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	<title>Michele R. Serra &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dimmi che non vuoi morire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2008 06:30:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[fumetto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michele R. Serra Massimo Carlotto, Igort, DIMMI CHE NON VUOI MORIRE, 2007, Mondadori La strana coppia stavolta è composta da due pesi massimi. Massimo Carlotto e Igort sono, nel rispettivo genere, autori di culto: un libro frutto della loro collaborazione – uno ovviamente ai testi, l&#8217;altro ovviamente ai disegni, anche se i ruoli non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='Nessuna'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/coverimage.jpg" alt="" title="coverimage" width="200" height="278" class="alignnone size-full wp-image-6315" /></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><em>Massimo Carlotto, Igort, DIMMI CHE NON VUOI MORIRE, 2007, Mondadori</em></p>
<p>La strana coppia stavolta è composta da due pesi massimi. Massimo Carlotto e Igort sono, nel rispettivo genere, autori di culto: un libro frutto della loro collaborazione – uno ovviamente ai testi, l&#8217;altro ovviamente ai disegni, anche se i ruoli non sembrano essere compartimenti stagni – rappresenta un piccolo evento.<br />
<span id="more-6314"></span><br />
<em>Dimmi che non vuoi morire</em> rappresenta un&#8217;operazione certamente più rischiosa per lo scrittore padovano, che non per il <em>cartoonist </em>cagliaritano. Per la prima volta infatti, i personaggi che lo hanno reso famoso – il trio di improvvisati investigatori privati composto da Marco Buratti detto &#8220;L&#8217;alligatore&#8221;, Max La Memoria e Beniamino Rossini – acquistano un volto definito: nel corso di cinque romanzi, l&#8217;Alligatore non era mai stato descritto, e questo gratificante compito era stato lasciato esclusivamente in mano al lettore. Dunque, a Carlotto va il merito di aver avuto fiducia in Igort; a quest&#8217;ultimo, quello di non averla tradita. </p>
<p>Il disegno schizzato a matita con tratteggi sottili e le tavole in bicromia blu e grigia sono straordinariamente adatti all&#8217;atmosfera – più crepuscolare che notturna – delle avventure dell&#8217;Alligatore. Si dice che alcuni film in bianco e nero (inevitabile pensare all&#8217; Antonioni degli anni Cinquanta) abbiano una ricchezza cromatica maggiore di qualsiasi <em>technicolor</em>; allo stesso modo, si può dire che questa bicromia virata in blu riesce a raccontare in modo straordinario tutti i colori di Cagliari, di Parigi, del veneto: i luoghi della narrazione prendono vita sulla tavola, si uniscono di fronte agli occhi del lettore in uno scenario di grande compattezza, pur se ognuno mantiene ben precisa la propria identità.<br />
Sardegna e Francia sono terreno comune per gli autori: Igort è nato sull&#8217;isola e ora vive in continente, oltre le alpi; Carlotto ha compiuto il percorso inverso, lasciando la terra francese che lo aveva adottato per stabilirsi in Sardegna. Dunque, in fondo non stupisce che questi luoghi siano così accuratamente rappresentati, così vissuti, protagonisti del racconto tanto quanto l&#8217;Alligatore e i suoi compagni di avventure.</p>
<p>Già, il racconto. Ruota intorno a una donna fatale, psicopatica; una cantante che cerca di annullare il suo aspetto fisico, per farlo aderire completamente all&#8217;ideale rappresentato dalle sue artiste preferite, Patty Pravo prima e Anna Oxa poi. Un personaggio affascinante, disperato e ironico, capace di fare da centro di gravità di questa piccola storia ignobile popolata di criminali di basso profilo e <em>loser </em>di ogni sorta, protagonista compreso. &#8220;Portami al mare, fammi sognare&#8230;&#8221;, cantava la Pravo nella canzone che dà il titolo al libro (scritta non da lei, ma da Vasco: altra strana coppia); in <em>Dimmi che non vuoi morire </em>c&#8217;è poco spazio per i sogni, sempre infranti dalla violenza che domina sulla vita dell&#8217;uomo.  </p>
<p>Il libro si legge d&#8217;un fiato: inevitabile soffermarsi sulle pagine del &#8220;making of&#8221; in fondo al libro, dopo aver terminato la lettura. Contenuti speciali, come e meglio che in un dvd.<br />
La soddisfazione degli autori per la buona riuscita dell&#8217;esperimento è tale che si ipotizza perfino di continuare a raccontare le avventure dell&#8217;Alligatore esclusivamente a fumetti, abbandonando per sempre la dimensione del romanzo tradizionale. Per ora è solo un ipotesi, certo. Eppure, non si può evitare di rilevare che si tratterebbe di in caso di spostamento da un medium all&#8217;altro neppure immaginabile fino a pochi anni fa: dalla nobiltà della letteratura alla miseria del fumetto, un passaggio davvero improponibile! Ecco dunque un altro segno. I tempi (fortunatamente) stanno cambiando. </p>
<p>[<em>precedentemente pubblicato su</em> Linus<em>, settembre 2007</em>]</p>
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		<title>Della materia di cui son fatti i sogni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 May 2008 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[fumetto]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Michele R. Serra]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Winsor McCay]]></category>
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					<description><![CDATA[I capolavori di McCay e la vita onirica del fumetto di Michele R. Serra Winsor McCay DREAM OF THE RAREBIT FIEND, Ulrich Merkl, pagg. 464, € 106 DREAM OF THE RAREBIT FIEND – SOGNO DI UN MANIACO DEI CROSTINI GALLESI, Free Books, pagg. 208, € 50 Ma è vero, che a mangiar pesante poi si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I capolavori di McCay e la vita onirica del fumetto</strong></p>
<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/nemo21.jpg' alt='nemo21.jpg' /></p>
<p>di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><em>Winsor McCay</em><br />
DREAM OF THE RAREBIT FIEND, Ulrich Merkl, pagg. 464, € 106<br />
DREAM OF THE RAREBIT FIEND – SOGNO DI UN MANIACO DEI CROSTINI GALLESI, Free Books, pagg. 208, € 50</p>
<p>Ma è vero, che a mangiar pesante poi si fanno gli incubi?<br />
Per molti, le conseguenze di una cena pantagruelica si riducono a un sonno pesante e del tutto privo di sogni, o almeno del loro ricordo cosciente. Zenas Winsor McCay era invece convinto che un piccolo, angoscioso delirio notturno fosse l&#8217;inevitabile contrappasso del godimento alimentare: al peccato di gola segue una punizione comminata in forma onirica, che provoca un soprassalto risveglio e un immediato quanto effimero pentimento da parte del reo. <span id="more-5874"></span><br />
Tale schema (un filo moralista, a dire il vero) costituisce l&#8217;intelaiatura narrativa comune a <em>Dream of the rarebit fiend </em>e <em>Little Nemo in Slumberland</em>, i capolavori di questo cartoonist nato nel 1871 fra i laghi del Michigan. Due fumetti che hanno mostrato all&#8217;America dei primi del Novecento – per la precisione fra il luglio 1904 e lo stesso mese del 1914, un decennio esatto di meraviglie &#8211; le incredibili potenzialità racchiuse nel medium, tramite tavole stupefacenti per organizzazione del layout, ricchezza immaginifica del disegno, ritmo, colore. Fiumi di inchiostro sono stati versati allo scopo di magnificare questi capolavori: Benoît Peeters, sceneggiatore e grande appassionato di arte sequenziale, è arrivato a dichiarare che McCay ha <em>inventato </em>il fumetto, punto. </p>
<p>Stupisce dunque, che solo negli ultimi anni edizioni degne delle sue opere abbiano fatto capolino fra gli scaffali, se si eccettua una notevole edizione Garzanti risalente al 1969, con corposa introduzione di Oreste Del Buono. Al di là dell&#8217;oceano, <em>Little Nemo</em> è stato recentemente glorificato con il gigantesco <em>So many splendid sundays!</em>, curato da Peter Maresca e pubblicato da Sunday Press.<br />
Per quanto riguarda Dream of the rarebit fiend, invece, due volumi imprescindibili. Il primo è stato curato e stampato direttamente da Ulrich Merkl, intellettuale e storico dell&#8217;arte tedesco, e viene distribuito a partire dal mese corrente nelle librerie italiane dalla 001 Edizioni di Torino. Si tratta di un&#8217;edizione pazzesca: centinaia di tavole riprodotte nel formato originale, corredate di note approfondite; vari saggi brevi sull&#8217;opera, due dei quali scritti da Alfredo Castelli; un Dvd che contiene la raccolta integrale degli oltre ottocento episodi conosciuti, più alcuni rari frammenti di <em>Gertie the Dinosaur</em>, creatura animata nata nel 1914 dall&#8217;instancabile pennino di McCay. Da ordinare tramite internet, se non volete perdere tempo in caccia fra le librerie, all&#8217;indirizzo ordini@001edizioni.it oppure sul sito www.rarebit-fiend-book.com. Per chi ha problemi con l&#8217;inglese, è disponibile in italiano <em>Dream of the rarebit fiend &#8211; Sogno di un maniaco di crostini gallesi </em>della perugina Free Books, che contiene una selezione di quasi 200 tavole, ben più di un semplice assaggio in una confezione sontuosa. Su www.free-books.it.</p>
<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/nemo1.jpg' title='nemo1.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/nemo1.thumbnail.jpg' alt='nemo1.jpg' /></a> (<em>cliccateci sopra</em>)</p>
<p>Non è facile parlare dei sogni. Materia oscura e sfuggente per definizione, proprio negli anni a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo si trovava al centro del dibattito scientifico, grazie alla pubblicazione dell&#8217;<em>Interpretazione dei sogni</em> di Sigmund Freud. Lo psichiatra francese Serge Tisseron, all&#8217;interno del volume <em>Little Nemo &#8211; un secolo di sogni </em>(Coconino Press), ha ricordato come McCay abbia fatto costante uso dei quattro processi che compongono il &#8220;lavoro onirico&#8221; descritto da Freud: nei suoi fumetti c&#8217;è lo spiazzamento; la drammatizzazione delle storie messe in scena; la trasformazione di idee astratte in simboli visivi; infine la condensazione, che riunisce in una stessa immagine più idee, ossessioni diverse. Tuttavia Freud sembra giocare – incredibile a dirsi &#8211; un ruolo secondario, rispetto alle molteplici influenze narrative e visive che ispirano i sogni disegnati da McCay: classici della letteratura per ragazzi come <em>Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie</em>, <em>Il mago di Oz</em>, <em>Peter Pan</em> e <em>Pinocchio</em>, ma anche i romanzi e racconti di Stevenson e H.G. Wells, di cui Winsor sembrava particolarmente innamorato; visto il periodo storico, inevitabile citare anche il cinema di Georges Méliès, nei confronti del quale le influenze sembrano essere reciproche. </p>
<p>L&#8217;importanza capitale dell&#8217;opera di McCay &#8211; forse la luce più splendente dell&#8217;ipotetica Santa Trinità del fumetto statunitense, al fianco di George Herriman e Lyonel Feininger – è diventata sempre più evidente con il passare degli anni. Dopo <em>Dream of the rarebit fiend</em>, il tema del sogno (anche ad occhi aperti) è diventato luogo comune, dal Frank King vintage di <em>Bobby make believe</em> (1915) al moderno Bill Watterson di <em>Calvin &#038; Hobbes </em>(1985). Estremo è invece l&#8217;esperimento condotto da cartoonist come Rick Veitch (<em>Roarin&#8217; Rick&#8217;s rare bit fiends</em>) e Aleksandar Zograf (<em>Ipnagogic review</em>), che hanno tentato di fissare sulla carta i loro deliri notturni, disegnando quotidianamente piccoli diari onirici poi resi pubblici.<br />
Dare sostanza all&#8217;inafferrabile rimane un traguardo irraggiungibile per l&#8217;uomo. Se mai ci riusciremo, dovremo ringraziare anche Winsor McCay e i suoi numerosi discepoli.  </p>
<p>[<em>precedentemente pubblicato su </em>Linus<em>, gennaio 2008</em>]</p>
<p>Cliccate qui di fianco:<a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/winsor_mccay_indian_city.png' title='winsor_mccay_indian_city.png'>winsor_mccay_indian_city.png</a></p>
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		<title>Fun home</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 09:46:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Alison Bechdel]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michele R. Serra Alison Bechdel, Fun home. Una tragicommedia familiare, Rizzoli, 236 pag, 2007, € 18,00 Romanzo biografico, storie minimali, ricordi del passato. Quale che sia la forma scelta, il racconto di vita sembra essere diventata ossessione per il fumetto d&#8217;autore. Quanti autori e quante opere con queste caratteristiche, negli ultimi anni? Linda Barry, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/funhome.jpg' title='funhome.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/funhome.thumbnail.jpg' alt='funhome.jpg' /></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><strong>Alison Bechdel</strong>, <em>Fun home. Una tragicommedia familiare</em>, Rizzoli, 236 pag, 2007, € 18,00</p>
<p>Romanzo biografico, storie minimali, ricordi del passato. Quale che sia la forma scelta, il racconto di vita sembra essere diventata ossessione per il fumetto d&#8217;autore. Quanti autori e quante opere con queste caratteristiche, negli ultimi anni? Linda Barry, Harvey Pekar, Craig Thompson, Adrian Tomine, Gipi&#8230; l&#8217;elenco potrebbe continuare per chilometri. Proprio quando pensavamo di essere sazi – già si rimpiangeva il buon vecchio fumetto di genere, avventuroso, fantascientifico, horror – ecco apparire un nuovo <em>graphic novel </em>autobiografico, subito incensato dalla critica letteraria americana. <span id="more-5477"></span><br />
Nonostante <em>Fun Home</em> di Alison Bechdel fosse stato premiato come miglior libro dell&#8217;anno da <em>Time </em>– dopo aver sbaragliato la concorrenza di scrittori non certo di secondo piano come Dave Eggers e Cormack McCarthy – eravamo un po&#8217; prevenuti: un&#8217;altra autrice che racconta la sua adolescenza, che noia! Sarà la solita storia, qualche tragedia familiare condita con la scoperta del sesso&#8230;<br />
In effetti, la storia è questa: il padre di Alison muore, proprio mentre lei sta prendendo coscienza della sua identità sessuale di lesbica; ma la noia, quella non ci ha toccato nemmeno per un secondo. Perché questa autrice quarantenne originaria della Pennsylvania ha costruito un&#8217;opera sorprendentemente coinvolgente: mettendo in gioco tutta se stessa, spogliandosi di ogni pudore e intessendo il suo racconto di riferimenti letterari, l&#8217;autrice riesce a colpire allo stesso tempo cuore e cervello.<br />
Il sottotitolo recita: &#8220;una tragicommedia familiare&#8221;. Iniziamo dal secondo elemento: più che di famiglia, si tratta di un padre e una figlia, del loro rapporto. O meglio, non-rapporto; infatti il padre di Alison, Bruce, insegnante di lettere, è uomo bipolare, introverso, incapace di comunicare fisicamente le sue emozioni. Più che per la sua famiglia, vive per le sue ossessioni: i vestiti, la letteratura, soprattutto l&#8217;arredamento; tratta &#8220;i mobili come figli, e i figli come mobili&#8221;, nelle parole dell&#8217;autrice. Così come è rappresentato sulla pagina, il suo volto appare sempre straordinariamente calmo, nonostante alcuni improvvisi scoppi di ira. La tranquillità di facciata nasconde però un tormento interiore: l&#8217;uomo è segretamente gay, ma la piccola città della provincia americana in cui si trova a vivere non gli permette di ammetterlo; dunque, continua a vivere nella menzogna e nella paura, incatenato mani e piedi alla sua vita bugiarda e alla sua micro-comunità omofobica.<br />
La situazione inevitabilmente si riflette sulla piccola Alison: cresciuta in preda a ansie e frustrazioni, finisce per collezionare un campionario completo di psicosi, poi superate nel corso dell&#8217;adolescenza. Lo stesso, cruciale periodo della vita in cui la protagonista, finalmente lontana dalla casa paterna, giunge alla piena consapevolezza, come donna e lesbica. La scoperta della sua omosessualità potrebbe essere il punto di contatto capace di annullare la distanza con il padre, ma proprio poco dopo le prime, reticenti confessioni reciproche, lui muore, forse suicida. Dunque il nodo finisce per non essere mai sciolto del tutto: fioriscono, inevitabili, ricordi e rimpianti.<br />
I toni tragici non prendono però mai il sopravvento, perché di tragicommedia si tratta, come ricorda il sottotitolo sopra citato; nella vita le cose non sono mai bianche o nere, gli opposti sfumano e si fondono fra loro, e le apparenze ingannano. Il tema della contraddizione è sempre costantemente presente nel romanzo della Bechdel, a partire dal titolo: <em>Fun Home</em> è in realtà l&#8217;abbreviazione di <em>Funeral Home</em>. Già, perché il secondo mestiere del signor Bruce Bechdel era quello di becchino, e i suoi figli sono cresciuti fra bare e cadaveri. <em>Fun</em>, divertimento; <em>funeral</em>, funerale. Si possono immaginare due parole più distanti? Contraddittoria è anche la figura di Bruce, sempre sospesa tra assenza e presenza: un padre sempre lontano, inderogabilmente in altre faccende affaccendato; ora, da morto, è invece straordinariamente presente nel ricordo.<br />
La forma scelta dall&#8217;autrice è molto adatta a un percorso tortuoso attraverso la memoria: ogni vignetta – già di per sé estremamente curata, ricca di particolari grafici &#8211; è spiegata nei minimi dettagli da onnipresenti didascalie, ogni fatto commentato da lunghe chiose, forse frutto dell&#8217;ansia che il lettore possa perdersi qualcosa, che i passaggi non siano sufficientemente chiari. In questo modo, il testo finisce per pesare inevitabilmente più dei disegni, a volte perfino troppo: più che a un fumetto, alcune tavole sembrano appartenere a un racconto illustrato; ma nonostante la tendenza allo spiegone, la lettura rimane sempre piacevole, mai faticosa.<br />
<em>Fun Home</em> spinge, inevitabilmente, a riflettere sull&#8217;idea di normalità: già dalle prime pagine l&#8217;autrice dichiara quanto la irritasse, da bambina, l&#8217;idea che la sua famiglia fosse &#8220;strana&#8221;, pur ammettendo che indubitabilmente lo era. La domanda sorge dunque spontanea: come possono essere &#8220;anormali&#8221; dei personaggi tanto realistici, vivi, incorreggibilmente umani? </p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Linus, <em>luglio 2007</em>]</p>
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		<title>Black Hole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Mar 2008 07:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Charles Burns]]></category>
		<category><![CDATA[fumetto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michele R. Serra Charles Burns, BLACK HOLE, Coconino Press, pagg. 368, € 19,00 Sesso e sangue. La sinossi più breve che si possa fare del primo vero romanzo grafico di Charles Burns, autore statunitense di nascita ed europeo d&#8217;adozione, con un importante passato di militanza – parola piuttosto appropriata – all&#8217;interno del gruppo Valvoline. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/blackholeunico.jpg' title='blackholeunico.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/blackholeunico.thumbnail.jpg' alt='blackholeunico.jpg' /></a>  di <strong>Michele R. Serra</strong></p>
<p><strong>Charles Burns</strong>, BLACK HOLE, Coconino Press, pagg. 368, € 19,00</p>
<p>Sesso e sangue. La sinossi più breve che si possa fare del primo vero romanzo grafico di Charles Burns, autore statunitense di nascita ed europeo d&#8217;adozione, con un importante passato di militanza – parola piuttosto appropriata – all&#8217;interno del gruppo Valvoline.<br />
Sesso e sangue sono argomenti che non passano mai di moda, dalla letteratura alle prime serate televisive, tant&#8217;è vero che molti li usano come scorciatoie per un facile successo. Per evitare fraintendimenti, diciamo subito che Burns è al riparo da qualsiasi insinuazione riguardo a eventuali calcoli commerciali: la sua opera è quanto di meno <em>mainstream </em>possa esserci, costruita per spiazzare, non certo per titillare gli istinti bassi del lettore. Per quello, meglio rivolgersi a BrunoVespa. <span id="more-5474"></span><br />
Ci troviamo in una piccola città della provincia americana nel corso degli anni Settanta. Un gruppetto di adolescenti è dedito più o meno invariabilmente alla noia, spezzata dal consumo di sostanze stupefacenti e dalla goffa ricerca di sesso. Roba già vista, certo.<br />
Ma ecco la brusca sterzata verso l&#8217;horror: una terribile malattia li minaccia. Poco viene spiegato riguardo a essa, eccetto la sua trasmissibilità per via sessuale e i sintomi. Le vittime vedono il proprio corpo trasformarsi in modo mostruoso: c&#8217;è chi sviluppa piccole escrescenze sui fianchi, chi una coda, chi è costretto a cambiare pelle tutti i giorni come un rettile, chi addirittura si trova una bocca supplementare sul collo. Burns a volte sembra voler suggerire che il virus dia forma concreta ai tormenti interiori dei personaggi, ma questa rimane solo un&#8217;ipotesi. Di sicuro, non c&#8217;è il dolore fisico fra le conseguenze di queste mutazioni, solo una definitiva, inappellabile esclusione sociale. Come nella migliore tradizione, alcuni <em>freak </em>finiranno per creare una microcomunità isolata dal resto del mondo, perduta nel fitto dei boschi, protetta in fondo dalla stessa natura matrigna che ha prodotto il virus causa di tante disgrazie.<br />
Facile, e già ampiamente rilevato, il parallelo con l&#8217;epidemia di Hiv degli Ottanta. Burns va però ben oltre questa metafora: la riflessione è sul sesso <em>tout court</em>, un&#8217;entità capace di portare gioia e sofferenza, catalizzatore dei processi di crescita dei personaggi, motore della narrazione di quello che spesso assume i tratti di un vero e proprio romanzo di formazione. Di più, il sesso sembra impregnare in profondità l&#8217;intero mondo di <em>Black Hole</em>, ogni tavola straordinariamente ricca di simboli maschili e femminili, di metafore grafiche più o meno esplicite che martellano il lettore. Inevitabilmente, chiudendo il volume, viene da chiedersi quante ne abbiamo viste coscientemente e quante ne abbiamo recepite in modo quasi subliminale. Fumetto freudiano, potrebbe dire qualcuno. Nel complesso, l&#8217;opera dimostra in maniera lampante la sua natura di narrazione a dominante visuale, in cui le immagini sono destinate a pesare inevitabilmente di più rispetto alla parte letteraria.<br />
Detto del sesso, passiamo al sangue. La violenza è l&#8217;altra forza primigenia protagonista di <em>Black Hole</em>: subita dai giovani infetti e mutati, è psicologica prima che fisica; il disprezzo e l&#8217;odio nei confronti del diverso sono sentimenti tipici dell&#8217;adolescenza, limpidamente descritti da Burns. Solo nella seconda parte del racconto la violenza prende forma concreta, inevitabilmente legata a doppio filo alla pulsione sessuale. Ecco, senza volerlo siamo tornati a Freud&#8230;<br />
Burns ha dichiarato più volte che il romanzo ha fondamenta autobiografiche; nella fattispecie si tratta di esperienze adolescenziali trasfigurate in chiave horror, filtrate nel fantastico grazie alla mediazione della cultura popolare americana dell&#8217;ultimo mezzo secolo: dai <em>college movie</em> ai capolavori di Lynch e Cronenberg, passando ovviamente per la letteratura e il fumetto di genere (i classici anni Cinquanta della Ec Comics, <em>Tales from the crypt</em> su tutti).<br />
<em>Blach Hole</em> è un Amarcord oscuro, in cui non c&#8217;è spazio per la nostalgia né per il compiacimento, in continua tensione fra realismo e orrore, che attraversa il libro come corrente elettrica.<br />
L&#8217;ultima evoluzione dello stile grafico di Burns, abbandonati retini e mezze tinte, vira decisamente verso un bianco e nero estremamente netto e altrettanto inquietante, splendido e adattissimo alle atmosfere del racconto.<br />
Un buco nero non accetta i colori, perché assorbe e annulla perfino la luce che li crea. Charles Burns e Stephen Hawking avrebbero molto su cui discutere.</p>
<p>[<em>pubblicato su</em> Linus, <em>dicembre 2007</em>] </p>
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