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	<title>mario schiavone &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: A tempo perso suonavo ogni giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 05:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Del Prete]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Bergoglio Magazzino Jazz Campagnaaaaa…quant’è bella campagna! Il brano Campagna a distanza di decenni fa ancora l’effetto di uno shock emotivo-energetico su chi non l’ha mai ascoltato. L’ho verificato prima del lockdown, in occasione di un tour dell’instancabile folletto James Senese alle prese con l’ennesima incarnazione del suo gruppo, i Napoli Centrale: un treno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-90827" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-19.51.01-232x300.png" alt="" width="232" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-19.51.01-232x300.png 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-19.51.01-150x194.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-19.51.01-300x388.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-19.51.01-324x420.png 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-19.51.01.png 540w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" /></p>
<p>di</p>
<p><strong>Franco Bergoglio</strong></p>
<p><a href="https://magazzinojazz.wordpress.com/">Magazzino Jazz</a></p>
<p><em>Campagnaaaaa…quant’è bella campagna! </em>Il brano <em>Campagna</em> a distanza di decenni fa ancora l’effetto di uno shock emotivo-energetico su chi non l’ha mai ascoltato. L’ho verificato prima del lockdown, in occasione di un tour dell’instancabile folletto James Senese alle prese con l’ennesima incarnazione del suo gruppo, i Napoli Centrale: un treno musicale con destinazione ignota (ma si sa da quale stazione è partito). Dietro la batteria del nucleo originario dei Napoli Centrale e insieme artefice dei testi di molti brani, tra i quali proprio <em>Campagna</em>, stava Franco Del Prete. <a href="https://www.iodedizioni.it/prodotto/a-tempo-perso-suonavo-ogni-giorno-franco-del-prete/">Questo libro</a> rapsodico, che si muove per flash (come stacchi di batteria?), racconta la sua vita, al centro della prima ondata di quel sound napoletano che poi avrebbe fatto faville. Anche Franco Del Prete stava in quell’onda lunga che lo avrebbe portato a suonare e registrare con tanti da Peppino Di Capri a Enzo Gragnaniello. Si parte dall’infanzia a Frattamaggiore: provincia campana profonda, condizioni difficili e personaggi caratteristici. Le parti più belle del libro sono quelle che raccontano la filosofia dietro la vita del musicista. Lo immaginiamo tra un tiro e l’altro di sigaretta raccontarsi allo scrittore Mario Schiavone: “Lavorare: perdere il tempo, accumulare soldi. Suonare: afferrare il tempo, cercare un ritmo. Raccogliere sogni”.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-90829" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.26.09-229x300.png" alt="" width="229" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.26.09-229x300.png 229w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.26.09-150x196.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.26.09-300x393.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.26.09-321x420.png 321w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.26.09.png 336w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" />Tante le comparse che fanno capolino: Tony Esposito con la sua worldmusic, l’esplosivo Tullio De Piscopo, un Alan Sorrenti prima maniera, Mario Musella ed Elio D’Anna, alfieri del pop anni Sessanta con gli Showmen, e ancora gli Osanna, Pino Daniele, Enzo Avitabile, Rino Zurzolo, Joe Amoruso. Un’esplosione di talenti creativi dell’hinterland napoletano che con ondate successive arriva fino ai Centri Sociali anni Novanta con 99 Posse, Bisca, Almamegretta e le cui schegge tardive brillano ancora oggi (i Nu Guinea). E, rimanendo alla metafora bellica: il primo botto lo fece proprio <em>Campagna</em> dei Napoli Centrale.</p>
<p>Un mix inedito di musica e parole che danno voce “alle grida di dolore provenienti dai braccianti delle campagne e dal sottoproletariato urbano”. I Napoli Centrale come i Weather Report italiani: spesso l’accostamento è quello, ma così si resta in superficie. Il background è diverso: negli italiani l’impasto fame/rabbia produce un cazzotto sonoro che trascende gli stili: “E James Senese che cantando gridava “Campagnaaaaaa” non era altro che un pupo fatto ad arte da quella mano invisibile e agitato dal vento della vita che reggeva le braccia in grado di dare anima a ogni componente della band”.</p>
<p>Il calendario è quello degli anni Settanta, però qui c’è uno scarto tra l’immaginario rock mondiale e la provincia dell’impero. Franco Del Prete sintetizza questa sfasatura: “I nostri anni Settanta, in cui non eravamo i Pink Floyd con il loro enorme maiale di gomma che svettava sulle teste della gente. I nostri maiali erano veri, di sangue e carne e ossa e pelle bianca e pelosa. Teste di maiali di campagna comprate per quattro soldi dai capifamiglia contadini, con cui potevano sfamare i loro figli. Mentre noi, per alimentare i nostri piccoli immensi sogni, desideravamo lo spazio sulla scena napoletana per una musica tutta da rifare. Il nostro treno partiva proprio da Napoli Centrale”. Un treno musicale che ha imbarcato viaggiatori diversi, ciascuno con il proprio bagaglio: la spiritualità di Senese, la parabola tragica di Larry Nocella, indimenticato eroe del jazz che “Mangiava alcol, beveva alcol, vomitava alcol”.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-90830" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.24.40-300x71.png" alt="" width="300" height="71" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.24.40-300x71.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.24.40-1024x241.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.24.40-768x181.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.24.40-150x35.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.24.40-696x164.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.24.40-1068x258.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/Capture-décran-2021-05-06-à-20.24.40.png 1095w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Del Prete riflette sull’esistenza in pagine intense dove la penna dell’autore, Mario Schiavone, si mimetizza, lasciando emergere la voce del protagonista, nuda, in alcuni passaggi toccanti, come questo: “Poteva essere una vita a perdere, la mia. Avrei dovuto fare ben altro. Avevo tutte le carte in regola, fin dalla nascita, per essere un perdente. Il mio sogno era andare via, lasciare la mia terra, partire in ogni modo. A 16 anni si andava in marina, così mi ritrovai a fare i miei tre giorni di marina militare a Taranto. Odiai subito quel mondo e me ne tornai a casa”. Altro tempo, altra Italia, altra vita, altra musica.</p>
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		<title>F come Frankenstein Filibustiere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 07:34:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Frankenstein]]></category>
		<category><![CDATA[halloween]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[racconti inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[Un racconto di Mario Schiavone Ettore Filibustiere, a dispetto del suo cognome, non era un uomo molto sveglio. Questa sua forma di pigrizia mentale gli aveva fatto perdere il lavoro presso la farmacia di paese, dove era stato assunto come aiuto-magazziniere. Proprio nello stesso piccolo negozio in cui dopo alcuni anni di (poco) onorato lavoro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un racconto di <strong>Mario Schiavone</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-86756" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-160x213.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51.jpg 675w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /> Ettore Filibustiere, a dispetto del suo cognome, non era un uomo molto sveglio. Questa sua forma di pigrizia mentale gli aveva fatto perdere il lavoro presso la farmacia di paese, dove era stato assunto come aiuto-magazziniere. Proprio nello stesso piccolo negozio in cui dopo alcuni anni di (poco) onorato lavoro avevano assunto un giovane dalle braccia più veloci delle sue. Un operaio capace di essere anche più puntuale sul lavoro ben prima del momento in cui bisognava timbrare il cartellino e dare inizio alla giornata di lavoro. Eppure lui, Ettore, ogni giorno si alzava dal letto; per fare la sua parte. Guardandosi allo specchio diceva a se stesso frasi a effetto sentite dalla bocca del prete di paese. Parole che suonavano più o meno così:<br />
-Devo trovare il mio posto nel mondo. <span id="more-86600"></span><br />
Ettore quelle parole le aveva sentite dal prete, ma non erano del tutto parole nate  e pronunciate solo in chiesa. Don Remigio, prima di dirle durante una messa,  le aveva sentite uscire dal televisore di casa sua, osservando con attenzione lo schermo che ritraeva un imbonitore televisivo invitato a parlare in un talk-show.<br />
Ettore aveva una famiglia composta dalla moglie Silvana, dal figlio Pino, dalla figlia Tina e dall’anziana madre Carmela. Vivevano tutti e cinque in una delle palazzine che s’innalzavano di fronte all’area in cui stava una ditta locale consorziata, impegnata nella gestione dell’appalto che prevedeva lo smaltimento dei rifiuti. Marito e moglie, ogni giorno dalla finestra del loro appartamento situato al secondo piano del condominio di case popolari tenevano d’occhio i camion di spazzatura. Seguivano con attenzione sia quelli in partenza verso la discarica regionale che quelli in arrivo a seguito del ritiro cittadino della spazzatura differenziata.<br />
Ettore e Silvana, aiutati dai loro figli, s’erano inventati un traffico utile a impegnare il tempo e a ricavare – quando si presentava la possibilità &#8211; qualche soldo.  I due non avendo un lavoro vero si erano auto-impiegati – così come spiegavano ad amici e parenti per vantarsi del loro operato – nel riciclo gli scarti solidi urbani di cui la gente di paese non aveva più bisogno. In parole povere trafficavano con la monnezza dei loro concittadini, per crearne oggetti da rivendere ai mercatini artigianali.<br />
 Tutto quello che marito e moglie non riuscivano a procacciarsi ai fini della sopravvivenza, era garantito dalla sicura pensione sociale riscossa dall’anziana madre di Ettore ogni mese: nonna Carmela. L’anziana donna, quando era avvilita per quel vivere così precario, ripeteva sempre la stessa frase:<br />
-Ai miei tempi si mangiava di meno, ma si era più felici. Altro che oggi. Scemo era mio marito, e ancor più scemo è mio figlio Ettore. Ma come devo fare io?<br />
  A dimostrazione di quella dedizione verso il riciclo di monnezza, i Filibustiere dentro casa loro tenevano cura di alcuni oggetti d’arredo a dir poco bizzarri realizzati con gli scarti. Ettore, riciclando la scatola di legno e vetro di un vecchio televisore privo di tubo catodico, aveva ricavato un acquario rudimentale nel quale pinneggiavano alcuni pesci rossi, malaticci per la mancanza quotidiana di sole. Ogni mese dava al gatto di nonna Carmela una coppia di pesci ormai desquamati e bianchicci; il gatto Ciccio (che non andava per il sottile) mangiava i pesciolini senza perdere tempo.<br />
Ettore lo guardava e gli diceva:<br />
-Mangi meglio di noi, ricevendo pesce almeno una volta al mese. Che vita comoda la tua!<br />
Subito dopo quel sacrificio andava a comprare un’altra coppia di pesci rossi al vicino negozio di animali, situato sulla strada principale. Nonostante tutti quei pesci morti, Ettore a ogni visitatore di casa sua mostrava con orgoglio quello che lui chiamava il suo tele-acquario.<br />
La moglie di Ettore, Silvana, aveva lavorato a lungo in una piccola azienda che la impiegava per incappucciare penne biro di vari colori. Veniva pagata a cottimo, da una succursale italiana della casa madre cinese. Ci aveva lavorato così tanti anni da perdere parte della vista e anche un bel po’ di pazienza: il giorno in cui non ci vide più dalla rabbia diede davvero i numeri, e gettò un quantitativo di mille penne biro cinesi nell’acqua del fiume che scorreva dietro la finestra del deposito in cui lavorava. Prima di chiamare i carabinieri per denunciarla, Franco suo compaesano e responsabile del magazzino tuonò parole di  minaccia dicendo:<br />
-La pagherai, oh sì se la pagherai cara stavolta.<br />
 Al maresciallo dei carabinieri che la convocò in caserma per interrogarla sul fatto, Silvana dichiarò solo:<br />
-Volevo essere certa che tutte quelle biro fossero buone almeno a galleggiare, perché a scrivere secondo me non servivano. Tutto qui.<br />
 Dopo il licenziamento Silvana si ritirò a vita familiare privata, uscendo di casa solo per andare a fare la spesa alimentare e comprare abiti usati, esposti in malo modo sulle bancarelle del mercato cittadino. Il resto del tempo lo trascorreva manipolando a mani nude fogli di cartone e pezzi di vetro che rubava di notte, portandoli via dai contenitori dell’azienda di rifiuti che a suo parere avrebbe potuto “in mano ad altra gente di livello dirigenziale, creare un ottimo indotto lavorativo per tutti”. Silvana aveva i polpastrelli delle dita di entrambe le mani consumati e anneriti, per via dei tagli causati dalle schegge di vetro delle lastre che lavorava insieme ai cartoni. Però in cuor suo andava fiera di quei segni sulle dita. Quando periodicamente partecipava ai mercatini dell’artigianato della sua città, metteva in vendita sul banchetto piccole cornici realizzate con tasselli di vetro incollati sui fogli di cartone pressato. Poi declamava ad alta voce, verso i potenziali clienti, il suo impegno e la sua applicazione manuali. Non le capitava spesso di riuscire a vendere molte delle sue creazioni; e se piazzava una piccola cornice pensava subito a darle un numero progressivo e a firmarla sul retro con un pennarello nero. Lo scopo, spiegava al cliente, era quello di rendere unico quel pezzo artigianale: “nato come scarto e divenuto pregiato oggetto da compagnia domestica, grazie a queste mie mani”.<br />
Pino e Tina, fratelli gemelli, avevano con fatica conseguito il diploma in una scuola superiore professionale. Tra quelle mura di scuola si erano impegnati per studiare con attenzione le nozioni di elettrotecnica e alcuni rudimenti di elettronica avanzata.  Stando alla promessa d’aiuto offerto da parte del padre, lo scopo di entrambi i fratelli, era quello di studiare fino al diploma e poi aprire un laboratorio-negozio in cui aggiustare e rivendere piccoli elettrodomestici. I due fratelli gemelli, pur non mostrando elevate facoltà intellettive, avevano seguito le dritte (e la buonafede) del padre, andando a scuola e studiando ogni giorno con costanza, fino al diploma del quinto anno.<br />
Quando si trattava di aggiustare un componente elettrico in casa, ad esempio una lampada che perdeva la luce o il telecomando del televisore che non lanciava i suoi impulsi, i due fratelli indossavano due vecchi camici bianchi e logori e sull’asse da stiro messo in piedi nella loro cameretta allestivano un piccolo banco d’emergenza utile a eseguire le riparazioni.<br />
&#8211; Anche questo pezzo tornerà a vita nuova.<br />
Diceva Pino.<br />
-Funzionerà meglio di prima, solo grazie al nostro impegno.<br />
Replicava Tina verso il fratello.</p>
<p> Quando la banca aveva rifiutato la richiesta di erogazione di un prestito finanziario avviata da Ettore per conto dei figli, Pino e Tina non si erano persi d’animo. Per rimanere allenati i due gemelli ci davano dentro con le riparazioni: Pino assemblava quadri elettronici per i comandi delle lavatrici, e Tina ridava vita a vecchi asciugacapelli e forni a microonde in apparenza destinati all’isola ecologica dello smaltimento rifiuti. Così anche i due fratelli seguivano l’esempio dei genitori, riqualificando materia prima recuperata presso l’isola ecologica di rifiuti speciali che stava di fronte il condominio in cui abitavano.<br />
In paese, tutti i componenti di quella stramba famiglia, non erano benvisti e il loro vivere in maniera arrangiata era sulla bocca di tanti paesani, diventando oggetto di presa in giro e gag comiche davanti ai bar del paese. Eppure, nonostante questo, i componenti della famiglia Filibustiere credevano fermamente che un giorno sarebbe arrivata l’occasione d’oro; un momento di visibilità totale grazie al quale come famiglia unita avrebbero dimostrato a tutti i compaesani che loro erano davvero delle persone in gamba. Ettore lo diceva quasi ogni giorno a pranzo, ai suoi familiari, faceva discorsi in cui esordiva con queste parole:<br />
-Vedrete che recuperata la giusta fiducia nei confronti di chi ci circonda, anche la banca dovrà darci ascolto e prestarci quei soldi. Non può andare in altro modo.<br />
Il quinto componente della famiglia, la silenziosa e anziana nonna Carmela, se ne stava seduta su una poltrona dalle assi sfondate, avvolta tutto l’anno in abiti pesanti e scuri, in compagnia  del gatto Ciccio,  un vivace gatto nero che amava farsi coccolare dall’anziana in cambio di vibranti fusa.<br />
  L’anziana donna era sempre indaffarata, a sferruzzare con i ferri della lana o a lavorare i cartamodelli di abiti da uomo sproporzionati nelle misure. Creava maglioni di lana fuori formato, che nessuno avrebbe mai indossato, oppure cuciva giacche e pantaloni che avrebbe potuto indossare un uomo alto due metri e pesante più di un quintale. Nessuno della famiglia aveva il coraggio di dirle che il tempo impegnato in quel modo era del tutto perso, così lei sferruzzava e cuciva creando vestiti per amici speciali che abitavano solo nella sua fantasia. Infatti nello sgabuzzino di casa Filibustiere, i cartoni colmi di abiti fuori misura si accumulavano di anno in anno. L’anziana donna, che fin da giovane aveva sempre vissuto in campagna con il marito, dopo la morte del suo compagno di vita aveva smesso di occuparsi dei terreni agricoli. Così aveva venduto quei terreni destinati al solo uso agricolo, per permettere a Ettore di riscattare l’appartamento nelle palazzine popolari. Subito dopo si era trasferita in città, a casa del figlio portando con sé Ciccio il gatto nero e una piccola pianta di noci che cresceva in un vaso di maiolica. Quando non bagnava d’acqua la pianta di noci né lavorava con ago e filo, se ne stava  in disparte a sussurrare nell’orecchio del suo gatto frasi in dialetto cilentano. Cosa si dicessero lei e il gatto, era davvero un mistero. Perché neanche Ettore, ormai adulto, riconosceva il dialetto parlato dalla madre anziana. Del resto Ettore era rimasto lontano dal Cilento per troppi anni.<br />
   La vita di quella famiglia scorreva tranquilla ora dopo ora, nei giorni e negli anni. Poi, un giorno, proprio una settimana prima di Halloween, i Filibustiere ricevettero la visita di un giovane impiegato del comune addetto alla raccolta dati familiari di famiglie indigenti, per conto dei servizi sociali. L’impiegato, su ordine del sindaco e degli assistenti sociali municipali, con la scusa di coinvolgerli in un evento importante doveva osservare da vicino la famiglia Filibustiere e produrre una dettagliata relazione. L’obiettivo finale, secondo gli assistenti sociali, era quello di cogliere i Filibustiere con le mani nel sacco in pieno furto di monnezza, col fine di reindirizzarli a una vita che molti avrebbero definito corretta, civile e sana.<br />
Il giovane Gioacchino, vestito di tutto punto portava nel taschino diverse penne nere e sotto il braccio un grande blocco di fogli, fissato su una cartellina di ecopelle fornitagli dagli assistenti sociali. Quando il 23 ottobre di quell’anno bussò alla porta della famiglia Filibustiere era in corso una riunione familiare interna, per stabilire quali fiori e quanti lumini portare al cimitero nell’imminente giorno dei defunti che sarebbe caduto da lì a poco.<br />
 Per Ettore, la moglie e i gemelli contava andare trovare i parenti e gli amici ormai defunti da tempo. Perché i componenti della famiglia Filibustiere ignoravano la festa di Halloween da sempre, pur avendone sentito parlare ogni anno in televisione o tra la gente del mercato di paese. Tutti loro tranne la nonna Carmela che  ogni anno andava al mercato ortofrutticolo, a comprare una zucca tonda come quelle che i bambini di paese talvolta amavano intagliare, per festeggiare il ritorno dei morti nella notte più terrificante dell’anno.<br />
L’impiegato comunale Gioacchino bussò alla porta due volte, poi si presentò ad alta voce:<br />
-Mi chiamo Gioacchino Mormile, sono un addetto ai servizi sociali. Mi manda il sindaco in persona. Vengo a trovarvi per sapere come state, e per proporvi di partecipare a una… diciamo… una gara cittadina. In palio ci sono dei buoni da spendere in un nuovo supermercato, così potrete fare spese gratuita almeno per un mese. Lasciatemi entrare e vi spiegherò come fare.<br />
Ci fu del silenzio iniziale, ma Gioacchino attese una risposta con pazienza, senza scoraggiarsi.<br />
-Buoni per fare la spesa alimentare di ogni tipo? Domandò Ettore dall’interno della casa, accovacciato dietro la porta di casa.<br />
-Certo, proprio quelli. Replicò Gioacchino.<br />
-E in cambio di cosa?<br />
-Poco, un impegno minimo. Basterà costruire un’opera da donare al sindaco. Andrà bene anche una statua per i giardinetti comunali. Inoltre, ai piedi dell’opera verrà affissa una targa con il nome della famiglia donatrice.<br />
Quando Ettore Filibustiere sentì parlare dei buoni di spesa alimentare, nonchè del riconoscimento pubblico da parte del sindaco, aprì frettolosamente la porta e disse:<br />
 &#8211; Lei è il benvenuto a casa Filibustiere, si accomodi subito!<br />
Gioacchino entrò, salutò ogni componente della famiglia con un veloce buongiorno a tutti voi signori e signore, e si accomodò al tavolo del piccolo soggiorno. Parlò per diversi minuti, evidenziando con parole precise come dalla sinergia tra municipio locale e società americana Nicks (titolare della neonata linea di supermercati alimentari Nicks Franchising) fosse nata l’idea per una gara creativa da organizzare nel giorno di halloween, alla fine della quale i cittadini più dotati d’inventiva avrebbero ricevuto dei buoni di spesa alimentare pari ad un mese di compere. A Ettore brillarono gli occhi, guardò sua moglie e i suoi figli e raccogliendo i loro piccoli cenni d’intesa capì che non poteva lasciarsi perdere quell’occasione. Preso dalla gioia offrì subito a Gioacchino un buon bicchiere di orzata annacquata con acqua di rubinetto. Poi, prima che si alzasse da tavola alla fine del suo discorso preparò anche un caffè solubile, diluito in acqua calda riscaldata con un vecchio pentolino macchiato di calcare da tempo. Alla fine dell’incontro Ettore non stava più nella pelle dall’emozione, così strinse forte la mano dell’impiegato comunale e si sentì, in cuor suo, felice per quella visita miracolosa. Durante l’incontro, quando si era trattato di apporre una firma per la scheda di partecipazione dell’evento, Ettore aveva firmato i due moduli senza farsi pregare. Voleva guadagnare tempo, perché mancavano poche ore all’inizio della settimana di lavori utili a consegnare la loro opera artigianale costruita a mano.<br />
Dopo i saluti dell’impiegato, nonna Carmela, che durante la conversazione tra Ettore e Gioacchino aveva trafficato con una matita e alcuni fogli di carta modello vicino al camino di casa, aveva presentato un disegno al figlio dicendogli:<br />
-Secondo me questo disegno per l’opera che dobbiamo costruire potrebbe esserci utile, che ne pensi?<br />
Ettore aveva preso quel foglio tra le mani con scetticismo, poi guardando la sagoma disegnata si era convinto che poteva fare al caso loro: l’immagine somigliava tanto al famoso mostro creato dal Dottor Frankenstein, quello del film che aveva visto in bianco e nero da piccolo nel cinema di paese in compagnia di suo padre.<br />
Il 24 e il 25 ottobre furono due giorni di attività frenetiche per Ettore e Silvana, che grazie al disegno di nonna Carmela riuscirono a costruire prima uno scheletro di rete metallica sagomata del mostro che avevano in mente. Ottenuta la sagoma rinforzarono braccia, gambe e torace del mostro con delle barre di ferro rettangolari. Poi mescolarono fogli di giornale stampati a piombo e polvere di gesso pura miscelata ad acqua, per irrobustire la creatura alta ben due metri. Tra una manipolazione e l’altra degli arti del mostro, lasciarono piccole cavità nelle attaccature di collo, braccia e gambe. In quelle snodature c’erano degli interstizi in cui i gemelli intervenirono inserendo dei componenti elettronici, capaci di rendere fluidi i movimenti del mostro radiocomandato.<br />
Infatti, dal 26 ottobre e per tutto il giorno 27, non appena toccò a Pino e Tina darsi da fare con la loro praticità manuale utile a montare e rendere funzionanti piccoli motorini elettrici capaci di far alzare muovere braccia e gambe del mostro, attraverso un efficace sistema radiocomandato che permetteva di gestire i movimenti a distanza con un piccolo telecomando. Il tutto avveniva grazie agli impulsi che il mostro riceveva per mezzo dell’antenna estraibile, posta sul retro della testa.<br />
In quei pochi giorni di attento e duro lavoro la famiglia aveva ben definito il mostro alto due metri e somigliante, grazie a delle bende di lattice poste bianche bagnate nel colorante verde, nei punti della testa e delle giunture del corpo a un vero e proprio Frankenstein.<br />
Quando ci fu bisogno del vestito utile a definire l’aspetto finale del mostro, nonna Carmela estrasse fuori dalle scatole il miglior abito da uomo, con cui rivestire il Frankenstein di famiglia per dargli un aspetto a tratti umano. L’ultimo tocco, quello che rese il mostro immortale, vide le mani di Ettore pennellare ogni parte della creatura alta due metri di paraffina liquida utile a impermeabilizzare totalmente la loro creatura.<br />
Di fretta e di furia, come in una vera commessa lavorativa che si rispetti, i Filibustiere arrivarono alla mattina del 31 ottobre. Le ultime ore di lavoro videro nonna Carmela deliziare tutti con un pranzo a base di zuppa di zucca altre verdure. Poco prima della fine del pranzo, andando nella stanza di lavoro (la cameretta dei gemelli riconvertita ormai a laboratorio) nonna Carmela chiese di rimanere da sola col mostro coricato sul letto dei gemelli. Appena si ritrovò sola con il Frankenstein gli infilò nel retro della testa un piccolo cervello di gomma, recuperato dalla busta degli scherzi di carnevale dei gemelli. Fatto questo, sussurrò a bassa voce verso la testa del mostro parole antiche che solo lei conosceva.<br />
Calato il buio e arrivata la sera, Ettore andò a chiamare Nicola il suo vicino di casa. Abituato a usare la sua ape piaggio a tre ruote per i traslochi aiutò i Filibustiere a caricare la pedana con la statua segreta e coperta. Ettore e Nicola arrivarono fuori la piazzetta antistante il municipio, per scaricare una piccola pedana di legno su cui si ergeva il mostro avvolto da una vecchia incerata rossa da cucina. Poi, parlando di cimiteri e cibo, attesero l’ora dell’appuntamento col sindaco.  </p>
<p>Verso le 21, come da manifesti affissi in città e da passaparola dato dagli uomini del sindaco, il sindaco e l’imprenditore Nicks si ritrovarono sul piccolo palco allestito per l’occasione. Una piccola folla di partecipanti si era riunita incuriosita, per assistere all’evento serale. La famiglia Filibustiere attendeva speranzosa fuori al municipio. Ettore poco prima della consegna si era avviato a casa lasciando il mostro in custodia a Nicola. Ci teneva a vestirsi di tutto punto, così aveva indossato un nuovissimo frac recuperato da un amico che si era sposato di recente. Silvana aveva messo un abito da sera, di quelli con spacco usati per ballare il tango. Gliel’aveva prestato una sua amica, ex-ballerina di danze da sala. I gemelli erano vestiti in modo casual, ma si erano preoccupati di indossare due camici bianchi da laboratorio, come a dire che gli inventori veri della creatura erano loro. I due avevano ancora gli occhi stanchi e  le mani sporche di residui di scarti di colla e frammenti di lattice.<br />
-Concittadini e amici, siamo qui riuniti stasera in compagnia del nostro cittadino onorario, l’imprenditore Nicks. Il signor Nicks ha voluto sponsorizzare questo evento speciale. Abbiamo esteso l’invito a tante famiglie, ma come è noto ai vostri occhi qui in piazza è pervenuta una sola opera realizzata in maniera artigianale dalla famiglia che premieremo.<br />
L’usciere del sindaco si avvicinò al telo che copriva l’opera e fissando il sindaco attese il segnale convenuto, per scoprire la statua donata alla cittadinanza. Il sindaco sorrideva, l’imprenditore Nicks aveva occhi curiosi e felici come un bambino che stava per incontrare di persona – proprio la sera di halloween – un mostro unico e speciale.   Ormai era cosa certa, Ettore ne aveva consapevolezza e gongolava in cuor suo, poiché nessuno aveva partecipato alla gara. Stando le cose in quel modo ai Filibustiere d’ufficio andavano consegnati premio finale e riconoscimenti ufficiali.<br />
Mentre veniva scoperto il mostro, tra lo stupore della folla a un tratto si udì un grido. Un uomo infagottato che camminava in un cappotto scuro portava una lunga ascia nella mano destra. Avanza con falcate lunghe e strattonava con la mano libera tutti quelli che si frapponevano sul suo cammino. Uno dei cittadini, riconoscendolo, gridò il suo nome:<br />
-È Franco, il capo magazziniere della fabbrica di penne cinesi. Ha un’ascia in mano, fermatelo!<br />
Per risparmiare sugli stipendi il sindaco, senza pensarci due volte, non aveva pagato lo straordinario agli agenti di polizia municipale. La folla intimorita dall’uomo non ebbe il coraggio di intervenire. Nessuno se la sentì di fare qualcosa per fermare Franco armato d’ascia.<br />
-Il vostro lavoro! Lo devo distruggere, devo fracassare ogni cosa con questa accetta prima, e poi con le mie stesse mani.<br />
Gridava quelle parole Franco, come un ossesso.<br />
Sferrò un primo colpo al Frankenstein che perse un braccio, poi toccò alle gambe che cedettero nelle giunture articolate. Il mostro cadde al suolo davanti a tutti i presenti che erano stupidi e sconvolti per il gesto, ma poco dopo accadde qualcosa d’inimmaginabile.<br />
Cominciarono a suonare le campane, ogni rintocco per una delle ore che cadevano. Era come se in quell’avanzare dei rintocchi, il tempo si fosse fermato agli occhi dei cittadini presenti.<br />
Franco ghignava felice, mentre Ettore che si trovava a pochi metri da lui bestemmiava frasi pronunciate a metà e storpiate da un dialetto incomprensibile. La moglie Silvana era ormai svenuta, mentre i figli gemelli l’assistevano standole vicino. Proprio al decimo rintocco quando stavano per scoccare le dieci in punto, secondo la campana dell’orologio comunale, il cielo emise un boato. D’improvviso un fulmine cadde dal cielo e colpì in pieno l’antenna posta sul retro della testa del Frankenstein. Il mostro, come colpito da un impulso vitale, riprese a muoversi prima con fare lento, poi con una maggiore agilità. I suoi occhi brillavano di elettricità, ormai la creatura aveva ripreso vita e stava riassemblando gli arti mancanti al suo corpo per riacquisire la sua forma originaria. Grazie a un solo braccio ancora attaccato al busto aveva rimesso a posto tutti gli arti recisi dai colpi d’ascia del folle arrivato sul luogo a sorpresa.<br />
I gemelli lasciarono la madre per muovere le leve del telecomando e provare a gestire il la loro creatura radiocomandata.<br />
-Tina, non risponde ai comandi. Disse Pino a bassa voce alla sorella.<br />
Franco, ormai incredulo, provò a colpire il mostro alto due metri. Il Frankenstein dei Filibustiere rispose con un pugno alla testa che lo tramortì mandandolo al suolo senza possibilità di recupero. Il sindaco approfitto del momento e  provando a parlare disse: <br />
-Da non credere, incredibile tutto questo.<br />
L’imprenditore Nicks aggiunse solo:<br />
-Amazing! Beautiful! Amazing!<br />
In un angolo, lontano dalla folla e seduta su un blocco di pietra che circondava la fontanella comunale, nonna Carmela sorrideva. Era l’unica a sapere che la sua pozione dona-vita aveva funzionato, restituendo una quantità di vita utile al loro mostro fatto in casa, obbligandolo a rimettersi in sesto davanti ai presenti. Il mostro aveva anche accennato un inchino che in apparenza sembrava indirizzato alla folla presente, ma che in realtà voleva ringraziare colei che gli aveva donato l’afflato di vita. Il Frankenstein, rimessosi in piedi, era andato a sedersi lì al centro dei giardinetti dove lentamente aveva congelato ogni suo movimento. Fino a diventare una statua immobile incastrata nell’aria e nel tempo. Il tutto era accaduto a pochi metri dal palco allestito per l’occasione. La  gente affollata presente, guardando i gemelli smanettare con il radiocomando, aveva creduto nell’invenzione scientifica adottata per l’occasione e assisteva all’evento come se quanto accaduto fosse frutto di un effetto meccanico unito all’ingegno elettronico.<br />
Ci fu un cittadino che disse: -Bravi, bravi davvero!<br />
Poi si sentirono applausi forti e un vocio di approvazione. Invece tutto era accaduto grazie alla forza spontanea di quella creatura, dotata per magia di un soffio di vita stregato. Dei tanti presenti nessuno poteva immaginare chi fosse l’artefice di quanto accaduto. Nessuno seppe mai che a pochi metri da loro, nonna Carmela nonostante la sua età si era sentita ancora abile, capace di usare un antichissimo rimedio di stregoneria, servendosi di quella magia antica che conosceva lei e poche altre ancora in vita. Lei che apparteneva a una vecchia stirpe di streghe cilentane dimenticate da molti, ma pur sempre esistite. </p>
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		<title>Le anime dei ragazzi a Napoli #2: un colloquio con Giulia Sagliocco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2020 06:16:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità organizzata]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Braucci]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mario Schiavone Quanti grammi pesa il cuore di un ragazzo di strada a Napoli? mi sono chiesto nel primo articolo di questo nascente confronto con alcuni esperti del tema della criminalità adolescenziale a Napol. Un interrogativo indispensabile, per riflettere sulle dinamiche che hanno creato momenti fatali come l’uccisione del giovanissimo Davide Bifolco nel settembre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-84742" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/2D6O3427.jpg 1181w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><em>Quanti grammi pesa il cuore di un ragazzo di strada a Napoli?</em> mi sono chiesto nel primo articolo di questo nascente confronto con alcuni esperti del tema della criminalità adolescenziale a Napol.<span id="more-84741"></span></p>
<p>Un interrogativo indispensabile, per riflettere sulle dinamiche che hanno creato momenti fatali come l’uccisione del giovanissimo Davide Bifolco nel settembre 2014 al Rione Traiano a Napoli e la morte di  Ugo Russo, un ragazzo di appena 15 anni, sempre a Napoli il 29 febbraio di quest’anno. Se il colloquio con <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/04/17/le-anime-dei-ragazzi-a-napoli-un-colloquio-con-maurizio-braucci/">Maurizio Braucci</a> ha fornito possibili direzioni interpretative sulla vita dei ragazzi di strada a Napoli, permangono in me dubbi ancora forti sul fenomeno. E per trovare nuovi percorsi di pensiero, ovvero nuovi elementi utili ad affrontare il corpo a corpo con un tema tanto delicato quanto complesso, ho deciso di intervistare Giuliana Sagliocco*, una psicoterapeuta e psichiatra campana che si occupa di progetti speciali di cura e formazione degli adolescenti. Con la speranza di comprendere meglio, senza giudicare. Di ascoltare, prima di formulare pareri frutto di analisi poco reali dei fatti contemporanei.</p>
<p> Da psicoterapeuta che cosa pensi del modo in cui gli adolescenti, alla fine di un percorso, arrivano di fronte alla vita adulta: scuola e famiglia riescono nel loro intento formativo?</p>
<p><em>C’è una frase, più volte citata, di Sigmund Freud che recita così: &#8220;I mestieri più difficili in assoluto sono nell&#8217;ordine il genitore, l&#8217;insegnante e lo psicologo.&#8221; Io e i miei colleghi psi apparteniamo a quell’universo di adulti che ruotano intorno al mondo dell’adolescente e che, insieme con genitori e insegnanti, svolgono compiti differenti ma perseguono uno scopo comune.<br />
Penso che il fine principale del nostro lavoro nei confronti dei giovani sia la libertà.<br />
Chi non si è sentito dire in età scolare: “studia, perché lo studio rende liberi!”, che deriva dalla frase di Lucio Anneo Seneca: “Sii servo del sapere se vuoi essere libero”. Si tratta della libertà offerta dai libri e da tutte le fonti di cultura, frutto della curiosità e dei dubbi che produce chi legge, studia e riflette. La scuola ha il compito fondamentale di fornire gli strumenti affinché gli adolescenti possano costruire il loro pensiero critico, non colludano con messaggi disturbati e disturbanti che provengono da quella parte di mondo adulto malato. Scopo è dunque renderli artefici del proprio destino. La scuola, in tal modo, contribuisce nelle sue forme sane a prevenire la sofferenza psichica. Gli adulti, attraverso il loro stesso atteggiamento, devono essere fondamentalmente di esempio ai giovani perché questi sappiano come costruire la corretta ed autentica modalità con cui ci si rapporta al mondo. Sta qui la vera responsabilità di genitori, docenti, psicologi, psichiatri; responsabilità perché la vera crescita degli adolescenti non passa attraverso le parole, le &#8216;prediche&#8217;, le frasi, pur belle. Sono le nostre azioni, le nostre re-azioni agli eventi e le emozioni che esprimiamo, che raccontano a loro volta, più di tante parole, le priorità della nostra scala di valori e che possono quindi indirizzare i ragazzi a costruire la propria scala con libertà e responsabilità.</em></p>
<p>Un adolescente, specie quando viene da realtà difficili e potrebbe non avere modelli di riferimento, si ritrova di<br />
fronte a delle scelte di vita: chi cresce a Napoli e dintorni quanto è libero di scegliere davvero il suo futuro?</p>
<p><em>Giungono molto spesso all’ambulatorio di psicoterapia per gli adolescenti presso il quale lavoro ragazzi “a rischio” di deriva sociale che presentano un disagio psichico; vivono in Comunità Alloggio perché la famiglia non è in grado di occuparsi di loro. Arrivano inoltre adolescenti segnalati dai servizi sociali che stanno attraversando momenti di notevole difficoltà sociale, economica e psicologica. La realtà territoriale di Napoli e dintorni, come quella di tante periferie d’Italia, da Nord a Sud, rappresenta in molti casi già di per sé un rischio che pregiudica il futuro di questi ragazzi.  Le Comunità, con le loro figure professionali, si trovano a dover sostituire completamente la famiglia sia dal punto di vista affettivo/relazionale che economico, per garantire ai minori un futuro anche a breve termine (un diploma di scuola superiore, per esempio). Gli ostacoli presenti sul territorio, possiamo immaginarlo, sono numerosi anche per la carenza di risorse territoriali pubbliche, il che aumenta enormemente il divario tra figli di famiglie benestanti e non (mancanza di strutture sportive/culturali pubbliche, carenza di mezzi pubblici ecc.). Ovviamente si presentano da noi anche ragazze/i “a rischio” con atteggiamenti e ragionamenti maturi e responsabili, del tutto imprevedibili se si pensa alla drammaticità della loro situazione di vita; ciò accade perché essi si sentono accolti da adulti che si stanno prendendo cura di loro e ai quali sentono che sta a cuore il loro destino. Da quel momento emerge una produzione di sogni e progetti che vorrebbero realizzare in futuro che raramente eguagliano quelli di un loro coetaneo appartenente a una famiglia tranquilla e benestante.  Non sempre il risultato sarà all&#8217;altezza delle loro e nostre aspettative, e per questo bisogna chiamare in causa altre istituzioni, che hanno compiti di fornire strumenti e opportunità di sviluppo sociale ed economico che non sono né i genitori, né i docenti, né gli psichiatri.  E nasce qui a volte la frustrazione di vedere interrotti percorsi che con altre risorse sarebbero potuti arrivare al loro termine.</em></p>
<p>Quando non c’è alcun incontro, tra il mondo adulto e quello degli adolescenti, quale cortocircuito psicologico e sociale si innesca nell’anima dei ragazzi?</p>
<p><em>L’incontro tra giovani e adulti è impari. I ragazzi dipendono da noi per tutto ciò che di cui hanno bisogno. Quando l’incontro è assente sul piano degli affetti e delle emozioni, ecco che nasce il cortocircuito. Una ragazza o un ragazzo che non si sente ascoltato e compreso, non sarà in grado di crescere in maniera armoniosa e matura e di essere responsabile e consapevole delle proprie scelte e delle proprie azioni. Non basta fornirgli strumenti materiali: il cibo, i vestiti, la scuola, ecc. Fondamentale per la loro corretta crescita, è quella comunicazione da parte degli adulti che li faccia sentire al centro della nostra attenzione; che faccia sentire loro quanto il nostro ascolto è attivo ed empatico, quanto il nostro rivolgersi a loro è scevro da pregiudizi ed aspettative; quanto abbiamo le spalle larghe per sopportare il peso delle loro difficoltà, che a stento osano confessare.  </em></p>
<p> La strada, ovvero un mondo fatto di rischi e pericoli: è il luogo in cui molti adolescenti senza guida finiscono, loro malgrado, quando non trovano sani spazi di aggregazione fin dall’infanzia. Esistono, per i genitori, gli educatori e gli insegnanti, degli strumenti utili a impedire che quel luogo totalizzante (appunto la strada) accolga i ragazzi a rischio? </p>
<p><em>La strada spesso viene descritta anche come “scuola di vita” in cui si apprendono verità che la protezione familiare non permette di svelare. In strada però ci si reca muniti delle risorse giuste, altrimenti essa, con le sue leggi autoritarie e indiscusse, uniforma e appiattisce pericolosamente. Penso a Rosario, il protagonista del film “Certi bambini” (regia di Andrea e Antonio Frazzi, 2004). Rosario che accudisce la nonna malata, che si innamora di Caterina, che si dà da fare nel centro di accoglienza, durante la visione del film ci fa debolmente credere e sperare che quelle sue potenzialità un giorno potranno aiutarlo a rifiutare quelle violenze psichiche e fisiche di cui è testimone e protagonista. Non potrà essere così. Nessun adulto lo ha mai aiutato a credere e coltivare le sue doti umane in gestazione. Ha dovuto nascondere fino a ingoiare definitivamente i suoi sentimenti perché per le leggi della strada non erano lecite e ha dovuto indossare una maschera definitiva che gli avrebbe permesso di essere qualcuno, certo, ma non sé stesso. </em></p>
<p>Cosa diresti, senza giri di parole, a un adolescente a rischio che viene da te per chiederti aiuto?</p>
<p>Gli direi che è ora di rimboccarsi le maniche, di fidarsi e di affidarsi per prendersi cura di sé; gli direi che nonostante la sofferenza è arrivato il momento di costruirsi attraverso una conoscenza di sé stesso sempre più forte e consapevole delle risorse personali che gli permetteranno di non fare della sua un’Esistenza mancata, cioè un’esistenza impersonale e inautentica che non lo farà sentire artefice della propria vita. In qualità di terapeuta, la libertà che tento di aiutare a perseguire è anche la libertà dal sintomo (la depressione, l’attacco di panico, lo stare chiuso in casa, gli attacchi al corpo, le dipendenze), da quel corto circuito che fa sì che il sintomo rappresenti la strada più breve per avere un’illusoria possibilità di stare nel mondo come gli altri vogliono che debba essere e alla quale ci adeguiamo per un’illusoria felicità o normalità.Quel sintomo è qualcosa che ci costringe in una gabbia, ci protegge dall’esterno, ma al dunque ci rende prigionieri consenzienti.</p>
<p>*Giulia Sagliocco, medico psichiatra, psicoterapeuta, lavora come docente e ricercatore presso la Scuola di formazione alla psicoterapia della ASL NA/1 dove è fondatrice e referente di un progetto dal titolo: &#8220;L&#8217;esistenza mancata in adolescenza&#8221;, un progetto di cura e di formazione in psicoterapia dedicato agli adolescenti che ne fanno richiesta e ai loro genitori<br />
Photo Credits: La fotografia contenuta in questo articolo è stata pubblicata per gentile concessione dell’autore Salvatore Di Vilio.</p>
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		<title>Le anime dei ragazzi a Napoli: un colloquio con Maurizio Braucci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2020 06:31:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
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<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-83891" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-250x250.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-200x200.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio-160x160.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/Tuffo-di-Gruppo_-foto-di-Salvatore-Di-Vilio.jpg 1181w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> Quanti grammi pesa il cuore di un ragazzo di vita a Napoli? La domanda, forse poco legittima, ma comunque necessaria, risuona nella mia mente da diverso tempo. Un interrogativo, questo, che mi ha tormentato a lungo, dopo l’uccisione del giovanissimo  Davide Bifolco nel settembre 2014 al Rione Traiano a Napoli. E che torna, prepotente nella mia coscienza, dopo una nuova uccisione. Quella del giovane Ugo Russo, un ragazzo di appena 15 anni. <span id="more-83888"></span><br />
Fatto accaduto ancora una volta a Napoli, durante un tentativo di rapina nella notte tra il 29 Febbraio e l’uno Marzo scorso. Non lo so perché mi faccio, con ostinazione, certe domande. Però vorrei stimolare alcune riflessioni, formulate  a partire dalla radice di un problema che ho a cuore. Del resto, a dirla tutta, io sono solo un commesso di libreria cresciuto al sud. Vivo in questa terra e qui si agita la mia memoria ogni volta che si parla di modelli familiari, agenzia d’aggregazione sociale, esempi di vita e altre faccende complesse di chi vive qui in questo sud ammalato e ammaliante.<br />
   Da campano e cittadino del sud non voglio stare zitto, né puntare il dito: se muoiono dei giovani che hanno desiderato di prendere in mano una pistola ( a volte un giocattolo camuffato da pistola) c’è poco da semplificare e ridurre ai minimi termini. Non posso schierarmi nella dicotomia “buoni contro cattivi” né guardare il cielo  e imprecare contro l’avanzare del destino.<br />
Con questa inchiesta a puntate, dopo aver intervistato diversi operatori sociali che vivono per lo più a contatto con giovani napoletani di ogni ceto, provenienza e fattezza, voglio cercare di comprendere meglio il mondo in cui vivo, i luoghi che frequento ogni giorno e che fanno da sfondo alla mia esistenza quotidiana. Perché sono tutti popolati da  ragazzi che hanno una storia da cui provengono, un mondo in cui muoversi, un modo di fare e delle regole a cui rispondere. Forse, dopo tutte le domande che ho fatto a chi con i giovani a rischio lavora ogni giorno, mi metterò l’anima in pace. Per ora comincio da qui. Con Maurizio Braucci, napoletano doc. Scrittore, sceneggiatore ed educatore che opera nel sociale a diversi livelli di formazione.  Ringrazio Maurizio per il tempo che mi ha dedicato. E ringrazio il fotografo di Succivo Salvatore Di Vilio, per le foto  che ha prestato per questa mia piccola inchiesta.</p>
<p><em>Rispetto al tuo lavoro di scrittore e sceneggiatore, in qualità di operatore sociale, quanto riesci a impegnarti sul territorio napoletano oggi?</em></p>
<p>Ho scelto di restare a vivere a Napoli perché qui, oltre agli affetti e alla mia storia personale, trovo necessario dare una mano soprattutto per quanto riguarda la condizione giovanile (emblematica dell’intero Sud Italia) e per condurre le inchieste e i dibattiti per l’aumento della democrazia. Oltre quindi al mio lavoro nel cinema, che mi vede spesso a Roma, mando avanti delle esperienze socioculturali che riguardano gli adolescenti, come il progetto <em>Arrevuoto </em>di teatro e pedagogia con cui da 15 anni insegniamo la cultura della cooperazione e il teatro. Io provengo da esperienze di movimento, come il centro sociale Diego Armando Maradona, in cui fino al 2005 eravamo un collettivo impegnato nel quartiere e sulla città con iniziative sociali e culturali. Cerco di far tesoro delle esperienze politiche e sociali nella pratica della mia professione artistica e viceversa, è un connubio particolare ma appartiene a una tipologia che credo aumenterà sempre più tra quanti fanno cultura e portano con sé un bagaglio di esperienze nella vita sociale.</p>
<p><em>Esiste un legame tra le biografie vissute dai ragazzi a rischio che incontri e quelle che racconti nelle tue storie?</em></p>
<p>Certamente si riesce a scrivere meglio di ciò che si conosce bene e nel mio caso la città di Napoli mi ha spesso messo a confronto con storie e persone che hanno ispirato poi dei racconti. Il mio romanzo <em><a href="https://www.ibs.it/mare-guasto-libro-maurizio-braucci/e/9788876419010">Il mare guasto</a></em> e gli altri libri pubblicati certamente attingono da quelli, credo sia normale per chi scrive guardarsi intorno e io porto a volte anche nel cinema, se c’è l’occasione per farlo, queste esperienze. Film a cui ho collaborato,come <em>Gomorra</em> o <em>L’intervallo</em>, mi hanno forse dato occasione di sperimentare quanto la conoscenza della realtà renda più forte la costruzione di una sua rappresentazione. Se devi scrivere un dialogo o una scena riguardante quello che tu già conosci ecco che può venirne fuori una certa autenticità e senza documentazione. Insomma documentarsi o vivere possono darti la possibilità di raccontare meglio, dipende poi dalle tue capacità. Io però la penso un po’ come Oscar Wilde quando diceva che è la vita a copiare l’arte, nel senso che il rapporto tra significante e significato, tra reale e finzione, è una questione molto complessa.</p>
<p><em>Scrivere, pensare, mettersi in discussione: sono gesti dell’azione politica anche questi. Tu come riesci a farlo, senza diventare, in un territorio difficile come Napoli, cinico e pessimista?</em></p>
<p>Combatto il cinismo, che è una forma di autodifesa dal peso del mondo e riguardo al pessimismo credo che sia anche un modo per autoassolversi dal non agire. Credo sia una questione di animo e di forza, bisogna ascoltare l’animo e resistere alle prove e ai fallimenti. Non so dire in seguito come sarà ma per ora riesco a resistere, piuttosto mi pesa il fatto di non avere ascolto su certe tematiche che conosco, ad esempio quelle della condizione giovanile, perché spesso chi ha il potere di decidere sceglie le posizioni più convenienti o vicine al suo sentire. Chi ascolta quelli che raccontano? A chi parliamo quando portiamo fuori degli scenari poco noti? Non saprei più dirlo. Una volta credevo che se certe situazioni drammatiche si protraevano era per una inefficienza del sistema politico e sociale. Oggi, a volte, ho quasi il dubbio che invece siano volutamente prodotte o almeno mantenute. Marx scrisse che l’ignoranza non è mai servita a nessuno, io temo che invece l’ignoranza serva e purtroppo al sistema neoliberista, al Potere, così ottiene masse manipolabili e incapaci a ribellarsi.</p>
<p><em>Se si potessero raccontare storie a un ragazzo in difficoltà, pur di evitare che finisse per strada, che tipo di narrazioni sceglieresti per coinvolgerlo?</em></p>
<p>Ci provo sempre a farlo, la grande sfida della drammaturgia è di rendere il bene più appassionante del male. Si possono fare tante cose con dei ragazzi che vuoi motivare, tante, ma devono essere di qualità. Io lavoro nei progetti con i ragazzi con lo stesso impegno e la stessa volontà di ricerca che applico nella mia professione d’autore. Bisognerebbe stimolare l’immaginario, fargli rielaborare la percezione di sé e del mondo, ma allo stesso tempo potenziare certe attitudini e talenti individuati. Ad esempio, io tengo un corso di sceneggiatura nel carcere minorile di Airola, all’inizio ero scettico a farlo ma poi accettai, alla fine ho capito che insegnare le tecniche di scrittura era un modo per ragionare insieme e scoprire che i ragazzi in misura detentiva hanno una certa sensibilità per i dilemmi interiori dei personaggi. E’ chiaro, quella è la loro stessa condizione, tra colpa e desiderio di libertà, che li mette in grado di leggere meglio i conflitti interiori che servono tipicamente a uno sceneggiatore per costruire un personaggio. Da questa esperienza è nato quindi un progetto generale che in quel carcere lavora, tra cinema, teatro e musica, sulla ridiscussione dell’identità maschile come dimensione fatta anche di fragilità e di sensibilità. Ne sta venendo fuori un laboratorio in cui i partecipanti, realizzando dei cortometraggi o degli spettacoli, ridiscutono la figura virile, patriarcale e violenta che hanno adottato (che gli è stata inculcata) che è causa poi dei reati che li vede là dentro in reclusione.</p>
<p><em>Sempre a proposito del tuo impegno sul territorio, quali riscontri pensi trovino spazio nelle vite dei ragazzi che hai seguito? </em></p>
<p>In genere, quelli che all’inizio sono i più violenti e difficili tra i ragazzi, se riesci a lavorarci per un periodo giusto (tre anni ad esempio) diventano poi i tuoi migliori collaboratori. Spesso chi ha maggiore disagio ha anche grande sensibilità o intelligenza. Ho avuto da questo punto di vista buone soddisfazioni, ma non voglio cantare vittoria, le sfide continuano e poi le problematiche cambiano. Staremo a vedere alla fine e forse dovranno essere gli altri a giudicare, magari, come scriveva Walt Withman: chiedete ai miei nemici. E per farsi dei nemici basta dire quel che si pensa.</p>
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		<title>Ciliegie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Dec 2016 06:19:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/ciliegie1-300x157.jpeg" alt="ciliegie1" width="300" height="157" class="alignleft size-medium wp-image-66109" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/ciliegie1-300x157.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/ciliegie1-470x248.jpeg 470w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/ciliegie1.jpeg 650w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Da circa sei mesi esco di casa tutti i giorni feriali e fingo di avere una vita che non ho più. Dopo la doccia mi vesto, poi  indosso la mia giacca ben stirata e prendo l’agenda. Scendo nel cortile del condominio metto in moto l’automobile  e raggiungo la fermata dell’autobus del primo quartiere che segue la zona in cui vivo, per non farmi notare dai vicini.<br />
Salgo sull’autobus e percorro la strada che una volta mi portava al magazzino di libri in cui lavoravo come capo magazziniere. Poco prima di arrivare al magazzino suono il campanello dell’autobus  e scendo alla fermata che sta all’ingresso del parco. <span id="more-66108"></span></p>
<p>Appena sono fra gli alberi mi metto a camminare cercando di non pensare ai miei problemi. La verità è che quando sono disperato e non voglio pensare alle cose brutte i pensieri negativi si presentano puntuali come un esattore delle tasse. Da quando non ho più un lavoro ho cominciato a conservare anche i centesimi che trovo nelle tasche degli abiti che non indosso più: sono diventato l’esattore del debito che ho nei confronti della mia vita.<br />
“La gente non compra più libri per concorsi, preferisce fotocopiarli o usare internet per scaricare i quiz”- mi ha detto un giorno il titolare della mia azienda. Due settimane dopo la consegna della lettera in cui annunciava il mio licenziamento. L’hanno data proprio a me che  lavoravo sentendomi come uno che doveva sistemare le pietre nel letto di un fiume secco. Lavoravo spostando per ore, giorni, mesi i libri che riempivano gli scaffali del magazzino in cui stavo per dieci ore al giorno. E quando arrivava l&#8217;estate mi pareva di stare inginocchiato in un fiume secco a sistemare i sassi che stanno sul fondo. Mi piaceva lavorare in quel modo. Era bello sentirsi artigiani di una grande costruzione. Poi è finito tutto.<br />
Quando la sera a cena l’ho detto a mia moglie si è chiusa in camera e non mi ha più aperto fino all’alba. Mi sono ritrovato a dormire sul divano della cucina. Tutto questo accadeva quando ancora avevamo una casa in cui ogni spazio aveva un proprio nome. Adesso io e mia moglie viviamo in una piccola mansarda il cui affitto è sostenuto dai soldi della pensione di mia suocera. Trenta metri quadrati di sottotetto in cui muoversi fra l’angolo del piano cottura della piccola cucina, il letto matrimoniale da una piazza e mezza e un bagno con una piccola doccia ricavata fra il water e il lavandino.  Il televisore lo abbiamo comprato ad un mercatino dell’usato e per fare le lavatrici ci serviamo di una grande valigia cinese con cui portiamo tutti gli abiti alla lavanderia a gettoni gestita da una famiglia araba che vive nel nostro stesso quartiere.<br />
 Da una grande casa a un piccolo bunker che ricorda i nascondigli dei latitanti, mentre noi che siamo persone senza problemi con la giustizia ci nascondiamo dai vecchi amici che ci cercano ancora. Vogliono  sapere come stiamo, quanti soldi abbiamo in banca, dove andremo in vacanza la prossima estate. Discorsi che io e mia moglie non possiamo più permetterci, perché sono un ricordo più sbiadito di vecchie foto sviluppate su carta di cattiva qualità. Come immagini che perdono la loro vivacità con il passare degli anni. A noi due, per perdere i colori della nostra vita sono bastati pochi mesi. E questo fotomontaggio di mondo in cui ci troviamo è triste e statico come un diorama costruito dalle mani di un artigiano ormai stanco.<br />
Ad esempio, stamattina, il prezzo delle ciliegie di prima scelta era di 4 euro al chilo. Per completare un pranzo bisognava avere in tasca almeno 4 euro con cui comprare un chilo di felicità formato frutta. </p>
<p>Succo alla pera per me (45 centesimi al litro, provenienza discount).<br />
Latte allungato con acqua di rubinetto per mia moglie( provenienza del latte: mucche dei pascoli di paesi dell’est  Europa).<br />
Questa la nostra colazione prima di scoprire che in casa non era rimasto altro da mangiare se non un panetto di burro scaduto, tre pezzi di pane ormai duri e due fette biscottate ammorbidite dall’umidità che si allarga a goccia dietro il mobile della cucina. Abbiamo contato quanti soldi erano rimasti nel salvadanaio di casa, il giorno dopo aver pagato una bolletta del metano da riscaldamento ormai scaduta da due mesi, per scoprire che in casa avevamo solo due euro.<br />
Dopo l’ennesimo litigio con mia moglie, che mi ha  accusato ancora una volta di non essere capace di trovarmi un nuovo lavoro con cui provvedere alla nostra sussistenza, sono uscito di casa con in tasca i due euro per cercare di comprare qualcosa da mangiare per il pranzo. Sono andato da Gino, il titolare di un negozio di generi alimentari aperto anche la domenica. Fuori al negozio, nell’angolo della frutta, ho notato due cassette di ciliegie.<br />
Su una c’era  un grande cartello battuto a computer con sopra scritto:<br />
Ciliegie di prima scelta, 4 euro al chilogrammo. Brillavano come piccole pietre preziose di colore rossastro.<br />
Sul secondo un piccolo cartellino marcato a penna blu faceva leggere:<br />
Ciliegie seconda scelta  1,50 euro al chilogrammo. Costavano di meno ma erano di un colore così spento che sembravano fatte di cartapesta.<br />
 Ho chiamato Gino e gli ho detto di darmi 2 euro di ciliegie economiche. Sono rientrato a casa e le ho mostrate a mia moglie.  Le ha subito immerse nell’acqua e mentre faceva la cernita per separare le macchiate dalle buone l’ho sentita prima singhiozzare, poi soffiarsi il naso.<br />
 -Ce la faremo, questo periodo buio passerà.- le ho detto io.<br />
-Non lo so. &#8211; ha risposto lei.<br />
Poi ha smesso di lavare le ciliegie è andata in bagno con fare veloce e inchinandosi sulla tazza  ha vomitato.<br />
Mentre lei vomitava ho assaggiato una ciliegia: era amara come un pezzo di fegato mal cotto. Ho bevuto  un bicchiere d’acqua di rubinetto, poi sono uscito di casa senza dire niente a mia moglie.  In strada un testimone di geova mi ha fermato e mi ha allungato un giornale chiamato Torre di Guardia. Sulla copertina un titolo in stampatello grande che diceva: LA VITA CHE SALVI POTREBBE ESSERE LA TUA. Ho piegato il giornale e l’ho messo in tasca senza dire niente allo sconosciuto che mi aveva fermato. Mi sono rimesso a camminare e mentre mi allontanavo pensavo. Ho passeggiato a lungo  per le strade della mia città fino al tramonto, quando il sole che cala dietro i palazzi lontani si porta via tutti i pensieri della giornata. Camminato per ore prima di rientrare,  per poi provare a contare le nuvole che mi apparivano come creature viventi nel cielo. </p>
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		<title>les nouveaux réalistes: Mario Schiavone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2016 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
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					<description><![CDATA[B come Batman, K come Ken il Guerriero di Mario Schiavone  Oggi, giorni miei: Aversa. Alcuni giorni vado da un bravo orologiaio che di professione aggiusta le lancette che segnano l’ora buona o cattiva nell’anima delle persone. Un giorno, questo bravo dottore dalla testa calva liscia e luccicante come quella del Professor Charles Xavier (Padre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-61768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-300x300.jpg" alt="marius" width="370" height="370" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius.jpg 1000w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>B come Batman, K come Ken il Guerriero</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p> <em>Oggi, giorni miei: Aversa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni giorni vado da un bravo orologiaio che di professione aggiusta le lancette che segnano l’ora buona o cattiva nell’anima delle persone. Un giorno, questo bravo dottore dalla testa calva liscia e luccicante come quella del Professor Charles Xavier (Padre degli X Men), fissandomi con i suoi occhi lucidi e pungenti ben piazzati sul suo volto glabro mi ha guardato a lungo e con aria attenta; prima di farmi una domanda precisa:<br />
C’è un incubo ricorrente che lei fa quando sta male?<br />
Io l’ho guardato negli occhi, prima di muovere altrove lo sguardo. Qualche attimo dopo l’ho immaginato levitare nell’aria, mentre mi sentivo come un allievo mutante della Scuola-Casa Xavier per Giovani Dotati degli X-Men. Solo lasciando le mura dell’edificio X-Men (Graymalkin Ln, Westchester County 1407 North Salem, NY 10560) sono riapprodato con la mente nel suo studio medico per rispondere alla domanda.<br />
Certo, dottore. Anche io faccio incubi, un po’ come tutti… però ora le chiedo scuso, davvero non ricordo l’incubo più frequente.<br />
L’orologiaio non mi ha creduto ed è rimasto di nuovo in silenzio a guardarmi, cercando di leggermi nel pensiero. Io invece avevo la testa altrove, precisamente dalle parti in cui la mia mente ha conservato parte dell’immaginario onirico relativo al mio ultimo incubo notturno. Un vero e proprio film drammatico. In qualità di giovane “ospite” di un manicomio civile, un Joker travestito da medico legale(con quel sorriso marcio largo largo sulla bocca che tagliava la sua faccia colorata) mi leggeva il mio referto medico. Diceva qualcosa come: Il corpo qui presente è spirato in seguito a sopraggiunto infarto.<br />
Poi la sua voce s’interrompeva e risate forti accompagnavano il resto del mio viaggio con il mio corpo che sottoforma di vapore usciva dalla finestra di quella casa di matti quasi volando come uno spirito. Me ne andavo girando per una città che non conoscevo, fino a fermarmi davanti a un piccolo cinema. Lì ridiventavo umano e vestito da spiderman, costume completo ma con piedi scalzi, entravo senza fare il biglietto come unico spettatore di una grande sala cinematografica in cui veniva proiettato il mio funerale.<br />
Le immagini mostravano una bara con dentro la mia salma vestita da boy scout, mentre le grandi mani di Hulk in persona fissavano le viti del coperchio che stava per essere chiuso (si trattava di Joe Fixit, Hulk in versione grigia). Subito dopo ben quattro dei miei super eroi preferiti a trasportarla sulle spalle, durante la processione dalla chiesa al cimitero: L’Uomo Ragno e Flash, nei loro costumi stirati e luminosi, a reggere la parte in cui posavano i miei piedi e Superman e Batman dietro dalla parte delle spalle a portarmi con tanto di mantelli che sventolavano al vento. Poi, quella notte, qualche ingranaggio si rompeva, la proiezione si bloccava ed io mi risvegliavo nel mondo reale tutto sudato, con il cuore che faceva quindicimila chilometri l’ora pulsando come il motore di un’astronave supersonica.<br />
Anche se all’orologiaio-dottore non l’ho mai detto, fin da piccolo ho sempre creduto nell’esistenza dei super eroi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni di ieri l’altro, ormai trascorsi: Agropoli.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ha avuto inizio con la scoperta dell’Uomo Ragno verso i cinque anni, poi c’è stata una virata religiosa con San Francesco a dieci anni (agli scout ci avevano spiegato che parlava agli animali e alle piante e per me uno così non poteva che essere un vero super eroe) e a quindici anni l’amore rinvigorito per i “super eroi” giapponesi, prima con il muscoloso Ken Il Guerriero di Tetsuo Hara e Buronson e in seguito con l’astuto e preciso Jotaro Kujo di Hirohiko Araki.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni di ieri, a me più vicini: Torino</em></p>
<p style="text-align: justify;">Superato il momento del fascino per gli scontri corpo a corpo, i veri turbamenti dell’anima sono arrivati intorno ai venti anni quando ho scoperto un’edizione italiana del Batman di Frank Miller “reinventato” (e tratto dall’edizione usa degli anni ottanta) nell’albo che presentava il ciclo a fumetti il “Ritorno del Cavaliere Oscuro”.<br />
Una storia in cui, come molti sanno, Batman perde tutto e ricomincia da capo la sua lotta personale. Da lì in poi, da quell’albo così speciale, ho preso a immaginare tante volte di incontrare (e parlare) con quel Batman diviso fra il bene e il male; non più capace di ogni gesto, pur di affrontare le ingiustizie di questo mondo, ma di essere un Cavaliere Oscuro pensante e “gettato nella vita” come l’uomo heideggeriano.</p>
<p style="text-align: justify;">Anni fa quando abitavo a Torino, e vivevo un periodo davvero difficile per un comune mortale, nelle mie passeggiate solitarie lungo il fiume Dora, a lungo ho conversato con il Cavaliere Oscuro-Filosofico intrattenendo con lui amabili (e poco amabili ) discorsi sull’importanza di non sentirsi soli al mondo quando non si ha una famiglia alle spalle.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni intermedi dopo Agropoli, Torino e Berlino: quartiere di Tor Pignattara, Roma.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per qualche anno,vivendo a Roma nel quartiere Tor Pignattara, ho fatto incontri miracolosi e osservato da vicino super eroi metropolitani capaci di compiere gesti divini.<br />
In una calda sera primaverile, verso l’ora del tramonto molto cara ai super eroi che si preparano per l’uscita notturna, ho conosciuto la doppia vita di Aurelio (così si faceva chiamare) il super eroe di origini indiane che aveva sei dita per mano. Di giorno usava le sue dita in più per riempire a gran velocità i sacchetti di frutta che le casalinghe, con tanta fretta e poco garbo, gli chiedevano nel negozio in cui lavorava. Di notte, quando indossava il suo costume, lavorava in una officina meccanica in cui assemblava motori rombanti da montare su bolidi dai colori sgargianti. Ero venuto a conoscenza della doppia vita di Aurelio in una lavanderia a gettoni col pavimento a scacchi e le pareti rosse. In quel luogo magico alcuni suoi assistenti, indiani anche loro, avevano messo a lavare il suo grembiule da fruttivendolo, la sua tuta da meccanico e dei guanti speciali che mostravano sei dita per mano. Considerati i miei orari di lavoro (sveglia alle cinque del mattino e rientro all’ora del tramonto) non era stato difficile osservare Aurelio e scoprire il divenire della sua vita segreta in orari insoliti.<br />
Un giorno si era presentato di persona in lavanderia, a ritirare i suoi abiti asciutti e a controllare le condizioni di alcune giacche da poco stirate.<br />
Io avevo guardato le lavatrici, per finta, cercando di spiare lui per davvero.<br />
Dopo una sua strizzata d’occhio furtiva, imbarazzato, avevo detto qualcosa come:<br />
-Ma quanti lavori fai tu, che ogni volta lavi tutti questi abiti?</p>
<p style="text-align: justify;">Lui mi aveva guardato senza dire niente. Si era avvicinato per rispondermi a bassa voce:<br />
-Io come fratellino di quello che vola come pipistrello. Fare tanti lavori per aiutare famiglia mia molto grande.<br />
-Fratellino di Dracula?<br />
-Scemo che sei. Dracula è cattivo. Io come fratellino di Batman, quello che si chiama Robertino.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni senza tempo, perché lunghi e pericolosi: Agropoli.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Squilla il cellulare in piena notte.<br />
-Pronto.<br />
-Pronto, ma sei tu? Vieni subito in ospedale.<br />
-Ma chi sei?<br />
-Sono Giusy, la mamma del tuo amico forzuto.<br />
-Scusami Giusy, che succede?<br />
&#8211; Il tuo Capitan America ha avuto un serio problema all’intestino, a causa di un incidente sul lavoro. Vieni, corri subito in ospedale. Ti aspettiamo al pronto soccorso.<br />
Quando arrivo all’ospedale il mio Capitan America è a letto in una stanza singola riservata solo a lui. In attesa, mi spiegano i suoi familiari, di un intervento d’urgenza allo stomaco.<br />
Saluto la madre Giusy e il fratello Fabio, poi mi avvicino e prendo la mano destra di Capitan America per stringerla nella mia. Mi viene quasi da piangere a vedere il mio amico, dopo anni di palestra e doppia vita segreta, ricoverato in un letto d’ospedale. Lui0 mi fa segno di avvicinarmi, poso l’orecchio dalle parti della sua bocca e con un filo di voce mi dice:<br />
-Non dire mai a nessuno il tuo segreto. Siamo tutti speciali, ma nessuno capirebbe. Se campo stavolta mollo lo scudo e continuo solo a fare le pizze.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni colmi di un tempo fatto di scoperta: 10 Maggio 2008, Ginevra.</em></p>
<p style="text-align: justify;">-Stiamo per dimetterla. Vedrà che si troverà bene fra la gente comune. Non dovrà fare altro che pensare a quanto è speciale e fortunato. Non diverso, se lo ricordi bene.<br />
-Dottore è sicuro di quanto sta dicendo?<br />
-Il nostro gruppo di lavoro ha avuto l’onore di incontrarla e aiutarla in un momento molto difficile. Crediamo di aver fatto un ottimo lavoro con lei. Ora può tornare lì fuori, e combattere ogni giorno. Solo una cosa ancora.<br />
-Mi dica. Che c’è?<br />
-Mantenga il segreto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tempo che vola via veloce: qui e ora; Aversa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, dopo tutti i super eroi amati da piccolo, dopo quelli incontrati intorno ai vent’anni e dopo l’incidente del 2008 a Berlino, con conseguente ricovero a Ginevra, davvero non posso svelarvi il mio segreto. Negli anni, per custodirlo gelosamente, ho cambiato più volte casa e città. Gettato via mantelli; e zainetti pieni di invenzioni speciali. Ho provato a rinnegare – per difendermi e non avere problemi di privacy- i contatti con ogni super eroe incontrato. Da quelli fatti di carta (americani o giapponesi) a quelli di carne e nervi (i veri super eroi che operano dalle mie parti). Ho dovuto seguire terapie riabilitative in Italia e all’estero. Ho incontrato medici che fino all’ultimo mi hanno dato per inguaribile. Solo negli ultimi tempi è pervenuta la diagnosi definitiva. Non è grave: stabilisce che io ho un super potere.</p>
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		<title>Gramsci in liquidazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2014 14:18:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[antonio gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[beppe grillo]]></category>
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		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[libertà d'informazione]]></category>
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		<category><![CDATA[stefania scateni]]></category>
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					<description><![CDATA[(insieme al sottoscritto) di Mario Schiavone #iostoconlunita: Come da comunicato del CDR dell’Unità, prossimamente l’intero gruppo operativo del giornale avrà un incontro con i liquidatori della testata. Da piccolo, e per anni, qui nella mia terra non c’era molto da fare, se eri un bambino un po’ troppo sveglio e con tanta vitalità dentro. Per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(insieme al sottoscritto)<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/l_unita.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/l_unita.jpg" alt="l_unita" width="196" height="250" class="alignleft size-full wp-image-48335" /></a></p>
<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><em>#iostoconlunita: Come da comunicato del CDR dell’Unità, prossimamente l’intero gruppo operativo del giornale avrà un incontro con i liquidatori della testata.</em></p>
<p>Da piccolo, e per anni, qui nella mia terra non c’era molto da fare, se eri un bambino un po’ troppo sveglio e con tanta vitalità dentro. Per tenermi a bada, i miei genitori quando non mi compravano giocattoli mi regalavano dei libri. Storie da leggere con cui distrarmi e sfogare quel mio essere un bambino frenetico e con i nervi spesso in tensione. Oggi, che non leggo solo libri e non sono più un bambino, scrivendo storie accade più o meno la stessa cosa: sto meglio, mi sento più vivo e meno arrabbiato con il mondo.<span id="more-48331"></span></p>
<p>Stamattina mi sono svegliato, ho sciacquato il viso. Sbrigate le faccende mattutine, sono andato in edicola ho chiesto <em>l’Unità</em>. Dopo aver pagato l’edicolante, ho cercato una panchina per sedermi. Non l’ho trovata. Così sono andato nella libreria che frequento di solito e lì rubando una sedia e un tavolino al libraio ho prima sfogliato il giornale per osservare ogni titolo, poi l’ho cominciato a leggere per davvero. I comunicati del CDR del<em>l’Unità</em> parlano chiaro:  la società a cui fa capo il quotidiano è in liquidazione, giornalisti e tipografi sono in stato di agitazione. </p>
<p>Un comico di ieri e rappresentante politico di oggi, qualche giorno fa ha festeggiato la cosa gridando a squarciagola un augurio di cattivo gusto. Io non gli rispondo. Non gli rispondo perché quelli che urlano come lui, per ragioni di problemi alla mia membrana dell’udito, diventano voci distorte che non riconosco. </p>
<p>Ho cominciato a scrivere verso i 17 anni per un giornalino di paese. Qualche anno dopo per un quotidiano della provincia di Caserta, poi per un quotidiano della provincia di Salerno. Da poco più di un anno, sono autore per il web come blogger per <em>Terra Nera, Mare Blu</em> uno spazio del portale <em>ComUnità</em> de <em>l’Unità</em>. </p>
<p>Oggi ho 31 anni e scrivere è ancora una cosa che mi rende felice. Per me scrivere significa dare spazio alla rabbia nei confronti del mondo, uno stato emozionale che tutti portiamo dentro e che ognuno impara a gestire in qualche modo. Io non so gestirla, non l’ho mai saputo fare fin da piccolo. Però da quando scrivo ho scoperto che concentrarmi nel gesto della scrittura è terapeutico, perché mi aiuta a tenere bada mostri interiori che, lasciati liberi, non mi permetterebbero di avere quella che molti chiamano &#8220;vita normale”. Quando scrivo faccio a pugni con le mie paure, e seppure in questo lottare non perdo né vinco, quando indosso i guantoni (ovvero quando mi metto a scrivere), veicolo energie che non posso contenere con una semplice camminata o leggendo un libro.</p>
<p>Se ho questo privilegio, se posso destinare le mie energie firmando articoli e racconti per il giornale fondato da Antonio Gramsci, devo soltanto ringraziare la redazione de <em>l’Unità</em> che mi ha permesso di farlo in piena libertà e autonomia; talvolta insegnandomi come usare questo o quel lemma, come tagliare un passaggio forzato, o come accorciare una storia troppo lunga.<br />
Le persone che mi hanno dedicato più tempo e passione si chiamano Daniela Amenta e Stefania Scateni. Si sono impegnate a capire che direzione prende certe volta la mia scrittura e a migliorarla, dandomi in fin dei conti l&#8217;opportunità di imparare un mestiere &#8211; non quello del giornalista, ma semplicemente quello di chi scrive: il che vuol dire che quel giornale ha un’anima, dei volti singoli che ci lavorano per trasmettere ai lettori un’idea di informazione nata da esigenze umane legate al sapere e al vedere il mondo in un certo modo (forse non il migliore, ma uno dei modi possibili)<br />
Daniela e Stefania, come altri de <em>l’Unità</em> con cui ho parlato o con cui ho scambiato mail, non le ho mai conosciute; eppure non sono solo voci che stanno dall’altro capo di un telefono ma persone che da tempo ormai –senza orari precisi, senza certezza di stipendio- sono in trincea per lottare affinché quel giornale continui a vivere e garantire l’esistenza di un luogo d’incontro e di dibattito, di uno spazio libero e aperto alla cultura intesa in modo così ampio e inclusivo da essere aperto anche al sottoscritto. </p>
<p>Come scrittore esisto (anche) perché esistono i giornali di carta e le loro espansioni web chiamate blog. La mia libertà come autore ha luogo  spazio e vita perché ci sono dei tipografi (e informatici) che prendono uno stipendio per fare un giornale. Far morire una testata giornalistica significa questo: aprire un buco nero e gettarvi dentro tutto quello che i giornalisti (testimoni della realtà, quando sono bravi) raccontano. Dopo i giornalisti, nella voragine del buco nero cadono tutti gli altri, tutti quelli che cercano di raccontare le loro storie, me compreso. Per questo mi auguro che quello spazio di carta aperto da Antonio Gramsci continui a vivere. Come mi auguro di poter ancora scrivere qualche pagina con cui tenere compagnia a chi, come me da piccolo, per scelta o destino ha avuto solo storie da leggere con cui addomesticare la rabbia che gli nasce dentro. </p>
<p><em>l&#8217;immagine raffigura il primo numero de L&#8217;Unità</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il lavoro, il carcere, la Coca-Cola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2013 07:18:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carceri]]></category>
		<category><![CDATA[fabio dito]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[ospedali psichiatrici giudiziari]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[stopopg]]></category>
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					<description><![CDATA[di Dr.Fabio Dito (Stopopg Campania) e Mario Schiavone Un’ora di lavoro fra alcune mura delle carceri italiane frutta un compenso: vale meno del costo di due bottigline di cocacola pet da mezzo litro. Giovanni lavora da parecchi anni negli istituti penitenziari. Per non perdere traccia di quel che fa, scrive alcuni appunti: annota su foglietti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dr.Fabio Dito</strong> (<a href="http://www.stopopg.it/">Stopopg Campania</a>) e <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg" alt="9684" width="380" height="300" class="alignnone size-full wp-image-46811" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg 380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684-300x236.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></a></p>
<p><em>Un’ora di lavoro fra alcune mura delle carceri italiane frutta un compenso: vale meno del costo di due bottigline di cocacola pet da mezzo litro.</em></p>
<p>  Giovanni lavora da parecchi anni negli istituti penitenziari. Per non perdere traccia di quel che fa, scrive alcuni appunti: annota su foglietti ciò che lo colpisce di più.  Quei piccoli appunti lo portano ad osservare da vicino quanto accade oggi all’interno delle Carceri e degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. La contraddizione è così forte che gli viene in mente Freud.<span id="more-46810"></span><br />
  Un grandissimo Studioso che, come molti sapranno, ha praticamente spiegato che una persona fa le cose e poi dice che non le ha fatte. In seguito, non solo dice che non le ha fatte ma le rimuove e le colloca nell’inconscio.<br />
Giovanni sa bene che L’art. 20 della legge 354/75 “sostiene” che devono essere favorite in ogni modo le attività lavorative all’interno delle strutture carcerarie e degli Opg. Immagina nella sua testa un’indicazione chiara: molti detenuti lavorano e quando qualcuno fra i detenuti non possiede capacità tecniche può essere ammesso a un tirocinio remunerato. In cambio di una somma equa e giusta, ovvero – come previsto dalla norma- una paga oraria non inferiore ai due terzi di quanto previsto dai Contratti Collettivi Nazionali. Tutto torna?<br />
“Non tornano i conti” pensa Giovanni. – nel caos carcerario italiano i conti non danno mai risposte. Anzi, pensa Giovanni dentro di sé: “Mi faccio ancora più domande”.<br />
 La prima che uno come lui si pone è:<br />
“Se guardo il cedolino paga di un detenuto noto che la retribuzione oraria è ben al di sotto di quanto realmente dovrebbe percepire un detenuto. A quanto ammonta la sua paga? Un’ora di lavoro in carcere, (tra contributi a carico del lavoratore, quota di mantenimento e paga fissa e vincolata) vale meno del costo di un litro di cocacola: questa notizia,  retorica pubblicitaria a parte, seconda Giovanni andrebbe condivisa con tutti.<br />
 Eppure Giovanni pensa. Sa bene che pochi sanno che dal 1994 non vengono aggiornate le paghe orarie del lavoro svolto in carcere. Per rendere ancora più angosciante il fenomeno, aggiunge Giovanni, bisogna sapere che intorno alla posizione lavorativa di un recluso si cerca di far ruotare il maggior numero possibile di detenuti: una sorta di job-sharing.  Neanche Ken Loach, nel bellissimo film “In questo mondo libero” del 2007, aveva osato immaginare e narrare un sistema lavorativo tanto labile rispetto alle logiche sindacali di un tempo e alle promesse di recupero.<br />
Un giorno Giovanni, nella sua agenda, appunta un altro esempio. Quello che gli viene in mente è immediato e semplice:  c’è la crisi, non ci sono soldi e molti PRAP ribadiscono la necessità di sospendere l’erogazione dei sussidi di sostegno al reddito a favore dei detenuti e degli internati.<br />
Non siate malpensanti, direbbe Giovanni se dovesse raccontare dal vivo questa storia a degli amici.<br />
 Il malpensante è proprio lui, Giovanni. Perché nelle condizioni fin qui descritte, gli operatori che lavorano negli istituti penitenziari sanno che l’utilizzo di quei di quei pochi soldi destinati al lavoro in carcere diventano per alcuni una forma di welfare penitenziario.<br />
Questo significa che chi è solo (o non sa a chi chiedere un aiuto economico per acquistare il sopravitto) rimane con le mani “legate” cercando di sopravvivere.<br />
Spesso, quando legge i documenti del suo lavoro, immagina le domande dei tanti detenuti che ha incontrato in questi anni. Immagina ognuno di quei detenuti, alle prese con la sopravvivenza, chiedersi: Ma quanto “costa” la mia presenza in carcere? Non basta un sistema di correzione inclusivo a correggere i miei sbagli “sociali”, devo anche subire certe imposizioni?<br />
Talvolta gli sbagli sociali possono essere classificati e paragonati alle colpe mosse da un tribunale kafkiano: cittadini extracomunitari che hanno lavorato molti anni in Italia, con un regolare permesso di soggiorno, dopo aver perso il lavoro, in seguito alla legge studiata dai “gladiatori” dell’arena  politica italiana sopra citati, non hanno più niente… SOLO TANTE COLPE, SENZA SAPERE CHI O COSA LI ACCUSA.<br />
Finiscono così, quegli individui, relegati nel sistema carcerario in attesa di soluzioni alternative che a oggi nessuna forza politica contemporanea attiva in questo paese ha preso in carico con proposte legislative utili e urgenti.<br />
 E se neanche il carcere, così affollato, offre al detenuto una vita quotidiana decente perché un detenuto dovrebbe vivere o sopravvivere alla propria condizione in modo umano e diligente?<br />
 Dopo questa ulteriore domanda, Giovanni pensa di fare un salto in rete. Curiosa per i blog che trattano il tema degli assegni di disoccupazione. Con stupore legge commenti e lamentele sostenute da un pensiero unico e qualunquista: “ non ci sono soldi, piove governo ladro, perché pagare ai detenuti l’indennità di disoccupazione?”.<br />
Avverte Giovanni, osservando quei commenti in rete, un certo rammarico per l’indennità di disoccupazione erogata a chi ha svolto attività lavorative che temporalmente sono superiori alle 57 settimane lavorative negli ultimi due anni…<br />
Come dire: se sei detenuto oggi, perché ti spetta l’indennità di disoccupazione “solo” perché fuori dal carcere hai maturato il diritto a un supporto economico statale? Una Controdomanda per i tanti blogger anonimi dalla mano veloce e dalla mente lenta a comprendere Giovanni cel’ha: Chi ora si trova nella condizione di detenuto, perché poco prima della reclusione ha perso il lavoro, non merita comunque trattamento e dignità pari a un disoccupato non recluso? Anche perché con quello che ti passano in carcere si sopravvive, quando va bene.<br />
Oggi questo. E ieri? Giovanni fa un passo indietro, come in un gioco antico in cui bisogna saltellare usando un sol piede. Questo gesto gli ricorda il gioco della campana, disegnato col gesso bianco assieme ad altri bambini sulle strade di un Paese che non è più quello di un tempo.</p>
<p> In tutti questi anni, Giovanni ne è sempre più convinto, abbiamo assistito alla verticale diminuzione del budget economico destinato al lavoro svolto dai detenuti, a fronte di un’impennata del numero di reclusi.<br />
 La conclusione inquietante a cui pensa Giovanni è: Questo fenomeno ha determinato un aumento del lavoro all’interno degli spazi di reclusione, soprattutto per quei servizi irrinunciabili quali vitto, portavitto, pulizie. Di conseguenza, ai detenuti e agli internati -fortunati secondo alcuni perché lavorano- si chiede e si autorizza anche lo svolgimento giornaliero di alcune mansioni in qualità di volontario.<br />
Giovanni a stare fermo con la mente, a smettere di pensare, proprio non ce la fa: una domanda viene di ancora in mente, prima di raggiungere la base del gioco della campana: col suo discorso e le sue domande ha lanciato il sasso per indicare un obiettivo da raggiungere e poi – saltellando su quel piede- ha scoperto che il riquadro finale non era il punto di vittoria del gioco. Anzi, una zona capace di creare un forte dubbio: esistono le regole per arrivare alla casa-base? Se un internato viene ritenuto come persona incapace di intendere e volere perché “volontariamente” può-deve decidere di svolgere attività lavorative non retribuite?<br />
Pensa molto Giovanni, ma non sa rispondersi. Decide di così di osservare il problema lavoro negli OPG considerando in primo luogo la provenienza geografica degli internati. Anche in quel caso le cose non vanno bene.  Incontra una sorta di federalismo terapeutico. Un sistema, questo, carico di storture per niente utile quando bisogna ri-definire tutte le manifestazioni regionali del concetto di salute mentale.<br />
 Questo perché  nello stesso OPG le diverse Regioni italiane titolari dei progetti di dimissione degli internati con tanto di iscrizione anagrafica nel territorio di loro competenza prevedano percorsi differenti tra loro. Un internato sa che i suoi compagni di cella forse usciranno in maniera differente da lui.<br />
Alcune regioni prendono anche in considerazione attività di Borse Formazione Lavoro finalizzate all’orientamento lavorativo. E in alcuni casi, purtroppo pochi, al reinserimento lavorativo. Questo si verifica nella piena assenza di reali progetti di sviluppo di posizioni lavorative all’interno degli istituti penitenziari.  Ipotesi possibile: Alcuni internati potrebbero iniziare a lavorare già all’interno degli OPG. Quindi facendo uno sforzo di fantasia costruttiva, si dice Giovanni, se si tiene conto che bisogna prima sanare l’imbarazzante questione del lavoro svolto in regime di “volontariato” magari da affrontare con un fantasioso protocollo d’intesa, potrebbe concretarsi il rischio che a parità di prestazione lavorativa resa, la “retribuzione” percepita da un recluso sarà visibilmente differente perché i “datori di lavoro” sono due: quello penitenziario e quello sanitario. Accade qualcosa di simile nei cantieri navali di Monfalcone.<br />
Potrebbe accadere ancora in altri luoghi di reclusione.</p>
<p>In tanti anni di operato, a Giovanni è anche capitato, di incontrare in un OPG un internato che svolgeva una Borsa Formazione Lavoro sostenuta economicamente direttamente dalla famiglia di origine. </p>
<p>Adesso è tardi, lo sa bene Giovanni. Avvilito conclude così il suo discorso mentale: in assenza di circolazione di denaro dentro le carceri, questa quotidiana “lotta di classe” connotata anche etnicamente, avviene per il possesso e lo scambio di sigarette, bicchieri di coca-cola o aranciata e bustine di nescafé solubile. A lui pare davvero che il processo di discriminazione negativa, descritto da R. Castel, sia sempre in agguato, dentro e fuori dal carcere.  Giovanni è stanco di tutto questo. Ha deciso di pensare alla sua esperienza, di parlarne. Forse comincia a credere che per contrastare la crudele illusione del lavoro all’interno del sistema carcerario (e psichiatrico-giudiziario) non basta più domandarsi se ricorrono almeno le condizioni previste dal comma 2 dell’art. 16 della legge 300/70.<br />
“Come vedete, direbbe Giovanni a una sua platea di ascoltatori (cittadini comuni, colleghi sani, giornalisti, scrittori e legislatori di un tempo) a conti fatti, le leggi da osservare ci sono. I problemi da sollevare anche. Mancano le soluzioni propositive da attuare, subito. Arriveranno?”<br />
Giovanni se lo chiede, ancora oggi. Intanto continua a tenere appunti su foglietti e nella mente. </p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>A casa della zia pazza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/09/22/a-casa-della-zia-pazza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Sep 2012 09:15:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[casal di principe]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mario Schiavone Qualche giorno fa sono andato a trovare mia zia Silvana. Ho preso l’autobus T51 e sono sceso alla fine di via Aversa, quasi al confine fra Casal di Principe e Villa Literno. La piccola casa appartenuta ai miei nonni è stata data a mia zia, solo perché lei sta poco bene in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/22/a-casa-della-zia-pazza/maccheroni-6/" rel="attachment wp-att-43597"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/maccheroni5.jpg" alt="" title="maccheroni" width="231" height="180" class="alignleft size-full wp-image-43597" /></a></p>
<p>Qualche giorno fa sono andato a trovare mia zia Silvana.<br />
Ho preso l’autobus T51 e sono sceso alla fine di via Aversa, quasi al confine fra Casal di Principe e Villa Literno. La piccola casa appartenuta ai miei nonni è stata data a mia zia, solo perché lei sta poco bene in salute. Avevano fatto un patto mio padre, primo fra i figli, e i suoi fratelli minori.<span id="more-43591"></span> Un accordo che da anni veniva rispettato senza che nessuno degli altri fratelli, i miei zii e le mie zie, avanzassero pretese. Così zia e il suo compagno, dopo la morte dei miei nonni, sono andati a vivere nella casa in cui ho trascorso gran parte della mia infanzia.<br />
Purtroppo la zia non ha cura della casa: la sua abitazione appare come un’isola in mezzo alla città. Le mura di un rosa spento si alzano davanti ad un cortile circondato da siepi mai curate e da alberi mai potati. Al centro del cortile un grande albero di noci da cui cadono ciclicamente i frutti che nessuno raccoglie da diverse stagioni. Ho aperto con una spinta leggera il cancelletto senza serratura e sono entrato camminando a piccoli passi sul tappeto di noci che c’è davanti casa.<br />
 Raggiunto l’uscio di casa non ho bussato subito alla porta, ma ho fatto un giro nella parte posteriore dell’abitazione, per potermi avvicinare al forno in cui i miei nonni facevano il pane che vendevano o regalavano ai vicini.<br />
 Guardo la bocca del forno, è coperta da un coperchio di latta ricavato da un bidone d’olio svuotato e abbandonato in una parte del cortile. Le pareti che ricordavo essere di un bianco sporco, ormai sono nere di fuliggine. In un angolo vicino alla legna marcia c’era il vecchio stringitoio per l’uva con il perno centrale senza grasso e striato di ruggine perché fermo da troppo tempo. Ogni cosa pare immobile, senza vita, come svuotata dall’interno. Geometricamente fedele a un quadro che non ho dipinto io, una sorta d’immagine bidimensionale. Più mi avvicino all’uscio di casa e più mi pare di essere entrato in un libro pop up di cartone: sfogliando le pagine di quel tipo di libro per bambini vedi gli oggetti in apparenza capaci di muoversi con una leggera vibrazione della mano, ma allo stesso tempo legati e incastrati nella loro dimensione statica.<br />
 Abbandonato il retro della casa, sono tornato davanti alla porta e ho bussato il campanello per due volte, senza sentire alcun suono. Ho bussato con insistenza battendo le nocche di indice e medio sulla porta.<br />
“Chi è ?” ha domandato una voce che non ho riconosciuto subito.<br />
“Sono Mario, c’è zia ?”. Ho risposto io.</p>
<p>Poi, dopo un macchinoso rumore di serratura, la porta si è aperta e di fronte a me è apparsa zia con i capelli secchi spessi e lunghi come tralci di vite morti al sole.<br />
Sulle spalle un piumino nero, sgualcito, per coprire la maglia di una tuta verde. I pantaloni con le toppe sulle ginocchia e tirati sopra le caviglie.<br />
 Ai piedi porta delle scarpe da ginnastica senza lacci. In una mano un fico secco ricoperto di cioccolato. Mentre lo mastica, le guardo i denti scuri, che fanno apparire color fango l’intera bocca.<br />
“Sei proprio tu, Mario?”<br />
Non sapendo che cosa dire ho annuito con la testa.<br />
“Vieni, entra. Mettiamoci vicino al fuoco del camino ora che c’è ancora della legna.”<br />
Ha detto mia zia.</p>
<p>Sono entrato nel corridoio di mattonelle a scacchi e dopo il terzo o quarto passo ho sentito una voce rauca che diceva:<br />
“Chi è questo seccatore? Chi è che vuole venderci ancora delle pentole!”<br />
“Pino non gridare che Mario si mette paura. Non lo avevo neanche riconosciuto. Ti ricordi di mio nipote?”<br />
Ha detto la zia al compagno. Lui non ha perso tempo in saluti e ha cominciato a gridare.<br />
“Hai della pasta Mario? Siamo pieni di pentole. Siamo pieni di cucchiai. Ci serve della pasta. Mangio pane secco e pomodori da giorni, voglio la pasta, capito?”<br />
Dice ancora Pino in tono lagnoso. La sua voce attraversa il corridoio e arriva fino alle mie orecchie come se venisse da un altro mondo.<br />
Camminiamo lungo il corridoio a elle e quando arriviamo nel soggiorno vedo un uomo seduto vicino al camino. Da un mobile della cucina la tv muta passa delle immagini di gente che batte le mani mentre due ballerini si muovono su un palco. Vicino al televisore decine e decine di vhs con i titoli scritti a penna: E-tim, Magnum Piai, Meggaiver.<br />
 Sono alcuni dei titoli che leggo posando gli occhi velocemente su alcune vhs prima di girarmi a guardare il marito di mia zia. </p>
<p>Ha i capelli brizzolati, la carnagione scura e guardandolo in faccia noto che le sue pupille si muovono libere e senza controllo, quasi come gli occhi di un camaleonte. Un occhio si muove verso destra, l’altro accenna un tremore verso sinistra. La palpebra destra si alza, la sinistra si abbassa. La testa chinata da un lato all’inizio, poi dall’altro. Tesa come quella di un pupazzo appena zia dice qualcosa. Il compagno di mia zia non vede, ma io l’ho appena scoperto.</p>
<p> Mia zia mi allunga una sedia e prima di sedermi mi guardo attorno, noto che tutta la casa è composta da pezzi che appartengono ad altre case, altre vite. I mobili appaiono disordinati e parte di un insieme poco decoroso, come denti cariati incastrati fra loro. Una credenza grigia al centro di due armadi: uno nero grafite, l’altro giallo banana.<br />
“Mario, ma come stai?” Mi domanda mia zia.<br />
“Sto bene. Grazie. Voi come state?”<br />
“Come stiamo, eh…come stiamo. Stiamo come due che mangiano poco. Hai della pasta con te?Eh? Hai della pasta?”<br />
Mentre zia parla osservo Pino. L’ho sempre chiamato per nome senza aggiungere le tre lettere di rispetto parentale. Fin da piccolo ho atteso che si unissero in un matrimonio che non è mai avvenuto, ora che sono un po’ cresciuto lo vedo lamentarsi mentre gira la testa a destra e a sinistra come una gallina stordita dall’acqua piovana.<br />
“Pino stai zitto adesso, comportati bene. Oggi è venuto a trovarci mio nipote, comportati bene almeno oggi.”<br />
Ha detto la zia a Pino. Poi si è leccata l’indice e il pollice ancora macchiati di cioccolato. In fine mi ha guardato facendomi un sorriso e poco dopo si è rimessa a fissare il vuoto.  I minuti passavano, Pino muoveva la testa a scatti e zia non diceva niente.<br />
“E tu come stai zia, adesso? Le senti ancora quelle voci che si parlano fra loro?”<br />
Ho domandato a zia.<br />
“Le sento, ogni tanto. Meno rispetto a prima. Adesso va meglio, mi faccio un’iniezione di Haldol una volta al mese. Solo cinque milligrammi iniettabili intramuscolari e tutto passa. La testa mi aiuta di più e s’inceppa di meno.”<br />
Ha spiegato zia sorridendo e gesticolando.</p>
<p>“E’ pazza tua zia, è pazza. Parla sempre male di me a tutti quelli che vengono a trovarci.”<br />
Dice Pino.<br />
Io lo guardo senza replicare, perché dopo due tentativi di dir qualcosa la bocca si è fatta secca.<br />
“Invece di piantare il grano. Con il grano puoi fare la farina e con la farina puoi fare la pasta. E la pasta si mangia ogni giorno a tavola, non come fa lei che nasconde la pasta pur di non cucinarmi.”<br />
Grida di nuovo Pino, prima di tirarsi sulla testa lo scialle che gli copre appena le ginocchia.</p>
<p>“Il fatto è che viviamo con pochi soldi. La mia pensione, da invalida mentale al settanta per cento, è di appena cinquecento mila lire al mese. Lui prende più di me, perché ha questo grave disturbo agli occhi che gli fa vedere solo delle ombre. Ma sua madre, di quei soldi, mi lascia pochissimo.”<br />
Mi spiega zia a bassa voce.<br />
“E cosa fa con i soldi della sua pensione?”.<br />
Domando io abbassando ancor di più la voce.</p>
<p>“ Nasconde quei soldi perché dice che vuole conservare il denaro per comprare due occhi nuovi al figlio, farlo operare.  Non crede ai medici che le dicono la verità: Pino sta perdendo la vista e non si può fare più niente. Non si rende conto del fatto che forse prima degli occhi servirebbe al figlio una testa nuova.”</p>
<p>“Che fate? Che dite? Voi due mi nascondete la pasta. Andate a piantare il grano e con la vostra farina vi preparate la vostra pasta. Perché rubate la mia pasta, basta rubare. Andate via!”. Grida a gran voce Pino prima di mettersi a piangere.<br />
Mia zia si scusa con me, e dopo essersi alzata velocemente si avvicina a Pino e stringendogli la testa fra le palme delle mani piega il busto verso di lui e guardandolo fisso negli occhi gli dice:<br />
“Pino non piangere, non devi piangere. Pino non puoi piangere. Pino se piangi ti tappo il naso e le orecchie e ti getto in pasto ai maiali, Pino devi smetterla…hai capito basta, basta, basta.”<br />
Grida zia Silvana. Ora ha una voce quasi da indemoniata.  Sento freddo al petto. Non so cosa dire, non so da che parte stare quando zia si gira e fissandomi, di nuovo con voce dolce, dice:<br />
“La volete un po’ di acqua e zucchero? Adesso berremo tutti acqua e zucchero per sentirci meglio… meglio… meglio.”</p>
<p>“Tua zia non sta bene! È pericolosa.”<br />
Grida Pino a gran voce mentre io mi domando chi dei due fra lui e lei sia più pericoloso.</p>
<p>“Vado a prendere l’acqua con lo zucchero.”<br />
 Dice la zia con un tono di voce allegro.</p>
<p>Mentre lei cammina verso la cucina, non appena è nel corridoio, Pino si abbassa in avanti con la testa e portando una mano sul taglio della bocca, quasi a estrarre una a una le parole che sta per pronunciare, dice:<br />
“Di notte vengono degli uomini a trovarla. Ballano e cantano con lei fino a tardi e non mi lasciano mai dormire. Sai come l’ho scoperto? Parcheggiano una cosa che fa molto rumore, tipo un’astronave aliena, nella piazza lì vicino la Chiesa dello Spirito Santo, poi scendono e vengono a bussare vicino alla fines…”<br />
Pino non finisce il suo racconto che zia è già di ritorno con due bicchieri d’acqua nelle mani. Mi guarda sorridente e dice:<br />
“Prendete e bevete, questa è la mia acqua con lo zucchero. Fa bene alla salute!”<br />
Provo a rifiutare, dicendo in tono poco convinto e con la paura nel cuore qualcosa come:<br />
“Grazie zia, ma io…Io ti ringrazio ma…”<br />
“Su… su… non fare i complimenti mio bel nipotino. Bevi questo bicchierone di acqua con lo zucchero e ti farà bene.”<br />
Prendo il bicchiere fra le mani e dico:<br />
“Ne vuoi un po’ zia?”<br />
“Io non posso berla, perché sono diabetica. Neanche Pino potrebbe, ma tanto Pino è ceco e ha già tutti i denti marci”.  Poi ride fino a farsi venire le lacrime agli occhi.<br />
Pino che è rimasto in silenzio fino a quel momento grida:<br />
“I denti i denti i denti…sei tu che hai fatto marcire i miei denti vecchia strega. Che possano portarti via quegli uomini strani, che possano rapirti con la loro astronave e portarti via per sempre.”<br />
La zia smette di ridere e guarda Pino, adesso ha il viso tirato e assume un’espressione da maestra di scuola infuriata, poi dice:<br />
“Pino sta zitto! Quante volte ti ho detto che la notte non devi ascoltare la radio. Quel programma di fantascienza ti fa stare male. Tu non mi vuoi proprio ascoltare, ma io so cosa fare per aggiustarti. Io so cosa fare per calmarti”</p>
<p>Suona la campana del pendolo appeso sopra il televisore. Copre la voce di mia zia e la casa pare entrare in uno stato di apparente quiete.<br />
 Sono le cinque in punto quando mi alzo e dico a zia:<br />
“Devo andare, è tardi. La prossima volta tornerò a trovarvi con della pasta”<br />
 “Dici davvero nipote mio? Ma per favore, non dirlo a nessuno.”<br />
“No zia, rimarrà una questione di famiglia. Tutta tra noi.”<br />
“Voglio anche io la tua pasta”- grida Pino.<br />
 “Ti accompagno alla porta”- dice zia.<br />
Mentre cammino verso l’uscita, proprio all’altezza dell’angolo del corridoio, Pino grida un’ultima volta:<br />
“C’è pasta per tutti a questo mondo, c’è pasta per tutti. Datene un po’ anche a me.”<br />
La zia muove il mento indicandomi la porta, io affretto il passo e non appena sono fuori la zia chiude subito la porta senza dire niente.</p>
<p>Esco dal cortile e vado alla fermata dell’autobus.  Sulla panchina sotto la pensilina della fermata una signora di mezza età mi allunga un giornale dal titolo: “Torre di Guardia”.<br />
Poi dice: “Leggilo, fa bene leggere.”<br />
Senza dire niente guardo la prima pagina e noto la scritta in stampatello che dice: “Aiuterai il tuo prossimo?”<br />
Ingoio tutta la saliva che ho in bocca e respiro forte per mandare via il nodo che ho in gola. Mi giro e vedo la signora del giornale allontanarsi lentamente, come una lumaca che striscia sulla corteccia di un albero ha preso a camminare sul marciapiede facendo piccoli passi sulla crosta di cemento corrosa dalla pioggia.<br />
Guardo di nuovo la copertina del giornale che ho in mano e comincio a piangere.</p>
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		<title>A casa della rana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 07:48:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[nuova letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mario Schiavone Quando andavo da mia nonna paterna mi sentivo come se mi avesse ingoiato una grande balena malata. Non volevo andarci in quella casa che stava in via Caserta, ero costretto a tornarci perché mio padre così voleva. Io accettavo la sua decisione come si accetta il dovere di svolgere una preghiera dopo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
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<p>Quando andavo da mia nonna paterna mi sentivo come se mi avesse ingoiato una grande balena malata. Non volevo andarci in quella casa che stava in via Caserta, ero costretto a tornarci perché mio padre così voleva. Io accettavo la sua decisione come si accetta il dovere di svolgere una preghiera dopo una confessione. Le crepe  sulle pareti  della casa di mia nonna mostravano a me quell&#8217;abitazione con un altro aspetto: me le immaginavo come  ferite di una bestia marina con alle spalle anni e anni di vita. Il colore della vernice era passato dal bianco ad un giallo stantio che mi ricordava la carne dei pesci malati che muoiono arsi sotto il sole d&#8217;estate.La bestia però era ben sorvegliata da occhi ammalati ma sempre vigili: erano gli occhi della vecchia rana.<span id="more-40655"></span> “La nonna ti vuole bene, fai sempre quello che ti dice lei e non lasciarla mai sola, vedrai che lei non ti abbandonerà mai” – diceva mio padre, prima di allontanarsi per andare a trascorrere del tempo al circolo dei cacciatori. Non si sbagliava: la rana, mia nonna, cercava di controllarmi a vista quando trascorrevo le mie ore nel suo regno. Forse temeva che  scoprissi i suoi segreti o che la  derubassi dei suoi tesori. C’era, nella sua stanza da letto, un armadio di legno tenuto chiuso sottochiave. Era pieno di documenti, pietre preziose, denaro e – a volte- alcuni insaccati che la vecchia riceveva in dono dagli allevatori agricoli della zona. L’armadio era facilmente visibile, perché la stanza da letto, come ogni porta interna di cucina, bagno e soggiorno, non aveva alcuna chiave. L&#8217; unica chiave che la vecchia utilizzava era quella con cui chiudeva l&#8217;armadio segreto. Quella chiave era custodita dentro un fagotto di pezza tutto sudato che portava sempre addosso, legato ad una bretella del reggiseno. Dentro tintinnavano i soldi in moneta e  marcivano le banconote che mappava per  nascondere meglio la chiave dell’armadio. Fuori proveniva un odore cattivo che andava via solo quando le sue figlie, e mie ziee, decidevano di aiutarla per i suoi lavaggi corporei.  In quel mobile-forziere finivano per lo più: cibo (la nonna soffriva di diabete e i dolciumi li nascondeva, per poi mangiarli di notte quando nessuno poteva vederla) e  ricevute di cambiali pagate da vicini e parenti. Custodiva quei documenti fino a quando non passava un parente o un amico di famiglia per dirle che ormai erano scaduti. Non leggeva gli importi economici di quei documenti, ma li custodiva gelosamente dando loro una certa importanza forse distinguendoli  dal colore dell’inchiostro o dalla qualità della carta. L’avevo scoperto da come guardava in controluce quelle carte prima di nasconderle nella custodia di plastica che riponeva nell’armadio. Spesso  la vecchia si lamentava, diceva di non potersi affaticare neanche per le pulizie del proprio corpo ma io l’avevo vista alzare con estrema facilità interi prosciutti di maiale che contadini amici di famiglia le mandavano a mezzo ambasciata di figli e nipoti. Apriva quell’armadio in totale solitudine; per poterla osservare ero costretto a nascondermi sotto il lettone della sua camera. Dal mio nascondiglio potevo osservare diverse volte la rana che posava o prendeva soldi, cibo, documenti e altri oggetti che lei reputava preziosi. Fra i molti oggetti che la rana teneva fra quelle mensole di legno puzzolente, vi erano alcuni pezzi che ricordavano la vita di persone morte e altri che parevano annunciarmi la  morte futura di persone ancora in vita. Quell’armadietto puzzava di morte e custodiva gli oggetti di persone ancora in vita.  In uno dei tanti appostamenti vidi della carne fresca da cui gocciolava sangue: come un ventricolo di un cuore metà di quell’armadio perdeva sangue che scendeva lungo le pareti di legno e andava a impregnarle di un odore che avevo sentito solo quando per gioco, nella macelleria del padre di un mio amico, avevo infilato la testa nel secchio degli scarti di carne. La rana era brava a sottrarre quello che desiderava dalle case dei malati terminali con la scusa delle visite di cortesia.  Rubava oggetti dalle piccole dimensioni perché più facili da nascondere nel palmo di una mano. Non sapeva né leggere né scrivere, ma sapeva contare  i soldi ed era in grado di riconoscere i numeri telefonici che componeva sul vecchio telefono a disco ancora marcato sip. “Commare Delia, posso venire a trovare quel vostro parente malato?” domandava al telefono e poi partiva per andare a trovare le sue vittime. La rana era bassa, grassa e dalla pelle viscida e scura. Aveva mani tozze e capaci di avvinghiarsi ad ogni superficie in caso di pericolo: si muoveva a vista fra le case del vicinato ed il mercato rionale, con la sua grande pancia ovale e quel colore scuro della carnagione che le dava un aspetto ancora più animalesco. La nonna-rana si spostava in modo lento e goffo e quando non ce la faceva si fermava all’ombra di un albero o sulle sedie che i vicini lasciavano davanti i portoni delle case in attesa della compagnia degli altri abitanti del quartiere.<br />
Un giorno il postino si era fermato davanti al portone più del solito, perché fra la corrispondenza aveva confuso lettere indirizzate a persone con lo stesso cognome ma residenti presso un numero civico diverso. La rana era apparsa davanti al postino e dopo averlo guardato in faccia aveva gridato ad alta voce “Vattene, tu mi vuoi derubare. Vattene e fammi portare la posta da altri. Se torni ancora qui a via fiume ti cavo gli occhi e li do ai gatti del quartiere”.<br />
L’aveva fatto senza motivo, forse solo perché non gli piaceva la faccia di quell’uomo. Di queste cattiverie legate alle facce delle persone la rana ne combinava tante e nei luoghi più diversi.  Era accaduto che accompagnando uno dei miei cugini da un dentista, dopo ore di attesa, solo guardando in faccia il medico  aveva detto ad alta voce: “Non mi piace la faccia che tiene questo cavadenti, questo a te ti fa morire, nipote mio. Andiamo da un’altra parte”. Così aveva convinto  zia a cambiare il dentista di mio cugino. Quando toccava a lei andare dal dentista, cosa che accadeva di rado, ovvero solo in occasione di ascessi dolorosi che la tenevano sveglia tutta la notte, diceva sempre: “ Dottò pure stavolta mi avete tolto un dente e portato via un pezzo di salute, voi mi farete morire povera a me. Tanti denti nel mio armadio e pochi soldi in tasca”. Poi, con la scusa di raccogliere  il dente estratto, dava le spalle al medico e ne approfittava per  allungare la mano sulla vaschetta dei ferri del dentista e  rubare una piccola pinza o uno scovolino. La vecchia teneva a mente il proprietario di ogni oggetto e  se questo moriva, o se accadeva qualche disgrazia ad un suo familiare, lei si liberava di quell’oggetto per paura che la colpisse il malocchio. L’unico oggetto rubato ad una persona ormai defunta, ma che seconda lei non portava sfortuna, era una zuccheriera che non nascondeva più nell’armadietto. L’aveva rubata a Maria, una mia vicina di casa, nei giorni in cui faceva la chemioterapia.<br />
“Maria mi voleva bene a me, per questo mi tengo la sua zuccheriera in cucina. Penso a lei ogni volta che mi faccio il caffè”- diceva la rana. E se le dicevo: “Nonna ma tu soffri il diabete, non puoi mangiare lo zucchero.”, lei rispondeva: “Maria mi voleva bene a me, questo zucchero non mi può fare male se lo conservo dentro la sua zuccheriera”. Se l’armadio era il cuore pulsante di quella creatura in cui trascorrevo le mie ore, gli occhi erano i due televisori sempre accesi in casa: uno in camera da letto e uno in cucina. La rana, quando era a casa, trascorreva gran parte del suo tempo guardando  quiz-show dei canali nazionali o qualche sconosciuta soap opera passata dalle reti regionali. Odiavo quelle trasmissioni e passavo gran parte del mio tempo leggendo fumetti e romanzi d’avventura. Qualche volta mi toccava rimanere a cena dalla rana; imparai presto a diffidare della qualità del cibo con cui voleva crescermi: la pasta che comprava era di un giallo spento e sui pacchetti in cui era contenuta compariva la scritta: Aiuto cee, genere alimentare non destinato alla vendita. Per cucinare usava due tipi di pentolame: un set che faceva lavare alle sue figlie e che teneva sempre riposto in un mobile che apriva solo nei giorni di festa o in caso di visite di amici e parenti e un set unto e lercio per l’uso quotidiano. In una padella da uso quotidiano, mai sgrassata ma solo pulita in fretta e furia con una leggera passata di spugna umida, cuoceva della carne di suino livida e violacea.  Nemmeno l’acqua che bevevo mi appariva sana: le bottiglie che comprava dall’alimentari di quartiere non le condivideva con me ma le usava solo, come diceva lei giustificandosi “ quando prendo le medicine e quando viene a trovarci qualcuno”.<br />
Le bottiglie vuote si andavano ad accumulare vicino la cassettina che conteneva legna per la stufa, quando non venivano utilizzate per accendere il fuoco venivano riutilizzate come contenitori di acqua di serino che la vecchia rana raccoglieva da una fontana del cortile. Non era tanto il rubinetto(dalla bocca colore verde muschio)  del cortile a preoccuparmi, quanto le voci che giravano in paese sulla qualità dell’acqua delle condutture.  Diversi vicini dicevano che in quella rete idrica  qualcuno scaricava liquami tossici. Le voci andavano e venivano e a seconda dei mesi dell’anno, mentre il prezzo dell’acqua in bottiglia acquistata presso il negozio di generi alimentari del quartiere saliva o scendeva a seconda delle buone o delle cattive voci. Nel frattempo avevo costruito un minidepuratore utilizzando i consigli trovati in una rivista per boy scout che avevo preso in chiesa durante il corso di catechismo. Quando rimanevo da lei per tutto il fine settimana depuravo di notte l’acqua che mia nonna mi faceva imbottigliare di giorno e prima di berla dicevo sempre qualche preghiera. Col tempo cominciarono gli incubi notturni. Nel più brutto che feci vidi la vecchia che raccoglieva animali morti dal ciglio dell’autostrada. Gatti e cani randagi finivano in cucina, scuoiati e fatti a pezzi. La vecchia, dopo aver preparato quei pasti orridi, invitava tutto il quartiere a pranzo. Gli abitanti del quartiere fra grida di festa e versi mi spingevano per farmi sedere proprio a capotavola, poco dopo mi legavano e uno di loro prendeva un cucchiaio per imboccarmi.  Quando tornavo a casa, dopo un pomeriggio trascorso con il mio amico Lampadina e gli  altri,  se c’era un piatto pronto ad aspettarmi fingevo di mangiare con fame mentre la rana era assorta davanti al televisore. Non appena andava a letto, riempivo interi sacchetti con  quel cibo: buste di plastica che parevano delle vere e proprie molotov a base di sughi per la pasta e di poltiglie fatte con carne di maiale. Mi sbarazzavo di quelle bombe “alimentari” solo quando andavo a gettare la spazzatura in piena notte. Stavo bene attento a chiudere il secchio, in modo da impedire che cani e gatti randagi si nutrissero di quegli scarti. Una notte, a causa della fretta, dimenticai di chiudere il coperchio del secchio di quartiere. Il gatto della vicina, Nerino, riuscì a intrufolarsi nel secchione. Lo vidi uscire dal secchio con un lembo di carne marcia che gli pendeva dalla bocca tremolante come la coda di una lucertola appena presa. Il fine settimana successivo  Nerino venne a morire nel forno in cui la rana faceva  il pane con le mie zie. Lo trovammo raggomitolato su sé stesso, come se stesse dormendo. La vecchia lo sfiorò due volte con la scopa poi lo raccolse con la pala del forno e lo tirò via dal forno come una pagnotta di pane, solo che Nerino era duro e freddo. Il gatto portava legato al  collo un collarino con un campanello. La vecchia rana non ci pensò due volte: chiamò una delle sue figlie per farsi aiutare e tolse dal collo del gatto il collarino. Prima di riporlo nell’armadio si fece il segno della croce, sussurrando parole a bassa voce.   Probabilmente la vecchia rana sbagliò uno dei suoi scongiuri contro il malocchio perchè qualche mese dopo il ritrovamento di Nerino morì d&#8217;infarto, nel sonno, e finì al cimitero di fianco alla tomba del marito, mio nonno.  Quando le figlie delle rana, sorelle di mio padre, si ritrovarono per sistemare gli oggetti della vecchia a momenti si afferravano per i capelli. Tutte e cinque non vedevano l&#8217;ora di aprire l&#8217;armadio della rana nella speranza di trovare chissà quale quantità di denaro nascosta. Finì che trovarono diversi pezzi di carne insaccata e avvolta in stracci e divorata dai vermi, un nido di topi ( avevano fatto il loro ingresso attraverso un buco sul retro dell&#8217;armadietto) e tanti inutili cimeli che aveva rubato in giro: attrezzi del dentista, spugnette colorate, bottoni di grandezza smisurata, il collare di Nerino e altri oggetti di poco valore. In cima alla ricevute delle cambiali c’era la distinta  di un orafo: nel conteggio riportava il pagamento di diversi bracciali, orecchini e altri monili in oro che aveva acquistato dalla rana. Il tesoro della rana era finito nel cassetto di un orafo, i soldi probabilmente spesi prima in dolciumi per rendere quieta l’anima, poi in medicine per curare il sangue. Una delle figlie della rana, mia zia Lina, disse: &#8221; La vecchia ci ha derubate pure da morta&#8221; e le altre zie annuirono con la testa senza dire neanche una parola. </p>
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