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	<title>Massimo Mila &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Limina moralia: Méli Mélo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/12/11/100551/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Dec 2022 14:34:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Francesco Forlani</strong> <br /> Com’è possibile che tra il  XIX e il XX secolo, mentre in tutta Europa  nascevano i grandi classici, in Italia esce solo un romanzo considerato degno di nota, "I promessi sposi" di Manzoni? Si parte da questa affascinante anomalia per ricostruire il complesso rapporto tra letteratura e musica, delineando i contorni d'una invenzione made in Italy: il melodramma.
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										<content:encoded><![CDATA[<h4><em>Da qualche mese sto collaborando con <a href="https://www.liminarivista.it/">Limina Rivista</a>, con delle autotraduzioni dal francese di piccoli assaggi ( essais) letterari pubblicati in oltre vent’anni sulla rivista parigina l’<a href="https://www.latelierduroman.com/index.php/anciens-numeros/13-anciens-numeros/100-l-atelier-du-roman-n-80">Atelier du Roman </a>diretta da Lakis Proguidis. Dopo <a href="https://www.liminarivista.it/comma-22/il-canto-della-formica-la-penultima-verita-di-philip-k-dick/">Philip K Dick,</a> <a href="https://www.liminarivista.it/comma-22/lassicuratore-e-la-vita-kafka-e-fellini-allo-specchio/">Franz Kafka, </a><a href="https://www.liminarivista.it/comma-22/soffrire-al-posto-di-un-altro-la-rivolta-al-reale-di-anna-maria-ortese/">Anna Maria Ortese</a></em>, <a href="https://www.liminarivista.it/comma-22/parfum-de-rosebud-lo-stereoscopio-di-dickens/">Charles Dickens,</a> <a href="https://www.liminarivista.it/comma-22/boris-vian-in-una-canzone-a-french-paradoxe-made-in-italy/">Boris Vian,  </a>qui si parla di melodramma. Buon ascolto!</h4>
<figure id="attachment_100552" aria-describedby="caption-attachment-100552" style="width: 1920px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-100552" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1.jpg" alt="" width="1920" height="942" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-300x147.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-1024x502.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-768x377.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-1536x754.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-150x74.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-696x341.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-1068x524.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-856x420.jpg 856w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-324x160.jpg 324w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/limina-rivista-file-piccolo-vettoriale_page-0001-1920x942-1-533x261.jpg 533w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption id="caption-attachment-100552" class="wp-caption-text">Illustrazione in copertina di Mara Melis @mara_amara</figcaption></figure>
<h4 style="text-align: center;"><strong>Buffoni e cortigiane</strong></h4>
<h4 style="text-align: center;">di</h4>
<h4 style="text-align: center;"><strong>Francesco Forlani</strong></h4>
<p style="text-align: right;">«Mi si dirà che in Italia vanno le genti al teatro,<br />
non per ascoltare, ma per unirsi ne’ palchetti<br />
gli amici più famigliari e cianciare.<br />
E io ne conchiuderò che lo stare ogni dì cinque ore<br />
ascoltando quelle che si chiamano parole<br />
dell’opera italiana, dee necessariamente fare ottuso,<br />
per mancanza di esercizio, l’intelletto d’una nazione»<br />
Anna Luisa Staël-Holstein,<br />
<em>Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni</em></p>
<div class="post-content">
<p style="text-align: right;"><em>«</em>Chi troppo studia pazzo diventa<em>»</em><br />
Risposta a Mme de Staël di anonimo napoletano<br />
Apparsa sul<em> Corriere delle Dame</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono sempre stato affascinato dalle <strong>anomalie</strong> e non tanto tempo fa, discutendo con un amico in un caffè del Canal St. Martin ne ho scovata una, più o meno per caso, che riguardava la storia letteraria del mio paese. Com’è stato possibile che a cavallo del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, mentre in tutta Europa il genere romanzo si diffondeva per strade e strilloni d’Europa, accolto da masse letterate e non del vecchio continente, proprio quando Dumas, Victor Hugo, Balzac, Flaubert, Dickens, Melville scrivono un numero impressionante di capolavori nati classici, in Italia, esce un solo romanzo degno di nota,<em> I promessi sposi </em>del Manzoni, e poi, basta.</p>
<p>Difficile dare delle risposte a una latitanza che è proseguita per buona parte del Novecento a fronte di una tradizione della novella, racconto, che dal Boccaccio in poi ha continuato a sfornare opere e autori di gran classe. Con questi interrogativi tenterò di seguire una pista concentrandomi sul rapporto peraltro complesso tra <strong>letteratura e musica</strong> e più particolarmente <strong>sul ruolo dell’oralità</strong> nell’immenso gioco della letteratura. Questo mi sembra un punto di partenza necessario rispetto a quanto segue. L’universo romanzesco, come si è spesso affermato in tanti contributi pubblicati sull’<em>Atelier du Roman</em>, lo si fa cominciare proprio con il nostro <strong><em>Decameron</em></strong>, opera che incarna più di ogni altra il desiderio di sentire e raccontare delle storie.</p>
<p>Le mie origini napoletane – sono napoletano di Caserta, riprendendo una formula usata da Pasolini a proposito di uno dei suoi <em>ragazzi di vita</em>, che però era di Avellino – mi spingono sempre, per uno strano automatismo che potremmo definire <strong>storicista</strong>, a cercare d’indagare su un fenomeno a partire da un contesto sociopolitico – del resto anche Joyce amava Giambattista Vico – e quando ho allineato su un foglio le date significative del romanzo europeo mi si è aperto, non senza sorprese, <strong>un nuovo mondo</strong>.</p>
<p>Se prendiamo per esempio Flaubert, <em>Madame Bovary</em> (1857), Dickens, <em>David Copperfield</em> (1849), Dostoïevski, <em>Souvenirs de la maison des morts</em> (1861), Balzac, <em>Illusions perdues </em>(1837), Stendhal<em>, La Chartreuse de Parme</em> (1839), Dumas, <em>Monte-Cristo</em> (1844)  si può constatare come in un periodo relativamente breve si sia concentrata un’infilata mostruosa di classici del romanzo. Per ritrovare in quegli stessi anni in Italia qualcosa di simile bisognerà semplicemente cercare altrove il nostro <em><strong>zeitgeist</strong></em>, con buona pace della Madame Romantic cazzimmosa, in un fenomeno nato dalle ceneri della <em>commedia dell’arte</em> e che davvero coinvolse ogni angolo, perfino i più reconditi, del paese con una forza e una novità senza precedenti: <strong>il melodramma</strong>. L’opera, teatro in musica, dramma in musica ed eccoci al punto da cui mi piacerebbe ricominciare.</p>
<p><strong>Innanzitutto, le date</strong>. Durante lo stesso periodo che abbiamo appena considerato a proposito del romanzo, se prendiamo in esame il buon Don Giuseppe ritroviamo: <em>Nabuchodonosor</em> (1842), <em>Hernani</em> (1844), <em>Macbeth</em> (1847), <em>Rigoletto</em> (1851), <em>La Traviata</em> (1853). Molte di queste opere sono trasposizioni di romanzi, ma non ci induce a credere che siano semplici “traduzioni” dell’universo romanzesco in un altro di tipo teatrale e musicale.<br />
La vera questione che vale la pena porsi è invece perché <strong>il melodramma</strong> di fatto sostituisce la forma romanzo, ne raccoglie il <strong>testimone di interprete del proprio tempo</strong> con un impatto sulla sensibilità e la storia politica degli italiani al pari delle opere di Victor Hugo, Dickens, Dumas o Goethe. È forse un caso che proprio negli anni da noi presi in considerazione l’Europa bruciava alla luce dei moti rivoluzionari del ‘48?</p>
<p>Per tornare all’anomalia, in un certo senso farci guidare da essa, anomalie come concetti che però non si pongono come globali, ma per dirla alla Deleuze (<em>Pourparler,</em> 1990), ecceità, eventi, scopriamo che se è vero che in Italia non abbiamo avuto i romanzi che gli altri paesi europei avevano prodotto, molti di quei romanzi erano ambientati in Italia e nella nota formula dei “romanzi d’appendice” venduti a puntate sui <em>feuilletton</em> dell’epoca, e per quanto la stampa italiana non avesse nulla da invidiare a quella dei suoi vicini europei, <strong>di romanzieri italiani non v’è traccia</strong>. La questione della non-popolarità dei romanzieri italiani è stata a lungo al centro di un accanito dibattito tra gli anni Venti e Trenta. Tra le molteplici ragioni invocate per giustificare tale esclusione c’era quella della <strong>lingua</strong>. In effetti l’Italia registrava un primato delle lingue regionali su quella italiana e tale indifferenza italica alla forma romanzo si accompagnava, quasi si giustificava con la freddezza con cui i lettori europei accoglievano la nostra produzione narrativa. È proprio a questo punto che la riflessione di compagno Gramsci interviene con una lucidità e forza senza precedenti.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter is-resized"><img loading="lazy" class="wp-image-15793" src="https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.40.06-682x1080.png" sizes="(max-width: 381px) 100vw, 381px" srcset="https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.40.06-682x1080.png 682w, https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.40.06-190x300.png 190w, https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.40.06-768x1216.png 768w, https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.40.06-379x600.png 379w, https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.40.06.png 858w" alt="melodramma" width="381" height="603" /></figure>
</div>
<p>In realtà, scrive <strong>Gramsci</strong>, la musica ha sostituito nella cultura popolare quell’espressione artistica che in altri paesi è per lo più rappresentata dal romanzo popolare. Tutto sommato sono i compositori, “genii musicali” a godere di quella fama che mancava ai letterati. Ma perché?</p>
<blockquote class="wp-block-quote"><p>«Perché la «democrazia» artistica italiana ha avuto una espressione musicale e non «letteraria»? Che il linguaggio non sia stato nazionale, ma cosmopolita, come è la musica, può connettersi alla deficienza di carattere popolare-nazionale degli intellettuali italiani? Nello stesso momento in cui in ogni paese avviene una stretta nazionalizzazione degli intellettuali indigeni, e questo fenomeno si verifica anche in Italia, sebbene in misura meno larga (anche il Settecento italiano, specialmente nella seconda metà, è più «nazionale» che cosmopolita), gli intellettuali italiani continuano la loro funzione europea attraverso la musica. Si potrà forse dire che la trama dei libretti non è mai «nazionale» ma europea, in due sensi: o perché l’«intrigo» del dramma si svolge in tutti i paesi d’Europa e più raramente in Italia, muovendo da leggende popolari o da romanzi popolari; o perché i sentimenti e le passioni del dramma riflettono la particolare sensibilità europea settecentesca e romantica, cioè una sensibilità europea, che non pertanto coincide con elementi cospicui della sensibilità popolare di tutti i paesi, da cui del resto aveva attinto la corrente romantica. (È da collegare questo fatto con la popolarità di Shakespeare e anche dei tragici greci, i cui personaggi, travolti da passioni elementari – gelosia, amor paterno, vendetta, ecc. – sono essenzialmente popolari in ogni paese). Si può perciò dire che il rapporto melodramma italiano – letteratura popolare anglo-francese non è sfavorevole criticamente al melodramma, poiché il rapporto è storico-popolare e non artistico-critico. Verdi non può essere paragonato, per di così, a Eugenio Sue, come artista, se pure occorre dire che la fortuna popolare di Verdi può solo essere paragonata a quella del Sue, sebbene per gli estetizzanti (wagneriani) aristocratici della musica, Verdi occupi lo stesso posto nella storia della musica che Sue nella storia della letteratura. La letteratura popolare in senso deteriore (tipo Sue e tutta la sequela) è una degenerazione politico-commerciale della letteratura nazionale-popolare, il cui modello sono appunto i tragici greci e ShaKespeare.»</p>
<p><cite>Antonio Gramsci, <em>Quaderno 9 (XIV) § (66)</em></cite></p></blockquote>
<p>Che il romanzo sia innanzitutto <strong>un’arte popolare</strong> – ma non una cultura di massa, direbbe Christopher Lasch – è per me molto più di una semplice ipotesi. Ma allora come definire un’arte popolare? E una letteratura popolare?<br />
Da molti anni, da quando poco più che adolescente osservavo i<em> Quaderni dal Carcere </em>nell’elegante edizione cofanetto che mio fratello Geppi aveva nella nostra libreria in cameretta, Gramsci ha sempre stregato le mie ricerche come gli I-Ching coloro che rincorrono il destino. E infatti, andandomi a rileggere le pagine sul romanzo popolare e particolarmente quando si dedica all’analisi del romanzo-feuilleton e al ruolo che ricopre l’eroe romanzesco nella vita sociale e politica del paese, trovo<em> l’agencement, </em>l’aggancio di cui abbisognavo.</p>
<p>Gramsci, di fatto, è il primo a tracciare <strong>una linea retta tra l’Opera, tra melodramma </strong>– in questo gli sarà sicuramente servita la lunga esperienza di critico teatrale per la stampa- <strong>e il romanzo</strong>, ed è in una sua lunga riflessione sul “personaggio dei personaggi”, ovvero il Conte di Montecristo che la sua analisi raggiunge l’obiettivo.<br />
Il tutto si spiega per la capacità che narrazioni di questo tipo hanno di parlare alla gente, interpretarne i sogni, tradurne le paure e i sentimenti di un secolo alle porte – poco importa da dove – attraverso le gesta di un visionario, o di un insieme di personaggi. Queste considerazioni tengono conto del romanzo d’avventura nel suo insieme e va altresì ricordato che Gramsci aveva un’alta considerazione della parola “avventura” come quando leggiamo le sue note sui romanzi d’avventura di Dostoïevski.</p>
<p>Per riassumere alcuni dei punti sollevati finora sappiamo che a partire dagli anni 1840 circa, i giornali si vendono anche grazie ai romanzi pubblicati a puntate – fenomeno ancor oggi in voga visto il successo delle recenti campagne dei quotidiani italiani, di aumento delle tirature con l’offerta di romanzi classici. Sempre in quegli anni dell’Ottocento si sviluppa l’industria editoriale musicale e discografica grazie all’Opera e a quanto si sa, il primo fonografo fu importato nel Bel Paese da un napoletano regalando come prima opera registrata su disco la canzone <em>La risata, </em>evviva Rabelais. La società si lascia così trasportare da questa <strong>nuova-antica-maniera di raccontare delle storie</strong>. Il paese di Goethe avevo visto per primo la propria gioventù soccombere alla disperazione e al destino tragico di Werther, ma al di fuori della Germania, chi sarebbe rimasto indifferente a quello di Ivan Karamazov, del Dottor Jekyll o del Conte di Montecristo? Quel che accade di straordinario con l’Opera è che pur adottando la produzione romanzesca ai propri canoni – Puccini per esempio che di fatto contribuirà alla diffusione della letteratura “verista” – riesce attraverso l’elemento scenico e musicale a rendere ancor più verosimili i personaggi, con una poetica finalmente più “realista del re”.</p>
<p>Era stato del resto proprio Balzac ad affermare:</p>
<blockquote class="wp-block-quote"><p>La musica è una lingua mille volte più ricca di quella delle parole e sta al linguaggio come il pensiero sta alla parola; risveglia le sensazioni e le idee secondo la loro stessa forma, là dove in noi nascono e le idee e le sensazioni, ma lasciandole come sono presso ognuno … Le altre arti impongono allo spirito delle creazioni definite, mentre la musica è infinita nelle sue. Là dove le altre arti chiudono i nostri pensieri, fissandoli su di una cosa determinata, la musica invece li scatena sulla natura intiera che essa ha il potere di esprimerci.</p>
<p><cite>Balzac, <em>Pensieri di Balzac sulla musica</em>, «Musica e Scena. Rivista mensile di Arte e di Teatro», Milano, Anno I, N. 7-8, Luglio-Agosto 1924, pp. 28-29</cite></p></blockquote>
<p>E Balzac era uno che ne capiva, quasi sempre; quasi perché per esempio liquida Rossini a mio avviso un po’ alla “francesi che s’incazzano”, rimproverandogli «quel monotono crescendo»<em> ,</em> le<em> usignuolate.</em><br />
Dunque, se da un lato le passioni ritornavano alla ribalta delle creazioni artistiche, va aggiunto che queste traevano la loro massima fonte d’ispirazione dai costumi e dalla vita politica dell’epoca. Sempre a proposito di Verdi, uno dei più acuti musicologi italiani, <strong>Massimo Mila</strong> annotava nella sua opera consacrata al grande compositore: <em>«</em>Trapunto sopra il vivo sfondo di questo urto di popoli, il dramma dei personaggi svanisce per una inevitabile deficienza di prospettiva. L’amore di Fenena assira per l’ebreo Ismaele, contesole dall’ambiziosa schiava Abigaille, l’esaltazione dell’impazzito Nabucco, sembrano assorbiti nel seno di quella più vasta epopea che culmina nella lirica degli Ebrei piangenti in schiavitù: siamo appena nel 1842; ma il ’48 era già nell’aria, e Verdi, non ancora dirozzato dal breve soggiorno milanese, era più atto a sentire il dolore di un popolo oppresso che non le sottili e tortuose aberrazioni di passioni d’amor contrastato. Perciò ben a ragione il Bellaigue poté indicare la «forza» come fattore capitale del trionfo di Nabucco, quella forza che mancava alla musica di Donizetti e Bellini e che l’Italia del Risorgimento attendeva.<em>»</em></p>
<p>Per ritornare al ruolo giocato dalla musica nel paesaggio letterario italiano bisognerebbe rispolverare dal punto di vista musicale il senso di uno dei paradigmi imprescindibili per la storia della critica del romanzo e naturalmente dell’opera senza per questo dimenticare altri fattori fondanti per quest’ultima, ovvero <strong>la messinscena</strong>, la mimica degli attori, la scenografia, lo stesso impianto teatrale.</p>
<p>Se consideriamo la polifonia nel senso suggerito da Michail Michailovič Bachtin<em>, </em>ovvero come una composizione che fa leva sui personaggi e si affranca dalla letteratura a tema e soprattutto il concetto di “letteratura popolare”, possiamo senz’altro affermare che <strong>il</strong> <strong>melodramma</strong>, pur essendo un genere sospeso tra musica e parole, conserva la stessa potenza culturale, sociale, estetica del genere romanzo, con una notarella in più se vogliamo.<br />
Quando infatti nelle mie letture in silenzio e in solitaria, <em>senza el final</em>, in biblioteca, ho letto il racconto che fa Victor Hugo in occasione della <em>première</em> del <em>Rigoletto</em>, ho dovuto pregare in ginocchio Francesco, il bibliotecario, per ingurgitare un po’ della sua Grappa al Barolo ben nascosta dietro alla collezione dei Maestri del Colore.</p>
<p>Per coloro che non conoscessero la storia del <em>Rigoletto, </em>va ricordato che Giuseppe Verdi la compone inspirandosi all’opera di Victor Hugo, <em>Le roi s’amuse</em>. Immaginiamo allora il romanziere francese agghindarsi per quella sua uscita a Teatro, prendere posto tra le prime file e attendersi al peggio visto che non era mai accaduto che in occasione di una rappresentazione ispirata dai suoi personaggi non ne fosse uscito deluso. Rimane così in silenzio per buona parte della rappresentazione. Rigoletto, che è <strong>il buffone del Duca</strong> – Verdi è costretto a retrogradare sul campo il re dell’originale per evitare la censura – ha una bellissima figlia che tiene nascosta e protetta dal mondo. Il Duca grazie a una macchinazione di alcuni cortigiani riesce a incontrarla e sedurla. Quando nel terzo atto, al momento del <em>quattuor , </em>Rigoletto terrorizzato dall’idea di assistere impotente alla caduta del suo bene più prezioso tra le grinfie del suo padrone, costringe sua figlia Gilda a seguirlo per spiare di nascosto la vera natura del corteggiatore alle prese con una donna di facili costumi. Durante il quartetto lo spettatore osserva su un lato della scena il Duca che canta l’aria: «È la figlia dell’amore…» , poco distante la <em>malafemmena </em>intona il suo canto mentre Rigoletto, dall’altra parte, nascosto intona «Taci che qui piangere non vale»mentre Gilda grida al cielo la sua disperazione. Insomma, <em>un chantier du désespoir</em>.<br />
Un musicologo definirebbe questa cosa una polifonia, Victor Hugo, quanto a lui, sprofonda nella seduta lasciandosi scappare: «Magari potesse un romanziere far parlare quattro personaggi contemporaneamente!<em>»</em></p>
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<p>Per capire meglio tale fenomeno, bisognerà tenere presente che il pubblico melomane era abituato a entrare e uscire a suo piacimento dalla sala del teatro, a mangiare, bere e probabilmente fare l’amore nei palchetti per tutta la durata dell’opera, circa cinque ore, senza contare gli intervalli. Grazie all’Opera si sviluppa l’editoria musicale. I compositori vivono del resto dei diritti d’autore provenienti dalla vendita delle partiture. L’opera perviene in tal modo a diventare popolare e non soltanto grazie ai temi “cantati”, ai topos propri ad ogni letteratura popolare, storie d’amore, intrighi di palazzo, tradimenti, gelosia, fedeltà, ma soprattutto per la diffusione che andava ben oltre le rappresentazioni “live” a teatro. Di fatto la distribuzione delle partiture in ogni angolo, perfino nei più reconditi, del paese ovunque vi fosse un pianoforte, un paio di cantanti e un salotto sufficientemente grande per ospitare una ventina di persone, rendeva possibile la riproduzione dell’opera ai domiciliari o almeno di ascoltarne le arie maggiori.</p>
<p>Un rapporto sicuramente non facile, tutt’altro, si viene a creare tra romanzo e teatro. Di certo i romanzieri non possono non esserne affascinati. « La Traviata me plaît. C’est un opéra qui va droit à l’âme. Depuis longtemps les gens snobs l’ont rangée parmi les œuvres négligeables et il peut se faire qu’ils ne s’en souviennent plus. Une bonne chose, parce qu’on pourra l’aimer pour elle-même sans devoir en parler… Verdi a donné à La Dame aux camélias le style qui lui manquait. Je dis ceci non parce que je considère chose négligeable le drame de Dumas fils, mais parce que, quand une œuvre dramatique touche les sentiments populaires, elle a besoin de musique<em>»,</em> scriveva ad esempio<strong> Marcel Proust</strong>.<br />
<em>«</em>È un’opera che va dritta al mio cuore. Verdi ha dato alla Signora delle camelie lo stile che le mancava», per i non francofoni.</p>
<p>In conclusione di questo viaggio breve e intenso, con la speranza di non avere tediato il lettore, mi piacerebbe tentare di <strong>formulare un’ipotesi</strong> sull’anomalia da cui siamo partiti e riprendendo quest’ultima nota – ma del resto anche il compagno Nietzsche ci aveva detto che quando la parola non basta solo il canto potrà salvarci – credere che in fondo l’italica gente aveva sentito dal principio che all’universo romanzesco bisognava aggiungere un “nonsoché”, qb, forse la <em>tinta, </em><strong>il tono</strong> secondo la definizione del nostro Verdi, per accompagnare le storie oltre il tempo in cui erano nate.<br />
La musica appare come un qualcosa d’<strong>irriducibile alla sola parola</strong>, che quasi annega la parola nel suono fino a farne perdere la funzione di significanti. E nonostante questo capiamo ogni cosa di quello che sta succedendo sulla scena. Assurdo, per esempio, pretendere di far scorrere i sottotitoli come si fa in Francia ma anche in Italia credo ormai durante le rappresentazioni operistiche, in un eccesso di “razionalismo” di tipo clientelare.</p>
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<figure class="aligncenter is-resized"><img loading="lazy" class="wp-image-15794" src="https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.35.52-777x1080.png" sizes="(max-width: 437px) 100vw, 437px" srcset="https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.35.52-777x1080.png 777w, https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.35.52-216x300.png 216w, https://www.liminarivista.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-12-alle-12.35.52-432x600.png 432w" alt="melodramma" width="437" height="606" /></figure>
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<p>Come viene ricordato in un incredibile libretto <a href="https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k104366j.image"><em>Traité du mélodrame / MM. A ! A ! A !</em></a> di un anonimo e collettivo autore, all’epoca della sua pubblicazione nel 1817 – che nascondeva dei puri geni parigini tra cui il fratello di Victor Hugo, Abel – il più delle volte, nel melodramma, <strong>la parte del protagonista spettava alle donne </strong>sia come personaggi che come cantanti con una sovrapposizione tra le due nature che non ci sorprenderebbe affatto se in futuro qualcuno dovesse parlarci della Maria Callas come di un’eroina di cui si fossero perduti opera e compositore.</p>
<p>Certo, perché a conti fatti potremmo dire che i compositori sono stati cantori a loro volta delle virtù e dei vizi delle donne. Belle, malate, pure, impure, marginali, sedotte o seducenti, abbandonate, donate al miglior offerente, vendicative. E noi, timidi spettatori a volte un po’ naïf ci tuffiamo in questa memoria collettiva, Ade popolato dalla Traviata, Aida, Tosca, Turandot, Carmen, Manon, Madame Butterfly…</p>
<p>Il <em>romanzo</em> diventa dunque <em>romanza</em>, profetizzando quanto sarebbe accaduto in un futuro speriamo non lontano, quel <em>devenir femme </em>invocato da Gilles Deleuze in <em>Mille plateaux</em>.<br />
<em>Ohimè!</em><br />
<em>Ahinoi!</em></p>
<p><em>Illustrazione in copertina di Mara Melis <a href="https://www.instagram.com/mara__amara/?hl=it" target="_blank" rel="noopener"> @mara_amara</a></em></p>
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		<title>Le Metamorphoseon e il formalismo modernista di Ottorino Respighi</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 03:58:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Mila]]></category>
		<category><![CDATA[silvio paolini merlo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Paolini Merlo Il saggio di Mila su Respighi del 1932, pubblicato in lingua francese l&#8217;anno dopo, apparso per la prima volta in lingua italiana nel 1944 e da allora più volte ristampato senza alcuna variante, costituisce un caso tra i più emblematici della saggistica musicale italiana. Con questo noto scritto, conciso, arguto, pregnante, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvio Paolini Merlo</strong></p>
<p>Il saggio di Mila su Respighi del 1932, pubblicato in lingua francese l&#8217;anno dopo, apparso per la prima volta in lingua italiana nel 1944 e da allora più volte ristampato senza alcuna variante, costituisce un caso tra i più emblematici della saggistica musicale italiana. Con questo noto scritto, conciso, arguto, pregnante, largamente indicativo del momento storico nel quale nasce, Mila introduce una serie di argomenti e di questioni che si fisseranno subito come delle costanti tematiche, infuenzando praticamente tutto il successivo dibattito sul musicista. Rilevata la posizione fortemente &#8220;ambigua&#8221; di Respighi nella vita musicale italiana, amato dalle folle ma poco apprezzato dalla critica, anticipando le note riserve postume di Casella per un Respighi ancora irretito da un rude e &#8220;intedescato&#8221; sensualismo<a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>, Mila scrive che «la modernità di Respighi è d&#8217;una generazione anteriore rispetto a quella dei Casella e dei Malipiero», e quindi «molto più vicina a Strauss che a Stravinsky, a Debussy che a Ravel»<a name="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p><span id="more-17891"></span>La conclusione, ovvia, è perciò che quello di Respighi è da intendere come «gusto di ieri e non di oggi, tipico del primo Novecento e proprio di quella parte di esso rimasta fino all&#8217;ultimo estranea alle correnti di pensiero che condussero al capovolgimento di valori morali ed estetici onde trae origine l&#8217;arte del tempo nostro»<a name="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>. Circa l&#8217;uso del gregoriano, il giudizio fa eco a quello del crociano Guido Maggiorino Gatti, per il quale esso non è che il rifugio estetizzante ormai privo di mordente di un decadentista a oltranza, o meglio «uno di quei curiosi accostamenti storici e spirituali ai quali Respighi è portato unicamente per simpatia d&#8217;orecchio [&#8230;]»<a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>. Mila insiste perciò prevalentemente sulla trilogia romana, apprezza la «diafana e claustrale melodia gregoriana»<a name="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a> nel terzo affresco delle <em>Vetrate di chiesa</em>,<em> </em>mentre si sofferma appena sul <em>Quartetto dorico</em>, che richiama ampiamente Bartók e Janàcek, elude quasi totalmente i concerti e le opere, ma soprattutto non parla delle <em>Metamorphoseon</em>, un ciclo di dodici variazioni per grande orchestra su di un tema originale in stile modale, composto nel 1930 per i cinquant&#8217;anni dell&#8217;orchestra sinfonica di Boston, che rappresenta l&#8217;ultima e più alta pagina sinfonica del compositore, concepita nel pieno della sua maturità. Per un autore salutato già a quel tempo come il maggiore sinfonista italiano vivente, oggi riconosciuto come il maggiore del Novecento italiano, è un po&#8217; come se nel parlare di Beethoven si tralasciasse la <em>Nona</em><a name="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a>. Ma Respighi, come visto, è per Mila un &#8220;artista di transizione&#8221; estraneo al suo tempo, rimasto immobile in un&#8217;epoca di profondi mutamenti, fornito di &#8220;autorità esteriore&#8221;<a name="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a> dovuta all&#8217;indiscussa abilità di orchestratore, in parte post-wagneriano, in parte debussiano, in parte italico rinascimentale, in parte russo.</p>
<p>Il gusto di Respighi è &#8220;passato&#8221;? Premesso che è da ritenere tutt&#8217;altro che pacifico l&#8217;iniziale influsso caselliano in autori come Petrassi Dallapiccola o Salviucci, sembra chiaro che il ritorno al pre-romanticismo italiano e all&#8217;antica polifonia vocale attuato da Casella conduca in buona sostanza a un linearismo statico e aproblematico che in Respighi non solo non esiste ma viene totalmente smentito. Non è stata innovazione questa? Può darsi, altro esempio, che la riproposizione in chiave moderna di antiche arie e danze di corte fosse pratica occasionale prima del 1917, l&#8217;anno in cui Respighi compone e fa eseguire la prima suite delle sue <em>Antiche danze ed arie per liuto</em>. Certo è invece che, dopo di allora, questa pratica diviene tendenza via via sempre più diffusa, fintanto da coinvolgere tutti i maggiori compositori italiani di quella che Mila ha chiamato &#8220;generazione dell&#8217;80&#8221;: i principali di questi esempi sono la <em>Partita </em>(1925) la <em>Scarlattiana </em>(1926) e la <em>Paganiniana </em>(1942) di Casella, l&#8217;<em>Orfeide </em>(1925) e i <em>Cantari alla madrigalesca</em> (1931) di Malipiero, i <em>Canti della stagione alta</em> (1930) di Pizzetti, il <em>Concerto dell&#8217;Albatro</em> (1945) di Ghedini, tutti posteriori alle prime due suite respighiane. Respighi perciò ha contribuito a consolidare, se non altro in Italia, una tendenza sino a quel momento di maniera, rendendola un fenomeno stilistico diffuso, diciamo pure una tendenza estetica. È stato questo un male? Il suo carisma comunicativo, la sua popolarità, sono state un male? Un sitomo di disimpegno, di restaurazione? Il fermo rifiuto rispetto a forme di elitarismo intellettualistico, che di lì a poco, in Italia e non solo, diverranno la nuova parola d&#8217;ordine, hanno significato forse passatismo? Il non potersi di fatto inscrivere né tra i neoclassici né tra gli impressionisti o tra gli espressionisti, comporta forse per Respighi che egli sia stato un esteta privo di pensiero?<a name="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a> Certo, Respighi è spesso stravagante, turgido, pletorico, ma mai manierista, mai puro istinto. In qualche caso egli è portato al più cupo e totale pessimismo, ma esso non si risolve <em>sic et simpliciter </em>in rifiuto di una civiltà naufragata nelle spire di una crudele perdizione materialista. Tanto il pessimismo di Brahms è negativo, epico, tragico, votato al sacrificio senza speranza, tanto quello di Respighi è affermativo, volitivo, possessivo, senza la minima esitazione, convinto che esso abbia al suo interno un intimo senso, un senso del quale non è necessario comprendere gli arcani disegni perché esso c&#8217;è, lo si sente come già presente, naturalmente. Al contrario di Brahms, che non conserva più la minima fede nella logica della pura forma o della convenzione linguistica del classicismo viennese, e che per questo ha necessità costante di infondere alla logica immanente del proprio linguaggio e alla moralità intrinseca della forma dei contenuti del tutto estranei, secondo l&#8217;antica concezione protoromantica di un Beethoven o di uno Schubert, Respighi si affida ai propri strumenti linguistici ed estetici quali essi siano. Crede e basta, e per questo si affida totalmente, innocentemente, alla pura bellezza fonica del puro suono. Anche in questo, fra l&#8217;altro, la sua modernità rispetto a Brahms è incomparabilmente maggiore, ben più vicina a Fauré e Debussy. Ed ecco allora come, tra le <em>Metamorphoseon</em> respighiane e la ciaccona della <em>Quarta Sinfonia</em> in mi minore, forse il meno riuscito tra i movimenti sinfonici brahmsiani, si evidenzi perfettamente nelle prime, e assolutamente non nella seconda, un esempio davvero compiuto e convincente di neoformalismo modernista. Se il formalismo brahmsiano deriva da un manierismo cieco, ormai privo di valori etici riconosciuti come fondanti, quello respighiano assolve infinitamente meglio alla sua funzione proprio in virtù del suo maggiore astrattismo poetico. In Respighi la forma è forma, e la sua espressività lirica vale in quanto nuda e cruda forma, cioè in quanto possibilità, possibilità di apertura e di irradiazione fantastica di cui la forma in sé stessa è indice. In Brahms no, la forma è sostanza, necessità, ineluttabilità, è l&#8217;apice di tutta una cultura e di una civiltà trascorsa che tenta di imporsi sul disfacimento di quella presente pur senza comprenderla né essere in grado di comprenderla. È totale disfatta, totale fallimento, incapacità di parola e di perpetuazione. Perciò Respighi canta, Brahms langue; Respighi celebra ammirando, Brahms sentenzia intimando. Il primo riesce a farsi comprendere con semplicità e immediatezza, il secondo gesticola in modo convulso, sempre più caustico ed egocentrico. Al coro di quanti hanno descritto sinora il finale della Sinfonia in mi minore brahmsiana come l&#8217;apice della <em>Quarta Sinfonia</em>, il culmine dell&#8217;arte sinfonica di Brahms, il punto più alto raggiunto dalla sinfonia romantica tedesca assieme all&#8217;<em>Ottava </em>di Bruckner, la mia voce isolata sembrerà poca cosa, velleitaria e provocatoria. Sempre secondo queste letture, le <em>Metamorphoseon</em> costituirebbero invece il culmine di un processo di involuzione manieristica di Respighi, e tra le opere meno riuscite del bolognese forse quella meno riuscita. Pazienza. Ribadisco e confermo: ciò che ha valore nelle variazioni finali della <em>Quarta Sinfonia</em> di Brahms, al contrario dei tre straordinari movimenti che le precedono, lo ha solo per la perizia costruttiva che l&#8217;artefice vi sfoggia, non per capacità di sintesi formale o di intuizione poetica. Mano a mano tutta l&#8217;impalcatura sonora costruita sugli ieratici otto accordi si sfalda e diviene sempre più meccanica, pesante, farraginosa, priva di vita interna. Sembra davvero di udire un congegno meccanico che poco alla volta si inceppa, rimettendosi in moto solo per sprofondare verso il basso. È facile osservarlo nella prima serie di variazioni, che assume inconfondibilmente un carattere entropico crescente, sempre meno convinto, che va a spegnersi in quell&#8217;assoluto <em>nonsense</em> poetico che è la XV variazione, dove corni e tromboni ripetono stancamente lo stesso disegno sino alla completa paralisi musicale, pagina spenta e languida come forse neppure la più melensa delle pagine fintamente idilliche del Brahms sinfonico, quella dell&#8217;Andante sostenuto<em> </em>della <em>Prima Sinfonia</em>. A differenza dell&#8217;abissale <em>meditatio mortis</em> del movimento iniziale, o di quelle, più epiche, del <em>Requiem tedesco</em> o della <em>Rapsodia </em>per contralto coro maschile e orchestra, o ancora di quella lugubre e apocalittica del meraviglioso <em>Intermezzo </em>op. 118 n. 6, qui Brahms decide di mentire. Ma come sempre, come in mille altri luoghi anche meno nobili di questo, in musica agisce assai meglio l&#8217;angoscia tutta vitale per la morte che non la presunzione di una finta resurrezione. Eppure Brahms non si contenta più di questo limite etico, limite che egli stesso si era per lo più imposto sino a quel momento, per cedere totalmente alla retorica della &#8220;grande forma&#8221;: non riconosce la poeticità del finire e dello svanire nel tempo, non accetta di concludere il suo edificio sonoro con una semplice dichiarazione di resa, o magari di aperta condanna, ma si affanna ad erigere un trono sacrificale con l&#8217;enfasi un po&#8217; tronfia e grottesca di un rituale profano, dove si resuscita un passato ormai riconosciuto cadavere, si istiga al suicidio culturale di tutta una società e di tutta un&#8217;epoca che nei valori di quel glorioso mondo perduto, che solo era santo e giusto, non si riconosce più. Tutto finisce perché tutto è finito, e così sia. Quale maggiore vitalità, quale incomparabile energia evocativa, quale profondità poetica, quanta maggiore freschezza inventiva nelle <em>Metamorphoseon</em> respighiane. Il tema viene alternato al suo basso, elaborato stroficamente e contrappuntisticamente o ripreso con modificazioni foniche e timbriche quasi quanto avviene in un altro dei maggiori capolavori inconsiderati della forma variazione del Novecento: il <em>Bolero </em>di Ravel. Ma questo tema è davvero la sintesi di un mondo parallelo, rimasto confinato oltre le barriere di un tempo chiuso come quello costruito dal mondo produttivo della nuova borghesia, non la resuscitazione spettrale di un passato che non esiste più, e il suo volto melodico una serie di coordinate libere da ogni costrizione mentale precostituita, che nelle mani di Respighi si amplia sino all&#8217;impensato. Non credo esista nulla di simile, non solo nella letteratura musicale del Novecento, alla Variazione VII in forma di cadenze delle <em>Metamorphoseon</em>. È come la volta di una delle più stupefacenti cattedrali sonore mai erette, e certamente della più moderna e innovativa applicazione della forma variazione della prima metà del Novecento italiano. Inutilmente si ricercherebbe qualcosa di altrettanto vitale e di pari perfezione stilistica negli altri autori della &#8220;generazione dell&#8217;80&#8221;, o di maggiormente foriero di estensioni poetiche future, di intuizioni e di possibili applicazioni sul piano di una concezione linguistica costruttivamente salda e fertile. Dove siano giunti i coprotagonisti di quella &#8220;generazione&#8221; lo si sa: al crollo del regime, o poco oltre. Cosa sia capitato in seguito a quel percorso illusorio, per reazione uguale e contraria, è altrettanto noto: una decisa progressiva dissoluzione linguistica e un aristocratico esilio incomunicativo, quello dei <em>Ferienkurse </em>darmstadtiani, i quali, pur nell&#8217;aura mitica cui sono assurti<a name="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a> e malgrado il valore dei suoi protagonisti, a nulla hanno condotto perché a nulla intendevano condurre<a name="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a>.</p>
<p>Respighi autore arcaicista, classicista, nazionalista?<a name="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a> Nessuna di queste cose. Respighi parte e ritorna sempre a uno stesso lido: il canto, l&#8217;esperienza lirica, la capacità evocativa del colore timbrico. Perciò egli è anzitutto un poeta che cerca, non un esteta che ha già tutto trovato. E nella ricerca egli non aspira all&#8217;utopia della rivoluzione permanente, a nuovi spazi presuntamente incorrotti, ma alla conquista lenta e meticolosa di uno stile, alla definizione di un codice assolutamente personale attraverso il quale cantare laicamente il carattere metafisico della realtà. Male imperdonabile, specie per un tecnico dei suoni quel egli è stato o si pretende debba essere stato. Dunque il <em>Pierrot lunaire </em>è il nuovo che avanza, le <em>Metamorphoseon </em>non lo sono. Stravinsky è moderno, e moderno nel modo giusto, ma Respighi no. Respighi esce dal quadro, non si può collocarlo utilmente in nessun modo. In realtà un suo preciso posto egli lo ha, ed è quello lasciatogli da tutti i grandi maestri della musica europea. Respighi opera la stessa rimeditazione del passato dei suoi predecessori ma, a differenza dei suoi contemporanei, non la riduce a riverbero dell&#8217;antico. Egli, al contrario, porta il passato nel presente come presente, per infondergli nuova vita. Respighi, alla stessa stregua di uno Stravinsky, non ha pretese veritative, non ha messaggi universali in virtù dei quali convertire genti e popoli. La sua predilezione, come per Schubert, è tutta rivolta al puro lirismo. Il suo intento fondamentale, come accade in Mozart, è quello di portare del bello in un mondo dove ce n&#8217;è sempre meno, con semplicità e schiettezza, per pura insopprimibile inclinazione. È un&#8217;impresa ardua, per la quale i suoi sforzi si dimostrano talvolta insufficienti. Eppure è la sua posizione etica, il suo credo estetico, la sua dimensione poetica. In questo, e anche per questo, la sua collocazione tra i maggiori musicisti del Novecento deve ritenersi ormai salda e pacifica.</p>
<hr size="1" /><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Si veda il riferimento a A. Casella, <em>I segreti della Giara</em>, Firenze, Sansoni, 1941, pp. 281-282, nel saggio di S. Martinotti, <em>Respighi tra modernità e arcaismo</em>, in <em>Musica italiana del primo Novecento, &#8220;La Generazione dell&#8217;Ottanta&#8221;</em>, &#8220;Historiae Musicae Cultores&#8221; Biblioteca, XXV, Atti del Convegno (Firenze, 9-11 maggio 1980), a cura di F. Nicolodi, Firenze, L. S. Olschki, 1981, p. 111.</p>
<p><a name="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> M. Mila, <em>Un musicien au tournant des époques</em>, &#8220;La Revue Musicale&#8221;, XIII, 1933, riapparso con il titolo<em> Un artista di transizione: Ottorino Respighi</em>, in M. Mila, <em>Cent&#8217;anni di musica moderna</em>, Milano, Rosa e Ballo Ed., 1944; oggi in<em> Ottorino Respighi</em>, a cura di G. Rostirolla, Torino, Eri, 1985, p. 98.</p>
<p><a name="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> <em>Ivi</em>, p. 104.</p>
<p><a name="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a> <em>Ivi</em>, p. 102.</p>
<p><a name="_ftn5" href="#_ftnref5">[5]</a> <em>Ibidem</em>.</p>
<p><a name="_ftn6" href="#_ftnref6">[6]</a> Il giudizio del compositore, che non potè assistere alla prima bostoniana con Koussevitsky, giudizio non dissimile da quello espresso in un primo momento a proposito delle <em>Fontane di Roma</em>, viene rincarato dal commento sbrigativo di Elsa Respighi, il quale in effetti non è che un&#8217;impressione personale del tutto estranea alle circostanze esecutive: «Ne è risultato nell&#8217;insieme, appuntava Elsa, una composizione un po&#8217; forzata e di difficilissima esecuzione, il successo è stato piuttosto freddo ed è certamente uno dei lavori del Maestro meno eseguiti» (E. Respighi, <em>Ottorino Respighi</em>, &#8220;Le vite&#8221;, Milano, Ricordi, 1985<sup>2</sup>, p. 228). A smentire la dichiarazione di Elsa, l&#8217;8 novembre 1930 il <em>Boston Traveler</em> riporta l&#8217;evento in termini entusiastici: «Respighi&#8217;s <em>Theme and Variations</em> emerged as a colossal achievement [&#8230;] His is a rare genius for melody, and absolute tecnical command and above all, brilliant orchestration. Altogether the new work is a masterly composition» (cfr. le note di commento di E. Johnson nel libretto dell&#8217;incisione con la Philharmonia Orchestra diretta da Geoffrey Simon, per la casa londinese Chandos Records Ltd., 1985). Ma fatto sta che Respighi non ne parla più, e soprattutto non ne propone una ripresa italiana a Toscanini. Sulla scia della lapidaria dichiarazione di Elsa, in assenza di esecuzioni convincenti e di precise analisi stilistiche, ed essendo mancata &#8211; almeno sino all&#8217;incisione di Simon &#8211; una soddisfacente edizione discografica, sulle <em>Metamorphoseon </em>si dipartono, tutte uguali, le conclusioni di Daniele Spini, che si limita alla nuda citazione di Elsa (<em>Ottorino Respighi</em>, a cura di G. Rostirolla, <em>cit.</em>, p. 71), di Sergio Martinotti, che parla di «sontuosa accademia ove il gregoriano rientra nel museo e diviene dimora per sopravvissuti» (<em>Ivi</em>, p. 130), di John C. G. Waterhouse, che scambia il commento di Elsa per un giudizio di valore addirittura denigratorio (<em>Ivi</em>, p. 243 nota 114), di Alberto Cantù, autore ancora oggi della sola monografia respighiana apparsa in Italia dopo quella di Raffaello De Rensis del 1935, che liquida il pezzo in poche righe (A. Cantù, <em>Respighi compositore</em>, introduzione di U. Ughi, Torino, Eda, 1985, p. 184). Nulla, neppure un cenno, nella raccolta di studi del <em>Numero speciale dedicato a Ottorino Respighi</em>, &#8220;Civiltà Musicale&#8221;, XI, 1996, 2 (n. 23-24 febbraio-giugno), pp. 3-173.</p>
<p><a name="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> M. Mila, <em>Un artista di transizione: Ottorino Respighi</em>, <em>cit.</em>, p.100.</p>
<p><a name="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> Respighi, scrive Mila, come l&#8217;Andrea Sperelli del <em>Piacere </em>dannunziano, tutto sensazione (<em>Ivi</em>, p.101). «Non tanto egli esprime direttamente se stesso, aggiunge, quanto piuttosto si esprime attraverso la propria visione del mondo esterno: l&#8217;essenza della sua poesia sta nella sensuale reazione sonora del suo spirito che si espande molteplice sul mondo circostante, intento a ricostruire e colorire paesaggi, quadri, scene naturali, monumenti di storia, opere di vita e d&#8217;arte» (<em>Ibidem</em>).</p>
<p><a name="_ftn9" href="#_ftnref9">[9]</a> Di una dimensione mitica della cosiddetta Scuola di Darmstadt, intesa come &#8220;mito della modernità&#8221; da contrapporre ai miti propagandistici del periodo nazista, si è detto in H. Danuser, <em>Darmstadt: una scuola?</em>, in <em>Enciclopedia della musica</em>, diretta da J.-J. Nattiez, Vol. I (<em>Il novecento</em>), Torino, G. Einaudi, 2001, pp. 166-184. Sorta per &#8220;mitogenesi&#8221;, accompagnata da un &#8220;senso della missione&#8221; e da una fiera coscienza elitaria, la Scuola di Darmstadt per Danuser si è infine «nettamente e comicamente» dissolta con lo scandalo suscitato dalla &#8220;facilità&#8221; e &#8220;bellezza&#8221; evocata nell&#8217;estate del 1976 dall&#8217;esecuzione della Sonata per violino solo del giovane Hans Jürgen von Bosen (<em>Ivi</em>, p. 179).</p>
<p><a name="_ftn10" href="#_ftnref10">[10]</a> È possibile individuare due tendenze fondamentali nell&#8217;avanguardismo più oltranzista della musica contemporanea, una prima di tipo &#8220;calligrafico&#8221; risalente a Schoenberg e prim&#8217;ancora a Wagner, che identifica l&#8217;atto compositivo con il suo momento notativo e che si basa sul sostanziale grafocentrismo delle arti occidentali, una seconda &#8211; quella post-weberniana &#8211; di tipo &#8220;fonico-materico&#8221;, che identifica l&#8217;atto compositivo con la sperimentazione fisico-acustica sul suono <em>qua talis</em>. Agli esponenti di questa corrente sfugge in larga misura da un lato il fatto che la musica non si identifica con la propria scrittura, giacché essa non esiste sino al momento performativo, e dall&#8217;altro che la musica non si identifica con il suono <em>qua talis</em>, trattandosi al contrario di un codice linguistico complesso in cui il suono diviene &#8220;fonema&#8221; e il fonema &#8220;messaggio poietico&#8221;, da intendere in stretta dipendenza dalla propria funzione comunicativa. Si veda al riguardo, oltre agli studi di semiologia musicale di Ruwet e Nattiez, la cosiddetta fonologia generativa in autori come Chomsky, Sapir e Bloomfield.</p>
<p><a name="_ftn11" href="#_ftnref11">[11]</a> Circa la necessità di sfatare la presunta adesione di Respighi al regime mussoliniano, al contrario del ben differente atteggiamento di nomi come Alfano, Casella, Giordano, Malipiero, Lualdi, Mascagni, Pizzetti etc., sono stati forniti elementi importanti in D. Spini, <em>Ottorino Respighi &#8211; Profilo biografico</em>, in <em>Ottorino Respighi</em>, a cura di G. Rostirolla, <em>op. cit.</em>, pp. 74-75.</p>
<p><strong>(Da <em>Sei controtesi a Massimo Mila &#8211; Discorso sulla natura dell&#8217;espressione e dell&#8217;innovazione musicale</em>. &#8220;Itinerari&#8221;, XLVII, 1, 2008)<br />
</strong></p>
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		<title>Dodecabomber, le mucche del Wisconsin e i porcellini d’India.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Aug 2008 05:15:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Cristoforo Prodan &#160; &#160; «Un concerto, una sonata devono dipingere qualcosa, altrimenti non saranno che rumore, armonioso se si vuole, ma senza vita». (Encyclopédie, alla voce Espressione) «L’estetica, infatti, non è altro che una fisiologia applicata». (Friedrich Nietzsche, Nietzsche contra Wagner. Atti di uno psicologo) &#160; «The question is whether you can make words [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">di <strong>Cristoforo Prodan</strong><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
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<p></center><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>«Un concerto, una sonata devono dipingere qualcosa, altrimenti non saranno che rumore, armonioso se si vuole, ma senza vita». (<em>Encyclopédie</em>, alla voce Espressione)<br />
«L’estetica, infatti, non è altro che una fisiologia applicata». (<strong>Friedrich Nietzsche</strong>, <em>Nietzsche contra Wagner. Atti di uno psicologo</em>)<br />
&nbsp;<br />
«<em>The question is whether you can make words mean different things</em>. E, poco più avanti, nel libro mirabile, la pestilenziale bambina, all’osservazione del cappellaio: «<em>I dare say you never even spoke to Time!</em>», risponderà: <em>Perhaps not; but I know I have to beat time when I learn music</em>». Infatti: la <em>neue Musik</em> è la distruzione del <em>bea</em>t». (<strong>Mario Bortolotto</strong>, <em>Fase seconda. Studi sulla nuova musica</em>)<br />
&nbsp;<br />
«Uno spettro s&#8217;aggira (ancora) per l&#8217;Europa – lo spettro della dodecafonia. Spettro che è l&#8217;archetipo di tutte le avanguardie espressive nel campo musicale del Novecento. Avanguardia, quella dodecafonica, che più di qualunque altra è apparsa radicale, innaturale, paradigma di bruttezza e sinonimo di cattiva musica».</p></blockquote>
<p>&nbsp;<span id="more-7101"></span><br />
Questo avevo iniziato a scrivere quasi due anni fa, preso dal sacro furore confutatorio nei confronti di un libro, allora appena uscito, del professor <strong>Andrea Frova</strong>, intitolato <em>Armonia celeste e dodecafonia. Musica e scienza attraverso i secoli</em> (Rizzoli BUR, 2006).<br />
&nbsp;<br />
Il professore, fisico, docente alla &#8220;Sapienza&#8221; di Roma, non è nuovo a pubblicare sull&#8217;argomento. Un suo manuale, <em>Fisica nella musica</em> (Zanichelli, 1999), è ancora adottato nei conservatori e nelle facoltà universitarie dove c’è il DAMS (Dipartimento Arte Musica Spettacolo). Da anni il prof. <strong>Frova</strong>, al di là della sua carriera accademica, sembra essersi fatto paladino nel campo della musica di un movimento di scienziati che vogliono ristabilire ordine laddove regna il caos. Egli parte da una semplice constatazione: la frattura che si è creata tra musica e pubblico in un certo periodo storico coincide con l’avvento della <em>neue Musik</em> (la Nuova Musica), che parte dalla seconda scuola di Vienna, in particolare col serialismo dodecafonico teorizzato da Schönberg, per arrivare a tutte le esperienze postseriali successive. L’autore accusa <strong>Schönberg</strong> di aver fatto una rivoluzione che non ha prodotto risultati positivi per la musica. L’avrebbe cioè spogliata di quella funzione, che egli ritiene organica alla musica, di «traduzione di linguaggi e di emozioni», e l’avrebbe «riproiettata verso l’età della pietra della civiltà musicale».<br />
&nbsp;<br />
Negli ambienti musicologici il libro di <strong>Frova</strong> è passato quasi inosservato; probabilmente era stato considerato pressoché irrilevante, anche per il suo taglio divulgativo. Se non fosse stato per l&#8217;appassionata convinzione personale con cui il professore argomenta le sue tesi, per il fatto che questo suo sentire ha incontrato inaspettatamente un analogo sentire da parte di molti musicisti e professori di conservatorio, probabilmente non mi sarei preso la briga di leggere e rileggere il libro, di assistere a una presentazione dello stesso, e di iniziare a scriverci qualcosa sopra. Avevo poi rinunciato, per vari motivi, a completare la recensione. Ma un episodio successivo, recente, mi ha portato a ripensare a tutta la faccenda.<br />
&nbsp;<br />
Dal 4 al 6 giugno 2008 le università di Roma “La Sapienza” e Tor Vergata, in collaborazione con l’Accademia Nazionale dei Lincei, decidono di organizzare un convegno internazionale in memoria del musicologo <strong>Nino Pirrotta</strong>. Nell’ambito del convegno, il 5 giugno, viene organizzato un concerto alla Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica. Un programma di musica antica, con uno degli ensemble vocali-strumentali più famosi in quell’ambito, i <em>Mala punica</em> di <strong>Pedro Memelsdorff</strong>. Ovviamente mi ci fiondo. Un programma sublime di polifonia napoletana antica (<em>Napoli gothique. Polifonia nella Napoli angioina, 1320 – 1400</em>), un concerto molto bello e gradevole.<br />
&nbsp;<br />
Ed ecco la prima sorpresa: il pubblico: scarso. O meglio, tanti gli invitati d’onore, i professori, i giornalisti; ma di pubblico vero, quello pagante, ce n’era veramente poco. Non era stata riempita neanche la metà della sala: saranno state in tutto quattrocento persone, a dire tanto. La seconda sorpresa è che, avendo dei biglietti extra per quel concerto, ho provato a regalare l’ingresso gratutito a quanti conoscevo. Ebbene: nessuno ma proprio nessuno li ha voluti, neanche regalati. L’indifferenza del pubblico verso la musica antica che avevo appena sperimentato era dunque straordinariamente simile a quella verso la musica contemporanea. Torniamo dunque al libro di <strong>Frova</strong>.<br />
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L&#8217;obiettivo del professore è chiaro fin dall&#8217;inizio: dimostrare che le considerazioni di carattere psicologico e etico che sono alla base del giudizio estetico da parte del pubblico su un certo modo di fare musica hanno un fondamento fisico oggettivo; un fondamento naturale dunque, non confutabile da nessuna analisi storico-critica o teoria estetica. Ma va anche oltre, sostenendo che, una volta accettata questa teoria, il problema può essere rovesciato e la musica – così intesa, e sulla quale ormai è stato detto praticamente tutto dai grandi compositori del passato – può perdere oggi definitivamente il suo ruolo culturale e diventare un utile e tranquillo strumento di analisi del funzionamento del cervello da parte delle cosiddette neuroscienze. Già nell&#8217;introduzione Frova afferma infatti: «Molti diranno: discutere dei demeriti della musica di concezione seriale e di quella che, similmente, si schiera sul fronte del “non bello” dovrebbe essere del tutto inutile. La spinta verso il bello, infatti, è nata con l&#8217;uomo ed è insopprimibile: essa è documentata fin dai più antichi utensili del paleolitico».<br />
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Si parla dunque del “bello” in musica, con uno scivolamento verso il mito del “buon selvaggio” – alquanto singolare peraltro per un uomo di scienza –, per cui se qualcosa è stato fatto o pensato nel paleolitico dalla specie umana è, <em>by definition</em>, naturale dunque bello. Non solo, subito dopo <strong>Frova</strong> afferma addirittura: «Mi pare allora quasi un dovere civile porre in evidenza quegli elementi negativi della dodecafonia che emergono da un&#8217;analisi in chiave scientifica del discorso musicale». A parte l&#8217;abuso dell&#8217;aggettivo “scientifico” (analisi in chiave scientifica, dunque incontestabile), si noti il compito etico-politico (un dovere civile) che il professore si assume, per mettere in evidenza nientemeno che gli «elementi negativi» della dodecafonia.<br />
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In questo Frova ha un illustre predecessore. Già <strong>Ernest Ansermet</strong> (1883-1969), direttore d’orchestra, anch’egli fisico, divenuto anche personaggio del <em>Doktor Faustus </em>di <strong>Thomas Mann</strong>, aveva tentato di fondare una metafisica della musica in grado di giustificarne l’esistenza su basi fisiche, psicologiche e etiche. E, non a caso, a proposito della dodecafonia <strong>Ansermet</strong> scriveva: «Questa musica costituisce un pericolo pubblico sul piano della vera cultura musicale» (da <em>I problemi della musica</em> (1963), in <em>Scritti sulla musica,</em> Edizioni Curci, 1991).<br />
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Frova usa un termine mutuato dalla fisica e parla di musica “adiabatica”. In fisica un sistema adiabatico è grosso modo un sistema isolato, che non scambia calore con l’esterno. La musica adiabatica sarebbe dunque musica che non trasmette “calore”. Interessante qui la critica “calorimetrica” alla musica fatta da un uomo di scienza, laddove la scienza stessa era stata accusata dai suoi detrattori (<strong>Husserl</strong>, <strong>Kuhn</strong>, <strong>Horkheimer</strong>, <strong>Feyerabend</strong>) negli stessi termini.<br />
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Per il resto il libro è un ottimo compendietto divulgativo di fisica generale, di fisica acustica, di neuroscienze, di acustica musicale e di armonia. Tutto spiegato in maniera qualitativa, con poche formule e ampio uso di tabelle, figure e grafici. Interessante il capitolo 6 (<em>L’udito e la percezione dell’altezza</em>), in cui il nostro “dottor Stranamore” ci spiega nel dettaglio il funzionamento del sistema uditivo. Nel paragrafo <em>Segnali del nervo uditivo</em>, ci dice ad esempio che sono stati condotti esperimenti su animali – che poi in nota a piè di pagina scopriamo essere dei porcellini d’India, delle cavie da laboratorio – «tramite l’impiego di microscopici elettrodi collegati a singole terminazioni del nervo uditivo». L’immagine di quei poveri porcellini d’India sottoposti a esperimenti invasivi che poi, nel libro di <strong>Frova</strong>, sono diventati funzionali a dimostrare la naturalità di una certo tipo di musica, mi ha fatto un certo effetto, non lo nascondo.<br />
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Ma la querelle non è nuova, già <strong>Alessandro Baricco</strong> ne <em>L&#8217;anima di Hegel e le mucche del Wisconsin</em> (Garzanti, 1992) aveva affrontato questi temi. In realtà quello di <strong>Baricco</strong> era un <em>buscar el levante por el poniente</em>, un parlare di musica per parlare della sua idea del “moderno”. Il libello, che si articola in quattro saggi, uno che tira la volata all’altro, inizia infatti con un’analisi della genesi dell’idea di musica colta – invenzione della borghesia ottocentesca che avrebbe trovato la sua «matrice ideologica», il suo mito delle origini, in Beethoven (un <em>leit motiv</em> per <strong>Baricco</strong>) –, sul cui presunto <em>primato culturale</em> Baricco si domanda: «C’è qualcuno che saprebbe davvero spiegare perché un giovane che preferisce <strong>Chopin</strong> agli <strong>U2</strong> dovrebbe essere motivo di consolazione per la società? E si è davvero sicuri che, a voler stare là dove il presente accade, il posto giusto sia un Auditorium e non una sala cinematografica o una strada?». La domanda è evidentemente retorica, perché potrebbe essere tranquillamente rovesciata per sostenere la tesi opposta. Tuttavia <strong>Baricco</strong>, in questa presunta affermazione di superiorità, intravede un atteggiamento moralista e reazionario come risposta all’assedio del “moderno”.<br />
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Nel secondo saggio <strong>Baricco</strong> espone l’unica possibilità che la musica colta avrebbe di riscattarsi «dal triste destino di sfumare in prassi oscurantista e truffaldina», cioè quella di mettersi in corto circuito con la modernità, di «tornare ad essere <em>idea che diventa</em>». Come?, semplice: la musica colta è tale nella misura in cui non si esaurisce nel momento del suo consumo, e questo può farlo solo attraverso l’interpretazione. Partendo da una famosa frase di <strong>Adorno</strong> sull’interpretazione delle opere d’arte, tratta dalla sua <em>Teoria estetica</em> – «Le opere d’arte [&#8230;] attendono la loro interpretazione» –, <strong>Baricco</strong> ne sottolinea la pertinenza nel campo dell’<em>interpretazione</em> musicale. L’interpretazione musicale sarebbe l’unico mezzo per traghettare la musica colta nella modernità. Testo e contesto non esistono più («l’originale non esiste»), o non sono più riproducibili, e l’interpretazione musicale è dunque un po’ tradire, e ricontestualizzare, il testo tràdito. La cosiddette “esecuzioni filologiche” sarebbero dunque solo «liturgia archeologica», mentre nel processo di attualizzazione di un’opera “radicalmente” interpretata «ciò che accade è il postumo reinventarsi della musica, non l’espressione dei sentimenti dell’esecutore». L’interprete veramente tale è colui che viviseziona l’opera decostruendone forma e linguaggio originari, per cogliere quei «frammenti di senso» che hanno qualcosa da dire nel proprio tempo.<br />
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E così, dopo aver buttato a mare tutto il movimento della <em>Early Music</em>, Baricco, nel terzo capitolo, butta a mare – hic sunt leones – anche la <em>neue Musik</em>. Eccone l’<em>abstract</em> ideologico: «Essa [la musica contemporanea] appare come un corpo separato, che si arrotola su se stesso, impermeabile alla modernità e ipnotizzato dalle proprie vicende. Un’avventura autonoma, schizzata via per una tangente che corre sempre più lontana dal cuore del mondo. Un’acrobazia dell’intelligenza diventata ripetizione di se stessa, spettacolo inquietante di un sogno dell’immaginazione avvitato sui propri incubi e incapace di ritrovare le vie del reale». Alla faccia dell’atteggiamento moralista e reazionario!<br />
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Liquidata la Nuova Musica, nel quarto saggio Baricco esplora quello che secondo lui è il concetto fondamentale della modernità: la <em>spettacolarizzazione</em>. «La modernità è innanzitutto uno spettacolo», e di questo spettacolo l’incarnazione migliore è oggi rappresentata dal cinema (un altro <em>leit motiv</em> baricchiano) che è divenuto «rifugio dell’arte e dimora del Senso». Ma anche la musica leggera. Così <strong>Mahler </strong>e <strong>Puccini </strong>vengono delineati come i profeti di questa modernità.<br />
In questa visione corriva dell’evoluzione della cultura musicale è ovvio che l’unico elemento che non si allinea a quest’idea, che l’arte cioè debba sempre farsi interprete della modernità del suo tempo, è proprio la parentesi della Nuova Musica, con l’atonalità e la dodecafonia che ne rappresentano la svolta linguistica più radicale.<br />
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Non è il luogo questo per fare un discorso articolato sulla genesi della Nuova Musica, sulla dodecafonia, e sulle avanguardie musicali del secolo scorso, che dovrebbe basarsi su una seria critica-storia piuttosto che su luoghi comuni e immagini ad effetto. Quello che è interessante qui è che le argomentazioni di <strong>Baricco</strong> sono significativamente simili, nelle conclusioni, a quelle di <strong>Frova</strong>. Da una parte un’astratta idea del moderno, dall’altra un’altrettanto astratta idea di natura.<br />
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E a questo punto è utile ricordare quella mirabile raccolta di brevi saggi di <strong>Massimo Mila</strong>, intitolata <em>L&#8217;esperienza musicale e l&#8217;estetica</em> (Einaudi, 1950-2001). <strong>Mila</strong> è stato uno dei più acuti intellettuali del nostro tempo. Fu insigne storico e critico musicale (ancora oggi è famosa la sua <em>Breve storia della musica</em>), nonché scrittore, saggista e traduttore (sua è la traduzione di <em>Siddartha</em> di <strong>Herman Hesse</strong>). Riassumere qui i contenuti di quella raccolta è praticamente impossibile, tanti e tali sono i risultati teorici nell’ambito dell’estetica musicale che vi sono esposti con grande lucidità. Basta citarne solo alcune frasi. Nel saggio <em>Capire la musica</em> (1948) <strong>Mila</strong> scrive: «Certo, la musica è espressione della qualità umana, di un uomo così e così individuato, che nella sua singola puntualizzazione è il portato e il compendio d’un’intera situazione storica, [&#8230;]. Capire la musica, allora, vuol anche dire possedere tutto quel bagaglio di cognizioni storiche e filologiche che permettono di collocare un autore musicale nella storia dello spirito umano e della cultura, e anche quelle doti di penetrazione umana, perfino psicologica, che consentono d’intenderne con calore d’affetto la personalità, e di riconoscerne nelle opere i vari aspetti e momenti». E nel saggio <em>Fondamenti di una teoria dell’atto musicale</em> (1950): «L’espressione in cui consiste la natura dell’arte non è espressione <em>voluta</em> di qualchecosa, ma è la presenza inevitabile della persona umana, diversamente individuata nei singoli artisti, come compendio vivente, e quindi sempre in via di trasformazione, d’un concorso di circostanze storiche. È quel complesso inscindibile di note psicologiche per cui <strong>Mozart</strong> è <strong>Mozart,</strong> e non è <strong>Haydn</strong>, <strong>Bach</strong> non è <strong>Händel</strong> e <strong>Debussy</strong> non è <strong>Ravel</strong>». Considerazioni queste che da sole ci indicano che forse non è necessario reinventare la ruota ogni volta che ci si innamora di un’idea e da questa si vuol far discendere la genesi del mondo, specie se poi si va a cozzare contro questioni complesse di natura musicale.<br />
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Ma allora: se sia la <em>Early Music</em> sia la <em>neue Musik</em> soffrono della stessa sorte amara, quella cioè di un “pubblico” che le snobba, non sarà che quel pubblico è stato abituato solo a un certo tipo di musica e a un certo modo di rappresentarla? In fondo l’idea della <em>Early Music</em> è che un testo esiste sempre, sia pure frammentario, e che è sempre possibile, dalle fonti originali e dalle edizioni critiche, ricostruire le <em>intenzioni originali</em> del compositore in una sorta di <em>ur-testo </em>(le edizioni <em>urtext</em> appunto) eseguibile. L’interpretazione parte da <em>quel</em> testo, che è asintoticamente il più vicino possibile a quelle intenzioni, per evidenziarne l’espressione inconsapevole sottostante. Dal canto suo il movimento della <em>neue Musik</em> ha portato il linguaggio del testo musicale a sperimentare nuove forme espressive, e a diventare esso stesso forma artistica. Anche in questo caso l’interpretazione fa rivivere l’espressione inconsapevole di quel testo, senza ulteriori mediazioni. <em>Early Music</em> e <em>neue Musik </em>condividerebbero dunque la “colpa” di avere testi difficilmente manipolabili. Il corto circuito tra compositore e pubblico attraverso l’interprete (non già tra interprete e idee astratte), forse è quello il vero problema.<br />
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Nessuno si sognerebbe oggi di dire cosa devono o non devono fare l’arte, la letteratura o l’architettura per essere veri interpreti della modernità o della natura. Non così sembra essere per la musica. L’odio verso le avanguardie espressive del Novecento è persistente, decisamente fuori luogo rispetto al fenomeno stesso. Questo atteggiamento conferma la sensazione che il problema non sta nella rivoluzione linguistica delle avanguardie, quanto piuttosto nell’affermazione d’un’autonomia totale del compositore e della composizione. La musica è un’attività incontrollabile, pluridisciplinare, trasversale. Per questo è difficile incasellarla, definirla, delimitarla. E se non si fa interprete di qualcosa diventa automaticamente un «pericolo pubblico».<br />
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Rieccomi dunque, con la memoria, a quella presentazione di quasi due anni fa del libro di Frova. In quell’occasione è stato detto di tutto. <strong>Nicola Piovani</strong>, invitato da <strong>Frova</strong>, ricordando l&#8217;esaltazione da parte di Karlheinz Sotckhausen per l&#8217;attentato delle torri gemelle (in realtà affermazione artistica, ampiamente smentita e ridimensionata), ha parlato di una sorta di &#8220;pensiero terroristico&#8221; di cui una certa sperimentazione musicale si sarebbe fatta portatrice. E alla fine qualcuno tra i presenti, nell’esaltazione generale, è arrivato anche a dire che le mucche con la musica dodecafonica producevano il latte acido. Saranno state le stesse mucche del Wisconsin che aumentavano la produzione del 7,5% ascoltando la musica sinfonica?<br />
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Infine: in sala, tra il pubblico, c&#8217;era un pezzo di storia della fisica italiana: il prof. <strong>Carlo Bernardini</strong>, collega e amico di <strong>Frova</strong>. Si dà il caso che Carlo sia padre di ben due musicisti per certi versi antitetici: Alfredo, oboista barocco, e Nicola, compositore contemporaneo. Il buon <strong>Bernardini</strong>, prendendo la parola subito dopo le affermazioni di <strong>Piovani</strong>, e pur essendo sostanzialmente d’accordo con la visione di Frova, non ha mancato di esordire, prima di fare una domanda, con una delle sue battute che da sole riassumono un pensiero, dicendo all&#8217;incirca: «Beh, dopo quello che è stato detto temo che si aggiri ora tra di noi Dodecabomber!». In disparte, alla fine del dibattito, <strong>Bernardini</strong> mi racconta poi sottovoce, con tono affettuoso e un pizzico d’orgoglio, del suo figlio compositore dodecafonico.</p>
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