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	<title>Messico &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Farabeuf o la cronaca di un istante &#8211; Salvador Elizondo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/04/12/farabeuf-estratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Apr 2018 10:42:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Farabeuf o la cronaca di un istante di Salvador Elizondo  traduzione di Giulia Zavagna per Liberaria Editore (marzo 2018) &#160; &#160; Toute nostalgie est un dépassement du présent. Même sous la forme du regret, elle prend un caractère dynamique: on veut forcer le passé, agir rétroactivement, protester contre l’irréversible. La vie n’a de contenu que [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><strong>Farabeuf</strong></p>
<p style="text-align: center"><strong>o la cronaca di un istante</strong></p>
<p style="text-align: center">di Salvador Elizondo</p>
<p style="text-align: center"> traduzione di Giulia Zavagna per Liberaria Editore (marzo 2018)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-73277 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/27125-b2acbef42811b75ab_pf-1342910111-salvador-elizondo-4-c-300x199.jpg" alt="" width="451" height="299" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/27125-b2acbef42811b75ab_pf-1342910111-salvador-elizondo-4-c-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/27125-b2acbef42811b75ab_pf-1342910111-salvador-elizondo-4-c-768x508.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/27125-b2acbef42811b75ab_pf-1342910111-salvador-elizondo-4-c-1024x678.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/27125-b2acbef42811b75ab_pf-1342910111-salvador-elizondo-4-c-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/27125-b2acbef42811b75ab_pf-1342910111-salvador-elizondo-4-c.jpg 1200w" sizes="(max-width: 451px) 100vw, 451px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right"><em>Toute nostalgie est un dépassement du présent. </em></p>
<p style="text-align: right"><em>Même sous la forme du regret, elle prend un caractère dynamique:</em></p>
<p style="text-align: right"><em> on veut forcer le passé, agir rétroactivement, protester contre l’irréversible.</em></p>
<p style="text-align: right"><em> La vie n’a de contenu que dans la violation du temps. </em></p>
<p style="text-align: right"><em>L’obsession de l’ailleurs, c’est l’impossibilité de l’instant;</em></p>
<p style="text-align: right"><em> et cette impossibilité est la nostalgie même.</em></p>
<p style="text-align: right">E.M. Cioran</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Capitolo 1</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ricordi…? È un fatto indubitabile che proprio nel momento in cui Farabeuf varcò la soglia della porta, lei, seduta in fondo al corridoio, agitò le tre monete nell’incavo delle mani giunte e poi le lasciò cadere sul tavolo. Le monete non toccarono la superficie del tavolo nello stesso momento e produssero un lieve tintinnio, un leggero rumore metallico, appena percettibile, che si sarebbe potuto prestare a numerosi fraintendimenti. A dire il vero, non è possibile precisare nemmeno la natura concreta di quel gesto. I passi di Farabeuf che sale le scale, trascinando lentamente i piedi sui pianerottoli o il suo respiro affannato, che arrivava fino a te attraverso le pareti foderate di carta da parati, alterano completamente le nostre congetture sull’indole esatta del gioco che lei stava giocando nella penombra di quel corridoio. È possibile, comunque, ipotizzare che si trattasse del metodo cinese di divinazione mediante esagrammi simbolici. Il rumore che facevano le tre monete cadendo sul tavolo lo lascia supporre. Ma l’altro rumore, quel rumore forse di passi che si trascinano o di un oggetto che scivola sopra un altro producendo un suono simile a quello di passi che si trascinano, ascoltati attraverso un muro, può anche portarci a supporre che si trattasse della planchette che scivolava sulla tavola più grande, solcata da lettere e numeri: la ouija. Questo metodo di divinazione, tradizionalmente considerato parte del patrimonio magico della cultura occidentale, possiede, tuttavia, un elemento di somiglianza con quello degli esagrammi: su ogni estremità della tavola è incisa una parola significativa: la parola SÌ sul lato destro e la parola NO sul lato sinistro. Ciò non rimanda forse al dualismo antagonistico del mondo espresso dalle linee intere e dalle linee spezzate, gli <em>yang</em> e gli <em>yin</em> che si combinano in sessantaquattro modi diversi per darci il significato di un istante? Tutto questo, ovviamente non fa che aumentare la confusione, ma tu devi fare uno sforzo e ricordare quel momento che racchiude, per così dire, il significato di tutta la tua vita. Qualcuno, forse lei, balbettò o proferì parole in una lingua incomprensibile immediatamente dopo che si produsse il tintinnio delle monete sul tavolo. Il nome dell’uomo nella fotografia, un uomo nudo, sanguinante, circondato da curiosi, il cui volto persiste nella memoria, ma di cui si dimentica la vera identità… Lei pronunciò quel nome… forse…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Lei è una persona estremamente meticolosa, dottor Farabeuf. Questa meticolosità ha contribuito, senza dubbio, a fare di lei il chirurgo più abile al mondo. È sicuro di non aver dimenticato nulla? Qualsiasi indizio della sua presenza in questa casa può avere conseguenze terribili e irrimediabili. Deve assicurarsi, con la meticolosità che la contraddistingue, che non manchi nessuno strumento, neanche uno. Passi in rassegna l’intera lista dello strumentario. Per farlo può avvalersi di diversi metodi. Può, per esempio, passare in rassegna ogni strumento in ordine di grandezza discendente: dall’enorme forcipe di Chassaignac o dallo speculum vaginale num. 16 di Collin, fino ai piccoli cateteri, alle sonde oftalmiche o alle pinzette per l’emostasi capillare o agli affilatissimi aghetti ipodermici o di sutura. Può anche applicare inversamente questo metodo, vale a dire in ordine di grandezza ascendente. È necessario, soprattutto, che non si dimentichi nulla qui. Ha già controllato il tavolino di ferro con il ripiano in marmo accostato al muro sotto il quadro allegorico? Si assicuri di rimuovere il cotone insanguinato e le garze intrise di pus; un ago indispensabile, una piccola sonda nasale di grande utilità vi si potrebbe nascondere. Ricontrolli, uno a uno, i suoi strumenti di lavoro; quelli che si pregia di aver inventato e progettato lei stesso e che le hanno reso il giusto onore in tutto il mondo; ma anche quelli che si devono all’ingegno dei suoi colleghi migliori. Non si distragga, dottore, nel fare quest’inventario mentale. Non faccia caso alla bella donna nuda raffigurata nel quadro che ha davanti agli occhi. Allo stesso modo, faccia attenzione a non abbassare lo sguardo sul pavimento; i vecchi giornali che vi sono stati sparsi potrebbero distrarla altrettanto. Forse sa già perché. Uscirà da qui tra pochi minuti e forse non metterà più piede in questa casa. Oggi ha dovuto fare una considerevole deviazione dal suo tragitto abituale per venire fin qui all’uscita dall’Ècole de Médicine. Ha esitato prima di azzardarsi a entrare in questa casa in cui ha vissuto per tanti anni. Quando è arrivato per la prima volta davanti alla porta non è entrato ed è tornato sui suoi passi per dirigersi nuovamente al Carrefour de l’Odéon ad aspettare l’autobus che l’avrebbe riportata a casa, dall’altra parte della città. Eppure poco dopo ha cambiato idea ed eccola qui già sul punto di andarsene, e forse per sempre. È per questo che si deve assicurare di non dimenticare nulla. Ci rifletta con calma… i diversi coltelli da amputazione le cui lame estremamente affilate la rendono tanto orgoglioso… gli scalpelli con le loro varie impugnature che si adattano perfettamente alla mano che li afferra… i bisturi appuntiti il cui solo peso è sufficiente a produrre tagli delicatissimi… la sega a dorso mobile che le ha dato risultati notevoli applicata sul femore… o la sua sega universale con lame intercambiabili, utile, soprattutto, quando si tratta di rimuovere le braccia mantenendo l’articolazione della testa dell’omero nella cavità glenoidea della scapola… la cesoia, anch’essa di sua invenzione, di incalcolabile valore per smussare le estremità lasciate dalla sega dopo la sezione di un osso o nel caso di fratture traumatiche, spesso d’ostacolo allo svolgimento di un intervento nitido, perfetto… le varie <em>clamps</em> e i morsetti, alcuni di bronzo scuro con viti a pressione ai lati, altri di gomma rossiccia e altri, infine, di gomma color ambra… le cannule… le tortuose sonde che permettono di penetrare attraverso le fosse nasali fino alle cavità craniche occipitali o che consentono, attraverso la bocca, di esplorare i meandri dell’orecchio interno… Non dimentichi, in particolare, i suoi complicati tronchesini, tra tutti gli strumenti di sua invenzione quelli che più le fanno onore poiché uniscono la rapidità istantanea, sì i-stan-ta-ne-a, alla precisione e alla pulizia del taglio nella disarticolazione delle ossa lunghe… e la sega a filo di Gigli, un altro complicato prodotto di inventiva medica mediante il quale si è risolto per sempre l’annoso problema della segatura ossea che aveva messo a repentaglio tante illustri reputazioni… È sicuro che non manchi nulla? Ha con sé tutti, assolutamente tutti gli strumenti debitamente avvolti in piccole pezze di lino, accuratamente riposti nella vecchia valigetta di pelle nera…?»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel varcare quella soglia – chi l’avrebbe varcata sotto la pioggia, provenendo da quell’incrocio? – il ricordo si confondeva con l’esperienza (forse a causa della tenacia di quella pioggia leggera che cadeva ininterrottamente da giorni). La vita era soggetta a una confusione nella quale era impossibile distinguere il presente dal passato. Nel varcare la soglia di quella casa lussuosa e decrepita insieme, un passante che si fosse fermato a contemplare la facciata rugosa di quel palazzo, progettata in accordo con la più pura tradizione del <em>modern style</em>, colma di cornici voluttuose impregnate di salnitro, di fumo, di nebbia e di pioggia, sì, si sarebbe fermato come per interrogare le pietre logore di quel parapetto scolpito in forma di enormi fauci – quello del lato destro, in cui avevano messo radici dei licheni grigiastri –, per interrogarle su quale fosse il vero significato di quell’appuntamento preso in un’epoca remota, di quel momento che solo ora si compiva. È un uomo – l’uomo – che scende frettolosamente da una piccola automobile sportiva di colore rosso, con le mani guantate e gli occhi nascosti dietro occhiali dalle lenti fumé, si dirige verso il cancello, spinge la porta di ferro per aprirla e penetra in quel dedalo di siepi di bosso abbandonate, cresciute oltre la loro originale armonia fino a trasformarsi in costruzioni tortuose che si confondono con gli arabeschi vegetali che fregiano l’architettura della casa. <em>Com’è tutto trascurato</em>…, pensa tra sé facendosi strada tra le siepi lasciate al capriccio della propria crescita. È un vecchio – l’uomo – che arriva a piedi sotto la pioggia dal Carrefour de l’Odéon, avvolto in un grosso cappotto di panno nero, sul cui bavero sono appuntati i nastrini di tre decorazioni, gli stessi che porta sul risvolto della giacca. In una mano regge una valigetta di pelle nera e nell’altra un vecchio ombrello attraverso il quale l’acqua cola cadendo a grandi gocce sulle spalle del cappotto incrostate di forfora secca. Ricordi i suoi gesti affaticati, non è così? Ricordi il suo passo artritico mentre attraversava quella strada lastricata, ricordi il suono lento – come quello della ouija quando inizia a muoversi –, il suono arido dei suoi antiquati stivaletti ortopedici sui gradini della scala deserta di quella casa – 3, Rue de l’Odéon –, ricordi l’inquietudine che il suo respiro affannoso emanava quando si fermava a riprendere fiato su ognuno dei pianerottoli tappezzati di una <em>pelouche</em> color vinaccia, appoggiato al corrimano della scala, mentre accarezzava nervosamente le decorazioni di bronzo della balaustra? Senz’altro hai registrato tutto questo nella tua memoria. Il tuo sguardo ripercorre queste pareti. Sei tornato dopo alcune ore – tu, io –; sei tornato dopo molti anni – lui, lei. Sei venuto perché lei – la donna – ti ha telefonato appena mezz’ora fa. Hai sollevato la cornetta e hai ascoltato la sua voce lontana che senza darti il tempo di dire una sola parola ti implorava di soccorrerla, che ti chiedeva di raggiungerla pronunciando una formula convenuta. Forse l’hai dimenticato? Non aspettavi più quella chiamata eppure il telefono ha squillato proprio quando sapevi che l’avrebbe fatto. Ora sei venuto in cerca del ricordo dell’Infermiera – la donna – sempre vestita di bianco. La tua vera identità non importa più: forse sei il vecchio Farabeuf che arriva a questa casa dopo aver amputato due o tre gambe e braccia nell’enorme anfiteatro dell’Ècole de Médicine, o forse sei un uomo senza significato, un uomo inventato, un uomo che esiste soltanto come rappresentazione di un altro uomo che non conosciamo, il riflesso di un volto nello specchio, un volto che nello specchio incrocerà un altro volto. Tutto qui. Quello che importa ora è ricordare il contesto. Tu lo ricordi, non è così? Ma la tua memoria non va oltre quel volto. Vorresti dimenticarlo. Vorresti dimenticare la sensazione che produceva quell’oggetto oceanico, putrefatto, tra le tue dita. È necessario che io ravvivi tutto questo nella tua memoria riluttante; ognuno dei dettagli che compongono questa scena inspiegabile. Non devi dimenticarlo perché solo così sarà possibile arrivare a toccare il mistero di quegli eventi singolari che qualcosa o qualcuno, forse una mano che scivola su un vetro appannato, tenta di cancellare. No… è necessario ricordare non solo il volto di quella donna vestita di bianco – o forse di nero –, ma anche le circostanze e gli oggetti che la circondavano nel momento in cui decise di concedersi, in preda – si crede – all’eccitazione suscitata da un’immagine che aveva contemplato a lungo mentre cadeva la pioggia, prima di telefonare e pronunciare la formula convenuta; un’immagine vaga che rappresentava, confusamente, un fatto incomprensibile, o forse terribilmente chiaro. Non avrai dimenticato, ne sono certo, quell’enorme salone, che solo per la sua enormità, duplicata nella superficie di quello specchio dalla complessa cornice dorata, sembrava lussuoso e splendido, ma che in realtà era frusto e macchiato dal tempo e da tutte le cose che nel corso degli anni vi si erano riflesse. La luce vaga del pomeriggio, torbida di polvere, filtrava dalle due finestre che davano sulla strada sopra il giardinetto abbandonato. In controluce non era possibile determinare le esatte condizioni del velluto dei tendaggi che avvolgevano le finestre. Sapevamo, tuttavia, che era un velluto sbiadito dalla luce degli anni: drappeggi funebri logorati dal loro stesso ondeggiare, sfilacciati nella parte inferiore per il tanto strascicare pesantemente su quel pavimento di parquet che la pioggia, filtrando dalla cornice della finestra, aveva corroso e reso ruvido. Fu proprio su quella parte del pavimento, muffita dall’acqua, accanto alle frange sporche delle tende di velluto sbiadito, che una mosca – senz’altro te lo ricordi, non è così? – cadde morta dopo aver svolazzato insistentemente vicino alla finestra, dopo aver colpito ripetute volte i vetri appannati. Avresti voluto correre su per quelle scale, posando appena le tue mani guantate sul logoro corrimano. Avresti sfiorato appena, arrivando al pianerottolo di quella scala scricchiolante, le decorazioni in bronzo, ma nel giungere di fronte alla porta chiusa di quel salone ti saresti fermato un istante per assicurarti che ci fosse una presenza ad aspettarti, ad accoglierti oltre quella soglia e la tua memoria avrebbe rievocato il frangersi delle onde e, per un istante, ti saresti creduto in riva al mare. Dei passi, il rumore prodotto da due tavolette di legno che si sfiorano, da alcune monete che cadono su un tavolo, ti avrebbero fornito la sicurezza che cercavi. Ma la porta e i muri erano troppo spessi e tutti i rumori che si udivano erano rumori lontani e senza senso per te in quel momento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tre <em>yin</em>… una linea spezzata… <em>se si strappa via il frutto viene fuori anche la radice</em>… <em>la perseveranza porta con sé la buona sorte</em>…</p>
<p><em>È necessario entrare nel salone senza dire una sola parola</em>, pensò l’uomo quando arrivò in cima alle scale.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/13/43-poeti-ayotzinapa-voci-messico-suoi-desaparecidos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2016 13:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Ayotzinapa]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio lo russo]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[A poco più di due anni dalla notte di Iguala e dalla sparizione forzata di 43 studenti della scuola di Ayotzinapa, vogliamo ricordare tutti i figli delle violenze in Messico attraverso alcuni stralci dal libro appena uscito: 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (a cura di Lucia Cupertino, con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">A poco più di due anni dalla notte di Iguala e dalla sparizione forzata di 43 studenti della scuola di Ayotzinapa, vogliamo ricordare tutti i figli delle violenze in Messico attraverso alcuni stralci dal libro appena uscito: <a href="http://www.edizioniarcoiris.it/index.php?id_product=248&amp;controller=product"> <strong>43</strong> <strong>poeti per</strong> <strong> Ayotzinapa. Voci</strong> <strong>per il Messico e i suoi</strong> <em><strong>desaparecidos</strong></em> </a> (a cura di Lucia Cupertino, con prefazione di Fabrizio Lorusso e postfazione di Francesca Gargallo), Edizioni Arcoiris, 2016.</p>
<p align="justify">Il libro sostiene la causa della scuola normale rurale di Ayotzinapa, storica fucina di cambiamento in Messico, appoggia le famiglie e tutti i membri della scuola e comunità e pertanto il ricavato sarà devoluto all’<em>Associazione dei genitori della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos”</em> di Ayotzinapa.]</p>
<p align="justify"><strong>I 43 SONO FIGLI DI TUTTO IL MESSICO E I POETI LO SANNO</strong></p>
<p align="center">di Francesca Gargallo</p>
<p align="justify"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-66183" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/43-poeti-per-ayotzinapa-copertina-214x300.jpg" alt="43-poeti-per-ayotzinapa-copertina" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/43-poeti-per-ayotzinapa-copertina-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/43-poeti-per-ayotzinapa-copertina.jpg 686w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />43 poeti per scacciare la morte, per dar sfogo a una indignazione vitale. La poesia come una affermazione, sono qui, sono con te, sono per tutti. Dove tutti significa molte persone, tutte le vive, tutte le sparite, tutte le torturate, tutte le assassinate di questo Messico contemporaneo, immerso in una guerra contro i poveri, contro chi si sente sicuro di fare il proprio dovere, contro chi vuole essere libero. Molte di più dei 43 studenti desaparecidos dall’esercito, la polizia e i narcotrafficanti ad Iguala la notte tra il 26 e il 27 settembre 2014. Però quei 43 ragazzi risvegliano la poesia: sono stati trasformati dal desiderio popolare di mettere fine alla violenza di stato e della delinquenza (nessuno sa dove finisce una e comincia l’altra) in semi di speranza.</p>
<p align="justify">La notte d’Iguala: cinque autobus di seconda classe che portano a casa o in città dei bambini che vengono dalla scuola, dal campo di calcio e raccontano tra sé cose da bambini. Così come stanno zitte le vecchiette, dormicchiano gli uomini e cinguettano le mamme. Iguala è una città pericolosa, spariscono molte persone, le fosse clandestine aperte nei dintorni hanno rivelato centinaia di corpi. Le mamme, i papà si stringono ai loro bambini. Ma sanno anche rilassarsi quando è il momento. Sui cinque autobus salgono gli studenti di Ayotzinapa che vogliono essere portati a Città del Messico per andare a una manifestazione che ricorda un massacro di molto tempo fa, quello degli studenti del 1968 a Tlatelolco, un 2 ottobre che non si scorda.</p>
<p align="justify">Una storia comune, molte volte ripetuta quella degli studenti che fanno caciara ed esigono un trasporto popolare. Sono belli, scuri, giovani e si siedono sugli autobus dove c’è spazio, un po’ qui, un po’ lì, senza pagare. Le persone di Iguala non hanno paura degli studenti, gli sorridono. Però per un motivo che non si capisce, che stupisce, quella notte no, gli studenti non sono ammessi. Droga nascosta nella carrozzeria di un autobus, ripicca del sindaco che non sa tenerli a bada, ordine di repressione per lanciare un messaggio di timore a tutti i docenti messicani? La polizia, l’esercito forse, magari già anche i narcotrafficanti mitragliano gli autobus, uccidono persone, le sparpagliano nei campi dove è calata la notte, dove si ha paura, dove ci si chiama con la voce fioca.</p>
<p align="justify">Poi molti ragazzi, 43 ragazzi della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, una storica fucina di maestri ribelli alla povertà e all’ignoranza, una eccellente scuola, in cui studiarono anche Lucio Cabañas e Genaro Vázquez, fondatori dei movimenti guerriglieri degli anni ‘70 nello stato di Guerrero, nel sud ovest del Messico, vengono fatti salire su pattuglie e camioncini e spariscono nel nulla dopo aver passato la notte tra fughe, ospedali e caserme.</p>
<p align="justify">Da allora i 43 sono figli di tutto il Messico. Sono un simbolo. Producono 43 modi di resistere contro i sequestri, le bugie della polizia e l’impunità degli agenti di stato associati ai delinquenti. Producono madri e padri che da due anni non smettono di cercarli, insieme alla pace per il Messico, che solo può nascere dalla verità sui fatti di sangue. Producono 43 forme di essere studenti, giovani, costruttori. 43 calci, pugni, graffi all’impunità e alla cultura della sopravvivenza a qualsiasi prezzo, pure quello del silenzio e l’umiliazione.</p>
<p align="justify">E riuniscono anche 43 voci di poeti che ripensano la morte, il territorio della morte, la cultura che normalizza la morte dell’altro e non vuole pensare la sua. Maya, bianchi, mestizos, zapotechi, mixtechi, latinoamericani, spagnoli, donne e uomini, fanno della tragedia storica un mormorio che sale e scende ed esige d’essere ascoltato. Come lo fa Briseida Cuevas Cob in “Mese Xuul”, i poeti ricordano che la morte arriva dai quattro punti cardinali, però che oggi l’odore dei morti giunge non si sa da dove perché ha cancellato le sue orme. Incalza la poeta maya: “Mentre sopporti le burle del potere / sfogli il fior di morto; / Interroghi ogni petalo marcito: / Vivono…? Non vivono…? / E a ogni do- manda senza risposta si sfoglia la tua anima.”</p>
<p align="justify">Il 2 novembre 2014, notte dei fedeli defunti, notte dei morti com’è conosciuta in Messico, la poesia “Ayotzinapa” di David Huerta, letta a Oaxaca nel patio del museo di arte contemporanea, il MACO, dove era stata incisa sul muro, fu la prima voce di conforto, di condoglianze del Messico con se stesso: il poeta ha in- nalzato il grido del Paese delle fosse clandestine, degli strilli, dei bambini in fiamme, delle donne martoriate.</p>
<p align="justify">“Ayotzinapa” ha ricordato ai turisti che si trovavano in un Paese che è alla ricerca, oltre che dei 43 ragazzi della scuola normale, anche di altre 30.000 persone sparite nel nulla. Che è alla ricerca di pace per i suoi oltre 150mila morti ammazzati violentemente e di giustizia per le madri delle ragazze che escono di casa per andare a lavorare, lasciando nella loro stanza i quaderni della scuola serale e temendo di non potervi fare ritorno, e per i bambini nati dai parti delle adolescenti, sogni di dolci fidanzati inesistenti.</p>
<p align="justify">“Ayotzinapa” sul muro del patio del museo, circondata dai lumicini che brillano nel buio della notte dei morti, ricordava a signore e signori una realtà: il Messico è un Paese che prima della guerra alle droghe, quella falsa guerra che serve per sottrarre alla vista la militarizzazione e la guerra contro i popoli, corollario dei piani d’espansione del commercio globale come il Plan Puebla-Panamá o il Transpacifico, si conosceva, conosceva se stesso, la sua storia ed esistenza, ma oggi ha gli occhi riarsi dal fumo, si sente perso, si sforza per tendere una mano alle persone morte e sparite.</p>
<p align="justify">Il Paese degli ahoritas, degli “adesso, dei subito” che non arrivano mai, come ha definito i messicani il poeta spagnolo Antonio Orihuela, non ne può più di vivere soffocato da Vergini di Guadalupe, sfruttamento dei corpi e del lavoro, dai morti e dalle mafie. Non ne può più di essere complessivamente quell’alienato martire del progresso descritto da David Hernández Rivera. Non vuole più essere il corpo scelto dall’anofele che ti gira intorno per irrompere nei tuoi sogni descritto da Héctor Iván González.</p>
<p align="justify">Irma Pineda sa che il Messico non vuole essere mai più la domanda di una donna a sua madre su come vivere quando l’esercito sequestra suo marito. La poeta zapoteca vuole decifrare la speranza negli occhi del firmamento di ognuna delle figlie del Messico, vuole sapere dove vanno a finire i fiori strappati alla terra che sostiene le loro radici. La poesia è come i corpi, cammina, perfino vola, ma non può essere sradicata. È fluida come le identità contemporanee, ma si sofferma, medita, consente la vita perché, come dice Javier Castellanos, anche lui zapoteca, è sempre più di quello che è: è la colonna poetica dei non dominanti che desidera lo spagnolo Jesus Lizano, è il bambino maestro del maya Jorge Cocom Pech, è il miglior raccolto di una terra, come sottolinea Juan Campoy.</p>
<p align="justify">La particolarissima narrativa in loco dello scrittore Tryno Maldonado, che da novembre del 2014 è andato a vivere a Ayotzinapa per spartire significati con madri, padri, mogli, figli, fratelli minori e sorelle maggiori dei 43 studenti di Ayotzinapa, ci permette di vedere con i loro occhi i volti e toccare con le loro mani i sogni e i progetti dei ragazzi, che si preparavano per diventare maestri rurali, agenti dei sogni delle bambine e dei bambini dei popoli che com- pongono il Messico incarnato nel mais, i fagioli, le zucche e il lavoro collettivo. E questa vicinanza si riscontra con la poesia della spagnola Katy Parra che vuole ripetere i loro nomi per esigere la loro vita, qui e adesso. Tra “Ayotzinapa. El rostro de los desaparecidos” di Tryno -un racconto che fa leva sulla cultura contro la violenza ed è una testimonianza intima e multifocale dei fatti della notte di Iguala- e “La canzone dei desaparecidos” di Katy, i nomi compongono i volti e creano un vincolo di solidarietà di ferro tra i ragazzi e i lettori.</p>
<p align="justify">Il Messico che attende notizie sui 43 studenti spariti è anche il Messico de Las Patronas, le donne di Veracruz che da anni preparano da mangiare per porgerlo alle persone migranti che viaggiano su La Bestia, il treno che va dalla frontiera sud con Guatemala alla frontiera nord con gli Stati Uniti. È il Messico delle carovane per la pace. Quello in cui, dal 2010, ogni 10 maggio marciano per le strade delle principali città le madri che non hanno nessuno che le festeggi in casa propria: le madri delle ragazze e dei ragazzi spariti nel nulla. Come María Herrera, che cerca quattro figli, un nipote e un genero. Perché? Forse perché vivevano nel posto sbagliato, in quel Michoacán che in altri tempi era un bosco rigoglioso e felice.</p>
<p align="justify">Marciano le camminatrici delle polverose strade del Messico del nord, le promotrici della Fundec e la Fundel, le fondazioni “nuestros desaparecidos de regreso a casa” (i nostri desaparecidos di ritor- no a casa) che agiscono tra Coahuila e Nuevo León. Il corteo si ripete ogni 10 maggio, giorno della mamacita (“mammina”) messicana, la madre dea della casa, la madre esaltata un giorno all’anno. Si tratta di una ricorrenza voluta nel 1922 da un supermercato e dal direttore del quotidiano Excélsior, influenzato dal ministro dell’istruzione José Vasconcelos, per festeggiare “la madre messicana” e vendere i prodotti necessari a svolgere i “doveri di genere” e porre un freno al nascente movimento femminista che aveva realizzato due incontri nazionali nel 1916 nello Yucatán.</p>
<p align="justify">Molte madri di desaparecidos temono oggi che i 43 studenti di Ayotzinapa opachino con la loro tragica luce la realtà di un Paese che affonda nella più brutale violenza. Anche le madri delle “morte di Ciudad Juárez”, le vittime dei femminicidi che hanno richiamato l’attenzione mondiale sulla violenza in Messico già dal 1993, paventano il pericolo che lo sguardo puntato solo su 43 persone, tra le migliaia di sequestrati, spariti e ammazzati, faccia perdere di vista il quadro generale di violazioni ai diritti umani e di continue omissioni della polizia nei confronti delle denunce, sporte ma mai seguite, relative ad altri migliaia di casi. Per questo il gruppo di scultori che ha forgiato l’anti-monumento detto “+43” in tre pezzi, collocati durante un’azione artistica collettiva e clandestina il 26 aprile 2015 all’incrocio tra Avenida Reforma e Bucareli, in pieno centro di Città del Messico, hanno insistito nel dare importanza proprio alla prima delle tre parti dell’anti-monumento, cioè a quel “+” alto tre metri di ferro rosso, che sta a rappresentare l’esigenza del ritrovamento in vita dei 43 ragazzi e anche di tutte le altre persone sparite.</p>
<p align="justify">Ma i poeti lo sanno: il lutto s’estende a tutto il Messico e la poe- sia non è una struttura innocente, come ben dice Marc Delcan, perché parlare del mondo è una forma di proporre un mondo senza false verità, senza principesse stolide né poliziotti malfattori. Se, come scrive e canta Lorenzo Hernández Ocampo nel suo dolce idioma mixteco, non riposerà il suo canto di pioggia, si moltiplicheranno i simboli che fanno ballare le nuvole, si moltiplicheranno i suoni mitici fino a far riapparire le figlie e i figli dell’acqua. Figli della pioggia: tutte le persone che spariscono in Messico e nel mondo perché è più facile non dire quello che è necessario ricordare sempre. La poesia ha deciso di non tacere. Ne va della sua vita.</p>
<p align="justify">FRANCESCA GARGALLO</p>
<p align="justify">Città del Messico, 2016</p>
<div id="sdendnote1">
<p><a href="https://word2cleanhtml.com/s/editor-content.html#sdendnote1anc" name="sdendnote1sym"></a>Anteprima della postfazione del libro “43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi <em>desaparecidos</em>.” (a cura di Lucia Cupertino), Arcoiris, Salerno, 2016.</p>
<p align="right"><strong><br />
</strong> <strong>Juan Campoy</strong></p>
<p align="right">_____________</p>
<p align="right">Spagna</p>
<p align="center"><strong>AYOTZINAPA</strong></p>
<p>Erano il miglior raccolto del Paese,</p>
<p>una generazione</p>
<p>di pensatori liberi,</p>
<p>la speranza di un popolo.</p>
<p>Ma il potere appesta</p>
<p>e va marcendo</p>
<p>fino a servire d’adorno</p>
<p>negli uffici.</p>
<p>Tutto ciò che poteva essere orizzonte,</p>
<p>un cielo libero fecondato di vita,</p>
<p>non era nient’altro che una pagina</p>
<p>archiviata in uno scantinato buio.</p>
<p>43 voci con faccia e nome</p>
<p>disposti ad essere concime nel campo,</p>
<p>viveri sul tavolo dei poveri,</p>
<p>vaccino miracoloso</p>
<p>contro la febbre nera del lebbroso,</p>
<p>43 poesie</p>
<p>contro la longitudine vertiginosa</p>
<p>di una sferza o di una sciabola.</p>
<p>Erano il miglior raccolto del Paese,</p>
<p>però hanno lasciato solo equazioni</p>
<p>irrisolte,</p>
<p>verbi e aggettivi contro l’inverno</p>
<p>e il suo bacio mortale,</p>
<p>così riga dopo riga</p>
<p>hanno scagliato metafore</p>
<p>contro l’iniquità</p>
<p>insopportabile dei genocidi.</p>
<p>Forse li colsero distratti,</p>
<p>o forse avevano troppa fiducia</p>
<p>nei pilastri basilari della loro fede.</p>
<p>Spaccati in pronomi,</p>
<p>il campo è rimasto seminato di ossa.</p>
<p align="right"><strong>Juan Campoy</strong></p>
<p align="right">_____________</p>
<p align="right">España</p>
<p align="center"><strong>AYOTZINAPA</strong></p>
<p>Eran la mejor cosecha del país,</p>
<p>una generación</p>
<p>de pensadores libres,</p>
<p>la esperanza de un pueblo.</p>
<p>Pero el poder apesta</p>
<p>y va pudriéndose</p>
<p>hasta servir de adorno</p>
<p>en los despachos.</p>
<p>Todo lo que pudo ser horizonte,</p>
<p>un cielo libre preñado de vida,</p>
<p>no era más que una página</p>
<p>archivada en un sótano oscuro.</p>
<p>43 voces con rostro y nombre</p>
<p>dispuestos a ser abono en el campo,</p>
<p>víveres en la mesa de los pobres,</p>
<p>vacuna milagrosa</p>
<p>contra la fiebre negra del leproso,</p>
<p>43 poemas</p>
<p>contra la longitud vertiginosa</p>
<p>de un látigo o de un sable.</p>
<p>Eran la mejor cosecha del país,</p>
<p>pero sólo dejaron ecuaciones</p>
<p>sin resolver,</p>
<p>verbos y adjetivos contra el invierno</p>
<p>y su beso mortal,</p>
<p>que renglón a renglón</p>
<p>dispararon metáforas</p>
<p>contra la iniquidad</p>
<p>insoportable de los genocidas.</p>
<p>Quizás los eligieron distraídos,</p>
<p>o porque confiaron demasiado</p>
<p>en los pilares básicos de su fe.</p>
<p>Partidos en pronombres,</p>
<p>el campo quedó sembrado de huesos.</p>
<p>Traduzione di Lucia Cupertino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dove trovare il libro: <a href="http://www.edizioniarcoiris.it/index.php?id_product=248&amp;controller=product">www.edizioniarcoiris.it </a></p>
<p>Leggere altre poesie dal libro: <a href="http://www.lamacchinasognante.com/ayotzinapa-messico-a-due-anni-memoria-e-poesia-marciano-assieme/">http://www.lamacchinasognante.com/ayotzinapa-messico-a-due-anni-memoria-e-poesia-marciano-assieme/ </a></p>
<p>La prefazione al libro di Fabrizio Lorusso: <a href="https://www.carmillaonline.com/2016/09/27/ayotzinapa-somos-todos-prologo-e-poesie-del-libro-43-poeti-per-ayotzinapa/">https://www.carmillaonline.com/2016/09/27/ayotzinapa-somos-todos-prologo-e-poesie-del-libro-43-poeti-per-ayotzinapa/ </a></p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Messico invisibile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/08/11/messico-invisibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Aug 2016 05:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Riccio]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Lorusso]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[Pubblichiamo il prologo al libro di Fabrizio Lorusso, Messico Invisibile, voci e pensieri dall’ombelico della luna, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2016 di Alessandra Riccio Il Messico è un grande paese dell’America del Nord che, secondo un detto popolare, è troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti. Come spesso succede, la saggezza popolare scaturisce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><em>Pubblichiamo il prologo al libro di Fabrizio Lorusso, <a href="http://www.edizioniarcoiris.it/index.php?id_product=244&amp;controller=product" target="_blank">Messico Invisibile, voci e pensieri dall’ombelico della luna</a>, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2016</em></p>
<p align="justify">di <strong>Alessandra Riccio</strong></p>
<p align="justify">Il Messico è un grande paese dell’America del Nord che, secondo un detto popolare, è troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti. Come spesso succede, la saggezza popolare scaturisce da profonde verità: il lunghissimo confine che separa il Messico dagli USA –<em>la frontera</em>– è stato sempre un luogo di conflitto, di guerre lunghe e sanguinose che hanno spostato il limite sempre più a sud con la perdita di circa un terzo dei territori della ex colonia spagnola a favore della giovane, aggressiva e indipendente Confederazione di Stati del Nord. California, Texas, Arizona, Colorado, Nuovo Messico, come indicano i loro nomi, erano gioielli del Vicereame della Nueva España prima che, nelle alterne, drammatiche e discontinue vicende dell’indipendenza messicana, andassero ad aumentare il numero delle stelle nel vessillo della Confederazione.</p>
<p align="justify">Un evento segna significativamente l’entrata del Messico nel XX secolo. Nel 1910 esplode una rivoluzione popolare e contadina le cui vicende sono ormai diventate leggenda come lo sono le due figure più emblematiche di quegli anni, di quelle rivendicazioni e di quegli esiti drammatici: Pancho Villa ed Emiliano Zapata.</p>
<p align="justify">Da quegli eventi maieutici scaturisce, nella prima metà del novecento, un rinascimento artistico straordinario, una rivoluzione sociale importante, un protagonismo statale capace di grandi gesti come l’accoglienza agli esiliati della Guerra di Spagna o dell’esule Trotsky, l’affermazione di uno stato laico quando non addirittura anticlericale, il riconoscimento e il supporto alle lingue, alle culture e alle attività artigianali delle popolazioni originarie, un’alfabetizzazione diffusa e popolare. Il francese Jean-Marie G. Le Clézio, premio Nobel per la letteratura, descrive così quella Città del Messico: “Una città in cui si agitano la creazione, l’invenzione, la novità. Indubbiamente, nessun’altra città fu mai così rivoluzionaria, faro per i popoli oppressi d’America. Un luogo così importante, durante il decennio 1920-1930, così fertile per l’arte e per le idee come lo furono Londra ai tempi di Dikens o Parigi durante la belle époque di Montparnasse.” (Jean.Marie G. Le Clézio, <em>Diego e Frida</em>, Il Saggiatore, 1997, p. 16)</p>
<p align="justify">Prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, il Messico è stato terreno di generosa solidarietà, ospitale, pieno di creatività, eccessivo a tratti, ma portatore di una cultura non solo identitaria ma anche densa di novità, suggerimenti, integrazioni, contributi originali alla cultura universale. Ricordare i nomi dei grandi pittori del muralismo, dei fotografi pronti a rivelare nuovi mondi, l’ardimento di donne straordinarie, è doveroso. Frida Kahlo e Diego Rivera, Tina Modotti e Julio Antonio Mella, Rosario Castellanos, José Guadalupe Posada, il brillante ministro Vasconcelos, il vero animatore e protettore di quest’epoca d’oro, il Presidente Lázaro Cárdenas, poi anche ministro, a cui si deve la riforma agraria e la nazionalizzazione del petrolio e delle ferrovie, e tanti altri ancora che hanno configurato un mondo politico culturale nel pieno della corrente mondiale ma con punte di avanguardia e originalità che lo hanno reso unico.</p>
<p align="justify">Fra le caratteristiche di quel mondo vi è stato –e continua ad esserci- un impegno politico dichiarato ed esercitato anche a costo di prezzi da pagare molto alti mentre il paese si trasformava inesorabilmente in un narcostato, nella terra dell’impunità, della mafiosità diffusa, del militarismo e del femminicidio, delle atroci sparizioni come l’ultima e la più terribile, quella dei 43 <em>desaparecidos</em> di Ayotzinapa. Maestri e giornalisti, scrittori e musicisti, pittori e poeti, hanno fatto e fanno sentire la loro voce contro un degrado che sembra inarrestabile e contro gli abusi del potere sia locale che statale che federale. L’ultima, dignitosissima voce che ha denunciato il deplorevole stato del paese, è quella di Fernando del Paso. Il grande scrittore, nel ricevere l’importante Premio Cervantes nell’Università di Alcalà de Henares, davanti ai Re di Spagna, non ha voluto lasciar passare l’occasione senza far sentire la sua autorevole voce di accusa per il pericolo che corre la democrazia messicana a causa dalla Legge Atenco, recentemente varata: “A marzo dell’anno scorso, quando ho avuto l’onore di ricevere nella città messicana di Mérida il Premio José Emilio Pacheco, ho fatto un discorso che ha causato un certo scalpore. So bene che quelle parole hanno risvegliato una grande aspettativa riguardo alle parole che pronuncerò oggi in Spagna: da allora, le cose in Messico sono cambiate in peggio, continuano le rapine, le estorsioni, i sequestri, le sparizioni, i femminicidi, la discriminazione, gli abusi di potere, la corruzione, l’impunità e il cinismo. Criticare il mio paese in un paese straniero mi fa vergognare. Bene, inghiotto questa vergogna e approfitto di questa platea internazionale per denunciare ai quattro venti l’approvazione nello Stato del Messico della Legge Atenco, una legge oppressiva che consente alla polizia di arrestare e perfino di sparare nelle manifestazioni e riunioni pubbliche contro chi, a suo giudizio, attenti contro la sicurezza, l’ordine pubblico, l’integrità, la vita e i beni sia pubblici che privati. Sottolineo: è a criterio dell’autorità, non necessariamente presente, che questa misura estrema viene permessa. Ciò prefigura il principio di uno stato totalitario che non possiamo consentire. Se non lo denunciassi, allora sì, proverei davvero vergogna.” (23.4.2006)</p>
<p align="justify">Le nobili parole di Del Paso sono armi spuntate contro una situazione che viene descritta da questo libro di Fabrizio Lorusso in numerosi frammenti della realtà messicana che servono a comporre il terrificante mosaico di quel paese, ridotto oggi a pura violenza e illegalità. Eppure, nel panorama degli straordinari cambiamenti dell’America Latina in questo Terzo Millennio, cambiamenti purtroppo attualmente messi di nuovo a rischio, il Messico continua a mantenere il suo prestigio in quanto “buon vicino” degli Stati Uniti, obbediente al <em>Washington Consensus</em>, fedele alleato in una fallimentare lotta al traffico di droghe, una battaglia che è certamente all’origine dell’attuale degrado del paese. Anche l’Italia mantiene ottime relazioni, e lo conferma il recente viaggio del Primo Ministro Renzi, di cui si parla in questo libro dove, oltre ai rapporti di politica estera fra i nostri due paesi, si dà conto di altre, diverse relazioni, come quelle intrattenute da <em>Libera</em> e da don Ciotti su corruzione e mafie, l’interesse di Roberto Saviano per questo e per altri paesi latinoamericani i cui rapporti con la delinquenza organizzata italiana sono fin troppo evidenti, l’opinione dello scrittore Pino Cacucci, conquistato dal Messico e dalle sue contraddizioni, o le visite di due Papi in un paese ufficialmente anticlericale. Della visita di Bergoglio, Lorusso sottolinea il silenzio sul degrado istituzionale e morale, sull’illegalità eclatante e sulle violazioni dei diritti umani. Papa Francesco ha anche officiato una messa in Chiapas –una periferia delle periferie- che dà conto della resistenza culturale di quelle popolazioni originarie le cui credenze religiose sono molte e differenti e riporta all’attenzione una regione dove una resistenza silenziosa e attiva ha consentito l’esperimento insolito e notevole delle cinque comunità o <em>caracoles</em> –cinque come le dita della mano- impegnate a realizzare forme di autogoverno in un territorio ostile, la Sierra Lacandona, assediata dall’esercito federale fin da quando, il 1° gennaio 1994, l’Esercito Zapatista di liberazione Nazionale, la prima guerriglia postmoderna, ha conquistato con le armi la città di San Cristóbal de las Casas.</p>
<p align="justify">Negli ultimi anni, di pari passo con il declino del paese, il culto più particolare sembra essere quello della Santa Muerte, una forma estrema di familiarità con la morte non nuova in Messico, ma adesso pericolosamente sprofondata nella superstizione e nel criptico linguaggio espressivo della delinquenza, praticata prevalentemente nelle città. D’altra parte, la mitologia contemporanea eleva agli altari delinquenti come El Chapo Guzmán, capo indiscusso del narcotraffico, o il suo contrario, il dottor Mireles, un medico esasperato dai ricatti e dalle violenze imposte dal gruppo criminale Caballeros Templarios, che ha guidato le sue pattuglie di autodifesa in vere e proprie operazioni di guerra nello stato del Michoacán.</p>
<p align="justify">Su questo caotico panorama di un grande paese sprofondato in una crisi grave e ormai cronica ha speso qualche amara parola, nel contesto di un discorso politico sul discutibile impeachment di Dilma Rousseff, Presidenta del Brasile, Cuauhtémoc Cárdenas, uomo politico e figlio dell’amatissimo Presidente Lázaro Cárdenas:</p>
<p align="justify">“Conviene pure gettare uno sguardo al nostro paese, il Messico. Qui il golpe è stato morbido: il neoliberismo ha imposto al nostro paese il modello che soddisfa l’egemonia, gli interessi finanziari e politici che comandano negli Stati Uniti. Si è appropriato dei nostri mercati interni, distruggendo capacità produttive della campagna, smantellando settori industriali e impedendo la creazione di catene produttive, eliminando istituzioni, annullando principi costituzionali basilari per l’esercizio della sovranità nazionale e aprendo ad interessi alieni le aree e le risorse strategiche dello sviluppo economico. D’altra parte, il golpe che è stato realizzato gradualmente in Messico è stato duro: ha provocato un impoverimento crescente della popolazione, un’esorbitante concentrazione della ricchezza, un continuo flusso migratorio che disprezza il valore del lavoro al nord, mentre qui produce una crescita della disoccupazione e del lavoro informale, della violenza e della delinquenza senza controllo, con un alto costo di vite, insieme a corruzione e impunità.”</p>
<p align="justify">Questo grande paese ha dentro di sé il veleno e l’antidoto e la battaglia è, inevitabilmente, all’ultimo sangue.</p>
<p align="justify"><a href="http://www.edizioniarcoiris.it/index.php?id_product=244&amp;controller=product"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-64046 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Copertina-lorusso-messico-invisibile-215x300.jpg" alt="Copertina lorusso-messico-invisibile" width="215" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Copertina-lorusso-messico-invisibile-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Copertina-lorusso-messico-invisibile.jpg 500w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /></a></p>
<p align="justify">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Musica, Parola, Pasta e NarcoGuerra Messicana</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/06/20/musica-parola-pasta-e-narcoguerra-messicana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2015 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Lorusso]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[narcotraffico]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=54978</guid>

					<description><![CDATA[Un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga (Odoya, 2015). di Fabrizio Lorusso En Guatemala, señores, cobraron la recompensa allí agarraron al Chapo las leyes guatemaltecas un traficante famoso que todo el mundo comenta de la noche a la mañana el Chapo se hizo famoso encabezaba una banda de gatilleros mafiosos [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-54985" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/bandieramexico680.jpg" alt="bandieramexico680" width="680" height="383" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/bandieramexico680.jpg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/bandieramexico680-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></p>
<p>Un estratto dal libro<em> <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8862882793/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8862882793&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">NarcoGuerra</a>. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga </em>(Odoya, 2015).</p>
<p><strong>di <a href="http://lamericalatina.net" target="_blank">Fabrizio Lorusso</a></strong></p>
<p>En Guatemala, señores, cobraron la recompensa<br />
allí agarraron al Chapo las leyes guatemaltecas<br />
un traficante famoso que todo el mundo comenta<br />
de la noche a la mañana el Chapo se hizo famoso<br />
encabezaba una banda de gatilleros mafiosos<br />
con un apoyo muy grande del güero Palma su socio<br />
el Chapo tenía conectes con los narcos colombianos<br />
y traficaba la droga de Sudamérica en grano<br />
al norte del continente donde tenían el mercado</p>
<p>In Guatemala, signori, hanno riscosso la ricompensa<br />
là hanno catturato il Chapo le leggi guatemalteche<br />
un trafficante famoso che sta sulla bocca di tutti<br />
dalla sera alla mattina il Chapo è diventato famoso<br />
era a capo di una banda di pistoleri mafiosi c<br />
on un sostegno molto grande del biondo Palma, suo socio<br />
il Chapo aveva agganci coi narcos colombiani<br />
e trafficava la droga dal Sud America in granelli<br />
nel nord del continente dove avevano il mercato</p>
<p>Dal narcocorrido “El Chapo Guzmán” della band Los Tucanes de Tijuana.</p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8862882793/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8862882793&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-54983" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/Copertina-NarcoGuerra-Fronte-Small-215x300.jpg" alt="Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)" width="215" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/Copertina-NarcoGuerra-Fronte-Small-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/Copertina-NarcoGuerra-Fronte-Small.jpg 480w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /></a>«Messico e nuvole» cantavano Jannacci, Paolo Conte e tanti altri, ognuno con la sua cover. La cocaina, che per il Messico deve transitare, a volte solcando le nuvole, altre navigando o strisciando nella polvere, è musica. <em>Cocaine</em> è un classico del cantautore americano J.J. Cale, scomparso il 26 luglio 2013. Nel mio anno di nascita, il 1977, Eric Clapton fece una cover della canzone e la consacrò alla storia: «La coca non mente / se vuoi cadere per terra / cocaina» diceva. Il Messico ne è il principale esportatore e rifornisce più dell’80% del mercato usa. Gli oltre tre milioni di consumatori statunitensi di “Biancaneve” ringraziano. La cocaina è anche parola. Questa polvere così ambita è il tema centrale di <em>ZeroZeroZero:</em> <em>viaggio</em> <em>nell’inferno</em> <em>della</em> <em>coca</em>, libro di Roberto Saviano che, a sette anni da <em>Gomorra</em>, amplia il discorso sulla criminalità organizzata e sposta da Napoli al Messico, dall’Italia al mondo, il fuoco dell’attenzione. In primo piano sullo sfondo nero della copertina spiccano tre strisce brillanti di coca, tre zampilli di petrolio bianco. Il triplo zero, 000, allude alla farina migliore per fare la pasta. E la coca non è solo una pianta, una droga, musica o letteratura, ma è soprattutto la “pasta del mondo”, una delle materie prime che muovono il capitalismo globale.</p>
<p>La coca partorisce cocaina, dalla ricchezza originaria sbocciano valori e capitali, si moltiplicano come pani e pesci che rifocillano l’economia. Infatti oggi i cartelli del narcotraffico sono più simili a frammenti coordinati di ciclopiche multinazionali, o meglio a enti gestori di enormi reti di produttori e distributori decentralizzati, piuttosto che alle mafie di un tempo. Le idealizzazioni romantiche di pellicole leggendarie come <em>Scarface</em>, <em>Goodfellas</em>, <em>Il</em> <em>Padrino</em>, <em>Car-</em> <em>lito’s</em> <em>Way</em> e <em>Donnie</em> <em>Brasco</em> hanno ceduto il posto a organizzazioni più o meno integrate verticalmente, dal produttore al consumatore, e orizzontalmente, cioè diversificate su più divisioni o linee d’affari: dal commercio di stupefacenti alla tratta di esseri umani, dal furto di combustibile al contrabbando di animali esotici e pietre preziose, dall’estorsione e il riciclaggio al traffico d’armi, dal furto d’auto alla contraffazione e al sequestro di persona. Sempre più spesso i giovani <em>pushers</em> legati a una gang loca- le o direttamente a un cartello nazionale possono assumere le sembianze del piccolo commerciante, dell’esperto in logistica e trasporti, del venditore sagace o dell’imprenditore. Il “fattore violenza”, o la semplice minaccia del suo uso, è una costante e differenzia il business legale dall’illecito.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/ULTIME-Locandina-del-film-Miss-Bala.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-54981" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/ULTIME-Locandina-del-film-Miss-Bala-212x300.jpg" alt="ULTIME Locandina del film Miss Bala" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/ULTIME-Locandina-del-film-Miss-Bala-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/ULTIME-Locandina-del-film-Miss-Bala-723x1024.jpg 723w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/ULTIME-Locandina-del-film-Miss-Bala-900x1275.jpg 900w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a>Dal Messico arrivano alcune rappresentazioni cinematografiche attuali e suggerenti sul mondo del narcotraffico e del crimine. Titoli come <em>Amores</em> <em>Perros </em>di Alejandro González Iñarritu, vincitore del Premio Oscar nel 2015 con <em>Birdman</em>, <em>La</em> <em>zona</em> di Rodrigo Plá, <em>El</em> <em>Infierno</em> di Luis Estrada, <em>Colosio:</em> <em>el</em> <em>asesinato </em>di Carlos Bolado, <em>Miss Bala </em>di Gerardo Naranjo, <em>Bala Mordida</em> di Diego Muñoz. La lista, le locandine e qualche recensione di produzioni decisamente meno internazionali e più <em>trash</em>, per esempio <em>El</em> <em>pistolero</em>, <em>El</em> <em>comando</em> <em>del</em> <em>diablo</em>, <em>Nar</em><em>coguerra</em> e <em>Welcome</em> <em>to</em> <em>Tijuana</em>, si trovano sul sito <a href="http://www.narcopeliculas.net/">www.narcopeliculas.net.</a></p>
<p>20.000 milioni di dollari. Una delle cifre che descrivono il flusso globale del narcotraffico. L’1,5% del PIL mondiale e sempre più contendenti che provano a spartirsi il bottino. I capi assomigliano sempre più a imprenditori e non solo a sicari spietati. Senza idealizzare troppo gli aspetti manageriali del narcotraffico, ben illustrati in film come <em>Savages</em> e <em>Traffic</em> o in serie come <em>Breaking</em> <em>Bad</em> e la colombiana <em>El</em> <em>cártel</em> <em>de</em> <em>los</em> <em>sapos</em>, resta pur vero che nel capitalismo globalizzato a ogni mercato e a ogni domanda corrispondono offerte e stimoli per la produzione connessi a livello internazionale. L’uso della violenza è strutturale, vista l’assenza di garanzie contrattuali e legali, per cui gli affari si basano su equilibri instabili, sul potere di minaccia, sui vincoli familiari e sul rispetto, ma anche sulla permeabilità e connivenza delle istituzioni e delle forze di polizia. La differenza con altri commerci è banale ma essenziale: la cocaina è illegale, e lo sono la sua produzione, distribuzione e consumo. Pertanto, l’uso della forza e il potenziale di fuoco diventano determinanti per “regolare” le transazioni nel mercato, non essendoci altro sistema “legale” o condiviso per farlo.</p>
<p>La foglia di coca si coltiva praticamente solo in Colombia, Bolivia, Perù ed Ecuador. Nell’ultimo lustro la Colombia ha perso la sua tradizionale leadership in favore del Perù. Secondo i dati del <em>think</em> <em>tank</em> Insight Crime, nel 2010 i 53.000 ettari peruviani di coltivazioni di coca assicuravano 325 tonnellate di cocaina pura, 60 in più rispetto a quanto si ricavava dai 100.000 ettari coltivati in Colombia. Nel 2012 l’estensione delle coltivazioni in Colombia è scesa del 50%, mentre in Perù la cifra arrivava a 60.000 ettari. L’Ecuador è defilato rispetto agli altri. Il ciclo del denaro originato da una foglia, convertita in stimolante per trecentotrenta milioni di potenziali consumatori, comincia nell’illegalità e poi rientra nel sistema, circola, si ripulisce e si ricicla. La produzione totale s’è stabilizzata intorno alle mille tonnellate all’anno.</p>
<p>Il Messico è diventato il centro del mondo, il nucleo dei flussi che lo attraversano passando per le Ande, gli Stati Uniti, l’Europa, la Russia, l’Africa, l’Oriente e l’Oceania. Le principali vie della droga, segnalate da Ameripol e la UE, sono almeno sei. La <em>ruta</em> settentrionale parte dal Sud America, passa dai Caraibi e finisce in Spagna e Portogallo, porte d’Europa. Quella centrale è simile ma più diretta, dato che dal Venezuela alla penisola iberica c’è solo uno scalo alle Canarie o a Capo Verde. La via africana va dal Sud America, specialmente dal Brasile, a paesi come la Liberia, la Nigeria, la Costa d’Avorio, il Ghana, il Togo, la Sierra Leone, la Guinea, la Guinea Bissau e il Senegal per poi tagliare il Sahara e il mar Mediterraneo verso nord.</p>
<p>La via nordamericana attraversa l’America centrale, con scali e ponti aerei in Nicaragua e nel “triangolo della morte”, formato da Guatemala, Honduras ed El Salvador, e arriva negli usa percorrendo il Messico. Altri flussi circumnavigano l’Africa e, toccando il Capo di Buona Speranza, nella Repubblica Sudafricana, e il Madagascar, imboccano il Canale di Suez e sboccano in Europa e in Russia passando dalla Turchia. Altri ancora prendono la via del Balcani: dalla Turchia, la Romania e la Bulgaria all’Italia, la Russia e agli stati nordeuropei. Le sostanze si mimetizzano come medicine e pastiglie comuni, si nascondono in pacchi inviati per posta e nei container, s’occultano nei bagagli o negli stomaci delle <em>mulas</em>, cioè di persone al soldo delle narco-organizzazioni. Infine ci sono vie aperte dall’Asia. I punti di partenza sono i paesi coltivatori di papavero della mezzaluna d’oro, cioè l’Afghanistan, l’Iran e il Pakistan, e quelli del triangolo d’oro, Birmania, Laos e Tailandia.</p>
<p>Le strade che prendono i loro oppiacei d’esportazione passano dal Medio Oriente, dalla Turchia e dai Balcani per giungere in Europa meridionale e settentrionale. Altre scendono a sudest verso l’Australia oppure vanno a nord per arrivare alle grandi città della Russia attraverso le repubbliche ex sovietiche del Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan. Infine le vie asiatiche portano anche in Africa, dove confluiscono in quelle dirette verso l’Europa, e in India, Cina e Giappone. Per chiudere il cerchio, esiste un flusso interessante che solca il Pacifico: dal Sud America specialmente la coca viaggia verso Australia, Nuova Zelanda, Cina e Giappone e dal Sudest asiatico agli Stati Uniti.</p>
<p>Le transnazionali mafiose sono globali. Il valore della <em>blanca</em>, la <em>falopa</em> o <em>el</em> <em>polvo</em>, come è chiamata in spagnolo, s’incrementa esponenzialmente nei vari passaggi della catena: tra il contadino delle Ande, la mula che ingerisce e tra- sporta, il boss di una zona o di una <em>plaza</em>, il parigino di classe media o il magnate post-sovietico ci sono differenze che spiegano le plusvalenze della coca nel suo avventuroso cammino verso le narici. Lo status di pressoché totale illegalità di cui “godono” la marijuana, gli oppiacei come la morfina e l’eroina o le metanfetamine, definito da norme proibizioniste e punitive della produzione, della vendita e del consumo, sommerge i traffici nella clandestinità e procura extra benefit importanti ai padroni del mercato, ai più efficienti e violenti.</p>
<p>Un <em>periquito</em> o <em>escopetazo</em>, cioè una “striscia” in spagnolo, con un grammo di polvere di buona qualità costa sui 2-3 dollari a Cali, Colombia, e 6 in Argentina, al dettaglio. Aumenta a 10 dollari in Messico e arriva a 120 e oltre negli usa. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (Unodc, United Nations Office on Drugs and Crime), il grammo viene sui 100 dollari in Italia e 96 in Svizzera, mentre in Brasile ne costa solo 12. I paesi più cari sono la Nuova Zelanda e l’Australia con cifre altissime di 311 e 285 biglietti verdi rispettivamente. A seconda della purezza e del target può arrivare fino a 700 dollari. Ciononostante si registra un boom della domanda in quelle terre.</p>
<p>Mass media alternativi, movimenti sociali, settori dell’accademia e dell’opinione pubblica cominciano a discutere dei narco-capitali che irrorano la finanza statunitense, della corruzione che la permea e della possibilità della regolazione come passo avanti rispetto al proibizionismo assoluto, un cammino seguito dagli stati del Colorado, dell’Alaska e Washington che hanno legalizzato l’uso ricreati- vo della marijuana. Paradossalmente, mentre negli States s’implementano misure in senso antiproibizionista senza troppi scandali, piovono critiche a iosa contro l’Uruguay che decide di fare più o meno la stessa cosa. Ed è invece poco lo spazio mediatico dedicato alle responsabilità del sistema e alle vittime dei conflitti che la repressione e la guerra alle droghe, impulsata <em>in</em> <em>primis</em> dagli usa, provocano.</p>
<p>Soprattutto riguardo al caso messicano sono tanti i pezzi del puzzle da sistemare: gli abusi della polizia a tutti i livelli, il tema della narcoguerra, la lotta militarizzata ai cartelli della droga intesa come catastrofe strategica e umanitaria, la compenetrazione tra <em>narcos</em> e apparati statali, i diritti umani calpestati e le ferite sociali degli ultimi anni, l’ipocrisia della guerra alle droghe, della DEA e della CIA, la corruzione dei giudici, dei politici, dei funzionari, degli agenti di frontiera e dei burocrati messicani e statunitensi, che hanno stimolato la crescita del “problema” e s’arricchiscono alla faccia della retorica ufficiale.</p>
<p>Il filo rosso che lega i punti più remoti dei cinque continenti e le storie di volti più o meno noti della <em>mexican</em> <em>mafia</em>, della Colombia, dell’Italia e di altri paesi è la coca. Sono le metanfetamine che si consumano e diffondono sempre più e collegano luoghi, nomi, territori, vicende e personaggi che sembrano isolati e invece sono ingranaggi, spesso inconsapevoli, di un meccanismo globale. Oltre alle denunce relative alla narco-trama mondiale, in Messico il giornalismo narrativo e di ricerca si scaglia soprattutto contro i sistemi politico e giudiziario, contro la corruzione di esercito e polizia, criticando altresì le ingerenze esterne nella “guerra alle droghe”. Le voci della società civile denunciano la mancanza di controlli sociali, legali e patrimoniali, così come le protezioni e le complicità che costituiscono lo sfondo comune di tutte le storie e le tragedie messicane dagli anni Ottanta a oggi.</p>
<p>&#8212;</p>
<p><em> Fabrizio Lorusso, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8862882793/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8862882793&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">NarcoGuerra</a>. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga </em>(Odoya, 2015).</p>
<p>Il prologo del libro, di Pino Cacucci si può leggere <a href="https://www.carmillaonline.com/2015/06/03/narcoguerra-cronache-dal-messico-dei-cartelli-della-droga/" target="_blank">su Carmilla</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>L&#8217;eccezione  salvaje del libro messicano</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/03/16/leccezione-salvaje-del-libro-messicano/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2015 06:23:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[librerie]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Raveggi Interrogato sul mondo del libro e dei luoghi frequentati dagli autori e dagli appassionati di libri a Città del Messico, non posso che menzionare a premessa quanto segue. Prima di tutto: Città del Messico è ben più letteraria di una pagina di Bolaño sulla sua Città del Messico letteraria – mi  riferisco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di<strong> Alessandro Raveggi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-51958 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreria-villanueva.png" alt="libreria villanueva" width="469" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreria-villanueva.png 469w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreria-villanueva-284x300.png 284w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Interrogato sul mondo del libro e dei luoghi frequentati dagli autori e dagli appassionati di libri a Città del Messico, non posso che menzionare a premessa quanto segue. Prima di tutto: Città del Messico è ben più letteraria di una pagina di Bolaño sulla sua Città del Messico letteraria – mi  riferisco ovviamente a <em>Los detectives salvajes</em>, uno dei pilastri della letteratura del XXI secolo, da me letto e acquistato agli inizi degli anni Zero a Granada e solo dopo 7 anni rivissuto magicamente e visceralmente nella carne e nelle ossa dei miei anni al Distrito Federal. E questo non significa che il suo universo sia costellato da un fiorire esoso di librerie indipendenti resistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna anzi riconoscere che delle librerie menzionate da Bolaño solo una alla fine sopravvive alla storia e alla finzione: la Libreria del Sotano (una catena libraria, tra l’altro). La Libreria Mexicana sostituita da una rosticceria, la Libreria Pacifico non c’è più  o forse non è mai esistita, così come la Libreria Baudelaire. Resiste la gloriosa Calle Donceles, con le sue librerie dell’usato alcune risalenti agli anni 50.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, non si può dire che il mondo del libro messicano sia in crisi, affatto: per scrivere di o frequentare il mondo degli scrittori messicani bisogna spesso però avere palati adeguati e stomaci foderati. Bisogna saper camminare e conversare ebbri. Aggrapparsi agli autobus scalcagnati e respirare il loro sudore metallico. Mangiare <em>tacos</em> nocivi in strada, bere allappante <em>pulque</em>, bere birre artigianali o commerciali e sciape in grande copia. Frequentare l’università pubblica (tanto è gratuita), le feste nelle case mezze eleganti e mezze diroccate del centro storico o di Coyoacán, le piazzette del quartiere Roma con le copie scure di un David o le copie di uno pseudo Rodin, animate dai mercati dell’agricoltura biologica e del riciclo e del uso consapevole di qualsiasi cosa si possa usare. Aggirarsi nelle domeniche pomeriggio nel turistico centro storico a far la fila davanti all’ennesimo festival del libro, file chilometriche come fossero ad un concerto pop ed invece stiamo per entrare ad un incontro con Paco Ignacio Taibo II.</p>
<p>La letteratura nel Distrito Federal è fatta d’eccezioni <em>salvajes</em>, anche nei casi apparentemente canonici. E d’altronde della topografia letteraria dei <em>Detectives</em> ci sono rimasti evidenti due grossi pilastri: il Cafè Bucareli e il Cafè Quito (nella realtà: il Cafè Habana), due <em>cantinas</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo così un po’ di districarci in veri e propri casi unici, eccezionalità che hanno a che fare anche con l’Italia: librerie di editori-Stato, <em>cafebrerias</em>, biblioteche universitarie foderate di <em>murales</em>, indipendenze italiche, festival del libro ovunque, e soprattutto barretti e balere.</p>
<p> <img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-51959 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/culturaeconomica-1024x768.jpg" alt="culturaeconomica" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/culturaeconomica.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/culturaeconomica-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/culturaeconomica-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>Il Grande Padre.</strong><br />
<strong>Le librerie del Fondo de Cultura Economica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi catena libraria per tutta l’America Latina e persino a New York, inoltre casa editrice e libreria istituzionale, di “regime” si direbbe qui da noi, il Fondo de Cultura Economica (di seguito FCE) ha per anni – oramai cento? – consentito a che gli illetterati di tutto il Messico post-rivoluzionario potessero cibarsi di cultura a bassissimo prezzo e buona qualità di stampa, da Balzac a José Rueveltas, da Maupassant a Vargas Llosa e ovviamente gli immancabili colossi Rulfo, Fuentes e Paz. La casa editrice è forte ora soprattutto sulla filosofia e la critica – editore di Zizek, per intenderci – sebbene pubblichi ancora i classici, e snobbi sovente la narrativa contemporanea (fermo restando che ha una delle collane di poesia contemporanea più belle del Messico, peccato che pubblichi poeti laureati over 60 o macabramente defunti da poco). Le librerie del FCE sono pressoché asettiche, bianche rosse e grigie in genere, ma ben fornite, distribuite tra parchi verdeggianti e <em>avenidas</em> da sud a nord della Città. È sempre un piacere incontrarle – forse di più se sei uno scrittore straniero residente, proveniente da un paese dove la cultura ha smesso di fare sistema, di essere cosa democratica obbligatoria da diversi anni. E soprattutto è un piacere per i professori della Universidad Nacional Autonoma de México, che, come io ho fatto per alcuni anni, usufruiscono di un sconto cospicuo sugli acquisti. Da menzionare specialmente la Libreria Rosario Castellanos, nel quartiere Condesa, col suo programma ricco di presentazioni con 50-60 persone in media, e il suo spazio ampio che ricorda più la hall di un museo o aeroporto che una libreria vera e propria. Di autori, a bazzicarle, forse però non se ne trovano molti, nei pomeriggio piovosi dell’estate in Città: librerie di grandi acquisti ma fuggenti, vuoi anche perché non molte (che io ricordi) hanno bar o caffetteria acclusi dove <em>echarse un mezcal</em>.</p>
<p>Simili ma di tono inferiore le catene <em>Gandhi</em> (da ricordare però per intelligentissime campagne pro-lettura tramite banner giganteschi per tutta la città), <em>El Sotano</em>, <em>Porrúa</em> (e sicuramente dimentico qualcuna in più!).</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-51809 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros.jpg" alt="cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros" width="640" height="401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p><strong>Mangia (bene) leggi (bene) sogna (meglio). </strong></p>
<p><strong>Le <em>cafebrerias</em> di El Pendulo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simili o forse anche più fornite del Fondo de Cultura Economica, ecco quindi le librerie targate El Pendulo, o meglio le loro <em>cafebrerias</em>, librerie caffè che per programmazione, dettaglio e fornitura di libri farebbero impallidire qualsiasi tentativo nostrano di mischiare il pane e il companatico culturale. Immaginatevi una catena di librerie-caffè, con un teatro-auditorium dove ogni giorno suonano cantautori folk, o si presentano compagnie indipendenti, mentre tu te ne stai pranzo e cena ben serviti a mangiare prelibatezze messicane a la carte, <em>huevos</em>, <em>enchiladas</em>, hamburger con avocado, <em>chiles rellenos</em>, o un Manhattan a fine pomeriggio. Nessun possibile paragone. Anche qui, però, il mondo dei letterati, forse per snobismo forse per folla, non è molto visibile. Rimane solo lo straniero incantato che finalmente può leggersi un buon libro mangiando un buon pasto e bevendo un buon alcolico, tutto assieme, senza compromessi, fregature e specchietti per le allodole.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-51960 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11.jpg" alt="libreriamorgana11" width="540" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11.jpg 540w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 540px) 100vw, 540px" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p><strong><em>Independencia</em></strong><strong> Italiana. </strong><br />
<strong>Il caso della Libreria Morgana.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Città del Messico è una metropoli assolutamente à la page, la prima in linea retta ad acciuffare le mode newyorkesi e canadesi ed a trasformarle con il classico sincretismo messicano che rende spensierato l’arido concettualismo del design d’interni di bistrot e cafè e sushi bar: una città dove un ottico fa vernissage d’arte, un corniciaio ospita una galleria temporanea, un parrucchiere vende vestiti usati anni ’70, un fruttivendolo vende t-shirt di Banksy. Una città solcata da tensioni e rivolte, da continue manifestazioni e picchetti, da ventenni agguerriti e neo-zapatisti, da <em>estudiantes enojados</em> e femministe spunzonate di piercing dal collo tatuato e le braccia poderose. Ciononostante, non si trovano librerie indipendenti nella città, pensate cioè in quanto tali. Forse perché i luoghi di culto del libro sono esplosi ovunque e non necessitano di piccoli ricettacoli o santuari. Fioccano, quello sì, librerie dell’usato, ed anche ben condotte: ne prendi una a caso, entri e chiedi, come mi è successo, un’edizione in spagnolo di Carlo Coccioli, e ti dicono “Certo, <em>Cossióli</em>!” – così lo pronunciano – “abbiamo diversi libri suoi. Ricordo ancora quando scriveva nel <em>El Excelsior</em> in prima pagina, un eccentrico!” (Vai a fare la stessa domanda ad un qualsiasi libraio italiano e ti dirà “Coccioli chi?”).</p>
<p style="text-align: justify;">Se dovessi pensare ad una libreria indipendente come io la intendo – la versione aggiornata della vecchia idea di libreria polverosa con il libraio ben assiso al suo centro, il genere di libreria dove il librario è quell’esperto jongleur di saperi con il quale approfondire sulle ultime uscite delle case editrici medio-piccole e magari fare un po’ di gossip cultural-letterario – non ne troverei di evidenti. O se dovessi pensarci bene, una l’ho frequentata, sebbene un po’ di traverso o ad uso e consumo accademico (ora capirete perché): l’unica libreria indipendente che in effetti conosca è quella curata da Clara Ferri, traduttrice e docente di traduzione alla Università pubblica, la Libreria Morgana di libri italiani, nella Calle Colima del quartiere Roma. La mia frequentazione è stata scarsa vuoi perché la full immersion latinoamericana mi imponeva l’acquisto di libri in spagnolo, dei Sada, dei Rulfo, degli Ibargüengoitia, vuoi perché spesso grosse casse di libri mi arrivavano dall’Italia, ad omaggio o in acquisto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il catalogo della Morgana è ben fornito, particolarmente legato all’aria di sinistra radicale (vedi ad esempio alla voce Wu Ming e il gruppo di scrittori attorno a <em>Carmilla</em>, in primis ovviamente Valerio Evangelisti) e sorprende l’attenzione per il contemporaneo – utile specie per i miei corsi di letteratura e seminari in città. Un punto di riferimento per docenti e italiani intellettuali residenti a Città del Messico – come i bravi giornalisti d’inchiesta Fabrizio Lorusso e Federico Mastrogiovanni – anche per un lampante impegno politico che li caratterizza e che li aggruppa con determinazione e brio.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-51813 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bibl_central.jpg" alt="bibl_central" width="500" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bibl_central.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bibl_central-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><strong>Passare alla Storia (e alle Lettere). </strong><br />
<strong style="line-height: 1.5;">Le biblioteche della UNAM.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se volete invece incrociare Jorge Volpi, Fabio Morabito o uno stuolo di poeti, pensatori e filosofi messicani viventi il consiglio è quello di far un salto alla Biblioteca Central della Universidad Nacional Autonoma de México adiacente la Facoltà di Filosofia e Lettere. Oltre a vivere a pieno la gioventù messicana agguerrita, ridanciana, sensuale e attentissima sui libri di Ricoeur e Derrida, Negri e Bachtin, respirerete, affacciandovi dai finestroni, un po’ lo spirito del Bolaño di <em>Amuleto</em>, in un luogo che per estensione e valore è una vera e propria torre eburnea del pensiero latinoamericano che si scorgerebbe idealmente dalle terre europee d’oltreoceano. Un pomeriggio in Biblioteca e vi sentirete osservati come stranieri, accolti come amici e pensatori, inghippati in mille ragionamenti e suggestioni e attratti – se ancora ci sono – dalle bancherelle di libri usati che precedono l’entrata in Biblioteca e in facoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi potete anche sdraiarvi sull’erba a leggere o semplicemente ad annusare l’aria tersa di certe giornate trasparenti non rare nella pur sempre inquinata Città del Messico, la grande spianata delle cosiddette <em>islas</em> farà al caso vostro – il consiglio è di affrontarle con una buona protezione solare, a dare un tocco di inadeguatezza particolare alle vostre pose d’intellettuale bianchiccio. Lì potreste tra l’altro incontrare anche il buon Eugenio Santangelo, magrissimo, col suo sguardo serio sempre pronto a farsi mutare dalla spinta di un sorriso sornione, uno dei fondatori della fu rivista underground bolognese <em>Tabard</em> e ora uno dei più ferrati esperti e ricercatori accademici su Bolaño in Messico e non solo. Poi vi volterete, farete dei passi indietro, e noterete che dietro Eugenio si staglia l’enorme e futuristico <em>mural</em> di Juan O’Gorman che ricopre le pareti della Biblioteca Central.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-51814 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/festivalmessico.jpeg" alt="festivalmessico" width="620" height="413" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/festivalmessico.jpeg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/festivalmessico-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/festivalmessico-120x80.jpeg 120w" sizes="(max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p><strong> </strong><strong>Fiumane ai festival nelle piazze storiche. </strong><br />
<strong>Il successo scomposto dei festival del libro</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fiumane di persone in tuta sportiva con berretti e cappucci da baseball, di anziani con le vene varicose, di giovani rasati ai lati delle tempie, di bambini obesi, attendono in fila per le strade del Centro Historico al mattino di una domenica qualsiasi: sotto ombrelli, sotto k-way, per la pioggia o per il sole, sventaglianti ventagli per il caldo arso e manducanti panini portati da casa: stanno aspettando di entrare dove? In un acquario? In un museo gratuito? In un’attrazione pirotecnica di massa? In una conferenza stampa di Jared Leto? No, in un festival del libro nuovo o usato! In uno di quei tendoni librari che si montano ogni mese nel Zocalo, la sterminata piazza centrale della capitale centrale, a pochi passi dalle rovine del Templo Mayor, oppure dentro al Palacio de Minerias. Oppure ancora, ritornando alla UNAM, nel giardino del campus, aperto anche la domenica per fare jogging, passeggiare, far pratica da principianti con l’auto, o andare al teatro, al ristorante, al centro d’arte contemporaneo MUAC (altre eccezionalità messicane, di cui ora non parlerò). L’osservatore straniero verrebbe a rompere l’idillio con le classiche domande di spocchia del tipo: “Sì, ma quanto leggono i messicani? Quanto sanno? Quanto studiano? Che tipo di educazione? Servono a qualcosa questi festival? Che tipo di scrittori vengono presentati?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Io guardo queste fiumane bizzarre venute ad adocchiare i libri, a volte di edizioni pessime, usato di bassa lega, altre volte di autori contemporanei e degne della più internazionale Fiera del Libro di Guadalajara, e me ne beo, lasciandomi alle spalle tutta la presunzione dottrinale e quantificante, e l’accademismo educato italiano e europeo. Queste file sono un bel vedere per uno che i libri li scrive e l’insegna: un segno di rispetto intellettuale involontario, che manca spesso in Italia, per chi magari non esce la domenica e sta sulle sudate carte e sente di essere sempre più marginato da una società dove tutti vogliono fare gli scrittori e gli artisti, mentre i governi negli anni tagliano fondi alla cultura, non esistono un sistema di borse di studio per artisti, e nessuno alla fine legge o va alle mostre d’arte contemporanea. Un’eccezionalità inversa, poco selvaggia, delle mie terre – con qualche recente miglioria visibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-51815 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-1024x677.jpg" alt="alemessico" width="700" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-1024x677.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-900x595.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico.jpg 2048w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong><em>A donde van los escritores? </em></strong><br />
<strong>Le <em>cantinas</em>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Paola Tinoco è la rappresentante messicana della casa editrice Anagrama (che è quella di Bolaño, di Sada, di Mario Bellatin, di Bernhard, di Auster, di Tabucchi, ma anche di Calasso e Ammanniti). Ho conosciuto Paola tramite un amico poeta e gran bevitore che collaborava con la rivista <em>Letras Libres</em>. L’ho conosciuta al bar, non in libreria, o ad una presentazione di libri. Interrogata ultimamente da me sui luoghi letterari della città, ha sbottato con una sberla verbale: “Alessandro, pare che tu non abbia vissuto nella Colonia Roma, cazzo!” E si riferiva alle <em>cantinas</em>, ai barracci frequentatissimi da scrittori e intellettuali messicani. José “Pacho” Paredes, bassista storico del gruppo rock <em>Maldita Vecindad</em>, direttore del Museo El Chopo ed ex direttore della bellissima esperienza di festival internazionale di poesia Poesia en Voz Alta, anche lui cita le <em>cantinas</em>: “Gli scrittori e letterati messicani vanno nelle <em>cantinas</em>”, mi dice, “Fadanelli si vede spesso al ristorante Xel-ha nella Roma, molti vanno al Cafè Habana, quello dei poeti <em>infrarrealistas</em>, di Bolano, per intenderci”. Le poche volte che ho incrociato scrittori messicani li ho effettivamente incrociati “in borghese”, cioè svaccati a giochicchiare con le bottiglie e i tappi di bottiglia in una tavolata ridanciana. La Luiselli, Yuri Herrera, quando passano dal D.F., sicuro li trovereste in questi posti in compagnia di un Tryno Maldonado, di un Juan Villoro, di un Alberto Chimal.</p>
<p style="text-align: justify;">E come sono queste <em>cantinas</em>? Degne se non peggiori di quelle spagnole, simili per certi versi, come quella che ho più frequentato, il Salón Covadonga (anche perché a 100 m da casa mia), a polverose balere incrostate di vecchia storia iberica, di nicotina, di suppellettili pigolanti in legno, o a volte tipo circoli ricreativi culturali ARCI toscani anni 70 con maxischermi per le partite. Gli scrittori le trovano autentiche, sbottonate, senza pretese, economiche (ma non sempre, vedi il menu del suddetto Covadonga che ti spella il portafoglio con cattiveria), vicine a quello spirito di <em>desmadre</em> e <em>relajo</em> che troviamo in Bolaño e che è tipico delle classi medio basse locali anche quelle che più si avvicinano alla bohème. Gli scrittori le preferiscono di gran lunga ad una rinfighettata libreria cool del francofono quartiere Polanco, o alle precedenti librerie del Fondo e del Pendulo, con i loro interni ben studiati.</p>
<p>“L’artefazione lasciamola nei libri”, paiono pensare e volere.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui si chiude, incompleta, brindando al martedì o al giovedì sera sotto indocili neon e amabili <em>carcajadas</em> (le risate fragorose dei messicani), la mappa esplosa della <em>salvaje</em> distribuzione dei luoghi e dei libri e delle loro passioni nella mia Città del Messico.</p>
<p>Consigliatissima per i palati e i globi oculari rinsecchiti di noi europei.</p>
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		<title>Messico e Male; 2666 anni con Roberto Bolaño</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2014 08:49:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek L’invito a partecipare al vostro &#8220;Seminario sul romanzo&#8221; mi ha suggerito una scelta istintiva e immediata. 2666 di Roberto Bolaño era l’ultimo libro incontrato dove la fatica di attraversare la lettura coincideva con lo stupore infinito che il romanzo fosse ancora capace di rinnovarsi in modo tanto spericolato e necessario. So bene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/juarez.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/juarez.jpg" alt="juarez" width="263" height="191" class="alignleft size-full wp-image-47302" /></a></p>
<p>L’invito a partecipare al vostro &#8220;Seminario sul romanzo&#8221; mi ha suggerito una scelta istintiva e immediata. <em>2666</em> di Roberto Bolaño era l’ultimo libro incontrato dove la fatica di attraversare la lettura coincideva con lo stupore infinito che il romanzo fosse ancora capace di rinnovarsi in modo tanto spericolato e necessario. <span id="more-47298"></span><br />
So bene di non trovarmi sola con questa percezione. Roberto Bolaño è diventato un autore cult con l’aureola dell’artista dalla vita irregolare e morte prematura, una rara primizia di maledettismo aggiornato dove la biografia è percepita come garanzia e giustificazione di un’eccentrica (e “autentica”) grandezza letteraria. Ma non è questo il cardine della passione che condivido con molti scrittori, la passione che fa di Bolaño uno <em>writers’ writer </em> secondo modalità più profonde e vincolanti di quanto il termine non implichi di solito: non una penna così ardua e innovativa oppure sottile e raffinata da farsi riconoscere in primo luogo dai propri simili, senza che tale riconoscimento costringa a un confronto con la propria concezione letteraria.<br />
Roberto Bolaño è uno scrittore che mette in crisi grazie a un’opera che scardina le nostre idées reçues; un “riapritore di giochi”, come lo chiama Nicola Lagioia nel saggio dedicato a <em><a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/uno-scrittore-per-il-ventunesimo-secolo/">Uno scrittore per il ventunesimo secolo</a></em> .<br />
“Mi trovo d’accordo sul fatto che Bolaño sia un riapritore di giochi, che rappresenti cioè, malgrado vi abbia sostato per soli tre anni, il primo vero grande scrittore del XXI secolo. Credo tuttavia che l’”apertura” verso qualcosa di diverso, di nuovo, di finalmente rivitalizzante per il mondo letterario giunto pieno di ansie sull’orlo estremo del Novecento, cominci non solo prima di <em>2666</em> ma anche prima de <em>I detective selvaggi</em>, come minimo da quei magnetici piccoli ambigui affascinanti manufatti che sono i racconti di <em>Chiamate telefoniche</em>. Se c’è qualcosa attraverso questi libri che Bolaño riesce invece a chiudere (crudelmente, inesorabilmente; non sappiamo nel futuro ma di certo per l’intero lunghissimo decennio che ci separa dall’11 settembre newyorkese) è il robusto predominio che la letteratura statunitense fin de siècle era riuscita legittimamente a esercitare. Tra il 1990 e il 2001 negli USA vengono pubblicati libri magnifici come <em>Il teatro di Sabbath</em>, <em>Underworld</em>, <em>Pastorale americana</em>, <em>Cavalli selvaggi</em>, <em>Oltre il confine</em>, <em>Infinite Jest</em>, <em>L.A. Confidential</em>, <em>La macchia umana</em>… A seguire, però, c’è un imprevisto crollo creativo trattenuto (e forse ancor più fragoroso per questo) su un altissimo e per certi versi inutile livello medio grazie alla rete di protezione intessuta dalle trascorse lezioni di maestri quali Roth, MCarthy, Pynchon, DeLillo. È proprio da questo vuoto improvviso che i più attardati di noi hanno cominciato a sentire l’eco (e la novità) che i libri di Bolaño stavano in realtà irradiando già da qualche anno, e che lo stavano portando a primeggiare grazie anche al fatto di muoversi proprio nei territori sui quali la narrativa nord-americana iniziava a mostrarsi più debole.”</p>
<p>Nell’incontro con gli studenti di Rovereto, anch’io ho voluto mettere a fuoco questo aspetto a partire da <em>2666</em>, il romanzo dove le riaperture si fanno più evidenti (e non solo rispetto all’orizzonte statunitense chiamato in causa da Lagioia).<br />
Sono anni che in Italia si dibatte su filoni di poetica intesi come alternativi, anzi vicendevolmente escludenti: l’opzione realista, aggiornata in formule come il “ritorno al reale” o “docufiction”, rivalutata come veicolo necessario di engagement, contrapposta a barocchismi postmoderni, filiazione libresca e citazionista, ma anche alla “restaurazione” del romanzo neo-borghese. Narrazioni che decidono di veicolare preoccupazioni contenutistiche attraverso le gabbie di noir o thriller si scontrano con la convinzione che la vera letteratura debba fondarsi sulla ricerca formale quasi sempre identificata con la scrittura e con lo stile.<br />
Ma applicate a Bolaño e soprattutto a <em>2666</em> queste dicotomie si sfarinano.<br />
Il romanzo si apre con “La parte dei critici”, fantasmagoria di un universo metaletterario e quasi parodia della “campus-novel”, per sprofondare nel nucleo centrale “La parte dei delitti”, dove finiscono fusi elementi di giallo, cronaca giudiziaria e docufiction.<br />
La “parte dei delitti”, l’enorme blocco centrale verso cui la narrazione converge come una materia siderale risucchiata verso un buco nero, possiede le dimensioni di un poderoso romanzo a sé stante. Il protocollo sempre uguale della scomparsa dei corpi usa-e-getta di donne e bambine vi funge da palinsesto. Discariche, deserto, grandi SUV dai vetri oscurati, <em>maquiladoras</em>. La rappresentazione della violenza sessuale estrema passa attraverso la ripetizione ad nauseam degli assassinii, facendosi mimesi quasi pornografica della disumanizzazione delle vittime seriali. I filoni narrativi che veicolano sviluppi di storia e quindi di senso non possono che presentarsi come presenze fossili dentro un’oscura colata lavica. Circondati dall’iperrealtà oscena e opaca di stupro e morte, i personaggi più corposi diventano fantasmatici; vuoi che siano frutto di palese invenzione come il ragazzo dal nome Lalo Cura (da la locura, la pazzia), vuoi che rimandino a persone esistenti come Sergio Gonzalez Rodriguez, l’autore di <em><a href="http://www.adelphi.it/libro/9788845920431">Ossa nel deserto</a></em> che per il suo lavoro d’inchiesta sul femminicidio ha rischiato a sua volta di finire ammazzato. La realtà messicana spinse Gonzalez Rodriguez a abbandonare una produzione romanzesca sulle orme del “real maravilloso” e mettersi sulle tracce di accadimenti che oltrepassano l’immaginazione. Roberto Bolaño, che è forse in primo luogo il liquidatore di un certo realismo magico latinoamericano, riscatta il coraggio dell’amico fattosi “detective selvaggio” riprendendo nella propria opera tutte le ipotesi esposte in <em>Ossa nel deserto</em> con il distacco e il rigore necessario del giornalismo di denuncia.<br />
In un romanzo non si può solo congetturare, ma mettere in scena tutto. Si può dare corpo all’ipotesi che forse dietro alla macelleria femminile ci sia l’industria sacrificale degli snuff-movies e soprattutto l’alleanza tra narcos e rappresentanti dello stato messicano. Ma questo passaggio dal saggio al romanzo comporta un rischio di depotenziamento di cui Bolaño è pienamente consapevole. Perché quelle trame conservino tutta la scandalosa oscurità del male, perché non si riducano a controstoria complottistica, confezionata a misura di thriller, (genere al quale, in una certa misura, appartiene persino un romanzo di straordinaria qualità come <em>Il potere del cane</em> di Don Winslow), bisogna sottrarle alla ricomposizione in un mistery-plot che finisca per offrire una soluzione, non importa quanto orrenda. All’interno di <em>2666</em>, le spiegazioni restano tracce che affiorano per finire nel vuoto, riproducono un’impotenza conoscitiva. Portano un peso strutturale assai minore dell’elencazione delle centinaia di donne morte senza né verità né giustizia.<br />
Nella composizione del buco nero, l’istanza del romanzesco deve fallire, la realtà continuare a superare la fantasia del verosimile: la realtà di un male irriducibile perché concreto, anzi reificato. Discariche, deserto, Suv, maquiladoras, cadaveri di donne violentate. Il male è qualcosa che trascende ogni convocazione finzionale di significato perché si incarna in quelle vite cancellate, in quella carne morta finita in spazzatura.<br />
Il male ha spostato la sua frontiera più avanzata nel luogo esemplare di Santa Teresa &#8211; Ciudad Juarez, la bordertown dominata dal capitalismo delle fabbriche che producono in condizioni di sfruttamento per il mercato statunitense e in balia del potere criminale e corrotto messicano.<br />
Il male in Bolaño non è riducibile a una lettura storico-politica: però non esiste al di fuori della storia, dell’economia, della politica. Bolaño è uno degli eredi legittimi di Borges (Danilo Kiš è l’altro nome che mi viene da affiancargli) che ribaltano l’inquietudine metafisica dello scrittore argentino riportando il male alla sua radice fisica e, così facendo, affermano un’istanza storico-politica tanto radicale quanto del tutto interna ai loro testi.<br />
L’impianto della “parte dei delitti” è modulato sulla casistica del femminicidio dal 1993 al 1997 e include la vicenda ricostruita in <em>Ossa nel deserto</em> del presunto serial-killer posto sotto processo alla stregua di un capro espiatorio, dato che le uccisioni continuano durante la sua detenzione. La licenza maggiore che Bolaño si prende rispetto ai fatti mutuati dall’indagine di Gonzalez Rodriguez, riguarda la nazionalità dell’imputato: da egiziano, quale era nella realtà, diventa un tedesco naturalizzato statunitense. Klaus Haas, nipote del misterioso scrittore Benno von Arcimboldi sulle cui tracce si muovono i critici della prima parte del romanzo, spicca sin dalla prima apparizione perché inconfondibilmente straniero: biondissimo, quasi albino, altissimo come lo zio con il quale il lettore, seguendo la “detection” dei critici, è invitato a confonderlo sino alla comparsa del vero Arcimboldi, ossia Hans Reiter.<br />
Lo straniero diventa perno della “parte dei delitti”, perché i delitti possono essere addossati solo a chi è estraneo alla città, ma lo è anche alla maniera dello <em>Straniero</em> di Camus, l’imputato di omicidio indifferente a ogni sentenza. Klaus Haas, al contrario, si difende in tutti modi, sia con conferenze stampa e avvocati, sia imparando la legge del carcere fatta di esercizio della violenza e protezione del boss più potente; ma con Meursault, il franco-algerino che ha ucciso un arabo, lo accomuna il legame tra l’estraneità fisica e sociale (il gigante ariano con passaporto Usa) e l’estraneità esistenziale e metafisica. Nell’arco della sua incarcerazione, Haas manifesta l’ambiguo carisma di chi diventa tramite di un’altrove: nel luogo chiamato Santa Teresa, dove l’ispettore di polizia Juan de Dios Martinez sembra rimandare a San Giovanni della Croce, il detenuto è travolto da visioni alla Hieronymus Bosch, visitato da sogni apocalittici che fondono il deserti messicani a quelli biblici. La sua figura trascende la domanda della colpa, però facendogli incarnare un’aporia da cui non c’è via d’uscita: i gringos, le “razze padrone”, c’entrano con il male che si manifesta nel femminicidio, ma è il male stesso che vuole presentarli come unici colpevoli. La vittima non innocente Klaus Haas, ponte tra due continenti, è invece in contatto mistico con una forza oscura che possiede storia culturale, tradizione iconografica, origine.<br />
I critici approdano a Santa Teresa per incontrare l’uomo nascosto dietro lo pseudonimo del veneratissimo scrittore e scoprirne la storia. “La parte di Arcimboldi”, la quinta e ultima parte di 2666, che comincia con la Prima Guerra Mondiale e attraversa una buona parte del Secolo breve in Europa, sceglie di affidarsi a un registro predominante burlesco-grottesco, impastato di detriti culturali che finiscono virati verso il kitsch o addirittura verso il trash: il castello di Dracula dove si celebra un festino di baronesse, generali, scrittori e poeti di regime, ma anche i villaggi breugheliani alla soldato Šveijk (per esempio, il “villaggio delle Ragazze Chiacchierone”) dove Hans Reiter trascorre la sua infanzia.<br />
La cultura tedesca e europea asservita al nazismo (e allo stalinismo) ne è stata contagiata e corrotta, quindi lo strumento appropriato per mettersi sulle tracce di quel male coincide a tratti con il cattivo gusto. In mezzo alla lugubre carnevalata, Hans Reiter, il bambino-alga, il soldato che sogna di annegare felicemente nell’abisso, mantiene caratteri di umanità non grazie a un maggiore “realismo” concesso al personaggio ma agli elementi fantastico-favolosi che lo qualificano come creatura di un altro mondo.<br />
Nel dopoguerra Hans sceglie il suo n<em>om de plume</em> ricordando un cenno a Arcimboldo nei manoscritti trovati in una casa ucraina dalla quale il loro autore era stato deportato verso lo sterminio nazista. Quell’atto di conservazione e, al contempo, appropriazione di una vita cancellata, rimanda anche alla storia di Ivanov, scrittore sovietico di libri di fantascienza eliminato da Stalin, il cui autore in realtà era proprio l’ebreo Ansky. Il passaggio da Boris Ansky a Benno von Arcimboldi non si compie casualmente nel segno di Arcimboldo. Come è noto, i ritratti del pittore milanese sono in gran parte composti da nature morte. L’opera più significativa nel nostro contesto è probabilmente la tela denominata “Il librario”, l’uomo fatto di libri. Esistono però altri dipinti che trattano alla stessa stregua non più oggetti, fiori, frutti o animali, ma corpi umani. I volti di Adamo e Eva brulicano di nudi infantili che simboleggiano la progenitura della specie umana. Quell’allegoria grottesca si proietta in avanti, mentre il Benno von Arcimboldi di Bolaño compie il moto esattamente contrario: raccoglie in sé, ponendoli sullo stesso piano, i libri e i corpi scomparsi degli scrittori annientati. <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/adamo.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/adamo-150x150.jpg" alt="adamo" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-47300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/adamo-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/adamo-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/libraio.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/libraio-150x150.jpg" alt="libraio" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-47299" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/libraio-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/libraio-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><br />
Il male del passato si dischiude dunque come una matrioska nel personaggio finalmente ritrovato di Hans Reiter. Ma ciò accade nel luogo emblematico del male presente, nella città di frontiera divenuta fabbrica di morte a cielo aperto. C’è una linea genealogica, un’eredità precisa che, attraverso lo scrittore Arcimboldi, passa dal soldato della Wehrmacht a suo nipote. In più, la composizione dei cerchi romanzeschi mette in forma che non può esservi nessuna “parte dei critici”, nessuno spazio in cui la cultura possa pensarsi al di fuori o al di sopra del male, se questo, attraverso le epoche e i continenti, continua ad agire fisicamente come reificazione degli esseri umani, come schiavitù, barbarie e violenza.<br />
“La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie.”<br />
Sono queste le parole che Theodor Adorno scrisse nel 1949, quelle pervenute a noi nella semplificazione del precetto “nessuna poesia dopo Auschwitz”.<br />
<em>2666</em> di Roberto Bolaño è anche questo: un poema in prosa di mille pagine sul legame indissolubile di cultura e barbarie con cui il male ha varcato la soglia del ventunesimo secolo.</p>
<p>pubblicato in<em> Avventure da non credere; Romanzo e formazione</em> a cura di Walter Nardon; Università di Trento, 2013.<br />
Foto di <a href="http://www.shaulschwarz.com/">Shaul Schwarz</a> da Ciudad Juarez e appartenente al ciclo &#8220;Narcocultura&#8221;, da cui il fotografo ha tratto anche un documentario.</p>
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		<title>¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Messico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jul 2013 08:00:40 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[A cura di Ilide Carmignani, di Fabio Morábito (Dopo le prime puntate in Spagna e Argentina – qui, qui e qui – ecco un nuovo contributo per capire che ruolo giochi la nostra letteratura fuori dai confini nazionali. Questa volta esploreremo il Messico grazie a Fabio Morábito, poeta, romanziere, studioso, traduttore dell’Aminta del Tasso e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-46011" alt="05" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/05.jpg" width="550" height="355" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/05.jpg 550w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/05-300x193.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></p>
<p>A cura di <strong>Ilide Carmignani</strong>, di <strong>Fabio Morábito</strong></p>
<p>(<em>Dopo le prime puntate in Spagna e Argentina – <strong><a title="¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Spagna" href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/20/que-viva-la-traduccion-la-letteratura-italiana-in-spagna/">qui</a></strong>, <a title="¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Spagna 2" href="https://www.nazioneindiana.com/2013/04/27/que-viva-la-traduccion-la-letteratura-italiana-in-spagna-2/"><strong>qui</strong></a> e <a title="¡Que viva la traducción! – La letteratura italiana in Argentina" href="https://www.nazioneindiana.com/2013/06/01/que-viva-la-traduccion-la-letteratura-italiana-in-argentina/"><strong>qui</strong></a> – ecco un nuovo contributo per capire che ruolo giochi la nostra letteratura fuori dai confini nazionali. Questa volta esploreremo il Messico grazie a Fabio Morábito, poeta, romanziere, studioso, traduttore dell’Aminta del Tasso e dell’opera omnia di Eugenio Montale. Ilide Carmignan</em>i)<br />
<span id="more-46010"></span></p>
<p>Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua.</p>
<p>Una prova, che mi tocca da vicino, della sua abulia è questa: ho tradotto la poesia completa di Montale, che è stata pubblicata in Spagna da una delle case editrici più importanti (Galaxia Gutenberg), e qui all’Istituto a nessuno è venuto in mente di presentare il libro. Poi c’è il corso di laurea in Letteratura Italiana alla UNAM, che purtroppo ha pochi studenti. In genere la letteratura italiana in Messico è misconosciuta. I nomi che circolano sono sempre quelli: Calvino, Pavese, in anni più recenti Eco, Dario Fo, Tabucchi, ultimamente Camilleri&#8230; Si traduce poco, mi sembra.</p>
<p>Qui potrei sbagliarmi perché non seguo così da vicino il mercato editoriale, ma me lo conferma indirettamente il fatto che alcuni anni fa, quando la Fiera del libro di Guadalajara fu dedicata all’Italia, mi impegnai per far tradurre a molti dei miei studenti di Letteratura Italiana dei testi che poi sono stati pubblicati sulla rivista letteraria più nota di Guadalajara, <em>Luvina</em>, che ogni anno dedica un dossier completo alla letteratura del paese invitato alla Fiera. L’idea era che gli studenti si facessero conoscere come traduttori dall’italiano e quindi fossero poi facilmente reperibili dalle case editrici interessate alla letteratura e alla cultura italiana in genere. Ebbene, nessuno di loro è stato chiamato e per molti quella di <em>Luvina</em> è rimasta l’unica esperienza da traduttore professionista, il che è una prova dello scarso interesse di cui gode la nostra letteratura e cultura qui in Messico, ma io direi in America Latina in generale, eccetto naturalmente i casi dell’Argentina e dell’Uruguay, dove ho avuto modo di avvertire un notevole attaccamento alla cultura italiana. Si traduce poco, dicevo, e dovrei aggiungere: e non bene. I traduttori sono pochi e non proprio eccezionali, ma qui subentra anche una problematica di indole strettamente linguistica e cioè il fatto che la vicinanza tra spagnolo e italiano produce spesso traduttori fasulli.</p>
<p>L’Italia é un paese molto amato in Messico, soprattutto per ciò che ha fatto nel campo dell’arte, del cinema e della moda, e ovviamente per la rinomata bellezza del paese e per l’importanza della sua cucina, ma letterariamente se ne sa ben poco. Non dimentichiamo peraltro che in Messico si legge pochissimo, quindi quelli che sanno qualcosa di Calvino e compagnia sono persone molto istruite. In sintesi, la presenza dell’Italia in Messico è alquanto scarsa e nei quarant’anni in cui abito in questo paese la situazione sostanzialmente non è cambiata.</p>
<p><strong>Biografia</strong><br />
Fabio Morábito è nato nel 1955 ad Alessandria d’Egitto, da genitori italiani. Cresciuto a Milano, nel 1969 si è trasferito con la famiglia a Città del Messico. Ha pubblicato i libri di racconti: <em>La lenta furia</em> (1989, 2002; trad. tedesca 1998), <em>La vida ordenada</em> (2000) e <em>Grieta de fatiga</em> (Premio Antonin Artaud, 2006); un libro di prose a mezza via fra il saggio e l’invenzione, <em>Caja de herramientas</em> (1989; tradotto in Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti); due romanzi brevi per bambini, <em>Gerardo y la cama</em> (1986) e <em>Cuando las panteras no eran negras</em> (1996; pubblicato anche in Italia col titolo <em>Quando le pantere non erano nere</em>, Salani, 2001). Nel 2004, al termine di un soggiorno in Germania, ha dato alle stampe <em>También Berlín se olvida</em>, ritratto della grande città tedesca. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo: <em>Emilio, los chistes y la muerte</em>. Per la poesia, sono usciti: <em>Lotes baldíos</em> (1985; premio Carlos Pellicer. Tradotto in francese nel 2003); <em>De lunes todo el año</em> (1992; premio Aguascalientes), <em>Ocho poemas</em> (1997) e <em>Alguien de lava</em> (2002). In italiano è stata pubblicata la raccolta <em>Poesie</em>, tradotta da Stefano Strazzabosco (AUIEO 2005).</p>
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		<title>Guadalajara, un luogo comune</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2013 06:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[guadalajara]]></category>
		<category><![CDATA[José Clemente Orozco]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[(è arrivata finalmente l&#8217;estate e m&#8217;è venuta voglia di partire; come facevo una volta, per davvero!) di Gianni Biondillo Non ricordo chi scrisse che i giornalisti sono pezzenti che dormono in alberghi di lusso, ma credo che la definizione la si possa estendere anche agli scrittori. Sono a Guadalajara, invitato con altri colleghi alla Fiera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>è arrivata finalmente l&#8217;estate e m&#8217;è venuta voglia di partire; come facevo una volta, per davvero!</em>)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45855" alt="CIMG5679" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5679-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Non ricordo chi scrisse che i giornalisti sono pezzenti che dormono in alberghi di lusso, ma credo che la definizione la si possa estendere anche agli scrittori. Sono a Guadalajara, invitato con altri colleghi alla Fiera Internazionale del Libro, la manifestazione più importante del latino-America, e mi hanno dato una sistemazione al Plaza che è più grande del mio appartamento milanese. Non posso dire che i messicani non siano ospitali, insomma. C&#8217;è pure la bottiglia omaggio di tequila sul tavolo, cosa mi manca? È la prima volta che vengo in Messico e m&#8217;è toccata la regione che riassume  tutti i luoghi comuni messicani: sono originari del Jalisco i <i>sombreri</i>, i <i>poncho</i>, i <i>mariachi</i>, e Tequila è una cittadina di queste parti, dove è nato il famoso liquore. È come andare per la prima volta in Italia e vedersi catapultato in una pizzeria a Napoli, mentre uno vestito da pulcinella ti canta una canzona accompagnato da un mandolino. Roba da far mancare i sensi.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-45851 alignnone" alt="CIMG5682" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5682.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5682.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5682-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5682-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></p>
<p>Ovviamente, proprio per questo, cerco di stare il meno possibile in fiera e mi gusto la novità del viaggio, quando mi ricapita, insomma? C&#8217;è come una doppia anima in me: quella dell&#8217;architetto, la professione che ancora insisto a segnare sulla mia carta d&#8217;identità, e quella dello scrittore. Una sorta di dottor Jeckill e mister Hyde. Ogni volta che viaggio i due litigano: la parte razionale, logica, progettuale, organizzerebbe il viaggio fin nei minimi particolari, l&#8217;altra, quella più istintiva, andrebbe così alla ventura, come capita. Così è anche qui, a Guadalajara: giro per il centro con la guida in mano, consultando di continuo la mappa della città (e qui è l&#8217;architetto), ma ogni tanto mi viene l&#8217;istinto di chiudere il tutto di lasciarmi trasportare dal caso (e qui è lo scrittore).</p>
<p>Devo dire che l&#8217;arrivo in città non è stato particolarmente entusiasmante: Guadalajara è la seconda città del Messico, supera i 5 milioni di abitanti, ma più che l&#8217;aspetto di una metropoli ha quello di una smisurata periferia anomica, con edifici di uno-due piani, spalmati a perdita d&#8217;occhio ovunque e strade larghissime di lunga percorrenza. Una specie di scenario per un film fatto di inseguimenti di autovetture, all&#8217;americana. Fortunatamente il centro, per quanto piccolo, nobilita questa mia prima impressione. A partire dalla particolarità della Cattedrale che ha su ogni lato del suo perimetro una piazza, così da avere un particolare sistema di spazi pubblici, Las Cuatos Plazas, ognuno differenziato per attività e percorsi. E qui è l&#8217;architetto che parla. Ma lo scrittore si lascia affascinare da altro: dai lustrascarpe, ad esempio. Ce n&#8217;è dappertutto, chi portandosi dietro le cassette di legno con tutta l&#8217;attrezzatura, chi con degli appositi trabiccoli per far accomodare al meglio il cliente. Più che in un altro mondo mi pare d&#8217;essere in una bolla del tempo. Da quant&#8217;è che sono spariti dall&#8217;Italia i lustrascarpe?</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45852" alt="CIMG5685" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5685-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a></p>
<p>Mi incammino verso Plaza de Armas dove c&#8217;è il Palacio de Gobierno, qui nel XIX secolo fu dichiarata l&#8217;abolizione della schiavitù in Messico. Dentro al cortile prendo la scalinata principale e ho un vero e proprio shock: l&#8217;intero vano della scala è affrescato da un colossale murales di José Clemente Orozco, sulla mia testa campeggia sulla volta un enorme Miguel Hidalgo con una torcia fiammeggiante in mano, e io, che è la prima volta che vedo un opera dei tre famosi muralisti messicani (Orozco, Siqueiros e Rivera) quasi non ci credo, sono commosso fino alle lacrime. Ma devo andare oltre, non ho molto tempo a disposizione: supero la Plaza de la Liberaciòn, dove su un palco un gruppo di <i>mariachi</i> sta facendo cantare l&#8217;intera piazza,  butto un occhio vago all&#8217;atrio del  Teatro Degollado e mi immetto in Plaza Tapatia. Sto puntando verso l&#8217;Hospicio Cabañas, edificio neoclassico dichiarato patrimonio dell&#8217;umanità dall&#8217;Unesco nel 1997. È domenica mattina e ovunque, lungo la strada, c&#8217;è gente. Sono tanti, tantissimi: gruppi di amici, bambini, famiglie, anziani. I ragazzi giocano a schizzarsi dalle fontane, alcuni, addirittura si gettano vestiti nell&#8217;acqua. Mi guardo attorno e mi accorgo che per le maggioranza sono ragazzi. È un popolo giovane quello che vive questa città, un popolo vitale, spensierato, sembra lo struscio di una città di provincia, non di una metropoli di cinque milioni di abitanti.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45853" alt="CIMG5709" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5709-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a></p>
<p>Pago il biglietto ed entro in quello che era un monastero cattolico e ora è un museo. C&#8217;è un sole caldo che sembra far brillare di giallo la pietra arenaria delle mura. Poi entro nella piccola chiesa, anch&#8217;essa completamente affrescata da Orozco. È una sorta di cappella sistina del muralismo, i colori sono cupi e intensi, le figure deformi ed espressive. Mi emoziono, quasi sdraiato a terra, per meglio vedere le volte. Comprendo appieno quello che voleva dire Luis Cardoza y Aragòn, quando scriveva: “Los tres grandes grandes son dos: Orozco.”</p>
<p>Bene, la mia anima d&#8217;architetto, il mio Dottor Jeckill è soddisfatto. Mister Hyde no, per nulla. Hai voluto seguire la guida – sembra dirmi -, leggere, interpretare, studiare la mappa, seguire l&#8217;itinerario? Bene. Ora perditi. Ed è quello che ho fatto. In fondo solo così puoi conoscere davvero una città, quando fai strame della mappa, quando ti perdi nelle sue viscere. Che è la sensazione che provo girando per il caotico Mercato Libertad, una sorta di mercato rionale che vende qualunque cosa: scarpe, abiti, alimentari, argenteria, giocattoli, bevande&#8230; c&#8217;è una massa enorme di persone che contratta, vende, compra, gira curiosa, preme, struscia, mangia. Anch&#8217;io ho fame. Giusto il tempo di acquistare un regalo per mia moglie, uno scialle tessuto davanti ai miei occhi da una piccola india, e poi mi siedo al banco di una specie di self-service improvvisato dove ordino in piatto di <i>tacos</i> con gamberi. Passerò altri giorni a Guadalajara: visiterò il borgo coloniale di Tlaquepaque ormai inglobato nella periferia della città, mangerò indossando un <i>poncho</i> in un locale dal nome curioso, il Santo Coyote, che pare un villaggio vacanze per turisti, imparerò il modo corretto di bere <i>el tequila</i> da queste parti (accompagnato da un bicchierino di <i>sangria &#8211;</i> succo di pomodoro speziato), conoscerò l&#8217;entusiasmo degli abitanti di Guadalajara. Ma quella piccola solitudine di fronte al mio piattino di <i>tacos</i>, in mezzo allo sciamare vitale dei visitatori del mercato, quella, resterà forse il più intenso dei miei ricordi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-45854" alt="CIMG5712" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712.jpg" width="653" height="436" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712.jpg 653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/CIMG5712-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></a></p>
<p>(l&#8217;articolo uscì per un <em>V&amp;S</em> del 2009, ma non ricordo quale. Le fotografie sono mie)</p>
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		<title>Buon compleanno, Sergio Pitol</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2013 07:00:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; di Davide Orecchio Sergio Pitol compie 80 anni. Fioccano gli articoli e gli omaggi al più colto ed erudito degli scrittori messicani viventi, traduttore di Conrad, Gombrowicz, Nabokov, Austen e James, tra i primi a sperimentare l’autofiction, autore di racconti perfetti, romanzi indimenticabili, biografie letterarie, diari di viaggio. Un creatore di generi e “maestro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-45117" alt="elviaje" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/elviaje.jpg" width="700" height="783" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/elviaje.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/elviaje-268x300.jpg 268w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Sergio Pitol compie 80 anni. Fioccano gli <strong><a href="http://www.tiempoenlinea.com.mx/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=21822%3Ahomenaje-a-sergio-pitol&amp;catid=60%3Acultura&amp;Itemid=135" target="_blank">articoli e gli omaggi</a></strong> al più colto ed erudito degli scrittori messicani viventi, traduttore di Conrad, Gombrowicz, Nabokov, Austen e James, tra i primi a sperimentare l’autofiction, autore di racconti perfetti, romanzi indimenticabili, biografie letterarie, diari di viaggio. Un creatore di generi e “maestro involontario”, come <a href="http://www.pagina24zacatecas.com.mx/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=8131%3Ael-maestro-involuntario&amp;catid=48%3Aespectaculos&amp;Itemid=96" target="_blank"><strong>riconosce lo spagnolo Enrique Vila-Matas</strong></a>:</p>
<blockquote><p>“Pitol mi ha aperto porte, mi ha mostrato sentieri della letteratura e gli devo quello che sono e ciò che non sono. Lo considero il mio maestro”.<span id="more-45116"></span></p></blockquote>
<p>Giorni fa il <strong><a href="http://www.blogenriquevilamatas.com" target="_blank">blog di Vila-Matas</a></strong> si apriva così:</p>
<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-45120" alt="pitol_vila_matas" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_vila_matas.png" width="436" height="575" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_vila_matas.png 726w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_vila_matas-227x300.png 227w" sizes="(max-width: 436px) 100vw, 436px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pitol, Pitol, Pitol! <strong><a href="http://www.lja.mx/2013/03/festejan-80-anos-de-sergio-pitol-quien-hace-una-fiesta-de-la-literatura/" target="_blank">Festeggiato da Elena Poniatowska e Margo Glantz</a></strong>. Genitore di Roberto Bolaño, Juan Villoro, César Aira. Insignito del Premio Cervantes nel 2005. Autore di molte opere:</p>
<p><i>Tiempo cercado</i> (1959)<br />
<i>Infierno de todos</i> (1965)<br />
<i>Los climas</i> (1966)<br />
<i>No hay tal lugar</i> (1967)<br />
<i>El tañido de una flauta</i> (1973)<br />
<i>Asimetría</i> (1980)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-45118" alt="vida conyugal" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/vida-conyugal.jpg" width="700" height="933" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/vida-conyugal.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/vida-conyugal-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><br />
<i>Nocturno de Bujara</i> (1981)<br />
<i>Cementerio de tordos</i> (1982)<br />
<i>Juegos florales</i> (1985)<br />
<i>El desfile del amor</i> (1985)<br />
<i>Domar a la divina garza</i> (1988)<br />
<i>Vals de Mefisto</i> (1989)<br />
<i>La casa de la tribu</i> (1989)<br />
<i>La vida conyugal </i>(1991)<br />
<i>El arte de la fuga</i> (1996)<br />
<i>Todos los cuentos más uno</i> (1998)<br />
<i>Soñar con la realidad</i> (1998)<br />
<i>El viaje</i> (2000)<br />
<i>Todo está en todas las cosas</i> (2000)<br />
<i>De la realidad a la literatura</i> (2002)<br />
<i>Obras reunidas II</i> (2003)<br />
<i>Obras reunidas III</i> (2004)<br />
<i>El mago de Viena</i> (2005)<br />
<i>Trilogía de la memoria</i> (2007)<br />
<em>Autobiografía soterrada</em> (2011).</p>
<p><strong><a href="http://es.wikipedia.org/wiki/Sergio_Pitol#Su_obra" target="_blank">Wikilista</a></strong> cui aggiungo un gioiello: <i>Adicción a los ingleses. Vida y obra de diez novelistas</i> (2002), dove lo scrittore messicano ispanizza il proprio essere <em>addicted</em> agli anglosassoni regalandoci ritratti di Conrad, James, Dickens.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-45119" alt="adiccion" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/adiccion.jpg" width="700" height="933" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/adiccion.jpg 700w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/adiccion-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per <strong><a href="http://www.informador.com.mx/suplementos/2013/443125/6/sergio-pitol-el-arte-de-una-fuga.htm" target="_blank">alcuni</a></strong> <em>El arte de la fuga</em> (meticcio e archetipo del saggio e dell’autobiografia) ed <em>El Viaje</em> sono i suoi libri migliori. Altri preferiscono <em>El mago de Viena</em> oppure <em>Vals de Mefisto</em>. Affezionati lettori che frequentano, oltre alla spagnola, forse la lingua francese, forse la tedesca, forse l’inglese, ma non quella italiana, dove il <em>vita e opere</em> di Pitol si disidrata in questa prugna secca:</p>
<p style="text-align: center;"> <img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-45121" alt="pitol_italia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_italia.png" width="621" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_italia.png 887w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/pitol_italia-300x195.png 300w" sizes="(max-width: 621px) 100vw, 621px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Due libri, se non sbaglio (e spero di essermi sbagliato). E se non c’erano Sellerio e Nottetempo, neanche quelli. Eppure Pitol è un classico, un autore importante, un grande scrittore. Ora mi chiedo: cos’aspettano la Nuova frontiera, Edizioni Sur, la stessa Nottetempo, Sellerio e tutti gli altri a portarlo in Italia? Coraggio amici!</p>
<p>Si potrebbe cominciare proprio da<em> El Viaje</em>, che in questi mesi di euforia <em>limonoviana</em> saprebbe intercettare l’interesse del pubblico. È il racconto lungo (140 pagine) di un breve viaggio (due settimane, primavera del 1986) nel disgelo sovietico compiuto dall’ambasciatore messicano in Cecoslovacchia Sergio Pitol (la tradizione latinoamericana del diplomatico letterato, c&#8217;è anche questo nella vita del nostro eroe). Una Mosca indolente e rassegnata, abitata da burocrati che sbiadiscono &#8211; poco più che ombre -, da scrittori afoni, dai fantasmi di Čechov e Marina Cvetaeva. E poi giù fino alle terre di georgiani folli ed esuberanti. Un diario di viaggio innescato dalla finzione e un saggio letterario. Un esempio di virtuosismo che i lettori italiani meriterebbero di leggere. Insieme a molto altro firmato “Pitol”.</p>
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		<title>Messico e nuvole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 07:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Città del Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo A Città del Messico vivono gli angeli. È quello che penso quando guardo Ana Maria, che è venuta a prendermi all&#8217;aeroporto. Ana Maria è una scrittrice messicana, l&#8217;ho conosciuta a Gijon, durante la Semana Negra, ed è subito nata fra noi quella curiosa solidarietà fra scrittori errabondi. Lei ora mi fa salire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5929.jpg" alt="" title="CIMG5929" width="602" height="420" class="alignnone size-full wp-image-41768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5929.jpg 602w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5929-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5929-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 602px) 100vw, 602px" /><br />
di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>A Città del Messico vivono gli angeli. È quello che penso quando guardo Ana Maria, che è venuta a prendermi all&#8217;aeroporto. Ana Maria è una scrittrice messicana, l&#8217;ho conosciuta a Gijon, durante la <em>Semana Negra</em>, ed è subito nata fra noi quella curiosa solidarietà fra scrittori errabondi. Lei ora mi fa salire su un taxi e mi racconta della sua città, che ama appassionatamente, dello stesso amore che ritrovo nelle parole che spendo per la mia città, così tanto bistrattata dall&#8217;immaginario collettivo, Milano.<br />
Non che Città del Messico sia da meno. A chiunque dicessi qual era la meta del mio viaggio vedevo gli occhi sbarrarsi: non prendere i taxi per strada, mi dicevano, non bere nulla col ghiaccio, vai in giro con una mascherina, non prendere la metropolitana, non mangiare nulla dalle bancarelle improvvisate per strada, muoviti circospetto, attento alle rapine. La cosa più inverosimile che mi è stata detta sembra persino divertente tanto è assurda: Città del Messico è così inquinata che gli uccelli di passo cadono a terra tramortiti! Racconto alla spicciolata queste cose a Ana Maria che sorride, anche se vedo un velo di amarezza nei suoi occhi. Ovviamente io non credo a nulla di tutto ciò. È semplicemente una questione di buon senso: chi di noi prenderebbe un taxi abusivo a Milano? Chi salirebbe su un mezzo pubblico con un fascio di cartamoneta che gli spunta dalla tasca della camicia? Chi si aggirerebbe di notte nei vicoli bui della città?<br />
Sono un animale metropolitano, le città non mi spaventano, basta entrare in risonanza col battito del cuore urbano e il resto viene a solo. In fondo viaggiare è anche questo: fare a pezzi i luoghi comuni che ci portiamo dentro, smantellare i pregiudizi. Dunque nei pochi giorni che ho vissuto a Città del Messico (perché sì, io vivo le città, non le visito e basta) ho cercato di fare tutto quello che mi era stato sconsigliato. Grazia anche ad Ana Maria, che, depositati i bagagli in albergo, mi porta subito verso lo Zocalo, l&#8217;enorme piazza prospiciente la Cattedrale cittadina. Enorme anch&#8217;essa. Tutto è enorme a Città del Messico. Tutto ha una dimensione quasi favolistica: Avenida des Insurgentes, per capirci, la strada che taglia da sottinsù la città, è lunga 42 chilometri. È come partire da Milano e arrivare a Como e restare sempre nella stessa città. Neppure sanno quanti abitanti faccia, Città del Messico. C&#8217;è chi dice venti milioni, chi trenta. Metà della popolazione italiana concentrata in un unico agglomerato urbano. Sono le persone, il numero sterminato di persone, ovunque, che mi colpisce di più: per strada, nei bar, in metropolitana, nei parchi. Sembrano scaturire dalla terra, piovere dal cielo. Sono dappertutto. Nel frattempo saltiamo sopra un <em>pesero</em>, uno dei trabiccoli che portano verso il centro (“non prendere i mezzi pubblici!”). Sono sul Paseo de la Reforma, attraversiamo la Zona Rosa &#8211; un quartiere inizio Novecento, dal gusto europeo &#8211; fermandoci ogni tanto al richiamo di chi vuole salire. Non ci sono fermate stabilite, il mezzo non ha neppure un numero di riconoscimento. Si sale e si scende quando si vuole, o quando si può. Io butto gli occhi fuori dal finestrino e mi faccio puro sguardo. I palazzi crescono di altezza, diventano grattacieli. La città pulsa di vita, sembra un misto fra Berlino e Napoli. Ma è una semplificazione del mio cervello. Sto cercando, con i modelli urbani che conosco, quelli europei, un senso a questa città, ma comprendo che Città del Messico è qualcos&#8217;altro. È un po&#8217; come il figlio di due genitori, che per quanto ci si ossessioni a ritrovare il sorriso del padre europeo o il taglio d&#8217;occhi della madre india, lui, di suo, il bambino cresciuto, la città enorme, è qualcos&#8217;altro di autonomo e indipendente.<br />
Ci fermiamo all&#8217;Alameda Central &#8211; lo storico parco del centro città, quello dipinto dal meraviglioso murales di Diego Rivera – a comprare un po&#8217; di <em>chicharones </em>da una bancarella abusiva (“non comprare nulla per strada!”), li mangio goloso, come un bimbo ad una fiera. Poi, più avanti è la volta di un <em>tacos </em>alla carne. Ana Maria ci aggiunge un po&#8217; di <em>guacamole</em>, una salsa piccante all&#8217;avocado. In prossimità della cattedrale è la volta del dolce: polpa di platano glassata. Bene, se la maledizione di Montezuma non mi colpisce ora, penso, non mi colpirà mai più.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5903.jpg" alt="" title="CIMG5903" width="572" height="381" class="alignnone size-full wp-image-41769" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5903.jpg 572w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5903-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5903-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 572px) 100vw, 572px" /></p>
<p>La voce del povero Montezuma, invece, la sento soffrire nelle pietre degli scavi archeologici a due passi dalla cattedrale. L&#8217;ultimo regnante atzeco accolse con tutti gli onori Cortés, mostrando la sua città con orgoglio, pochi anni dopo non ne rimase più nulla. O quasi. Ché la storia non si può cancellare mai per davvero. Soprattutto quando ha saputo dare luce a civiltà così complesse. È quello che penso andando con Jorge, il mio nuovo angelo custode, il giorno appresso, verso Teotihuacàn. Mi mostra una foto, Jorge: è gualcita, in bianco e nero, mostra una valle con dei curiosi montarozzi erbosi, alcuni bassi, altri più prominenti, alle loro spalle le vette dei vulcani innevati. Ecco com&#8217;era Teotihuacàn un secolo fa. Nessuno sapeva che là sotto, ricoperta dalla polvere della storia, dormivano la Piràmide de la Luna, la Piràmide del Sol, la Calle de los Muertos. Ci arriviamo in macchina e ad ogni rilievo vagamente conico penso che là sotto potrebbe assopirsi chissà quale altro gioiello millenario. Ma prima beviamo un tequila (“un”, non “una”. Il tequila è maschile in Messico) da Jesus. Niente sale nell&#8217;incavo fra pollice e indice, mi dicono, è roba da <em>gringos</em>. Poi Jesus mi mostra tutta la procedura: dopo aver riempito alcuni bicchierini, taglia in spicchi alcuni frutti di lime, e li spolvera di sale. Infine addenta lo spicchio salato e risparmiandone la buccia, a bocca piena, ingolla il tequila, d&#8217;un fiato. Io, di mio, avevo già assaggiato il liquore e mi sembrava abbastanza forte, ma non oso contraddirlo. Ripeto l&#8217;intera operazione, da buon scolaretto che vuole la lode dal suo maestro. Strappo la polpa dell&#8217;agrume salato e la faccio seguire dal bicchierino di tequila, che in bocca cambia radicalmente sapore. Il mio palato assiste a una reazione chimica misteriosa, mi sento come una ampolla di un alchimista che mescola gli ingredienti alla ricerca di una pozione magica. Al terzo tequila Jorge mi rammenta le ragioni del mio viaggio. Lascio dispiaciuto Jesus per inerpicarmi verso la cima della Piràmide del Sol. E finalmente in cima, mentre attendo che il battito del cuore rallenti dopo la fatica della salita, sotto un sole caldo e asciutto, una brezza lieve che raffresca le membra, lì, mentre osservo la valle come sul precipizio di un burrone, nella mia perfetta solitudine, mi rendo conto di essere davvero felice.<br />
Nei giorni a seguire girerò spesso da solo la città, e spesso incontrerò persone che portano con sé una storia, un mondo da raccontare: come Rafael, artigiano dell&#8217;argento, che sotto i miei occhi ha inciso il volto di un guerriero atzeco con una precisione degna dei monili che ho ammirato al meraviglioso museo Antropologico, come la piccola india che mi ha venduto i due <em>ponchos </em>che ho acquistato per le mie bambine in uno degli infiniti mercati abusivi della città, come Clara della Libreria Morgana, che vende solo libri in italiano (che cosa curiosa ritrovarsi dall&#8217;altra parte dell&#8217;oceano), come Leonardo, che nel parco di Chapultepec – enorme e bellissimo – mi ha raccontato del suo amore per l&#8217;Italia, cercando però poi di vendermi un trattamento per lucidare le scarpe (e inutile è stato mostrargli le scarpe da ginnastica ai piedi. “Possibile che un uomo non abbia delle scarpe di cuoio a casa?” sembrava pensare&#8230;). Ho girato per le 11 linee metropolitane (“non prendere la metro!”), mangiando quello che capitava (“non entrare in locali sconosciuti”) e soprattutto ho camminato continuamente, per chilometri e chilometri &#8211; San Angel, Coyacàn, Tacubaya, Polanco – come un folle, quasi cercassi di misurarla tutta, conscio che era come cercare di contenere in un bicchiere l&#8217;oceano. Ci vorrebbe un&#8217;intera esistenza per raccontarla tutta questa città. Ché ovunque fossi c&#8217;erano persone, facce, corpi, vita che brulicava. Ovunque fossi ciò che vedevo, ciò che non vedo più da anni in Italia, era il popolo. Da noi, ormai, c&#8217;è solo “la gente”, qui, il popolo gremisce ancora le piazze, riempie i parchi, scambia, lavora, corre, sosta, ride, canta, soffre; si distende nelle strade della città, se ne impossessa, la ammanta come fosse un unico drappo multicolore cucito con pazienza dalle sapienti mani artigiane delle donne di questo paese. Questo penso mentre sotto di me scorre la città che si perde a vista d&#8217;occhio. Ho visto il popolo, penso, mentre l&#8217;aereo mi riporta verso casa. Anche se mi sembra, con una punta di tristezza, che in realtà la stia lasciando, casa mia.<br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5978.jpg" alt="" title="CIMG5978" width="572" height="381" class="alignnone size-full wp-image-41770" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5978.jpg 572w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5978-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/CIMG5978-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 572px) 100vw, 572px" /></p>
<p>[<em>pubblicato sul n. 2, febbraio 2012, della rivista on line</em> Pretesti<em>, che trovate <a href="http://drm.ebook.telecomitalia.com/free/Pretesti-2012-Numero2.pdf">qui</a>. Le insulse fotografie sono del sottoscritto.</em>]</p>
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