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	<title>Matteo Fantuzzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Quattro poesie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2014 08:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[impegno]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fantuzzi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia civile]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[storia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[strage di Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Fantuzzi Da La stazione di Bologna, inedito. Questi testi sono dedicati a tutti quelli che si trovavano a Bologna il giorno della strage. Tutti tranne alcuni. &#160; scoppia una bomba nel cuore di Bologna. due agosto ottanta Se dalla Piazza ti incammini e prendi i portici del centro e riesci a superare in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Matteo Fantuzzi</strong></p>
<p style="text-align: justify">Da <em>La stazione di Bologna</em>, inedito.</p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/strage-di-bologna.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-47597" alt="strage di bologna" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/strage-di-bologna.jpg" width="399" height="126" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/strage-di-bologna.jpg 399w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/strage-di-bologna-300x94.jpg 300w" sizes="(max-width: 399px) 100vw, 399px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
<h5><i>Questi testi sono dedicati a tutti quelli<br />
</i><i>che si trovavano a Bologna il giorno della strage.</i></h5>
<h5><i>Tutti tranne alcuni.</i></h5>
<p>&nbsp;</p>
<h6 align="right"><i>scoppia una bomba<br />
</i><i>nel cuore di Bologna.<br />
</i><i>due agosto ottanta</i></h6>
<pre><span style="font-family: Georgia;font-size: 15px">Se dalla Piazza ti incammini e prendi i portici
del centro e riesci a superare in un sol colpo
quella folla, i saldi, le vetrine, i tavolini delle firme,
se riesci a non fermarti davanti a quel barbone
inginocchiato a mo' di Cristo che chiede
le monete e prega tutti per i soldi, se ad un tratto
ti fai forza e inizi a correre smettendo di vedere
altrove ti troverai d'un tratto alla sinistra
il luogo steso a gambe aperte e in mezzo la ferita
che ancora accenna, che ricorda il giorno
in cui la gente stata tutta uguale per una volta,
                                                   e solo quella.
Tutti comunisti, preti. Tutti bolognesi. </span></pre>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<h6 align="right"><i>nei giorni successivi i taxi sono gratis per i parenti<br />
</i><i>delle vittime ricoverate dentro gli ospedali cittadini.</i></h6>
<p>Come un padre che scava solo e a mani nude<br />
un figlio fino a sanguinare e che non smette<br />
se lo getta addosso e non lo lascia,<br />
carne della carne, pure se una gamba resta<br />
sotto le macerie e Marco non potrà più essere<br />
mezz&#8217;ala e correre veloce sotto la tribuna,<br />
oppure tra i distinti laterali proprio dove stanno<br />
spesso i famigliari che applaudono comunque<br />
qualsiasi cosa accada, perfino dopo una sconfitta:<br />
come fa chi aspetta a casa con il fuoco caldo<br />
sotto la minestra e che comunque resta.</p>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<h6>L&#8217;esplosione della stazione coinvolse non solo le strutture della sala d&#8217;attesa ma anche i sovrastanti uffici amministrativi della Cigar. Euridia, Katia, Nilla, Rita, Franca e Mirella morirono nel crollo della struttura.</h6>
<p>Crollano le travi, cadono le pietre e i calcinacci,<br />
vola via l&#8217;età dell&#8217;innocenza ormai tradita<br />
dalle cose, qui tutto ricordo: ogni palazzo,<br />
strada, parco, ogni momento ha una sua storia<br />
che preme ed urge come l&#8217;esigenza di memoria.<br />
Di qua c&#8217;è un corpo immobile che cerca<br />
ossigeno tra i cocci, alla sua destra<br />
si intravede appena un piede senza scarpa,<br />
un uomo grida e cerca la sorella, un altro<br />
piange. Un padre copre con il corpo i figli,<br />
li abbraccia come alla mattina si proteggono<br />
dagli incubi, dai mostri che in fondo al sonno<br />
vengono e devastano. È quotidiana questa strategia<br />
della tensione, non abbandona mai davvero.</p>
<p style="text-align: center">&#8211;</p>
<h6>Da Bologna quella mattina buona parte dei treni sarebbero dovuti giungere in Romagna per il periodo estivo, lo stesso percorso che ho fatto anch&#8217;io definitivamente oramai da diversi anni.</h6>
<p>Qui sarebbero arrivati<br />
tra le zanzare mai addomesticate,<br />
gli ombrelloni colorati, il caldo<br />
le piadine, i padelloni<br />
il pesce arrosto sulla griglia.<br />
Sarebbero arrivati da queste parti<br />
che un poco come stare dentro a una famiglia<br />
con la zia un po&#8217; matta, la cuginetta che si tira<br />
su la gonna, qualche nonna<br />
che prepara il sugo all&#8217;ombra della casa<br />
e i padri sempre in giro a fare danni,<br />
a bere forte, a bestemmiare gli uomini<br />
e il governo che non apre pigli armadi<br />
se ne resta sempre zitto come che non fosse<br />
mai successo nulla, come se i cadaveri<br />
ottenessero dei pesi differenti<br />
sulla bilancia consumata della storia.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Pubblico e poeti: una svolta civile?. Parte seconda.</title>
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					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/02/05/pubblico-e-poeti-una-svolta-civile-parte-seconda/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 13:35:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[francesco terzago]]></category>
		<category><![CDATA[guido mattia gallerani]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo mari]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Nacci]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fantuzzi]]></category>
		<category><![CDATA[performance]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[Inserto teorico, partendo dall&#8217;interno. Per testo poetico di solito ne intendo uno che ha avuto una lunga gestazione e un lungo periodo di rimaneggiamento, necessari, ovviamente, per dire qualcosa di significativo, almeno nel contesto storico-sociale in qui viviamo. Allo stesso tempo sono convinto che l&#8217;atto poetico sia sostanzialmente una funzione del segno o di un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Inserto teorico, partendo dall&#8217;interno.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Per testo poetico di solito ne intendo uno che ha avuto una lunga gestazione e un lungo periodo di rimaneggiamento, necessari, ovviamente, per dire qualcosa di significativo, almeno nel contesto storico-sociale in qui viviamo. Allo stesso tempo sono convinto che l&#8217;atto poetico sia sostanzialmente una funzione del segno o di un insieme di segni: nello specifico quello che fa ragionare sul suo stesso significato – e questo è qualcosa che avviene all&#8217;interno dell&#8217;interpretante, sia esso il poeta stesso o un lettore qualsiasi. Diciamo però che chi scrive ha una responsabilità differente da chi semplicemente riceve un messaggio: ovvero di formularlo, e possibilmente di formularlo efficacemente. Per fare ciò egli ha a disposizione una serie di strumenti: una vera e propria scatoletta degli attrezzi: ora ci sono due strade che sarebbe a mio avviso possibile percorrere per ottenere in un lettore un ragionare sul senso, appagare o generare il pensiero critico, e credo che una delle due influisca più positivamente sul nostro immaginario perché può raggiungere un numero di riceventi maggiore, perché questa strada è quella tipica del piacere della narrazione, quella adatta a tramandare un contenuto, e ora la illustrerò.<br />
<span id="more-38062"></span><br />
1) abbiamo per molto tempo visto la poesia come un&#8217;arte che non avesse a che fare con il presente e con il domani, un luogo ad appannaggio esclusivo del passato, della tradizione, degli epigoni &#8211; degli dèi, e non dell&#8217;uomo, negli aspetti meravigliosi della sua quotidianità, della sua natura di sangue, di carne e di racconto. La poesia doveva suscitare uno stupore grossolano – barocco: il contenuto doveva essere premuto, rarefatto, la forma e le scelte lessicali ardite: la poesia doveva essere <em>avanguardia</em> se si parla di forma del linguaggio (e tracimare dal bacino del linguaggio naturale), misterica se si parla di veicolazione del messaggio (per l&#8217;accostamento stordente, rumoroso di segni), e così in una di queste versificazioni uno poteva e potrebbe leggere all&#8217;incirca qualsiasi cosa: meglio vendere libri bianchi, allora. E tutto ciò di cui non si era già parlato non poteva essere detto. Pensiamo a quanti sono i poeti che versano la loro opera in un immaginario contemporaneo che non sia <em>di seconda mano</em>, ovvero già elaborato dalla stessa tradizione poetica del Novecento, ridotto a stereotipo: e parlo dei genitori assenti e di figli cresciuti da TV e videogiochi, degli stessi videogiochi, della stessa TV, di internet, parlo della precarietà cronica, della cassa integrazione che riguarda un italiano su cento, parlo di Grande Fratello ecc.). Il poeta pensava di fare i conti solo con la poesia, e si è ritrovato a fare i conti con il mondo. La poesia doveva essere solo un gioco senza senso, un gioco per intellettuali, un elemento linguistico identitario nel quale riconoscersi come élite – piuttosto squallido, non credete? Non riesco a capire se sia vero che chi ha scelto questa strada del poetare abbia effettivamente una profonda competenza delle discipline che studiano il linguaggio umano (teoria della comunicazione) e filosofica (filosofia del linguaggio) e non una meramente storico-letteraria. Forse sì, ma se ne limita alla superficie: come dare in mano a un bambino un centro di lavoro a cinque assi. Se invece il caso è il secondo, ci troveremmo davanti a qualcuno che per progettare una macchina si limitasse ad abbonarsi a un settimanale di motori e, partendo da quelle fotografie di berline grigio antracite su carta patinata, si mettesse, con tutta la buona volontà di questo mondo, davanti al tecnigrafo – logico che, ignorando volutamente certe basilari nozioni di aerodinamica, di meccanica e scienza dei materiali, o non avendole proprio, non andrebbe molto lontano&#8230; Per quale motivo una persona dovrebbe essere tenuta dunque a leggere un testo il cui significato è volutamente offuscato dal emittente? Questo è quello che sono costretto a pensare quando leggo i segni dell&#8217;immaginario comune di questo paese, quell&#8217;immaginario che tutti partecipiamo ma che qualcuno non vorrebbe partecipare – per rinchiudersi in una torre d&#8217;avorio: la poesia che parla a ogni uomo è stata ammazzata da una élite letteraria che si esprime secondo i vizi della forma mentis che ho appena descritto, una élite letteraria che per di più ha l&#8217;ardire di definirsi di sinistra.</p>
<p>2) La poesia è l&#8217;arte del togliere. Il poeta – per usare una figura semplice – non è altro che il mare. Il mare che rivolta incessantemente i ciottoli delle rive e che in questo suo gioco d&#8217;erosione regala ai bambini di città, quelli con l&#8217;eritema che arrivano a frotte ogni estate sulle riviere della Liguria (almeno – una volta era così), quattro pietruzze cangianti di Portoro o dei vetrini luccicanti che non tagliano più, ma che dicono molto, molto del tempo, dei giorni, e della salsedine che brucia e di quello che siamo o siamo stati. La poesia è l&#8217;arte anche del raccontare. Sì, anche del raccontare. Viviamo in un mondo che ha un disperato bisogno di narrazioni, in un&#8217;Italia dove anche il poeta deve essere determinante con il suo mestiere nella generazione di un immaginario. Ecco, se quello della poesia fosse un luogo vorrei che questo fosse quello di incontro tra estetica e morale, tra forma e contenuto, un luogo che tutti, disponendo di competenze basilari, possano partecipare – tutti quelli che sanno leggere dovrebbero avere a disposizione della buona poesia fatta da professionisti della poesia, non da dilettanti allo sbaraglio che, se avessero scelto di fare i musicisti, si sarebbero fermati al primo arpeggio.<br />
Poesia anche per gli analfabeti di ritorno: e allora sarebbero necessarie trasmissioni radiofoniche e programmi TV di poesia (ma di poesia che dia la possibilità a chi la ascolta, a tutti quelli che la ascoltano, di provare emozioni, e penso a Luigi Nacci e all&#8217;esperienza della poesia performativa in generale), forse è inutile ricordare il discorso tenuto nel 1991 da Brodskij alla Library of Congress: “come soluzione estrema i clienti di tutti i motel nazionali dovrebbero trovare un&#8217;antologia della poesia americana nel cassetto di ogni stanza, accanto alla Bibbia, che sicuramente non farà obiezioni a questo accostamento, visto che non ha nulla da obbiettare alla vicinanza dell&#8217;elenco del telefoni”.</p>
<p>Ci dovrebbe essere poesia come si deve. Ma non poesia come si deve per me, per chi cerca di leggere un libro di poesia a settimana e ha studiato Lettere, poesia come si deve sia per uno che ha competenze di questo genere, sia per uno che queste non le ha proprio, poesia che sia in grado di farsi volere bene – la poesia come il Grande Cinema: dove creatività e competenze danno un prodotto qualitativamente raffinato ma allo stesso tempo di libero accesso, per tutti. Sì, voglio i Cameron e di Ridley Scott della poesia, voglio una <em>nuova epica italiana</em> per la poesia. Se vogliamo fare poesia per la gente, e se siamo davvero comunicatori competenti, non ci si deve accorgere leggendo i nostri lavori, di uno scollamento tra il mondo intellettuale e il mondo reale – perché il sapere deve essere al servizio della vita e non viceversa. In pratica, come scriveva Cartesio: “e avendo deciso di non cercare altra scienza se non quella che potevo trovare in me stesso oppure nel gran libro del mondo”.</p>
<p>Il poeta è, oltre al mare stesso, anche il vecchio uomo di mare, quello dalla pelle conciata dal sole, dal salino. Il vecchio uomo di mare che passa al setaccio giorno dopo giorno l&#8217;arenile ghiaioso, che raccoglie filtrato in sé quel poco che abbiamo in resto: il salvabile, il ninnolo perso dal bambino, il ciondolo laccato d&#8217;argento: il ricordo, un&#8217;immagine. Perché è vero, uno alla fine scrive principalmente per se stesso, per vederci chiaro. Ma se vuole comunicare qualcosa a qualcuno il suo poetare deve essere cosciente e responsabile – la raffinazione del senso che si ha in poesia è l&#8217;esercizio di cui vive quello che si potrebbe chiamare spirito poetico, è ciò in cui esso si determina. Se ne siamo coscienti non prenderemo tanto alla leggera il fatto di fare arrivare al pubblico la nostra poesia, questo significherà mettere a nudo la parte più sensibile della nostra persona: scrivere alla fine è proprio questo, far crollare ogni limite tra noi e l&#8217;altro, un atto di sincerità totale, di chiarezza, di libertà, di responsabilità; mentre leggere, invece, vuol dire lasciarsi lusingare dalle parole. Farsi, e non c&#8217;è niente di sbagliato in ciò – intrattenere. Leggere vuol dire condividere sì un significato generale ma soprattutto, e ciò è inevitabile e non va dimenticato, generarne uno nostro, soltanto nostro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Un Nacci come pietra di paragone.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Luigi Nacci si distingue per praticare in modo cosciente una poesia &#8216;per la voce&#8217;. Questa è l&#8217;impressione che ho avuto parlando con lui e facendo da spettatore alle sue performance: al centro del suo lavoro c&#8217;è una volontà nobile, e non comune nel mondo della poesia italiana, quella di utilizzare la poesia per trasmettere un messaggio alla gente. Senza che questa debba essere stata precedentemente addestrata alla poesia di Accademia, o dei tanti neo-post-avanguardisti.</p>
<p>Nacci reinserisce così la poesia nella cornice dell&#8217;oralità, divenendo, a suo modo, un bardo dei nostri tempi. Ma Nacci tiene conto dei mezzi che i nostri tempi gli mettono a disposizione, la sua non è una fuga verso il passato ma l&#8217;ammettere la tangibilità dell&#8217;oggi. Con Nacci si può tranquillamente parlare di poesia come strumento di comunicazione e come forma di intrattenimento.</p>
<p>Solo parlando di poesia come strumento di comunicazione e come forma di intrattenimento è possibile restituirle diffusione all&#8217;interno della nostra società, restituirla al ruolo di genere letterario che le spetta rispetto a quello, che ora per alcuni ricopre, di credo religioso. E una nuova poesia civile non può che passare attraverso una riflessione di questo genere: come arrivare scuotere la sensibilità di più persone possibili?</p>
<p>Questo poesia per la voce, praticata da Nacci, da Voce, da Bulfaro, ha almeno, e ribadisco, almeno, la stessa dignità di una certa poesia del silenzio, quella che non racconta, che non dice, che maschera, che confonde, quella che non è &#8216;arte del togliere&#8217; e non è nemmeno &#8216;narrazione&#8217; sensibile del presente, ma al più diapositiva spezzettata, che solo un addetto ai lavori avrà la possibilità di ricostruire (e solo se avrà il tempo e la voglia di farlo) oppure, cosa che spesso accade, stereotipo.</p>
<p>La poesia per la voce differisce da una certa poesia del silenzio per vari motivi, tutti facilmente individuabili, nella poesia dell&#8217;oralità si deve fare i conti – sempre – con un pubblico, un pubblico che giudicherà, oltre alla fattura del testo che gli verrà proposto, la capacità che un poeta ha nel performarlo – non ci sono scappatoie di nessun tipo, né apparati critici che tengano, sali sul palco, esponi te stesso e il tuo lavoro, se va bene <em>bene</em>, se no <em>amen</em>. Un pubblico che non è spesso composto da poeti o critici, ma da cittadini comuni. Come del resto per un concerto musicale, dove gli spettatori non sono tutti poli-strumentisti.</p>
<p>In ogni caso l&#8217;avere un pubblico che apprezza la tua performazione non è frutto del caso, altrimenti non mi spiegherei perché anche in regioni piuttosto refrattarie alla poesia artisti come Nacci riescano a riempire un pub o un&#8217;aula universitaria, mentre gli altri, di una certa scuola del silenzio, che vantano, magari pubblicazioni Einaudi o Mondadori, non riescano ad essere protagonisti di eventi partecipati.</p>
<p>E qualcuno mi risponderà che questi portano avanti un serio e prestigioso impegno editoriale, bene, per quante migliaia di copie? Per quanti riceventi effettivi del loro messaggio? E con quale influenza sui più giovani, che nel tentativo di avere successo nel mondo della poesia si ridurranno a essere dei tristi epigoni di una cosa morta, disdegnando, a differenza di quanto avviene all&#8217;estero, soluzioni performative, di contaminazione, e via web.</p>
<p>Se nella poesia per la voce si cerca con gli strumenti della contemporaneità di trovare una soluzione allo stato di crisi della poesia italiana in una certa poesia del silenzio sembra che ci si sia ormai rassegnati: eppure ci sono realtà europee dove poeti più che vivi vendono decine di migliaia di copie all&#8217;anno, il caso dell&#8217;Olanda.</p>
<p>“Avrai poche cose ma quelle le avrai” un poemetto in cui Nacci ci dà prova della sua capacità di costruire un testo per la voce: ecco, dopo averlo sentito potrei dire che il tempo della poesia dell&#8217;oralità è il presente, tanti piccoli <em>presente</em>, uno dietro all&#8217;altro, ogni volta che una poesia viene raccontata. Questo non ci deve ingannare, sebbene la fruizione di un testo come questo sia immediata, estemporanea, qualcosa viralmente, continua ad agire dentro di noi, nel tempo, come per certe pubblicità-progresso che viste da bambini non ci lasciano mai. Qualcosa ci si incastra nella testa, presumibilmente tra il lobo dell&#8217;insula e l&#8217;aria di Broca, (Molesini direbbe nel cuore) e li vi rimane fino a quando non siamo tornati a casa&#8230; Ci dormiamo su. Trascorrono i giorni e non succede nulla, poi l&#8217;incubazione finisce e la febbre si alza. Come nella malaria queste suggestioni, ciclicamente si ripropongono; nel ricordo vago, sfumato, ci saranno degli elementi che spiccheranno, immagini, cromatismi per non parlare dei ritornelli, e forse proprio attorno a questi elementi, nel processo creativo del ricordare, andremo a generare un senso, il nostro senso, e quando qualcuno ci chiederà di raccontargli “Avrai poche cose ma quelle le avrai”, non potremo che aggiungere al ricordare altro del nostro <em>alfabeto del mondo</em>. Forse fra cento anni, scomparsa in una catastrofe l&#8217;informatica, di questa di questa sola poesia sopravviveranno, in nuove mitologie da dopo-apocalisse, strane memorie, e solo il titolo, e forse nemmeno quello, si sarà preservato dal lavorio della parola, delle migliaia di voci che avranno raccontato.</p>
<p><strong>Conclusioni per andare avanti.</strong></p>
<p>Immaginiamo un giovane poeta e l’esercizio non è tra i più difficili. Provvisto fin dall’adolescenza di una qualche sensibilità antropologica verso i suoi simili, verso ciò che lo circonda o sente alla tv, e nondimeno di un’attitudine a sondare certe domande con il fascino sbarazzino della parola, mettiamo pure abbia avuto la fortuna di uscire pressoché indenne, solo con qualche acciacco, dal <em>bronx </em>statale della scuola media superiore e abbia incontrato al liceo/istituto superiore uno di quei pochi sopravvissuti dinosauri didattici che ancora riescono a trasmettere, insieme a nozioni d’inutile italianistica, anche la passione per il senso di ciò che dice. E che quindi questo insegnante abbia avvicinato lo studente alla poesia. Il nostro cucciolo poetico si ritrova in un giorno provinciale qualunque a buttare già qualche verso – o meglio, ad andare a capo spesso. Se è bravo, ripete ciò che ha letto nell’antologia di scuola. Se è bravissimo, qualcuno gli ha messo tra le mani un libro di poesia (contemporanea, se c’ha molta fortuna) e prende ciò che capisce da quello. Ma in ogni caso, di lì a poco, se ne andrà a ripetere la lezione davanti a infiltrati professori universitari entrati con concorso truccato o con l’<em>ope legis </em>dell’Ottanta, e quindi per lo più ignari del connubio semantico tra ricerca e didattica (se non addirittura dello specifico portato lessicale di entrambe). Se il nostro <em>tamagotchi </em>delle patrie lettere è molto sfigato va anche a Lettere e Filosofia. In pratica, durante il suo percorso nessuno sarà formalmente autorizzato a insegnargli a leggere (non a scrivere – non è quello il compito) la poesia italiana contemporanea.</p>
<p>E qui, per decenza, ci fermiamo. Se non dopo aver detto che è a quest’età – e non a quarant’anni, come dicono i genii della sociologia poetica italiana – che inizia la sua carriera, obbligatoriamente da biforcarsi a seconda del suo sesso. Se è maschio, scriverà e si destreggerà tra leccate e versi. Se è femmina, verrà opportunamente squalificata dalla nascita, con un marchio a fuoco, grazie al connotato principale dell’Italia e della sua poesia: il Puttanismo. I poeti maschi (spesso i quarantenni di cui sopra) stanno perfezionando il metodo usato dai politici dal “sesso forte” per sbaragliare la concorrenza, ma finora il loro meccanismo si è concentrato soltanto sulle donne. L’innesco è questo: reclamare ad ogni occasione l’unico valore personale che non inferisce alla produzione letteraria della medesima. A ogni presentazione, al titolare dell’evento basterà elogiare davanti al pubblico la più o meno bellezza dell’interessata per confezionarle una piccola bara bianca. Poiché le valutazioni sulla poesia italiana si fanno agli incontri, privati e pubblici, tra tanti poveracci e pochi potenti (se è potente un anziano che ha un orto a fianco della scarpata ferroviaria popolar-nazionale…), il destino della “poetessa” è segnato indipendentemente da ciò che ha scritto o dal suo valore critico. Le valutazioni, ormai, non si fanno dentro il pubblico dibattito sulle riviste, sulle antologie e nei saggi sulla poesia italiana, dove ci si guarda bene da affrontare questioni di genere, poetica e stile, nonché di rapporti tra società, poeti e storia, nonché di comparazioni e prospetti teorici della e sulla poesia d’oggi, sui suoi poeti in attività. O, meglio, ci si guarda bene da dare un qualche peso a questi scritti nelle decisioni nella stanza dei bottoni sbottonati (l’immagine richiama a sé un doppio senso – che ci premiamo di esplicitare come sessuale per non correre il rischio di fraintendimenti).</p>
<p>Il mondo della poesia italiana è – qui simbolicamente, non sessualmente – un mondo di pedofili. Sul nascere, si fa in modo di violentare un giovane poeta in ciò che ha di prezioso per la poesia: che non è banalmente e ovviamente la sua, di poesia, ma la sua capacità d’apprendimento e la sua fortunata cronologia che lo spingerà a dover portare lui, un giorno, un poco più avanti quel testimone che, qualcuno, una decina (se non una ventina, trentina) d’anni fa ha preso tra le mani di una cosciente generazione per lasciarlo cadere mentre usciva dal bordello. Siamo giunti all’esasperazione, con una tale chiarezza d’intenti e capacità predittiva che altrettanto illuminata ci viene indicata la strada. Soltanto un moralismo altrettanto esasperato, da introdurre a forza nel mondo della poesia, potrà salvare i poeti; poiché la poesia è comunque più furba di noi e scappa, va altrove se trattata male, verso altri paesi e culture. Segnali in questo senso non tardano a farsi vedere in Italia, anche attraverso una serie di poeti che sono già fuggiti all’estero per volere o per necessità. Una formula verificabile, infatti, dice che la moralità di un poeta è direttamente proporzionale alle sue capacità poetiche. Se la sua condotta di fronte al testo subisce incrinature, anche il testo stesso ne risente, e in peggio. L’atteggiamento moralistico è cioè l’anticamera di un atteggiamento professionale, finalizzato all’attenzione del contesto e alla comunicazione come punto di arrivo della poesia.</p>
<p>Di seguito, il corrispettivo poetico dell’atteggiamento moralistico di alcuni poeti ha prodotto una “Nuova poesia civile”, che fa sentire tutta la sua distanza rispetto a un certo passato e all’immediato presente proprio in virtù del suo codice di comportamento. Non si tratta di chiamare in causa l’allineamento alle correnti ideologiche del secolo scorso: la poesia civile – e questa è storia – nasce come modalità di racconto della società sulla base dell’interpretazione che ne dava una certa ideologia, limitandosi, nei casi peggiori, a essere un surrogato poetico di una classe politica. La “Nuova poesia civile” ha, invece, dalla sua la modalità del discorso. Il suo fine è prettamente comunicativo, non dimostrativo: cogliendo esempi tra i fenomeni, i personaggi, le situazioni quotidiane della nostra società ha trovato il modo d’inserirli nel suo ritmo, nelle sue immagini, attraverso un contesto sociale da trasformare in messaggio poetico, certo dotato delle sue leggi particolari, ma che rende la poesia tangibile a lettori e persone di qualsivoglia livello, perché la stessa poesia con loro condividerà la materia prima, l’argomento, le questioni più brucianti e cruciali del nostro tempo. Conseguentemente, questo implica anche non comuni capacità d’invenzione stilistica per fare in modo che quelle questioni rimangano aperte e che la loro pressante attualità temporale non infici la resistenza del testo alla prova del futuro, delle generazioni che dopo di noi verranno. Solo che affinché quel messaggio sia comprensibile, non basta avere la stessa lingua, serve anche un’esperienza comune condivisa fra i due parlanti, con cui fare insieme strada (R. Daumal). Se poi qualcun altro diceva anche che il medium è il messaggio, parlare della realtà con la poesia significherà anche comunicare, e quindi divulgare, al pubblico la poesia stessa. E nel pubblico della poesia, composto quando va bene da poeti che leggono poeti, la divulgazione della poesia è oggigiorno quanto mai necessaria. Nell’agire, si tenga allora presente che la nostra moralità poetica influirà tanto sul fronte esterno quanto su quello interno. La moralità ci resta sempre Giano bifronte.</p>
<p>Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani</p>
<p>(<a title="prima parte" href="https://www.nazioneindiana.com/2011/02/03/pubblico-e-poeti-una-svolta-civile/" target="_blank">qui la prima parte</a>)</p>
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		<title>Pubblico e poeti: una svolta civile?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 13:45:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[Simone Cattaneo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani Nel saggio collettivo, Matteo Fantuzzi s’interroga sul rapporto tra l’ascolto del pubblico e il lavoro dei poeti, portando ad esempio l’attualità della corrente di “Nuova poesia civile” nel nostro panorama. A prova delle capacità d’apertura verso il pubblico di questo modo poetico, Fantuzzi indica Fabio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani</strong></p>
<p><em>Nel saggio collettivo, Matteo Fantuzzi s’interroga sul rapporto tra l’ascolto del pubblico e il lavoro dei poeti, portando ad esempio l’attualità della corrente di “Nuova poesia civile” nel nostro panorama. A prova delle capacità d’apertura verso il pubblico di questo modo poetico, Fantuzzi indica Fabio Franzin come autore rappresentativo, in quanto in grado di creare una poesia che parli “non a pochi”. Lorenzo Mari riflette invece sulla necessità d’intraprendere un’adeguata ricerca stilistica per questo filone, che non si deve ridurre a un solo fenomeno tematico di aderenza ai temi sociali della nostra epoca. Alborghetti, Cattaneo, Cangiano saranno per Mari possibili luoghi d’incontro di una messa a punto di una poesia che si serve della lingua d’uso, mentre Carlo Bordini apparirà un buon modello di apertura intellettuale e dell’assunzione del ruolo del poeta ai giorni nostri. A questo punto, Francesco Terzago scende ad approfondire il problema di comunicazione fra pubblico e poeti, il quale forse proprio la “Nuova poesia civile” potrebbe contribuire a migliorare, gettando i germi di un’epica italiana anche poetica, nell’interesse di guadagnare un pubblico più vasto. La riflessione sulla “poesia dell’oralità” e sulla poetica di Luigi Nacci permettono a Terzago di concretizzare il suo discorso con indicazioni retoriche. Infine, Guido Mattia Gallerani riflette sulle peculiarità che la “Nuova poesia civile” può assumere nel nostro paese e nelle sue deviate dinamiche sociali. In tal senso, solo una sorta di “rivolta morale” può consentire la creazione di quelle premesse di divulgazione che avvicinino il pubblico, e non lo respingano. </em></p>
<p><span id="more-37985"></span><br />
<strong> Prove di responsabilità e lavoro.</strong></p>
<p>Non nascondiamoci dietro un dito: se la poesia mediamente non viene letta, se non sposta le coscienze, se perde il proprio ruolo fondamentale nei confronti delle persone di essere strumento di crescita, confronto e dialogo la colpa non è della società. La colpa è dell&#8217;offerta.<br />
Un&#8217;offerta che in Italia a partire dagli anni Settanta ha deciso in maniera programmatica di diventare materia solo di pochi addetti ai lavori, di una casta di privilegiati pronti a bearsi di sovrastrutture sempre meno funzionali al testo: enormi cattedrali senza fondamenta e soprattutto senza significato, che hanno reso incomprensibile la poesia e hanno soprattutto allontanato i più anche attraverso quel meccanismo di rifiuto che alimentato dal business delle case editrici “da sottoscala” (impresa sempre florida nel nostro amato Paese) ha permesso una sovrapubblicazione di qualsiasi pensiero in libertà rendendo se possibile ancora più complicato il panorama complessivo odierno per lo meno dal punto di vista della percezione dell&#8217;eventuale pubblico.<br />
Rintanarsi nei classici alibi di questi anni “la poesia è un discorso per pochi&#8230;”, “bisogna che i poeti comprino i libri di poesia&#8230;” diventa infine qualcosa di fortemente banale e giustificativo nei confronti dell&#8217;attuale panorama, come se inevitabile fosse la crisi dell&#8217;intero sistema poetico italiano, come se gli eventi dovessero magicamente accadere e miracolosamente un giorno possano scomparire. Ma senza un impegno serio da parte di tutti e in particolare delle nuove generazioni (e di quella che in questo momento inizia ad emergere) non sarà possibile uscire dal baratro, e questo potrà accadere soltanto se contemporaneamente sarà possibile proporre opere e progetti in grado di andare là dove la poesia si è dimenticata di andare, tra la gente appunto, troppo impegnata a farsi bella nelle accademie.</p>
<p><strong>Un esempio fuori dalla generazione: Fabio Franzin.</strong></p>
<p>La fabbrica, il luogo centrale oggi del lavoro, da sempre terreno di sofferenza e di fatica, di consumo del corpo e di aberrazione delle condizioni. Oggi forse in un momento di profonda crisi ancora di più tutto questo vale, in una dimensione dove il precariato e la crisi internazionali, i flussi migratori e i nuovi lavoratori stranieri se possibile estremizzano tutto. E in mezzo da tramite deve essere posta la poesia: Fabio Franzin, poeta dialettale trevigiano, di una lingua parlata soltanto nell&#8217;Opitergino – Mottense, già egli stesso operaio nei mobilifici della zona si è imposto negli ultimi anni per la forza, il vigore, ma anche la delicatezza e la pietà che esce dalle sue pagine attraverso una lingua splendida ma nel contempo funzionale, leggera e cruda assieme. Franzin ci parla di questioni che conosciamo bene, e se per nostra fortuna non ne fossimo a conoscenza ce le sbatte giustamente in faccia, ambientando il libro all&#8217;interno di una fabbrica così vicina a un lager, così delicata nei propri equilibri, nella quale davvero riemerge rivista nelle pulsioni del contemporaneo tutta la generazione che Primo Levi ci aveva già fatto vedere nei propri scritti.<br />
Gli ebrei umiliati dai nazisti sono oggi «[&#8230;] indiani, romèni e neri, / atei e cristiani, musulmani / o de jèova, del demonio / dea fame o del dio dei schèi, / tuti mis.ciàdhi, cussì [&#8230;] (trad. indiani, rumeni e neri, / atei e cristiani, mussulmani / o testimoni di Geova, del demonio / della fame o del dio denaro, / tutti mescolati, così)», i padroni col loro controllo del lavoro nascosti dietro qualche angolo buio, con le loro barzellette alle quali si deve per forza ridere col capo prono rendono se possibile ancora più estrema la tensione quotidiana, ingigantita dalle pessime condizioni di sicurezza che portano ogni anno a migliaia di vittime e ferite. Questa è appunto la fabbrica, dura e umana: così la vita e così la poesia, Franzin ci consegna tutto questo in un solo libro che non lascia indifferenti come invece fa tanta Poesia italiana a cui ci siamo purtroppo abituati, se riprenderà il tratto sociale e in qualche modo civile del fare e leggere poesia allora si sarà fatto molto per tutti noi.</p>
<p><strong>I problemi e le ipotesi per una soluzione.</strong></p>
<p>Ricorre in molti luoghi, in molte voci, una disperazione che pretende il nome di felicità: la mancanza di pubblico e di mercato della poesia contemporanea garantirebbe estrema libertà e vitalità ai suoi autori ed eventualmente anche ai suoi – penultimi – fruitori.<br />
È la retorica del “tanto peggio, tanto meglio”, che è, purtroppo, anche la base ideale di una politica senza sbocchi, nel contesto di una crisi che, come qualcuno ha scritto, ha la potenza di fuoco per spazzare via chi la soffre e chi la contesta, più che chi l’ha causata.<br />
Se infatti l’assenza dai circuiti di mercato non solo delle piccole, ma anche delle grandi case editrici può coincidere forse con l’organizzazione di attività editoriali, letterarie e culturali che si pongano in una cosciente alternativa a quelle – non più – dominanti, non è chiaro come la riduzione, sempre progressiva, del pubblico della poesia possa risolversi in una “incredibile” vitalità dello scenario poetico. I conti non tornano, oppure si tratta dei soliti esercizi di vitalità, sempre assai vicini alla masturbazione.<br />
Senza scomodare Josif Brodskij, per il quale l’evoluzione di una società si misura nell’ascolto dei suoi poeti (ma si trattava, con tutta evidenza, di altre coordinate socioeconomiche e culturali), si può comunque immaginare che là dove viene meno la comunicazione, nei due sensi, tra l’autore e il pubblico, si possono intravvedere, senza troppo sbagliare, scenari di elitarismo, di torri d’avorio, di scarsa attitudine a incidere nel mondo. Che è come abbandonarsi alle incisioni, ai segni dettati dal potere.<br />
Questo discorsetto può forse essere assorbito e fatto proprio nell’ambito della trita e ritrita paternale, che affonda le radici in un pensiero che non si fatica a definire reazionario, contro la poesia definita “di ricerca”. In realtà, si rivela diretto verso tutte quelle forme – senza distinzioni di poetica, in principio – che di ricerca non sono, e vivono nell’angoscia di dover presenziare alla – per ora sempre ipotizzata e mai accaduta – morte della poesia: “proprio adesso che…”. Che, poi, è sempre un “proprio adesso che io…” o, al limite, “proprio adesso che noi…”.<br />
Restando vicini ai testi, non si tratta dunque di misurare, semplicemente, quanta prosa sia presente nella poesia italiana contemporanea: il criterio di misura non è affatto sicuro, sia da un punto di vista retorico e letterario (come distinguere la poesia dalla prosa, e misurarne la reciproca compenetrazione?) sia da un punto di vista critico, legato all’analisi discorsiva (perché dovrebbe essere la prosa il banco di prova, in un contesto di moltiplicazione esponenziale delle narrazioni?).<br />
In ogni caso, quello che finora si è considerata “prosa” – e “Prosa in Prosa” (AA. VV., Le Lettere, 2009) è uno dei testi-limite per esplorare questa linea logica e cronologica, lontana, in ogni caso, dal definirsi come scientifico-strutturale – è il luogo in cui emergono i nuclei simbolici, tematici e ideologici della comunicazione – da intendersi, naturalmente, in senso lato.<br />
E se la già citata operazione letteraria di “Prosa in prosa” riesce ad esprimere un’idea di comunicazione vicina al modello che si è indicato, questo accade soprattutto nei momenti in cui si coglie, tra il mare magnum di riferimenti, anche la discendenza letteraria da Elio Pagliarani, o da Nelo Risi, o anche da altri poeti che hanno praticato la prosa in poesia – genere contro cui, polemicamente, si scaglia il paratesto, e buona parte del testo, dell’opera – senza cadere per questo in un minimalismo e quotidianismo che non è nient’altro che diarismo (nella sua versione, con ogni probabilità letale, del soggettivismo spinto e narcisista). Ed è chiaro come la poesia non possa essere “incredibilmente vitale”, oggi, se si limita a ripresentare questioni interne alla soggettività poetante – sia essa religiosa oppure laicamente positiva – e non si muove invece per interrogarsi sul sistema letterario, sulla comunicazione letteraria e sul suo avanzato stato di deperimento. (Sul fatto originario, ma non originale: “c’è qualcosa da dire?” e dunque: “da chi, a chi, dove, come, quando, perché?”.)<br />
Guardando da questo limite al resto del campo, che non è necessariamente un “guardarsi indietro”, l’importanza della questione della comunicazione emerge ancor più stilizzata e netta in altre opere degli ultimi anni. Si va dall’opposizione alla neolingua del potere, che trova ampio spazio nella cronaca nera, soprattutto nella cronaca nera famigliare, del “Registro dei fragili” di Fabiano Alborghetti, alle deflagrazioni del tessuto sociale e culturale che punteggiano di bagliori sinistri – giustamente inquietanti – i testi di Simone Cattaneo, passando per una cronaca bolognese affatto lontana dall’esercizio di una critica militante, nell’esordio di Mimmo Cangiano…<br />
Non sono poche le raccolte che pongono seri punti interrogativi sulla lingua in uso, sul fatto di potersi ritrovare nel suo alveo – o al di fuori di esso, ma consapevolmente – per avvicinare, o riavvicinare, chi scrive e chi legge.<br />
L’offerta di sé del poeta, che è gratuità, ma di un tipo affine e divergente rispetto alla gratuità imposta da un pensiero economicista, non si può avvalere soltanto di un gesto compiaciuto e fine a se stesso (quale emerge sia nelle letture pubbliche, nei festival, che nei testi, in uno dei pochi veri punti di congiunzione tra queste attività, queste professionalità). È un gesto che riceve una qualificazione e un’articolazione più estesa quando arriva a essere un momento (strettamente in-necessario e in-utile, sia chiaro) di un movimento di prossimità, una fase in un processo di creazione e ricreazione di comunità (che non è mai soltanto “comunità letteraria”) e un passo nel cammino della poesia come fare.<br />
La prossimità che così si (ri)costruisce è la prossimità di chi, per decenni, ha parlato di resistenza, di critica dello sfruttamento, di necessità della memoria, di ricostituzione (senza rifondazione) di un’azione politica, e di molto altro, permettendo il riconoscimento, o lo straniamento, in questa materia del lettore, dell’ascoltatore.<br />
La comunità e il cammino, ipotetici, sono di chi scrive non solo per un popolo futuro, ma anche per un popolo che nel tempo presente si qualifica sempre più, e con sempre maggiore convinzione, come assente. </p>
<p><strong>Un esempio fuori dalla generazione: Carlo Bordini.</strong></p>
<p>Attestandosi su più livelli, e rifiutando quindi l’attribuzione unilaterale di etichette come “razionalismo onirico” o “dormiveglia vigile”, la poesia di Bordini immette la propria – apparentemente innegabile – solitudine psichica in un campo di tensioni più ampio, che non è soltanto “sociale”. In virtù di questo strabordare, si è di fronte a un modello testuale autentico di offerta della parola al lettore, di prossimità, di enunciazione di miti collettivi sui quali ritrovarsi per poi meditarne l’allontanamento ironico, alla ricerca di una riflessione lucida, accorata, che non ha l’obbligo di particolari inquadrature ideali, o temporali.<br />
Accade così che con la pubblicazione nel 2010 della corposa antologia “I costruttori di vulcani: tutte le poesie 1975-2010” (Sossella) il percorso poetico di Bordini non si concluda, ma trovi nell’iterazione, con varianti, dei propri testi la conferma di un’inclinazione, da sempre presente, alla ripetizione (che spezza e invalida ogni autobiografismo) e a un verbalismo rapsodico che – non facendosi né canto né discorso ideologico – ha comunque la capacità di dire, raccontare, eventualmente spiegare (come coglie Filippo La Porta nella prefazione a “Pericolo”, del 2004).<br />
È la stessa attitudine alla comunicazione che Bordini aveva ravvisato nei testi dei ‘marginali’, curando, insieme ad Antonio Veneziani, l’introduzione all’antologia “Dal fondo. La poesia dei marginali” (Savelli, 1978): “Erminia non vuole diventare “la voce delle puttane”, vuole solo essere Erminia, la puttana che vive e scandalosamente ci dà in poesia la nebbia, la notte, le scopate fugaci; Marco è e vuole rimanere un prostituto eroinomane, ci sbatte di fronte la sua nudità, la sua poesia dobbiamo leggerla perché è un SOS di vita, ma non chiede pietà, non chiede aiuto, chiede forse solo di camminare un pezzo di strada, magari con lui.<br />
I poeti presenti in questo libro non scrivono per acquistare un “ruolo”, ma per comunicare tra loro. Anziché mediazione o sfogo solitario, la diffusione della poesia diviene rito e pratica “liberatoria”: parte di una devianza di massa che è sentita come il solo modo per sottrarsi, insieme, ad una società giunta al massimo grado di solitudine, di massificazione, di degradazione dei rapporti umani (…) si scrivono poesie perché non c’è altro mezzo per rompere i codici di un linguaggio “corrente” che si è ridotto, ormai, ad una serie di gerghi massificati, fatti di frasi morte, che non comunicano e non vibrano.”<br />
Come i marginali, ma da una posizione leggermente diversa, Bordini ha saputo cogliere e praticare la distinzione fortiniana tra funzione e ruolo dell’intellettuale – in questo caso, del poeta. Non lui, in un accesso narcisistico, ma la sua scrittura si è fatta “poesia zoppa”, “demente”, “inutile” (come si legge nei titoli delle poesie, poi variamente ripetuti negli anni).<br />
Conscio del rischio di demenza e follia che si coglie sperimentando la stessa tensione psichica dei marginali, dell’inutilità del ruolo del poeta, ma non della sua funzione, è, in ogni caso, nella “zoppía” che Bordini riversa un’immagine tutta politica: la “zoppía dei cortei” cui ancora Bordini prende parte e dei quali dà testimonianza nella serie denominata, appunto, “Corteo”. L’autore si rivela qui profondamente vicino alle istanze della contestazione politica e sociale della contemporaneità, vivendola visceralmente, al punto di riqualificare la propria posizione di ‘anziano’, cioè ‘non più giovane’ in relazione agli eventi, eppure, allo stesso tempo, analizzando la situazione con disincanto (da “Ricominciare da capo”: “che triste fine / per il 68  / finire in questa antologia! (…) C’è qualcosa da dire: / morire o rinascere / è la stessa cosa”).<br />
Entrando, cioè,  in pieno e con passione nello scontro generazionale che in Italia è sempre stata materia intellettuale e politica, senza uscire dalla retorica e farsi corpo, per mettersi a nudo.</p>
<p><em>(continua)</em></p>
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		<title>Kobarid a Bologna e Trento</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/03/16/kobarid-a-bologna-e-trento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2009 19:15:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fantuzzi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[presentazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Letture da Kobarid (Raffaelli, 2008) di Matteo Fantuzzi Bologna, Martedì 17 Marzo, ore 20.45 Sala Multimediale Biblioteca Ruffilli – quartiere San Vitale Vicolo Bolognetti 2 (trav. S.Vitale) – Bologna * Trento, Sabato 21 Marzo, ore 17.00 reading della redazione di clanDestino Biblioteca Comunale di Trento. Qui per leggere alcune poesie]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Letture da <em>Kobarid </em>(Raffaelli, 2008) di <strong><a href="http://universopoesia.splinder.com">Matteo Fantuzzi </a></strong></p>
<p><strong>Bologna, Martedì 17 Marzo, ore 20.45</strong><br />
Sala Multimediale Biblioteca Ruffilli – quartiere San Vitale<br />
Vicolo Bolognetti 2 (trav. S.Vitale) – Bologna</p>
<p>*</p>
<p><strong>Trento, Sabato 21 Marzo, ore 17.00</strong><br />
reading della redazione di clanDestino<br />
Biblioteca Comunale di Trento.</p>
<p><strong><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/01/04/da-kobarid/">Qui</a> per leggere alcune poesie</em></strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Da &#8220;Kobarid&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/01/04/da-kobarid/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jan 2007 19:24:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fantuzzi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Fantuzzi Il portiere di riserva non esulta come gli altri rimane fermo abbarbicato alla speranza che quell&#8217;altro in calzamaglia se lo stracci un legamento per entrare tra gli applausi, conquistare il proprio posto, avere donne, case al lago, delle macchine potenti. Avere gloria finalmente. Il portiere di riserva se ne gira col cappotto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Matteo Fantuzzi </strong></p>
<p>Il portiere di riserva non esulta come gli altri<br />
rimane fermo abbarbicato alla speranza<br />
che quell&#8217;altro in calzamaglia se lo stracci un legamento<br />
per entrare tra gli applausi, conquistare il proprio posto,<br />
avere donne, case al lago, delle macchine potenti.</p>
<p>Avere gloria finalmente. Il portiere di riserva<br />
se ne gira col cappotto anche di luglio per non prendere un malanno,<br />
perché una volta era il suo turno, ma lui era a letto<br />
con la febbre, ed entrato il ragazzetto degli under 18<br />
strappò un 9 alla Gazzetta, ed oggi gioca in Premier<br />
nel Newcastle, ed ha fatto anche la Champions.</p>
<p>E due réclames per gli shampoo.</p>
<p><span id="more-3063"></span><br />
*</p>
<p>Perché volendo pure Modena è lontana<br />
e allora uno si chiede: <em>&#8211; Quanto tempo? </em><br />
Un anno. E un anno è poco ma anche tanto,<br />
se a casa sta una moglie a letto con le doglie<br />
con la testa della bimba dietro al corpo col cordone<br />
cinto attorno al capo ed urla “padre, padre”<br />
e il padre sta a combattere la guerra<br />
ad ammazzare i figli di quegli altri<br />
a compiere gli stupri, in modo la sua razza sia difesa<br />
e sia immortale: e salva sia la sua famiglia.</p>
<p>*</p>
<p>Non si sveglia mai<br />
questa città dal treno<br />
come non volesse,<br />
ne sentisse poco l’obbligo.</p>
<p>E mentre chiude le finestre,<br />
mentre si tappa in casa, intanto<br />
dorme il proprio stato di malessere:<br />
la sua sconfitta urbana.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Malpensa </strong></p>
<p>Non è per dire, io ti ricordo al duty free<br />
della Malpensa, con il vestito, come tutte<br />
perché uno sguardo come quello non si scorda:<br />
di chi da terra ha sollevato un corpo<br />
ancora caldo e l’ha piantato, l’ha ricoperto,<br />
ha omesso, ha tolto. Senza parlare, nulla.</p>
<p>È un mondo a parte la Malpensa,<br />
coi tabelloni bianchi<br />
coi profumi, le sigarette a stecche da 50,<br />
il brandy che ti guarda e sembra un viso<br />
che conosci, sparato in volto, decapitato<br />
chiuso dai capelli, misto alla polvere,<br />
che implora di riemergere.</p>
<p>*</p>
<p>Devi diventare più aggressivo col lavoro<br />
perché oramai va forte anche l’usato<br />
e un poco ovunque spuntano degli outlet;<br />
devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,<br />
in clinica oncologica ad esempio, e dire:</p>
<p>“Lei è incurabile per caso ? E quanto tempo ha a disposizione,<br />
un anno ? Ed alla bara ha già pensato ? Io le vendo da 20 anni,<br />
importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.</p>
<p>O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare<br />
porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre<br />
se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto<br />
o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)<br />
non volesse già decidere la cassa.</p>
<p>Perché tanto “quella” arriva e non fa sconti,<br />
e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,<br />
di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.</p>
<p>*</p>
<p>Devo prendere gli antipsicotici,<br />
è quello che ha detto Nazzoli alla clinica.<br />
I motivi già li conoscete:<br />
ho reazioni scomposte ed attacchi di panico.<br />
Alle volte mi pare qualcuno mi fissi<br />
sull&#8217;autobus, è a quel punto che cerco<br />
di sfondare il vetro scappando per strada.</p>
<p>Fingo d&#8217;essere un terrorista due volte ogni anno,<br />
minaccio l&#8217;autista con il tagliaunghie,<br />
gli dico di portarmi in Piazza dei Servi:<br />
lui ormai mi ha presente (è lo stesso da anni)<br />
in fretta mi lascia nel luogo richiesto,<br />
chiede scusa alla gente sul mezzo</p>
<p>e riparte. Ridendo.</p>
<p>*</p>
<p>In televisione rivedo Pier Carlo,<br />
cuoce una bernese di sgombro.<br />
Quello che presenta domanda:<br />
“anche i grandi poeti mangiavano il pesce sovente ?”<br />
Ed ecco che lui gli risponde. E sorride.</p>
<p>Pier Carlo a vent’anni se lo contendevano tutti,<br />
era la grande promessa, il nuovo Leopardi.<br />
Montale perfino voleva cenasse con lui<br />
ogni volta possibile, lo chiamasse “nonno”:<br />
lo amava come fosse un figlio…</p>
<p>Ma un giorno una tv privata gli chiese<br />
di partecipare a un dibattito:<br />
e lui era bello, spigliato, ci sapeva fare,<br />
“è perfetto” dicevano<br />
“sa proprio bucare lo schermo”.</p>
<p>Di comparsate Pier Carlo ne ha fatte 240 a quest’oggi:<br />
scalato montagne, visitato malghe, accudito delfini,<br />
camminato sui carboni ardenti, inviato ai mondiali di rutti.<br />
Esce un suo libro ogni anno, ma li scrive Sandro, ragazzo di Sondrio<br />
pagato profumatamente per tacere, lavorare. basta.</p>
<p>A volte Pier Carlo mi chiama<br />
la notte, dice che ancora una volta<br />
Montale gli è apparso in sogno<br />
ai piedi del letto<br />
e lo ha preso a schiaffi.</p>
<p>Risponde mia moglie,<br />
gli dice che sono a Milano,<br />
o Varese per qualche convegno,<br />
che è solo un fattore nervoso, di prendere<br />
un bel latte caldo e rimettersi a letto.</p>
<p>*</p>
<p>dimmelo mamma:</p>
<p>che sono bellissima, come le ballerine alla televisione,<br />
anche se in classe mi chiamano<br />
scimmia e mi gettano in faccia le arachidi.<br />
ma tu dimmelo. dimmi che io sono<br />
intelligentissima.meglio dei miei professori<br />
che mi urlano “scema perché non capisci che è così semplice: è ovvio !”<br />
che mi hanno affidato a una tizia che insegna le cose<br />
più semplici.</p>
<p>ed io te ne prego tu dimmelo: dimmelo<br />
mamma, ti prego, e smetti di piangere. basta.</p>
<p>*</p>
<p>Ti parlai di Apocalisse nell’ultima mia lettera,<br />
e ancora oggi sono convinto della cosa:<br />
non ho pensato più alla possibilità di trasferirmi.</p>
<p>In effetti non è che pensi a molto ultimamente<br />
sono bloccato da qualcosa che mi umilia,<br />
forse le immagini del dramma<br />
oppure un insistente insinuazione del ricordo.</p>
<p>*</p>
<p>Il lattaio di via degli Ori<br />
chiuse nel ‘938<br />
per scappare in Francia<br />
dove aveva parenti.<br />
Per anni sulla vetrata<br />
rimase a vernice la scritta</p>
<p>LATTE EBREO</p>
<p>Ed io ero un bimbo,<br />
senza un’idea precisa di quello<br />
che stesse accadendo:</p>
<p>credevo si trattasse soltanto d’un gusto,<br />
come la grattachecca all’arancia.<br />
Un giorno ne domandai<br />
al nonno per fare merenda.</p>
<p>Lui mi lasciò cinque dita sul volto.</p>
<p>*</p>
<p>Dimmi se hai presente<br />
quant’è stretta via Valdonica,<br />
schiacciata tra le mura<br />
del quartiere ebraico</p>
<p>che per assurdo ad uno lì<br />
potrebbero sparare in pieno volto<br />
verso sera all’imbrunire senza nemmeno<br />
un testimone, perché tanto quella strada</p>
<p>anche se in centro è fuori mano,<br />
perché da lì non passa quasi mai nessuno<br />
se non si ha un obiettivo, un luogo<br />
dove andare, dove attendere per ore.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Precariato </strong></p>
<p>E non sai più cosa aspettarti<br />
da questo borgo in mezzo alle montagne<br />
dove la gente invecchia e non fa figli,<br />
che si spopola. E tu che sei il becchino del paese<br />
come tuo padre e il padre di tuo padre<br />
(e che non vuoi, non puoi)<br />
ti domandi come sarebbe meglio: che crepassero<br />
in un solo colpo tutti per chiudere bottega,<br />
oppure un po’ alla volta, goccia a goccia, per vivere di stenti,<br />
ma nel contempo andare avanti, per resistere.<br />
E sopravvivi in questa prospettiva di precario,<br />
di chi lavora a termine, si attacca al calendario,<br />
e quando senti un’ambulanza tremi e esulti assieme,<br />
perché è così: oggi si mangia,<br />
ma nel contempo non hai più un cliente,</p>
<p>è un nuovo scatto<br />
che procede e porta al baratro, ti annienta.</p>
<p>*</p>
<p>Pari una Madonna tra le luci della Chiesa,<br />
contrita, addolorata, trafitta dalle lame<br />
attorno al cuore: hai un ventre che non si scompone,<br />
non si muove. E mentre guardi altrove e pieghi</p>
<p>il corpo si aprono le vesti e scopri il fianco.<br />
E ancora sangue perdi e sembri non curarti,<br />
mentre ti arrendi o meglio non ti opponi<br />
a quello che è accaduto e accade ancora.</p>
<p>Ti genufletti e prostri il volto.</p>
<p>*</p>
<p>Sei bella. Ma di una bellezza che quasi non sembra,<br />
quasi non si tocca. Entri nella mia camera e mi infili<br />
in testa la flebo con dentro il mio pranzo.<br />
Poi ogni tanto mi spogli, e lavi con cura il mio corpo, ogni parte<br />
il mio corpo che ormai non si muove da anni<br />
neppure comunica, mi resta soltanto lo sguardo:<br />
&#8211; potessi parlarti, Dio quanto sei bella &#8211;<br />
anche se (sono franco) potresti essere pure mia figlia,<br />
avrai sui trent’anni ma ne mostri anche altri ed a me<br />
non ti sei mai rivolta, ma io ti guardo ed intanto mi nutri<br />
o mi aspergi e non riesco a far altro che amarti.</p>
<p>*</p>
<p>Ma tu credi veramente d’essere<br />
un fallito ? Ed io invece cosa sono ?<br />
Io che ho sofferto certamente molto più</p>
<p>di chiunque altro, se davvero credi<br />
che ti ceda questo scettro puoi sbagliarti caro,<br />
mi hai capito ? Tu ti sbagli e neanche poco.</p>
<p>L’ho ottenuto con fatica questo posto,<br />
rintuzzandone gli attacchi, ho sacrificato tutto.<br />
Questo è stato il mio lavoro di una vita,</p>
<p>il fallito sì: ma il migliore.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ode al Lexotan® </strong></p>
<p>Forse li avremmo avuti per più tempo<br />
i Dino Campana o gli altri con quei farmaci:<br />
io ad esempio, previdente, per entrar già ora<br />
nella gloria ho iniziato con 10 gocce al giorno<br />
prima di coricarmi; e ho intenzione<br />
di protrarre tutto questo fino a quando<br />
non saranno conclamati i tempi di dosaggio cronico<br />
o non sarò riuscito più a trovare<br />
un medico ben disposto nel prescrivermene.</p>
<p>Vedi, pure il mio testo in questo modo si modifica,<br />
ora è più lento, non fa male. Non mi assale nel protrarsi<br />
della notte. Ora questo testo non mi sbrana.</p>
<p>_______________________</p>
<p><em>Matteo Fantuzzi (1979) è nato e risiede a Castel San Pietro Terme in provincia di Bologna. È redattore della rivista Atelier, collabora con la rivista Le Voci della Luna e con l&#8217;Almanacco di Poesia edito da Castelvecchi. Pubblicato in molte riviste tra cui Nuovi Argomenti, Yale Italian Poetry, Specchio, Gradiva, Atelier; ha creato il sito UniversoPoesia, suoi versi sono presenti in varie antologie ed hanno raggiunto in questi anni Francia, Germania, Slovenia, Belgio, Stati Uniti, Finlandia, Polonia, Rep. Ceca, Venezuela ed Islanda. Il primo canale della radio nazionale slovena gli ha dedicato una serata di trasmissioni leggendo un&#8217;ampia selezione di testi. Ha diretto in questi anni una serie di festival ed eventi dedicati alla poesia contemporanea tra i quali per 3 edizioni &#8220;Degustare Locale&#8221; da cui è scaturito il libro celebrativo “La linea del Sillaro” sulla poesia dell’Emilia Romagna e appena uscito per le edizioni Campanotto. </em></p>
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