<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>matteo renzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/matteo-renzi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 06 Apr 2017 23:59:00 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Scuola, feticci e bugie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/05/24/scuola-silenzi-e-bugie/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2015/05/24/scuola-silenzi-e-bugie/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2015 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[abilitazione]]></category>
		<category><![CDATA[albi territoriali]]></category>
		<category><![CDATA[aziendalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Buona Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[docenti]]></category>
		<category><![CDATA[docenti precari]]></category>
		<category><![CDATA[efficientismo]]></category>
		<category><![CDATA[graduatorie]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento]]></category>
		<category><![CDATA[insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[la buona scuola]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[merito]]></category>
		<category><![CDATA[Ministro Giannini]]></category>
		<category><![CDATA[riforma]]></category>
		<category><![CDATA[riforma della scuola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[SSIS]]></category>
		<category><![CDATA[Tfa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=54126</guid>

					<description><![CDATA[di Renata Morresi Il riordino della scuola in atto non crea lavoro ma lo precarizza, non affronta i problemi degli alunni ma li rimanda, non riguadagna autorevolezza al sapere e alla professione docente ma accentra l&#8217;autorità. Eppure abbiamo assistito a scene di commozione alla Camera, abbracci, giubilo. Perché? Chi governa e legifera è davvero così [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Renata Morresi</strong></p>
<p>Il riordino della scuola in atto non crea lavoro ma lo precarizza, non affronta i problemi degli alunni ma li rimanda, non riguadagna autorevolezza al sapere e alla professione docente ma accentra l&#8217;autorità. Eppure abbiamo assistito a scene di commozione alla Camera, abbracci, giubilo. Perché? Chi governa e legifera è davvero così avanti, così illuminato circa le sorti della scuola italiana? Prosegue imperturbabile a costruire un futuro migliore per tutti? O non è – come sostiene chi a scuola ci vive ogni giorno – che semplicemente ignorante? O non è che invaghito della nuova, dilagante, sindrome efficientista? O non fa che rispondere al risentimento di una società in crisi, che ancora crede di vedere negli insegnanti dei privilegiati? Sì, io credo che vi sia una arroganza illusa, l’allucinazione presuntuosa di essere i punitori dell’improduttività, i guaritori del disagio sociale e della depressione (in termini quasi psichiatrici), nonché gli autori delle arcinote, ormai quasi mitiche, RIFORME. Quelle moderne, quelle che yes, we can, quelle che nessuno finora ha avuto il coraggio di bla-bla. Quelle che nemmeno la Gelmini… la quale si era “limitata” a tagliare risorse, far classi pollaio e sbandierare l’importanza del grembiulino. Invece qua, caspita: la smania utilitarista si è splendidamente fusa al controllo biopolitico. Il feticcio del “merito” viene ribadito ad ogni piè sospinto; giusto ieri Renzi a Mentana: “lei non ha incontrato un insegnante più bravo di un altro? Siamo d&#8217;accordo che ci vuole un po&#8217; di merito?&#8221; Come se il merito fosse una entità trascendentale che sta oltre il lavoro, le lauree e i titoli (pur emanati dallo Stato), come se ci fossero parametri superiori, come se il prof dovesse essere unanimemente adorato, ogni prof trasfigurato in un ineccepibile John Keating, che ispiri i suoi alunni, li instradi al “mondo del lavoro&#8221;, somministri test Invalsi e obbedisca al POF. E il rendimento, che diamine, ci dimostri il suo rendimento!</p>
<p>L’ossessione della valutazione continua, ravvicinata, ipercodificata si innesta alla pervicacia del modello scuola-azienda. L’impostazione tecnicistica e aziendalista messa a punto da estensori privi di consapevolezza fa il paio con lo slancio futur-riduzionista in stile lavagnetta renziana. La miscela è micidiale. In un rovesciamento quasi surreale la crisi economica e la disoccupazione giovanile vengono imputate al non adeguamento dell’insegnamento ai bisogni del capitalismo globale, da qui una legge sulla scuola che non solo si rassegna alla proletarizzazione del ceto medio, ma crede che sia l’unica speranza, sottraendo ore di scuola ai ragazzi per mandarli ad “imparare un mestiere” e investendo tutto sul rinnovamento della gestione e nulla in un progetto di società in cui i giovani siano i protagonisti del futuro, non i muli che dovranno pagare il costo sociale di scelte scellerate.</p>
<p>Ne viene una riforma che taglia, cancella, priva, umilia, e mente, semplicemente mente. E con estrema convinzione. Tanto spudoratamente che nessuno, nemmeno una opinione pubblica abituata al malaffare e una classe dirigente adusa all’ipocrisia come sono quelle italiane, nessuno riesce davvero ad avvertire l’enormità delle menzogne. O forse sì? O, forse, davvero, a nessuno più importa?</p>
<p>Per esempio. Le tanto sbandierate centomila persone che saranno assunte a settembre lavorano già da anni. Da 6, 10, 13 anni a volte. Albi territoriali dove i docenti sono classificati in base al merito (esperienza, titoli di studio, abilitazioni, specializzazioni) esistono già: si chiamano graduatorie. “Ma come? Vi diamo lavoro e non siete contenti?” – protesta il governo. Di cosa dovrebbero essere contenti, in termini professionali, economici o di ruolo sociale, visto che guadagneranno meno, saranno meno tutelati, dovranno in tanti casi fare un lavoro diverso dal loro, saranno perpetuamente instabili? I soliti cinici diranno che la precarietà oggi riguarda tutte le forme del lavoro – come non saperlo? Vi sono oramai enti di formazione che chiedono la partita IVA agli aspiranti docenti. Che sono, sì, professionisti, nella fattispecie <em>professionisti della relazione</em>, ma la cui professionalità non può essere rilanciata dall’agonismo o misurata in base al fatturato. I risultati formativi non sono calcolabili nei termini numerici del profitto economico, l’appagamento degli alunni non è paragonabile alla retribuzione dei dipendenti, né quello dell’insegnante ai ricavi della gestione. L’unica similitudine aziendalista che posso tollerare è quantitativa: un insegnante di inglese ha sei classi, mediamente composte da 25 studenti, per un totale di circa 150 persone. Come un’azienda di grandezza media, insomma. Il suo stipendio è comparabile a quello di un manager? Ahah! No, è lì fermo da sette anni. Il paragone comunque è fuorviante, non solo perché gli insegnanti non guadagnano quanto i dirigenti, ma soprattutto perché la loro opera non può, non deve essere determinata da criteri meramente utilitaristici. Si impone loro di appiattirsi sul modello concorrenziale capitalistico, quando chiunque abbia letto anche solo un manuale di didattica sa che la collaborazione, l’ascolto, il rispetto, la progettualità comune sono le azioni cruciali per migliorare la qualità dell’insegnamento. La verità è che non si chiede agli insegnanti di essere migliori, solo più competitivi, spendibili, comunicativi, acchiappanti. Di produrre, insomma, una performance più appetibile (e misurabile) di quella dell’insegnante concorrente. E di accontentarsi delle soddisfazioni simboliche (di certo non economiche) che tutto codesto “merito” dovrebbe indurre. Si ignora che gli insegnanti, in quanto esperti, programmatori ed educatori, e gli studenti, in quanto discenti inesperti e giovani esseri umani, vivono in una <em>comunità educativa, </em>dove si ha quanto più possibile cura dello sviluppo armonioso dell’individuo in mezzo agli altri, e dove la convivenza giornaliera, i rapporti, gli atteggiamenti psicologici, i genitori, il personale tecnico, le attrezzature disponibili, l’attività extrascolastica e così via, chiamano in causa aspetti culturali, personali e sociali che quella comunità contribuiscono inevitabilmente a modellare.</p>
<p>Al di là degli slogan vuoti, lo scopo primo dell’educazione non è procurare gente che faccia girare l’economia e paghi i contributi, non è solo la trasmissione di un patrimonio di saperi dati, non solo il raggiungimento di alcuni fini condivisi prestabiliti, ma soprattutto la promozione autenticante della personalità degli alunni. Vogliamo esseri umani liberi, autocoscienti, eticamente consapevoli, responsabili del loro futuro. Questa è la preparazione che creerà il lavoro. Pensiamo davvero di poter valorizzare gli educandi avvilendo di continuo la categoria degli educatori? Schiacciando le discipline sulle urgenze della competizione? Facendo vivere 28 ragazzi in un metro quadro a testa? Proponendo un riordino della gestione delle scuole che le mette in mano a dirigenti che si ritroveranno a dover stilare piani, fare selezione del personale, attirare contributi in denaro, rendere l’offerta didattica accattivante (attività per cui, peraltro, non sono stati formati)? Come fanno a credere che in questa riforma vi sia una visione? Mentono. Ma sanno di mentire?</p>
<p>Per esempio. Perché il preside dovrebbe chiamare i docenti non per i punti che si sono guadagnati in questi anni (punti dati dall’esperienza, dall’università, <em>dal Ministero stesso</em>), ma per la loro (presunta) compatibilità con gli obiettivi specifici, espressione dell’autonomia dell’istituto? Una norma troppo simile all’articolo 27 della riforma firmata Vittorio Emanuele, Mussolini, De Stefani, Gentile: “Le supplenze ai posti di ruolo e gl’incarichi di insegnamento di qualunque specie sono conferiti dal preside”. (Allora il dirigente sceglieva “tenendo conto, anzitutto, del servizio militare in reparti combattenti”, oggi chissà.) E cosa saranno mai questi obiettivi specifici, questa tanto ostentata autonomia, questa offerta formativa ad hoc, personalizzata a seconda dei famigerati bisogni del territorio, ecc.? Perché mai la chimica di Trento dovrebbe essere diversa da quella di Catania? O lo spagnolo di Biella diverso da quello di Campobasso? O non è questa dell’autonomia una scusa, che finisce per accettare, anzi promuovere, la differenziazione delle scuole in “sedi di primaria importanza” e “sedi di secondaria importanza”, proprio come da regio decreto del 1923? Perché chi ci governa ha ceduto a questa <em>ideologia della diseguaglianza? </em></p>
<p>In ultimo, vorrei spendere due parole sulla <em>distruzione della fiducia</em>. È difficile capire. Non ho mai incontrato qualcuno che potesse capire senza esservi direttamente coinvolto. I percorsi della formazione docente sono così divisi, frammentati, screditati che arrivati a questo punto anche i più volenterosi di solito si arrendono. Le innumerevoli identità (prima, seconda, terza fascia, abilitati, specializzati, congelati, idonei, ecc.) in cui si è frantumata la professione non fanno che stancare. Stancano persino gli attori stessi, spesso fatalisticamente arresi al sarà quel che sarà. Per farla breve: gli aspiranti insegnanti sono ripetutamente ingannati.</p>
<p>Un esempio concreto: fino a ieri si è investito su corsi abilitanti a numero chiuso per selezionare e formare i futuri professori, i cosiddetti TFA. D’ora in poi, per quanto siano del tutto assimilabili, nella selezione e nei risultati, alle vecchie scuola di specializzazione (SSIS), essi non permetteranno più l’accesso alla professione, ma solo ad un ulteriore concorso, che precederà un ulteriore periodo di prova (3 anni!) senza stipendio e col rimborsino spese. Con lo stesso titolo di chi li ha preceduti, insomma, costoro (che al momento sono spesso già docenti supplenti a stipendio pieno) l’anno prossimo ripiomberanno indietro allo stato di stagisti. Dopo non una, ma due selezioni concorsuali. In tanti casi, dopo anni già spesi a scuola. Il nuovo percorso di formazione di chi vorrà insegnare (<em>nuovo</em>? ancora? negli ultimi 7 anni è cambiato già 4 volte) si paventa come un intricato labirinto di pedagogismi, tasse, tirocini, burocrazie, e anni senza paga. Vedete la truffa? Vedete la menzogna? Di anno in anno vengono tradite migliaia di persone, e su questi tradimenti si vuole riformare il paese.</p>
<p>Ma qui non si tratta di una legge sull’occupazione – lo dice anche Renzi: <em>mica possiamo assumere tutti!</em> Ma già lavorano, signor Presidente, già lavorano – qui ci si chiede come tutelare lo spazio di libertà, crescita e conoscenza dei ragazzi italiani. Uno spazio di cui gli insegnanti – non i genitori, non i funzionari, non gli pseudo-manager votati alla politica – sono i custodi. Eppure le norme che riguardano gli alunni con bisogni speciali, il problema della dispersione scolastica, il diritto allo studio, non esistono: si è solo votato per darle in delega al governo. Tutto è rimandato, niente sarà dibattuto in Parlamento.</p>
<p>Perché crediamo che questo sia giusto? A molti conviene credere. In primo luogo ad un governo che sbandiera il cambiamento ma deve far portare i conti fino all’ultimo spicciolo: risparmiare sul comparto scuola, così vasto (e, tutto sommato, ahimè, inerte) aiuta. Altri vogliono credere. Non potendo accettare la propria progressiva riduzione ad ingranaggi preferiscono immaginarsi protagonisti del grande efficientismo che ci porterà avanti, fuori, lontano da ogni crisi brutta e cattiva. Altri non credono affatto. La guerra civile cellulare imperversa e ognuno cerca di salvare la pelle o almeno la pensione. “Francia o Spagna, basta che se magna” sembra riecheggiare. È la paura che serpeggia in Italia che fa prevalere il fatalismo e, assieme, la voglia di legge del più forte. Avremmo bisogno non di una politica del fare ad ogni costo, ma di un pensiero rigoroso e visionario insieme, che abbia a cuore l’equità e il paese che viene.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2015/05/24/scuola-silenzi-e-bugie/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>6</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Renzi, Lucia e la buona scuola</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/04/04/renzi-lucia-e-la-buona-scuola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2015 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Buona Scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[Promessi sposi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=52457</guid>

					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli &#160; &#160; Si sa che Matteo Renzi è molto abile nelle battute e anche nel caso della sua uscita sull’insegnamento dei Promessi Sposi che andrebbe vietato per legge si è mantenuto all’altezza della sua fama. Boutade perfettamente calcolata, anche nell’usare un’affermazione scherzosa di Umberto Eco fatta in un contesto diverso, ha il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si sa che Matteo Renzi è molto abile nelle battute e anche nel caso della sua uscita sull’insegnamento dei <em>Promessi Sposi</em> che andrebbe vietato per legge si è mantenuto all’altezza della sua fama. Boutade perfettamente calcolata, anche nell’usare un’affermazione scherzosa di Umberto Eco fatta in un contesto diverso, ha il pregio di avere un sapore maledettamente antiestablishment colpendo un padre della patria senza dare fastidio a nessuno. E’ noto che ormai i padri non ci sono più ( questo l’ha detto lo stesso Renzi in un altro discorso) e quanto alla patria è chiaro come il sole che i soldi si fanno altrove. E poi a quale studente italiano non sta sulle scatole il romanzo di Manzoni?</p>
<p>Prendiamo a esempio quell’insopportabile Lucia perfettina e santarellina, un’autentica figa di legno si direbbe oggi nella città che dette i natali all’illustre scrittore: chi in tutta coscienza può dire di averla in simpatia? Lo stesso Manzoni aveva previsto che la sua protagonista non avrebbe destato i favori del pubblico e  provvide a mettere in bocca a un personaggio del romanzo tutte le nostre perplessità. ’Madonnina infilzata’ la definisce Perpetua, che è una metafora pudica del fiorentino ottocentesco, il cui significato è molto simile a quello della più sboccata metonimia milanese del XXI secolo. Ma tutto questo a Manzoni non servirà a molto: ormai per lui sono definitivamente tramontati i tempi in cui campeggiava sereno sulla banconota da centomila lire.</p>
<p>In realtà non si può seriamente pensare che il presidente del consiglio abbia detto una cosa del genere solo per il gusto di impressionare i borghesi o di farsi notare. La sua dichiarazione segue una serie di prese di posizione di altri esponenti politici ( Tremonti, Monti, Profumo), economisti, commentatori preoccupati per il nostro futuro e sopracciò vari del neoliberismo nazionale e internazionale contro l’inutilità della cultura umanistica. Non si tratta soltanto di un riflesso di fastidio per tutto ciò che non crea, o non sembra creare, profitti, ma la polemica antiumanistica è consustanziale alla politica pedagogica del neoliberismo verso la popolazione, in particolare  quella in età scolare. Visto che il progetto di preparare le persone alle esigenze del mercato si concretizza in “un’interiorizzazione delle norme di prestazione, in autosorveglianza costante per uniformarsi agli indicatori” ( Dordot-Laval <em>La nuova ragione del mondo</em>) e nello sviluppo fin dall’infanzia di quello spirito di competitività, che evidentemente non è così innato, è ovvio che ci sia una naturale diffidenza, se non ostilità, nei confronti di qualsiasi idea della vita altra rispetto al mercato come quelle veicolate dalle discipline umanistiche ( e anche da quelle scientifiche, se è per questo, quando queste educano a un comprensione critica della realtà e alla curiosità intellettuale). E’ chiaro altresì che nella scuola in particolare le idee sulla vita elaborate dalla tradizione culturale occidentale contrastano con l’instaurazione di quello specifico microclima ideologico che è necessario per inculcare quei tre valori o norme morali utili alla creazione di una cultura di mercato che ho elencato sopra.</p>
<p>A questo discorso neoliberista comune a tutto l’occidente si aggiunge l’invito specifico delle classi dirigenti italiane alla descolarizzazione e alla rivalutazione del lavoro manuale in considerazione del fatto che siamo un paese perdente nella guerra della globalizzazione: pertanto la maggior parte dei posti di lavoro che si troveranno in futuro sarà a bassa qualifica ed è considerato poco conveniente spendere molti soldi per la preparazione di gente che finirà all’estero.  E l’elementare idea che un accrescimento del livello culturale può portare benefici, magari non prevedibili, anche a livello economico è perfettamente estranea a menti  convinte che gli swap servano all’umanità e Manzoni no.</p>
<p>Proprio l’OCSE il 9 febbraio scorso nel suo rapporto sulla spinta alla crescita ( <em>Going to Growth</em>) raccomandava all’Italia di compiere le seguenti riforme dell’istruzione: istituire un sistema di valutazione degli insegnanti, sviluppare un sistema di istruzione professionale post diploma di secondaria, aumentare le tasse universitarie e creare un sistema di prestiti d’onore per gli studenti universitari. Si tratta di un progetto di educazione, contenuto in queste raccomandazioni, che tende a creare una scuola articolata intorno a un principio d’autorità nella formazione degli studenti, che rende difficile l’accesso all’università per le fasce più povere della popolazione e che immette sul mercato del lavoro qualificato manodopera facilmente ricattabile perché indebitata prima ancora di iniziare a lavorare.</p>
<p>Le raccomandazioni dell’OCSE non sono naturalmente semplici consigli disinteressati, ma al contrario sono indicazioni da recepire per tutti quei governi che vogliono riscuotere la fiducia dei mercati, come si suole dire oggi, oppure, se si preferisce usare le parole del Conte zio quando chiede al padre provinciale dei cappuccini il trasferimento di fra Cristoforo per aver osato ostacolare suo nipote don Rodrigo, sono gli amichevoli consigli di un’organizzazione che gode di attinenze cospicue nel mondo dei mercati finanziari.  Del resto la prima di queste raccomandazioni  è già stata recepita dalla Buona  Scuola renziana.</p>
<p>Quanto alla Buona Scuola, è una riforma ( a quanto pare è una riforma, nel senso che in autunno era stato detto che non si trattava di una riforma, evidentemente con l’avvicinarsi della primavera lo è diventata) concepita in un quadro economico di diminuzione delle risorse  pubbliche, in un quadro ideologico di aperta ostilità da parte delle élite nei confronti della cultura soprattutto per il suo valore critico ed emancipatorio e sotto la pressione di potenti organizzazioni internazionali che vogliono limitare l’accesso all’istruzione e subordinarla alle esigenze di un mercato del lavoro dal respiro breve, entro un progetto generale di riduzione di ogni aspetto della vita al mercato.</p>
<p>A questo proposito Matteo Renzi ha dichiarato, più o meno, che la Buona Scuola è una riforma importantissima perché definirà l’istruzione almeno per i prossimi cinquant’anni. A mio avviso, il presidente del consiglio ha peccato per eccesso di modestia: con premesse del genere c’è il caso che riesca a sistemarla per sempre.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il discount delle sirene</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/22/il-discount-delle-sirene/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/22/il-discount-delle-sirene/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2014 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi Spina]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[Politica e stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Sirene]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49815</guid>

					<description><![CDATA[Ma a quante cose servono le Sirene? Appunti per giornalisti (e per i loro direttori) di Gigi Spina Sono più di dieci anni che mi occupo di Sirene e non riesco a smettere, e non so perché. “E ci mancherebbe”, mi obietterete, “il loro fascino è proprio questo: attirarti, prenderti e non mollarti più, fino [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lampeggiante.gif"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49816" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/lampeggiante.gif" alt="lampeggiante" width="154" height="113" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma a quante cose servono le Sirene?</strong><br />
<em>Appunti per giornalisti (e per i loro direttori)</em></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Gigi Spina</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono più di dieci anni che mi occupo di Sirene e non riesco a smettere, e non so perché. “E ci mancherebbe”, mi obietterete, “il loro fascino è proprio questo: attirarti, prenderti e non mollarti più, fino alla consunzione”. Messa così, non fa una piega ma, visto che l’esperto sono io, mi permetterete, anonimi obiettori, di condurre il gioco.<br />
E quindi partirò da una domanda, come si dice facesse l’imperatore Tiberio (14-37 d.C.) quando chiedeva ai professori del tempo: “Che cosa cantavano di solito le Sirene?”. La mia domanda sarà un’altra, quella del titolo: a quante cose servono le Sirene? Per la risposta, però, lasciamo da parte il mito e l’antichità classica, meglio non rischiare, visto che si è appena celebrato a Torino, il 14 novembre, <a href="http://www.lastampa.it/2014/11/14/cultura/processo-al-liceo-classico-ultima-trincea-dellumanesimo-7VpHuoWAtbjzOW3mJ2c2CK/pagina.html">un processo al liceo classico,</a> in cui pare che i migliori accusatori siano stati proprio i difensori (un po’ come quando segna un terzino).</p>
<p style="text-align: justify;">Veniamo all’oggi, invece: ai giornali (e ai loro direttori).<br />
Non c’è giorno che sui quotidiani non si parli di una Sirena (Sirene) ‘di’ qualcosa o qualcuno. Gli esempi non si contano, ormai, ne ha raccolto un certo numero Innocenzo Mazzini, a p. 70 di un interessante volumetto intitolato <em>La mitologia che parliamo. Personaggi ed episodi mitologici dell’italiano contemporaneo</em>, Macerata 2014. Non voglio però elencarli, ma analizzarne la struttura e la funzione.<br />
In genere si dà la qualifica di Sirena a un qualche elemento o personaggio che sembra promettere qualcosa di positivo, tale da attirare e convincere della sua bontà, ma che invece va tenuto lontano, va evitato, perché da quella illusoria bontà nascerà sicuramente un pericolo, un danno esiziale. Per questo, i giornalisti si danno da fare per individuare, nelle diverse situazioni politiche, nazionali e internazionali, chi fa da Sirena e chi da incauto marinaio, al quale si consiglia di non cedere a quella Sirena particolare (oppure si denunzia il fatto che ha già ceduto). Le Sirene così definite attraversano tutti gli schieramenti politici, sociali, economici, senza differenza di genere, di etnia, di religione: insomma, sono figure assolutamente prive di ideologia e di connotazione fisse; le assumono solo quando un giornalista costruisce la scena su cui disegna una Sirena e un incauto marinaio: di lì comincia la sfida.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, quando si maneggiano i miti, bisogna fare un po’ di attenzione, perché i miti sono sempre più complicati di quello a cui vengono ridotti. Faccio un solo esempio: il re Mida, mitico/storico re di Frigia. Quante volte, anche sui giornali, ma non solo, avrete sentito dire di uno che è un re Mida, nel senso che trasforma in oro tutto quello che tocca. L’impressione che se ne ha è che si parli sempre (magari con un po’ di invidia) di qualcuno molto bravo, anche spregiudicato, affarista nato, che sa intraprendere bene. Perfetto. E però la storia di Mida non è così lineare: intanto ce ne sono due, di storie legate a Mida. Una riguarda un giudizio non richiesto, quando Mida volle indicare come vincitore di una gara di canto fra Apollo e Pan quest’ultimo e non il dio. Il quale subito gli fece spuntare delle orecchie d’asino. Ora, è vero che nel nostro immaginario Pinocchio assorbe tutte le possibili orecchie d’asino della narrativa; ed è anche vero che dire a un giurato del festival di Sanremo o di una qualsiasi gara canora che ha giudicato come un re Mida costituirebbe un messaggio difficile da capire; ma anche la faccenda del tocco d’oro, cioè della richiesta che Mida fece a un dio di ricevere questo dono, non si ferma qui. Noi usiamo, in realtà, solo la prima metà del racconto, forse perché le conseguenze del tocco d’oro ci spaventano. Mida non riuscì più a mangiare e a bere, perché qualsiasi cosa toccasse si trasformava in oro, perfino una figlia, che fu aggiunta al mito da un narratore dell’Ottocento, Nathaniel Hawthorne. Per questo, lo ‘sfortunato’ re chiese al dio di perdere quello che gli era sembrato un potere perfetto. Complicazioni del mito, certo, ma da tenere presenti quando le si vuole usare nella comunicazione quotidiana.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500.jpg"><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-49818" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500.jpg" alt="TAPPI 3M-500x500" width="267" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/TAPPI-3M-500x500-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E allora torniamo alle Sirene. Come molti ricorderanno, per superare l’ostacolo delle Sirene, ma senza ignorarlo del tutto, Ulisse è costretto a ricorrere a un doppio stratagemma, rivelatogli da Circe, la maga che avrebbe voluto trattenerlo presso di sé (anche lei, come le Sirene). I marinai avrebbero visto l’isola delle Sirene, ma non udito il loro canto, perché Ulisse avrebbe ricoperto le loro orecchie di cera; Ulisse avrebbe udito, ma non avrebbe potuto muoversi, perché i marinai lo avrebbero preventivamente legato all’albero della nave. Non è, dunque, così facile rifiutare il fascino delle Sirene, che in fin dei conti promettono cose credibili e davvero allettanti: la conoscenza, secondo Omero, come giustamente notava Cicerone, oppure il sesso, secondo l’interpretazione cristiana – sempre la stessa ossessione! Bisogna avere le contromisure giuste, o i consiglieri giusti per sconfiggere il loro fascino, che sembra partire da promesse realistiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che mi sentirei di consigliare ai giornalisti (e ai loro direttori) è, dunque, una maggiore articolazione nell’uso delle Sirene, un uso che le faccia comunque servire ad approfondire l’oggetto del loro fascino e delle loro promesse e i mezzi plausibili con cui evitarle. Servirà a tutti, a quelli che vogliono ignorarle e a quelli che, incuranti del pericolo, vorranno andare fino in fondo nella loro conoscenza.<br />
E per fare questo, mi permetto di indicare due testi e due scrittori che, pur a distanza di qualche secolo, avevano individuato una funzione originale per le Sirene. Il primo, purtroppo, è solo un titolo (l’autore è anonimo), il <em>Liber monstrorum,</em> il libro delle mostruosità, dell’extra-umano, potremmo dire. Risale all’VIII/IX secolo ed è il primo testo che, nel descrivere le Sirene, le definisca donne fino all’ombelico e pesci nella parte inferiore, mentre fino ad allora, almeno a nostra conoscenza – e volendo essere sintetici – le Sirene erano state descritte e raffigurate come donne con ali e corpo d’uccello. La configurazione di donna-pesce è quella più riconoscibile e familiare, almeno dopo la favola di Andersen e la trasposizione cinematografica nel cartone animato disneyano. Ebbene, questa configurazione sembra cominciare col <em>Liber monstrorum</em> e c’è chi studia ancora questo problema per capirne tutti gli aspetti. Ora, nel prologo di questa enciclopedia delle mostruosità, l’autore sfrutta la forma ibrida della Sirena (che descriverà nella sesta sezione) per definire il carattere stesso della sua opera e della sua narrazione, quasi la stessa struttura del suo liber. Sa che alcuni dei suoi racconti potranno risultare incredibili e falsi; per questo, dice, inizierà dai racconti credibili, che rappresentano la parte superiore, la testa del suo volume (sto parafrasando), prima di addentrarsi nei meandri della parte seguente, quella più oscura, che, come la parte inferiore del corpo di una Sirena, è costituita da zone ispide e piene di squame.</p>
<p style="text-align: justify;">La Sirena, per l’anonimo del Liber, non è, dunque, solo uno dei <em>monstra</em> che descriverà, è la forma che assume un’indagine, un reportage sulla realtà complessa fatta di parti umane e parti mostruose, si comincia dalla superficie, dalla zona umana, per scendere fino negli abissi della vita che ci circonda.<br />
Tre secoli più tardi, all’incirca, Eustazio, arcivescovo di Tessalonica (1115-1195/97), raffinato intellettuale e retore, lavorava a un monumentale commento erudito dei poemi omerici. Anche Eustazio non si accontentava di spiegare minuziosamente i versi del XII libro dell’Odissea nel quale appaiono le Sirene, ma faceva di quelle creature dal misterioso fascino una metafora della sua impresa letteraria. In premessa al commento dell’Iliade, infatti, scriveva così: “<em>Dalle Sirene di Omero sarebbe forse bene star lontani proprio dall’inizio, o ungendosi le orecchie di cera o scegliendo un’altra direzione per sfuggirne l’incantesimo. Se, invece, non si riesce a star lontani, anzi si vuole attraversare quel canto, allora penso che non ci si possa allontanare facilmente, neppure se protetti da molti legami, e d’altra parte, se anche si riuscisse ad allontanarsi, non sarebbe poi così piacevole</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fascino di Omero è come quello delle sue Sirene, accostarsi alla sua opera rappresenta un pericolo, quello di non potersene staccare più. Non serviranno allora cera o corde: anzi, ed è l’affermazione più forte di Eustazio, allontanarsene non sarà motivo di gioia.<br />
Ecco, dunque, la sostanza del mio consiglio. In ogni Sirena ‘di’, della quale a cuor leggero parlano i giornalisti, si cela un problema, una prospettiva reale, i cui pericoli devono essere attentamente vagliati, anche perché non sappiamo se per caso non ci vengano prospettati da chi (come Circe) magari vuole ingannarci al posto delle Sirene. È una sfida, insomma, in cui contano volontà, esperienza, chiarezza di idee e determinazione nell’affrontare i pericoli. I giornalisti, e i loro direttori, farebbero bene a informarci meglio, con cognizione di causa, sulle prospettive e sulle eventuali conseguenze dannose – questo, mi sembra, dovrebbe essere ancora l’essenza del loro mestiere –, dandoci tutti gli elementi per una scelta, che sarà sempre personale, affidata alla nostra responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">E a proposito di giornalisti, ricordate il mio inizio, con gli anonimi obiettori (“E ci mancherebbe”, mi obietterete …)? Verso la fine di ottobre, sul Corriere della Sera, un giornalista provava ad analizzare il modo di comunicare di Matteo Renzi, che usa spesso l’obiettore anonimo nei suoi discorsi. Solo che questa tecnica retorica non si può definire parlare di sé in terza persona (o autopassaggio, neoconio del giornalista). Il parlare di sé in terza persona si avrebbe se Renzi dicesse: &#8220;Il Presidente del Consiglio pensa&#8221; ecc. Quando, invece, ci si immagina e si introduce nel proprio discorso un interlocutore fittizio che fa delle obiezioni, tipo: “Matteo, come tu l&#8217;hai presa larga quest&#8217;anno” o cose del genere, allora si tratta di una figura retorica: la sermocinatio, troppo difficile, o il dialogismo, un po&#8217; più facile; poi, a voler proprio essere precisi, anche parlare di sé in terza persona è una figura retorica: l’enallage, una figura di sostituzione (non sono più io a parlare ma è un anonimo obiettore, io gli presto la voce).<br />
Insomma, direttori di giornale e giornalisti hanno un gran lavoro da fare, e non solo sulle Sirene, se vogliono informare come meritiamo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/22/il-discount-delle-sirene/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sinistra_hegeliana #1     Piccolissimo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/31/sinistra_hegeliana-1-piccolissimo/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/31/sinistra_hegeliana-1-piccolissimo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[jamila mascat]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2014 17:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[acciaierie di Terni]]></category>
		<category><![CDATA[Aimé Césaire]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Hegel]]></category>
		<category><![CDATA[Jamila Mascat]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[parte]]></category>
		<category><![CDATA[Susanna Camusso]]></category>
		<category><![CDATA[tutto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49458</guid>

					<description><![CDATA[di Jamila Mascat Metalmeccanici a Roma, con la Fiom, 29 ottobre 2014 Adorno rinfacciava a Hegel di non nutrire nessuna “simpatia per l&#8217;utopia del particolare (für die Utopie des Besonderen), sotterrato sotto l&#8217;universalità”. Eppure le tante e variabili declinazioni del rapporto tra la parte e il tutto – la scissione, la contraddizione, la mediazione, la conciliazione, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY">di <strong>Jamila Mascat</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/fiom-ast.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-49461" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/fiom-ast.jpg" alt="fiom-ast" width="600" height="432" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/fiom-ast.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/fiom-ast-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/fiom-ast-250x180.jpg 250w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a><strong>Metalmeccanici a Roma, con la Fiom, 29 ottobre 2014</strong></p>
<p>Adorno rinfacciava a Hegel di non nutrire nessuna “simpatia per l&#8217;utopia del <em>particolare</em> (<em>für die Utopie des Besonderen</em>), sotterrato sotto l&#8217;universalità”. Eppure le tante e variabili declinazioni del rapporto tra la parte e il tutto – la scissione, la contraddizione, la mediazione, la conciliazione, per ricordarne alcune – sono state il tormento speculativo della sua filosofia.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La simpatia, in effetti, scarseggia, ma non si può certo incolpare Hegel di negligenza: il particolare – onnipresente nella costellazione del sistema, e riottoso a suo modo – è stato per lui oggetto di affannose tribolazioni. Posto, infatti, che “il vero è l&#8217;intero”, c&#8217;è bisogno di determinare come diventi anche fattualmente realizzabile. In altre parole: <i>vogliamo tutto</i>, ma come?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Così comincia il <em>gioco delle parti</em>, commedia degli equivoci e delle imposture, a cui Hegel si dedica con animo, pazienza e lucidità. </span></span></span>Il particolare, infatti, è una mina vagante e pericolosa nonostante gli ingegnosi tentativi della dialettica di tenerlo a bada. Il tranello più insidioso è quello in cui precipita il formalismo – fautore del modello dell&#8217;universale astratto – ovvero <i>entre autres</i> la morale kantiana. Hegel descrive questo capitombolo nelle pagine del <i>Saggio sulle maniere di trattare il diritto naturale</i> (1802-03) più o meno in questi termini: per Kant la struttura formale della massima è suscettibile di accogliere solo quei contenuti che si prestano ad essere universalizzati senza incappare in alcuna contraddizione. Quindi la massima secondo cui “ognuno può negare di aver un deposito della cui consegna nessuno gli può dar prova” (leggi: ognuno può negare di aver ricevuto dei soldi in deposito da qualcun altro, se nulla dimostra il contrario) non è una massima e non può diventarlo, Kant dixit<i> </i>secondo Hegel, pena la deposizione del <i>concetto</i> stesso <i>di deposito</i>, il che equivarrebbe a un&#8217;impasse contraddittoria. Ma, obietta Hegel, se non ci fosse più alcun deposito (e nemmeno il suo concetto), non ci sarebbe propriamente nessuna contraddizione, a meno di considerare l&#8217;esistenza della proprietà (e del suo concetto) un presupposto assoluto, incontrovertibile e necessario. A ben vedere, allora, il problema si pone solo concedendo, in maniera del tutto arbitraria, la legittimità universale di un contenuto particolare (il deposito, per l&#8217;appunto). Hegel, che non è affatto un critico della proprietà privata, qui vuole solo evidenziare un vizio logico carico di ricadute pratiche: l&#8217;universale astratto, la massima, che a prima vista si mostra <i>super partes</i> e super inclusiva, si rivela in realtà troppo di parte e troppo esclusiva, perché presuppone implicitamente un contenuto specifico non dichiarato (alias, ancora una volta, il riconoscimento del valore inviolabile della proprietà).</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">A questo punto abbiamo di fronte un <em>universale falso</em> – nel linguaggio digitale un <i>fake,</i> che si nasconde surrettiziamente dietro a un&#8217;identità falsificata – non a causa di un&#8217;innocente metonimia, ma per colpa di un&#8217;usurpazione unilaterale: la colpa della parte che si impossessa del tutto di nascosto.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Hegel, va detto, non ce l&#8217;ha con la parte per partito preso, il vero guaio, come si diceva, è l&#8217;impostura; e il particolare, al contrario, deve saper <em>fare la sua parte</em>, deve cioè irrimediabilmente parteggiare.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">E&#8217; per questo che Aimé Césaire ebbe un colpo di fulmine per la <i>Fenomenologia dello Spirito </i>e, quando apparve la prima traduzione di Jean Hyppolite, entusiasta, volle subito mostrarla a Senghor: “Ascolta quello che dice Hegel, Léopold! Per arrivare all&#8217;universale bisogna immergersi nel particolare!”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Fu così che l&#8217;autore del <i>Cahier d&#8217;un retour au pays natal</i> trovò a sorpresa in Hegel, colui che aveva confinato l&#8217;Africa nell&#8217;anticamera della Storia, un&#8217;ottima giustificazione per non rinunciare alla propria parte, alla <i>négritude</i>.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In <a href="http://www.jpanafrican.com/docs/vol2no4/2.4_The_Liberating_Power_of_Words.pdf" target="_blank">un&#8217;intervista del 1997, </a>Césaire torna a rendergli omaggio: </span></span></span>“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In Occidente ci hanno sempre detto che per diventare universali dovevamo partire dalla negazione del fatto di essere neri. Al contrario, io mi sono sempre detto che più siamo neri, più saremo universali”, e questo grazie alla lezione hegeliana.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Nella <a href="http://lmsi.net/Lettre-a-Maurice-Thorez" target="_blank">lettera</a> a Maurice Thorez, con cui nel 1956 dice addio al Partito comunista francese (Pcf), Césaire precisa che esistono due distinte maniere di &#8220;perdersi&#8221;: per “segregazione” nel particolare o per “diluizione” nell&#8217;universale. Da parte sua ribadisce di non voler in alcun modo pietrificarsi in un “particolarismo stretto” né, altrettanto risolutamente, “dissolversi in un universalismo disincarnato”. Ma se il <i>particolare</i> si accredita positivamente come incarnazione dell&#8217;universale, la <i>parte,</i> che designa la posta in gioco non negoziabile del compromesso politico tra i comunisti delle Antille e i comunisti della <i>métropole,</i> è precisamente “la questione coloniale”, ovvero il voto favorevole dei 146 deputati del Pcf al conferimento di poteri speciali all&#8217;esecutivo dell&#8217;allora primo ministro Guy Mollet per sostenere l&#8217;intervento francese in Algeria. Su quella “parte” non è possibile transigere secondo Césaire, che pochi mesi dopo l&#8217;episodio presenta le dimissioni dall&#8217;incarico di deputato del partito.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Come tutti</span></span></span></strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Potrebbe sembrare controproducente, a giudicare dai tempi che corrono, la scelta di fare appello a Césaire e Hegel: uno (morto nel 2008) a malapena potrebbe aver visto o toccato un Iphone in vita sua, l&#8217;altro (nato nel 1770) appartiene a un&#8217;epoca in cui non esistevano nemmeno i telefoni a gettone. Ma l&#8217;appello, in effetti, vale poco più di un pretesto per provare a capire che fine ha fatto la <em>Parte.</em> O meglio, che brutta fine ha fatto la Parte: squalificata e sbeffeggiata – perché disonesta, faziosa, tifosa e soprattutto ideologica – dal pulpito del <i>desiderio di essere come tutti – </i>insignito dell&#8217;ultimo<a href="http://www.ilpost.it/2013/10/29/il-desiderio-di-essere-come-tutti/" target="_blank"> premio Strega. </a></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Non sono riuscita a venire a capo di questa storia in modo sensato, in compenso mi sono venute in mente due storielle sentimentali. Due <i>love stories</i>, intendo, molto diverse tra loro: quella tra la parte e il tutto, e quella tra la parte e i tutti (quei tutti <i>come tutti desidereremmo essere</i>, secondo Francesco Piccolo).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Quando la <em>parte</em> incontra il <em>tutto</em>, è desiderio di riscatto e subito amore a prima vista. È un amore appassionato, collettivo, intenso, dialettico, faticoso, neorealista. Con la parte che ce la mette tutta e il tutto che non si concede; la parte che non si dà per vinta e il tutto che non molla. Un amore politicamente scorretto, irriverente, fatto di tattiche e strategie, prevaricazioni, battaglie, vertenze, assalti alla diligenza, agguati, occupazioni e scioperi generali; può durare una vita o culminare in una disfatta colma d&#8217;affetto: che funzioni o meno, c&#8217;eravamo tanto amati. Invece, tra la <em>parte</em> e i <em>tutti</em> (che non è plurale perché è un prototipo) non c&#8217;è amore che tenga, è ipocrisia, oltraggio, passione triste e crudele, spremitura a freddo, stillicidio, parossismo dell&#8217;incomunicabilità, veleno, nouvelle vague. Pensavi fosse amore e invece era un machete.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">I tutti giocano con la parte come Leone Gala gioca con i gusci d&#8217;uovo nella pièce di Pirandello. Cioè così:</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Leone: [&#8230;]</b><b> </b>Tu devi guardarti di te stesso, del <b>sentimento</b> che questo caso suscita subito in te e con cui t&#8217;assalta! Immediatamente, ghermirlo e <b>vuotarlo</b>, trarne il concetto, e allora puoi anche <b>giocarci</b>. Guarda, è come se t&#8217;arrivasse all&#8217;improvviso, non sai da dove, un <strong>uovo fresco</strong>&#8230;</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Guido</b>: Un uovo fresco?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Leone</b>: Un uovo fresco.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Guido</b>: E se t&#8217;arriva invece una palla di piombo?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Leone</b>: Allora ti vuota lei, e non se ne parla più.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Guido</b>: Ma perché un uovo fresco, scusa?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Leone</b>: Per darti una nuova immagine dei casi e dei concetti. Se non sei pronto a ghermirlo, te ne lascerai cogliere o lo lascerai cadere. Nell&#8217;un caso e nell&#8217;altro, <strong>ti si</strong> <b>squacquererà davanti o addosso</b>. Se sei pronto, lo <strong>prendi</strong>, lo <strong>fori</strong>, e te lo <strong>bevi</strong>.<strong> Che ti resta in mano?</strong></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Guido</b>: Il <b>guscio vuoto</b>.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Leone</b>: E questo è il concetto! Lo infilzi nel pernio del tuo spillo e <strong>ti diverti a farlo girare</strong>, o, lieve lieve ormai, te lo giuochi come una palla di celluloide, da una mano all&#8217;altra: là, là e là&#8230; poi: <i>paf. </i><strong>L</strong><b>o schiacci tra le mani e lo butti via</b>.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La parte, dal canto suo, le uova le rompe, le sbatte e a volte magari le tira. I tutti si preservano (per evitare di farsi <i>scquaquerare davanti o addosso</i>) dilettandosi con i gusci vuoti; la parte si consuma, si sporca. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La parte non s&#8217;illude di essere più <i>profonda</i> dei tutti <a href="http://www.wittgenstein.it/2013/11/06/francesco-piccolo/" target="_blank"><i>superficiali</i></a>, ma<i> </i>rigetta il moralismo insulso che permea da capo a piedi questa infelice dicotomia e che esprime visibilmente ancora un altro desiderio, più perverso e più cristiano. I tutti, infatti, reclamano assoluzione, esigono di essere mondati del peccato originale di avere abdicato a quella <i>responsabilità</i> a cui Sartre inchiodava gli uomini e soprattutto gli intellettuali: il compito di “immischiarsi in quello che non li riguarda”. Sartre, lui, non avrebbe assolto proprio nessuno – “Je tiens Flaubert et Goncourt pour responsables de la repression qui suivit la Commune parce qu’<em>ils n’ont pas écrit une seule ligne pour l’empêcher</em>”. E ancora: “Non è affare loro, si dirà, ma il processo di Calas era forse affare di Voltaire? La condanna di Dreyfus era affare di Zola? L&#8217;amministrazione del Congo affare di Gide?”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ci avrebbe pensato, in compenso, la prima Leopolda del 2010, quando rottamazione rimava con assoluzione, a <i>togliere tutti i peccati del mondo. </i>L&#8217;ultima, la n.5, quella di governo, memorabile attestazione di arroganza e pessime maniere, ha superato se stessa cospargendo sindacati, lavoro, lavoratori &amp; co. di una raffica di insulti sprezzanti (poi, dai gettoni a.C. ai manganelli DC c&#8217;è voluto poco, poco più di 48 ore).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Senza arte né parte</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La parte incalza i tutti: “scegliete da che <em>parte</em> stare”, ma i tutti rispondono che stanno <em>con tutti</em>. La parte ripete che non è possibile. I tutti sfrontati canticchiano i Beatles, con l&#8217;inglese fracassato del premier: <em>w</em><i>ell, you know, we </i>all<i> want to change the world. </i>I tutti pretendono spudoratamente che sia davvero così. La parte replica con l&#8217;<em>International,</em><i> </i>invocando un tutto che rivendica consapevolmente il proprio essere di parte –– <em>l</em><i>e monde va changer de base/ nous ne sommes rien, soyons </i>tout<i>! –</i>.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">I tutti confondono le carte in tavola, insistono che gli va bene <em>tutto e il contrario di tutto</em>, in onore del &#8216;pluralismo&#8217;, in spregio all&#8217; &#8216;estremismo&#8217;, in virtù del &#8216;confronto&#8217;. Esibiscono</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> con disinvoltura il loro tutto flaccido come un babà, e fieri di una rammollita nonchalance proclamano che al mondo </span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>c&#8217;è posto per tutti,</i></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> in nome di quella ben nota &#8216;tolleranza&#8217; che Marcuse preferiva chiamare</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> con un altro nome:</span></span></span> <em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">“confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà</span></span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">”.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La parte semplicemente difende gli interessi della sua parte, contro quell&#8217;altra parte che sventolando la bandiera del Partito della Nazione (e della <a href="http://ilmanifesto.info/il-mito-del-nuovo-che-avanza/" target="_blank">Restaurazione</a>) finge subdolamente di essere <em>per tutti</em>. Mentre la parte ha il coraggio di dire: &#8220;non siete roba mia&#8221;, i tutti preferiscono rappresentarsi<em> come tutti</em> per non perdere i consensi di nessuno. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">E&#8217; chiaro che bisogna dare un taglio a questa penosa vicenda sentimentale. Tra la parte e i tutti non si coltiva un amore impossibile, ma solo una crudele lotta (di classe) ad armi impari.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><em>Io e Annie</em> si chiude con quella famosa <a href="https://www.youtube.com/watch?v=10xJ5J7m00Q" target="_blank">battuta</a> di Allen/Alvy che, dopo aver rincontrato Annie a distanza di qualche tempo dalla loro separazione, si compiace della donna fantastica che ha di fronte e conclude che in fondo le storie d&#8217;amore – le più irrazionali, pazze e assurde – vanno avanti malgrado tutto perché ognuno di noi ha bisogno di uova (già, <em>ancora uova</em>).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">Per questo siamo perfino disposti ad accettare che nostro fratello creda di essere una gallina e rifiutiamo di farlo curare. Ma le piazze, almeno, funzionano diversamente e, ribellandosi all&#8217;incantesimo dei fratelli che vestono i panni delle galline, per approvvigionarsi di uova alla fine preferiscono assaltare i pollai.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Il bello delle parti</b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Stamattina, rimasticando quello che ho letto nei giorni scorsi, dopo la piazza di sabato e le sciagurate manganellate del 29 ottobre contro gli operai delle acciaierie di Terni in corteo a Roma, ho pensato, d&#8217;accordo con quello che scrive <a href="http://www.alessandrorobecchi.it/index.php/201410/due-o-tre-cose-su-antichi-gettoni-e-moderni-manganelli/" target="_blank">Alessandro Robecchi</a>, che tra gli alfieri delle fantomatiche <a href="http://www.ilpost.it/2014/10/28/piccolo-sinistra/" target="_blank">due sinistre</a> – inesorabilmente ritratte con la solita cantilena: la vecchia e la nuova, la pavida e la spericolata, la creativa e la retriva – nessuno dovrebbe avere ancora la sfacciataggine di dire &#8220;siamo della stessa parte” (né la stoltezza di ipotizzare che, al dunque, le due parti si equivalgono).</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Che a pensarci bene diventa insostenibile anche il goffo binomio delle due sinistre se, come dice <a href="http://temi.repubblica.it/micromega-online/leopolda-vs-piazza-san-giovanni-la-differenza-visibile-tra-destra-e-sinistra/" target="_blank">Luciano Gallino</a>, una delle condizioni che, ieri come oggi, fanno la differenza tra destra e sinistra è quasi tautologicamente “la scelta della parte sociale da cui stare” – e a Firenze “c’erano soprattutto persone a cui l’idea di stare dalla parte dei più deboli e magari di dichiararlo appariva semplicemente repellente”. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">C&#8217;è da augurarsi che salti agli occhi pure l&#8217;insensatezza degli argomenti generosamente dispiegati per suggerire che i discorsi di Renzi in garage e Camusso in piazza siano solo le due <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/tag/christian-raimo/" target="_blank"><i>brutte</i> facce</a> della stessa medaglia, nel tentativo di reperire isomorfismi deformi, commensurare brutture incommensurabili, soppesare nuovi ottimismi e obsolescenze, supercazzole e Case del popolo (ma soprattutto, a che pro?). Con il risultato, ancora una volta, di non stare e non andare<em> da nessuna</em> <em>parte.</em></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La sensazione è che il revanscismo delle assoluzioni generazionali e le commisurazioni tanto scontate quanto forzatamente ricercate solleticano e seducono chi <i>desidera</i> <i>essere come tutti – </i>un orizzonte a dir poco angusto –<i> </i>e allo stesso tempo<i> </i>rivoltano lo stomaco di quanti reclamano di stare da una parte, <em>con la propria parte</em>. Una parte informe, una parte dissestata, una parte non unanime, ma una parte che con le sue tante anime può provare a immaginare un inverno più caldo dell&#8217;autunno, perché, sebbene la posta sia incerta, allo stato attuale c&#8217;è davvero poco da perdere. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il bello di questa parte è proprio che<i> non</i> <em>vuole essere come tutti</em>, pur sperando che molt* siano con lei. Il bello è che preferisce le bandiere rosse e regala volentieri le cinquanta sfumature di grigiore agli editoriali e agli opinionismi, pillole avvelenate del giorno dopo. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Tutto il resto è noia – la noia letale di <em>tutti</em> <em>quelli che</em>, non avendo più un mondo da trasformare né un ordine da rovesciare, sono condannati a una quiete perpetua di prima classe per ricamare ovazioni impotenti al potere; erezioni <a href="https://www.youtube.com/watch?v=5RlcqdO2lpE" target="_blank">tristi</a> per coiti modesti. </span></span></span>Tutto il resto è Piccolo (e simili). Anzi piccolissimo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/31/sinistra_hegeliana-1-piccolissimo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>10</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La vuota scuola</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/04/la-vuota-scuola/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/04/la-vuota-scuola/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2014 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Eleonora Tamburrini]]></category>
		<category><![CDATA[graduatorie]]></category>
		<category><![CDATA[la buona scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Berlinguer]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[precari]]></category>
		<category><![CDATA[professori]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[riforme della scuola]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Stefania Giannini]]></category>
		<category><![CDATA[Tfa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49079</guid>

					<description><![CDATA[di Eleonora Tamburrini La tentazione crescente è quella di gingillarci così, limitandoci a descrivere episodi tragicomici, scandalizzandoci tra addetti ai lavori, contentandoci del mezzo gaudio. Per esempio. 1) Qualche tempo fa mi trovavo al telefono con un sindacalista. Mi spiegava con tutta l’assertività del caso che no, non sapeva davvero rispondere alla mia domanda sui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/teacherSkeleton.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-49081 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/teacherSkeleton.jpg" alt="teacherSkeleton" width="325" height="660" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/teacherSkeleton.jpg 325w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/10/teacherSkeleton-147x300.jpg 147w" sizes="(max-width: 325px) 100vw, 325px" /></a></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Eleonora Tamburrini</strong></p>
<p>La tentazione crescente è quella di gingillarci così, limitandoci a descrivere episodi tragicomici, scandalizzandoci tra addetti ai lavori, contentandoci del mezzo gaudio. Per esempio.</p>
<p>1) Qualche tempo fa mi trovavo al telefono con un sindacalista. Mi spiegava con tutta l’assertività del caso che no, non sapeva davvero rispondere alla mia domanda sui “contratti fino ad avente diritto” nella scuola pubblica, ma sì, reputava assolutamente necessario che io mi iscrivessi a un nuovo corso abilitante.</p>
<p><em>Io sono già abilitata all’insegnamento.</em></p>
<p><em>Ma con quella nuova SSIS?</em></p>
<p><em>Si chiama TFA. Sono una di quelli che la riforma vuole esclud&#8230;</em></p>
<p><em>Ma no, ma no! Io parlo dell’abilitazione al sostegno!</em></p>
<p><em>Il sostegno? Veramente non so se&#8230;</em></p>
<p><em>Ma come pensa di lavorare, se non attraverso il sostegno?</em></p>
<p>2) Transitando con furtiva riluttanza in alcune scuole paritarie, mi si è ripresentata con molta costanza e poche variabili la scena seguente. Insegnanti – o forse genitori? ma non saranno studenti? – pencolanti nell’atrio. La kenzia sfinita al sole. La presidenza. Atmosfera spigliata e in secondo piano busto policromo di Ugo Foscolo e insolito gagliardetto.</p>
<p><em>Si sieda pure signorina. La chiamo signorina, visto che è così giovane. Anzi ti do del tu, ti spiace? Abbiamo scelto il tuo curriculum perché sei abilitata. Con il TFA, o come si chiama. È che ci impongono di avere un tot di docenti abilitati nell’organico. Il punteggio è lo stesso che nella pubblica, sì – tanto venite qui per i punti, lo sappiamo. Il contratto è a progetto. Legale, certo. La paga è la metà. Sai, qui di soldi non ne abbiamo&#8230; cosa vuoi, non è mica la scuola pubblica. Ci viene gente coi problemi veri qua, gente che gli ci vuole il sostegno viene qua. Che nella pubblica non li seguono mica. Ma ora dimmi di te, dimmi. Cosa pensi di fare?</em><span id="more-49079"></span></p>
<p>3) Andare a Montecitorio lo scorso 10 settembre è stato naturale, anzi urgente. A Roma fa caldo come sempre. Giornalista esangue si porta davanti a un mio collega, non lo guarda, solo solleva di poco la mano col microfono e tenendosi monocorde per non dover prendere fiato dunque come mai siete qui a protestare?</p>
<p><em>Noi abilitati TFA siamo vincitori di concorso, selezionati in base a un preciso fabbisogno del MIUR. Ora ci vediamo esclusi dalla riforma e…</em></p>
<p><em>Fermo fermo, niente sigle, che la gente a casa non capisce. Me deve di’ quanto l’hai pagato sto corso! Ditece i sordi, le cifre, robba così.</em></p>
<p>(2500 euro più 450 per le prove di accesso più spese di trasporto, n.d.a.)</p>
<p>Credo che queste tre ordinarie scenette dicano più di qualcosa a chiunque abbia una qualche ambizione o un’esperienza diretta nel mondo della scuola. Ma al resto del mondo le stesse tre scene potrebbero persino apparire <em>oscure</em>. Come ricordava la saggia giornalista davanti a Montecitorio, non è facile districarsi fra le iniquità e le mancanze della scuola italiana di oggi (salvo esserci dentro fino al collo). Questa confusione irriferibile è solo una delle conseguenze di decenni di cambi di rotta continui, che non hanno migliorato il servizio – è palese la continuità in una politica dei tagli – ma piuttosto provveduto a una delegittimazione sociale dei docenti e dell’idea stessa di insegnamento.</p>
<p>Affetti da precariato cronico, licenziati d’estate, a Pasqua e a Natale, socialmente screditati, sottopagati, trasformati in burocrati alle prese con regole che cambiano al volgere di ogni legislatura, i professori precari assistono continuamente ai tristi siparietti di cui sopra, vittime del disinteresse dei sindacati o del caos delle segreterie, facili prede delle paritarie, dei masterini on line, della deprecabile corsa al sostegno (oggetto non identificato per la stampa). Nessuno più di loro, più di noi, può augurarsi che qualcosa cambi. Ma la riforma paventata da Renzi e dalla Ministra Giannini, per come appare nel suo rutilante <a href="https://labuonascuola.gov.it/#documento" target="_blank">libello</a>, sembra incaponirsi in una corsa al peggio. Verrebbe voglia di lasciarsi cadere la penna dalle mani, ma forse bisogna ancora parlare di scuola, e come in quel racconto di Carver, prendere la mano di chi ascolta e disegnarla per come è diventata: una ineffabile cattedrale.</p>
<p>Cominciamo dalle modalità di reclutamento della classe docente secondo Renzi e Giannini, e quindi dalla presunta assunzione dei 150 mila docenti precari delle Graduatorie a Esaurimento (GAE). Bene, benissimo. Peccato che il piano tagli fuori le migliaia di docenti del TFA ordinario, quelli cioè che nel 2012, dopo anni di attesa, avevano visto mettere a concorso dal ministero 11 mila posti <em>calcolati su preciso fabbisogno</em> per una nuova abilitazione. In altre parole dopo tre prove, un corso a pagamento, un tirocinio non retribuito e nuovi esami finali, i migliori avrebbero ottenuto un titolo capace di garantire il ruolo nel giro di qualche anno e intanto la possibilità di fare supplenze. Ora si legge che quel titolo non vale più niente. Se gli abilitati iscritti alle GAE avranno tutti un posto a tempo indeterminato per slittamento in graduatoria, gli <em>altri abilitati</em> (TFA, ma anche PAS) potrebbero accedere al ruolo solo vincendo un <em>altro concorso</em>.</p>
<p>Niente da fare neppure per le supplenze. Già, perché da settembre 2015 queste verrebbero completamente assolte dal nuovo “organico funzionale”, costituito da quei neoassunti per i quali non ci sarebbe subito una cattedra disponibile. Tra le mansioni di questa nuova sottocategoria: garantire scuole aperte fino a orari imprecisati, in stile “baby parking”, dove svolgere attività extracurriculari/di animazione non ben precisate, usufruendo di risorse (luce, riscaldamento, personale ATA) per niente precisate, insegnando materie non proprio precisate (anche al di fuori della propria classe di concorso) e con l’aria imprecisata di professori di serie B. Sempre meglio comunque dei loro colleghi, i reietti del giorno, gli <em>altri abilitati</em>, che hanno la sola colpa di essere nati qualche anno più tardi, e di aver creduto ai calcoli e alle promesse di qualche governo in più.</p>
<p>D’altra parte tradizione vuole che periodicamente, fisiologicamente – praticamente a ogni riforma – si crei un comodo ghetto normativo, una sacca di ingiustizia, uno sfogatoio per la minoranza dei figliastri. Gli esodati. I quota 96. Ma qui no, Renzi non si è distratto, anzi, come sempre è ironico, mordace, una battuta per tutti. Gli esclusi del giorno sono – sentite che prodigio di retorica – “l’eccezione che rafforza la regola”. Poi prudentemente diventano “abilitati” tra virgolette (p. 29 del libello), così, giusto per abituarli al progressivo sgretolamento del titolo. Ma attenzione, sembra che starà a loro, quando vinceranno un altro fantomatico concorso, “rinverdire la platea degli insegnanti”. <em>Rinverdire</em>: fa sorridere se si pensa all’età media degli abilitati TFA (trentotto anni). E fa sorridere amaramente, perché saranno proprio loro, i meno vecchi, i grandi esclusi da questa sanatoria di massa. Intanto la categoria dei giovani è stata usata, espansa ad libitum, tirata per la giacchetta, logorata fino al nonsense, e proprio dal governo dei rottamatori.</p>
<p>Se si volessero riscrivere seriamente le regole del reclutamento della classe docente, imponendo per il futuro l’unica via del concorso, il solo modo equo di farlo sarebbe partire dai prossimi laureati col nuovo ordinamento abilitante (dal 2019). Ma coloro che si sono abilitati fino ad oggi con un percorso di specializzazione post laurea, meritano tutti le stesse possibilità e lo stesso rispetto, meritano, per esempio, un’assunzione programmatica che rispetti le graduatorie ma sia spalmata su un arco di tempo più lungo di un unico, convulso anno scolastico e faccia a meno di inutili proclami sull’organico funzionale e la fine del precariato. Perché il precariato continuerà ad esserci, solo colpirà altri soggetti, e in maniera ancor più grottesca.</p>
<p>Il grado di approssimazione del libello (un’approssimazione di concetto che si fa scudo di qualche cifra) serve però in parte a scoperchiarne la genesi immediata: scrivere in fretta e promettere molto per evitare che la Corte Europea sanzioni l’Italia per le mancate stabilizzazioni degli ultimi decenni. Una sentenza imminente questa, di cui la stampa non fa praticamente menzione (e dire che la gente capirebbe bene, meglio) e rispetto alla quale il governo deve prender tempo, prodursi in rassicurazioni, metterci una toppa qualunque.</p>
<p>Non credo che di questo sconclusionato reclutamento beneficerà la scuola, quella reale. Dei 150mila assunti, molti, dicevo, saranno destinati a mansioni altre dall’insegnamento o a materie diverse dalla loro classe di specializzazione. Molti altri non potranno forse neppure prendere servizio perché la riforma vorrebbe un’assunzione su base nazionale, in barba ai criteri territoriali comprensibilmente adottati fin qui. Dunque o il trasferimento coatto anche in altra regione, o il rapido depennamento da tutte le graduatorie del regno. D’altronde non c’è tempo, la sentenza della corte europea incombe, e il mito dell’efficientismo lanciato ad alta velocità non può lasciarsi intralciare da certi dettagli, non può confrontarsi con lo scarto che esiste tra un annuncio e la sua realizzabilità. Basta che a ripeterlo faccia effetto, ovvero che suoni bene. Come il mantra del controllo sul lavoro degli insegnanti, l’ossessione per la misurazione del loro rendimento (una misurazione che si prospetta impossibile o votata all’ingiustizia se si sceglieranno parametri quantitativi). O ancora, il mito della meritocrazia come prerogativa di una gestione di tipo aziendale degli istituti, e quindi la necessità di rintracciare nel preside l’equivalente dell&#8217;imprenditore che della sua scuola sceglie anche il personale. Proprio come avviene nel sistema scolastico privato che, specie nelle scuole superiori di secondo grado, continua a produrre gravi iniquità nella selezione degli insegnanti e nella formazione degli studenti (una deriva incominciata, va detto, già con Luigi Berlinguer). E ancora, sotto lo slogan della meritocrazia: l’ingresso dei capitali privati nelle scuole (di chi?), il ridimensionamento dei compensi (si sa bene di chi). L’insegnante sarà allora alle prese con una singolare idea di carriera, dove lo stipendio sarà proporzionale a una raccolta punti legata al numero di attività extra messe in campo, all&#8217;abilità nel coltivare mirate amicizie e rivalità, a un’idea sommaria di “produttività”.</p>
<p>Quali effetti potrebbe avere una simile competizione da libero mercato in un’istituzione come quella scolastica che dovrebbe fondarsi sull’uguaglianza tra scuole, sulla collegialità e la collaborazione degli insegnanti per il bene degli studenti non è dato sapere. È dato, forse, rilevare fin d’ora il deterioramento del concetto di merito, sempre più brandito come strumento di controllo (per giunta a intermittenza), sempre meno volto alla valorizzazione dei saperi. Insieme al merito si dissolve qualcosa di forse ancora più importante: la fiducia. Come continuare a credere in una scuola che viene costantemente svuotata a suon di slogan? In governi che promettono, bandiscono, rastrellano tasse d&#8217;iscrizione e speranze, e poi lasciano aspiranti insegnanti nel vuoto? In riforme che chiedono loro di cominciare sempre da capo? In norme che costruiscono percorsi labirintici perché decine di migliaia di precari si scannino tra loro piuttosto che coltivare la loro professionalità? In una scuola che sbandiera l&#8217;importanza dei ragazzi e poi li logora ai fianchi, accorciando ore, ridimensionando le conoscenze, snervando docenti con esperienza, buttando a mare i nuovi, sottraendo risorse?</p>
<p>Non sorprendono in tal senso le altre dichiarazioni del premier o della ministra Giannini nei giorni successivi alla pubblicazione delle ipotesi di riforma: la detassazione per le iscrizioni alle paritarie in nome di una confusa libertà di scelta, il blocco degli stipendi per i docenti statali, l’abolizione dei commissari esterni per le prove di maturità. Sono tutte facce della stessa medaglia, intenti saldamente concatenati, figli di un’identica concezione della scuola &#8216;pubblica&#8217;, che naturalmente pagherà le sue presunte innovazioni a suon di tagli, né più né meno che in passato.</p>
<p>Infine, le parole, ancora loro. Il libello l’hanno definito “patto per la scuola”. Curiosa accezione. Un patto in differita, dissociato, steso da una sola delle parti, granitico nelle intenzioni e solo in un secondo momento soggetto al confronto con l’altro, la gente, l’imprecisato popolo del web, professori iperconnessi che dovrebbero compilare questionari per dire sì/no, mi piace/non mi piace, mettersi in fila dietro un hashtag, condensare riflessioni serie in 140 caratteri. Conosco colleghi stimatissimi che in questi giorni si sono aperti l’account di Twitter per parlare col premier, col ministro. Altri hanno discusso su Facebook con onorevoli che straniti dal dissenso li hanno bannati, come importuni qualunque, come troll. Questo chiacchiericcio non è consultazione democratica, e cinguettare slogan non rappresenta una possibilità in più di riflessione, ma un alibi ad alta fruibilità tanto per la figura molto in voga dell’onesto cittadino – che si risparmia così l’azione seria e meditata – quanto, soprattutto per chi è al potere, che può dire di aver offerto ampi spazi di confronto senza aver offerto proprio nulla.</p>
<p>Il &#8216;patto&#8217; l’hanno intitolato “la buona scuola”, il che ridefinisce immediatamente la scuola attuale, la scuola fatta fin qui, come cattiva. Sentite com’è semplice tutto questo, vedete come splende l’evidenza? A chi dal di dentro timidamente fa notare che sì, i problemi ci sono e sono tanti, ma che le soluzioni prospettate paiono parziali, ingiuste, inefficaci, dannose, l’accusa immediata è quella di disfattismo, di immobilismo, di difesa a oltranza del proprio status quo (ad avercelo, viene da dire!).</p>
<p>Così ci tocca pure leggere la risposta sprezzante apparsa su uno scintillante allegato de La Repubblica che Umberto Galimberti dà a una professoressa perplessa. Cito per stralci l&#8217;esimio Galimberti:</p>
<blockquote><p>Questa naturalezza [nell’applicare le nuove linee] è concepibile se solo gli insegnanti amano la loro professione e non si pongono nei confronti della scuola con una mentalità sindacale e/o contrattuale che, in un’attività che ha per obiettivo l’educazione dei giovani, mi pare del tutto fuori luogo</p>
<p>Ma forse nelle scuole superiori potremmo fare a meno dei bidelli, dal momento che non vedo perché giovani dai 15 ai 19 anni non possano pulire le loro aule, lavare i vetri, imbiancare le loro classi</p>
<p>E allora dobbiamo aspettarci dalle continue riforme ministeriali della scuola stimoli e senso, o queste cose le devono mettere, senza attenderle dai dispositivi ministeriali, gli attori stessi della scuola, che in prima fila sono gli insegnanti? […] lo stipendio è basso, certamente, ma potrebbe essere integrato proprio dall’entusiasmo di fare quel nobilissimo lavoro che si chiama: educazione dei giovani.</p></blockquote>
<p>Della serie suvvia, non parliamo di diritti, degli stipendi tra i più bassi d’Europa, non parliamo di precariato, non parliamo di condizioni di lavoro completamente diverse per gli stessi ruoli, è così <em>volgare</em> al cospetto della <em>sacra missione dell’insegnamento</em>! Parliamo invece di nuove idee costruttive, tipo gli studenti imbianchini, come non averci pensato prima?</p>
<p>Infine, quanto all’attendere dal Ministero nuovi stimoli per il mio lavoro, vorrei rassicurare Galimberti: ci ho rinunciato, per il momento. Finora ne ho tratto solo ragioni per scendere in piazza a protestare, scrivere lettere o articoli troppo lunghi come questo. Stimoli e senso si trovano continuando a studiare e andando in classe, si trovano in quei ragazzi che per rispetto ho qui quasi evitato di nominare, benché siano da sempre i primi a subire gli esiti di riforme maldestre. Devono essere ricreate le condizioni per poter parlare di loro, parlarne di più, per entrare una buona volta nel merito dei programmi e delle azioni, tornare a discutere del valore di ogni singola ora di lezione, e per lavorare serenamente senza doversi guardare le spalle a ogni cambio della guardia, a ogni aggiornamento delle graduatorie. Provando a esprimere un desiderio condiviso, i docenti italiani vorrebbero smettere i panni degli avvocati fai-da-te, dei piccoli tristissimi burocrati, e tornare in classe a fare il loro mestiere, con più dignità.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2014/10/04/la-vuota-scuola/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un avventuriero a Palazzo Chigi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/02/22/un-avventuriero-a-palazzo-chigi/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2014/02/22/un-avventuriero-a-palazzo-chigi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Feb 2014 07:33:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Alana Friedman]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Augusto Illuminati]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Barca]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47633</guid>

					<description><![CDATA[[Articolo apparso sul sito Dinamo-press il 19 febbraio] di Augusto Illuminati Ha ragione Fabrizio Barca a dire che nel programma di Renzi ci sono slogan e niente idee e che il tutto è pericolosamente avventurista, al punto da scatenare sentimenti di angoscia in un onesto riformista, di tradizione Pd(s) e liberista moderato. Il modo in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Articolo apparso sul sito <a href="http://www.dinamopress.it/news/un-avventuriero-a-palazzo-chigi">Dinamo-press</a> il 19 febbraio]</p>
<p>di <strong>Augusto Illuminati</strong></p>
<p><em>Ha ragione Fabrizio Barca a dire che nel programma di Renzi ci sono slogan e niente idee e che il tutto è pericolosamente avventurista, al punto da scatenare sentimenti di angoscia in un onesto riformista, di tradizione Pd(s) e liberista moderato.</em></p>
<p>Il modo in cui Renzi si sta installando al potere (vedremo a breve gli esiti) non è irrilevante ed entra in singolare contraddizione non solo con le sue promesse precedenti (vizio “normale”) ma –e più grave– con le aspettative di cui si era nutrita la sua resistibile ascesa. <span id="more-47633"></span>Egli infatti aveva puntato tutto sulla propria estraneità al linguaggio e ai riti correnti della politica (governativa e di partito), su un taglio decisionista e sulla velocità delle mosse. Questi connotati avrebbero dovuto giustificare la spregiudicatezza del comportamento e far chiudere un occhio sulla vaghezza dei contenuti. Snodo fondamentale era la scelta di non vivacchiare ma di esporsi a breve scadenza a una verifica elettorale e lì sfondare, con un rapporto diretto con gli elettori, a prescindere da destra e sinistra. Giusto questo programma mediatico-populista gli si è sfarinato fra le mani nel momento in cui ha fatto fuori proditoriamente lo sciapo Letta (rendendolo peraltro una vittima simpatica, errore madornale), non solo senza un passaggio parlamentare, nel più puro stile delle congiure democristiane e delle crisi extra-parlamentari da Prima Repubblica, ma aggirando <em>sine die</em> le stesse sbandierate elezioni e promettendo addirittura di durare sino a fine legislatura, 2018!</p>
<p>Questa condotta ha sconcertato chi aveva ingoiato l’accordo con Berlusconi finalizzato a una nuova legge elettorale per consentire un rapido ritorno al voto. Che senso ha avuto allora sdoganare il pregiudicato, per poi dilazionare la verifica elettorale e continuare il tran-tran delle Piccole Intese con Alfano e i centristi? E giù a cascata è venuto il resto: l’impantanamento nelle consultazioni presidenziali e parlamentari, la trattativa a oltranza su programma e ancor più sulla composizione del governo, il rallentamento dei processi, la doppia maggioranza, addirittura la riesumazione dell’arco costituzionale estinto già negli anni Ottanta dello scorso secolo. Agli occhi dei suoi potenziali seguaci Renzi ha perso ogni potenziale di fascino, appiattendosi sulla figura del solito maneggione, più brillante ma altrettanto paralizzato dei suoi predecessori. Tutto chiacchiere e distintivo, altro che rock e cambiar verso all’Italia.</p>
<p>La vera sorpresa, dopo il finto scoop del libro di Alan Friedman e il misterioso <em>impeachment</em> mediatico di Napolitano costretto a togliere la protezione a Letta, è stato il flop dell’avvento di Renzi, sconfessato dal comune sentire malgrado gli appoggi della grande stampa, subito invischiato nei ricatti dei partiti minori e nell’ambiguità di una destra tatticamente spartita fra elogi sperticati e minacce sottintese. Per chi contava sull’appoggio immediato dell’opinione contro le resistenze dei partiti –una logica tipica della “democrazia del pubblico” (B. Manin)– avere il primo giorno sondaggi avversi e indifferenza pesa e come! Pure il defilarsi dei nomi a effetto, su cui contava per farsi un’immagine esterna e gestire la politica con un gabinetto ombra, ha fatto una pessima impressione, lasciando Renzi a misurarsi con i peggio riti di coalizione sui ministri di partito e a subire le pressioni europee e presidenziali sulla scelta della figura chiave, il ministro dell’economia. Insomma, un inizio davvero sfigato, di quelli che azzoppano la corsa –e la corsa era tutto, visto che il programma è incoerente e oscuro, una somma eterogenea di cattive intenzioni neoliberiste e di promesse non mantenibili entro il quadro delle compatibilità europee che di certo Renzie non può e non vuole aggredire.</p>
<p>Il fatto, per dirla con Barca, che abbia slogan e non idee, non dipende soltanto dal carattere avventurista e fragile di Renzi (che rischia di portare alla rovina l’Italia con il suo fallimento piuttosto che con la presa del potere), quanto dall’impossibilità radicale di una politica riformista nell’ambito del neoliberismo. Per non parlare di una governamentalità rispettosa della democrazia rappresentativa –di quella reale manco a sognarla.</p>
<p>A differenza di situazioni analoghe –Blair che passava trionfalmente per la breccia aperta dalla Thatcher, Schröder che smantellava il modello renano– Renzi non ha le forze per un progetto neoliberista d’assalto: il Pd gli si sbriciola fra le mani più che convertirsi in efficiente gestore del principio di concorrenza integrale, il compare Berlusconi tutto è tranne che un incursore ordoliberale, la crisi non offre prospettive di fuoriuscita mediante choc. Non si vede come Renzi possa usare il Parlamento come clava né esautorarlo con una strategia autoritaria efficace. Rischia di impantanarsi come Berlusconi, lasciando procedere gli effetti della crisi e del pilota automatico finanziario, che distruggono le classi subalterne ma non rilanciano l’economia e dunque la posizione relativa del capitalismo italiano ed europeo nel sistema.</p>
<p>Sarà un caso, ma l’ultimo slogan renziano (intervista a Friedman) –ammazziamo il gattopardo o il gattopardo divorerà l&#8217;Italia– ricorda in modo imbarazzante le vanterie bersaniane sul giaguaro da smacchiare. Sappiamo come andò a finire. Non è impossibile che Renzi fondi le sue speranze su un accordo segreto con Berlusconi e Verdini: voi vi fidereste?</p>
<p>Le preoccupazioni di Barca sono così giustificate proprio per l’avventurismo insito nella situazione, non per gli sproloqui del bischero di Rignano, “il Bomba”. Quanto può reggere una situazione del genere? Verrà un commissario dall’Europa a portarci lacrime e sangue oppure sorgerà un “redentore” dall’interno del populismo nostrano, con tratti ben più spaventosi della maschera carnevalesca e rugosa del Cav di buona memoria?</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2014/02/22/un-avventuriero-a-palazzo-chigi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>19</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dieci ragioni molto laiche per votare Civati alle Primarie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/03/dieci-ragioni-molto-laiche-per-votare-civati-alle-primarie/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/03/dieci-ragioni-molto-laiche-per-votare-civati-alle-primarie/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Dec 2013 12:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Cuperlo]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[Pippo Civati]]></category>
		<category><![CDATA[politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Primarie]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47056</guid>

					<description><![CDATA[secondo l&#8217;umile opinione personale di Helena Janeczek 1) Non c’è nulla da perdere. Da guadagnare, tanto per cominciare, ci sarebbe un momento di pallone o panico nel notabilato Pd, spindoctor, opinion-leader che aspirano a coincidere misticamente con l’Opinione Pubblica. Sarebbe sufficiente un risultato inatteso per potersi godere una piccola soddisfazione dal sapore beffardo o ritorsivo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>secondo l&#8217;umile opinione personale di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goofy2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goofy2-150x150.jpg" alt="goofy2" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-47058" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goofy2-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/goofy2-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><br />
1) Non c’è nulla da perdere. Da guadagnare, tanto per cominciare, ci sarebbe un momento di pallone o panico nel notabilato Pd, spindoctor, opinion-leader che aspirano a coincidere misticamente con l’Opinione Pubblica. Sarebbe sufficiente un risultato inatteso per potersi godere una piccola soddisfazione dal sapore beffardo o ritorsivo. Poi qualcuno ci racconterà che tutto è stato prova dell’esemplare democraticità di un Grande Partito, ma basta cambiare canale, pagina, sito ecc. Se poi vorranno credere alla loro stessa propaganda, sarà principalmente un problema loro: se di questo pensano di potersi accontentare, saranno bastonati dagli elettori &#8211; come prima, più di prima.<span id="more-47056"></span><br />
2) Non è impossibile ottenere qualcosa. Se tutti quelli che quasi quasi lo voterebbero ma sono convinti dell’inutilità del gesto (“tanto vince Renzi; tanto il Pd non è salvabile”) domenica prossima andassero a votare, Civati potrebbe battere Cuperlo. E a quel punto magari non è più così scontato che alla fine vinca Renzi.<br />
3) Perché Gianni Cuperlo non sarebbe adatto al ruolo anche a prescindere dal sostegno di D’Alema e tutto il mandarinato che, a quanto pare, lo ha prescelto. Non ne ha la forza né in quanto figura troppo organica al partito, né come singolo chiamato a rappresentarlo. Non ha la forza per portarlo più a sinistra (anche se lui stesso ci crede), né di riagganciare i delusi di ogni età e genere. Non ho niente contro Cuperlo: come scrittrice, anzi persino come donna, è quello che più mi affascina. Lo vedo come un impeccabile, colto e discreto funzionario del Lloyd Adriatico che il latifondista del Salento (latifondista non di terre, ma – alla Gogol’- di anime) un bel giorno ha convocato. “Compagno Kuperlo, tocca a te!” Per senso del dovere asburgico e comunista, il compagno triestino accetta a capo inclinato e labbra strette, mentre non appare troppo romanzesco il sospetto che il latifondista e i suoi pari abbiano calcolato che stavolta intanto vincerà quell’altro. Quindi bastava trovarne uno presentabile, e al riparo di una coperta tessuta nella più pura tradizione, mettersi a trattare sottobanco. A Cuperlo, anche per questo, vanno le mie sincere simpatie umane e letterarie.<br />
4) Perché l’idea che Matteo Renzi sia l’unico personaggio vincente nell’intera area del centro-sinistra, l’idea che porta moltissimi a sostenerlo per convinzione o per resa a un supposto principio di realtà, mi pare oggi parecchio opinabile. Renzi poteva andare bene per battere Berlusconi due anni fa, ma oggi? Oggi, 2 dicembre 2013, già danno Forza Italia al 20%. Renzi a molti elettori di sinistra fa ribrezzo. Non hanno torto i suoi sostenitori quando protestano “ma perché c’è l’avete tanto con Renzi dicendo che è come è Berlusconi, che è uno di destra? Ci volete spiegare il Pd in tutti questi anni che tipo di politica ha fatto <em>realmente</em>?” Vero, ma non è un buon argomento. I voti che Renzi potrebbe coagulare nell’area di centro-destra (ex Pdl, Casini, Monti, Lega e anche tra quelli che hanno votato Grillo perché tanto il Movimento non è né di destra né di sinistra) potrebbero essere di gran lunga inferiori a quelli fottuti definitivamente o non raggiungibili con uno come Renzi.<br />
5) Perché la stragrande maggioranza dei cittadini avverte come condizione prioritaria per dare uno straccio di fiducia a un politico qualsiasi, sapere che si è impegnato a ridimensionare i privilegi, gli sprechi, le opacità del nostro sistema di potere dei partiti. Sapere, anche, che si è fatto strada all’estrema periferia di quel sistema.<br />
6) Perché Civati dice cose limpidissimamente di sinistra su temi come la laicità dello Stato, i diritti civili, la parità di genere, l’immigrazione, la cittadinanza ai figli degli immigrati. Perché ha sostenuto il referendum sull&#8217;acqua pubblica e in genere è consapevole che esiste una questione ambientale.<br />
7) Perché da anni ha interagito con tutti i movimenti e attori politici più rilevanti del momento, rilevanti in quanto presenti nei luoghi di conflitto e/o espressione dei medesimi, o davvero impegnati a comprenderli: M5S, Val di Susa, Fiom e Maurizio Landini, Stefano Rodotà, per nominarne alcuni. Lo appoggiano ufficialmente Felice Casson e Fabrizio Barca.<br />
8) Perché è uno che sui temi economici così vitali per affrontare la crisi dice, da tempo, cose di sinistra (reddito minimo, più tasse sul patrimonio e meno sul lavoro, lotta all’evasione fiscale) che però, a guardarle nel concreto, sembrano studiate per essere praticabili.<br />
9) Perché sa comunicare. Anzi sotto questo aspetto, da quando si è candidato a segretario, è riscontrabile un miglioramento quasi diabolico. L’altro giorno, nella cornice di una manifestazione a Bologna si è inventato una finta intervista di “Che tempo che fa” &#8211; era l’unico dei candidati alle primarie che Fabio Fazio non aveva invitato. L’indomani il video ha fatto il giro della rete.<br />
Sento l’obiezione che la politica dovrebbe essere fatta di sostanza, idee, programmi, progetti. Infatti quelli, com’è giusto, in questa lista vengono elencati <em>prima</em>. Però un politico che non sa comunicare è come un cantante che non sa cantare; può cantare come Frank Sinatra o come Tom Waits, ma deve trovare la propria intonazione. Saper comunicare non è una regola deplorevole introdotta dalla società dello spettacolo – la retorica e l’oratoria sono discipline antiche. Sapevano comunicare (purtroppo benissimo) i grandi dittatori totalitari, Gandhi e Che Guevara, o Berlinguer, Pertini, di Vittorio.<br />
Civati ha dimostrato di cavarsela in tv ed è, da tempo, molto a suo agio in rete: il ché è importante perché ci sono i “giovani”, ossia le persone all’incirca al di sotto dei trentacinque anni che lì si trovano accasati. Aldilà di ogni retorica tipo “i giovani sono il futuro” il problema reale è che loro ne hanno davanti una porzione spaventosamente grande e che quello che per ora vedono è un disastro.<br />
10) Perché forse Civati è un tipo che cova una grande ambizione personale, ma io non voglio farne l’oggetto di un culto del leader, magari più tipo fan sfegatata del cantante di una band che del Compagno Stalin, né devo sposarlo o conviverci in privato. Fino a prova contraria, se non ci sono state sinora prove di scorrettezze e incoerenze (e non mi risultano), l’uomo privato Giuseppe Civati non mi riguarda. Sin qui mi pare di aver visto uno molto più determinato di quanto mi aspettassi un anno fa, ma anche con voglia e capacità di guardarsi intorno, ascoltare, lavorare insieme agli altri. Se combinerà qualcosa di buono, non lo farà da solo. Se invece deluderà, si torna al punto di prima.</p>
<p>Postilla: Queste pagine le ho scritte nutrendo una sfiducia quasi totale nel Pd in particolare, nella politica italiana in generale, persino nella forma-partito tradizionale. Non mi aspetto che Pippo Civati si riveli un Luke Skywalker (benché senza barba un po’ ci somigliasse) venuto a salvarci. Proprio perché parto da aspettative &#8211; per non parlare di speranze- di poco sopra lo zero, colgo nelle prossime primarie l’unica occasione in vista che possa mettere in moto qualcosa. Non è nemmeno detto che questo qualcosa, se si mettesse in movimento, riguardi strettamente il Pd – esiste l’eterogenesi dei fini, ma anche quella non accade senza qualche <em>moto primo</em>. Altrimenti ci toccherà una stagione che, con la revoca del mandato all’amministratore di condominio (cadente) Enrico Letta, sarà fatta da Berlusconi e Grillo con in mezzo Renzi. Preferirei di no. Preferirei cominciare a intravvedere almeno un piccolo battito d’ali che non causerà nessun terremoto da nessuna parte. Mi importa meno di Civati che della nostra uscita da questa stasi depressiva.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/03/dieci-ragioni-molto-laiche-per-votare-civati-alle-primarie/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>60</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Proviamo a ballare insieme quest&#8217;ultimo valzer</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/04/18/proviamo-a-ballare-insieme-questultimo-valzer/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2013/04/18/proviamo-a-ballare-insieme-questultimo-valzer/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Apr 2013 09:16:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[beppe grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Marini]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[M5S]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi bersani]]></category>
		<category><![CDATA[Pippo Civati]]></category>
		<category><![CDATA[Primarie]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Fassina]]></category>
		<category><![CDATA[stefano rodotà]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=45428</guid>

					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Tanto volle sopravvivere che poi morì. Tanto vollero sopravvivere che poi morirono. Lo dico con rabbia perché la cosa che più mi sento stamane è incazzata. Mi pare bene, però, potenzialmente. Mi pare bene che si sia rotta la coltre del Non-Ci-Sono-Alternative, di rassegnazione al meno peggio. Ieri sono successe due cose, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek </strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/155656_380316105416027_283415049_n.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-45429" alt="155656_380316105416027_283415049_n" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/155656_380316105416027_283415049_n-300x230.png" width="300" height="230" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/155656_380316105416027_283415049_n-300x230.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/155656_380316105416027_283415049_n.png 624w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Tanto volle sopravvivere che poi morì. Tanto vollero sopravvivere che poi morirono.<br />
Lo dico con rabbia perché la cosa che più mi sento stamane è incazzata. Mi pare bene, però, potenzialmente. Mi pare bene che si sia rotta la coltre del Non-Ci-Sono-Alternative, di rassegnazione al meno peggio. Ieri sono successe due cose, in rapida e ineluttabile sequenza.<span id="more-45428"></span><br />
Grillo ha candidato Stefano Rodotà, dopo cazzate presumibilmente tattiche come la scelta della Gabanelli (la Gabanelli?). Ha fatto politica, ha fatto scacco matto. Molto probabile che fosse consapevolissimo che così otteneva l’obiettivo più facile da raggiungere: portare il Pd al suicidio. Ci è riuscito, complimenti. Con una sola mossa potrà guadagnare un sacco di voti e fare ciò che più gli piace negli anni a venire: l’opposizione eterna e sterile a Berlusconi, megafonato, oltre che da se stesso, dai suoi amici sempre molto costruttivi e per nulla interessati alla sopravvivenza personale nella politica-spettacolo: tipo Travaglio e Santoro. Questi pseudo-messianici nichilisti il mio consenso se lo possono scordare sine die anche per questo.<br />
Ma ieri è successa (sarebbe successa?) anche una cosa bella. Il nome di Rodotà ha abbattuto il clima da devastante e demenziale guerra civile che si è preparato (ed è stato fomentato) dopo le elezioni.<br />
C’è stato un riconoscersi di una schiacciante maggioranza che ha abbracciato dalle migliori firme che scrivono su Repubblica (Barbara Spinelli, Salvatore Settis p.e) al Manifesto e oltre. E soprattutto cittadini che – giustamente- se ne fregano che stavolta la cosa giusta l’abbiano fatta Grillo e il Movimento.<br />
Oggi però hanno voglia di ripetere: visto! Ve l’avevamo detto! Pd e Pdl stessa cosa! Anzi Pd uguale all’altro meno elle!<br />
Forse la seconda frase-slogan è più tristemente vera della prima. Il Pd ha dimostrato un servilismo nei confronti di Berlusconi senza limite. Il Pd purtroppo ha anche dimostrato che in termini di “Kasta” sta messo peggio del Pdl. Ha dimostrato che l’unica tradizione unificante delle sue correnti ex-Pci e ex-Dc è il dna della nomenclatura di partito, del burocratismo, dei papaveri e mandarini.<br />
Se l’unico a essere emerso da questo sistema autoreferenziale di morti viventi è Matteo Renzi, temo che la ragione stia principalmente nel fatto che è sfuggito di controllo; perché è partito da una strada meno vigilata, quella dell’amministrazione locale. Poi, certo, con le sue idee politico-economiche è più facile trovare appoggi importanti che con quelle che si collocano più a sinistra.<br />
Ieri mi si è anche sciolto un dubbio che mi portavo appresso sin dalle primarie alle quali non ho partecipato proprio per via di quel sentimento schizofrenico. Pensavo che solo Renzi potesse salvare il Pd dall’entropia; ma mi pareva insensato votare per un segretario che non avrei votato come candidato premier. Come molti, pensavo che Bersani mi fosse politicamente, persino “antropologicamente”, più vicino; però mi facevo troppo poche illusioni che potesse avere la forza di far svoltare il partito per sentirmela di dargli la preferenza.<br />
Oggi penso di aver fatto male. Penso che avrei dovuto andare a votare Renzi. Penso che, in effetti, la questione del rinnovamento o della rottamazione, venisse <em>prima</em> di ogni altra; perché per il Pd la cosa che veniva <em>prima</em> era la sopravvivenza di sé stesso, un obiettivo del tutto pre- o antipolitico. La patetica (eufemismo) perorazione di Stefano Fassina per Marini di ieri sera lo dimostra a sufficienza.<br />
Non sono addentro alle questioni del partito e non voglio esserlo. <em>L’Unità</em> diretta da Concita de Gregorio mi aveva affidato una piccola rubrica settimanale nelle pagine di politica che <em>l’Unità</em> diretta dal fedele Claudio Sardo poi mi ha tolto. Pensavo fosse il mio compito di cosiddetta intellettuale indipendente fare le pulci al Pd o come diceva Franco Fortini, l’ospite ingrato. Il primo pezzetto non pubblicato aveva il titolo di lavoro Pd-Pasok. Sembrerebbe andata anche peggio.<br />
Non so se dico una cosa davvero sostenibile se affermo che mi pare di capire che persone come<a href="http://laricreazionenonaspetta.comunita.unita.it/"> Mila Spicola</a>, di Palermo, o <a href="http://laricreazionenonaspetta.comunita.unita.it/">Francesco Nicodemo</a> da Napoli, persone che non conosco personalmente ma che mi sembrano intelligenti, colte, agite da passione politica trasparente, stanno con Renzi non tanto per totale appoggio alla linea politico-economica, ma perché il Pd in quelle latitudini fa particolarmente cacare (meridionalismo dovuto!). La stessa cosa vale anche per le regioni “rosse”, per l’erosione dei voti verso l’M5S da quelle parti. Perché il problema non è solo D’Alema e Enrico Letta, ma anche i tanti amministratori protetti e selezionati dall’apparato che non fanno altro che amministrare (sempre peggio) il loro potere o poterino e non ci pensano minimamente a mollare l’osso.<br />
Dico ancora una cosa piuttosto a naso, ma non mi pare del tutto fortuito che le risorse umane migliori del Pd che io conosca si trovano a Nord, nelle regioni dove non ha avuto per un ventennio poco o pochissimo potere (quello che ha avuto, però, è simboleggiato dal nome di Penati). La punta emersa di quell’iceberg si chiama <a href="http://www.ciwati.it/">Pippo Civati</a>. Lo seguo grosso modo da tre anni, lui sì lo voterei perché mi ritrovo quanto basta (e avanza) in quel che scrive, dice, propone politicamente. Però che fatica boia ha dovuto fare perché almeno quelli che si interessano di politica potessero scoprirne l’esistenza. Giusto adesso gli hanno consentito di uscire un attimo fuori dall’armadio perché serviva qualcuno che potesse far passare credibilmente il tentativo di colloquio con l’M5S. Non c’è forza politica che più del Pd si sia dimostrato un Saturno che strozza i propri figli.<br />
Ma finché ci sono persone come lui e molte altre, a tutti i livelli, finché c’è soprattutto un noi di cittadini che non riesce a farsi piacere un movimento guidato (come abbiamo abbondantemente visto) in modo ultra-autoritario, dove il criterio di selezione per dare le cariche più importanti (leggi Crimi e Lombardi) pare quello della fedeltà del perfetto idiota, preferirei che non ci ammaccassimo, non ci avvilissimo, non ci rassegnassimo a far vuotare al Pd il calice del suo triste destino, con o senza un vaffanculo tornato comune patrimonio del popolo italiano.<br />
Vorrei che ora, proprio adesso, in queste ore, cercassimo di riprendercelo perché sono altri che se ne sono appropriati contando sulla nostra mestissima pazienza infinita, sul nostro senso-di-responsabilità portato sino ai limiti del masochismo.<br />
Le identità politiche fatte di contenuti, programmi, visioni dell’economia e della politica, le dovremo definire e costruire, certo. Ma dopo. Fare battaglie condivise anche con coloro con i quali già sappiamo che da domani avremo poco da spartire non è politica al ribasso. È politica e basta.<br />
Oggi c’è bisogno di stare uniti, tirare fuori un po’ di voglia di lottare. Nel nome di un candidato alla Presidenza della Repubblica che batte in levare: come un valzer.</p>
<p>Per chi volessse firmarla (male non può fare anche se non basta) c&#8217;è <a href="http://www.change.org/petitions/appello-a-bersani-votate-stefano-rodot%C3%A0?utm_campaign=autopublish&amp;utm_medium=facebook&amp;utm_source=share_petition">questa</a> petizione.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2013/04/18/proviamo-a-ballare-insieme-questultimo-valzer/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>33</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una cosa di sinistra (che non arriva mai)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 13:07:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[massimo d'alema]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi bersani]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40652</guid>

					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Sabato in piazza San Giovanni, Matteo Renzi è stato non molto gentilmente invitato a “dire qualcosa di sinistra”. Per chi fosse troppo giovane per ricordarlo, la frase risale a Nanni Moretti che sbottava vedendo D’Alema a “Porta e Porta”. Sono passati 15 anni. Ma nel partito democratico l’unica novità pare che sia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Sabato in piazza San Giovanni, Matteo Renzi è stato non molto gentilmente invitato a “dire qualcosa di sinistra”. Per chi fosse troppo giovane per ricordarlo, la frase risale a Nanni Moretti che sbottava vedendo D’Alema a “Porta e Porta”. Sono passati 15 anni. Ma nel partito democratico l’unica novità pare che sia diventata applicabile anche al sindaco di Firenze. Sembra, soprattutto, che l’unica alternativa sia quella tra il “vecchio” e il “nuovo”. Poi, una volta compiuta la libera scelta tra Bersani e Renzi, non si vorrà pure pretendere che dicano o facciano qualcosa di sinistra. Il primo mira all’alleanza con l’Udc, porto franco dei topi che fuggono dal Pdl. Il secondo, secondo Michele Serra, sarebbe il nostro Blair giunto con vent’anni di ritardo, ma meglio tardi che mai. Tony Blair, oggi? In tutto il mondo si espandono movimenti che criticano le ricadute del neoliberismo.<span id="more-40652"></span> Persino nella Germania di Angela Merkel, la Spd ha elaborato un programma in materia economico-finanziaria decisamente di sinistra. E qui da noi &#8211; cosa che indicano con evidenza il voto delle comunali e i referendum &#8211; le cose di sinistra non le sta chiedendo solo Nanni Moretti o quelli che tengono alla propria identità politica per ragioni di sentimento o coerenza. Le sta chiedendo chiunque abbia capito – spesso letteralmente a proprie spese e sulla propria pelle – che Berlusconi è stato solo l’esemplare sommo dell’1% che ha eroso a proprio vantaggio le condizioni di vita del restante 99%, così come l’edilizia selvaggia ha eroso il suolo preparando il disastro ambientale. Per questo, l’alternativa tra il “nuovo” e il “vecchio” è un tale cul-de-sac da parere quasi partorita dalla mente strategica di Massimo d’Alema. “Noi non dobbiamo reagire, ma rassicurare”, gli faceva il verso Nanni Moretti. Ormai ci crede solo la leadership, sia nuova che vecchia.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>8 novembre 2011.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>26</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Noi siamo i giovani del surf</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/02/noi-siamo-i-giovani-del-surf/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/02/noi-siamo-i-giovani-del-surf/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 14:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alberto castelvecchi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[antonio scurati]]></category>
		<category><![CDATA[edoardo nesi]]></category>
		<category><![CDATA[giovanilismo]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40588</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Da Renzi c&#8217;erano anche degli intellettuali: Baricco, Nesi, Scurati. Ma anche l&#8217;ex poliziotto ed ex editore Castelvecchi, che adesso fa parte di VeDrò, una vera e propria lobby trasversale di centrodestra e di centrosinistra (a capo, il pdemocristiano Letta e la finiana Bongiorno), nella cui attività si legge bene quella nefasta trasversalità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Marco Rovelli</strong></p>
<p>Da Renzi c&#8217;erano anche degli intellettuali: Baricco, Nesi, Scurati. Ma anche l&#8217;ex poliziotto ed ex editore Castelvecchi, che adesso fa parte di VeDrò, una vera e propria lobby trasversale di centrodestra e di centrosinistra (a capo, il pdemocristiano Letta e la finiana Bongiorno), nella cui attività si legge bene quella nefasta trasversalità (che non può che appiattirsi sulla prospettiva generazionale) di cui il progetto renziano è prodotto.<br />
Matteo Renzi è un uomo pericoloso, e così il suo progetto politico. Partiamo dalla persona. Renzi è pericoloso perché di cartapesta. Come quei mostri dei fumetti che li colpisci e si sgonfiano, ché dentro non c&#8217;era nulla. E&#8217; proprio questa la sua massima pericolosità: dentro Renzi c&#8217;è il nulla. Ma il nulla, se messo bene in scena, risulta simpatico. E&#8217; adattivo. Scivola, si dà la forma che il contesto richiede. Il Renzi, quando parla, recita la parte del furbetto, ma è una parte serena. Non si scompone mai, sorride, ammicca, è un muro di gomma che evita ogni tipo di rappresentazione del conflitto – inscrivendosi così in quella che è la sua vera <em>heimat</em>, quella democristiana. (Ciò che mise clamorosamente in scena con il gesto politico – che poteva suonare come omaggio feudale – dell&#8217;andare ad Arcore).<span id="more-40588"></span><br />
Renzi può risultare simpatico anche per la sua toscanità: che ahimé non richiama quella sanguigna e verace dei vecchi toscani, ma quella ruffiana, morbida e di facile consumo di un Pieraccioni.<br />
Facciamo dei fermo immagine, quando parla: aggrotta la fronte, in un troppo palese sforzo retorico, volto a compiacere l&#8217;interlocutore – ma pare un attore da soap. Socchiude gli occhi bogartianamente, a voler ammaliare l&#8217;interlocutore – ma la sua faccia non è quella di Bogart, e suona posticcio. Sono trovate da piazzista. Opposte a quelle di Berlusconi (il quale si offre a portata di mano, ma sempre nella sua inattingibile distanza), ché Renzi cerca di instaurare una complicità casalinga, empatica ma con quella leggerezza da amico al tavolo del bar. Ma siamo pur sempre nel campo dei piazzisti. E, inutile negarlo, funziona.<br />
In questo senso, è davvero l&#8217;anti-Berlusconi per eccellenza. Come lui, si basa su una serie di tormentoni di cui il consenso che riscuotono è noto dalle indagini di mercato. L&#8217;archi-tormentone è quello della logica binaria nuovo contro vecchio. Una ripresentazione dello schema di Berlusconi, prima della sua consunzione: stavolta la retorica del nuovo si commuta in chiave generazionale, e l&#8217;utilizzo la logica dell&#8217;antipolitica viene piegata alle strategie della politica. I giovani, i giovani &#8211; tutto pro domo sua, s&#8217;intende, discorso smaccatamente finalizzato alla propria carriera di leader. Questa retorica emerge anche nei discorsi del convegno della Leopolda, tutta un&#8217;esaltazione del merito (dove l&#8217;esaltazione del merito senza il valore dell&#8217;uguaglianza è un tema retorico ben maneggiato a destra, in quanto oggettivamente di destra), tutto un fiorir di temi da new economy all&#8217;insegna di più deregulation (tanto che è stato facile per Bersani dire che non è il caso di ripescare l&#8217;usato vintage di stampo liberista che ha già fatto troppi danni), manco fossimo negli anni del fiorente clintonismo; e dunque i temi “giovani” come la banda larga, il fotovoltaico, una manciata di spirito anticasta&#8230; Ma mai che si vada alle questioni decisive: e infatti si sta con Marchionne senza se e senza ma. L&#8217;ovazione tributata a Chiamparino – che oltre a schierarsi con Marchionne è un ultras pro-Tav e ha nel corso degli anni esternato ferocemente contro i “clandestini”, fino a invocare una Ellis Island europea &#8211; è in questo senso molto significativa, così come la presenza di Ichino. E, se vogliamo, anche il parallelo con l&#8217;era clintoniana ci può far capire una serie di cose, se è vero che fu Clinton ad abolire il Glass-Steagall Act, il quale cancellando la distinzione tra banche d&#8217;investimento e banche commerciali diede il via libera al dominio assoluto e letale della finanza: parlare del disastro presente significherebbe parlare di temi (la finanza, i beni comuni&#8230;) di cui alla Leopolda non c&#8217;è traccia (del resto Renzi, coerentemente, non era un sostenitore del referendum per l&#8217;acqua pubblica).<br />
C&#8217;è invece il fiorire di un individualismo collettivo, dove la lezione di don Milani (sortire insieme) è totalmente dimenticata. In questo senso, renzismo è dire Io. Il più lurido di tutti i pronomi, scriveva Gadda. Significa, di fatto, rinunciare alla politica. Lo ha ben enunciato Arturo Parisi: &#8220;la parola che conta è “io”. Un pronome. C’è un ambito dove questo pronome ci sta stretto: la politica, e in maniera particolare il centrosinistra. Si dice “noi”, si dice “loro”, si dice “si è pensato”.  Così nessuno di assumerà delle responsabilità. Così è successo che a  dire “io” c’è solo Berlusconi. Così è successo che Matteo Renzi risulta antipatico prima ancora di sentire cosa ha da dire, solo perché ha detto “io”. Se tutti torniamo a dire “io” riusciremo a parlare del nostro futuro&#8221;.<br />
Un individualismo di massa è quanto si propone: l&#8217;Io, realtà monadica e compatta, che viene prima del noi. In che cosa si scarta dal pensiero unico berlusconiano? (Del resto lo schema è questo: Berlusconi dice io, anche noi dobbiamo farlo). Altro è invece parlare di tante storie che s&#8217;incrociano, soggettività che interagiscono da sempre, un ecosistema dove ogni singolo è da sempre in relazione con ogni altro singolo. E&#8217; questa l&#8217;unica via d&#8217;uscita: pensarsi in relazione costante, e pensare la propria salvezza sempre all&#8217;interno di questa relazione.<br />
La chiave per uscire da questo vicolo cieco è Renzi stesso a darcela. E&#8217; lui stesso a dire che bisogna superare l&#8217;antiberlusconismo. Ne consegue inevitabilmente che bisogna superare anche Renzi. Il quale, in fin dei conti, è rimasto sempre quel diciannovenne che era andato alla Ruota della fortuna di Mike Bongiorno, sperando nel giro giusto della ruota. A diciannove anni si possono fare certi sbagli. A trentasei no. Noi puntiamo sul Passa la mano.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/02/noi-siamo-i-giovani-del-surf/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>61</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-20 15:35:31 by W3 Total Cache
-->