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	<title>Memoriré &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Laconia senza làconi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 22:16:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[antonio pane]]></category>
		<category><![CDATA[lo scricciolo penitente]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Ceriani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Pane si smerigliano mele ai ritornelli del picchio A otto anni dal magnifico azzardo di Lo scricciolo penitente (Scheiwiller 2002) Marco Ceriani sostiene un’altra prova estrema. Se si guarda a quell’antefatto, sequenza di 87 componimenti in quartine, Memoriré contempla due evidenti novità strutturali: la suddivisione in tre parti (Apici dei laconici, Sonetti, Ancora [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Pane</strong></p>
<p style="padding-left: 180px;"><em>si smerigliano mele ai ritornelli del picchio</em></p>
<p>A otto anni dal magnifico azzardo di <em>Lo</em> <em>scricciolo penitente</em> (Scheiwiller 2002) Marco Ceriani sostiene un’altra prova estrema. Se si guarda a quell’antefatto, sequenza di 87 componimenti in quartine, <em>Memoriré</em> contempla due evidenti novità strutturali: la suddivisione in tre parti (<em>Apici dei laconici</em>, <em>Sonetti</em>, <em>Ancora gli apici</em>) e l’epentesi dei sonetti: i due che aprono e chiudono le ante laterali (rispettivamente di 44 e 36 quartine) e i diciotto che, a loro volta recinti dalle quartine, costituiscono il corpo centrale. La imperfetta simmetria di questa dantesca centuria è ulteriormente insidiata da tre ‘fuori tavola’ (due quartine e un sonetto) segnalati come tali da una diversa impaginazione e quindi relegati alla periferia dell’indice. L’architettura rende il nuovo edificio più coeso e se possibile più refrattario del precedente, di cui i numerati visitatori registrarono in vario modo la gemmea quanto inviolabile compattezza, il prestigioso idioletto che misurava un nichilismo appreso da Kafka e Beckett.<span id="more-40609"></span></p>
<p>Il titolo del libro – univerbazione dell’incipit di un celebre sonetto di César Vallejo («Me moriré en Parìs con aguacero») ancora evocato nel programmatico «Morire – per me – sarà un trionfo | se quel giorno con aguacero nella steppa» (p. 38) – ne enuncia fellinianamente il gran tema (Domenico Pinto vi intravede, a farne un <em>mot-valise</em>, anche una suggestione dal «mememormee» che sigilla <em>Finnegans Wake</em>). Ma il pronome non inganni. In tutto il testo è impiegato assai parcamente, e anche allora evitando di assumere un qualche colore individuale o, peggio, biografico. Scorporata dalla persona del poeta, sottratta al dominio dell’io lirico, la morte si presenta qui nel suo ‘dappertutto’, che non riguarda tanto il mero fatto biologico quanto l’opera nullificante, il preventivo svuotamento di ogni creatura. Il suo linguaggio sarà una breviloquenza che, come vuole Federico Francucci, rinuncia alle pretese del soggetto intenzionante per rendersi insieme «anonima e rigorosamente formata», per attingere la «condizione di cosa», farsi «elemento della storia naturale». Ma questa pietrificazione, lo stato minerale richiesto dal ‘pensiero dominante’, è di una specie affatto particolare. Il regime atematico e antieuclideo (stretto sulla elusione del senso, sul rifiuto di ogni referente, sul tradimento dell’orizzonte di attesa), la dovizia ‘fiamminga’ delle immagini, l’oltranza ipotattica (prolungata all’infinito dalle frequenti aposiopesi), la stessa prosodia ‘arritmica’, tutto ciò conferisce alle ‘lapidi’ di Ceriani una mercuriale irrequietezza, un dinamismo, una profusione che sembra a ogni passo smentirne l’assunto. Il paradosso di questi versi è quello di fornire molteplici risposte a una domanda inconcepibile, stipare di illustrazioni un libro senza pagine, redigere una sontuosa tassonomia del vuoto, evocare una «Laconia senza làconi» (p. 62).</p>
<p>Presentando su «Poesia» un cospicuo anticipo del libro, Rodolfo Zucco parla di «congegni verbali, esatti, tetragoni, definitivi». Il condivisibile referto si può integrare aggiungendo che sono ordigni a orologeria, pronti a esplodere, a disseminarsi in una miriade di schegge. La vocazione epigrafica di Ceriani, la sua forza centripeta e conservativa, collide con un altrettanto congenito anarchismo, portato a sperdere ogni cosa che incontra. I suoi logoprismi (in cui splendono straniate faccette plurilingui: di latino, francese, spagnolo, polacco) sono allora veri amuleti sonori, singolari strumenti di uno sciamano che sputi via quel che cerca di preservare.</p>
<p>Questa dinamica, già tutta dispiegata nello <em>Scricciolo</em> (e, <em>in nuce</em>, nel precedente <em>Sèver</em>, 1995), trova nel libro di oggi si può dire il suo compimento: oltre non si può andare (l’ultima frontiera è l’impenetrabile quanto centrifuga serie dei sonetti). L’esito è tale da suscitare insieme ammirazione e sgomento. Ma il continuo rimbalzo dei nuclei emblematici (il frutteto, la serpe, la brughiera, la rondine, Alessandro, Clitemnestra), l’affollarsi di anafore, sinonimie, paronomasie, germinazioni etimologiche, l’acrobatismo dei rimandi sonori (una festa di assonanze, allitterazioni, rimalmezzo) non ci conduce sul terreno della manieristica serialità, dell’esercizio combinatorio, di un mondo intercambiabile e disumanato. La scrittura di Ceriani, lo ha detto Giovanni Raboni, è sempre «una questione di vita o di morte». Sorprende quindi, e persuade, come un accento rubato al pudore, lo spiraglio da cui, con il lasciapassare di Emily Dickinson, la voce del poeta si sporge nell’unico possibile saluto: «Cerniere-feritoie in noce od in mogano | dalle cui fessure io morto potrò traguardare | violacciocche che da prode sospirose non colgano | che la primavera al grembo loro più da ammirare? || Ma no! Passerò, passerò da i bottondoro | ai sudarii in acquivento e in federa neve | con, per rancume, a mio solo disdoro | il passaparola d’un’orazione celibe e lieve» (p. 35).</p>
<p>Marco Ceriani, <em>Memoriré</em>, pp. 128, € 15,00, Lavieri edizioni, S. Angelo in Formis – Villa d’Agri, 2010.</p>
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		<title>Marco Ceriani: Memoriré</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 21:31:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baldacci]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Raboni]]></category>
		<category><![CDATA[Lavieri]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Ceriani]]></category>
		<category><![CDATA[Memoriré]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Baldacci Circa dieci anni fa Giovanni Raboni introduceva l’anomalia di Marco Ceriani parlandone come di un «Poeta agonico, nel senso strettamente originario del termine, come pochissimi altri in questi anni e su queste scene». Oggi, di fronte al nuovo libro pubblicato da Ceriani (Memoriré, Lavieri, p. 124), in cui si respira (anche se [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Baldacci</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/marco-ceriani1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-37990" title="marco ceriani" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/marco-ceriani1.jpg" alt="" width="119" height="152" /></a>Circa dieci anni fa Giovanni Raboni introduceva l’anomalia di Marco Ceriani parlandone come di un «Poeta agonico, nel senso strettamente originario del termine, come pochissimi altri in questi anni e su queste scene». Oggi, di fronte al nuovo libro pubblicato da Ceriani (<em>Memoriré</em>, Lavieri, p. 124), in cui si respira (anche se il verbo appare azzardato) il cimento solitario di un eremita e faraonizzatore dell’artificio, questa rarità si configura in modo più palese, tutta scavata all’interno di uno stile ‘inaddomesticabile’, petroso.<span id="more-37988"></span> <em>Memoriré</em> sembra sorretto dall’incitamento del primo Porta a «seminare asfissia». Un programma “pestifero” e pestilenziale, dove la furia o mania sonettistica finisce per rovesciarsi nel suo contrario, spingendo alla soglia della suppurazione la stessa forma sonetto, talmente compressa da risultare il bersaglio, il fantoccio da distruggere, tumulare o esorcizzare, profanando il proprio stesso totem.<span style="text-decoration: underline;"> </span>Quante nature morte è possibile produrre da una forma resa, riscritta e vissuta come ‘forma morta’? Questa potrebbe essere la domanda cruciale, il limite su cui si colloca con la sua ostinazione, con la sua <em>werra</em>, la sua mischia fra le parole, l’agonismo di Ceriani. Un barocco per erinni e pizie, in cui un pensiero violento e letale avoca a sé i poli opposti del rammendo e dello scempio. Si tratta di un lavoro altamente perturbante, bramoso appunto di estenuare, di una forma metrica, la sua (ipoteticamente infinita) agonia. Un continuo far ‘piega’ e piaga di idee, ossessioni, mentre il verso spezza, spiazza il canto e «lega il diluvio all&#8217;arca» (p. 36). L’opera-ostrica di Ceriani si sostiene in forza della sua passione claustrofiliaca, grazie alla risolutezza spigolosissima con cui protegge il suo ‘altro interno’, il suo fondamento. Un gioco di scatole cinesi costringe il lettore a resistere in apnea, e lo spinge tantalico verso la perla che non esiste («che non è nel verso» come la  Tigre-poesia di Borges). Si produce in questo modo un allontanamento spettrale del testo quanto più si tenta di avvicinarvisi, di possederlo. Si tratta di una poesia di ‘avvolgente repulsione’ con la quale l’autore itera sulla pagina il proprio colpo di dadi, la propria partita a scacchi con una morte-arte che «assottiglia» e «figlia» altra morte-arte. Una volta entrati in <em>Memoriré</em> diviene subito chiaro che il libro non permette uscita, come un sepolcro, una trappola, un pozzo stregato. Ceriani traghetta Mallarmé verso l&#8217;a-poesia, imbalsamando forme, trasformando Orfeo in un paraschista: «Morire –  per me – sarà un trionfo / se quel giorno il mio pettine d’osso avrò qui accanto / – con il feretro che mi porta via in trionfo – / per ravviarmi in fretta al saluto dell’elianto…» (p. 38). A volte di fronte a questa poesia si ha l&#8217;impressione di scontrarsi con un vero e proprio muro (un muro della scrittura, una scrittura che fa muro), quasi si finisse con il pensiero dentro una parete, schiacciati da una intransitività che si serve del concettismo solo come malta, non come meta, prossima piuttosto al  nero su nero di Ad Reinhardt.</p>
<p><strong>L&#8217;articolo, con il titolo <em>Il programma pestifero di Marco Ceriani</em>, è apparso su «Alias» sabato 29.01.2011</strong>.</p>
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		<title>Per Memoriré, di Marco Ceriani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 05:42:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[domenico pinto]]></category>
		<category><![CDATA[Lavieri]]></category>
		<category><![CDATA[Memoriré]]></category>
		<category><![CDATA[paolo giovannetti]]></category>
		<category><![CDATA[patrizia valduga]]></category>
		<category><![CDATA[Rodolfo Zucco]]></category>
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					<description><![CDATA[Venerdì 17 settembre ore 21:00 Aula Polifunzionale via per Origgio angolo via S. Martino Uboldo (VA) Si presenta il volume di poesia di Marco Ceriani Memoriré Lavieri 2010 Interverranno con l&#8217;autore: Paolo Giovannetti, Domenico Pinto, Patrizia Valduga, Rodolfo Zucco]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Venerdì 17 settembre</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>ore 21:00</strong></p>
<p style="text-align: center;">Aula Polifunzionale via per Origgio</p>
<p style="text-align: center;">angolo via S. Martino</p>
<p style="text-align: center;">Uboldo (VA)</p>
<p style="text-align: center;">Si presenta il volume di poesia di <strong>Marco Ceriani</strong></p>
<h2 style="text-align: center;"><em>Memoriré</em></h2>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">Lavieri 2010</p>
<p style="text-align: center;">Interverranno con l&#8217;autore:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Paolo Giovannetti, Domenico Pinto, Patrizia Valduga, Rodolfo Zucco</strong></p>
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