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	<title>McEwan &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da una delle tue ultime fatiche, Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860440955/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860440955&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em></a> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804585862/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804585862&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Campo del sangue</em></a> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005SZ53A4/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005SZ53A4&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Un teologo contro Hitler</em></a>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00D6F9UBQ/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00D6F9UBQ&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Gli emigrati</em></a>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804573562/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804573562&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Città dei ragazzi</a>» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
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		<title>Il triplo livello di Chesil Beach</title>
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		<dc:creator><![CDATA[christian raimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Nov 2007 17:07:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Christian Raimo L’ultimo libro di Ian McEwan si potrebbe recensire anche in cinque, dieci righe. Chesil Beach (Einaudi, euro 15,50, traduzione di Susanna Basso) è appunto un buon libro da spiaggia, peccato che in Italia non sia uscito prima dell’estate come in edizione originale. Lo scrittore inglese fa quello che sa fare, con onestà [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Christian Raimo</strong></p>
<p>L’ultimo libro di Ian McEwan si potrebbe recensire anche in cinque, dieci righe. <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8806197681/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8806197681&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Chesil Beach</em></a> (Einaudi, euro 15,50, traduzione di Susanna Basso) è appunto un buon libro da spiaggia, peccato che in Italia non sia uscito prima dell’estate come in edizione originale. Lo scrittore inglese fa quello che sa fare, con onestà e mestiere: sviluppa un quarto d’idea (il racconto del fallimento della prima notte di nozze di due sposini impacciati nell’Inghilterra pre-emancipazione del 1962) fino a dilatarlo – attraverso movimenti temporali, piccole digressioni, accelerazioni e sintesi, brevi scorci sociologici – e farlo diventare un romanzo esile, 136 pagine di narrativa accessibile a un pubblico vario e mediamente colto. È un abitudine che forse hanno gli scrittori giustamente incensati e pressati dal grande pubblico e dalle grandi case editrici: mostrare di saper confezionare questi esercizi di stile, questi piani-sequenza manierati di letteratura portatile – e in questo <em>Chesil Beach</em> vale un <em>Cosmopolis</em> di DeLillo. Punto, fine. <span id="more-4820"></span><br />
Oppure. Si potrebbe fare uno sforzo in più e cercare di capire perché McEwan decide di scrivere questa sorta di prequel dei suoi libri degli esordi, andando a rintracciare un embrione di quella potente simbolica del male delle relazioni sentimentali che ha dato corpo a <em>Primo amore, ultimi riti</em> o a <em>Bambini nel tempo</em>. Perché si cura di reindagare un punto perduto del secolo scorso: il 1962 è l’anno prima di <em>Love me do</em> e di &#8220;I have a dream&#8221;, l’estremo dello spettro di un’epoca dove i rapporti personali erano determinati dalle convenzioni sociali. Cosa cerca lì? Quale eziologia ha in mente di delineare?<br />
Ripartiamo dalla storia. Ci sono due protagonisti, Edward e Florence, giovani e inesperti. Si amano ma non ci sanno fare col sesso, e soprattutto non sanno confessarsi la propria goffaggine. Ognuno spera che qualcosa – un meccanismo automatico, una sorta di provvidenzialità – venga in loro soccorso, ma non accade. E McEwan entra, come un narratore abilissimo nel giocare con la focalizzazione del punto di vista, nella testa dell’uno e dell’altro personaggio, come in un estenuante game di tennis in cui i due diventano le figure simboliche della comunicazione tra il maschile e il femminile. A tentoni, semiparalizzati, stupiti, diffidenti, curiosi. Ma dopo accostamenti millimetrici, e prese di coscienza infinitesime, sul più bello – letterale – qualcosa va storto. Entrambi si sentono in colpa, e disgustati da sé e dall’altro. Provano a parlarsi, ma, a dispetto delle buone intenzioni, non riescono a comprendersi, e quel paradiso futuro che sembrava potersi spalancare davanti alle loro vite resta solo potenziale. Una speranza meravigliosa abortita sul nascere. Il 1962 è anche l’anno prima dell’omicidio Kennedy.<br />
A una prima lettura, McEwan pare indicarci quasi con banalità dov’era nascosto quel bug che fa precipitare le cose: nel “silenzio virtuoso”. I due semplicemente non sanno comunicare, non l’hanno imparato, non si raccapezzano con le parole, che invece di aiutarli li mettono ulteriormente in scacco. L’età che gli si aprirà di fronte, i quarantacinque anni che li separano da noi, saranno anche gli anni in cui questo <em>maschile</em> e questo <em>femminile</em> impareranno, con fatica certo, a parlare, di sentimenti e di sesso anche e soprattutto, al punto che – se volete un esempio – ascoltate oggi un qualsiasi discorso di ragazzini di sedici anni e vedrete come sanno padroneggiare perfettamente tutto quel gioco linguistico che comprende cose che erano decisamente ignote mezzo secolo fa: non tanto la conoscenza del sesso, ma parole come “interagire”, “relazionarsi”, “lasciarsi i propri spazi”, etc&#8230;; oppure – meglio – leggetevi quel microcapolavoro che è il racconto di Rick Moody, “L’ineluttabile modalità del vaginale” (in <em>Racconti di demonologia</em>), la stessa storia di <em>Chesil Beach</em> invecchiata di trent’anni.<br />
Bastava solo dunque fidarsi del linguaggio, delle sue possibilità? Forse sì a dar retta alla confessione quasi commovente che fa quello che è forse il massimo filosofo del linguaggio del secondo Novecento, Jürgen Habermas, all’inizio del suo libro appena uscito per Laterza, <em>La condizione intersoggettiva</em> (euro 14) in cui racconta da dove sia scaturita la sua prospettiva filosofico-linguistica e la sua teoria morale: “Ricordo le difficoltà che incontravo quando dovevo farmi capire in classe e nel cortile della scuola, pur impedito da una nasalizzazione e da un difetto di articolazione di cui per parte mia non mi accorgevo”. Oggi essere degli out-sider della comunicazione, mostra Habermas, non è più una condizione di handicap permanente, come lo era mezzo secolo fa.<br />
Ma. A una seconda, di lettura, la vera mancanza, la vera insufficienza che fa precipitare gli eventi, non è l’impasse della comunicazione. Ma qualcosa di più profondo e radicale che oggi – nell’era che appunto pare chiamarsi della comunicazione – fa sembrare questi due cretini di <em>Chesil Beach</em> molto meno lontani di quanto vorremmo. Quello che a loro difetta, in ultima analisi, oltre le parabole viziose del disagio e della pudicizia, è l’adesione al proprio desiderio: il non riconoscere la legittimità o spesso neanche la forma del proprio desiderio. È questo il livello che illumina McEwan alla fine, spiazzando il lettore stesso proprio nel momento in cui, dopo essersi rassicurato di non essere compreso nell’auto-inganno dei protagonisti, si trova invece accanto a loro, impigliato in un timore folgorante proprio all’ultima pagina. “Ecco&#8221; ci dice l&#8217;infido scrittore &#8220;come il corso di tutta una vita può dipendere… dal non fare qualcosa”.</p>
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