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		<title>A Mario Guaraní Galzigna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 13:00:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot &#160; Ricordo la prima volta che ci siamo parlati: ero appena rientrata a Vicenza dopo gli anni trentini, abitavo in una casa buia. Ho una memoria vivida per i dialoghi, debole per le immagini, ma ricordo sempre i luoghi precisi e la posizione dei corpi quando si parlano. Me ne stavo seduta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300.jpg" alt="" width="296" height="300" class="alignleft size-full wp-image-86883" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300-250x253.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300-200x203.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/Mario-Galzigna-Foto-296x300-160x162.jpg 160w" sizes="(max-width: 296px) 100vw, 296px" /></p>
<p style="text-align: right;"> di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo la prima volta che ci siamo parlati: ero appena rientrata a Vicenza dopo gli anni trentini, abitavo in una casa buia. Ho una memoria vivida per i dialoghi, debole per le immagini, ma ricordo sempre i luoghi precisi e la posizione dei corpi quando si parlano. Me ne stavo seduta sul divano con un gatto, la luce accesa e troppo forte, e ti immaginavo da qualche parte nella tua città, forse nella casa di cui ogni tanto apparivano scorci di fotografie ne <em>L&#8217;ordine del discorso</em>, la rubrica che curavi. Io avevo un gatto, tu avevi un cane.<br />
&nbsp;<br />
Ero imbarazzata, come gli studenti nell&#8217;aula insegnanti, a comporre il numero che mi avevi lasciato negli interni, poi fu una lunga conversazione di un&#8217;ora e più come due nuovi amici. La mia tristezza, la tua sensibilità, la mia pena, la tua capacità di entrare nella pena senza invadenza, le mie parole, le tue parole. <br />
Sei stato uno dei primi lettori dei frammenti di un libro che sto portando a termine, era il duemilaquindici. L&#8217;avevi letto in rete, e tu eri un divoratore di parole, avido di conoscenza, nel sapere ma fuori dal Sapere di cui si gonfiano il petto certi accademici &#8211; e ti premeva conoscere e far conoscere, ti premevano i vasi comunicanti, così siamo diventati vasi comunicanti. &nbsp;</p>
<p>Poi ci siamo scritti, e poi è arrivata la voce. &nbsp;</p>
<p>Abbiamo parlato delle derive della psichiatria, abbiamo parlato di Artaud, abbiamo parlato della melancolia, delle Lettere a Theo di Van Gogh, della disperazione, dell&#8217;epoca a cui inappartengo, di quella che stavi cartografando,la psichiatria, l&#8217;etnopsichiatria, la psicoanalisi, la filosofia, la resistenza, il resistere. Mi hai fatto parlare sottovoce di me, mi hai parlato con discrezione di te, delle tue ricerche, delle tue passioni. Io suonavo Schubert quand&#8217;ero bambina, tu lo ascoltavi, e lo cantavi.<br />
Appassionato è l&#8217;aggettivo giusto per darti un nome. Ne avevi aggiunto uno al tuo: <em>Guaraní</em>, di ritorno dal tuo viaggio in Brasile. <strong>Mario Guaraní Galzigna</strong> &nbsp;</p>
<p>Eri serio ma non eri serioso, conoscevi la risata:e abbiamo anche riso.&nbsp;</p>
<p>Dovevamo vederci quell&#8217;anno, ma non ci siamo incontrati &#8211; io, troppo timida per tutto. <br />
Poi è passato il tempo, io ti seguivo, tu mi seguivi, sempre in sordina, senza mai fare troppo rumore.<br />
Avevi capito quello che scrivevo più di molti altri, sapevi in quali radici affondava il mio discorso che non aveva ordine, e lo sapevi senza sapere, prima di saperlo, e io seguivo il tuo come si faceva in certe aule fumose delle lezioni francesi degli anni Sessanta, quando a volte sfuggono parole ma resta forte il desiderio di andarle a ricercare, ritrovarle, ritrovare chi le ha pronunciate, rimasticarle, sentirle in bocca e trascriverle. Non avevo la conoscenza per comprendere tutto ciò che scrivevi, ma le cose non passano solo attraverso la comprensione, riescono a tracciare solchi invisibili, direzioni, e tu li tracciavi, le tracciavi. Percorsi.&nbsp;</p>
<p>Per me eri un po&#8217; così, forse lo eri per tutti: arrivato da un&#8217;epoca passata dove la sete di libri e lavagne e pensiero era grande. Ma vivevi anche il fondo del presente, lo scavavi, nei tuoi libri di filosofia, di epistemologia, e nel tuo impegno nella salute mentale. Archeologo dell&#8217;esistenza.<br />
Il tuo volto mi ha sempre ricordato qualcuno, ma non ho mai saputo chi, e ancora non lo so, un volto come un enigma da decifrare, ma il sorriso delle tue foto con tua moglie Maddalena non era un enigma, diceva una sincerità delicata. &nbsp;</p>
<p>Un giorno abbiamo unito le nostre visioni, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/12/08/il-respiro-dellessere-riflessioni-sullimmagine/">qui</a>, tu hai messo le parole, io uno scorcio in bianco e nero che, avevi detto, sembrava un violino. In realtà era solo l&#8217;interstizio del sedile di un treno. Resta questo saggio, la tua profondità, la meticolosità della ricerca della linea della frase, le lingue, il linguaggio, l&#8217;arte, la filosofia.<br />
Un anno fa ci siamo riscritti, non stavo bene, mi invitasti a raggiungerti a Padova, parlare dal vivo, volevi aiutarmi. Un&#8217;altra lunga telefonata, gentile. &nbsp;<br />
<em>Gentile</em> è un altro aggettivo con cui vorrei ti si ricordasse. </p>
<p>Ti risposi che quando avrei avuto le forze l&#8217;avrei fatto. <br />
Poi ho atteso, non ce l&#8217;ho fatta. Ancora una volta. Ho saputo ora della tua scomparsa, e sono rimasta in silenzio. Credevo ci saremmo visti, non ci siamo mai visti.<br />
Resta tutto quel che resta, tutto quello, così tanto, che ci hai lasciato.</p>
<p>Mariasole </p>
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