#8211; quella che gli autori anglosassoni chiamano </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>imagery</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, cioè la capacità di produrre immagini: Platone, come s&#8217;è detto, definiva tale capacità, tale tecnica, con l&#8217;aggettivo </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>eidolopoiike</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, che vuol dire, appunto, produttrice di immagini. Nella lingua italiana potremmo proporre, richiamandoci al lessico greco, il sostantivo </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>eidolopoiesi</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">L&#8217;eidolopoiesi funziona non solo come nucleo generativo delle categorie e della creatività scientifica, ma anche come attività mentale che rende raffigurabili e pensabili concetti e teorie. Nonostante il disaccordo tra i grandi fisici del nostro secolo su questa seconda caratteristica dell&#8217;</span></span><span><span style="font-size: large;"><i>imagery,</i>[17]</span><span><b><u> </u></b></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">il &#8220;platonico&#8221; Heisenberg, in effetti, la confutava &#8211; dobbiamo comunque prendere atto di una significativa inversione di tendenza; l&#8217;eidolopoiesi, considerata nella sua irriducibile specificità psicologica e reinstallata nel cuore stesso dell&#8217;</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>episteme</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, viene sottratta al destino subalterno impostole dalla svalutazione ontologica e gnoseologica inaugurata da Platone</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">L&#8217;approccio intellettualistico all&#8217;immagine — comune ad un largo e variegato fronte filosofico, che va dall&#8217;idealismo al positivismo — ha messo radici anche nella psicoanalisi: basti citare, qui, l&#8217;esempio del riduzionismo di Lacan, che tratta l&#8217;inconscio come struttura di linguaggio e l&#8217;immagine come parola mascherata, temporaneamente sospesa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Occorre allora pensare, alternativamente, alla possibilità di individuare nella</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i> Traumdeutung</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> la presenza attiva delle immagini come registro pre-verbale e pre-categoriale dell&#8217;inconscio (a titolo esemplificativo, non sarebbe inutile, in questa prospettiva, un riesame critico dei cosiddetti </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>sogni di Roma</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">): &#8220;immagini viventi&#8221; e &#8220;figure in movimento&#8221; — espressioni di un &#8220;corpo bisognoso e desiderante&#8221; &#8211; scandiscono, come ha affermato Fausto Petrella, una vera e propria &#8220;messa in scena immaginativa&#8221;.[18]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Non a caso, quando Freud parla del </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>luogo</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> dell&#8217;inconscio come di un&#8217;altra </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>scena</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, usa il termine </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Schauplatz</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> (alla lettera, luogo visibile), che collega una designazione spaziale (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Platz</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">) all&#8217;individuazione di una postura scopica (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Schau)</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, definita dall&#8217;attività del guardare, del vedere, del contemplare (</span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>schauen)</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Si tratta di una pista analitica parzialmente aperta dalla Klein e che Foucault, nel testo del 1957, aveva cominciato a intravedere. Per riprendere e per riarticolare questo cammino interrotto, sarà necessario rimettere in circolazione alcune idee-forza sviluppate da Gaston Bachelard e da Gilbert Durand attorno all&#8217;antropologia dell&#8217;immaginazione: anzitutto le tre coppie antinomiche che questi autori individuano come strutture costanti dell&#8217;attività immaginativa: vicino / lontano, chiaro / oscuro, ascesa / caduta. Queste tre figure fondamentali — vere e proprie polarità ontologiche dell&#8217;umana presenza — si dispiegano in tutta la loro concretezza solo nella particolarità irriducibile dell&#8217;esistenza individuale: un&#8217;esistenza scandita dal variegato ed inesauribile movimento circolare che collega il corpo vissuto — il </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>Leib</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> husserliano — e l&#8217;eidolopoiesi. Le immagini, sviluppate in maniera assolutamente specifica da ognuno di noi, rappresentano al tempo stesso l&#8217;effetto terminale e il vertice psicologico di questo movimento. Le immagini collegano la storicità all&#8217;ontologia, mettendo sempre in evidenza una fertile e creativa comunicazione tra l&#8217;empirico e il trascendentale. Esse vivono solo grazie ad una continua oscillazione, ad una produttiva ed ineliminabile tensione tra l&#8217;ontico e l&#8217;ontologico. Antropologia strutturale e psicologia individuale trovano, qui, un fecondo e ineludibile punto di intersezione. E&#8217; l&#8217;esistenza stessa, nella sua determinatezza </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>storica</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"> e </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>psicologica</i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">, a far vivere le immagini: esse non sono, quindi, figure astratte, disincarnate, estranee alle vicissitudini del tempo, ma non sono neppure formazioni evanescenti, oppure abbozzi incompleti e degradati del pensiero categoriale. &#8220;Non valgono — come afferma Durand — per le radici libidinali che nascondono, ma per i fiori poetici e mitici che rivelano&#8221;.[19]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">Grazie alla psicoanalisi, l&#8217;uomo, secondo Freud, scopre di non essere padrone in casa propria. Riappropriandosi dell&#8217;immagine — cifra dell&#8217;inconscio, </span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><i>rêverie </i></span></span><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;">dispiegata, epifania della nostra libertà trascendentale — l&#8217;uomo potrà forse diventare, perlomeno un po&#8217; di più, padrone in casa propria. [20]</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times,serif;"><span style="font-size: large;"><b>NOTE</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[1] M. FOUCAULT, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Introduzione </u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">a </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>L. BINSWANGER, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Sogno ed esistenza</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, SE, Milano 1993, p. 83. Ho già discusso altrove il tema del corpo vissuto come matrice delle immagini, delle metafore e del pensiero: cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>M. GALZIGNA, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Persona, struttura e storia</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;"> (parte prima), in &#8220;Psichiatria generale e dell&#8217;età evolutiva&#8221;, fasc.3, 1998 (in press).<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[2] J. JAYNES, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Il crollo della mente bicamerale e l&#8217;origine della coscienza</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Adelphi, Milano 1984, p. 74. Scorrettamente, Jaynes fa derivare l&#8217;inglese to be dal sanscrito bhu: è più corretto, invece, far derivare le parole inglesi — ed anche sanscrite — da radici indoeuropee.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[3] J. PIAGET, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>La Formation du Symbole chez l&#8217;enfant</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Delachau et Nieslé, Paris 1945, p. 196 e sgg.<br />
</span><span style="font-family: Times,serif;"><b>[4] </b></span><span style="font-family: Times,serif;">Sul &#8220;film d&#8217;anima&#8221; cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>R. DALLE LUCHE — A. BARONTINI,</b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Transfusioni. Saggio di psicopatologia dal cinema di David Cronenberg</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Mauro Baroni Editore, Viareggio — Lucca 1997.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[5] </b></span><span style="font-family: Times,serif;">Per la citazione, tratta dal romanzo cinematografico scritto dal regista russo, cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>A. TARKOVSKIJ, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Andrej Rublëv</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Garzanti, Milano 1992, p. 202.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[6] </b></span><span style="font-family: Times,serif;">Cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>L. BRUNSCHVICG, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Héritage des mots, héritage des idées</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, PUF, Paris 1945, p. 98. Cito, qui, l&#8217;opera postuma di Léon Brunschvicg (1869-1944): dominò la Sorbona — e la cultura universitaria francese &#8211; tra le due guerre; fu il fautore di un idealismo neo-kantiano, ricco di venature positiviste, che riduce la filosofia ad una teoria della conoscenza; considerò le scoperte della scienza (ivi compresa la relatività di Einstein) come il compimento del progresso dello spirito inaugurato dalla filosofia. Il progresso dell&#8217;</span><span style="font-family: Times,serif;"><i>esprit</i></span><span style="font-family: Times,serif;">, che si sviluppa ininterrotto partendo da Platone, passando per Kant ed arrivando fino ad Einstein, lascia ben poco spazio ad una valorizzazione dell&#8217;immagine come strumento della conoscenza. In questo clima spirituale poco favorevole, in Francia, al confronto con Freud, con Husserl e con la cultura tedesca, i contributi di Bachelard (epistemologo, storico delle scienze, attento alla psicoanalisi e alla fenomenologia), gli esordi antropologici del giovane Lévi-Strauss nei &#8220;tristi tropici&#8221;, i lavori di Aron (allievo di Brunschvicg) sulla sociologia e sulla filosofia della storia tedesche e le due ricerche di Sartre sull&#8217;immaginario — entrambe aperte alla fenomenologia husserliana (cfr. nota 12) — rappresentarono senza dubbio importanti sintomi di rinnovamento culturale e di abbandono del tradizionale provincialismo. I libri di Bachelard, molto usati da Durand (cfr. nota 7), sulla &#8220;psicoanalisi oggettiva&#8221; e sull&#8217;immaginazione (imperniati sull&#8217;analisi della presenza dei quattro elementi — aria, acqua, fuoco, terra — nella vita psichica), meriterebbero una trattazione specifica.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[7] </b></span><span style="font-family: Times,serif;">Andrebbe rivisitata, su questi temi, tutta l&#8217;opera — poco nota in Italia — dell&#8217;antropologo francese Gilbert Durand, fautore di uno</span><span style="font-family: Times,serif;"><i>strutturalismo figurativo</i></span><span style="font-family: Times,serif;"> che assegna all&#8217;immagine un rilievo non solo ontologico, ma anche pedagogico, morale e politico. Si veda intanto </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>G. DURAND, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>L&#8217;imagination symbolique</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, P.U.F., Paris 1989 (agile sintesi, con una bibliografia essenziale, utile per un primo orientamento).<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[8] </b></span><span style="font-family: Times,serif;">Riprendo, qui, temi e motivi già sviluppati altrove: </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>M. GALZIGNA, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i>Rivolte del pensiero. Dopo Foucault, per riaprire il tempo, </i></span><span style="font-family: Times,serif;">Bollati Boringhieri, Torino 2013 (si veda il capitolo 5, conclusivo, “Lo scrittore insorto. Antonin Artaud”, pp. 146-167).<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[9] S. SONTAG, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Sotto il segno di Saturno</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Einaudi, Torino 1982, p. 57.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[10]M. FAGIOLI, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Istinto di morte e conoscenza</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Nuove Edizioni Romane, Roma 1996 (ottava edizione), pp. 105-106. Ho ipotizzato, sulla base di alcune ricerche di carattere storico, che le radici profonde della malinconia siano da collegarsi ad una nostalgia dell&#8217;osmosi intrauterina, ad un dolore per la perdita di uno stato fusionale originario e irripetibile. Cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>M. GALZIGNA, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Una coscienza piena di mondo</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, in: </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>AA.VV., </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Il vivente e l&#8217;anima</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, &#8220;BioLogica&#8221;, 4, 1990, ed anche </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>M. GALZIGNA, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>L&#8217;enigma della malinconia</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, in &#8220;aut aut&#8221;, 195/196, 1983, e </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>M. GALZIGNA, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i>Vanità dell’homo faber, </i></span><span style="font-family: Times,serif;">in </span><span style="font-family: Times,serif;"><i>Derive. Figure della soggettività</i></span><span style="font-family: Times,serif;">, a cura di </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>I. ADINOLFI </b></span><span style="font-family: Times,serif;">e </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>M. GALZIGNA, </b></span><span style="font-family: Times,serif;">Mimesis, Milano 2010, pp.23-50. Si veda, di </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>O. RANK, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Il trauma della nascita</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;"> (1924), Sugarco, Milano 1990.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[11]H. BERGSON, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Materia e memoria</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 13-61. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>G. DELEUZE, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Cinema 1. L&#8217;immagine-movimento</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Ubulibri, Milano 1984, pp. 74 — 90.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[12]J. P. SARTRE, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Immagine e coscienza. Psicologia fenomenologica dell&#8217;immaginazione</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Einaudi, Torino 1960, pp. 286-287. In tutta la prima parte della </span><span style="font-family: Times,serif;"><i>Conclusione</i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Sartre sviluppa e ribadisce questo punto di vista (pp. 275 — 289). Per la traduzione italiana del lavoro del 1936, cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>J. P. SARTRE,</b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>L&#8217;immaginazione. Idee per una teoria delle emozioni</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Bompiani, Milano 1962, pp. 7 — 140.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[13]J. P. SARTRE, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Immagine e coscienza</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, </span><span style="font-family: Times,serif;"><i>op. cit.,</i></span><span style="font-family: Times,serif;"> p. 286.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[14]</b></span><span style="font-family: Times,serif;">Cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>J.-P. VERNANT, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Image et Apparence dans la théorie platonicicenne de la ‘Mimesis</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;"><i>&#8216;</i></span><span style="font-family: Times,serif;">, in &#8220;Journal de Psychologie&#8221;, 2, 1975. Per la traduzione italiana si veda: </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>J.-P. VERNANT, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Nascita di immagini e altri scritti su religione, storia, ragione</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Il Saggiatore, Milano 1982, pp. 119 — 152. Sul concetto di immagine nella cultura e nella religiosità romana, si veda il saggio di </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>R. DAUT, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Imago. Untersuchungen zum Bildbegriff der Römer</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Carl Winter — Universitätsverlag, Heidelberg 1975 (cfr. soprattutto pp. 41-54).<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[15]M. VEGETTI, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>L&#8217;etica degli antichi</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Laterza, Roma-Bari 1989, pp. 114-115.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[16]A. EINSTEIN, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Opere scelte</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, a cura di E. Bellone, Bollati Boringhieri, Torino 1988, p. 63.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[17] </b></span><span style="font-family: Times,serif;">Su questi temi rinvio allo straordinario saggio di </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>A. I. MILLER,</b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Imagery in Scientific</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;"> </span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Thought</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Birkhäuser Boston Inc., 1984 (cfr. in particolare pp. 219 — 276); il saggio mi è stato segnalato da Lauro Galzigna — biochimico e pittore di icone — con il quale ho piacevolmente ed utilmente discusso le tesi di Miller. Anche il grande matematico Jacques Hadamard (1865- 1963) sostenne l&#8217;importanza delle immagini nel campo dell&#8217;invenzione matematica. Cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>J. HADAMARD, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>La psicologia dell&#8217;invenzione in campo matematico</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Cortina, Milano 1993. Per una trattazione del problema dal punto di vista cognitivista, cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>S. M. KOSSLYN, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Le immagini nella mente</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Giunti — Barbera, Firenze 1989.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[18] </b></span><span style="font-family: Times,serif;">Cfr. </span><span style="font-family: Times,serif;"><b>F. PETRELLA, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Turbamenti affettivi ed alterazioni dell&#8217;esperienza</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Cortina, Milano 1993, pp. 230-239.<br />
</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[19]G. DURAND, </b></span><span style="font-family: Times,serif;"><i><u>Le strutture antropologiche dell&#8217;immaginario</u></i></span><span style="font-family: Times,serif;">, Dedalo, Bari 1987, p. 30.</span></p>
<p><span style="font-family: Times,serif;"><b>[20]</b></span><span style="font-family: Times,serif;">Mi sono limitato, in questo testo, ad indicare sommariamente i primi spunti problematici di una ricerca </span><span style="font-family: Times,serif;"><i>in fieri</i></span><span style="font-family: Times,serif;"> sulla funzione dell&#8217;immagine nella vita inconscia. Almeno quattro piste analitiche andranno percorse sistematicamente: 1) Il rapporto tra immagine e inconscio nella tradizione psicoanalitica, da Freud alla Klein fino a Lacan; 2) Lo statuto dei contenuti storico-sociali dell&#8217;inconscio nella psicoanalisi contemporanea, oltre ogni impianto riduzionista; 3) L&#8217;utilizzazione di alcuni importanti risultati della ricerca antropologica (a partire da Bachelard e da Durand); 3) La relazione tra l&#8217;immagine vista come contenuto precategoriale dell&#8217;inconscio ed il ruolo dell&#8217;immagine nella cultura occidentale, a partire dall&#8217;anatema platonico (si tratterà insomma di innestare la riflessione critica e teorica sulle solide fondamenta di un approccio storico-genealogico).</span></p>
<p>* l&#8217;articolo è apparso la prima volta in www.psychiatryonline.it il 28/10/2012</p>
<p>* immagine: Mariasole Ariot</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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