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	<title>Mario Rigoni Stern &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mario Rigoni Stern [1 novembre 1921 -16 giugno 2008]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Nov 2021 11:12:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Il sergente nella neve]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Rigoni Stern]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA["Il bambino dormiva nella culla di legno, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">da <strong>dall&#8217;Archivio<br />
17 Giugno 2008</strong></p>
<p style="text-align: center;">da <strong><big>Il sergente nella neve</big></strong></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p align=center><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/060c_1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6166" title="060c_1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/060c_1.jpg" alt="" width="327" height="400" /></a></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>L&#8217;isba dove mi accettarono era spaziosa e pulita, e abitata da una famiglia di gente giovane e semplice. Mi preparai in un angolo sotto la finestra la cuccia per dormire. Passai sdraiato su un po&#8217; di paglia tutto il tempo che rimasi in quella capanna; sempre lì sdraiato per ore e ore a guardare il soffitto. Nel pomeriggio c&#8217;erano nell&#8217;isba solo una ragazza e un neonato. <span id="more-6165"></span>La ragazza si sedeva vicino alla culla. La culla era appesa al soffitto con delle funi e dondolava come una barca ogni volta che il bambino si muoveva. La ragazza sedeva lì vicino, e per tutto il pomeriggio filava la canapa con il mulinello a pedale. Io guardavo il soffitto e il rumore del mulinello riempiva il mio essere come il rumore di una cascata gigantesca. Qualche volta la osservavo e il sole di marzo, che entrava tra le tendine, faceva sembrare oro la canapa e la ruota mandava mille bagliori. Ogni tanto il bambino piangeva e allora la ragazza spingeva dolcemente la culla e cantava. Io ascoltavo e non dicevo mai una parola. Qualche pomeriggio venivano le sue amiche delle case vicine. Portavano il loro mulinello e filavano con lei. Parlavano tra loro dolcemente e sottovoce, come se avessero timore di disturbarmi. Parlavano armoniosamente tra loro e le ruote dei mulinelli rendevano più dolci le voci. Questa è stata la medicina. Cantavano anche. Erano le vecchie canzoni di sempre: <em>Stienka Rasin, Natalka Poltavka </em>e i loro antichi motivi di balli. Guardavo per ore e ore il soffitto e ascoltavo. Alla sera mi chiamavano per mangiare con loro. Mangiavamo tutti nel medesimo recipiente con religiosità e raccoglimento. Ritornava la madre; ritornava il padre; ritornava il ragazzo. Solo alla sera ritornavano il padre e il ragazzo; si fermavano poco, ogni tanto guardavano dalla finestra e poi uscivano insieme sino alla sera dopo. Una sera che non vennero la ragazza pianse. Vennero al mattino. Il bambino dormiva nella culla di legno, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore.</p>
<p>[<strong>Mario Rigoni Stern</strong>, <em>Il sergente nella neve</em>, Einaudi, 1965]</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><em>[ Lo si leggeva a scuola, alle Medie, l&#8217;anno dopo il <strong>Diario di Anna Frank</strong>, l&#8217;anno prima <strong>Il barone rampante</strong>. Le copertine di Einaudi per ragazzi con le tre righine rosse. Ora si vendono su Ebay come modernariato. Io per mano a mio padre alla libreria di Al, Aldovrandi, in via Manzoni, amico e libraio con il senso di essere libraio. Di fare della libreria un centro di cultura e di parola. Quella Milano non c&#8217;è più. Con tutti quelli che non ci sono più ma di cui è dolce il ricordo. Sono libri con cui si viene su dritti, occhi aperti e cuore per le cose. Forza e tenerezza. Occhio rovesciato sul mondo. Con cui ancora oggi si impara a scrivere e a cosa serve scrivere e perchè scrivere. Volendo. ]<br />
</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>,\\&#8217;</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Mots-clés__Scelta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/07/mots-cles__-6/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2020 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[fauve]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Rigoni Stern]]></category>
		<category><![CDATA[martine franck]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[scelta]]></category>
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					<description><![CDATA[Scelta di Mariasole Ariot Fauve, Blizzard -&#62; play ___ ___ Da un colloquio di Mario Rigoni Stern con Giuseppe Mendicino &#8211; Asiago, 22 settembre 2006 È molto più difficile dire no che sì. Ripeto spesso ai ragazzi che incontro: imparate a dire no alle lusinghe che avete intorno. Imparate a dire no a chi vi vuol far [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Scelta</strong><br />
di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;">Fauve, <em>Blizzard </em>-&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=HMpmedi_pH4">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_84351" aria-describedby="caption-attachment-84351" style="width: 626px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-84351 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Martine-Franck.png" alt="" width="626" height="415" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Martine-Franck.png 626w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Martine-Franck-300x199.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Martine-Franck-250x166.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Martine-Franck-200x133.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Martine-Franck-160x106.png 160w" sizes="(max-width: 626px) 100vw, 626px" /><figcaption id="caption-attachment-84351" class="wp-caption-text">ph. Martine Franck</figcaption></figure>
<p>___</p>
<div>Da un colloquio di Mario Rigoni Stern con Giuseppe Mendicino &#8211; Asiago, 22 settembre 2006</div>
<p>È molto più difficile dire no che sì.<br />
Ripeto spesso ai ragazzi che incontro: imparate a dire no alle lusinghe che avete intorno. Imparate a dire no a chi vi vuol far credere che la vita sia facile. Imparate a dire no a chiunque voglia proporvi cose che sono contro la vostra coscienza. Seguite solo la vostra voce.</p>
<div>È molto più difficile dire no che sì.</div>
<div></div>
<div>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
</div>
<div></div>
<div></div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>nengue&#8230;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/11/nengue/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 20:29:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Tellini]]></category>
		<category><![CDATA[François Couperin]]></category>
		<category><![CDATA[georg buchner]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Rigoni Stern]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[verticalismi&trasversalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Wallace Stevens]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Orsola Puecher</b><br /><br />Estrapolata da uno dei molti telegiornali del blizzard, l’apparizione, per uno strano caso sobriamente commentata, fra le nevi dei Monti Sibillini, l’epifania di questo signore molto anziano, diritto, elegante come un alpinista degli anni ’20, astratto, ironico e per nulla spaventato, che riprende orgoglioso il suo pellegrinaggio verso la meta del paesino di Corbar]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">di <strong>Orsola Puecher</strong><br />
<center></p>
<div style="width:467px;" class="alignleft"><iframe loading="lazy" class="alignleft" width="467" height="241" src="https://www.youtube.com/embed/ws6tFOB8c00?rel=0" class="" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
&#8220;<em>Tutto per lui era così piccolo, così vicino, così bagnato;<br />
avrebbe voluto mettere la terra accanto a una stufa</em>.&#8221;<br />
<small>Georg Büchner LENZ 1835<br />
ed. Adelphi trad G. Dolfini</small><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-41648-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Couperin.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Couperin.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Couperin.mp3</a></audio></div>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Times New Roman';">François Couperin &#8220;Deuxième Leçon de Ténèbre&#8221;</span></center><br />
Estrapolata da uno dei molti telegiornali del <em>blizzard</em>, l&#8217;apparizione, per uno strano caso sobriamente commentata, fra le nevi dei Monti Sibillini, l&#8217;epifania di questo signore molto anziano, diritto, elegante come un alpinista degli anni &#8217;20, astratto, ironico e per nulla spaventato, che riprende orgoglioso il suo pellegrinaggio verso la meta del paesino di Corbara, dove ci tiene a precisare non c&#8217;è nessuno ad aspettarlo, è testimonianza di un perduto senso della vita, della misura del sopravvivere con pochi mezzi e pochi drammi che ha caratterizzato intere generazioni nella lotta contro gli elementi naturali e le avversità.<br />
Ha ragione Anna, dall&#8217;Aquila, che, assistendo al decadere di ciò che ancora per miracolo stava in piedi della sua città, in certi nostri <em>bollettini della neve</em>, alla mia mail:</p>
<blockquote><p>From: <strong>Orsola Puecher</strong><br />
To: <strong>anna tellini</strong><br />
Sent: Saturday, February 11, 2012 7:40 AM<br />
Subject: sibillino<br />
&nbsp;<br />
anna un&#8217;altra metrata di neve per <em>l&#8217;inverno del nostro scontento</em><br />
ho estrapolato da un tg questo personaggio incredibile che ne è il protagonista assoluto<br />
mi piacerebbe riuscire a scriverne</p></blockquote>
<p>risponde</p>
<blockquote><p>Re: sibillino<br />
DA: <strong>anna tellini</strong><br />
A: <strong>Orsola Puecher</strong><br />
Messaggio contrassegnato<br />
Sabato 11 Febbraio 2012 9:16<br />
&nbsp;<br />
L&#8217;aristocratica eccentricità vestimentaria, nonchè l&#8217;irenica serenità del tratto, me lo porrebbero come vessillo del distacco, della voluttà di perdersi: in breve, un &#8220;Into the wild&#8221; in salsa sibillina&#8230;</p></blockquote>
<p>E allora lo metto qui con antica funzione apotropaica, che stasera spaventi un po&#8217; e allontani la tormenta che ci assedia come non mai, levigando ogni cosa in creste di neve a dune di deserto, e che ci fa sentire al centro di un grande ghiacciaio di nevi perenni. Che ci rassicuri, in questa che sarà davvero un lunga notte bianca, che non è niente di trascendentale questa neve, come vuole farci credere ogni inviato che si rispetti di tutte le televisioni del <em>regno della retorica giornalistica</em> che ha i suoi <em>innevati</em> da raccontare e va per i paesini sepolti a caccia di <em>casi umani</em> e immancabilmente il suo sarà <em> un viaggio nel nulla</em>, o <em>nella morsa del gelo</em>. Se manca la luce per qualche black out, non si trattiene dallo sventolarci che siamo al grado zero della civiltà e altre amenità. L’intervistato di solito dignitosamente dice poche parole, offre malvolentieri all’invadenza della telecamere interni modesti, con stufe a bombola. Dove si sta accampati con gli anziani, imbacuccati. Panni appesi ai raggi del tubo della stufa economica a legna. Piastrelle di cucine modeste, non di design. Abbigliamento non tecnico e sovrapposizioni di scialli e scialletti e berretti. Ma lui insiste <em>ma come avete fatto a stare senza luce e riscaldamento?</em> E se, dignitoso, il padre di una bimba di dieci giorni gli risponde che si sono chiusi in cucina e hanno acceso tutti i fornelli della stufa a gas e si son stretti l’un all&#8217;altro ad aspettare, pare non accontentarsi e riprende la caccia al dramma da esibire e violare.<br />
Nessun grado zero di civiltà. Fino a non molti anni fa si viveva così, come in questi giorni la neve ci sta facendo ricordare.</p>
<blockquote><p><em>Lo so che è ridicolo. Ho il negozio sotto casa. Ma quando arriva il tempo, devo accumulare lo stesso. Salame, vino, legna. La paura che l&#8217;inverno porti miseria mi abita dentro. Ne ho passati troppi a tribolare: guerra, lager, fame nera, amici portati via dal gelo. Se faccio provvista affronto al meglio la stagione del riposo, della lettura, del raccoglimento. Anni fa la neve mi isolò per giorni, rimasi senza luce e telefono. Fu magnifico. Ero felice, tranquillo, non c&#8217;era tv. I fiocchi cadevano senza rumore. Avevo legna, farina bianca, lardo, formaggio, e una storia da scrivere. La finii al lume a petrolio. Era la Storia di Tonle. La neve, l&#8217;istinto del lupo, la voglia di perdersi nei boschi di casa, sull&#8217;Altopiano di Asiago, mettere ancora gli sci di fondo , lasciare che il fiato ti geli la barba. II tempo, anche, del narrare.</em><br />
&nbsp;<br />
⇨ <a href="http://www.jolefilm.it/files/index.cfm?id_rst=7&amp;id_elm=282" target="_blank"><strong>Mario Rigoni Stern</strong><br />
intervista di Paolo Rumiz<br />
La Repubblica<br />
24/9/2006 Corvara [Bolzano]</a></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<center><img loading="lazy" class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/11.gif" alt="11" width="298" height="223" />&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/44.gif" alt="44" width="298" height="223" /><br />
<img loading="lazy" class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/33.gif" alt="33" width="298" height="223" />&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/2-2.gif" alt="2-2" width="298" height="223" /></center><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-41648-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/cage.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/cage.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/cage.mp3</a></audio></div>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Times New Roman';">John Cage <em>A Valentine Out of Season</em></span></center><br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-41652" title="nengua" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/nengua.png" alt="" width="379" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/nengua.png 379w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/nengua-189x300.png 189w" sizes="(max-width: 379px) 100vw, 379px" /><br />
<em>Nengue</em>&#8230; nevica&#8230;. dicono qui nel dolce dialetto centro italico: traccia del latino <strong>ningere/ninguere</strong> [<em>nevicare</em>] che restava nell&#8217;antico accusativo di <strong>nix</strong>, <strong>ninguem</strong> poi diventato <strong>nivem</strong>, perdendo con quell&#8217;enne questo suo sonoro, ninnnante, scorrere ininterrotto di fiocchi. <em>Fa la neve&#8230;</em> si dice. Ma chi la faccia tutta questa neve quest’anno è davvero un mistero. Da una settimana, da quando sono nati i tre gattini bianchi come <em>nengue</em> della gatta Mizzi, non fa altro che nevicare. Ci si muove, ci si ferma. I pettirossi si posano vicinissimi a caccia di briciole e bacche d&#8217;alloro. La volpe si avvicina alle case, di notte. Si mettono le catene, si tolgono le catene. Si è a volta a volta bloccati, come si chiudessero i ghiacci dello stretto di Bering. Si sta chiusi a spiare dalla fessure di porte e finestre fino al <em>disgelo</em>. Non una macchina che passa, bianco e silenzio. Poi si scappa a far provviste esagerate nelle pause. Salutando chi incontri come si provenisse da luoghi remoti, da solitudini di mesi, infagottati in ridicoli abbigliamenti in cui si stenta a riconoscersi.<br />
Aspettando che <em>&#8216;rnengui</em> e poi <em>snengui</em>.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 200px;"><strong><em>L’uomo di neve</em></strong><br />
&nbsp;<br />
di <strong>Wallace Stevens</strong><br />
&nbsp;<br />
Si deve avere una mente d’inverno<br />
Per ammirare la brina e i ramoscelli<br />
Dei pini incrostati di neve;<br />
&nbsp;<br />
E aver patito il freddo per lungo tempo<br />
Per accorgersi dei ginepri arruffati di ghiaccio,<br />
Degli abeti ruvidi nel distante scintillio<br />
&nbsp;<br />
Del sole di Gennaio; e non immaginare<br />
Alcun lamento nel suono del vento,<br />
Nel suono di poche foglie,<br />
&nbsp;<br />
Che è il suono della terra<br />
Spazzata dallo stesso vento<br />
Che sta soffiando nello stesso luogo vuoto<br />
&nbsp;<br />
Per chi ascolta, chi ascolta nella neve,<br />
E, un nulla lui stesso, guarda<br />
Il nulla che lì non c’è e il nulla che c’è.<br />
&nbsp;<br />
<small>[trad. Orsola Puecher]</small> <br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p></div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Sotto i colpi del generale Inverno</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/21/sotto-i-colpi-del-generale-inverno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2008 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[giulio milani]]></category>
		<category><![CDATA[hermann heidegger]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Rigoni Stern]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[La drammatica campagna di Russia rievocata da Mario Rigoni Stern e da tanti altri testimoni diretti nel volume «Ritorno sul fronte» appena pubblicato da Transeuropa di Angelo d&#8217;Orsi A chi ci chiedesse quale sia stata la guerra peggiore della storia italiana, saremmo in tanti a non saper rispondere se non con difficoltà. Senza sicumera, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/887580026X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=887580026X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-6182 alignleft" title="ritornosulfronte" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/ritornosulfronte-216x300.jpg" width="216" height="300" /></a></p>
<p><em>La drammatica campagna di Russia rievocata da Mario Rigoni Stern e da tanti altri testimoni diretti nel volume «<a href="http://www.amazon.it/gp/product/887580026X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=887580026X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Ritorno sul fronte</a>» appena pubblicato da Transeuropa</em></p>
<p>di <strong>Angelo d&#8217;Orsi</strong></p>
<p>A chi ci chiedesse quale sia stata la guerra peggiore della storia italiana, saremmo in tanti a non saper rispondere se non con difficoltà. Senza sicumera, ma con cognizione di causa Mario Rigoni Stern ha la sua risposta: la campagna d&#8217;Albania, nel secondo conflitto mondiale. Ma la «guerra più drammatica di tutta la nostra storia» fu quella di Russia. Sul tema, come è noto, egli ci ha dato, nel lontano 1953, quello che Giuliano Manacorda definì «forse il testo più alto» ispirato alla guerra mondiale, Il sergente nella neve. Ora, Rigoni Stern ritorna, per così dire, ancora una volta sul Don dopo molti altri scritti, in un&#8217;affascinante conversazione con Giulio Milani, che apre un libro di testimonianze, l&#8217;ultima delle quali con Hermann Heidegger, figlio del grande Martin. Il libro inaugura la collana «Margini a fuoco», diretta da Marco Revelli e Marco Rovelli (non è uno scherzo!), per le edizioni Transeuropa che, legate al nome del compianto Pier Vittorio Tondelli, si rilanciano ora con un bello sforzo innovativo in libreria.<span id="more-6181"></span><br />
<em>Ritorno sul fronte</em>, a cura di Giulio Milani (pp. 155, euro 10), è l&#8217;efficace, semplice titolo di questo libretto che lascia parlare chi in Russia, ma spesso anche altrove (in Albania, o in Grecia), andò, e vide morire centinaia o addirittura migliaia di commilitoni. La tragedia della guerra, emerge, nella sua vivida crudezza, in queste «confessioni», che, naturalmente, rivelano diversi punti di vista, ideologie, giustificazioni, o, piuttosto, tentativi di giustificazione. Ma le «guerre del duce» sono ingiustificabili per definizione, e specialmente Rigoni Stern, con la sua saggezza che è anche competenza militare &#8211; in fatto di strategia, di armi e munizionamento, di organizzazione tattica -, ne fornisce, nelle pagine d&#8217;esordio del volume, un quadro che ci mostra l&#8217;insipienza dei comandi militari, le debolezze degli uomini ma anche i loro «eroismi», l&#8217;arroganza stolta dei capi politici, a cominciare da quel Mussolini che si riteneva (e gli altri fingevano di ritenere) un grande condottiero.<br />
Perché dunque fu la più drammatica di tutte le guerre, anche di quella albanese, per tanti aspetti peggiore? Intanto, per la lontananza e l&#8217;enorme estensione di quel territorio che solo a pronunciarlo faceva venire i brividi: erano le terre del freddo, le terre da cui era difficile sperare un ritorno: un paese sostanzialmente ignoto, mitico -e ancor più mitico dopo la Rivoluzione bolscevica. Un mito che si sarebbe poi tradotto in letteratura: sulla penosa guerra d&#8217;Albania (la peggio condotta della storia italiana, per Rigoni Stern) non ha scritto praticamente nessuno, mentre sulla Russia abbiamo una quantità di opere. E di questo fatto storico che si è tradotto in fatto letterario, in fondo anche questo libro che si muove tra storia e memoria, tra letteratura e analisi, è un estremo prodotto.<br />
Ancora di recente ci è capitato di sentire che la guerra contro il nazifascismo fu vinta dagli «alleati» (ossia Usa e GB), o sbrigativamente, «dagli americani». Ai sostenitori di questa tesi, Rigoni Stern opportunamente ricorda che «sono stati i soldati russi che hanno sconfitto Hitler»: una verità acclarata in sede storica, dalla stessa storiografia liberale angloamericana. Interessante, passare allora alla testimonianza di Heidegger junior, che, pur dichiarandosi un semplice soldato (un ufficiale della Wehrmacht che, afferma, «voleva uscire dall&#8217;ombra del padre»), e un normale tedesco «patriota», mostra ripetutamente un&#8217;attitudine inquietantemente revisionistica, per dirla in modo spiccio. Per Hermann, in sostanza, senza l&#8217;intervento degli Usa, la guerra l&#8217;avrebbe vinta il Reich; e nelle sue parole sembra di avvertire un rimpianto. Egli non perde occasione per sottolineare che le vere crudeltà furono perpetrate dai bolscevichi (naturalmente lui dichiara di «non avere nulla di personale contro i russi»), mentre nell&#8217;esercito germanico, a sua cognizione non vi furono episodi di violenza contro i civili. Quasi uno scoop storiografico sensazionale, verrebbe da commentare. Fatta salva, in assenza di altri elementi di conoscenza, la buona fede del personaggio, il quale spiega: «Allora noi giovani soldati pensavamo davvero di sconfiggere il pericolo del bolscevismo per il bene dell&#8217;Europa e i fascisti italiani condividevano il nostro stesso pensiero». E ancora: «In Ucraina siamo stati accolti con giubilo dalla popolazione, ci portavano latte e miele, erano contenti che qualcuno venisse a liberarli». Controcanto di Rigoni Stern: «I tedeschi credevano di soffocare la guerra partigiana, ma più infierivano più inasprivano gli animi di chi lottava contro. Loro credevano di portare la liberazione dal comunismo, ma i russi si sono accorti che il nazismo era peggio. Si sono accorti che uccidevano e deportavano le loro donne, uccidevano i bambini, si sono accorti che, a parte lo sterminio degli ebrei, distruggevano le case e che non avevano niente di umano». Del resto, i russi, e lo sappiamo dalla stessa lunga vicenda storica di quel paese, hanno una «grande capacità di superare le disgrazie, come nessun altro popolo della terra». Sono «abituati a soffrire», dice Rigoni Stern; e la loro fierezza e determinazione li rendeva sicuri della vittoria.<br />
Quanto agli italiani, si conferma la vergognosa impreparazione del nostro esercito, mandato allo sbaraglio per la gloria del duce. In Russia, come in Grecia e in Albania, mancava se non tutto, di tutto, dalle armi al cibo. Carenti e tardivi i rifornimenti, assenti gli ospedali da campo. Mancavano informazioni e direttive, e quando c&#8217;erano, erano imprecise. Senza contare che, convintosi il «Capo» che la campagna sarebbe stata breve e trionfante, i soldati partirono con divise estive e furono annientati dal generale Autunno, ancor prima che dal generale Inverno. Come per Napoleone oltre un secolo prima, il nemico fu soprattutto il freddo; e poi, la distanza da casa, l&#8217;impossibilità di dare e ricevere notizie, la solitudine e il senso di abbandono da parte delle stesse gerarchie militari.<br />
Analogo il quadro che emerge dalle altre interviste radunate nel libro: colpisce tuttavia la scarsa capacità &#8211; a parte, appunto, Rigoni Stern &#8211; di superare l&#8217;ottica del testimone, di guardare le cose, a distanza di tanti decenni, con uno sguardo maggiormente en historien. Ciascuno generalizza la propria esperienza, e ne fa una regola, la trasforma nella «verità» dei fatti. Emergono in particolare squarci relativi al ruolo dei leader del Pci allora in Urss, che volevano «convertire» al comunismo i prigionieri. E, colpisce che questi tentativi vengano descritti &#8211; per esempio dal prete Enelio Franzoni &#8211; come «un vero tormento», «una crudeltà». Non che i dirigenti comunisti italiani fossero degli angioli benefattori, ma forse in quella situazione le crudeltà erano altre. E lo stesso Franzoni, in un passaggio che suscita i brividi, racconta come quella guerra, anche per gli scampati al combattimento, i prigionieri italiani, sia stata «una grande strage»: era il tifo, soprattutto a uccidere: «si moriva felici&#8230; Si moriva così, nel delirio, ma senza agonia&#8230; Uno non si muoveva più, ed era finito».<br />
Il duce, intanto, da Palazzo Venezia declamava le sue lodi all&#8217;Italia in armi che si faceva «rispettare» nel mondo, e, dopo l&#8217;Etiopia, la Spagna, la Libia, la Grecia e l&#8217;Albania, combatteva sul fronte orientale, in quell&#8217;ultima guerra, la sua battaglia contro il bolscevismo e le «razze inferiori». Sì, come ebbe a scrivere Giuliano Ferrara, il «fascismo non è stato poi così male»; e Benito Mussolini, per dirla con Gianfranco Fini, fu «il più grande statista del secolo»&#8230;</p>
<p><em>(Pubblicato su &#8220;Il Manifesto&#8221;. Nota: questa data di pubblicazione, 21 giugno, ha un duplice significato: nella notte fra il 21 e il 22 giugno 1941, le truppe tedesche superarono il confine sovietico dando il via all&#8217;Operazione Barbarossa.  Inoltre, Rigoni scelse proprio un sabato 22 giugno 2002 come data per ospitare Giulio Milani nella sua casa di Asiago. L&#8217;intervista che ne è scaturita, e che è oggetto del libro e della recensione qui sopra riportata, è con ogni probabilità l&#8217;ultimo lavoro congedato in vita di questo scrittore.)</em></p>
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