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	<title>Mirfet Piccolo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La polacca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2020 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[pizza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo Le piaceva farlo così, senza guardarlo: con la gamba sottile abbracciava la coscia di lui e con il pube ancora caldo e umido si premeva e stringeva un poco; la clitoride era un bacio lieve sul fianco dell’uomo con il quale era in amore. E poi diceva: – Raccontami ancora quella storia. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-82657 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA.png" alt="" width="633" height="336" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA.png 633w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-300x159.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-250x133.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-200x106.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-160x85.png 160w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">di <strong>Mirfet Piccolo</strong></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Le piaceva farlo così, senza guardarlo: con la gamba sottile abbracciava la coscia di lui e con il pube ancora caldo e umido si premeva e stringeva un poco; la clitoride era un bacio lieve sul fianco dell’uomo con il quale era in amore. E poi diceva:</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Raccontami ancora quella storia.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Con la testa posata sul suo petto nudo e lo sguardo lontano dal suo, Fiona aveva la libertà di vedere meglio ciò che le raccontava. La stanza dell’albergo era troppo grande per tutto lo squallore che conteneva, ma sarebbe andata bene, si era detta Fiona appena varcata la soglia, sarebbe andata bene comunque perché la voglia di stare di nuovo insieme era tanta e quella era, doveva esserlo, semplicemente la stanza che in un hotel a quattro stelle riservavano a chi richiedeva il day-stay per mezza giornata</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Quale storia?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Quella di quando eri in Polonia per lavoro e hai conosciuto quella ragazza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La polacca? Dici quella?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sì, lei.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La mia </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"><i>Polish girl</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Davanti agli occhi di Fiona c’era una cassettiera fuori moda e di dubbio gusto, e che molto probabilmente era stata brutta anche quando era di moda per via della fattura fintamente pregiata; accanto, sulla sedia dall’imbottitura logora, lui aveva posato il suo giubbino. Nonostante il lieve squallore che la circondava, o forse proprio in virtù della mancanza di un contesto gradevole, Fiona riuscì ancora una volta a ricostruire l’immagine di lui da ragazzo brillante agli esordi della sua carriera di auditor in giro per il mondo: giovane e audace, i capelli in posa con il gel e la risata fragorosa con i colleghi per la strade di Varsavia dopo una giornata di lavoro. E questa volta aggiunse anche la luce gialla dei lampioni che cadeva a cascata sulla strada che li aveva poi condotti nel locale dove avevano incontrato il gruppo di ragazze.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ma lei, non ti ricordi proprio come si chiamava?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Perso nella memoria, anche perché dopo non ci siamo più visti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E com’era? Fisicamente, dico.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Normale, una ragazza normale. Come te, come tante. Vestita normale, un po’ acqua e sapone.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ma in che momento ti ha detto di essere una prostituta, prima o dopo?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Me lo ha detto lì, al pub. Si chiacchierava. Ma non stava mica lavorando in quel momento. Era fuori con le amiche. Una ragazza normale. Non era una vera prostituta, lo faceva solo ogni tanto, per bisogno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E ci sei rimasto male?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">No, te l’ho già detto. Era simpatica e molto carina. Tutto qui.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E poi?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E poi abbiamo parlato di altro.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Di cosa?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Boh, e chi se lo ricorda. Però ricordo che mi piaceva il suo accento quando provava a parlare in italiano. Lì lo imparano un po’ tutte.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Questa dell’accento era un’informazione nuova. Non ne aveva mai parlato. Fiona ripensò a quando lui, emiliano, la prendeva un po’ giro sottolineando le </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"><i>e</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"> troppo aperte del suo accento milanese: chiudi quelle </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"><i>e</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">, le diceva, non sono mica le tue gambe, e la guardava con quel sorriso un po’ rapace e un po’ scherzoso.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Forse la ragazza polacca aveva imparato l’italiano dalle canzoni di Eros Ramazzotti, e allora Fiona immaginò una ragazzina magra, con i capelli lisci e lunghi sulle spalle e le cuffie alle orecchie, china sulla scrivania della sua stanza a trascrivere su un diario i testi delle canzoni. Una ragazza normale, una ragazza come tante.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Poi lui lamentò di avere il braccio addormentato. Per mettere a tacere il formicolio, nel muoversi sollevò la gamba destra e dal quel sollevamento Fiona vide emergere un piccolo buco sul lenzuolo bianco; che posto ridicolo, pensò. Quando abbassò di nuovo la gamba, il buco scomparve dalla sua vista.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La sua stanza, ti ricordi com’era la sua stanza?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Giovane. Ragazza acqua e sapone. Ragazza come tante. Prostituta. Fiona avrebbe voluto sapere di più della stanza della ragazza polacca. Aveva anche lei poster di cantati e attori famosi, e vestiti in disordine su una sedia e scarpe sempre in giro? Ma lui si fermava sempre qui: era una stanza come tante, la stanza di una ragazza giovane.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Lo baciò sul petto, poi ripose nuovamente la testa su di lui e con il dito iniziò a disegnare una costellazione invisibile in cui i suoi nei erano i pianeti e lei con il dito li circumnavigava e poi li univa per formare animali fantastici e divinità. Fiona non aveva mai visto così tanti nei su un uomo e ormai li considerava un tratto distintivo del suo corpo.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Nelle giornate tra un incontro e l’altro, quando lui per lavoro doveva spostarsi in altre località, non vedeva l’ora che arrivasse il momento di andare a dormire così da togliere dalla sua vista la presenza astiosa della sua coinquilina e potere, finalmente, stringere il cuscino e con gli occhi chiusi richiamare alla mente tutta la costellazione del suo corpo nudo. Le sembrava di averlo al suo fianco e così si addormentava.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ma io non ho capito la dinamica. Dopo il pub, come è successo che siete andati a casa sua? Te lo ha chiesto lei o glielo hai proposto tu?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona fu sorpresa e soddisfatta da se stessa: era la prima volta che gli faceva questa domanda eppure ora che era uscita dalla sua bocca le sembrò di grande importanza. Questa sì che è una bella domanda, si disse.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span lang="it-IT">È</span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"> venuto così, parlando.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Parlavate un po’ in inglese e un po’ in italiano, giusto?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sì.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E quindi, come è successo? Te lo ha chiesto lei o sei stato tu?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sai quel genere di sguardi, no? Quelli che vogliono dire tutto. Poi ci siamo dati qualche bacio lontano dalle amiche ed è venuto così, di andare da lei. Lì è facile, è sufficiente dire loro che le porti in Italia.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Le dita della mano di Fiona si fermarono e si rifugiarono nel palmo; la costellazione subì un piccolo, netto collasso.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Adesso però aveva fame, aggiunse, voleva uscire a mangiare qualcosa, e si divincolò dall’abbraccio immobile. Quando lei gli ricordò che avevano la stanza prenotata ancora per un’altra ora, lui le disse che non era importante, che non si preoccupava mai dei soldi che spendeva se erano stati spesi bene. </span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Stiamo stati bene anche questa volta, no?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona disse di sì, sì certo, sì. Sollevò il busto e dal letto lo seguì con lo sguardo mentre andava in bagno; lo sentì aprire la porta e poi chiuderla, sentì che girò chiave. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Guardò verso la finestra: la luce che filtrava era intrisa di granelli di polvere che fluttuavano vicini e non cascavano mai. Fece per alzarsi dal letto, e da un movimento distratto del piede il piccolo strappo sul lenzuolo si allargò. Fiona provò un immediato imbarazzo: guardò in direzione del bagno – lui era sotto la doccia e non sarebbe certo uscito in quel momento – e poi di nuovo il buco sul lenzuolo. Infine si alzò del tutto e con il lenzuolo superiore e poi con il copriletto coprì ogni cosa. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Ancora nuda, andò alla finestra. La camera si affacciava su un parcheggio che in quel momento era parzialmente deserto. Oltre la recinzione che delimitava il parcheggio notò un appezzamento di terra erbosa con delle bestie. Sembravano lama, o forse erano alpaca? Era un posto strano per tenere degli animali come quelli. Da quella distanza le era impossibile distinguerli e forse, si disse, forse non sarebbe stata in grado di farlo neppure da vicino. Sapeva che i primi sputavano e i secondi no, ma cos’altro?</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Secondo te quelli sono lama o alpaca?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Andò anche lui alla finestra. Fiona avvertì il calore della sua pelle umida e profumata, e provò il desiderio di togliergli quell’asciugamano che gli cingeva la vita e fare ancora l’amore. Non poteva dire che lui fosse, tecnicamente, un amante perfetto (per raggiungere l’orgasmo, infatti, lei sapeva come muoversi, e cioè come contrarre i muscoli del suo utero), ma era un uomo taciturno e affascinante e aperto al mondo, ed era il primo uomo della sua vita recente che non l’aveva fatta sentire miserabile per via della sua condizione di donna quarantenne affittuaria di un appartamento in condivisione con un ragazza ben più giovane di lei.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Non lo so. Penso che siano la stessa cosa, stessa sostanza. Dai, muoviti ché ho fame.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">E lui si voltò e iniziò a rivestirsi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sono certa che non sono la stessa cosa. Però neppure io so la differenza, non me la ricordo più.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona chiuse la porta alle sue spalle e non girò la chiave. Il bagno era piccolo e i sanitari ingialliti dal tempo ma in fondo, pensò mentre faceva la pipì, non era così importante; l’importate era stare bene insieme, fare scorta di ricordi belli per i giorni a venire che non avrebbero potuto passare insieme. Si pulì, tirò lo sciacquone e andò sotto la doccia.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Quando Fiona uscì dal uscì dal bagno, lui si era già messo il giubbino.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sono davvero affamato, vestiti così andiamo a mangiare qualcosa.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">La porta principale dell’Hotel dava su di una strada stretta e molto trafficata, ma l’aria leggera e fresca della primavera arrivata in anticipo era piacevole. Lui mise le mani nelle tasche del giubbino e lei si aggrappò al suo braccio. Ripensò alla stanza dell’Hotel che si stavano lasciando alle spalle: era davvero squallida, la peggiore tra tutte quelle in cui erano stati nel corso di quelle settimane, e si disse che avrebbe fatto in modo, per la prossima volta, di mandare fuori casa per una giornata intera la sua coinquilina. Le avrebbe parlato, era disposta pure a pagarle un soggiorno presso qualche località termale. Qualsiasi cosa pur di avere uno spazio di normalità amorosa prima della partenza di lui.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Hai fame anche tu?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Adesso che mi ci hai fatto pensare, ho molta fame.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Vediamo che troviamo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Più avanti c’è la metropolitana. Posso portarti in un posto speciale.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona conosceva un buon ristornante cinese che distava solo quattro fermate di metropolitana. Poi avrebbe potuto portarlo al parco a fare una passeggiata. Era un bel parco, il più grande della città. Ma continuò a camminare appesa al suo braccio senza svelargli i suoi piani: voleva sorprenderlo, voleva condurlo verso tutto ciò che c’era di bello in città, voleva dargli in regalo dei ricordi belli.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Quando hai detto che parti?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La settimana prossima.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E ritorni?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ancora non lo so, non dipende da me.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Poi lui si fermò. Qui facciamo prima, disse, e la trascinò dentro a una piccola pizzeria al taglio.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Hai detto anche tu di avere molta fame, no?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona sorrise e rispose sì, certo, sì. Pensò che sì, aveva ragione lui, anche lei aveva molta fame e in fondo ciò che contava era stare bene insieme. E per un attimo le sembrò di essere tornata una ragazzina in pausa pranzo con le compagne di università. Sentì che c’era posto per la spensieratezza.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Il locale era piccolo ma non troppo pieno. Trovarono due posti su degli sgabelli alti, in prossimità di uno specchio grande quasi quanto tutta la parete.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Tu quale vuoi?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Margherita va bene, ma con doppia mozzarella se è possibile, e con le olive.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona vide una smorfia di irritazione nel suo viso, ma le sembrò buffa e perciò la fece sorridere. Dal grande specchio, poteva vedere il riflesso delle sue spalle chiuse nel giubbino e ripensò alla costellazione di nei ed ebbe la sensazione di esclusività, di conoscere qualcosa che nessuno lì dentro poteva sapere. Decise che gli avrebbe anticipato i suoi piani – la metropolitana a pochi passi, la passeggiata nel parco tutto da scoprire – e che gli avrebbe fatto una sorpresa ben più grande. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Lui tornò con le pizze fumanti nei piattini di plastica; il rosso del pomodoro era vivo e luccicate del succo e dell’olio. Fiona addentò il primo boccone ma si scottò. Aprì la bocca e rise e con la mano fece il gesto di farsi aria. Nel riflesso dello specchio vide un gruppo di ragazzine divertite: erano belle, vivaci, e anche Fiona si sentì un po’ come lo loro e quasi felice.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sei davvero goffa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Senti, la metropolitana è a pochi passi da qui. In cinque fermate siamo a un parco molto bello. Te lo faccio scoprire io, è davvero bello e antico. Per fare una passeggiata, dico, poi potremmo stenderci un po’ al sole. </span></span><span lang="it-IT">È</span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"> davvero molto bello, uno dei miei luoghi preferiti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Poi decidiamo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E magari la prossima settimana potresti venire da me. Alla mia coinquilina antipatica dico di lasciarmi la casa libera. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Pensavo che l’Hotel andasse bene. Avevi detto anche tu che l’anonimato era meglio, così non dovevi chiedere a nessuno. Siamo più indipendenti, no?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Se lei non c’è siamo liberi. Non ti preoccupare, ci penso io. Tu non ti devi preoccupare di niente. Fidati.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Lui addentò un altro boccone e masticò un po’, e si portò il tovagliolo alla bocca e non aveva finito di deglutire che: </span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Con te invece è difficile, sai?, rendi le cose complicate. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona abbassò lo sguardo sul suo trancio, e portò la pizza alla bocca e strinse i denti e sentì il bruciore scavarle la bocca e poi la gola, lo sentì scendere; l’allegria delle ragazzine rimbombava come un’eco nella sua testa e tutt’attorno e non c’erano più altri suoni né spazi. Non esisteva nient’altro.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
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		<title>Vedovanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2019 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo Alla fine – perché di questo si trattava, della fine che non lascia dubbi – avrebbe voluto baciarlo ancora o almeno poter stringere la bara che d’ora in poi avrebbe accolto il suo corpo per sempre. Sul volto di Lisa, che era un volto identico a tutti volti delle persone che piangono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-78368" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/veletta.jpg" alt="" width="357" height="377" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/veletta.jpg 357w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/veletta-284x300.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/veletta-250x264.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/veletta-200x211.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/veletta-160x169.jpg 160w" sizes="(max-width: 357px) 100vw, 357px" />di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Alla fine – perché di questo si trattava, della fine che non lascia dubbi – avrebbe voluto baciarlo ancora o almeno poter stringere la bara che d’ora in poi avrebbe accolto il suo corpo per sempre. Sul volto di Lisa, che era un volto identico a tutti volti delle persone che piangono la morte della persona amata, e cioè corroso dal dolore, si disegnò un sorriso breve e amaro. Lui era stato un uomo leale e buono, lui era stato il grande amore della sua vita, e non era stata certo colpa sua se negli ultimi mesi le circostanze lo avevano costretto a stressanti ma necessarie mediazioni, esattamente come non poteva essere imputato a lui il dolo dell’incidente d’auto che lo aveva ucciso. Ci sono cose che accadono, pensò Lisa, imprevedibili e che non si possono controllare: così è l’amore e così è la morte. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Piuttosto, se c’era una colpa, se davvero una colpa andava trovata in quel pasticcio che è la vita di alcune persone quando vengono in contatto l’una con l’altra, ecco, se c’era una colpa quella era di Lisa: in quel loro ultimo piccolo litigio, lei non era stata in grado di controllare la frustrazione e ora era il cuore del suo rimprovero a se stessa, era il suo senso di colpa per non averlo amato incondizionatamente, per non avere avuto del tutto fiducia in lui. Lo sguardo di Lisa si posò su una foto di loro due, insieme: era stata una vacanza al mare di un giorno solo, un giorno rubato alle complicanze della vita.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Lisa aveva prenotato un taxi per le nove e trenta, e quando avvertì l’auto sostare e guardò il suo orologio da camera che in quel momento segnava esattamente le nove trenta, lei rallentò i suoi stessi movimenti: la verità di quella morte – era davvero morto? era successo a loro, tutto questo? &#8211; era in quella lancetta e lei voleva lasciarla correre ancora e ancora, ritardarne l’esistenza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Finì di chiudere i lunghi capelli lisci in uno chignon e nel farlo si impose di non pensare alle sue mani tra i capelli quando la baciava e la stringeva dopo aver fatto l’amore e le diceva tu sei il mio angelo innocente, Lisa, il mio angelo, vieni ancora qui, sopra di me, e fatti guardare. Fallì, e infatti gli occhi le si riempirono di lacrime ma senza traboccare: rimasero sospese, la loro caduta andava rimandata e in questo Lisa fu determinata. Dopo, si disse, dopo; e ci riuscì. Una ciocca di capelli sfuggì alla costrizione e cadde nuovamente sul lato sinistro del suo viso; con un gesto della mano, Lisa la spostò dietro all’orecchio, ma poi la lasciò nuovamente cadere sul volto perché in fondo quella ciocca era uno scudo, una protezione. Con del fard mascherò l’ombra che dal giorno dell’incidente aveva iniziato a nascere tra le pieghe del suo viso, un’ombra che era il triste residuo di una gioia spenta prematuramente. Indossò le scarpe e s’infilò il soprabito. Ora Lisa aveva questo: un amore interrotto e un pianto da soffocare, un contegno da mantenere; e poi aveva un appartamento pregno di ricordi dove alla fine sarebbe tornata, inevitabilmente, senza più qualcuno da aspettare. Lo aveva amato, lo avrebbe amato per sempre e al contempo mai più.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Riflesso allo specchio, quello che si vedeva era una donna in abito scuro che stava facendo del suo meglio per celare lo strazio e mantenere un contegno, un contegno che tutti, là fuori, chiamavano dignità. Portare il dolore con dignità, essere una donna forte.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Fuori dall’appartamento, il cielo terso e luminoso conteneva un abbozzo di primavera e una coppia di merli. </span><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Lisa prese posto sul taxi e disse all’autista il nome della parrocchia e la via, ma di fare un giro largo, per cortesia, ché aveva bisogno di un po’ di tempo. </span><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Di solito vogliono che voli per paura del tassametro, rispose l’autista con fare meravigliato e ridente, e insieme al motore diede avvio al racconto di svariati aneddoti che negli anni di lavoro per strada lo avevano visto come protagonista o co-protagonista. Sul mio mezzo, raccontò, ho portato in giro gente di ogni tipo, sa? Insospettabili, davvero; ho visto di tutto e non mi meraviglio più di niente. Una volta un tizio sale e mi dice mi porti in questo posto, in fretta, che c’è mia moglie che vuole che le prenda assolutamente una cosa. Sa dove l’ho dovuto portare? Non indovinerà mai. Lisa non prestava attenzione, guardava fuori dal finestrino e teneva sotto controllo l’impulso di dire a quell’uomo che lei era, in sostanza, una vedova che si apprestava a seppellire il grande amore della sua vita, e quindi di tacere. Perché in fondo, date le circostanze, Lisa avrebbe voluto almeno questo: il diritto di far tacere il mondo circostante, di insultarlo e, perché no, di prenderlo a pugni; non aveva, lei, il diritto di essere arrabbiata per quella morte, il diritto alla disperazione? Sì, lei lo sapeva. Sì.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Ma poi, quando Lisa scorse le mura della Chiesa e la croce conficcata nel cielo, immaginò di percorrere la navata non come una vedova, bensì come una sposa e di urlare a tutti che si erano amati fino alla fine, cioè fino a trenta minuti prima di quel maledetto incidente. Varcò l’entrata della Chiesa e non fece nulla di ciò che aveva disperatamente immaginato. D’istinto, tentò di fuggire alla vista della bara, la scansò come se quel suo movimento degli occhi potesse essere davvero utile a scacciare quella morte; se non la vedo non esiste, si disse, non deve esistere. I posti in fondo, sia nell’ala destra sia quella sinistra della navata centrale, erano tutti occupati da quelli che erano stati gli studenti di lui, dei ragazzini di un istituto tecnico senza infamia né lode, perciò Lisa procedette un poco più avanti.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><i>Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore. </i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Trovò un posto sul lato destro, non lontano dall’altare e anzi, forse troppo vicino: voleva vedere ma non essere vista. Lisa si guardò la punta dei piedi e poi su, dall’inginocchiatoio sino al poggia-gomiti e poi oltre la persona davanti, forse un collega o un semplice amico d’infanzia – chi sono tutte queste persone? chi sono io, ora? –, fino ad arrivare a non poterne più fare a meno: ecco la morte nel legno scuro e lucido, circondata di fiori; ecco i parenti e gli amici dei quali Lisa non conosceva nulla, a dire il vero, perché lui non ne parlava mai. E infine eccola, quella era certamente lei, seduta in prima fila che strozzava il pianto, e con il braccio dell’amica che la cingeva per consolarla: gli amici e i parenti tutti, ogni singola persona in quella Chiesa fredda e con l’aria satura di incenso e cera decomposta, avrebbero avuto le parole giuste da dire alla donna rimasta vedova a tutti gli effetti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><i>Se noi moriamo, moriamo per il Signore.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Baciarlo ancora una volta, sì, oppure (e questa sì che era una follia!) sostare vicino al suo corpo nudo, morto ma nudo. Così lui le aveva detto un giorno: quando morirò, mi piacerebbe essere seppellito nudo e dare uno vero scandalo lassù, il primo e ultimo della mia vita; riesci a immaginarlo? Era il ricordo di una sciocchezza detta dopo un orgasmo felice. Questo nessuno poteva saperlo, e lei non era nella posizione per poter far sì che quella volontà fosse rispettata.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Ad ogni modo, lui era stato un uomo generoso, un uomo che aveva deciso di sacrificare degli anni della sua vita per stare vicino alla moglie malata di cancro, e quindi no, forse, pensò Lisa, non aveva nulla da invidiare alla moglie e doveva, ora, cacciare via quella sorta di gelosia retroattiva visto che lei, di gelosia, non aveva mai provata, perché non si può essere gelose di una donna alla quale hanno detto che ha in corpo un cancro e che questo cancro è inoperabile, una donna con un marito compassionevole e che in realtà amava un’altra e dava a quell’altra il suo vero Io, la sua essenza. Era stata impaziente di averlo tutto per sé, impaziente di avere la sua felicità e quindi a volte, come nel caso del loro ultimo litigio, lei aveva dubitato della sua sincerità; ora l’uomo che amava era solo un corpo, carne vuota e morta, e Lisa non si sarebbe perdonata facilmente i suoi errori. Sentì nascere nel suo petto un pianto feroce, arrabbiato, ma non avrebbe potuto giustificarlo – che diritto hai, tu, di piangere così? qual era il vostro grado di intimità? – e allora strinse i denti e poi strinse forte le mani attorno al poggia-gomiti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">La cerimonia sarebbe terminata tra abbracci e condoglianze e ricordi sussurrati e lei, Lisa, non avrebbe saputo cosa dire per giustificare la sua presenza e il dolore che certamente, lo sentiva, era ben visibile. Chi sono io per aver pianto così tanto? E per la risposta mancante, tra gli amen e i lodato sia il Signore dei presenti alla cerimonia, Lisa silenziosamente rimproverò lui – uno di quei rimproveri carichi di amore che si fanno alle persone che non ci sono più, che più che rimproveri sono un atto estremo di riaverle in vita (non avresti dovuto andartene senza aver sistemato questa e quell’altra faccenda, accidenti a te amore mio, perciò ora torna per finire ciò che hai lasciato incompleto) –, rimproverò lui per non averle suggerito, quando era ancora vivo e nudo a scherzare con lei nel suo letto dopo aver fatto l’amore con foga, una risposta a una tale ipotetica evenienza. Ma lei avrebbe resistito dal dire chi era, sì, lei non lo avrebbe deluso proprio ora, avrebbe trovato la risposta giusta nel caso ci fosse stato bisogno. Erano ancora amanti e sarebbero rimasti amanti per sempre, e a questo pensiero Lisa provò uno strano orgoglio e vi ci si aggrappò; io lo conoscevo davvero, pensò.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><i>Dona loro eterno riposo, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Il giusto sarà sempre ricordato, non temerà annunzio di sventura.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Il prete invitò la vedova a ricordare il defunto; la donna salì lentamente sull’altare e sollevò il viso ai presenti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Anche lei, come Lisa, aveva gli occhi segnati dal pianto e le ombre tra le pieghe, quei residui di una gioia annientata. Eppure, pensò Lisa guardandola, quella donna aveva qualcosa di bello e di non malato. Era bella nei sui lineamenti morbidi e nel collo sottile, certamente, ma soprattutto nel modo nobile e dolce con cui portava il suo dolore. Cercò i segni del male che la stava spegnendo, e che aveva impedito a lui di porre fine al matrimonio anche se questo lui non lo aveva mai detto in maniera così cruda, è ovvio, perché si trattava pur sempre della donna che aveva sposato. Ma le aveva parlato, più di una volta a dire il vero, della promessa che aveva fatto alla moglie, con questo male incurabile, di esaudire ogni suo di lei desiderio con lealtà. In salute e in malattia; in ricchezza e in povertà. Forse il cancro era in quelle mani tremanti sul leggio, in quella magrezza innaturale e nel pallore, sì, certamente quel pallore era un segnale inconfondibile insieme ai capelli radi e spenti. Si sentirà in colpa, lei, di essere morta prima di lui, e a questo pensiero Lisa provò un senso di ingiustizia al quale, per pietà, avrebbe voluto porre rimedio: andare da lei, abbracciarla, dirle sai in fondo ti amava davvero, è la verità, credimi, non sentirti in colpa perché tu non hai colpe. Sarebbe stata una piccola menzogna a fin di bene, una bugia bianca con annessa la sua stessa amnistia.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Mio marito, esordì la vedova, è stata la mia fortuna e la mia roccia. Un uomo buono, lo sanno tutti, e generoso; un professore che amava il suo lavoro e suoi studenti, gli amici e la famiglia, un uomo lineare, ma questa sua linearità non lo rendeva affatto un uomo banale, un uomo qualunque, ed è anche per questo che era un uomo eccezionale. La vita, per lui, andava vissuta con pienezza; Barbara, mi diceva, che ce ne facciamo della nostra vita se non facciamo di tutto per essere felici, per godere del e nel mondo, io e te insieme? È stato un marito leale sino all’ultimo, in tutto, e ha fatto suoi tutti i miei desideri più insoliti, alcuni del tutto bizzarri. Ci sentivamo una coppia speciale, insieme eravamo speciali. Amavamo parlare di ogni cosa, anche della morte e c’è una cosa che lui mi diceva sempre: Barbara, amore mio, dobbiamo onorare la nostra lealtà, quella che unisce me e te, anche quel giorno, l’ultimo. Era un uomo che sapeva amare e io sarò con lui sino alla fine. Chiedo scusa se mi mancano le parole per aggiungere altro, per dire quanto la sua presenza abbia contribuito alla felicità non solo mia, ma di molti, fosse anche solo per qualche istante. Questa perdita mi devasta, perdonatemi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">La vedova abbassò il capo, e nello scendere dall’altare barcollò fino quasi a cadere ma fu prontamente sorretta da chi era seduto in prima fila. Dopo aver ascoltato attentamente quel breve discorso, e dopo aver assistito a quella scena, Lisa si sentì ignobile per aver contribuito all’inganno di quella donna, e ora l’unica cosa che desiderava era che la funzione finisse e con essa il suo essere la donna colpevole di aver inquinato un matrimonio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><i>Assolvi, Signore, le anime di tutti i fedeli defunti da tutti i vincoli dei loro peccati, possano meritare di evitare il giudizio finale per la tua grazia, e godano beati della luce eterna.</i></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">La funzione stava per terminare. La vedova e gli addetti dell’agenzia funebre iniziarono a comporre quei movimenti che dicono a tutti che è giunto il momento di accompagnare il defunto al luogo del suo riposo ultimo; la folla ubbidì subito a quella disposizione enunciata con i gesti di rito, e si diresse verso l’uscita.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Quando anche Lisa si alzò dalla panca e, a testa bassa, fece per uscire da quella costrizione alla preghiera, inavvertitamente andò a scontrarsi con le altre persone, sconosciuti uniti dal lutto, e questa calca, questo fiume di persone che scorreva lentamente verso l’uscita, le stava impedendo di fare in fretta, di correre a casa, nella sua camera da letto, a piangere sui ricordi e su se stessa e lasciarsi andare al dolore che solo lei, lì, conosceva: un dolore che doveva restare muto e solitario. Non poté fare altro che arrendersi alla lentezza della folla, e percorrendo la navata centrale verso l’uscita, Lisa immaginò di avere il feretro alle spalle, di poterlo scortare davvero e di stringersi alla bara come con ogni probabilità stava facendo la moglie. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;">Finalmente fuori, Lisa portò una mano alla fronte per proteggersi dal sole sfrontato e si divincolò per liberarsi dall’agglomerato di gente che ora era in attesa del feretro e di indicazioni sulla strada da percorrere per arrivare al cimitero. Voleva tornare da dove era venuta, e cioè nel suo bilocale senza impegno dove avrebbe ricominciato da capo e da sola, dove non sarebbe stata più l’amante. Eppure, qualcosa la stava trattenendo in quel luogo, qualcosa che era una presa dolce, una mano, e Lisa si voltò per vedere di chi fosse, tra tutte quelle persone sconosciute, quel tocco rivolto a lei, quella mano che le stava dicendo di fermarsi, di non andarsene. Fu così che le due donne si trovarono l’una di fronte all’altra, entrambe bellissime e immobili e con il respiro sospeso e la folla attorno che le guardava. </span></p>
<p align="JUSTIFY">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Il gioco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/10/29/il-gioco/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Oct 2018 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[senzatetto]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-76337 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/senzatetto.jpg" alt="" width="300" height="230" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/senzatetto.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/senzatetto-250x192.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/senzatetto-200x153.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/senzatetto-160x123.jpg 160w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">L’asciugamani elettrico era così rumoroso da risucchiare ogni suono vivente oltre la porta del bagno. A Corrado piaceva resistere alla pressione del getto d’aria calda, comporre movimenti rotanti come di astronave, quasi fosse anche quello un gioco con possibili bug da cacciare. Era, quello, un anfratto di tempo durante il quale poteva allentare il controllo che esercitava su se stesso quando era in compagnia di persone nuove, o quasi; lavorava alla TheGameZ solo da qualche mese e lui ancora non si era esposto più di tanto, non più di quanto fosse strettamente necessario per una serena convivenza. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Alzò lo sguardo allo specchio: quel taglio di capelli sbagliato lo avrebbe fatto sistemare presto, magari sabato; la cicatrice che dall’occhio sinistro si distendeva lungo tutta la guancia, invece, era sempre lì ed era inutile pensare potesse essere altrimenti. Corrado, in fondo, aveva imparato a conviverci. Il getto d’aria calda si interruppe bruscamente, la sessione era finita e lui guardò il palmo delle sue mani tiepide: forse è vero che ci si abitua a tutto, pensò, e tornò dai colleghi impegnati a risolvere l’enigma.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Prima di sedersi alla sua postazione, Corrado lanciò una rapida occhiata fuori dalla finestra, come era diventato solito fare. L’ufficio era in cima a una strada alberata, e da lì era possibile vedere la curva discendente e poi, dall’altra parte, eccola risalire verso i negozi e locali del centro. Ai piedi della discesa, su di una panchina, sostava una donna dall’età indefinibile: indossava un numero imprecisato di abiti logori, e in testa portava un buffo cappello viola a bombetta con un fiore che un tempo doveva essere stato di un colore giallo limone; il suo corpo era cinto da un alto numero di sacchetti stracolmi di stracci ma non solo, e da un piccolo carrello; dal carrello, spuntava una grossa papera azzurra di plastica che era stata forse un gioco e che adesso chissà, si chiedeva Corrado ogni volta che la guardava, che funzione aveva per quella donna. Poi successe ancora quello strano aggancio di coincidenze: Corrado guardò la donna e lei alzò la testa e lo fissò dritto negli occhi. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Lasciò la finestra e la donna, e tornò a testare il gioco; quello di oggi, e che teneva impegnato lui e suoi colleghi ormai da qualche giorno, aveva, in teoria, come obiettivo la costruzione e il mantenimento di una serie di astronavi all’interno di una nuova galassia. Era un nuovo mondo, ma a quanto pare non funzionava: era impossibile trovare pezzi di ricambio e i rifornimenti energetici si esaurivano in fretta al primo combattimento contro forze opposte; mancavano personaggi essenziali, come il medico, quindi i nuovi umani, privi dell’immortalità, perivano. Corrado e i suoi colleghi avevano provato ogni mossa ed esplorato ogni angolo di quel nuovo mondo, avanti e indietro e in largo, ma sembrava non ci fosse soluzione. Chi lo aveva ideato forse si era divertito al pensiero di dare ad altri un rompicapo dimenticandosi che un gioco non è un gioco se non dà un qualche tipo di gratifica a ciascuno dei partecipanti. Prima di pranzo, arrivarono alla conclusione che avrebbero scritto una relazione negativa agli sviluppatori; spensero i pc, indossarono le giacche e uscirono.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">A Corrado piacevano i suoi colleghi, e Sandro, il responsabile era anche lui sempre di buono spirito. Nessuno si era mai permesso di porre a Corrado domande troppo personali e a lui questo, per certi aspetti, faceva piacere: ci teneva a lavorare bene, a non lasciarsi distrarre da discorsi del tutto personali e fuori contesto; allo stesso tempo, avrebbe voluto sentirsi meno osservatore in disparte, meno frenato, ma lui ormai era così, con il suo carattere e bagaglio personale, pensò, e non avrebbe davvero saputo come diventare altro, come migliorarsi. Seguì i colleghi in direzione del solito bar-ristorante, e quando passarono davanti alla panchina con la donna con il cappello viola, Corrado evitò di guardarla, ma non poté evitare di essere investito dall’odore acre della miseria tipica dei caduti, così vicino a lui.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Il pranzo fu leggero e piacevole, e Corrado parlò poco e sorrise molto; al termine, Sandro lo invitò ad andare a bere il caffè da un’altra parte mentre gli altri tornavano in ufficio. In quei mesi, Sandro si era dimostrato serio ma non autoritario, comprensivo rispetto alle difficoltà quotidiana del suo staff e, poi, era pur sempre il suo capo. Il bar era nuovo; il profumo del legno fresco era piacevole e accogliente, le luci non troppo forti e, soprattutto, era privo di musica obbligata. Era un ottimo posto per parlare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Sandro chiese a Corrado come si trovasse a lavorare con loro e di eventuali altri progetti lavorativi, e gli chiese anche quale visione avesse per la società in termini di futuri sviluppi. Corrado sì sentì lusingato, e con grande meraviglia espose la sua opinione su possibili nuove strade di successo per l’azienda. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Al termine del caffè, con un gesto quasi distratto, Sandro si lasciò sfuggire di mano lo scontrino e nel raccoglierlo chiese a Corrado la causa di quella cicatrice. Ma non voglio essere indiscreto, precisò. Corrado sentì di potersi fidare, e nel tornare indietro, quindi, glielo raccontò non senza una punta di turbamento. Quando furono di nuovo nei pressi dell’ufficio, la donna era distesa sulla panchina con una mano sulla papera; il cappello viola le nascondeva il viso e pareva stesse dormendo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Di nuovo tutti in postazione, testarono il gioco rompicapo ancora per qualche ora e poi ne decretarono l’insuccesso e non la vendibilità, a meno che non venissero apportate importanti modifiche. L’indomani sarebbero passati ad un altro gioco, perché il mercato era esigente e mutevole sia in termini di tipologia di prodotto sia di quantità. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">A casa, la gatta Polly accolse Corrado con le consuete fusa attorno alle gambe e si lasciò accarezzare il pelo morbido e rossiccio, per poi correre alla ciotola vuota a reclamare il suo pasto. A Corrado piaceva accontentarla subito, prima ancora di togliersi la giacca, e così fece. Poi, si spogliò della giacca e del maglione e tornò in cucina a preparare la sua cena: prese un piatto piano e lo riempì di fette di prosciutto crudo in vaschetta e patate lessate il giorno prima, e pensò che la giornata era andata davvero bene e poteva considerarsi soddisfatto. Si sentiva anche alleggerito da un peso che fino a quella mattina lo aveva tenuto in disparte. Quella sera, provò un insolito senso benessere e soddisfazione per il suo lavoro e per l’uomo che era diventato. Non tutto il male viene per nuocere, pensò.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Sul divano, con il piatto colmo e la gatta Polly al suo fianco, tornò a guardare quella serie televisiva che finalmente era riuscito a recuperare per intero. In questa puntata, era stato trovato un nuovo cadavere e l’ispettrice sapeva già cosa andare a cercare: le lettere lasciate dall’assassino sulla schiena delle sue vittime dopo l’avvelenamento: erano sempre sette, seppur diverse da vittima a vittima, ed erano scritte con un pennarello dal tratto cosiddetto indelebile. C’erano alcune piste aperte e molte abbandonate, e il clima della cittadina non era uno dei più favorevoli alle indagini, sebbene tutti mostrassero il timore di essere tra le prossime vittime. Su questo corpo, l’enigma era così composto: A G N T N W P. Apparentemente solo una cosa sembrava accumunare le vittime prima che divenissero tali: erano tutte persone adulte. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Corrado era molto stanco, perciò quando terminò la cena spense anche la tv e si staccò da Polly che emise un miagolio di lamento. Prima di spegnere le luci della camera da letto, Corrado inviò un messaggio a Sandro per ringraziarlo della chiacchierata al caffè, e Sandro rispose prontamente: ci vediamo domani.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Il giorno dopo in ufficio ci fu un gran da fare. La relazione sul gioco fallimentare chiedeva di essere ultimata, un nuovo gioco era pronto e tutti non vedevano l’ora di testarlo. Il bello dei giochi sparatutto era banale e assai richiesto: giocare alla morte e alla vita, non ferire né ferirsi mai per davvero. E infatti fu così travolgente che i ragazzi non uscirono neppure per pranzare, andarono avanti fino a sera e con grande divertimento. A fine giornata, erano tutti certi che quel gioco sarebbe stato un successo; tra una risata e l’altra di sollievo, tra una pacca e l’altra, Sergio disse che il giorno dopo sarebbero potuti andare a pranzo in un posto nuovo, molto carino, solo un po’ più distante dal solito locale. Uscirono contenti: quello era il lavoro più bello del mondo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Corrado varcò la porta di casa ed ecco la sua gatta tra le gambe. Hai fame, vero? Vieni Polly, brava Polly, brava la mia principessa. Dal freezer prese una porzione di pasta al forno e la mise nel microonde: osservò la vaschetta girare, le luci illuminare un piatto di dubbia qualità ma facile e lui, soprattutto questa sera, dopo una giornata di duro lavoro era sempre molto stanco. Aveva smesso da tempo di chiedersi come sarebbero state le sue cene se avesse avuto la compagnia di un altro essere umano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Polly lo aspettava sul divano, e persino il telecomando era pronto per ricominciare a svolgere la sua funzione. In questa puntata, il corpo riverso di una giovane donna portava sulla schiena le lettere C P M R F C J. Un assassino di buona cultura, anzi, eccellente. Anche questa puntata si stava dimostrando tanto avvincente quanto inquietante, ma la stanchezza ebbe la meglio su Corrado che lasciò il piatto sul tavolino di fronte a lui e si distese sul divano. Sì, lui faceva il lavoro più bello del mondo e con persone uniche nel loro genere. E così, con questo pensiero, si addormentò senza difficoltà e con Polly attaccata alle sue gambe.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">La mattina dopo si svegliò di soprassalto e in ritardo; non fece colazione, non si cambiò, afferrò lo zaino e uscì di corsa. Arrivato in ufficio, i suoi colleghi erano silenziosi e concentrati a sbrigare noiose e lunghe pratiche, e non fecero particolare attenzione a Corrado il quale, quindi, grazie al cielo non si sentì particolarmente osservato. Appese il giubbotto e gettò uno sguardo fuori dalla finestra: la donna non c’era, sebbene di solito a quell’ora aveva già occupato il suo posto sulla panchina. Non avrebbe saputo dire esattamente il perché, ma Corrado provò un senso di sollievo nel constatare quell’assenza. Si sedette e iniziò a lavorare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">L’orologio a monitor segnava le ore dodici e cinquanta, ed ecco scoppiare il solito trambusto di chi non vede l’ora di andare a pranzare. Corrado spense anche lui il pc, si alzò e andò in bagno. Quando fece per tirare su la cerniera dei pantaloni, questa s’inceppò e lo costrinse a compiere il movimento inverso e poi di nuovo a riprovarci. Notò del pelo rossiccio di Polly sul pantalone, e provò un leggero imbarazzo; con la mano cercò di pulirsi ma senza successo; pazienza, si disse, non è niente di grave, può succedere a tutti. Finalmente con le mani sotto il getto d’aria calda, Corrado sentì la gran fame imputabile alla colazione saltata per la preoccupazione di aggiungere al ritardo ulteriore ritardo. Sarebbero andati in un posto nuovo e poi, magari, un altro caffè con il capo perché Corrado aveva altre idee che avrebbe potuto illustrargli: progetti di espansione, nuovi contatti; gli affari andavano bene, giusto? Farli andare meglio. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">L’asciugamani elettrico terminò il suo lavoro e Corrado uscì dal bagno: non c’era più nessuno, nessun suono e nessuna voce; l’ufficio era uno spazio immobile e spento. Andò alla finestra: dall’altra parte del vetro vide i colleghi affrettarsi giù dalla strada; vide la donna logora alzare lo sguardo verso di lui, levarsi il cappello con il fiore non più giallo e portarselo al petto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
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		<title>Mutandine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Mar 2018 06:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[tradimento]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo Era mattina, e lui dal comò afferrò un paio di mutandine della moglie: un tanga di colore nero con pizzo, davanti; dietro, il filo sottile aveva come scopo la nudità delle natiche e, al contempo, lo sfregamento dell’orifizio. Le mise nella borsa in pelle, tra l’agenda e l’ultimo numero della rivista Anesthesiology. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-72875" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/tanga-1.jpg" alt="" width="235" height="328" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/tanga-1.jpg 235w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/tanga-1-215x300.jpg 215w" sizes="(max-width: 235px) 100vw, 235px" />di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Era mattina, e lui dal comò afferrò un paio di mutandine della moglie: un tanga di colore nero con pizzo, davanti; dietro, il filo sottile aveva come scopo la nudità delle natiche e, al contempo, lo sfregamento dell’orifizio. Le mise nella borsa in pelle, tra l’agenda e l’ultimo numero della rivista </span><span lang="it-IT"><i>Anesthesiology</i></span><span lang="it-IT">. Nel fondo della borsa, Sergio intravide una caramella al lampone, residuo della sua più recente sosta fuori casa. Chiuse tutto in fretta per non cedere alla sua naturale propensione a soffermarsi sui dettagli. D’altronde, la richiesta era stata chiara e questa volta non avrebbe ammesso obiezioni: voglio le mutandine di tua moglie e questo è un ordine.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Poi Sergio entrò in bagno, abbassò la tavoletta del water e si sedette ad osservare il corpo nudo di Clara che appariva oltre il vetro smerigliato del box doccia: i tratti confusi e apparentemente inafferrabili avrebbero potuto essere di chiunque. In fondo era andata così, quella mattina all’alba dopo il turno di notte in ospedale, e a quel ricordo Sergio sentì il suo desiderio farsi carne nel pene turgido, e, ancora una volta, provò vergona e piacere e senso di colpa. Quando sua moglie chiuse l’acqua della doccia, Sergio si alzò e uscì dal bagno. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In camera da letto, Sergio accese la televisione: guardò le immagini disturbate, tagliate da scie bianche e nere che nella promiscuità diventavano grigie. Clara entrò in stanza con l‘asciugamano sui capelli bagnati e un sorriso stanco e un po’ triste. Sergio aprì l’anta dell’armadio; celare l’indicibile, ovvero la sua stessa corruzione, rimanere nell’ombra.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">&#8211; Sei di turno ogni sabato, adesso.</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">&#8211; È solo un periodo, passerà. Hai chiamato il tecnico?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">&#8211; Oggi la porto in negozio, ma forse dovremmo cambiarla, ci costa di meno. Queste cose si rompono di continuo, ormai.</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">&#8211; Forse non dovremmo tenerla in camera da letto – disse guardandosi allo specchio mentre si abbottonava la camicia -, forse potremmo farne a meno.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">&#8211; Che differenza farebbe?</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">La camicia era abbottonata, ma lui rimase allo specchio ad osservare, nel riflesso, sua moglie che si vestiva. Eccola, elegante e fresca, le scarpe rosse con il tacco che lui le aveva regalato e che, una notte, le aveva fatto indossare mentre lei, nuda, in ginocchio e davanti al lungo specchio, con la bocca prendeva il suo sesso. Su e giù; la schiena riflessa, i glutei sodi leggermente dischiusi, i tacchi divenuti scostumati. Ricordò la bocca di lei riempirsi della sua eiaculazione, del suo trionfo. Dopo quella sera, la stesa scena era stata ripetuta qualche altra volta con un entusiasmo ed eccitazione via via decrescenti, fino a scomparire. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Le nove del mattino. Salutò la moglie ricordandole che avrebbe potuto fare tardi anche per cena, di non aspettarlo, e sua moglie, nell’abbraccio e dopo un bacio, non fece domande. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In strada, il calore dell’estate era una maschera che gli avvolgeva il viso dopo averlo schiaffeggiato; era punizione e godimento insieme. Stava per succedere ancora, pensò, e questa volta lui sarebbe stato l’artefice, il regista di un gioco che lui stesso non avrebbe mai immaginato possibile. Controllare il gioco come si controlla la vita e la morte; io so sospenderle, pensò, io so riprenderle e lasciarle andare. Salì sulla sua Audi ma non partì subito. Appurò che tutto fosse in ordine: il libretto di circolazione, la patente, gli specchietti ben posizionati; verificò che non ci fossero chiamate non risposte, messaggi non letti ai quali avrebbe dovuto rispondere con una menzogna e, infine, quando ogni cosa fu controllata, Sergio mise in moto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">La scritta a neon rossa Sex Shop era una prima donna in mezzo ai capannoni industriali di una provincia che il cemento aveva desertificata. C’era già passato davanti altre volte, ma senza mai fermarsi. Perché con Clara non era mai entrato in posto così? Sergio si ripromise che lo avrebbe fatto, certo, e che lui sarebbe tornato un marito non fraudolento, un marito conforme alle aspettative. Spense il motore. Il negozio era aperto da pochi minuti ma molti posti del parcheggio erano già occupati. Una donna, di apparente mezza età, con lo sguardo basso e il passo svelto entrò nell’adiacente Slot Machine Palace; l’insegna recitava: +18, aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 02.00. Sergio non poté fare a meno di pensare che, tutto sommato, se avesse avuto il vizio del gioco sarebbe stato peggio. Più in là, un camion della logistica entrava e usciva da un capannone; carichi e scarichi, vite impacchettate.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">L’aria calda e immobile entrava dai finestrini abbassati. Sergio pensò che era ancora in tempo per tonare indietro, per annullare l’appuntamento, per cancellare tutta quella storia inqualificabile. Poteva controllarla.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il negozio aveva appena aperto e Sergio, al momento, era l’unico cliente. Alla cassa, un uomo stempiato e sovrappeso era intento a compilare dei moduli e a firmare carte; l’uomo alzò lo sguardo verso Sergio: se ha bisogno chieda pure, disse. Il Sex Shop era un drappo di velluto scarlatto; la luce, calda, illuminava gli scaffali senza pretesa di sconvolgere. Era tutto lì, afferrabile da chiunque, misterioso e normale, ordinato, catalogato per genere e dimensione, colore, desideri e fasce di prezzo. Palline di Geisha, vibratori singoli e duo, stimolatori, plug Anal Dream, cuscini gonfiabili con fallo, bende, manette, corde. I best-seller del mese erano due: il Plug Anale Matrioska Prince of Kiev Pink, da una parte; e il Brent Corrigan Butt, dall’altra. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Andò nel settore lingerie e trovò subito le calze a rete con apertura. Erano parte degli ordini ricevuti; e gli ordini erano, per Sergio, la scoperta dell’eccitazione dove non se l’era mai aspettata. Andò alla cassa e pagò le calze a rete in contanti. Vuole che le faccia un pacchettino? No, grazie, va bene così. Chiese se ci fosse un bagno disponibile per i clienti; il negoziante, con un sopracciglio sollevato, rispose con tono pacato che se lì ci fosse stato un bagno a disposizione dei clienti, di certi clienti, sarebbe stato sempre occupato. Sergio si sentì sciocco e in imbarazzo e chiese scusa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Rientrò in macchina. Il caldo si era impossessato di ogni cosa: della sua auto e dei capannoni e del cielo azzurro terso. L’insegna del negozio era la cosa più anarchica nel raggio di chilometri. Prima di mettere in moto, Sergio immaginò di vedere Clara nella sua Toyota color ambra. Immaginò di vederla entrare nel Sex Shop per fare l’equivalente di ciò che stava per fare lui, e trovò il pensiero sconvolgente ed eccitante. Molti anni fa, quando erano ancora fidanzati, Clara aveva raccontato a Sergio di aver vissuto un’esperienza sessuale estremamente stravagante per il suo carattere: aveva baciato un’altra donna, o meglio, una ragazza. Era accaduto in quarta liceo nei bagni della scuola – “nei bagni delle scuole ogni cosa è possibile”, aveva aggiunto portando la testa indietro con una grande risata -; era stato qualcosa di mai più ripetuto e lasciato andare senza nostalgia, piuttosto raccontato come un evento piacevole, sì, ma eccezionale e, tutto sommato, buffo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">C’era coda, e il bagno dell’autogrill odorava di tutto il piscio del mondo e di vacanze sfatte. Sergio si chiese quanti uomini, di quelli in coda, avessero fatto ciò che Sergio stava per rifare. Forse, pensò, sono in coda come me e loro sono come me; forse anche loro, nei loro borselli a tracolla, nascondono il tradimento. Chi non ha peccato scagli la prima pietra, o il primo borsello o zaino; chi non ha peccato si amputi il rigonfiamento carnoso che emerge dai bermuda a fantasia, il capo d’abbigliamento principe di un’altra (l’ennesima) estate in famiglia. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In bagno, Sergio si tolse i pantaloni e le mutande. Dalla borsa in pelle sfilò le mutandine della moglie e le indossò: dall’alto osservò il pene compresso dal tessuto in pizzo nero e lo accarezzò ma senza esagerare perché, si disse, non era ancora il momento; poi indossò le calze a rete, e infine si rivestì del tutto. Tra le natiche, il filo sottile era teso e, finalmente, poteva sentirlo in tutta la sua impertinente provocazione. Sergio uscì dal bagno con la straordinaria consapevolezza che la sua eccitazione sarebbe stata evidente a chiunque avesse abbassato lo sguardo anche solo di sfuggita, e in quell’istante, cioè quando aprì la porta del bagno e vide la coda essersi fatta ancora più affollata, scoprì che essere guardato nella sua indecenza era ciò che desiderava in quel momento. Non chiedeva altro.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il Motel era elegante: cinque stelle e parcheggi riservati e discreti; la receptionist in tailleur e le caramelle al lampone in una ciotola color argento, le stesse che gli ospiti avrebbero ritrovato in camera. Sergio consegnò il documento d’identità; la receptionist era la stessa dell’altra volta e Sergio fu tentato di chiederle se Darina fosse il suo vero nome, e quanti anni avesse e se le piacesse quel lavoro e cosa ne pensasse degli uomini come lui. Fu tentato di dirle che sarebbe stata l’ultima volta, che non si sarebbero più rivisti; e, vede, io non sono ciò che crede lei. La numero diciotto, disse la donna, la stanno già aspettando. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il percorso dalla reception al bungalow numero diciotto fu assai breve. Parcheggiò la sua Audi accanto a quell’atra macchina che conosceva così bene; il parcheggio, in effetti, era riservato, disposto in modo che nessuno degli ospiti degli altri bungalow avrebbe potuto vedere i rispettivi vicini entrare e uscire dagli alloggi e, ciascuno a bordo del proprio veicolo, fuggire di gran lena lontano dal luogo dell’adulterio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Stava succedendo ancora, pensò, era già in stanza e lo stava aspettando. A motore spento, Sergio pensò anche che era ancora in tempo per andarsene, per tornare a casa da sua moglie e magari andare insieme a comprare un nuovo televisore, poi avrebbero potuto andare a pranzo fuori e sorridersi a vicenda tra i riflessi di un calice di vino, per poi tornare a casa a fare all’amore: il loro amore semplice e costante, il loro desiderio quieto. E nel tempo di quell’amore, Sergio avrebbe potuto, ancora una volta, abolire la sua coscienza e sospendere il battito del suo cuore per il tempo necessario a camuffarlo in un orgasmo senza discrepanze. Avrebbe potuto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Smise di pensarci e scese dall’auto, bussò alla porta. Oltre la porta poteva sentire i suoi passi, e Sergio li ascoltò avvicinarsi uno dopo l’altro. La porta si aprì e lui era lì, ancora una volta davanti a lui, così osceno e così bello, ad accoglierlo: hai portato le mutandine di tua moglie, vero?</span></p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Che ne sai tu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Dec 2016 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[depressione post-partum]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[provincia]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo Era in un paese di settecento quarantatré abitanti e un circolo anziani aperto solo d’estate. Il sole non c’era ancora ma stava facendo giorno. &#8211; Sei ancora qui – disse Carla. In cucina, la TV accesa senza audio frastagliava il buio. Carla guardò lo schermo, osservò la bocca della giornalista comporre parole, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-66262" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/klimt.jpg" alt="klimt" width="640" height="320" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/klimt.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/klimt-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Era in un paese di settecento quarantatré abitanti e un circolo anziani aperto solo d’estate. Il sole non c’era ancora ma stava facendo giorno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Sei ancora qui – disse Carla.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In cucina, la TV accesa senza audio frastagliava il buio. Carla guardò lo schermo, osservò la bocca della giornalista comporre parole, il suo viso magro e teso; accanto, un riquadro mostrava la foto tessera di una donna. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ha ucciso sua figlia e l’ha sotterrata in giardino, le disse lui.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla continuò a fissare lo schermo, e quando lui le disse <em>A stasera fai una buona giornata</em>, Carla non rispose. Poi i passi di lui furono oltre la porta e sul giardino, arrivarono al cancelletto e poi furono oltre, dissolti uno dopo l’altro nella brina lucida e sottile.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla si sedette sul divano della sua bella casa di provincia. Una casa con un giardino curato, una taverna di vini e una mansarda ammobiliata dove, aveva creduto insieme a lui, gli amici non sarebbero mai mancati. Nella sua bella casa di provincia, Carla spense la TV e non accese la luce: il buio, quando era sola, non le faceva paura. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Poi Carla sentì il richiamo della figlia e così, come ogni mattina, ancor prima che Carla raggiungesse l’interruttore, le luci della casa si accesero come fari e le spesse mura divennero limpide, permeabili a chiunque, e da qualunque angolazione, volesse guardare. Carla aveva capito come fare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Mentre percorreva il corridoio che l’avrebbe portata nella camera della figlia, mentre la prendeva in braccio e poi tornava in cucina, Carla sentì di avere qualcosa che quella donna del riquadro in TV non aveva: Carla, un giorno, alle prime luci dell’alba aveva capito che il modo migliore per non commettere errori era accertarsi di non essere mai sola. Perché erano passati sei mesi (quella notte era successo qualcosa di confuso, qualcosa che fu la piccola testa contro la sponda del lettino per due o forse tre volte) e lei non lo aveva detto a nessuno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla alzò lo sguardo agli angoli del soffitto per accertarsi che la speciale architettura che lei stessa aveva creato, quella non-solitudine che era la salvezza sua e di sua figlia, fosse sempre al suo posto: una telecamera là e là, un’altra sotto il lampadario e una sotto la cappa della cucina; e poi tutte le persone che sostavano attorno alle mura trasparenti della sua casa, i loro occhi bianchi in corpi sfuggenti. È così che Carla sarebbe riuscita, anche questa mattina, a fare ogni cosa con la giusta serenità. Preparò la colazione per lei e per la figlia e interagì con le sue parole imperfette, guardò i suoi grandi occhi attenti che la seguivano e le chiedevano rendiconti e spiegazioni su ogni cosa. Dopo colazione, Carla mise la figlia seduta sul divano con una borsa colma di cubi da costruzione e tornò al tavolo a sparecchiare. La bambina rovistò famelica nella borsa, prese due cubi e iniziò a batterli ripetutamente uno contro l’altro; Carla la guardò ancora e sorrise: era da tempo ormai che aveva smesso di chiedersi quando sarebbe arrivato il giorno in cui la figlia avrebbe costruito qualcosa. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti piacciono i cubi, vero? Brava. Suona, fai la musica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Dalle mura trasparenti della casa, tutti potevano vedere la scena di una bambina felice con i suoi giochi e di sua una madre, una giovane donna, che riponeva in dispensa una comune scatola di biscotti. Era una scena che aveva tutto per concludersi con la vestizione paziente della piccola in previsione della passeggiata quotidiana. E infatti così fu, una scena mite e senza perdite.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Vero che vuoi bene alla tua mamma? Vero?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il parco giochi era spoglio di bambini, era un campo di foglie bagnate dall&#8217;inverno e di rami secchi spezzati dal vento. Due palazzine basse lo cingevano; case silenziose abitate da un proletariato chiamato a giornata. Una volta Carla aveva visto un bambino su uno di quei balconi: Carla gli aveva fatto ciao con la mano e il bambino si era spaventato e aveva chiamato sua madre perché lo riportasse in casa. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Magari oggi arriva qualcuno – disse Carla.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Dal passeggino la bambina si allungò per toccare l’altalena.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Vuoi che ti dondoli?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina fissava l’altalena con ostinazione, con il busto teso verso l’oggetto dei suoi desideri. Non voleva altro. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Aspetta, è bagnata. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla cercò dei fazzoletti di carta nella borsa. Era un borsa grande, comprata apposta nelle settimane precedenti al parto, quando lei e lui ridevano ubriachi di attesa. Il pannolino di cambio, un pantalone in più, la crema, le salviettine, la merenda, una bottiglietta d’acqua. E niente fazzoletti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina si stava agitando: voleva ciò che aveva chiesto e lo voleva subito. Altrimenti perché portarla lì?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti ho detto aspetta.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Tra i rami secchi Carla avvertì le telecamere che erano la sua certezza, la sua salvezza dal fallimento.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Devo asciugare l’altalena altrimenti ti bagni – spiegò – e se ti bagni poi non posso cambiarti al freddo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina storse la bocca in una smorfia che Carla conosceva bene, era il preludio al pianto isterico. Carla si sfilò in fretta la sciarpa e ne fece un fagotto: asciugò l’altalena con la consapevolezza di avercela fatta anche questa volta: stava facendo del suo meglio, alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti, e il suo meglio sarebbe stato sufficiente. Infatti fu solo una questione di pochi attimi ed ecco che la bambina, in braccio alla madre, aveva capito che stava per ottenere ciò che aveva chiesto. Carla infilò le piccole gambe nel seggiolino, le coprì bene le orecchie con il cappello, le strinse la sciarpa. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Così non prendi freddo, giusto?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Avanti e indietro, Carla era una madre capace di presagire i passi da fare e le conseguenze da gestire; avanti e indietro, e la bambina era felice.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti piace così, vero?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina sorrise al dondolio e al volto di sua madre, al sole alto anche se l’aria fredda la faceva lacrimare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti piace, eh?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla sentì il rumore di una tapparella: forse la stavano alzando, un altro poco; o forse la stavano abbassando, ma non del tutto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Dalla borsa Carla prese il pacco di biscotti e ne diede uno alla bambina che se lo portò subito alla bocca. Nel pacco ne erano rimasti solo due, ma sarebbero bastati. Cresciuta in un piccolo appartamento di periferia colmo di parenti e amici dei parenti, con pane bagnato di pomodoro fresco e un costante odore di caffè appena fatto, Carla era stata una bambina senza bisogno di cibo. La canzonavano che era magra come un’acciuga e che doveva mangiare un po’ se voleva trovare un fidanzato ma a Carla la parola fidanzato non interessava, lei voleva solo saltare alla corda e diventare grande per fare l’astronauta.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla guardò la figlia ingoiare l’ultimo pezzo di biscotto, osservò la piccola bocca piena che già ne chiedeva un altro e provò una punta di disgusto. Eppure Carla prese un secondo biscotto dal pacco e lo diede alla figlia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Tieni. Guarda che dopo questo ne è rimasto solo uno, hai capito? Solo uno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina afferrò il suo trofeo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Avanti e indietro, la madre che spinge via e la figlia che torna sempre; avanti e indietro, il cigolio dell’altalena era un canto liso in uno spazio vuoto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il ciottolato della piazza era sconnesso e la spinta del passeggino una fatica. Però qualcuno era passato di lì e aveva allestito un presepe: le sagome erano di cartone, dipinte con colori che forse un tempo erano stati vivaci. C’era del fieno dentro un recinto storto, c’era un albero di Natale fatto di tappi di plastica. Un cartello diceva: creato dai bambini della scuola elementare. Lui, un giorno, le aveva raccontato che quel cartello era stato scritto dieci, forse quindi anni prima. Anche l’albero di Natale non era nuovo; lui lo sapeva perché una volta ne aveva marchiato uno con un pennarello indelebile e lo aveva ritrovato l’anno successivo. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Ti piace, vero?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina fissò, puntò con il dito.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Quello è un presepe. Il bambino lo chiamano Gesù ma è solo una storia, una cosa che si racconta. E questo è l’albero di Natale. Un giorno che papà torna presto lo facciamo anche noi a casa, che ne dici?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Attraverso le crepe del ciottolato deserto e tra il fieno nel recinto storto, attraverso gli occhi di cartone e da ogni tappo di plastica, oltre le tende chiuse di un paese senza voci, Carla sentiva che la sua architettura era sempre presente, che la sua non-solitudine era una solida certezza. Carla trovò il tappo marchiato, erano tre punti di domanda sbiaditi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla aveva freddo ma andò a sedersi sulla panchina; con il piede spinse avanti e indietro il passeggino per simulare un movimento verso qualcosa o qualcuno. Era la cosa giusta da fare, almeno per un po’. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Poi la bambina iniziò ad agitarsi, ad emettere lamenti e a tirare il suo stesso corpo in maniera spastica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Hai freddo, vero? Adesso andiamo. Noi andiamo altrimenti ti ammali. Va bene?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il campanile batté il primo di dodici tocchi. La bambina iniziò a piangere e loro erano solo a metà strada. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Calmati, siamo quasi arrivate.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina pianse più forte. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Smettila.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Una vecchia con un cappello in feltro e scarpe a punta passò loro vicino, guardò la bambina e poi guardò Carla e disse, Povera piccola si sente che ha fame.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Con la bambina in braccio, Carla accese la luce della dispensa. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Con la mano libera spostò scatole di tonno e pacchi di pasta, pannolini e barattoli e detersivi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Vedi, lo vedi che siamo dove c’è la pappa che la mamma ti deve cucinare? Non piangere. Lo vedi?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">La bambina non vedeva né sentiva, le sue urla coprivano ogni forma e colore, annullavano ogni altro suono al di fuori di quello che nasceva dai suoi polmoni e dalla sua gola tesa, dalla sua bocca spalancata.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Adesso cerchiamo la pastina. Tu riesci a vederla? Aiuti la mamma a trovare la pastina, eh? Vero che adesso aiuti la tua mamma?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le luci si spensero troppo presto e Carla tornò all’interruttore a riaccendere il mondo. La bambina era rossa in viso, le sue mani stringevano i capelli di Carla, la tiravano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; È colpa di papà, dice che aggiusta le luci e poi non lo fa. Lo dici tu a papà, eh? Vedrai che adesso la troviamo la tua pastina, quella con le stelline. Ha dentro pure le vitamine, vero? Vero che ti piace, eh?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Le luci si spensero di nuovo e la bambina pianse più forte.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Carla riaccese le luci per scacciare quel buio. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Facciamo così, ti metto un attimo a terra così la mamma cerca meglio, va bene? Solo un attimo, così faccio in fretta. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Gli occhi di Carla cercarono il pacco di pasta con le stelline che le dicesse che stava facendo la cosa giusta, che la rassicurasse che quel momento stava per finire. Non lo trovò. E quando le luci si spensero nuovamente Carla sentì un sudore acido mangiarle il viso e corroderle gli occhi, entrare nella sua testa e farle male. Fu allora che le telecamere cessarono di esistere e gli occhi bianchi scomparvero, che le mura della sua casa tornarono ad essere spesse e impermeabili. E la bambina piangeva e i colpi in testa facevano male. In quel buio, Carla sollevò a sé la bambina e la strinse forte, quella figlia ingorda e strillante che non parlava e che non ne voleva sapere di aspettare, di portare pazienza. La strinse, petto contro petto, le braccia chiuse in una morsa; erano loro due, nella dispensa di quella casa perfetta in un paese di provincia, loro due e nessun altro, e Carla avrebbe voluto che quel corpicino tra le sue braccia si annullasse nel suo, e che la smettesse, una volta per tutte, una volta per sempre, di generare tutto quell&#8217;indicibile dolore. La strinse forte, sempre più forte. Bambina ingorda, figlia mia.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; Che ne sai tu – urlò Carla –, che ne sai tu di come sto io?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Va bene anche così</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/12/05/va-bene-anche-cosi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Dec 2015 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo &#160; Lo so che è sciocco ma mi è successa questa cosa. Una cosa piccola e solitaria, dal peso leggero. Era primavera, un pomeriggio brinoso e friabile; la luce troppo bianca portava con sé la nostalgia del cielo cupo dell’inverno e io non sapevo più cosa temere, se il freddo che per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/falena.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-58425" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/falena.jpg" alt="falena" width="315" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/falena.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/falena-175x300.jpg 175w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /></a>di <strong><a href="http://www.mirfet.com">Mirfet Piccolo</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Lo so che è sciocco ma mi è successa questa cosa. Una cosa piccola e solitaria, dal peso leggero. Era primavera, un pomeriggio brinoso e friabile; la luce troppo bianca portava con sé la nostalgia del cielo cupo dell’inverno e io non sapevo più cosa temere, se il freddo che per mesi mi aveva amputato il respiro o la luce che mi avrebbe accecata, bruciata in un niente.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Sono entrata nella stanza senza illusioni, con la certezza che tutto quanto sarebbe durato giusto il tempo di qualche convenevole, di qualche prassi eseguita con meccanica sapienza. Ci siamo stretti la mano. Poi con un gesto mi ha fatto cenno di sedermi e anche tu ti sei seduto; tra di noi, la tua scrivania arruffata aveva residui dei pazienti che mi avevano preceduta. Mi dica come sta, mi hai chiesto, mi dica come si sente, e nella tua voce non c’era presunzione né fretta, non c’era l’attesa della fine. Allora ho capito che fermarmi non sarebbe stato un pericolo né una sconfitta, ho capito che potevo farlo, e ti ho raccontato. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Del dolore ad ogni passo, della luce troppo forte e della stanchezza attanagliante, ti ho raccontato del freddo che non mi abbandonava, del mio viso ubriaco e degli specchi in cui non volevo più riflettermi. Poi ti sei alzato, mi hai fatta sdraiare sul lettino. Distesa, quel primo pomeriggio di quella prima visita, ho desiderato di poter chiudere gli occhi e dormire a lungo, svegliarmi nuova e ricominciare la mia vita di sempre. La mia vita senza fissa dimora, il mio girovagare esperto e inconcludente. Lo so che non si direbbe, a guardare i miei passi di oggi – stanchi, sorretti da un bastone indossato troppo presto -, ma ero una che camminava sempre; divoravo chilometri di città metropolitane con la musica nelle orecchie, con la voglia di vedere dove sarei andata a finire, senza cedere al tempo che passava. Quel pomeriggio mi hai chiesto di farti vedere esattamente dove provassi male. Poi mi hai domandato di descrivertelo, il mio dolore, e io ho fatto del meglio per dargli una forma riconoscibile, palpabile; ho cercato parole spesse, parole che tu potessi incidere con un bisturi e dissezionare. Ancora non sapevo che da quel momento in poi, fuori da quella stanza, non avrei più smesso di cercare parole migliori e inequivocabili per spiegare agli altri il male che sentivo; la curiosità amorevole di chi mi voleva bene e quella morbosa di chi non mi conosceva, ancora non sapevo che ogni mio tentativo si sarebbe risolto in un fallimento. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Hai misurato ogni centimetro della mia pelle, il mio cuore il mio respiro. Hai guardato la mia lingua e dentro i miei occhi, hai rovistato tra i miei capelli. Hai fatto due passi indietro e hai osservato il mio viso con la stessa attenzione con cui si osserva un dipinto: la testa un po’ inclinata da un lato e poi dall’altro, i tuo piccoli occhi attenti, pronti ad accogliere ogni possibile visione. E ancora non sapevo che tu, quel pomeriggio, sulle mie guance e sul mio naso avevi visto posarsi l’ombra di un bozzolo, di una farfalla in divenire, e non era felice. Ancora non sapevo molte cose. Poi mi hai fatta rivestire e sei tornato alla tua scrivania, le tue dita hanno battuto con forza sulla tastiera. Lettera dopo lettera, quel ticchettio pestato dai tuoi polpastrelli arginava il tempo trascorso da che ero entrata, ed era stato tanto, misurava il tempo rimasto, e mi sono sorpresa a pensare che fosse stato troppo poco. Hai scritto tutto. Sei stato preciso e completo, e lo saresti stato ad ogni visita successiva, ed io ogni volta avrei amato questa tua capacità di imprimere così tante parole, ciascuna con un suo peso specifico e una sua specifica angolazione, su un comune foglio bianco. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">È cominciata da lì, questa cosa sciocca che mi è successa, è cominciata quel pomeriggio di primavera di dieci anni fa. Mi dica tutto e io che ti parlo, le tue dita che battono e io che rivesto il mio corpo diventato l’involucro di un imbarazzo inaspettato. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi hai allungato l’elenco degli esami diagnostici da fare. La fede nuziale al tuo dito brillava, la mia sarebbe arrivata l’estate successiva. Cominciamo con questi, hai detto, ed erano così tanti che ho temuto non mi sarebbe bastata la vita per farli tutti e mi sono vergognata anche della mia paura. E invece mi è bastata, e dopo sei mesi di una vita sospesa nel limbo &#8211; di analisi, di scomposizione del mio sangue, di prelievi della mia pelle &#8211; tu gli hai dato un nome nuovo. È una malattia cronica e sistemica, mi hai detto, ma si può trattare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Ho letto che succede, che per voi medici è uno dei rischi del mestiere; ho letto che per il paziente, di solito, è tutta un’invenzione, un immaginarsi l’altro come una specie di salvatore, di guaritore di tutti i mali. Ho letto che quasi sempre va finire in un niente, e solo ogni tanto si ha il privilegio amaro di una storia torbida e inconcludente. Ho letto che accade così di frequente che temo la mia storia, questa cosa sciocca che mi è successa, non abbia niente di speciale.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Senza che tu te ne accorgessi, senza che tu facessi niente per farlo succedere. In tutti questi anni, arrivare a darsi del tu è stata l’unica distensione dei rigidi schemi di una professione secolare. Solo una volta, era forse un anno che ci incontravamo con regolare cadenza trimestrale, avresti accennato ad un secondo figlio arrivato troppo presto, alla confusione delle cose.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Io non ti conosco e credo non esita alcun guaritore di ogni male. Eppure a capodanno di quello stesso anno in cui tu hai dato un nome nuovo alla mia vita giovane – non ero ancora diventata un dovere da accudire, una madre troppo stanca per correre; ogni degenerazione doveva ancora accadere – la mia amica di sempre mi ha allungato una scodella di lenticchie bollenti e io come risposta le ho detto, quasi quasi m’infatuo del mio medico. Quasi quasi. E ho sentito le mie mani finalmente scaldarsi, dimenticarsi cos’erano diventate.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Vedi, quindi, lo vedi bene anche tu – è un fatto certo, basta fare qualche calcolo, mese più mese meno &#8211; che questa cosa sciocca è iniziata prima di tutto. Prima che io mi sposassi e il mio matrimonio felice diventasse un ricordo piccolo steso su un tavolo ogni giorno sempre più grande; prima che io smettessi di essere una donna e diventassi un corpo, al massimo una madre da compatire. Perciò credimi se ti dico che questa cosa sciocca, questa voglia che ho di te, non ha il peso di una tristezza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Per anni, ad ogni nostro incontro dettato dalle circostanze, ho cercato di misurare la vastità di ciò che sentivo. Mentre verificavi l’estensione delle piaghe sul mio viso, e contavi le macchie rosse che come cicche di sigarette infossavano le mie braccia, mentre con dita leggere stimavi la perdita dei miei capelli, il mio respiro rotto e il cuore aritmico, ho continuato a sentire questa cosa puerile, quest’imbarazzo accidentale ed avulso dal lento deformarsi del mio corpo. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Tu leggevi la conferma dei miei anticorpi corrotti, con l’indice seguivi il loro dispiegarsi sul figlio – antinucleo e anti-DNA e anti-ENA e anti-fosfolipidi, e poi la VES alta e globuli bianchi bassi (mi hai insegnato molte cose, molte più di quante tu possa immaginare) -, ed io mi preoccupavo che in tutti questi anti, in questa guerra del mio corpo contro se stesso, mi preoccupavo che il tremore dei miei pensieri fosse arrivato fino al nucleo delle mie cellule, fino all’infinitamente piccolo, e che tu, sempre così attento, sempre così scrupoloso, lo avresti letto e biasimato. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi hai dato un armadietto pieno di sponde a cui aggrapparmi. Il mio Plaquenil e il Medrol e l’azatioprina e le vitamine, con le mie pillole di ogni giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, ho imparato a costruire dei ponti per non affondare allo scorrere di una natura capovolta. Ho imparato a galleggiare, a pensare che la malattia fosse solo un fatto accidentale e non la mia vita intera. E ai tuoi ciao-come-stai ho imparato a rispondere che a volte andava meglio e a volte peggio, che quel farmaco non funzionava e quell’altro funzionava poco, ma che era pur sempre trattabile e che tutto sommato andava bene anche così.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Ma poi è arrivato il giorno che tu sei andato via. Era ottobre, il mese in cui le foglie marciscono sulla terra umida e il freddo inizia a nascere senza chiedere permesso. Sei andato a lavorare in un altro ospedale e io sapevo dove, esattamente dove e quando, e i tuoi turni e il numero di ambulatorio, sapevo tutto e non sono mai venuta dove ti avrei certamente trovato. Perché pensavo che peggio di come stavo non sarei mai potuta stare, pensavo di avere già ingoiato la fetta di malasorte che mi spettava. Perché il mio corpo, quell’ottobre di quell’anno che te ne sei andato, era gravido di vita e quindi forte, un corpo che alla fine ce l’avrebbe fatta. E non volevo, in tutto ciò non volevo questa cosa sciocca che mi è successa e che non capivo. Non la volevo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Per questo, mentre tu non c’eri, io ti ho tradito con tanti. Senza mai cercati eppure trovandoti ogni volta: questo era un medico frettoloso e tu no, quello non aveva capito e tu si, quell’altro non mi chiedeva come stavo e tu lo facevi sempre. Ti ho tradita specialmente con uno. In un ospedale di provincia ho incontrato un dottorino con la faccia da copertina patinata e denti troppo bianchi per essere veri. Dopo la lettura distratta di qualche foglio, quel dottorino ultimo, mi ha detto che la falena che nel frattempo era nata sul mio viso – quelle ali bruciate sulle guance, quel tronco ricoperto di piaghe sul mio naso – non avrebbe mai spiccato il volo ma che forse, forse per il resto, per le miei mani sempre fredde e il dolore che da anni trasformava i miei sogni in incubi madidi di sudore, forse quello avrei potuto curarlo se solo avessi davvero voluto, se solo avessi almeno provato a controllare la mia ansia, la mia depressione inconscia. Tutto quel dolore di cui parla è organicamente ingiustificato quindi lei, signora, lei non sta poi così male come vuol far credere.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Allora io, in quella stanza di un ospedale di provincia con l’ultimo dottorino qualunque, ti ho immaginato seduto sulla sedia al mio fianco e che insieme ridevamo. Ridevamo dei suoi zigomi contraffatti, ridevamo di quell’ospedale qualunque. Ho immaginato che mi dicevi, non prendertela lui non ti conosce come ti conosco io, e allora io quel giorno ho respirato piano, profondo e piano, e allora la frustrazione non si è accesa, e allora io non ho pianto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Dopo tre anni di tua essenza e di miei tradimenti nervosi, dopo sei tornato a casa. La nostra casa che non è una casa e soprattutto non è nostra. È un ospedale dove si nasce e si muore, dove la gente come me sopravvive agli esiti amari di esami estenuanti, agli sbalzi d’umore nei bagni sempre troppo angusti e sporchi, bagni non adatti a ripulirsi dal dolore. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Così, la sera prima, mi sono preparata al nostro incontro con la stessa minuziosa inquietudine con cui ci si prepara ad un appuntamento amoroso. Ho controllato che sulle mie gambe non ci fossero peli irriverenti e che il mio inguine fosse pronto ad un’eventuale accoglienza; ho indossato la mia biancheria migliore immaginandola ai tuoi piedi, e che le tue mani sulla mia pelle nuda non avrebbero disegnato alcuna imperfezione. Ho guardato la mia lingua, ancora sana e porosa, e ho pensato a tutte le cose che avrei potuto dirti senza spaventarti. Riflessa allo specchio non ho avuto paura di ciò che ho visto, e ho raccolto i miei capelli stanchi sulla nuca e poi li ho lasciati di nuovo cadere, perché mi sembravano belli nonostante tutto, perché tu forse li avresti sollevati piano piano e lungo la mia schiena avresti trovato la tua strada. Perché da qualche parte si dovrà pur cominciare e io volevo lasciare a te la possibilità di farlo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">La sera prima del nostro ritrovarci, sono andata a dormire ingannando me stessa con una romanzo di Thomas Hardy, nascondendo la certezza che non mi sarebbe piaciuto.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Eri tornato ed io pure. Davanti alla porta di quell’ambulatorio che conoscevo così bene ho atteso il mio turno con finta diligenza. Ho contato a quanti altri tuoi pazienti ero in coda, e un istante erano troppi e l’istante dopo erano troppo pochi. Ogni volta che uscivi e invitavi il prossimo ad entrare, io guardavo lontano da te e dalla tua porta, cercavo un posto immune ai disinganni. Poi è rimasta quell’ultima paziente ed è entrata, una donna anziana con le mani di cartapesta che per tutto il tempo della sua attesa aveva sfogliato una rivista nel senso contrario. Dopo ci sarei stata io, tutto poteva finire e io non avrei potuto porvi rimedio, riavvolgere il nastro.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Hai chiamato il mio nome ed io sono entrata. Ho chiuso la porta alle mie spalle e quando ho alzato lo sguardo mi hai sorriso e detto, ciao come stai, come avevi sempre fatto. Mentre camminavo verso la scrivania oltre la quale tu ti eri già seduto, ho avuto la certezza che il mio passo claudicante non sarebbe mai stato in sincronia con il tuo quasi amichevole saluto. Mi sono seduta. Ho visto la tua fede nuziale diventata stretta attorno a qualche chilo messo su negli anni, i tuoi capelli spessi accorciati di recente, gli stessi occhi piccoli e scaltri che dieci anni prima mi avevano osservata con la stessa attenzione con cui si osserva un dipinto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Sei tornato, e anche la cosa sciocca è tornata. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Ciao-come-stai, dal giorno del nostro ritrovarci è diventata una domanda alla quale non riesco più a rispondere senza desiderare che tu me lo chieda incondizionatamente. Ciao-come-stai, come lo si chiede ad una persona che ci è cara davvero. Per sapere come sto al di là di tutto, al di là di questa vita alla quale tu un pomeriggio hai dato un nome che ho imparato a conoscere. Per sapere cosa sono ancora capace di fare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Perché se quel giorno arrivasse, io finalmente potrei rispondere e tu, dimmi tu come stai. Parlami della birra che hai bevuto con gli amici nel fine settimana, raccontami se aveva il sapore fruttato delle cose belle quando stanno per nascere, e tutto è possibile e non hai scelte da fare, e allora puoi ridere con la frivola certezza che la tua vita, tutta ancora da scoprire, sarà più consistente del fumo della prossima sigaretta che penderà dalle tue labbra. O forse quella birra aveva il sapore amaro delle cose già tutte dette, già tutte fatte, e non rimane altro da fare se non il burattino di una giostra ormai deserta. Dimmi quanti caffè bevi ogni mattina ripromettendoti che dal giorno dopo, sempre dal giorno dopo, ne berrai uno in meno. Dimmi che peso hanno i tuoi giorni e a quale punto di quel tuo sogno, sempre lo stesso dannatissimo sogno, le tue notti si ostinano a morire. Raccontami di chi sei l’orgoglio, l’investimento ripagato; e dimmi anche se è questo ciò che hai sempre desiderato fare: camminare a ridosso del dolore di persone sconosciute, dare loro la mano facendo attenzione a non lasciarsi contaminare. Come stai. Parlami della musica che ti piace, e di quella che ascolterai oggi in auto verso casa, quali parole sceglierai per accompagnare i pensieri di tutte le cose che avresti potuto fare e non hai fatto, oppure che avresti potuto fare meglio, o non fare affatto perché tanto, a conti fatti, la vita di un corpo è un mistero e tu sei solo un uomo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">E poi raccontami, parlami, dimmi se sotto la doccia – dentro il vapore, fuori le urla dei tuoi figli e la delusione muta della persona che hai sposato – succede anche a te, certe mattine bastarde, di desiderare di essere solo un pesce tra tanti e da cui nessuno, in fondo, si aspetta un granché.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Dimmi se anche tu senti male, e dove, e come si chiama il tuo dolore la tua vita di tutti giorni, e se posso io toccarti, dirti che è trattabile e che starai meglio, dirti che andrà tutto bene.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">E allora vedi, lo vedi anche da solo, che questa cosa sciocca che mi è successa è un incesto, un incontro inopportuno tra il mio corpo malato e il desiderio non autorizzato che ho di te. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Quindi forse dovrei alzarmi e andarmene con questa consapevolezza, andarmene con la mia malattia ben trattata, arginata, con la mia cassaforte di pillole collaudate. Non entrare. Alzarmi da questa sedia diventata scomoda in una sala d’attesa orami vuota. Perché se ne sono andati via tutti; uno dietro l’altro i tuoi pazienti si sono succeduti in silenzio e io non sono riuscita a tenere il conto del tempo ancora a mia disposizione. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi alzo, mi devo alzare perché hai aperto la porta e detto il mio nome. Entro. Mi guardo attorno e penso che in fondo è tutto come sempre. La stessa scrivania arruffata, lo stesso computer, le stesse due sedie, lo stesso appunto appeso in bacheca. E anche la cosa sciocca è la stessa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Garamond, serif;"><span style="font-size: medium;">Ciao come stai, mi domandi. E capisco che anche oggi sarà com’è sempre stato in questi dieci anni, e che è necessario che sia così affinché funzioni. Anche oggi tornerò a casa e farò buio per ripararmi dall’ostinazione del giorno, e questa cosa sciocca che mi è successa sarà sul mio collo, dentro la mia bocca, la sentirò scivolare sulle natiche, mordermi i seni piccoli e rifugiarsi tra le mie gambe. Sentirò il mio respiro risvegliarsi senza dolore. Perché al buio sono ancora perfetta, niente di me cede. Al buio, negli anfratti sani della mia vita, il mio corpo che tocca il tuo non conosce compromessi. Tu mi domandi come sto e io ti guardo e penso che sarà bellissimo, come sempre, che sarà piccolo e leggero e bellissimo. Perciò ti rispondo che a volte va meglio e a volte peggio, che quel farmaco non funziona e quell’altro funziona poco, ma è pur sempre trattabile e tutto sommato va bene, va bene anche così.</span></span></p>
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		<title>Un guizzo di felicità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jul 2013 06:30:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Mirfet Piccolo La prima volta che Gianna la vide fu nel 1996, a una grigliata in giardino, e la sensazione che provò fu vagamente simile al fastidio, a un’irritazione sottile. Gianna era hostess di stand al supermercato, e Luca lo aveva conosciuto così, offrendogli un nuovo snack ai cereali e frutta: perché ogni giorno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/bistecca.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft  wp-image-46095" alt="bistecca" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/bistecca.jpg" width="383" height="269" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/bistecca.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/bistecca-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/bistecca-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 383px) 100vw, 383px" /></a> di <a href="http://mirfetpiccolo.wordpress.com/"><strong>Mirfet Piccolo</strong></a></p>
<p>La prima volta che Gianna la vide fu nel 1996, a una grigliata in giardino, e la sensazione che provò fu vagamente simile al fastidio, a un’irritazione sottile. Gianna era hostess di stand al supermercato, e Luca lo aveva conosciuto così, offrendogli un nuovo snack ai cereali e frutta: perché ogni giorno sarà tuo e sarà il migliore, diceva lo slogan. Si frequentavano ormai da quasi otto mesi, e Gianna aveva accettato con curiosità l’invito di Luca di andare alla grigliata: sarebbe stata la prima presentazione ufficiale agli amici, quelli con cui era cresciuto e condiviso ogni cosa. E poi magari si sarebbe fermata a dormire da lui, come quella volta che la macchina non voleva ripartire e diluviava, e non c’era nessuno a cui chiedere un passaggio; a Gianna era piaciuto svegliarsi al suono delle campane e dei pettegolezzi della piazza del paese, si era sentita in vacanza, finalmente lontana dal suo appartamento e dalla petulante coinquilina con la quale era costretta a dividerlo.</p>
<p>Durante il viaggio in macchina dall’appartamento di Gianna, dove Luca andava ogni venerdì sera, uscito dallo studio, Gianna aveva riflettuto sulla bellezza della fedeltà amicale; perché lei, al contrario, riusciva ad avere solo rapporti disordinati e inconsistenti, rapporti niente-di-ché.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Luca aprì la porta senza suonare il campanello; in fondo erano attesi, quella era casa di amici. Luca le aveva detto che Carlo era il titolare di una ditta che produceva tappi, e viaggiava molto, soprattutto in Asia; la moglie diceva di occuparsi della contabilità, ma sapevano tutti che quando andava in ditta era solo per controllare il marito, e che in sostanza poteva permettersi di non fare granché.</p>
<p>La loro casa, costruita su un terreno di proprietà dei genitori di lei, ex agricoltori,  era molto grande, ariosa, le tende della porta-finestra volteggiavano leggere lasciando intravedere gli invitati in giardino. Ridevano; un cane abbaiava stanco. Non ci furono strette di mano ma sorrisero  tutti, e tutti dissero ciao, semplicemente, per poi tornare a ridere, forse su una battuta o qualsiasi cosa d’altro iniziato prima del loro arrivo.</p>
<p>Luca si affrettò alla griglia attorno alla quale tutti gli uomini sembravano attratti.</p>
<p>&#8211; E la tua signora dov’è? &#8211; domandò Luca.</p>
<p>&#8211; E’ andata un attimo in taverna, credo, sai com’è, si fa sempre desiderare.</p>
<p>Gianna avvertì un forte senso di disagio, ma cercò di scacciare l’inquietudine dicendosi che in fondo era normale, e sorridendo attraversò il giardino e andò a sedersi su una sedia tra la graticola e il tavolo. Il cane, un pastore maremmano di nome Jolly, le si avvicinò e le annusò i piedi; il pelo lungo e vecchio era a tratti bagnato e gocciolava. Gianna accarezzò il cane e anche la sua mano si bagnò e del pelo le morì tra le dita. Poi Jolly andò ad accucciarsi vicino alla casetta degli attrezzi, con il muso poggiato sopra le zampe e un occhio chiuso e uno aperto, quieta e attenta.</p>
<p>Gianna avrebbe voluto pulirsi la mano, ma i tovaglioli non erano ancora in tavola e lei non voleva disturbare. Mise la mano sotto la sedia e sfregò lentamente le dita nella speranza di rimediare senza dare troppo nell’occhio; per sicurezza, quando Luca le portò da bere Gianna afferrò il bicchiere con l’altra mano. Sorrise di più, bevve un lungo sorso di vino frizzante. Finalmente impegnata col bicchiere, pensò alla gran fortuna di vivere sempre così, con gli amici da ospitare in un giardino curato, un vecchio cane con cui giocare, la quieta sonnolenza di paese. Senza sbalzi repentini né strappi, con niente che accade e tu che puoi stare a guadare.</p>
<p>E poi c’era quella casetta di legno grande quanto il suo angolo cottura. Viverci dentro, magari con un fornellino da campeggio? e poi c’era il microclima, da alimentare e da sfruttare; un buon isolante, coperte di lana ed era fatta; e l’illuminazione come nell’antica Roma; e perché no, fare un esperimento: trecentosessantacinque giorni in una casetta da giardino, registrare tutto, e poi vendere i diritti e diventare famosi, stare tranquilla per un po’.</p>
<p>&#8211; Carlo, quello stupido del tuo cane deve essersi mangiato ancora una volta le carte, nel mio mazzo ne mancano quattordici.</p>
<p>Quella era Fanny, e in lei c’era qualcosa che non andava, una discordia di fondo, un fastidio sottile. Forse era per via di quella sua voce da comando, senza mezzi toni né ombre, era un falsetto stonato. Sotto la pelle rosea e opaca si intravedevano le ossa tese come aculei; sugli alti tacchi argentati sembrava in procinto di cascare da un momento all’altro, di sbriciolarsi come pane seccato al sole.</p>
<p>&#8211; E tu devi essere Gianna, giusto?</p>
<p>&#8211; Sì.</p>
<p>&#8211; Io sono Fanny, con la ipsilon finale- e le tese la mano, e Gianna la strinse e disse che era un piacere, anche se quella precisazione sul nome le era sembrata ridicola. Che differenza faceva, con la ipsilon o senza? a chi importava?</p>
<p>Gianna avvertì un rapido movimento d’aria alle sue spalle: un uomo brandiva una grossa pistola ad acqua e fece a Gianna il gesto di stare in silenzio e di non muoversi, poi la puntò sul cane e sparò. Il cane si sollevò di scatto, senza abbaiare andò a nascondersi dietro la casetta di legno. Tutti risero, compreso Luca, e Gianna capì che si trattava della ripresa di un gioco iniziato prima del loro arrivo. Avvertì un forte senso di dispersione, e di <i>déjà vu, </i>ma si sentì sollevata per non essere più al centro dell’attenzione, e, guardandosi in giro con il bicchiere stretto e vuoto nella mano, sorrise a tutti e a nessuno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fu una grigliata con molti aneddoti e battute, la maggior parte a sfondo sessuale e con mimiche e versi per accompagnare i racconti i cui protagonisti, persone assenti da quella giornata, finivano immancabilmente per essere culattoni di merda o troioni. E allora ecco altre risate, e pacche sulle spalle, e ancora risate. Qualcuno voleva un altro caffè? altro giro di limoncello? altra birra?</p>
<p>Parlarono anche di un viaggio a New York che Fanny e Carlo erano riusciti, per via di un errore dell’addetta dell’agenzia di viaggio, a non pagare. Perché erano fortunati, loro due, lo sapevano tutti, così sfacciatamente fortunati che avrebbero potuto intrattenere gli amici per giorni interni raccontando episodi in cui la buona sorte li aveva assistiti. Ma la cosa davvero buffa, era che Fanny e Carlo avevano già tutto, non avevano certo bisogno che la fortuna si ostinasse a baciarli. Erano gente che cadeva sempre in piedi, anzi, che non cadeva mai. E qualcuno aggiunse che la fortuna li premiava per quello, perché lo diceva anche la saggezza popolare: aiutati che il ciel t’aiuta.</p>
<p>Dopo il caffè preparano i tavoli: quello da pranzo diventò il tavolo da poker, per gli uomini; mentre dalla casetta di legno Carlo ne prese uno più piccolo per la scala quaranta, delle donne. L’ultima volta che Gianna aveva giocato a scala era stato almeno dieci anni prima, a vent’anni, quando condivideva l’appartamento di piazza Tripoli con le due gemelle tedesche e, tra un esame e l’altro di antropologia, si trovavano nella stanza di una o dell’altra per fare una partita. E dopo, cos’era successo dopo? Forse era stato per colpa degli esami, sempre più faticosi e lontani dalla sua vita; e poi il lavoro al pub che pagava poco ed era stato necessario trovare un secondo impiego; la morte dei suoi genitori; i debiti da saldare; e quella gravidanza senza padre, andata com’era andata.</p>
<p>Fanny scartò il mazzo dal suo involucro e lo allungò a Gianna:</p>
<p>&#8211; A te l’onore di aprire le danze.</p>
<p>Gianna afferrò il mazzo, duro e lucido; temé di non saper più mischiare un mazzo di carte, e ancor prima di cominciare a mischiare sentì l’imbarazzo raggelarle le mani e il pensiero, come uno schiaffo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In macchina, sulla strada di ritorno verso casa di Gianna, Luca le disse che Fanny era una ladra.</p>
<p>&#8211; Cleptomane. E’ fissata con gli smalti.</p>
<p>Sembrava divertito.</p>
<p>&#8211; A parte questo. Come ti sembra sia andata?</p>
<p>&#8211; Bene – ripose Gianna, &#8211; bene – ripeté –, ma un senso d’inquietudine l’accompagnò per tutto il viaggio di ritorno.</p>
<p>Il venerdì di due settimane dopo, durante la pausa pranzo, Luca telefonò a Gianna. Le disse che forse sarebbe stato meglio non vedersi per un po’, ma che se lei ci teneva potevano rimanere amici, buoni amici. Non si sentirono più. Gianna pianse di rabbia ma solo per qualche notte, e andò avanti con il suo andirivieni di sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era la vigilia di Natale del 2001, in un discount. Dal soffitto pendeva un grosso schermo TV ben visibile da ogni reparto: le Torri Gemella si sbriciolavano senz’audio, un uomo precipitava a ripetizione. Dagli altoparlanti la voce di Eros Ramazzotti era a tratti interrotta da un’invisibile donna robotica, suadente: clienti fedeli da noi lo sconto è scontato, un’occasione da catturare.</p>
<p>Non la vide subito, ma riconobbe la sua voce, tra il reparto bevande e sanitari. Svoltò e la vide: parlava al telefono, concitata, lo sguardo stretto e teso su un punto indefinito dello scaffale; indossava uno splendido cappotto broccato, con ricami che erano un campo di fiori nascente, un trionfo. Gianna non sapeva se essere più stupita dal vederla fare la spesa in un discount o dal fatto che fosse, da sola, in quella parte della città così lontana dal suo paesotto di provincia. Solo guardandola, Gianna si accorse che la sua voce era in realtà cambiata: il tono sempre alto, acuto, ora cedeva sulle vocali di fine parola in un tremito come di perdita improvvisa, inevitabile. Qualcosa la incuriosì, ma per poco; era un periodo difficile (la separazione da Stefano; l’appartamento che avrebbe dovuto condividere con tre sconosciute; il lavoro nuovo, ma più precario del precedente, come commessa stagionale e a chiamata) e infondo Gianna non aveva voglia di convenevoli e di finti slanci d’interesse. Smise di guardarla, cercò di passare oltre a testa bassa.</p>
<p>&#8211; Gianna! Tu sei Gianna, vero? la Gianna di Luca. Io sono Fanny, ti ricordi di me, vero?</p>
<p>Gianna tentò uno sguardo pensieroso, estraneo, ma sentì che non le stava riuscendo e finì per ammettere che sì, ora la riconosceva, certo, alla grigliata, tanti anni fa. Fanny sembrava molto eccitata, come se Gianna fosse stata una sua grande amica ritrovata dopo anni d’incomprensibile distacco, e insisté perché andassero a bere qualcosa. Gianna disse che non aveva molto tempo, aveva gente a cena e doveva preparare. Ma forse non lo disse nel modo giusto, perché Fanny le strizzò l’occhiolino come a dire che l’aveva colta in flagrante e che sapeva bene quel che stava facendo. Gianna si vergognò di aver mentito, tra l’altro così male, e un forte senso di debito nei confronti di Fanny la portò ad accettare l’invito.</p>
<p>Le casse aperte erano due, e la coda era lunga. Gianna non sapeva cosa dire, la conosceva appena e non le era neppure piaciuta particolarmente, anche se non ricordava esattamente perché. Fanny riempì quello spazio morto snocciolando gli ultimi anni della sua vita. Raccontò che avevano chiuso la ditta di tappi per lo scarso rendimento (era tutta colpa dei rumeni, disse, che qui comandano e voglio i diritti con tutti i crismi, ma a casa loro fanno gli schiavi e producono tappi senza sosta), e che ora Carlo era un Manager nel settore Tempo Libero, molto redditizio. Il broker di Carlo gli aveva anche suggerito di investire nei discount, e lei era lì per un sopralluogo anche se, aggiunse in fretta, era solo per abitudine che lei andava a fare la spesa da un’altra parte.</p>
<p>Gianna avvertì lo stesso malessere provato anni prima, lo stesso disagio e irrequietezza sottile, ma non disse niente e continuò a far finta di essere interessata. Iniziò a compilare un questionario, perché i tempi erano quelli che erano e lei non doveva vergognarsi davanti a chicchessia se andava a caccia di sconti. Non doveva. Calcò con forza la penna e scrisse il suo nome e cognome, l’indirizzo, la frequenza della spesa. Figli? Animali domestici? Cellulare? Lasagne pronte? Scrisse chiaro e forte. Perché la fortuna era disonesta e stracciava la gente come lei.</p>
<p>Fanny si offrì di mettere la spesa nei sacchetti. Poi qualcosa cambiò, all’improvviso, perché Fanny disse di avere un appuntamento importante e che doveva proprio andare; Gianna la guardò uscire in fretta dal negozio, dissolversi tra la folla stretta nel cappotto broccato, non esserci più. E ne fu sollevata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Era il gennaio del 2012 quando rivide Fanny, e non la riconobbe subito. Quel giorno Gianna era in pausa pranzo e camminava di ritorno al negozio sportivo dove lavorava già da un anno. Era un inverno molto freddo e Gianna non vedeva l’ora di tornare nel tepore delle sue vetrine, il posto migliore in cui trovarsi. Perché Gianna aveva smesso di lamentarsi già da tempo, aveva cominciato ad apprezzare la sua piccola vita fatta di piccoli piaceri quotidiani. Andava bene così, di diceva, andava benissimo.</p>
<p>Passò vicino al centro di distribuzione della Caritas, come spesso accadeva. E udì quella voce, quelle parole senza sosta, solo il tono era più basso, scavato. Fanny stava litigando con un uomo, gli urlava addosso di rispettare la fila; il viso sollevato in gesto di fierezza e di sfida: e guai a lui se osava anche solo guardarla. Il suo cappotto broccato era consunto, i pochi fiori rimasti erano spenti e lacerati dallo sporco; le sue mani gonfie e violacee, ferite, gesticolavano di rabbia, urlavano più della sua voce.</p>
<p>Gianna le passò vicino, volontariamente la sfiorò senza guardarla negli occhi: fu una piccola spallata, un finto episodio accidentale come ne capitano tanti, per strada, tra la folla estranea di una qualsiasi gande città, e Gianna si sentì sconvolta, finalmente, da un guizzo di felicità inaspettata.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sebbene l’inverno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Nov 2012 07:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo  In ufficio hai detto che non saresti stato reperibile per tutta la giornata; sei un capetto che ha accumulato due anni di ferie e non devi spiegazioni. Dalla tua casella di posta un messaggio automatico avvisa che sei fuori ufficio e dispensa gli indirizzi di chi contattare: per problemi di stock lending; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-44030" title="luciola italica" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/luciola-italica.jpg" alt="" width="133" height="240" />di <strong>Mirfet Piccolo </strong></p>
<p>In ufficio hai detto che non saresti stato reperibile per tutta la giornata; sei un capetto che ha accumulato due anni di ferie e non devi spiegazioni. Dalla tua casella di posta un messaggio automatico avvisa che sei fuori ufficio e dispensa gli indirizzi di chi contattare: per problemi di stock lending; per problemi di Express II – RRG; per trasferimenti titoli. Hai omesso la data del tuo rientro, e nessuno ti ha fatto domande.</p>
<p>Nell’ascensore dell’ospedale non hai osato specchiarti: hai avuto vergogna di leggere nel tuo viso riflesso il verdetto clinico della tua stessa paura. In un tentativo magro di guardare oltre, con le braccia tese lungo i fianchi e gli occhi immobili sulla porta della cassa metallica che ti stava riportando al piano zero, hai pensato che, dopotutto, eri fortunato: in ascensore eri solo e quindi nessuno avrebbe visto attraverso la tua pelle, e capito, come se quella temporanea e del tutto casuale inesistenza umana potesse fare la differenza. Ma quando le porte del cubicolo si sono aperte davanti a te c’era una folla di persone, e in quella folla hai rivisto la fotografia retroilluminata di quel male che fa di te un caso raro alla scienza: un grumo disarmonico pronto ad avanzare e a ostruire lo scorrere della tua vita.</p>
<p>Fuori faceva caldo sebbene l’inverno fosse una certezza da calendario (al bollettino meteo, quella mattina alla radio, avevano parlato di un’insolita perturbazione d’Africa e tu, mentre in piedi bevevi il tuo caffè nero senza zucchero, nella tua mente solida avevi registrato l’informazione come un dato che avrebbe influenzato i mercati). Ti sei messo in coda per pagare il parcheggio: un Euro per due ore di sosta; la donna in fila davanti a te era giovane, aveva i capelli ricci e gremiti come un vitigno raboso e un profumo schietto di polpa agra. In coda, hai pensato che anche lì e in quel momento, con la tua paura incastrata tra le parole stampate sul foglio A4 di una diagnosi definitiva, avresti potuto mettere in pratica una nuova variante della tecnica seduttoria che ti ha sempre contraddistinto tra le tue frequentazioni dell’aperitivo metropolitano. Perché nel tuo smart-phone hai diviso le tue conoscenze in gruppi di appartenenza: ci sono quelle del campo di squash (giovedì), quelle dell’aperitivo (mercoledì e venerdì), e ci sono i colleghi tuoi pari e i colleghi superiori e di rango inferiore. Per le donne hai creato due sottocategorie: donne spritz e donne affrante. Sei sempre stato un uomo molto deciso. L’unica persona che non sei riuscita a catalogare è Claudio: il tuo migliore <em>cosa</em>? dai tempi del liceo. Solo lui, con la sua goffa semplicità e poche pretese, è in grado di farti dubitare, anche se questo non glielo hai mai detto e fai fatica ad ammetterlo pure a te stesso.</p>
<p>La coda, al parcheggio dell’ospedale, era lenta. Hai abbassato lo sguardo sulla mano sinistra della donna: le donne sposate ti hanno sempre eccitato (tranne tua madre, s’intende), sin da quando eri alto poco più di un metro e cinquanta e dal tuo banco cercavi uno spiraglio visivo tra le cosce pingui e umide della tua insegnante di scienze.<br />
Persino il giorno delle nozze di Claudio, il tuo <em>amico?</em>, e Rachele, hai guardato la giovane sposa con occhi diversi, soprattutto quando, in un angolo buio di quel castello nuziale costato un’ipoteca sulla casa genitoriale, l’hai vista in lacrime e con la lingua disperata nella bocca di un’altra donna. Da quella tribuna d’onore, con una bevuta d’un fiato dal tuo calice sempre nuovamente colmo, hai deciso che sarebbe stato meglio &#8211; comodo e salutare, sensato e godereccio &#8211; rimuovere dalla scena appena vista le lacrime, e sei tornato al tavolo del tuo <em>amico?</em> e gli hai tirato una pacca sulla spalla e dalla tua bocca sono uscite parole di virile invidia.<br />
La donna raboso se ne ha data ed è giunto il tuo momento di pagare. Hai nutrito la macchinetta del parcheggio con due monete da cinquanta centesimi e una moneta da un Euro, e ti sei chiesto se, visto il tuo personalissimo conto finale, valesse la pena mettersi in coda dietro speranze e attese litaniche e opache come un rosario di plastica da sgranare.</p>
<p>Con la ricevuta del parcheggio in mano sei andato verso la tua Audi A4, e hai pensato a ciò che non avresti voluto pensare, cioè a qualche notte prima quando tu, ancora convinto di possedere un corpo incapace di tradirti, hai detto a Monica che l’amore è essere liberi insieme, e hai ignorato col giusto garbo il tonfo gelato del suo cuore contro il tuo petto nudo e levigato con minuzia bisettimanale. Non hai detto a nessuno, neppure al tuo <em>amico?</em> che per un attimo hai avuto il sospetto quel tonfo potesse essere il tuo. E a volere dirla tutta, ti sei ben guardato dal dire che Monica non ci sarebbe più stata e che in fondo non eri stato tu a decidere.</p>
<p>Hai acceso il motore. Nell’autoradio hai infilato il cd dei Rage Against the Machine e hai chiuso bene i finestrini nonostante quell’insolita estate invernale che sarebbe stata ricordata per decenni, e, per tutta la strada dall’ospedale al tuo appartamento al nono piano di uno stabile metropolitano d’avanguardia, hai urlato le parole delle canzoni come al mercato urla chi vuole vendere al miglior prezzo, pur non sapendo per chi, esattamente, il prezzo sia il migliore, se per chi vende o per chi compra.</p>
<p>Hai aperto la porta di casa e ti sei fermato sulla soglia ad aspettare il suono di voci o passi di qualcuno felice di riaverti a casa &#8211; finalmente sei tornano, com’è andata la giornata -, ma hai trovato solo dei fantasmi senza testa.</p>
<p>Ti sei sfilato la giacca madida e pesante del tuo sudore caldo, e con in mano la giacca madida e pesante sei andato in soggiorno. E nel soggiorno bianco, seduto sul divino bianco e circondato da pareti bianche e mobili bianchi di gran design, hai tirato fuori dalla tasca della giacca quel programma fatto a tua misura, un elenco di colorate e compatte illusioni da ingoiare ogni ora; ti hanno detto che il dolore sì che si può ammutolire, ma tu sai che sarebbe solo una verità truccata.<br />
Hai posato il foglio sul tavolino bianco laccato e fissato lo schermo nero del tuo nuovo televisore 55 pollici 3D Led con Bluetooth sync, navigazione internet e full web browser. Per prendere tempo, hai ingoiato saliva; per non pensare troppo in fretta, hai inspirato ed espirato lentamente dal naso e hai scrocchiato le dita delle tue mani una ad una.</p>
<p>Hai acceso il tuo smart-phone. Nella rubrica del telefono hai aperto la cartellina riservata alle tue donne da catalogo sperando di afferrare in uno di quei nomi senza volto un tuo sussulto d’affezione. Alla emme di Monica hai sfiorato con il dito l’icona standard, e d’un tratto hai dubitato di ricordare il colore dei suoi occhi e non hai premuto. Nelle cartelle ‘squash’ e ‘ape’ hai cercato nomi e voci familiari, ma hai trovato solo immagini vuote e numeri buoni, forse, per esser giocati al lotto se tu non fossi convinto che la fortuna esista solo nella forma e consistenza di oppio dei poveri. E tu sei sempre stato un uomo di sana e robusta costituzione, al netto di qualche occasionale striscia della cocaina più onesta sulla piazza.</p>
<p>Hai chiamato il numero del tuo <em>amico?</em> Il telefono ha suonato libero a lungo e hai pensato di riattaccare. Poi dall’altra parte hai sentito la sua voce e hai ingoiato in fretta la paura. Col tuo solito tono spavaldo &#8211; soffocando ogni cosa, ogni parola più vera, annientando l’odore sterilizzato di camici e di farmaci e palliativi alla morfina, oscurando il freddo stetoscopio e le mani esperte che quel giorno avevano stimato con avidità scientifica le fattezze di quella rarità nel tuo corpo &#8211; gli ha detto, ciao vecchio che si fa stasera. Il tuo <em>amico?</em> ti ha risposto, non posso stasera Rachele non sta bene forse per via del caldo anomalo. E tu gli hai detto, sei il solito stronzo, e lui non sapeva, ma tu sì, che quello sarebbe stato il tuo miglior saluto.</p>
<p>Hai spento il cellulare e sei andato in cucina. Dal frigorifero hai tirato fuori un cartone di latte e l’odore acido era anch’esso un verdetto. Nel lavandino in granito nero della tua cucina con mobili in legno massello, hai gettato il denso liquido bianco striato di un sangue giallo, e hai ripensato a tua madre e al latte che da bambino ti versava freddo nella tazza ogni mattina e che prima di sera ti avrebbe rinfacciato come se ogni goccia di quel latte fosse zampillata da un taglio feroce del suo stesso clitoride. Quando è morta non hai sentito la sua mancanza.<br />
Dalla dispensa hai preso uno dei cartoni del latte a lunga conservazione che ogni mese compri al centro commerciale a pacchi di venti unità. Hai tagliato l’angolo di cartone e versato il latte in un bicchiere lungo e lo hai bevuto a piccoli sorsi sfogliando una copia del Sole 24 Ore vecchia di un giorno. Quando hai finito di bere, hai messo il cartone in frigo dimenticandoti, ancora una volta, di comprimere e ripiegare verso il basso l’angolo mozzato.</p>
<p>Sei tornato in soggiorno e hai guardato fuori dalla finestra. Il sole era ancora acceso e c’era troppa gente. Un via vai di donne e uomini, e una scolaresca con la maestra che richiamava l’ordine delle coppie della fila. Hai visto una donna secca con la minigonna leopardata che puntava l’indice in rimprovero davanti al muso del suo cane senza pelo; non sei riuscito a vederle il viso, ma hai avuto la sensazione che fosse vecchia, sgualcita.</p>
<p>Ti sei allontanato dalla finestra. In camera da letto, con nove ore di anticipo, hai iniziato a preparare la borsa di squash ma poi, senza chiudere la cerniera, l’hai lasciata scivolare ai piedi del letto.<br />
Ti sei spogliato e hai guardato il tuo corpo riflesso nello specchio dell’armadio curandoti di non alzare lo sguardo sui tuoi occhi. In uno sforzo d’immaginazione, hai cercato di osservare quel corpo come se non fosse stato il tuo per vederlo ancora sano e fedele alla volontà umana, ed hai fallito.<br />
In mutande e maglietta ti sei disteso sul copriletto e hai chiuso gli occhi. Ti sei voltato sul fianco sinistro e hai sollevato le ginocchia al petto e portato i pugni chiusi davanti alla bocca. Avresti voluto piangere ma non ci sei riuscito: un insuccesso per il quale per anni ti sei quotidianamente esercitato.<br />
Non avevi sonno ma ti sei addormentato lo stesso, e hai sognato di perdere un braccio, poi l’altro, poi il naso e la lingua: strozzati dal sangue striato di giallo cascavano ai tuoi piedi come a chiederti pietà.</p>
<p>Quando ti sei svegliato era buio e ti sei alzato dal letto. Hai aspettato di sentire una voce, anche un fantasma senza testa sarebbe andato benissimo &#8211; hai fatto solo un brutto sogno, torna a letto che ti porto un bicchiere d’acqua –, ma hai sorriso al nulla.</p>
<p>Sei andato in soggiorno e non hai acceso la luce. La strada era vuota e il marciapiede dormiva ancora, e tu hai aperto la finestra e sei scomparso in un attimo leggero come una lucciola all’alba di un giorno di vera estate.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chat Noir</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/08/26/chat-noir/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 05:59:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
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					<description><![CDATA[Ninna nanna di Mirfet Piccolo Era sabato pomeriggio dopo la scuola. C’era la pasta in bianco che la mamma mi avevo lasciato sul tavolo nudo della cucina facendo attenzione ad andarsene in fretta; nei suoi movimenti assenti lei mi diceva, io già conosco la fine della storia. C’era una michetta secca e una mela gialla, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/mirfet.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-39924" title="mirfet" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/mirfet-262x300.jpg" alt="" width="262" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/mirfet-262x300.jpg 262w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/mirfet.jpg 607w" sizes="(max-width: 262px) 100vw, 262px" /></a></p>
<p><strong>Ninna nanna</strong><br />
di<br />
<strong>Mirfet Piccolo</strong><br />
Era sabato pomeriggio dopo la scuola. C’era la pasta in bianco che la mamma mi avevo lasciato sul tavolo nudo della cucina facendo attenzione ad andarsene in fretta; nei suoi movimenti assenti lei mi diceva, io già conosco la fine della storia. C’era una michetta secca e una mela gialla, e c’era il suono di una sirena.<br />
Ho impugnato la forchetta. Quel sabato pomeriggio dopo la scuola ho mangiato solo due bocconi inquieti. Nello zaino gettato a terra c’era il compito in classe di matematica, e la voce del professore che diceva, la tua di non riuscire è solo ostinazione. C’ero io che ho pensato che i conti di una vita non tornano mai, e ti ho aspettato.<br />
La domenica che mi hai portata in cima al Duomo di Milano io avevo nove anni, perdevo il mio primo sangue dalle gambe e tu non lo sapevi. Sono scesa al capolinea del tram e tu eri lì, con il tuo passo deciso camminavi a testa alta e con gli occhi che guardavano lontano. Io non ti ho detto che ero felice e che mi facevi paura; ti ho detto, ciao, e con la mia mano ho levato il tuo bacio dalla mia guancia.<br />
<span id="more-39922"></span>Hai detto, adesso mia figlia ha nove anni, e io ti ho detto, dieci, anche se non era vero. Mi hai dato una pacca sul sedere, hai il culo africano come quello di tuo padre, hai detto, e ti ho odiato perché avevo quella cosa che impicciava tra le mie gambe. Guarda che bella che è diventata mia figlia, hai detto, e io sapevo che non era vero. Ero grassa e disarmonica, i capelli ricci e tosati per scacciare i pidocchi che si ostinavano a fare casa nella mia testa. A scuola i miei compagni mi chiamavano barbona negra; un sacchetto di plastica era la mia cartella e un elastico il mio astuccio, e io non avevo niente con cui difendermi. Ma magari da grande lo sarei diventata, bella, e tu non ci saresti stato e io avrei tirato fuori quelle parole dalle mie tasche sbaragliate e allora sarebbero state vere, e anche tu lo saresti stato, almeno per un poco, almeno nello spazio di un riflesso.<br />
Mi hai portata in cima al Duomo e hai puntato il dito lontano, ecco Milano, hai detto, Milàn la gran Milàn. E io per la prima volta ho guardato dall’alto la città dove tu avevi deciso, una notte, che la fuga mia e della mamma dovesse giungere a un termine. Ho guardato dall’alto la città dove ci avevi scoperte nel nostro sonno attento e freddo tra gli angoli duri della stazione centrale; la mamma stringeva tra i seni il suo lascia passare ingiallito di eterna profuga, e io cercavo calore tra le mammelle magre di un pastore tedesco di nome Laila. Ci hai svegliate dal nostro sonno povero, tu dove credi di andare con mia figlia, hai detto, e la mamma mi ha guardata con gli occhi arresi e stanchi di chi chiede perdono. Ci trovavi sempre, tu.</p>
<p>Quella domenica, tra le guglie serie del Duomo di Milano mi hai detto, ormai sei grande ed è bene che tu sappia di cosa si stratta, e delle droghe mi hai elencato nomi e informata sui costi al grammo e al chilo, mi hai raccontato di dolci salite e di discese d’angoscia e gelo. Mi hai detto a quali non avvicinarmi; invece sei vuoi questa chiedila a me che io ho sempre la migliore, mi hai detto, però se stai lontana da tutto è meglio.<br />
A terra, mi hai comprato un gelato e ci siamo seduti sul sagrato e tra i piccioni. Mi hai chiesto, come sta tua madre, e io ti ho detto, il solito, e tu hai detto, tua madre, e poi non hai detto più nulla, e a me è sembrata una condanna.<br />
Uomini in divisa facevano la guardia alla città della madonna d’oro. Erano tanti, e io leccavo il mio gelato e li guardavo. Non ti preoccupare, mi hai detto, loro sono i miei migliori clienti.</p>
<p>Poi la domenica delle guglie è finita, e tu hai insistito per salire sul tram con me, per riaccompagnarmi. Come vuoi, ti ho detto, e mentre salivo sul tram con la coda dell’occhio controllavo che tu fossi ancora lì, che i passi che sentivo dietro di me fossero i tuoi. Ho timbrato il mio biglietto. E tu, ti ho chiesto. Io cosa. Tu il biglietto, ho detto io. I mezzi sono pubblici quindi perché dovrei pagarli, hai risposto, e poi io sono un anarchico individualista. Quante fermate sono, mi hai domandato, diciassette, ti ho detto io. Ho contato quattro fermate, alla quinta sei sceso, dal finestrino aperto hai detto, se qualcuno si avvicina a te fagli vedere di chi sei figlia.</p>
<p>La mamma mi diceva che ero fortunata perché non portavo il tuo cognome. Quello di tuo padre è un cognome sporco, diceva, senza vivrai più tranquilla. Fidati, mi diceva. Tu devi parlare bene l’italiano così sarai integrata, mi diceva, che te ne frega a te dell’altra lingua. Fidati.</p>
<p>Il sabato pomeriggio che ti ho aspettato non mi sono lavata i capelli per non rischiare di farmi trovare impreparata al momento del tuo arrivo. Da qualche mese avevi iniziato a chiamare spesso a casa; parlavi con la mamma per ore e io passando arrabbiata vicina alla cornetta la sentivo che diceva, cosa vuoi è la volontà di Dio, e mi chiedevo perché mai la volontà di Dio dovesse valere più della nostra.<br />
Poi un giorno hai chiesto di parlare con me e mi hai detto, sabato ti porto in giro tutto il pomeriggio e poi a cena. E io ti ho deriso, figurati se hai soldi. Vedrai che i soldi per mia figlia li trovo, mi hai risposto, ho certi crediti da riscuotere. E tu non mi hai sentito allentare la presa della cornetta e abbassare lo sguardo, sorriderti. Perché erano trascorsi anni da quella domenica sul Duomo e io non volevo dartela vinta. Quel pomeriggio, di sabato, dopo la scuola e dopo pranzo, mi sono asciugata in fretta il corpo dall’acqua della doccia. Ho acceso la radio. La canzone di P.J. Harvey stava per finire, e io ho alzato il volume per sentire meglio almeno le ultime note della sua voce.</p>
<p>A casa la mamma era solita scolpire la tua assenza sbattendo coperchi che nulla avevano da coprire e colpendo porte troppo storte per chiudersi, allora io uscivo a cercarti. Da Porta Venezia e lungo Corso Buenos Aires e dintorni sentivo il tuo profumo, sentivo il suono della tua lingua.<br />
A chi mi fermava e chiedeva come facevo a non conoscere la lingua di mio padre, rispondevo con un’alzata di spalle perché sentivo che la risposta che avevo non era quella giusta, non abbastanza. La lingua di tuo padre. Come se quella lingua appartenesse solo a te e non anche alla mamma e a un popolo intero. Perché tua madre non te l’ha insegnata, domandavano. Tu parli solo la lingua dell’italiano, dicevano, e questo è molto male. A chi mi fermava e diceva, tu sei sua figlia, io domandavo, la figlia di chi. La figlia di Gatto Nero. E si vedeva che per te avevano rispetto, o timore, perché a me che ero tua figlia facevano strada, mi stringevano la mano anche se era solo la mano di una bambina. E io t’immaginavo lì, nascosto da qualche parte, ad osservarmi, a controllare che ognuno dei miei passi fosse al sicuro. Pensavo che a furia di girare per la città prima o poi ti avrei trovato, ma se ti avessi trovato avrei certamente detto, che coincidenza sono qui per caso.</p>
<p>Nero eri nero, mi hai spiegato un giorno. Gatto perché i gatti hanno sette vite. Non mi hai mai detto a che numero eri arrivato con le tue vite, e io non te l’ho mai chiesto. Il tuo nome invece l’ho scelto io, mi hai detto, è il nome di una Regina, e io non ti ho mai chiesto di quale paese e che genere di vita fosse la sua.</p>
<p>Il giorno che la mamma ti ha detto che era incinta di me tu non le hai parlato per due giorni. La mamma mi ha raccontato che per due giorni e due notti sei andato tra le strade dell’ennesima città di scalo. Il terzo giorno sei tornato a casa con una donna alta e dalla pelle bianca; alla mamma hai detto, cosa vuoi questa è solo una donnina non è mica la madre della creatura, e con questa donnina ti sei chiuso in camera da letto. La mamma si è fatta piccina in cucina, con la testa china sul tavolo si è ubriacata di vino da cartone e di lacrime.<br />
Per anni questa è stata la mia unica fotografia di te, l’ho costruita pezzo per pezzo ogni volta che la mamma sbatteva una porta o un coperchio. Un pezzo alla volta, ho cercato liberarla dai frantumi di quella sua e nostra vita.</p>
<p>I bambini della colonia non mi piacevano perché urlavano e piangevano sempre, e la signorina che dopo il rosario mi aveva detto, bambina tu odori troppo di negra, aveva gli occhi ispidi e la voce arida e rotta. Ma quell’estate che sei comparso sotto il portico tu hai fatto una magia e li hai mandati via tutti. Eravamo solo io e te e il silenzio. Il lavandino sotto il portico era di quelli a vasca larga e lunga, un lavandino da bucato. Così largo e lungo che io ci potevo entrare dentro e giocare. Papà mettimi dentro, papà mettimi dentro, e tu lo hai fatto, e io mi ci sono distesa e ho chiuso gli occhi. E quando li ho riaperti tu eri ancora lì, che sorridevi e dicevi, come sta la mia mummia che dorme. Abbiamo riso. Tu mi hai tirata fuori. Ora ti devi lavare le mani, mi hai detto, perché prima di mangiare bisogna sempre lavarsi le mani. Hai aperto il rubinetto e sotto l’acqua fredda io ho subito sfregato le mie mani aperte e tese l’una contro l’altra. Non così, mi hai detto, e hai preso la saponetta tra le mani. Si fa così, mi hai detto, le mani devono entrare una dentro l’altra, devono prendersi e accarezzarsi col sapone senza lasciarsi mai. È come una danza, mi hai detto. Ho guardato le tue mani grosse e nere, i palmi così chiari e consumati. Sono le mani di un africano di Keren, hai detto. Mi hai passato la saponetta, ora fallo tu, e io ho preso le miei mani e le ho accarezzate, con l’acqua e il sapone dentro e fuori e tutt’attorno. Avevo sette anni e le mie mani si rincorrevano in una danza e si trovavano sempre senza essersi mai lasciate.</p>
<p>Poi ho spento la radio, quel sabato pomeriggio dopo la scuola, perché alla mamma dava fastidio ogni suono capace di distoglierla da quell’odio triste che conosceva così bene. Odiava il suo amore per te.<br />
Chiusa nell’asciugamano ho risposto al telefono, ma non eri tu. Io e Massimo facevamo sesso sul letto di suo padre vedovo con dei preservativi al vago sapore di fragola; avevo quindici anni e sapevo che anche lui era un fatto temporaneo. Cosa fai oggi, mi ha chiesto. Niente, ho risposto. Ma è sabato pomeriggio, ha detto. Lo so. Allora ci vediamo. Non posso, ho da fare. Da fare cosa. Ho da fare e basta, te l’ho già detto. Io non ti capisco. Nessuno te lo chiede. Tanto io lo so che mi vuoi bene. Ti daranno il Nobel per tutte le cose che sai. Dimmelo. Cosa. Che mi vuoi bene, dimmelo.</p>
<p>Un giorno sei passato per caso nei paraggi miei e della mamma e per caso ci hai citofonato e detto, sono io, come se tu fossi sempre stato con noi e ti fossi assentato solo un attimo per andare a comprare il latte o le sigarette. Sono io. È papà, ho detto alla mamma. È tuo padre, mi ha rigettato lei. Ti ho aperto e ho sentito l’ascensore pieno di te atterrare al nostro piano. E tua madre dov’è, hai domandato. Perché la mamma se ne era andata, dietro la porta della cucina era scomparsa tra le pentole. Poi però è uscita dalla porta e dalle pentole e ha detto il tuo nome. Solo il tuo nome; senza punti di domanda né punti esclamativi, ha dato un nome alla tua assenza. Cosa si mangia, hai domandato. Allora io ho guardato la mamma e ho ripetuto, cosa si mangia.<br />
Quel giorno la mamma è andata dal panettiere sotto casa e a credito si è fatta dare le lasagne e il latte; quando è tornata, io sono andata dalla vicina di casa e le ho chiesto di farci il favore di una scatola di pelati. Tu in sala ti eri tolto le scarpe e disteso sul divano guardavi la TV. La mamma mi diceva quando versare un goccio di latte perché la besciamella non fosse né troppo densa né troppo liquida: fai attenzione a non farla impazzire, diceva. E come si vede quando è pazza, le ho chiesto; lo vedi e basta. Accovacciata e pronta a scattare, guardavo la lasagna in forno. È lenta, ho pensato, è troppo lenta per lui, e correvo in sala a vedere se eri ancora lì, se la fiammella del forno stava bruciando via anche il tuo tempo.<br />
Ti sei addormentato. Io ho apparecchiato la tavola in sala, con la tovaglia bianca e i tovaglioli di stoffa, perché volevo che al tuo risveglio pensassi che quello fosse un bel posto in cui stare, il tuo, che non ti eri sbagliato. Hai mangiato con noi. La mamma guardava dentro al suo piatto. Alla TV c’era la fotografia di una nave che di nome faceva Achille, e c’era un uomo del tg che parlava di sequestro e di terroristi. Ora sì che tua madre ha imparato a cucinare bene, hai detto guardando la TV, quasi che quello fosse il nocciolo della questione. Sì, ti ho detto, ora cucina benissimo.<br />
Poi hai detto solo, ora devo andare, e ti sei alzato. Ti ho seguito, ho aspettato con te l’arrivo dell’ascensore. Hai tossito. Anche io ho avuto l’influenza, ho detto, anche se non era vero che l’avevo avuta, e ho alzato il mio sguardo in cerca del tuo, ma tu guardavi solo la porta di ferro ancora vuota. E non ti ho chiesto, quando torni, perché non volevo che mi mentissi. Con l’orecchio alla porta di ferro ho sentito il tuo corpo che scendeva, la tosse che si allontanava.</p>
<p>La prima volta che la polizia mi ha fermata e chiesto i documenti è stato al Parco Sempione. Avevo tredici anni, portavo sempre i capelli corti ed era tanto che tu non c’eri, da quella domenica sulle guglie. Un giorno mi avevi detto, se ti fermano non dire mai il tuo vero nome. Quel giorno al Parco Sempione l’uomo in divisa mi ha guardata, allora dimmi il tuo nome, mi ha chiesto, e io gli ho risposto con il primo nome venutomi in mente, ed era il mio. E poi, ha domandato. E poi cosa. E poi il tuo cognome che sei già sulla brutta strada. Gli ho detto il mio cognome, quello per stare tranquilla. Non ti muovere, mi ha detto. È andato dal suo collega e a bassa voce hanno parlato. L’uomo in divisa è tornato da me, e tuo padre, mi ha domandato. Io non ce l’ho un padre, ho risposto. Tu ce l’hai anche se non porti il suo cognome. Ho pensato che magari tu eri lì in giro, tra gli alberi del parco; papà non uscire, ho pensato, non ora, e infatti non sei uscito. Dì a tuo padre che siamo passati, ha detto l’uomo in divisa. Allora ho pensato che se ti stavano cercando al parco, era perché sapevano che saresti passato di lì, e quando loro se ne sono andati io non ho l’ho fatto; mi sono seduta e con un pezzo di legno ho scavato cerchi nella terra umida.</p>
<p>Dopo scuola, sabato pomeriggio, ti ho aspettato. Un paio di pantaloni bianchi e la camicia a quadrettoni blu erano i miei capi migliori. Ho messo le mie Clark marroni comprate a diecimila Lire al mercato. Ho aperto I fratelli Karamazov che stavo leggendo per la seconda volta, ma non riuscivo a concentrarmi. Mi sono sdraiata sul letto, la televisione piccola accesa, i piedi a penzoloni fuori dal letto. Perché saresti arrivato da un momento all’altro, perché io volevo essere pronta. Ti ho aspettato. Alla TV, dei ragazzi risolvevano i loro problemi su un muretto, e io pensavo che un giorno, da grande, sarei tornata a Roma, e sul muretto li avrei trovati tutti e sarei stata una di loro, con lo zaino Invicta e il motorino.<br />
Mi sono distesa piano e dritta per non sciupare i miei vestiti migliori. Le gonne me le proibivo e continuavo a non piacermi, anche se tu quella domenica sulle guglie mi avevi detto, sei la mia figlia più bella, e io ti avevo sbuffato in faccia e detto, tu esageri sempre, col desiderio che fosse così, che tu esagerassi sempre e che mi facessi sentire che io non ero uno scalino mancato in discesa.</p>
<p>Quando i ragazzi del muretto sono andati via è arrivato il poliziotto Hunter. Quel sabato pomeriggio, con i miei piedi ben saldi nel vuoto, ti ho aspettato. Mi sono addormentata con Hunter che diceva, lo troverò quel bastardo, e la mamma che picchiava le stoviglie e tra i denti masticava tutti i suoi dolori.<br />
Quando mi sono risvegliata era buio e la nebbia bagnata una certezza. Ho messo i piedi a terra, la mia bocca era piena di un sonno riuscito male. La mamma è entrata in camera e mi ha detto, non è venuto. Io ho scrollato le spalle, tanto lo sapevo, e ho cambiato canale. Tanto lo sapevo che andava così.</p>
<p>Il lunedì sono tornata da scuola col pensiero di te ben nascosto tra le mille pagine dei miei libri. A tavola, con la forchetta ho raccolto un po’ di riso bianco mentre la vedova Fletcher risolveva con serenità casi d’omicidio in un paese inesistente. La mamma si è seduta vicina a me e il mio occhio era disturbato da quella sua presenza al mio fianco, in silenzio e con le mani sotto il tavolo come se non avesse più demoni da schiacciare. Il riso era scotto e io ho rimestato i chicchi bianchi e acquosi. Il papà è morto, ha detto la mamma. Solo così, il papà è morto.</p>
<p>L’ufficio era buio e la bandiera italiana pareva uno straccio morto. L’uomo in divisa si è alzato dalla sua scrivania e mi ha detto, alzati. Mi sono alzata e ho guardato la mamma che arresa mi sorrideva. L’uomo in divisa con un dito ha alzato il mio viso, vediamo bene com’è fatta la figlia. Noi non ne vogliamo sapere, ha detto la mamma, noi non sappiamo niente, è ancora una bambina e non porta neppure il suo cognome. Si è alzata, la mamma, ma non mi è venuta vicino, e ha detto, noi portiamo il cognome che ci avete assegnato voi altri. Poi si è seduta di nuovo. L’uomo in divisa con il dito ha tracciato una linea sotto il mio mento, e io ho sentito il solco sulla mia carne e non avevo più un goccio di saliva da ingoiare.</p>
<p>Il venerdì del tuo arresto sei entrato nel bar di una via traversa di C.so Buenos Aires a riscuotere certi crediti con una pistola giocattolo. Uno dei tuoi compagni di cella ha detto che si è visto subito che quella volta non sarebbe stata come le altre, che quella volta eri dentro sul serio. Il tuo compagno di cella ha detto che hai scacciato un uomo dalla brandina dove stava seduto e ti sei messo al suo posto, e l’uomo non ha fatto una piega perché tutti sapevano chi eri. Hai riposto il tuo marsupio con le tue medicine sotto il cuscino. Hai detto, allora ragazzi che si dice, ma si vedeva che non eri tranquillo. Hai detto, domani devo uscire che ho mia figlia che mi aspetta, anche se questo non lo hai detto ma io ho bisogno di credere che sia andata così, ho bisogno di credere che tu sapessi. Il giorno dopo non era ancora l’alba di sabato mattina e loro sono entrai nella cella e ti hanno preso. Il tuo compagno ha detto che la tua mano assonnata ha tentato di afferrare il marsupio ma le loro mani sono state più forti. Poi era sera ed era sabato, e tu sei morto in isolamento e nel sudore, soffocato dal sangue che ti usciva dalla bocca mentre con dita da Ippocrate tentavi di scavare nel cemento un’ultima via di fuga.</p>
<p>La mamma mi ha detto, vai avanti tu che sei sua figlia, e avanti ti ho visto ed eri nudo. Il trucco malfatto sul tuo viso segnato non si addiceva di certo alla pelle di un negro; sotto il lenzuolo bianco il tuo corpo sembrava troppo piccolo per appartenerti. Era piccolo come il mio dentro a un lavandino da bucato.</p>
<p>Prima del funerale la mamma ha servito il tè agli zii che io non conoscevo più e che lei accettava solo per un giorno; c’era profumo di chiodi di garofano e di cannella in tutta la casa, c’era il suono della tua lingua.<br />
Tuo fratello l’ho riconosciuto subito perché è uguale a te, al te che sei nell’unica foto che la mamma ha trovato da mettere sulla tua tomba. L’ho guardato è ho pensato di guardarlo meglio, perché poi anche lui sarebbe andato via. Lui via e tu sulla tomba, e a me non sarebbe rimasto più niente, solo i pezzi rotti che avevo preso per liberare la mamma.<br />
Ho sentito pronunciare il mio nome e dire, assomiglia a suo padre.<br />
Sono andata in camera e sul letto mi sono distesa vestita con l’abito d’occasione; ho guardato le mie mani e ti ho chiamato e ho cantato la nostra lingua.</p>
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		<title>Il cuore non è una chiatta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 07:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo Il giorno che vide il corpo di sua madre essere chiuso dentro una cassa di legno, Aldo Oriani decise che ne aveva avuto abbastanza, e prese quindi la ferma decisione che mai e poi mai avrebbe, in futuro, versato ancora lacrime, provato paura, tristezza e rabbia, e, per essere certo di fare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/poltrona1.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/poltrona1.jpg" alt="" title="poltrona" width="216" height="234" class="alignleft size-full wp-image-38462" /></a>di <strong>Mirfet Piccolo</strong></p>
<p>Il giorno che vide il corpo di sua madre essere chiuso dentro una cassa di legno, Aldo Oriani decise che ne aveva avuto abbastanza, e prese quindi la ferma decisione che mai e poi mai avrebbe, in futuro, versato ancora lacrime, provato paura, tristezza e rabbia, e, per essere certo di fare le cose bene, senza sbavature e inutili rischi, decise anche che non avrebbe più provato gioia tra i suoi compagni ed amici, che non avrebbe desiderato nessun gioco nuovo né andare al parco, che il minestrone e le patatine fritte avrebbero avuto lo stesso sapore e che perciò non avrebbe fatto differenza mangiare l’una o l’altra cosa. Niente. Ed era un niente che aveva senso. Così decise Aldo Oriani, maschio, altezza un metro e quarantuno centimetri, anni otto.<br />
&#8211; Povero bambino, povero piccolo -, gli disse il prete accennando una mano aperta verso la guancia del bambino, e Aldo, che non aspettò il compiersi della carezza, si voltò verso il padre e con voce limpida domandò, papà questo vuole dire che la mamma è morta con tutti i soldi? <span id="more-38460"></span><br />
La mattina seguente Aldo andò a scuola come tutti gli altri giorni: seduto al suo banco, il quaderno aperto su una pagina bianca, la penna in mano pronta a scrivere; alzò la mano e si fece interrogare, rispose a tutte le domande senza esitazioni.<br />
Maestre e parenti erano convinti che presto il bambino avrebbe dato libero sfogo alle sue emozioni. Ma così non successe, e la morte della madre divenne presto un fatto lontano e nell’ordine delle cose, un evento rispetto al quale, convenivano tutti, il bambino aveva trovato la forza e la maturità di andare avanti. E così fu, senza sprechi né pretese.</p>
<p>Una domenica – era l’ora di pranzo, era una bella giornata di luce chiara &#8211; il padre di Aldo tornò a casa con i pasticcini in una mano e con una donna nell’altra e annunciò:<br />
&#8211; Aldo, ora hai una nuova madre -, e Aldo la guardò dal basso all’alto e disse, va bene non c’è problema; anche se il bagno era uno solo e forse era necessario istituire dei turni.<br />
Samantha voleva essere ben voluta da Aldo: presto gli comprò la nuova play-station, da usare quando voleva; gli cambiò il guardaroba con jeans alla moda e nuove scarpe da ginnastica, per essere come gli altri, anzi meglio degli altri; lo portò a cavalcare e incitò il marito affinché andasse con Aldo ad una corsa di formula uno. Aldo rispondeva sempre molto educatamente, grazie è tutto molto bello (in realtà: i cavalli ad Aldo non piacquero molto per via di quegli occhi equini così grandi e lucidi, di una sfericità che Aldo misurò essere, con molta probabilità, aliena; la formula uno, invece, quel corrersi dietro e in tondo, gli parve un gioco per stolti e troppo rumoroso) e teneva le sue nuove cose con molta cura: i vestiti ben piegati nell’armadio, i giochi in ordine sulla mensola. Col tempo le attenzioni di Samantha scemarono, e nello spazio di pochi mesi si riassunsero in una mancia settimanale di trenta euro in aggiunta ai venti che gli dava il padre.<br />
Era una famiglia serena e di raro equilibrio. Avevano pure la colf e due posti auto riservati davanti casa.</p>
<p>In quegli anni, l’unica cosa che procurò fastidio ad Aldo fu svegliarsi la mattina umido e appiccicaticcio tra le gambe. Sapeva benissimo di cosa si trattava, e sapeva che non era una cosa pratica. Decise perciò di risolvere la situazione applicando il metodo insegnatoli dalla sua prima madre per non bagnare il letto: svuotarsi bene prima di andare a dormire. Non era come fare la pipì  &#8211; che spruzzava fuori quasi da sola, bastava spingere un po’ -, ora Aldo doveva muoverselo ripetutamente su e giù; ma il principio era lo stesso e infatti funzionò. Risolto questo, non ci furono altri problemi, e Aldo completò con successo la scuola secondaria.</p>
<p>Poi arrivò una sorella, Sofia. Era piccola e, constatò Aldo nel reparto maternità dove Samantha era ricoverata, molto brutta. Forse, pensò Aldo, non sarebbe sopravvissuta a tanta bruttezza. Invece la bambina lasciò l’ospedale in piena salute e, a detta di tutti i visitatori che seguirono in casa, era: una vera principessa, una bella-ma-proprio-bella, una patatina, una signorinetta, una che farà impazzire gli uomini, una bittibitti-puttiputti. Il giorno che Aldo la vide muovere i primi passi da sola smise di pensare che sarebbe morta.<br />
Ogni tanto suo padre chiedeva ad Aldo di curare la bambina mentre lui e Samantha erano fuori, a cena o al cinema: Aldo non rifiutava mai, non avanzava pretese né rispondeva con piccoli ricatti adolescenziali e diceva, si va bene non c’è problema. Poi, quando i suoi genitori uscivano, Aldo prendeva le grosse cuffie stereo, le metteva sulle orecchie della bambina e accendeva la TV sintonizzata su qualche cartone. La bambina rimaneva tranquilla, e lui poteva andare al suo PC a leggere qualche manuale o a sviluppare qualche programma che risolvesse il problema del sovraffollamento del loro unico bagno, specie in previsione di un’ulteriore crescita di Sofia. Intanto Sofia non emetteva alcun suono e si addormentava. Aldo poi spegneva la TV e le toglieva le cuffie e aspettava, seduto sul divano, il rientro dei suoi genitori.<br />
&#8211;	Tutto bene, Aldo? – gli domandava il padre e Aldo rispondeva sempre, certo papà tutto bene.</p>
<p>Arrivò il momento di compiere gli studi universitari: una scelta ovvia, senza dibattimenti e o dubbi di alcun genere.  Aldo si trovò aggregato ad un gruppo di sei ragazzi: sedevano nella sua stessa fila durante le lezioni di statistica, masticavano gomme e il giovedì sera andavano a giocare a calcetto (Aldo accettò l’invito di andare al campo; si assegnò il ruolo di tecnico: dalla panchina teneva il punteggio, su di un blocco a quadretti disegnava gli schemi e calcolava le percentuali di possesso palla).<br />
I suoi compagni parlavano anche di ragazze, ne parlavano sempre, e Aldo pensò che fosse arrivato pure per lui il momento di trovare una femmina con la quale uscire due volte a settimana e della quale prendere in mano i seni specie se voluminosi. O il culo.<br />
Una sera, Aldo entrò in mIRC e iniziò la sua ricerca. Aprì la query di una certa Mitty e così conobbe Rebecca. Non ci volle molto e non fu particolarmente difficile: dopo una settimana di chat, durante la quale Rebecca scriveva profusamente della sua vita tra noiosi libri e la palestra e Aldo per lo più faceva domande che si era preparate e scritte su un foglio di carta, uscirono per la prima volta. Si videro in un piccolo bar su una strada affollata; seduti ad un tavolo di plastica, con fiori finti e un menù avvizzito, un cinese di nome Gianni servì a lei una cioccolata con panna e a lui un’acqua tonica. Quello fu il primo di una lunga serie di appuntamenti, tutti molto tranquilli e senza sorprese di alcun tipo.<br />
Il sabato pomeriggio, dalle ore 14 alle ore 18, studiavano insieme in biblioteca, uno di fronte all’altra; ad ogni ora trascorsa Aldo alzava la testa e bisbigliava, pausa. La domenica pomeriggio, dalle 14 alle 17, invece, uscivano: andavano al cinema o al parco se c’era bel tempo. A settimane alterne prendevano una stanza ad ore nella quale non stavano mai più del necessario.<br />
Alla fine del primo anno di corso, Rebecca lasciò gli studi universitari per andare a lavorare come segretaria in uno studio dentistico associato. Era stufa di perdere tempo sui libri per un lavoro che certamente non avrebbe mai trovato, e poi voleva la sua autonomia, perchè ormai era una donna e aveva anche lei certe esigenze, certi bisogni e istinti primari. Camminava nervosa e gesticolava per la stanza del motel. Aldo, seduto sulla sponda del letto, l’ascoltò attentamente senza interromperla. Quando Rebecca sembrò aver terminato ciò che aveva da dire e domandò solo:<br />
&#8211; Che ne pensi, amore, faccio bene o no? -, Aldo si alzò placido e le disse, fai come credi perchè ogni cosa ha i suoi pro e i suo contro e non c’è giusto né sbagliato.<br />
Rebecca lavorava anche di sabato pomeriggio. Aldo aveva deciso che il sabato poteva essere benissimo sostituito con il venerdì: alle ore 19 del venerdì andava a prenderla allo studio e l’accompagnava a casa; sulla porta un bacio leggero e poi, allora ci vediamo domenica alla solita ora. Da casa di Rebecca, Aldo contava i passi fino a casa sua: erano 278 d’estate con le scarpe leggere e la strada libera dalle pozze di poggia o manti di neve; 417 d’inverno quando gli scarponi lo costringevano a fare passi piccoli e più pesanti.</p>
<p>Arrivò il giorno di discussione della tesi. Aldo era preparato. In bagno, poco prima del suo turno, sentì dei ragazzi che parlavano di gambe tremanti e cuori in gola. Mentre si asciugava le mani con la salvietta di carta, Aldo pensò che l’espressione “cuore in gola” fosse inutile e senza senso. Come se il cuore si potesse spostare, così, da solo, da una parte all’altra del corpo. Il cuore non è una chiatta, pensò. Stupidaggini.<br />
La discussione gli valse la lode, e tante strette di mani, anche quella di suo padre:<br />
&#8211;	Bravo figliolo, tua madre sarebbe fiera di te –, e Aldo ritirò la mano, non dire sciocchezze papà è ovvio che noi questo non possiamo saperlo. </p>
<p>Trovò presto un lavoro in una grande e solida azienda e, dopo un anno all’ufficio logistica – Aldo era un impiegato sempre puntuale e rispettoso delle regole -, ottenne un aumento di stipendio. Agli occhi dei suoi colleghi l’aumento dato ad Aldo fu una vera sorpresa: quelli infatti erano tempi duri, si diceva che l’azienda avrebbe tagliato i costi e i lavoratori si stavano organizzando con i sindacati. Aldo aveva visto e letto qualche volantino, nella bacheca della sala mensa. Un giorno, a pranzo, un suo collega gli chiese cosa ne pensava e se voleva unirsi anche lui alla manifestazione di protesta. Aldo rispose che lui non si occupava di politica e che l’unica cosa da fare affinché le cose andassero lisce era che ciascuno pensasse a fare bene il proprio lavoro.<br />
Poche settimane dopo la promozione, Aldo fu convocato dal Direttore. Aveva per lui un nuovo incarico: registrare e riferire in direzione ogni malcontento delle truppe, perchè l’azienda non poteva permettersi nessuno spreco di energia. Era un venerdì. Prima di assumere il nuovo incarico, e per la prima volta e in via del tutto eccezionale, Aldo chiese e ottenne il pomeriggio libero.<br />
Quel pomeriggio andò in una gioielleria e comprò un anello di fidanzamento, sobrio ma elegante. Perchè andava fatto ciò che andava fatto, senza troppi pensieri né moine. Quando arrivò allo studio dentistico gli dissero che Rebecca era dovuta tornare a casa a prendere dei documenti importanti ma che sarebbe tornata prima della chiusura. Per non perdere tempo, Aldo decise di andarle incontro.<br />
Bussò alla porta. Bussò ancora. Nessuno venne ad aprire. Pronto ad andarsene – forse Rebecca aveva cambiato percorso ed era già in strada di ritorno allo studio -, Aldo gettò un occhio alla finestra della sala, alla tenda non completamente chiusa. Rebecca si stava stringendo in vita una vestaglia e un uomo a torso nudo si muoveva in fretta dal divano alla cucina.<br />
Quando Rebecca, trafelata, aprì la porta e farfugliò:<br />
-Oh, sei tu&#8230;, io stavo giusto per &#8230; -, Aldo le sorrise e le disse, sì sono io. Poi si voltò e se ne andò.<br />
Tornò a casa. Mise l’anello nell’ultimo cassetto del comò, estrasse lo scontrino dal portafoglio e lo posò vicino alla scatola: lo avrebbe restituirlo al negoziante o rivenduto. Ma presto si dimenticò anche dell’anello, e tutta quella storia gli tornò in mente, per un attimo, solo quando, un giorno di molti mesi dopo, rivide l’anello al dito di Sofia che civettava in salotto con le sue amiche e lo mostrava come fosse un trofeo.<br />
&#8211; Non ti dispiace vero se lo tengo io? – e Aldo rispose, è solo un oggetto.</p>
<p>Gli anni che seguirono furono calmi e prevedibili, anche nella malattia di suo padre che piano lo fece morire, e dopo la quale Samantha decise che in quella casa non poteva più starci e lei e Sofia se ne andarono. Per il funerale del padre Aldo non si fece cogliere impreparato: già da tempo aveva preso contatti con l’agenzia funebre, ed ebbe pure l’occasione di pensare anche a se stesso, vale a dire di usufruire di uno sconto del 25% sul prezzo di due bare.<br />
Nella casa ora vuota la vita di Aldo non avvertì grossi cambiamenti: lavorava sempre molto e spesso cenava in ufficio o, al rientro, faceva una sosta in autogrill.<br />
Una sera il Direttore lo convocò e gli disse che era licenziato. L’azienda stava attraversando una profonda crisi e necessitava di giovani leve con le quali rafforzare i ranghi.<br />
&#8211;	Ma lei è sempre stato un uomo tranquillo – aggiunse il Direttore – perciò tenga, tenga questa lettera di referenze, sono certo che troverà un altro posto con cui arrivare alla pensione, e Aldo disse, capisco signor Direttore lei è stato un ottimo Direttore e sono contento di essere cresciuto in questa azienda se adesso permette allora io andrei.<br />
Tornò alla scrivania a raccogliere le sue cose: una calcolatrice, l’agenda, e il piano ferie che aveva  pronto da sei mesi e che avrebbe dovuto consegnare tra dieci giorni lavorativi. Lasciando l’ufficio, Aldo fece due calcoli: il primo che gli mancavano tre anni per la pensione; il secondo che, nel frattempo, i risparmi accumulati nel corso degli anni gli avrebbero permesso di vivere dignitosamente senza dove per forza impiegarsi in un altro lavoro. E così fece: e i tre anni passarono e arrivò la pensione.</p>
<p>Un sabato mattina, mentre si apprestava a mangiare la sua colazione (caffé solubile e quattro fette biscottate), suonarono alla porta.<br />
Un giovane in salopette blu si presentò con il nome di Jonathan e disse che lavorava per una ditta che raccoglieva tutto ciò che la gente voleva buttare via. Il ragazzo precisò con enfasi che la raccolta era effettuata gratis e, a voler proprio ben vedere, chi si liberava di cose vecchie guadagnava spazio per cose nuove. Per tutto il tempo di quel discorso di presentazione, il ragazzo tese il collo e lo sguardo all’interno della casa.<br />
&#8211;	Se vuole le posso anche togliere la carta da parati visto che non va più di moda. Non sarebbe gratis ma se vuole le posso fare un buon prezzo.<br />
Aldo non rispose subito.<br />
&#8211;	Le propongo una cosa – disse al ragazzo.<br />
Il ragazzo sorrise e si fece attento.<br />
&#8211;	Lei venga qui una volta al giorno, diciamo ogni sera alle sette. Le farò trovare due pacchi con delle cose da portare via. Due pacchi al giorno per trenta giorni.<br />
&#8211;	Cosa? lei vuole veramente che io vengo qui tutti i giorni per un mese?<br />
&#8211;	La pagherò.<br />
&#8211;	Oh, beh, io&#8230; va bene. E quando dovrei iniziare?<br />
&#8211;	Inizierà domani. E le lascerò un paio di chiavi, così se non sarò in casa lei potrà entrare a prendere i sui pacchi.<br />
&#8211;	Affare fatto. Allora a domani, signor&#8230;?<br />
&#8211;	A domani.<br />
Il giorno seguente Aldo si svegliò all’alba e iniziò subito a lavorare. La prima stanza fu la cantina: c’erano vestiti e scarpe di sua madre e che suo padre si era ostinato a conservare. Mise tutto nelle scatole senza soffermarsi troppo sui contenuti – intravide molte lettere e foto alcune in bianco e nero – e portò le prime due scatole in sala da pranzo.<br />
Jonathan arrivò alle sette in punto. Aldo, pronto sulla porta, con le scatole gli diede anche un pugno di banconote.<br />
&#8211;	A domani – gli disse.<br />
Il ragazzo stava per dire qualcosa ma Aldo aveva già chiuso la porta.<br />
I giorni seguenti furono più o meno tutti uguali.<br />
&#8211;	Se io non rispondo, è sicuro di avere le chiavi per entrare? chiese Aldo una sera.<br />
&#8211;	Certo, signore, le tengo sempre con me anche se&#8230;<br />
&#8211;	Allora a domani.<br />
Terminata la cantina passò alla stanza del padre e della matrigna. Sul comò intravide la foto di un bambino e si riconobbe solo perchè qualcuno aveva scritto sulla cornice “Aldo a sei mesi”. I vestiti di suo padre erano ancora tutti nell’armadio e quando Aldo aprì l’anta si sentì schiaffeggiato dalla puzza di vecchio. Trovò anche qualche abito da donna e un pacco di lettere affrancate ma mai spedite. C’erano molte cose in quella stanza, cose di ogni tipo, ma Aldo inscatolò tutto senza perdere il ritmo, velocemente e con ordine.<br />
Jonathan arrivava sempre puntuale e il lavoro procedeva liscio; ancora pochi giorni e le scatole sarebbero state complete e la casa finalmente pronta.<br />
Dopo la camera del padre, Aldo passò alla stanza di Sofia. Era la stanza di una ragazzina, con qualche poster ingiallito sui muri e un orsacchiotto sotto il letto. Aldo si chiese come avesse fatto a vivere nella stessa casa con una bambina. Nella manciata dei secondi necessari a sigillare un primo scatolone con il nastro adesivo, Aldo constatò che non si ricordava le sembianze di questa Sofia, e si disse, si vede che non era importante. In quella camera non c’erano molte cose, e due scatoloni furono più che sufficienti.<br />
Raccolto tutto dalla stanza di Sofia, Aldo andò in cucina: dal tostapane alle tovaglie, pentole e pentolini, piatti, bicchieri e posate. Dopo la cucina, la sala: quadri e quadretti, mobili, la TV, la radio. Fece portare via pure il divano, e al centro della sala rimase solo una poltrona.<br />
Un giorno Aldo disse a Jonathan che invece dei pacchi, quasi ultimati, si sarebbe dovuto occupare di rimuovere tutta la carta da parati. L’avrebbe pagato di più.<br />
Per rimuovere la carta da parati fu necessario modificare gli orari di lavoro: Jonathan ora doveva iniziare alle nove del mattino e lavorava tutto il giorno. Terminato il lavoro della carta da parati, era da intendersi il ripristino dell’orario normale, cioè alle sette di sera. Aldo gli apriva la porta e poi andava in camera sua dove rimaneva fino a quando, a sera, Jonathan dalle scale diceva, a domani, e sentiva la porta chiudersi. Quando arrivò il giorno di togliere la carta dalle pareti della camera da letto di Aldo, Aldo uscì – andò prima in banca e poi in chiesa &#8211; e quando fece rientro Jonathan era già andato via e la sua stanza era senza pelle.</p>
<p>Arrivò il trentesimo giorno. Poco prima delle sette, Aldo Oriani si sedette sulla poltrona.  Sentiva di avere un po’ il fiato corto, ma guardò soddisfatto la stanza vuota, il nulla che era rimasto da fare: il senso di oppressione al petto non fu poi così doloroso né spaventoso. E quando sentì quel pugno di dolore – un minuscolo sole che rotola e brucia – irradiarsi dallo sterno fino alle spalle, Aldo era convinto che mai, specie in quell’attimo, avrebbe provato ogni cosa di quel niente, che mai potesse esistere un tale riflusso di rabbia e paure e umilianti solitudini, di desideri e gioie abortite; e quando il dolore dalle spalle corse lungo il braccio sinistro – una liscia bolla, piccina piccina &#8211; Aldo Oriani si lasciò impregnare dallo strazio di fronte al corpo morto di sua madre e dal pensiero di quanto fosse bella, la sua mamma, così perfetta nell’immobile respiro, così bianca di cera.<br />
Jonathan chiamò l’ambulanza; gli chiesero il nome dell’uomo che stavano portando via e il suo grado di parentela: il ragazzo rispose svelto: nessuno.</p>
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