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	<title>Matteo Di Gesù &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Possiamo sbarazzarci dei classici italiani?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Nov 2012 07:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Matteo Di Gesù «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Ogni tanto accade l&#8217;incresciosa evenienza per cui la citazione di circostanza, che dovrebbe ratificare una tesi, serva piuttosto a negarne i presupposti, ribaltandola e rivelando la fondatezza del suo contrario. Probabilmente la celebre sentenza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Matteo Di Gesù</strong></p>
<figure id="attachment_44183" aria-describedby="caption-attachment-44183" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/11/24/possiamo-sbarazzarci-dei-classici-italiani/roma04-006/" rel="attachment wp-att-44183"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-44183" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/olivobarbieri_roma_2004.jpg" alt="" width="640" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/olivobarbieri_roma_2004.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/olivobarbieri_roma_2004-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/olivobarbieri_roma_2004-250x180.jpg 250w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44183" class="wp-caption-text">La fotografia è di Olivo Barbieri</figcaption></figure>
<p>«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Ogni tanto accade l&#8217;incresciosa evenienza per cui la citazione di circostanza, che dovrebbe ratificare una tesi, serva piuttosto a negarne i presupposti, ribaltandola e rivelando la fondatezza del suo contrario. Probabilmente la celebre sentenza calviniana, che, come un meccanismo a molla, scatta inesorabile a suffragio di qualche ciarla mondana sull&#8217;irrinunciabile necessità di leggere (di rileggere, ci mancherebbe) i classici, rientra in questa casistica. È possibile, insomma, che invece i classici, specie quelli italiani, abbiano finito di dire quello che avevano da dire, quantomeno per ora.</p>
<p>Sembrerebbero perpetuarsi, a dispetto dei tempi e dei costumi, e le notizie editoriali parrebbero confermarlo: una sontuosa raccolta Utet fresca di stampa, curata magistralmente da Carlo Ossola, <em>Letteratura italiana. Canone dei classici</em>, per la libreria del salotto; una collana Bur di classici italiani, edita in collaborazione con l&#8217;Associazione degli Italianisti, con nuovi commenti e apparati aggiornati, per lo zainetto. Libri che però permangono sullo scaffale come un complemento d&#8217;arredamento o durano in borsa il tempo di preparare l&#8217;esame di Letteratura italiana I. Sarebbe pure un fenomeno collaterale, nel lento collasso della nazione, ma resta il fatto che la nazione stessa abbia contratto con la propria tradizione letteraria un debito fondativo: se l&#8217;Italia è «un&#8217;invenzione letteraria», la marginalizzazione della sua letteratura dovrebbe riguardare una cerchia più estesa degli ultimi clienti della rateale Einaudi.</p>
<p>L&#8217;ultima apertura al pubblico del Sacrario della Letteratura Nazionale, in occasione del Centocinquantenario, d&#8217;altro canto, ha avuto i caratteri di una cerimonia memoriale funebre, piuttosto che quelli di una riscoperta vivificante. Questa voga monumentalizzante (proprio nel senso di pietrificare e rendere inerte qualcosa di mobile e accessibile), <em>tipically italian</em>, sembrerebbe rimandare a una delle cause storiche di questo processo, ovvero alla micidiale attitudine accademica di museificare i testi della tradizione, rendendoli inaccessibili direttamente e contemplandone soltanto una ricezione parcellizzata e mediata dall&#8217;autorità preposta, quella del professore sciamano, il solo in grado di divinare il testo e di restituirlo alle plebi incolte. Si tratta di un discorso del sapere le cui dinamiche di potere sono evidenti e non richiedono supplementi di indagine in questa sede.</p>
<p>Tuttavia, per una volta, non è il caso di prendersela con l&#8217;accademia (se non magari per deprecare la sciatteria deprimente della <em>routine</em> universitaria, speculare, e analoga negli esiti mortiferi, al culto per gli iniziati): troppo facile, specie di questi tempi. Anzi, a dirla tutta, molte delle interpretazioni meno conformiste e più innovative delle opere canoniche italiane le hanno elaborate proprio corrucciati professori universitari, confezionandole in robusti e minacciosi saggi accademici: possiamo pure trovare intrigante la lettura degli <em>Appunti queer sui Promessi sposi</em>, recentemente pubblicati, col titolo <em>Aria di braveria</em>, da Tommaso Giartosio su «Le parole e le cose», giusto per fare un esempio; ma andrà ricordato che a restituirci un Manzoni assai diverso da quello compitato svogliatamente al liceo avevano già provveduto tempo Ezio Raimondi e Salvatore Silvano Nigro, tanto per dire. O si pensi ancora a una recentissima <em>Introduzione alla Divina Commedia</em>, sempre di Ossola, che si legge come una passeggiata attraverso dieci secoli di letteratura occidentale. Come aria nuova circola finalmente in alcuni manuali di italianistica (la collana diretta da Battistini per Il Mulino, per dire). E non vale neppure avviare la solita tirata sulla scuola che ammazza la lettura: per quanti professori di lettere necrotici e necrofori affollino le aule cimiteriali italiane (scrivendo magari nel tempo libero appassionati <em>pamphlet</em> contro lo stolido studio della poesia in classe), ce ne sono altrettanti che spacciano Leopardi originali, senza tagliarli con l&#8217;anfetamina del cazzeggio paratelevisivo, con grande competenza e qualche successo didattico.</p>
<p>Ecco, a proposito di televisione <em>et similia</em>, ci sarebbe da chiedersi, semmai, se quell&#8217;antico, esiziale, ruolo del professore-sacerdote non sia stato devoluto, mutandosi in una versione pop ma conservandone inalterate le logiche di trasmissione escludenti e autoritarie, ancorché occulte, agli intrattenitori da festival letterari e letture di massa. Se, in altre parole, a dispetto della qualità degli <em>show</em> letterari e delle ottime intenzioni delle operazioni di divulgazione spettacolare, il pubblico-lettore non preferisca delegare il Benigni di turno a leggere e a comprendere al posto suo, come faceva un tempo con l&#8217;austero docente.</p>
<p>Poi ci sarebbe la questione della lingua (in Italia c&#8217;è sempre aperta una &#8220;questione della lingua&#8221;): ogni tanto qualcuno tira fuori questa storia della necessità di tradurre le opere del canone italiano, per agevolare gli italofoni del ventunesimo secolo: un pretesto per piallare la prosa di Machiavelli e Alfieri, fino a farla aderire a quella del Bruno Vespa saggista. Finalmente, spezzato il giogo dei tiranni parrucconi, il Carofiglio di turno non dovrà più imitare Petrarca: sarà semmai questo che dovrà adeguarsi a quello (un discorso diverso andrebbe fatto per il Busi “traduttore” di Boccaccio e Ruzante, nonché per le imperdibili <em>Novelle stralunate dopo Boccaccio</em>, curate per Quodlibet da Elisabetta Menetti e riscritte, tra gli altri, da Celati e Cavazzoni).</p>
<p>E se, interpellati da «Nuovi argomenti» a proposito del loro sentimento identitario nazionale, gli scrittori italiani sentenziano che la loro patria è solo la lingua, nondimeno i classici italiani non dicono più nulla alla gran parte di loro, specie agli autori dell&#8217;ultima generazione, che ne ignorano proprio la lingua, oltre che storia e tradizione. È bastato un ventennio di bulimia contemporaneistica e di sovradosaggi di best seller anglosassoni per far dimenticare, tra le altre cose, che proprio il nostro Novecento è una ininterrotta rivisitazione del canone nazionale. Calvino lo sapeva bene, ma ormai nemmeno lui lo si legge più: è un classico.</p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato su <a title="orwell" href="http://twitter.com/orwellp" target="_blank">Orwell</a>]</p>
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		<title>Verifica dei poteri 2.0: Matteo Di Gesù</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 May 2011 05:07:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[crtitica]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Di Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[Verifica dei poteri 2.0]]></category>
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					<description><![CDATA[[Matteo Di Gesù risponde alle Cinque domande su critica e militanza letteraria in Internet a proposito di Verifica dei poteri 2.0; qui le risposte precedenti.] 1. Le linee fondamentali di questa ricostruzione ti sembrano plausibili? Sì: il saggio offre una ricostruzione esauriente, si fonda su presupposti adeguati e condivisibili ed è criticamente incisivo. 2. Quando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-size: 85%;"><em>[Matteo Di Gesù risponde alle</em> Cinque domande su critica e militanza letteraria in Internet <em>a proposito di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/">Verifica dei poteri 2.0</a>; qui le <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/">risposte precedenti</a>.]</em></p>
<p><strong>1. Le linee fondamentali di questa ricostruzione ti sembrano plausibili?</strong></p>
<p>Sì: il saggio offre una ricostruzione esauriente, si fonda su presupposti adeguati e condivisibili ed è criticamente incisivo.</p>
<p><strong>2. Quando e perché hai pensato che Internet potesse essere un luogo adeguato per “prendere la parola” o pubblicare le tue cose? E poi: è un “luogo come un altro” (ad esempio giornali, riviste, presentazioni o conferenze…) in cui far circolare le tue parole o ha delle caratteristiche tali da spingerti ad adottare delle diverse strategie retoriche, linguistiche, stilistiche?</strong></p>
<p>Non sono stato né un pioniere né un apocalittico: ho cominciato a pubblicare su internet quando se ne è presentata l&#8217;occasione, all&#8217;inizio anche con una dose di curiosità per il nuovo “luogo” di pubblicazione e soprattutto per il tipo di ricezione che poteva determinare (e parlo di tipologie di testi piuttosto diversi: saggi accademici, recensioni, articoli).<span id="more-39062"></span> Certamente è un mezzo diverso da quelli, per così dire, tradizionali, ma non mi pare che tale consapevolezza (posto che la mia consapevolezza del mezzo sia davvero adeguata) mi abbia indotto a modificare drasticamente il modo in cui scrivo. Considero internet un supporto e un veicolo con caratteristiche proprie e affatto diverse, senza dubbio, ma in svariate occasioni (per esempio quando mi viene chiesto un “pezzo” per un portale o una rivista web) temo di scrivere senza badare troppo alla sede di destinazione: il mezzo non è il messaggio, per me (quantomeno non del tutto), ma certo so bene che il mezzo, questo mezzo, il messaggio lo condiziona assai. Diverso è il discorso per un intervento estemporaneo su un blog, o in un dibattito in rete: in quel caso le mie “strategie retoriche” sono assai vincolate alla sede e al contesto.</p>
<p><strong>3. A tuo giudizio, sempre riguardo alla discussione letteraria, la critica o la militanza, cos’ha Internet di particolare, di specifico e caratterizzante, se ce l’ha, rispetto ad altri mezzi di comunicazione?</strong> </p>
<p>La rapidità, forse a discapito dell&#8217;esattezza e della persistenza. E poi la grande disponibilità di “spazio” libero, in ogni senso: rispetto alla possibilità di scrivere di cose che in alti luoghi non avrebbero cittadinanza (e in modi, linguaggi, forme che in altri luoghi non avrebbero cittadinanza), rispetto alla quantità di battute che puoi permetterti di usare, rispetto agli interventi che un dibattito può ospitare. Chi scrive anche sui giornali credo che abbia una consapevolezza smagliante, empirica di questa differenza. In questo senso mi pare calzante l&#8217;allegoria della “nuova frontiera”: ciascuno può allestire il proprio carro, partire verso l&#8217;ovest e trovare il suo posto nella sconfinata prateria virtuale. Si tratterebbe semmai di capire quali sono gli indiani e soprattutto se l&#8217;esercizio di questa libertà non comporti il loro genocidio. Parlo dei costi sociali, evidentemente. Ma anche di quelli culturali. Produrre energia per tenere acceso tutto il giorno il pc e scrivere scemenze sui blog o sui social network avrà pure qualche conseguenza. E poi mi chiedo quanto e come internet non rischi, subdolamente, di estendere e consolidare sistemi economici, modelli sociali culturali e di consumo già egemonici (oltre ad avere, di contro, il merito indubbio di facilitare i tentativi di sabotaggio di questi e di altri sistemi di dominio). </p>
<p><strong>4. Ti sembra che la discussione letteraria in rete oggi sia diversa da quella di qualche anno fa? Credi inoltre che la discussione letteraria fuori dalla rete sia stata in qualche modo influenzata da ciò che si è prodotto sul web o è rimasta tutto sommato indifferente?</strong></p>
<p>Mi pare che per un verso sia cresciuta la consapevolezza di chi discute: chi interviene in una discussione in rete di solito lo fa con competenza e coerenza rispetto all&#8217;argomento. D&#8217;altro canto ho l&#8217;impressione che sia salito il livello generale di violenza argomentativa (la possibilità dell&#8217;anonimato e la scarsa persistenza di cui dicevo mi pare che la agevolino): spesso trovo insopportabile il livore isterico di certi interventi.<br />
Con tutti i rischi delle generalizzazioni: la cesura tra le generazioni, rispetto al web, è lampante; buona parte dei critici sopra i sessant&#8217;anni, rispetto a ciò che avviene in rete, è algidamente indifferente quando non apertamente sprezzante. Di conseguenza di ciò che si è prodotto in rete non resta traccia nei loro interventi cartacei (o quantomeno questo è ciò che loro credono: nessuno può dirsi davvero estraneo alla società digitale). E dato che non mi pare che le pagine culturali e le riviste più autorevoli siano presidiate dai trentenni, le conseguenze sono ovvie. Diverso è il discorso per chi è nato un ventennio dopo. Mi permetto di riferirmi a un caso personale, solo perché mi sembra esemplare: io e gli altri cinque responsabili della neonata collana di critica letteraria “Posizioni” (Giancarlo Alfano, Andrea Cortellessa, Davide Dalmas, Stefano Jossa, Domenico Scarpa) nonché i nostri editori (i tre :duepunti) abbiamo un&#8217;età compresa all&#8217;incirca tra i 35 e i 45 anni. Facciamo libri cartacei e abbiamo intenzione di farne in futuro; tuttavia, per tutti noi è del tutto scontato considerare anche il web come spazio di informazione, discussione e intervento: il saggio di Domenico Scarpa compreso nel volume inaugurale della collana, <em>Dove siamo?</em>, tanto per dire, è stato pubblicato su “Nazione indiana” nei giorni in cui usciva il libro. </p>
<p><strong>5. Nel saggio abbiamo lasciato fuori qualsiasi considerazione su come la rete stia o meno contribuendo a erodere i tradizionali processi di legittimazione letteraria. Pensi, ad esempio, che la possibilità offerta ad ogni lettore di dare diffusione a un proprio giudizio di gusto su un libro (siti come aNobii, le recensioni su Amazon, blog personali ecc.) metta in qualche misura in discussione il ruolo e la funzione del critico, oppure sono due ambiti diversi che non si intersecano (o non dovrebbero essere confusi)?</strong> </p>
<p>Mi è capitato di scrivere che lamentare la scomparsa degli intellettuali dalla scena pubblica senza considerare le trasformazioni del discorso pubblico, della sua nuova dislocazione, dei mezzi della sua diffusione è come rammaricarsi della scomparsa dei portinai ignorando l&#8217;avvento dei citofoni. Credo che valga lo stesso per la critica letteraria. Ad ogni modo dare la colpa al web per la perdita di rilevanza della critica letteraria nel consesso civile mi appare pretestuoso e fuorviante (ma è a monte, che questo mantra della crisi della critica mi sembra mal posto: non mi pare, per dirne una, che l&#8217;unico ambito del discorso pubblico a essersi degradato e impoverito, in questi anni in Italia, sia quello letterario). Per certi aspetti, oltretutto, la critica si è delegittimata da sé: arroccandosi nell&#8217;accademia o intonando epicedi sempre sullo stesso motivetto.<br />
Ma, detto questo, trovo che la riscossa dei critici da tastiera, che scalzano dal piedistallo l&#8217;autoritario e pedante critico di professione, in nome della presunta democrazia del web e di una fraintesa libertà di giudizio, sia un&#8217;altra falsa credenza. Qualcuno dovrebbe avvisarli che sul piedistallo da tempo non c&#8217;è più rimasto nessuno: sembrano quelli che hanno cominciato a professare anticomunismo solo dopo la caduta del muro di Berlino. Credo piuttosto che stiamo attraversando una fase, confusa e incerta ma anche potenzialmente feconda, di profonda ridefinizione e ridislocazione di molte funzioni che ruotano intorno alla letteratura, compresa quella critica. Temo tuttavia che, anche nell&#8217;era digitale, a dettare legge saranno i grandi gruppi editoriali, la grande distribuzione e le logiche di mercato, magari blandendo proprio la critica dei blog. </p>
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		<title>Un punto di domanda sullo stato delle cose in Italia inaugura la nuova collana di critica letteraria edita da :duepunti edizioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
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		<category><![CDATA[Davide dalmas]]></category>
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		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
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					<description><![CDATA[GIANCARLO ALFANO • ANDREA CORTELLESSA • DAVIDE DALMAS MATTEO DI GESÙ • STEFANO JOSSA • DOMENICO SCARPA DOVE SIAMO? NUOVE POSIZIONI DELLA CRITICA Dove siamo?, un punto di domanda inaugura Posizioni, la nuova collana di critica letteraria di :duepunti edizioni. Non un nuovo intervento pubblico sul «senso della critica» o sulla sua «attualità», ma un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/dove-siamo.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-38250" title="dove siamo?" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/dove-siamo-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/dove-siamo-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/dove-siamo.jpg 379w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /></a>GIANCARLO ALFANO • ANDREA CORTELLESSA • DAVIDE DALMAS<br />
MATTEO DI GESÙ • STEFANO JOSSA • DOMENICO SCARPA<br />
<em>DOVE SIAMO? </em><br />
NUOVE POSIZIONI DELLA CRITICA</p>
<p style="text-align: justify;">Dove siamo?, un punto di domanda inaugura <em>Posizioni</em>, la nuova collana di critica letteraria di :duepunti edizioni. Non un nuovo intervento pubblico sul «senso della critica» o sulla sua «attualità», ma un ragionamento plurale e – al tempo stesso – primo esito, programmatico e dichiarativo, di un progetto culturale, che vorrebbe essere, nel suo farsi, anche una presa di posizione rispetto allo stato delle cose in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’Unità d’Italia, nel consolidamento della lingua nazionale e nella formazione dei cittadini italiani, gli intellettuali hanno avuto a vario titolo un grande peso, che a distanza di centocinquanta anni ci appare più che evidente.<br />
L’importanza del ruolo della classe intellettuale è una questione che di continuo fa i conti con i mutamenti sociali in atto, si mette in crisi per riformularsi: per guardare soltanto all’ultimo dopoguerra, si pensi alla determinante rappresentanza intellettuale nella Costituente, al Gruppo ’63 e al ’68, alla querelle su “coraggio e viltà” divampata sui giornali nel ’77.</p>
<p><span id="more-38248"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Gli anni zero del 2000, appena trascorsi, hanno fatto i conti con delle trasformazioni sociali il cui portato non è ancora chiaro. Di certo il precariato intellettuale e le difficoltà di un lento ricambio generazionale pesano sul nostro futuro prossimo. Dove siamo?, come l’intera collana che ne svilupperà gli intenti, vuole identificare le coordinate del problema – in chiave storica, sociale e metodologica – e riaffermare la funzione della critica, immaginarne gli orizzonti e metterne a punto gli strumenti.</p>
<p style="text-align: justify;">GLI AUTORI<br />
Gli autori di questo libro sono la nuova generazione della critica in Italia: studiosi, critici letterari, traduttori e insegnanti, dalle pagine dei loro libri, attraverso le collaborazioni con giornali e riviste, dalla rete agli incontri pubblici, contribuiscono attivamente a tenere alta l’attenzione sulle vecchie e nuove implicazioni culturali e civili del ruolo e del lavoro dell’intellettuale. Con questo volume mettono a confronto le loro diverse ‘posizioni’ e inaugurano un nuovo modo di ripensare il lavoro critico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://http://www.duepuntiedizioni.it/anticipazioni/">www.duepuntiedizioni.it </a></p>
<p style="text-align: justify;">info@duepuntiedizioni.it</p>
<p><!--more--></p>
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		<title>Quei cattivi allievi di Leonardo Sciascia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jan 2007 19:38:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Di Gesù]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Di Gesù Sebbene, a rileggerlo dopo vent’anni, quel comunicato del fu coordinamento antimafia che relegava «ai margini della società civile» Leonardo Sciascia faccia ancora accapponare la pelle, per i suoi toni isterici da inquisizione, fa comunque piacere che colui che lo redasse, allora imberbe studentello, ancora adesso, adducendo oltretutto a sua difesa argomentazioni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a class="imagelink" title="sciascia1.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/sciascia1.jpg"><img id="image3111" height="92" alt="sciascia1.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/sciascia1.thumbnail.jpg" /></a></p>
<p>di <strong>Matteo Di Gesù</strong></p>
<p>Sebbene, a rileggerlo dopo vent’anni, quel comunicato del fu coordinamento antimafia che relegava «ai margini della società civile» Leonardo Sciascia faccia ancora accapponare la pelle, per i suoi toni isterici da inquisizione, fa comunque piacere che colui che lo redasse, allora imberbe studentello, ancora adesso, adducendo oltretutto a sua difesa argomentazioni tutt’altro che peregrine, non si penta di nulla, sebbene non gli mancherebbero gli argomenti per ricredersi (si veda Bolzoni su «La Repubblica» del 7 gennaio scorso). A cominciare dalla gimcana politica nella quale si è distinto negli anni successivi quello che allora era lo specchiato coordinatore del summenzionato coordinamento (per non dire di chi, ciarlando di antimafia, ha fatto una carriera politica perfino più brillante).</p>
<p><span id="more-3109"></span></p>
<p>Ma per l’appunto, in un Paese bizzarro come il nostro, nel quale, con la scusa che la coerenza è la virtù degl’imbecilli, c’è sempre qualcuno pronto a rinnegare in due battute le proprie opinioni di ieri per farsi trovare pronto a un altro giro di giostra oggi, va salutata comunque con rispetto questa coraggiosa (anzi, quasi incosciente) dichiarazione di fedeltà a se stessi. Ciò, beninteso, sia detto a prescindere, come direbbe il mai troppo rimpianto Totò, dall’opinione che ci si è fatta (o rifatta) su quella memorabile polemica sui ‘professionisti dell’antimafia’: chi vuole, del resto, ripassando quel pezzo di Sciascia e tenendo presente –magari con un minimo di onestà- la storia siciliana e italiana degli ultimi vent’anni e l’aria che si respirava a Palermo nell’inverno dell’87, può stabilire da sé quanto quell’intervento dello scrittore fosse fondato, opportuno, straordinariamente lungimirante ovvero sciaguratamente errati alcuni dei suoi obbiettivi polemici nonché malaccorta la valutazione sulle inevitabili e grevi strumentalizzazioni che ne sarebbero seguite. «“Questa non ci voleva,” disse Falcone leggendo l’articolo»: ecco, tutt’al più, volendo proprio aggiungere qui qualcosa alla già rigogliosa rievocazione di quei fatti, si potrebbe riportare questo passo del bel libro di Francesco La Licata, <em>Storia di Giovanni Falcone</em>: battuta ponderosa e leggera da collazionare tanto con il controverso intervento sciasciano (reperibile nel volume A futura memoria) quanto con le repliche di quelli che Rossanda bollò «chierici dell’intolleranza».<br />
Resterebbe semmai da formulare qualche altra considerazione su gli usi politici che di Sciascia sono stati fatti a partire dalla sua morte, e che in questo ventennale stanno conoscendo un vivace aggiornamento. Lo scrittore di Racalmuto sta patendo una sorte analoga a quella che è toccata a un’altro autore, a lui per altro molto caro e come lui rigoroso e ostinato praticante del pensiero critico, fino all’aperta contraddittorietà: Pier Paolo Pasolini (si pensi a quante se ne sono lette e sentite in occasione del trentennale della morte). Una volta digerito dal robusto stomaco del conformismo italiota, il loro anticonformismo civile è stato trasformato nell’ennesima deiezione con la quale il Potere di sempre suole legittimare se stesso: assimilando, dopo averle banalizzate e falsificate, le tesi dei suoi oppositori e semmai restituendole, degradate, a misura della chiacchiera politica quotidiana: comoda e rassicurante merce intellettuale di facile consumo; per giunta irrinunciabile, se reca l’etichetta accattivante di ‘scomodo’, ‘eretico’ ‘scandaloso’.<br />
Solo con ciò si spiega la ridda di allievi e devoti (autoproclamatisi tali) di Sciascia e Pasolini che imperversa per un Paese bizzarro come il nostro: il quale nel frattempo, non si sa come, soffoca di perbenismo e ipocrisia, intolleranza e malaffare. Ma se è soltanto patetica la pretesa di discendenze sciasciane vantata da scrittoruzzi che, a proposito di «amore della verità» non sono capaci nemmeno di verificare su <em>Tuttocittà </em>la corretta ambientazione delle loro storie, è grave che, per dirne una, un prestigioso editorialista oggi della «Repubblica», autopatentato sciasciano e sciasciologo, autore per di più di una prefazione a una edizione del <em>Giorno della civetta</em>, qualche anno fa non rammentasse nulla della lezione del suo presunto maestro mentre difendeva e legittimava sulla prima pagina del «Corriere della sera» i picchiatori e i torturatori in divisa del G8 di Genova.<br />
Così come, per venire ai nostri giorni, viene da chiedersi se è lecito, come ha fatto Pierluigi Battista sempre sul «Corriere» sentenziare, in nome di Sciascia, che i processi «costruiti sul nesso tra mafia e politica» hanno avuto «esiti fallimentari». E questo non tanto perché, a proposito di «amore della verità», solo in un Paese bizzarro come il nostro è stato possibile salutare la pesante sentenza di cassazione del processo Andreotti (il cui riconosciuto reato di concorso esterno fino al 1985 è stato prescritto, forse è il caso di ricordarlo), anziché come un marchio d’infamia, come un trionfo dell’imputato (con tanto di esultanza ultras dell’avvocato Bongiorno e successiva beatificazione televisiva); ovvero, sempre a proposito di «amore della verità», rimuovere in fretta dalla memoria pubblica la condanna in primo grado per mafia comminata a Marcello Dell’Utri. Ma proprio perché basterebbe rileggersi giusto qualche romanzo di Sciascia, anche dei meno recenti, per reperirvi la denuncia civile e politica delle collusioni tra mafia e politica, l’analisi inesorabile dei nessi tra criminalità e Potere, gli aspetti oppressivi del suo esercizio, prima ancora (se non al di là) del loro eventuale riscontro in sede giudiziaria e senza comunque rinunciare a qualsivoglia prerogativa garantista.<br />
Quanto alle scuse postume pretese da Battista per Sciascia, sono da sottoscrivere le perplessità manifestate domenica scorsa da Chiaberge sul «Sole 24 ore»: «Ogni polemica va contestualizzata, e nell’epoca dell’assalto mafioso allo Stato è comprensibile che non si dosassero troppo le parole. E poi, conoscendo la vena volterriana di Sciascia, siamo certi che avesse messo nel conto le reazioni e pure gli insulti. Anzi sarebbe rimasto deluso se la sua provocazione fosse caduta nel vuoto». Semmai, visto che al «Corriere» si professano custodi del magistero sciasciano, verrebbe da chiedere al vicedirettore Battista se promuovere un dibattito sulla liceità della tortura per estorcere confessioni ai terroristi (o presuti tali) con un fondo di Panebianco in prima pagina sia coerente con la lezione di Sciascia. Chissà se in cuor suo, mentre passava il pezzo, Battista chiedeva scusa alla memoria del Maestro&#8230;<br />
Già, rileggere, si diceva. Nel frattempo, mentre è in corso questa spensierata mistificazione, Sciascia viene a poco a poco espunto dal canone letterario del secondo Novecento italiano: i libri dell’autore de <em>Il contesto</em> vengono letti sempre meno, e ancor meno gli si dedicano studi degni di menzione (a tale proposito va felicemente in controtendenza l’iniziativa di un critico di rassicurante intelligenza come Salvatore S. Nigro, il quale si appresta a curare un Alfabeto sciasciano). E se è comprensibile che gli eredi e la fondazione a lui intitolata usino tutte le cautele del caso per tutelarne la memoria da improvvide sortite infamanti (come quella ormai pregressa di Sebastiano Vassalli o quell’altra sorprendentemente recente di Luigi Malerba), rimane il pericolo di imbalsamarla, questa memoria, relegandone il culto solamente ai fidati devoti. «Sciascia è uno dei rari scrittori con i quali vale la pena non essere d’accordo», diceva in una conversazione privata un suo non sospetto ammiratore come Roberto Alajmo. È quello che dovrebbe toccare ai grandi autori civili come lui, come lui che «contraddisse e si contraddisse» (ma non certo come gli untuosi trasformisti di casa nostra): essere letto, conosciuto, ammirato, discusso, oppugnato. Per lasciare che a parlare sia la sua opera e non, al posto suo, la pletora di sedicenti sciasciani e sciasciologi nostrani . Per essere restituito ai suoi lettori e magari sottratto a chi, oggi come ieri, lo usa per il proprio miserabile tornaconto.</p>
<p><em>(Pubblicato oggi in una versione abbreviata su &#8220;La Repubblica&#8221; &#8211; edizione di Palermo)<br />
</em></p>
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