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	<title>mobbing &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sul ponte sventola bandiera bianca [scuola /3]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2008 05:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Comunque sia, adesso il pianeta è saturo. Ciò significa, fra l’altro, che i processi tipicamente moderni, come la costruzione di ordine e il progresso economico, si svolgono ovunque: quindi i “rifiuti umani” sono prodotti e sfornati ovunque in quantità sempre maggiori, ma stavolta in assenza di discariche “naturali” idonee al loro magazzinaggio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-9495" title="batteriocine1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/batteriocine1.jpg" alt="" width="293" height="319" /></a><br />
di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Comunque sia, adesso il pianeta è saturo. Ciò significa, fra l’altro, che i processi tipicamente moderni, come la costruzione di ordine e il progresso economico, si svolgono ovunque: quindi i “rifiuti umani” sono prodotti e sfornati ovunque in quantità sempre maggiori, ma stavolta in assenza di discariche “naturali” idonee al loro magazzinaggio e al loro potenziale riciclaggio</em>.<br />
Z. BAUMAN, Vite di scarto</p>
<p><em>Marginalizzazione dalla attività lavorativa?</em><br />
In effetti sì.</p>
<p><em>Svuotamento delle mansioni?</em><br />
Abbastanza, ma nemmeno rosso di sera… come si dice?</p>
<p><em>Mancata assegnazione dei compiti lavorativi con inattività forzata?</em><br />
Sì, si può dire così…</p>
<p><em>Mancata assegnazione degli strumenti di lavoro?</em><br />
Eh! Mica da oggi! Perdoni l’euforia…</p>
<p><em>Ripetuti trasferimenti ingiustificati?</em><br />
Beh… ingiustificati… comunque sì, sì…</p>
<p><em>Prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto?</em><br />
Mi fa ridere sa dottore? Mi perdoni, Mi fa ridere e mi perdoni… ha mai compilato una domanda di immissione in una graduatoria per le supplenze scolastiche?</p>
<p><em>Impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie?</em><br />
Mi sta chiedendo se mi fido del sindacato?</p>
<p><em>Esclusione reiterata del lavoratore rispetto a iniziative formative, di riqualificazione e aggiornamento professionale?</em><br />
Su questo in particolare avrei qualche parolina…</p>
<p><em>Dottoressa, mi dispiace, lei ha il mobbing…</em><br />
È molto grave?<br />
<span id="more-9491"></span><br />
Prima di contrarre il mobbing non avevo mai avuto nemmeno un raffreddore. Non uno starnuto buono bianco e senza muco di quelli da far esclamare a uno sconosciuto in treno Salute signorina! tanto da prendermi sulle guance, come un buffetto nonno, la benevolenza e gli auguri del mondo. Niente, sono andata all’università sono rimasta all’università e adesso insegno a scuola. Il passaggio non è stato immediato però. Se il mobbing fosse una malattia a trasmissione sessuale io non l’avrei presa durante quegli anni perché studiavo troppo né devo averla contratta oggi perché il dottore continua a ripetere preoccupato che la malattia ha già fatto grossi danni ai canali lacrimali, alle nocche e all’amor proprio.</p>
<p>Il dottore sembra una brava persona e non si perde in metafore e infatti quando gli ho chiesto Dov’è l’amor proprio? mi ha domandato Da quanti giorni non ha un momento per pensare a sé?. Io dovrei avere quasi tutti i pomeriggi per pensare a me perché insegnare a scuola è un impiego a mezzo servizio con due mesi di ferie. Non è un contributo necessario alla formazione di una classe di donne e uomini pensanti e critici, non un divertimento, non un arricchimento e nemmeno un mestiere, no. È un impiego a mezzo servizio con due mesi di ferie pagate. Questo è quello che tutti sanno, che i giornali e la televisione raccontano, che mi rinfacciano talvolta gli studenti con genitori che sfoggiano arte e parte, e che tutto sommato, ma senza nessuna accezione saprofita o ansie classificatorie, è.</p>
<p>Se avessi contratto il mobbing in un’aula scolastica l’allarme avrebbe suonato più forte e coperto il trillo della campanella delle tredici e trenta. Perché io ascolto molto. Ma no, poi l’insegnamento è troppo recente per i danni che elenca il dottore e infatti ha supposto che io abbia contratto il mobbing in quel periodo al quale mi ero riferita con <em>il passaggio non è stato immediato</em>.</p>
<p>La scuola di specializzazione in didattica.<br />
È pur vero che io ci sono arrivata in età da ripetente, perché avevo investito quattro anni in un dottorato di ricerca a tasso di interesse meno quattro virgola cinque, e la maggior parte dei colleghi da imberbi laureati, ma è altrettanto che quando si parla di studio e riflessione e insegnamento la curiosità, la trasversalità e la competenza dovrebbero essere addendi da mettere a fattor comune e a beneficio di tutti. Cosa che non è semplice in un posto dove sei costretto ad attestare la presenza con una firma e dove le firme false, per necessità o malavoglia, sono più importanti di quello che puoi imparare.</p>
<p>Se in parlamento ci sono i pianisti perché in altre aule dovrebbe essere diverso? Mi dica dottore!. Comunque, mi sono trovata a dover vivere nascostamente ogni nozione appena sopra la media. Anche qualche altro. E non per il solito malcelato, e a volte posticcio, understatement mi creda dottore!, Le credo, ora continui.</p>
<p>I docenti della scuola dei specializzazione sono quasi tutti professori universitari. Anche questo dovrebbe essere un valore e lo sarebbe se non vivessimo in una società nominalista. Che significa?, Che se io la chiamo dottore penso che lei possa curarmi, La ringrazio per la fiducia, Non è fiducia, è alfabetizzazione, sto leggendo sul suo badge, Oh!, è vero.</p>
<p>Il (pregio e il) difetto principale dell’università è quello di lavorare alacremente perché tutto rimanga esattamente com’è. E infatti solo un paio di docenti, in due anni di scuola, hanno rimodulato i corsi accademici su quelle che potevano essere le esigenze di una platea che l’indomani, non immediato, avrebbe insegnato a scuola. Entravano in classe e ripetevano le lezioni universitarie. I professori universitari non considerano l’insegnamento come un fenomeno da studiare in sé, affatto. Questo è quando andava bene. Quando andava male il tempo era perso in senso proprio, nemmeno nelle inani ripetizioni. Ma non voglio fare polemica, non so come avrei reagito io se fossi stata ex cathedra, so come ho reagito tra i banchi, cioè, il dottore lo sa. Mi ha detto che il mobbing è un batterio che vive gregario nelle sacche di coscienza di tutte le indoli versate all’interpretazione, come la mia, come una taenia, e che si sviluppa quando percepisce eccessiva diversità tra il sé e il mondo e divora i canali lacrimali, le nocche e l’amor proprio, come è successo a me. La diversità che io ho percepito durante quegli anni, che ora so di incubazione, riguardava la loro mancanza di curiosità intellettuale e il mio avercela in eccesso, il mio non capire che avrei dovuto sfoderare misericordia e il mio continuo accanirmi a far arrossire relatori e assistenti di laboratorio e colleghi furbi o solo intenti a preservarsi in una struttura oscura e più potente del singolo. Il dottore mi ha detto che la prima conseguenza dell’essere infettati dal mobbing è l’inibizione del concetto di Noi e la conseguente mancata secrezione linguistica del pronome.</p>
<p>Il Noi non esiste più, ci sono, sempre più presenti e contrapposti l’Io e il Loro. In decenni di aggregazione, anche di tipo banda armata come i settanta, in effetti c’era terrorismo politico ma non mobbing. Anche se spesso da quando l’ho contratto mi viene voglia di colpirne uno per educarne cento. Il dottore dice che è molto anomalo perché l’interpretazione è un fattore di sviluppo del mobbing almeno quanto è un vaccino per il terrorismo. O se non di colpirlo almeno di farlo saltare in aria. Il dottore dice che nonostante la nostra democrazia sia rappresentativa, il rappresentante del sistema non è il sistema. Mah. Che intrico. Io ho preso il mobbing quando loro, quelli che sapevano come me qualcosa più del luogo comune, hanno cominciato a dire Ma perché te la prendi così tanto?, Pensa alla salute!, Ma che ti frega che abbiamo pagato e dovrebbe essere una scuola professionalizzante?, Ma tu ci pensi che ce ne andiamo a lavorare?, È l’ultimo brandello di posto statale!, A me piace insegnare e lo farò a ogni costo e senza perderci la testa come te!. Io ho preso il mobbing quando le persone intelligenti che mi stavano intorno si sono vestite da stupide per andare avanti e la qualità s’è trasformata in sopravvivenza. E questo è tutto dottore mio.</p>
<p>[a latere] <strong>Insegnare stanca (chi segue) </strong></p>
<p>DICOTOMIA: <em>Divisione in due parti | (filos.) Divisione di un concetto in due concetti contrari che ne esauriscono l’estensione</em>.<br />
IL NUOVO ZINGARELLI, Vocabolario della Lingua Italiana</p>
<p>Se chi sa fa e chi non sa insegna… chi insegna a insegnare… che fa?</p>
<p>All’inizio di questo anno accademico e di questa nuova avventura nella scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario mi divertivo appena snobisticamente a glossare il vecchio insulso detto. Stare tra i banchi a studiare e leggere è la seconda cosa che vorrei fare nella vita e me la tengo di solito ben stretta come un velocista che sappia di poter correre i cento metri in non più di undici secondi. Non un campione ma un buon diavolo da corsia otto. Così ascoltavo e glossavo, e ne ridevo con gli altri nella stessa barca. Anche se la barca non è mai la stessa. Prendevo appunti ligia come uno studentello imberbe che comunque beccheggia tra il curioso e lo sdegnato. Penna nera e matita. Ogni pomeriggio dalle quattro alle cinque ore intenta a corsi di area specialistica che quando è andata bene erano ripetizioni accurate di lezioni accademiche e solo in tre o quattro casi, cicli di interventi mirati a sviluppare curiosità e competenze nei discenti a uno e a due gradi di separazione. Io e la mia aula a venire insomma. La scuola di specializzazione si paga e cara, e le due sensazioni preponderanti, sibilanti tra i malumori e gli snack tampona-ansia, sono quelle di comprarsi l’accesso a un posto fisso malpagato e socialmente molto femminile e molto mal visto ma che comunque consente due mesi interi di ferie, e la sensazione di spreco. Le motivazioni per cui ci si iscrive non sono importanti perché l’obiettivo comune è lavorare.</p>
<p>Il Cincinnatus di Nabokov suggeriva che il senso dello spreco, la tragedia dello spreco, è il sintomo primo ed evidente del trovarsi in un regime di tirannide.<br />
La scuola di specializzazione a Napoli, specialmente nei corsi di area comune- luogo comune (insegnamenti di pedagogia e varie), ti lascia addosso un senso di spreco che ha dell’immorale. Se categorie come morale ed etica ed estetica hanno ancora valore in un posto dove le cattedre di area comune capitano sotto le mani nervose di individui privi di qualsiasi spessore culturale e di qualsiasi attitudine all’interlocuzione e al dibattimento.<br />
Qualunquismo e improvvisazione.</p>
<p>Ci sarà un bando ci saranno titoli ci saranno motivazioni. Ma c’è anche da ammettere Visti i soggetti figuriamoci il resto.</p>
<p>Scrivo questo senza astio, con molto senso della realtà e ancora senso di spreco. E appena di impotenza perché chiunque di essi, il più millantatore, potrebbe schermare la sua difesa con un Lei non sa di cosa sto parlando come può discriminare su contenuti che non appartengono al suo cursus studiorum. La platea alla quale questi loschi figuri si rivolge è fatta di persone laureate in discipline scientifiche, il linguaggio con cui qualcuno di essi si rivolge è offensivo e costituito da non più di cinquecento parole con la scusa Altrimenti non capite. Supporre la stupidità e l’ottundimento linguistico nell’interlocutore è pericoloso e molto gramo. Io mi sono iscritta perché mi piace insegnare, non che sia significativo o lodevole ma è la terza cosa che vorrei fare nella vita e spesso mi ci aggrappo con la pervicacia borghese piccola piccola di voler contribuire con qualcosa di produttivo per me stessa e per gli altri intorno.</p>
<p>A scuola non c’è posto sulla cattedra ma tra i banchi pare di sì. In uno di questi corsi, il giorno della registrazione dell’esame, il professore mi ha detto Le ho messo ventisei perché ha grossi problemi con la grammatica.</p>
<p>Io ho sorriso incredula e forse supponente all’uomo che pochi secondi prima aveva detto Dicotomia significa contraddizione.</p>
<p>[Questo racconto è stato scritto per <a href="www.bloggers.it/farelibri/index.cfm?blogaction=archive&#038;file=blog_4_2007.xml "> Fare Libri, Laboratorio di tecniche</a>]</p>
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		<title>Il lavoro fa male (mobbing 2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-lavoro-fa-male-mobbing-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Apr 2006 09:56:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[mobbing]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere a dare una mano”. Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://baldrus.blogspot.com">Mauro Baldrati</a></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/August%20Sander%20carbonaio%20berlinese%202929.thumbnail.jpg" id="image2017" alt="August Sander carbonaio berlinese 2929.jpg" height="96" width="62" />Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere <em>a dare una mano</em>”.</p>
<p><span id="more-2016"></span><br />
Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. In cantiere a dare una mano: è lo spauracchio di tutti i camionisti. E’ dura, negli scavi. Si sgobba, ci si cuoce al sole, ci si congela nella nebbia invernale. E poi si è gli ultimi degli ultimi, senza uno straccio di prospettiva. I capicantiere, che non spostano un chiodo, si prendono tutto il merito e soprattutto intascano il premio di produzione. In cantiere si è pagati poco, non si avanza nella carriera, a meno di non fare parte di una delle mafie vincenti. Piuttosto che dare una qualifica a un operaio fuori dalle mafie i vertici della cooperativa lo lasciano morire d’inedia nello scavo. E questo vale anche per gli autisti e per gli operatori di ruspe, pale, scavatori. Il capobastone è Il Carnivoro in persona: o si è nelle sue grazie o si è destinati a sopravvivere in uno stato di inferiorità, senza mai avanzare di qualifica, fino alla pensione.<br />
Salgo sul pulmino di una delle squadre in partenza. Sono tutti ferraresi e rovigotti, come la maggior parte degli operai del resto. Il capocantiere è Il Ranocchio, soprannome attribuito dal Carnivoro ovviamente, ma gli operai l’hanno cambiato in Il Rospo. Non so perché: non ha un volto rospesco, assomiglia piuttosto a una scimmia. Ma Il Carnivoro ha una visione tutta sua della fisiognomica, e nessuno si sognerebbe di metterla in discussione.<br />
Il cantiere è a Mezzalega, un misto edilizia-infrastrutture. Per la verità la parte edile, la costruzione di un grande capannone industriale, è quasi terminata, ed ora si stanno completando gli impianti: gli allacciamenti, le canalizzazioni, i pozzetti.<br />
Vengo assegnato allo scavo dell’Enel. Devo stare di fronte alla benna dello scavatore e controllare che non vi siano cavi o tubi che si potrebbero tranciare. Nessuno conosce esattamente i tracciati preesistenti dei fili della luce, o dei tubi del gas. Si procede a tentoni, e non appena c’è qualcosa di sospetto, un blocco di calcestruzzo per esempio, il manovale dello scavo, cioè io, va a controllare col badile o col piccone.<br />
Dopo mezz’ora arriva il camion che deve caricare la terra che lo scavatore asporta durante lo scavo. E’ quel pellagroso dell’Ortolano. Si piazza di fianco al tracciato, sulla destra, a portata del braccio della macchina. Quello sfigato però non spegne il camion, e siccome la marmitta è a sinistra mi scarica in faccia i gas di scarico.<br />
Cerco di attirare la sua attenzione, urlo “o’ scemo, spegni quel camion!” ma L’Ortolano, che si è subito stravaccato con la musica a tutto volume, non sente, o fa finta di non sentire. “Spegni il camion!” urlo di nuovo, sbracciandomi. Niente. Fa il sordo e il cieco. Mi avvicino alla cabina, caccio un pugno sulla portiera. L’Ortolano mi guarda coi suoi occhi piccoli, acuminati. Abbassa il vetro elettrico. “O’ Trapattoni che cazzo fai? Sei fuso?”.<br />
“Sei fuso tu” grido, per farmi sentire nel frastuono dello scavatore, del camion e della musica di Gigi D’Alessio che esce dall’impianto stereo. “Spegni quel camion, ho la marmitta praticamente in bocca!” L’Ortolano sghignazza. “Urca, come sei delicato Trapattoni. Che cazzo spengo, lo scavo è piccolo, non vedi che mi devo fare avanti ogni minuto? Cosa vuoi, che abbia solo il da fare di accendere e spegnere perché te sei delicato?”<br />
“Fai come cazzo ti pare! Io non posso respirarmi i gas della tua marmitta fino a sera!”<br />
L’Ortolano ghigna, dice “Trapattoni, io dico che te sei troppo delicato per fare questo lavoro” e tira su il finestrino.<br />
Sono schiumante di rabbia. Prendo una pietra, se non spegne il camion gliela scaglierò contro la cabina. E chi se ne frega se spaccherò il vetro. In quel momento arriva Il Rospo, che grida “ma che cazzo succede, perché lo scavo è fermo?”<br />
Indico il camion con la mano che stringe la pietra. “Quell’asino dell’Ortolano non spegne il camion, guarda un po’ dov’è la marmitta!”<br />
Il Rospo guarda il camion, lo scavo, guarda me. Non è un tipo bilioso Il Rospo, non perde mai la calma. Procede in silenzio, tiene un profilo basso. Ma intanto fa correre gli operai come matti, gli aspira il sangue, il midollo. Forse è per questo che Il Carnivoro l’ha chiamato Ranocchio? Si rivolge all’Ortolano, dice “e spegni quel camion, va là”. L’Ortolano tira giù i piedi dal cruscotto, abbassa il vetro e scaglia la cicca di sigaretta nello scavo. “Come faccio” dice, “devo avanzare ogni minuto. Cosa accendo e spengo per la bella faccia di questo qui?”. Il Rospo sbuffa, allarga le braccia. “O’ Trap, non puoi sopportare? Vedi pure che si deve spostare di continuo”.<br />
Lascio cadere la pietra a terra. La rabbia mi è passata ma sono deciso a risolvere questa storia. Mi bruciano gli occhi e la gola con lo scarico del camion. “Perché non provi a scendere qui dentro?” dico. “Ho la marmitta in bocca, non vedi?”.<br />
Il Rospo continua a lanciare occhiate allo scavo, al camion, fa la faccia lunga. Si gratta il mento, borbotta tra sé. Probabilmente sta imprecando a bassa voce. “O’ sentite, voi due, cercate una soluzione perché lo scavo non può fermarsi”.<br />
Una soluzione. L’unica possibile è che L’Ortolano spenga il motore, ma non lo farà mai. E non avrà problemi con nessuno. E’ il superfavorito del Carnivoro, è un intoccabile, può fare quello che vuole.<br />
“Senti un po’” dico, “non si può respirare questa roba, lo capisci? Se quello scemo non spegne vengo fuori dallo scavo. Poi fai quel cazzo che ti pare”.<br />
Il Rospo guarda di nuovo lo scavo, guarda il camion, borbotta. Lo sento che bestemmia, che dice “te Trapattoni se non spacchi le palle non sei contento”. Poi lancia occhiate in varie direzioni e dice, rivolto all’Ortolano: “allora mettiti di là, sulla sinistra. Così la marmitta spara dall’altra parte”.<br />
L’Ortolano sembra riflettere intensamente su quella proposta, poi sospira, guarda in alto e dice “vacca troia, te Trapattoni devi andare in montagna, a fare le passeggiate, mica qua in cantiere.” Si ricompone con lentezza esasperante, ingrana la marcia e fa il giro dello scavo, piazzandosi alla mia sinistra. Così va meglio. Sento ancora la puzza della marmitta, ma almeno è dalla parte opposta. E’ tutto quello che posso ottenere. O così o me ne vado a casa.<br />
Lavoriamo allo scavo tutta la mattina, poi andiamo a mangiare in una piccola mensa e all’una si riprende. Lo scavo si è fermato, lo scavatore deve spostare dei tubi di cemento, che è un lavoro che probabilmente avrei fatto io con la gru, se il mio camion non fosse in officina. Il Rospo mi manda dentro al capannone, a “dare una mano ai pavimentisti”, dice.<br />
Qui la situazione è peggiore, molto peggiore. Stanno realizzando un pavimento speciale, che si crea in opera con un cemento mescolato con una sostanza a base di cristalli di quarzo; viene steso da due operai col badile e tirato a livello con la staggia. E’ un lavoro delicato, perché l’impasto, che viene preparato da un operaio che ha come unico compito quello di aprire i sacchi per rovesciarne il contenuto in una betoniera, deve avere una consistenza perfetta, altrimenti si formano dei grumi che rendono difficoltoso il tiraggio.<br />
Il problema è la polvere: il materiale a base di quarzo è finissimo, e si spande nell’aria come un aerosol. Sembra che nel capannone sia scesa la nebbia.<br />
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.<br />
Io, sempre io. Io devo protestare. Da solo.<br />
Vado dal Rospo. Mi sembra di non avere più forze, di essere svuotato, rassegnato. Eppure non posso respirare quella roba tutto il pomeriggio. Questa è l’unica certezza.<br />
“Che cazzo fai qui Trapattoni?” dice Il Rospo, sorpreso di vedermi fuori dal capannone.<br />
Inspiro una boccata d’aria. “Senti, là dentro è impossibile stare senza una mascherina. Il quarzo fa una polvere pazzesca”.<br />
“Cosa?” Esclama Il Rospo, guardando verso il capannone con le sopracciglia aggrottate.<br />
“Sì” dico. “quella roba si spande nell’aria, c’è da prendersi la silicosi là dentro. Tra l’altro nessuno ha la mascherina, mi sembra una cosa assurda”.<br />
“Che? La silicosi? Ma che cazz&#8230; Porco cane, Trapattoni, ma come fai te a creare dei problemi tutti i minuti? Ma ti rendi conto?”<br />
“Senti, ci vuole la mascherina. Non è possibile una cosa così, devi capirlo. Va’ dentro a vedere”.<br />
Il Rospo sbarra gli occhi, si altera leggermente, il che è un fatto abbastanza singolare considerando i suoi modi da anfibio. “E dove me la prendo una mascherina adesso? Ma lo sai cosa stai dicendo Trapattoni?”<br />
“Sì che lo so. E ti dico anche: ma come si fa a non avere le mascherine in cantiere?”<br />
“Come si fa?” sbotta. “Sai quante cose mancano qua dentro, attrezzi, macchine? Ascolta, Trapatttoni” dice, calmandosi di colpo, abbassando lo sguardo a terra. “Quello è un pavimento ad alta resistenza. I pavimentisti mi hanno chiesto due omacci per preparare la roba, perché da soli non ce la fanno. Sono trenta centimentri di spessore, capisci? E devono finire entro stasera, perché domani cambiano cantiere. Se non finiscono come facciamo? Siamo nella merda, siamo!”<br />
In quel momento una voce nasale, inconfondibile, arriva dalle nostre spalle. E’ lui, il Presidente della coop in persona, detto Johnny Profumo, perché dicono che abbia il vezzo di deodorarsi ogni mattina e si lascia dietro la scia. Non l’ho mai visto di persona, ma solo in fotografia, e in televisione, mentre stringeva la mano a Massimo d’Alema durante un convegno su “L’etica del lavoro: i valori della cooperazione”. “Che cosa succede qua?” dice. Fa un passo verso di noi coi piedini che calzano un paio di scarpette con la frangia, muove con grazia la manine femminili che reggono una cartella di pelle. “Va tutto bede?” dice.<br />
Il Rospo guarda a terra, sbuffa. Sta pensando come introdurre il problema, cioè io. Lo precedo, ormai sono lanciato. “Il fatto è, Presidente, che c’è da lavorare dentro al capannone senza mascherina, e c’è una polvere di quarzo incredibile”.<br />
Johnny Profumo strabuzza gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga e guarda il capannone. “Ah. E perché sedza bascherida?” dice. Il Presidente è famoso anche per le sue adenoidi: sono così grandi che gli impediscono persino di respirare.<br />
Il Rospo si gratta la testa. “Non ne abbiamo” dice, “giovedì Roberto in magazzino era senza”. Probabilmente è una balla. E’ impossibile che il magazziniere, uno dei pochi personaggi normali qua dentro, fosse senza maschere.<br />
“Oh” dice Johhny Profumo. Si è avvicinato ancora, adesso sento l’olezzo di acqua di colonia. “E dod si può risolvere id qualche bodo?”<br />
Il Rospo allarga le braccia. “E come, Presidente? Sai che problemi abbiamo qua. I pavimentisti hanno bisogno di due omacci, io gliene ho dato uno. Stasera devono cambiare cantiere, e se non finiscono il pavimento siamo nella merdaccia. E siamo già in ritardo sui tempi lo sai anche te”.<br />
Johnny Profumo ondeggia. Voglio prevenire la sua richiesta, ovvia, di sopportare fino a sera per cause di forza maggiore. Le sue cause, e del Rospo, non le mie. Ci sono io nella merda, non loro. “Sì, ma è impossibile lavorare là dentro senza una mascherina” dico. “Presidente, va’ a vedere. Tra l’altro anche quelli là non dovrebbero&#8230;”.<br />
Il Rospo sbotta, mi interrompe. “Ma cosa vuoi Trapattoni, quelli sono artigiani, sono cazzi loro”. Non è così. Lui è il responsabile del cantiere, lui deve obbligare chi ci lavora a usare i sistemi di sicurezza.<br />
Johnny Profumo intanto strabuzza gli occhi, lancia occhiate verso il capannone che non so definire se di puro terrore o di assoluta ferocia. “Questo ragazzo ha ragiode” dice. Tira fuori dalla cartella un cellulare e compone un numero. “Sodo io, Bercalli” dice. “Badda subito, ba subito, delle bascheride qua a Bezzalega&#8230; cosa?&#8230; Dod b’idteressa se dod c’è uda bacchida, ho detto subito!” Fa una pausa, dice una serie di “sì” e “do”, poi si arrabbia, dice “dod b’idteressa! Preddi la tua bacchida e viedi qua subito!” Poi chiude il telefonino e lo rimette nella cartella. “Tutto a posto” dice, ma non vi è traccia di sollievo nella sua voce: gli occhi continuano a roteare dietro le lenti, e la faccia è una maschera di pietra. “Staddo arrivaddo le bascheride”.<br />
Il Rospo allarga di nuovo le braccia, sospira. “Bene” dice. “Allora Trapattoni, intanto che arrivano&#8230; vedi quei sacchi di plastica?” indica un cumulo di sacchi vuoti, quelli che proteggono i bancali di cemento. “Va’ là e bruciali”. Bruciare la plastica. Altra porcheria. Fa un fumo pestilenziale, e libera nell’aria delle sostanze cancerogene. Ma non ho più energia per contestare anche questo incarico. Sarebbe davvero la rottura definitiva, tanto varrebbe piantare tutto e andarmene a casa. Prenderò tempo. Fingerò di radunarli, di accatastarli finché non arrivano le mascherine.<br />
Alla sera arrivo a casa alle sette. Ho fatto due ore di straordinario, per aiutare gli artigiani albanesi, che sono ancora in cantiere, a tentare di finire il lavoro. Ho detto loro di mettere le mascherine, ma non mi hanno neanche risposto. E’ gente taciturna, dura, che lavora senza un attimo di pausa per dieci, dodici ore di fila, compresi il sabato e la domenica.<br />
Mia moglie è in piedi nel minuscolo soggiorno con un foglio in mano. Continua a leggere mentre mi tolgo gli scarponi e la tuta, che lascio cadere sul pavimento. Poi me lo porge. E’ un telegramma della cooperativa. All’inizio non riesco a capire il contenuto, devo rileggerlo “siamo spiacenti di comunicarle che il suo periodo di prova non ha avuto esito positivo. Non è quindi possibile riconfermare la sua assunzione a tempo indeterminato. Può passare dal nostro ufficio personale ecc.”<br />
Rimango col foglio in mano, senza parole e senza fiato. Ma che significa? Che mi hanno buttato fuori? Ma com’è possibile? Il mio periodo di prova non è ancora concluso, mancano ancora due mesi. Quindi mi hanno cacciato prima del tempo. Ma come ha potuto Johnny Profumo, in così poco tempo, non più di due ore&#8230; Sono incredulo, in stato confusionale. Devo sedermi sul divano, per non perdere l’equilibro.<br />
“E’ meglio così” dice mia moglie. “Sono contenta. Avresti dovuto farlo prima”.<br />
“Cosa?” dico, quando riesco a riprendermi, e a capire il significato delle sue parole. “Ma&#8230; ma&#8230; è un grosso guaio invece. Cosa faremo adesso?”<br />
“Qualcosa faremo. Ma è meglio. Tornavi sempre nervoso, la notte dormivi male, ti lamentavi. Portavi a casa del negativo, della sofferenza. E’ una benedizione del cielo”.<br />
Già. Una benedizione. E’ accaduto ciò che non avevo il coraggio di fare accadere. Adesso sono di nuovo in strada, di nuovo senza lavoro. Accartoccio il foglio, lo lancio nel cestino vicino al lavello della cucina. “Non abbiamo un quattrino” dico, con voce grave. Un caos di sentimenti contrastanti si agita in me. Sollievo, paura, rabbia, incredulità. Di nuovo in strada&#8230;<br />
“Ce la faremo. Tra un po’ mi metterò anch’io a cercare”.<br />
“Tu?” dico. “Tu devi badare a lei”. In quel momento mia figlia si sveglia. La sollevo dalla culla, la prendo in braccio. Mi molla un pugno sul naso.<br />
“Io sono contenta. Chiederemo dei soldi ai genitori, per un po’. Ma è una liberazione. Se non fosse arrivato il telegramma ti avrei chiesto io di licenziarti”.<br />
La piccola si mette a piangere, protende le braccine verso sua madre. Probabilmente vuole mangiare. Gliela passo. Mi stendo sul divano, fisso un punto del soffitto. E’ una liberazione ha detto mia moglie. E’ vero. Non dovrò più vedere Il Carnivoro ogni mattina e ogni sera, né gli autisti cortigiani, né quei capicantiere&#8230; Intanto potrei andare al sindacato e denunciarli per mobbing&#8230; macché. Il delegato sindacale è uno dei più schifosi imboscati di tutta la mafia là dentro, non mi appoggerebbe mai.<br />
E poi, chi se ne frega?<br />
La <em>cooperativa stradini e muratori</em> è il passato adesso. E’ la Tenebra, il Buio, ed è alle mie spalle.</p>
<p><em>(Foto: August Sander carbonaio &#8211; 1929. Il primo episodio, &#8220;Il lavoro fa male &#8211; mobbing 1&#8221;, è stato pubblicato il 15 marzo.)</em></p>
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		<title>Il lavoro fa male (mobbing 1)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Mar 2006 08:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[mobbing]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati L’alba non è ancora spuntata. E’ una fredda giornata di fine gennaio, alle sette meno dieci del mattino è notte fonda. Sul piazzale della Cooperativa stradini e muratori ferve l’attività frenetica che precede i trasferimenti ai cantieri. Gli operai fuorisede, appena scesi dai pulmini, hanno facce stravolte, gli occhi gonfi, i capelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://baldrus.blogspot.com/">Mauro Baldrati<br />
</a><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/Agust%20Sander%20manovale%201928.thumbnail.jpg" alt="Agust Sander manovale 1928.jpg" id="image1886" title="Agust Sander manovale 1928.jpg" align="left" />L’alba non è ancora spuntata. E’ una fredda giornata di fine gennaio, alle sette meno dieci del mattino è notte fonda.<br />
Sul piazzale della <em>Cooperativa stradini e muratori</em> ferve l’attività frenetica che precede i trasferimenti ai cantieri. Gli operai fuorisede, appena scesi dai pulmini, hanno facce stravolte, gli occhi gonfi, i capelli dritti. Alcuni si alzano alle quattro per percorrere fino a 150 km per venire al lavoro. Qualcuno addenta un panino alla mortadella, diffondendo un odore appetitoso intorno a sé.<br />
<span id="more-1885"></span></p>
<p>Entro nella sala dei camionisti, già gremita. Il fumo è acre, c’è anche quello sfigato del Ramarro che fuma il toscano, gli scoppiasse il cuore.<br />
I soliti saluti: “dai Trapattoni, muoviti, che il Carnivoro aspetta solo te” bela uno degli autisti-cortigiani con un ghigno. Mi chiamano Trapattoni, chissà perché. Io somiglio all’allenatore di calcio come Gad Lerner assomiglia a Giuliano Ferrara, ma un giorno al Carnivoro è venuta l’idea di appiopparmi questo soprannome, e la parola del Carnivoro è legge qua dentro.<br />
Eccolo là, il capo degli autisti e del personale operaio, seduto come un papa al suo tavolo di fòrmica, chino sul foglietto dove ha segnato i viaggi dei camion.<br />
“Ehi, Sandro” dice uno degli autisti-cortigiani con tono di sfottò, “è arrivato il Trap!”<br />
Sandro, gli hanno dato questo nome umano al Carnivoro. “Oh, era ora” dice, ancora col testone chino sul foglietto. Poi lo solleva, lentamente, e mi pianta addosso i suoi occhi incredibilmente azzurri, iniettati di sangue. “Mo ben, sei qua finalmente. Dimmi un po’, hai voglia di lavorare stamattina o di grattarti le palle come al solito?” Risatine degli autisti-cortigiani. Io non gli rispondo. Fisso quegli occhi iniettati di sangue e mi ficco le mani nelle tasche della tuta. “Allora, Trap, sei muto stamattina? Può un autista che non ha ancora finito il periodo di prova non rispondere a me?”. Il periodo di prova. Sempre questa storia. Mi ricatta di continuo con la minaccia di non confermarmi per l’assunzione definitiva. Ignoro le risatine dei suoi leccapiedi, mi bilancio sulle massicce scarpe da lavoro con la punta di ferro. “Quanto tempo mi fai perdere Trap?” Riabbassa il testone sul foglietto. Il Carnivoro è incredibilmente lento di riflessi, deve leggere le parole che lui stesso ha scritto la sera prima muovendo le labbra, come un semi-analfabeta. “Vai a S. Vincenzo, il capocantiere ti spiegherà cosa devi fare. Muoviti!” S. Vincenzo: un cantiere schifoso, in un mare di fango, e il capo è Il Facocero, un miserabile che pensa solo a finire i cantieri in tempi record per intascare i premi di produzione. Adesso devo dire “va bene”, si dice sempre “va bene” prima di partire. “Va bene” dico, e schizzo fuori dalla cloaca, seguito dai “muoviti!” degli autisti-cortigiani.<br />
Mentre cammino a passo di corsa verso l’enorme tettoia dove sono parcheggiati i camion vengo raggiunto dallo Zuccone. Anche questo è un soprannome appioppato dal Carnivoro, quando lo massacrava. Lo Zuccone è stato il suo obiettivo per anni, raccontano. Lo ha dissanguato, insultato, lo ha distrutto. Adesso tocca a me, dicono. Io sono la nuova vittima, dicono.<br />
“Dai Trap, cerca di resistere” dice Lo Zuccone. Nel suo tono di voce c’è un mix insopportabile di commiserazione, sollievo, godimento. “Adesso ci sei tu nel frullo. Io ci sono stato per cinque anni, Madonna”.<br />
Arrivo al mio camion, un Iveco 190 rosso con guida a destra, con la gru. Apro la portiera, salgo a bordo, accendo il motore. Si diffonde un rombo oscuro, potente. Compilo il dischetto, lo inserisco nel tachigrafo. Lo Zuccone continua a riversarmi addosso il sollievo sadico che prova nel vedere me al posto che prima occupava lui. Il posto nel cuore putrido del Carnivoro.<br />
“Zucca” dico, infastidito, “piantala di stressarmi”. Metto la retromarcia, il bestione si muove.<br />
“Cos’è, fai lo sborone? Sta’ attento, Trap, lo sai com’è qua dentro, se non sei nessuno, se sei da solo ti schiacciano come uno scarafaggio!”<br />
Procedo a marcia indietro fin quasi a contatto col mucchio di ghiaia, come ogni mattina. Giro il camion, punto verso il cancello. Lo Zuccone alza le spalle e sale a bordo della sua motrice antidiluviana per trasporto terra. E’ un mistero della creazione quel camion: non ha più la vernice, cade a pezzi, ma ogni mattina, senza fallo, va in moto al primo colpo.</p>
<p>S.Vincenzo è molto peggio di quanto pensassi. Gli operai sono nel fango con gli stivali che affondano fino alle caviglie. E’ impossibile lavorare, ma Il Facocero non ha mai mollato un cantiere, neanche quando piove. Gli altri capicantiere mandano a casa gli operai per maltempo, ma non Il Facocero: li fa stare in baracca a fumare, perché potrebbe smettere e allora ci scapperebbe qualche lavoretto.<br />
Eccolo che mi viene incontro col suo passo frenetico. Piccolo, robusto, cammina con un gran movimento di braccia roteando continuamente la testa in tutte le direzioni. Quando parla fanno capolino, tra le labbra sottili, i canini inferiori sporgenti che gli hanno procurato questo soprannome.<br />
“Ohéi, Trap” urla, per sovrastare il rombo del camion, “li vedi quei tubi là?” Indica dei bancali di tubi arancioni, tubi da fogna del tipo autoportante, a circa mezzo chilometro. “Devi portarli laggiù” e fa segno in direzione dello scavo, dalla parte opposta del cantiere. “Trova un posto e sistemali. Adesso sono messi di merda, quegli stronzi li hanno scaricati alla cazzo di cane”.<br />
“Mi serve un aiutante” dico. “Per imbragarli e legarli.”<br />
“Ti pareva!” sbraita Il Facocero. “Se non rompi il cazzo te Trapattoni non sei mica contento”.<br />
Sto per ribattere ma Il Facocero si gira e caccia un urlo: “Te! Marocchino! Vieni qua subito!” e grida una bestemmiaccia.<br />
Un operaio marocchino si irrigidisce, ci guarda, poi parte di corsa, per quanto glielo permettono i tappi di fango che ha sotto ai piedi.<br />
“Marocchino, va’ con questo qui a fare quel lavoro dei tubi. Muovetevi!” e sbraita un’altra bestemmia.<br />
L’operaio lo guarda con una faccia scura, poi sputa e sale sul camion.<br />
Devo fare un giro largo, sul vialetto di ghiaia rullata, perché non posso entrare sulla terra fangosa, mi pianterei immediatamente. L’operaio, che si chiama Ahmid, un tipo magrissimo, molto scuro di pelle, di circa cinquant’anni, è furioso. “Facocero è grosso maiale, porco schifoso. Lui bestemmia sempre quando sono io. Lui fa apposta, offende. In mensa mi mette sotto naso salame, prosciutto, ride e dice ‘annusa marocchino!’ Lui brucerà all’inferno, un giorno”.<br />
“Forse ci andrà davvero, all’inferno” dico, contemplando sconsolato i bancali. “Adesso però siamo qua, Ahmid, sulla porca Terra, con questo casino da risolvere”.<br />
I grossi bancali di tubi lunghi sei metri, del diametro di un metro, sono stati scaricati in malo modo direttamente sulla terra, senza inserire i quadrotti di legno come spessore. Così è impossibile infilare le cinghie di canapa per sollevarli con la gru e caricarli sul cassone. Cerco una soluzione, ma Ahmid è più svelto, ha già un piano di lavoro: “se tu metti gancio qui” dice, toccando l’estremità di un tubo, “e poi alzi un po’ io metto cinghia sotto”.<br />
Perfetto. E’ l’unico sistema possibile. “Bravo Ahmid” dico, e intanto preparo la catena coi due ganci. Funziona. Sollevo piano il bancale, per non sfasciare l’imbragatura di plastica che tiene uniti i quattro tubi, e Ahmid inserisce la cinghia. La stessa operazione va ripetuta all’altra estremità, per inserire la seconda cinghia. Poi attacco le cinghie al gancio della gru e lo carico sul cassone.<br />
Procediamo con grande lentezza, perché si formano di continuo degli enormi tappi di fango sotto agli scarponi che impediscono i movimenti. Un bancale si sfascia, e devo mandare Ahmid a prendere del filo di ferro corazzato per legarli. Poi mi pianto due volte e Il Facocero, furioso, deve mandare la ruspa cingolata per tirarmi fuori. Per spostare dieci bancali impieghiamo tutta la mattina e la prima ora del pomeriggio. Per terminare la giornata Il Facocero mi manda alla cava a caricare sabbia. Potrei anche rientrare, fare rifornimento, parcheggiare sotto la tettoia e staccare dopo otto ore di lavoro, ma è impensabile che alla <em>Cooperativa stradini e muratori</em> un camionista lavori otto ore. Devono essere minimo nove.<br />
Quando torno in sede, così sporco di terra che sembro un uomo di fango, ne ho fatto nove e mezzo. Adesso devo comunicarlo al Carnivoro.<br />
In sala autisti noto subito che bolle qualcosa in pentola. E nella pentola devo esserci io, viste le occhiate sarcastiche degli autisti-cortigiani.<br />
Il Carnivoro è chino sulla scrivania di fòrmica, col foglietto a quadretti dove segna le ore. Sento L’Ortolano, uno dei supervip degli autisti cortigiani, che dice “undici”. Undici ore. E’ impossibile, stamattina era qui alle sette, come tutti. Quindi ne ha fatte nove e mezzo, come me, ma ne dichiara undici. E’ normale, gli autisti cortigiani lo fanno sempre. E Il Carnivoro segna. Li tratta bene i suoi leccapiedi.<br />
“Eccolo, Sandro, è arrivato!” dice uno, gongolante.<br />
Il Carnivoro impiega quasi un minuto per alzare gli occhi iniettati di sangue su di me. Mi guarda credo, ma le pupille sono opache, sembra un cieco. Riabbassa il testone sul foglietto, mentre le enormi mani, massicce e pesanti come mazze, si muovono frenetiche sul ripiano lucido del tavolo. Brutto segno. Quando Il Carnivoro contorce quelle dita grosse come tubi da lavandino significa che è gonfio di cattiveria fino a scoppiare.<br />
“Adesso io voglio sapere una cosa da te, Trapattoni” dice, col testone chino sul foglietto. La voce rimbalza sul ripiano del tavolo, arriva distorta alle mie orecchie. Gli autisti-cortigiani sghignazzano. “Tu adesso mi devi dire se vuoi prendermi per il culo o cosa”. Non capisco cosa sta dicendo. Ha quel tono apparentemente ironico, greve di aggressività, che usa prima di un attacco. “No perché se è questa la tua intenzione” continua, e alza il testone; se è questa la tua intenzione: ogni tanto parla forbito, sembra un intellettuale: “è meglio che lo dici subito, che risparmiamo tempo”. Le salsicce pelose che ha al posto delle dita si contorcono, suonano un piano immaginario. Il mio silenzio deve irritarlo, perché si mette anche a soffiare aria tra i folti baffi biondi. “No perché se non è tua intenzione prendermi per il culo” tuona, e tutti ammutoliscono, si preparano a una delle sue terribili esplosioni d’ira, “allora mi devi-spiegare-e-in-fretta perché ci hai messo una giornata intera per spostare dei tubi del cazzo!”<br />
Cade il silenzio più assoluto. La scena è congelata, tutti sembrano delle statue di sale.<br />
Io non capisco cosa diavolo dice. Penso alla giornata di lavoro, al fango, alla cura che abbiamo messo nella movimentazione dei bancali. E’ irreale, è una follia.<br />
“Una giornata intera!” urla. Fa paura l’urlo del Carnivoro. Qui dentro ha un potere pressoché assoluto. Può togliere un operatore dalla macchina cui è assegnato e mandarlo a fare il manovale in cantiere in qualsiasi momento. Anche un autista può tirarlo giù dal camion e mandarlo a menare botte col piccone negli scavi delle fogne. “Dalla mattina alla sera per dei tubi!” urla. “Credi che non ti abbia visto? Tu mica mi vedi, con la testa tra le nuvole che ti ritrovi, ma io sono passato da S.Vincenzo, cosa credi!”<br />
Gli occhi azzurri iniettati di sangue sono privi di qualsiasi luminosità, sembrano gli occhi di un alcolista quando gli cala la sbronza. Spesso ho la netta sensazione che Il Carnivoro sia in realtà un perfetto rimbambito.<br />
“No che non mi hai visto, non dire cazzate” dico con tono piatto.<br />
Lui china il testone sul foglietto e tace. La mia risposta lo ha preso in contropiede, è abituato solo agli accorati discorsi di chi cerca di difendersi, di dimostrare che è bravo e ubbidiente. Il mio tono indifferente lo confonde.<br />
“Cos’hai detto?” tuona, sbattendo una manaccia sul tavolo.<br />
“Non puoi avermi visto. Perché avresti anche visto che i bancali erano stati buttati sulla terra e non passavano le cinghie. Abbiamo dovuto sollevarli da una parte e dall’altra per caricarli. Tu non hai visto un cazzo.”<br />
Gli occhi iniettati di sangue si fissano, opachi e inespressivi, sulla mia tuta infangata. Ha già capito che ho ragione. Lo sa. Ma a lui non interessa la ragione. Deve solo sfogare il furore che lo divora. Solo che è lento, non ha capacità di reazione immediata. Se anche un solo particolare va fuori posto si paralizza.<br />
“Te, Trapattoni!” urla, e intanto digrigna i denti e soffia aria tra i baffi. “Te! Ci hai sempre un motivo! Sei un professorino te Trapattoni, mica un autista! Non lo so mica perché ti tengo qui a fare la prova, devi andare tra i professorini!”<br />
Gli autisti-cortigiani, felici per lo spettacolo gratuito, abbozzano una risatina, ma la mia risposta li fa di nuovo ammutolire. “La prova, sempre la prova! Perché non ti provi l’uccello, ammesso che tu ne abbia uno?” Non so come e da dove sia uscita questa battuta. Io stesso ne sono stupito. Non avrei mai immaginato di dire una cosa simile al Carnivoro. Il quale rimane paralizzato con una mano a mezz’aria, in apnea. Impiega un tempo lunghissimo per riprendersi, e tutto ciò che riesce a dire, mezzo soffocato com’è dalla sorpresa, è un altro “cos’hai detto?”.<br />
“Ma sì che hai capito. Provati quell’uccello che dovresti avere, e vedrai se non fai meno il matto. Ti ho spiegato com’erano messi quei tubi. Chiedi in cantiere. Chiedi a quel culo rotto del Facocero”.<br />
Già, Il Facocero. Non glielo direbbe mai quel verme. Il Facocero si sforzerebbe di capire cosa vuole sentirsi dire Il Carnivoro e poi cercherebbe di accontentarlo. Non spenderebbe una sola parola in mia difesa. In difesa di nessuno.<br />
Intanto la scena si è di nuovo congelata. Un autista cortigiano rompe l’incantesimo, si gira e dice, sottovoce: “o vacca di una miseriaccia” seguito da una risatina. L’autista-cortigiano non ha capito nulla di quanto sta succedendo qua dentro. Nessuno ha capito. Pensano che Trap sia impazzito. Solo noi due, io e Il Carnivoro sappiamo cosa sta succedendo, cosa possiamo e non possiamo fare. In questi pochi secondi si è creata una situazione estremamente complessa, con molte variabili.<br />
Primo: la lentezza di riflessi della bestia. La mia reazione è inammissibile e offensiva per lui, che non concepisce che smancerie, sorrisi, complimenti, o tentativi penosi di difesa. Non riesce a reagire, deve pensarci stanotte, ma domani sarà un altro giorno.<br />
Secondo: se mi manda via per me sarà una liberazione. Non è umanamente accettabile lavorare in un simile letamaio. Eppure non ho il coraggio di andarmene, di tornare sulla strada, perché a cinque chilometri da qui, in un  minuscolo appartamento con lo sfratto, una bambina di quattro mesi chiede un futuro, non merita un padre disoccupato cronico. La mia risposta insolente è quindi un atto di viltà, è la richiesta di mandarmi via, finalmente, perché da solo non ce la faccio. La mia è vigliaccheria, proprio come la sua, che lo immobilizza come un topo morso dalla vipera, perché, nella sua paralisi, ha ben presente il terzo elemento, che è il camion. Trovare un autista per il 190 è un’impresa disperata. Dopo che è andato in pensione il leggendario Birrocciaio, che l’ha guidato per quindici anni, io sono il quinto autista che prova. Il 190 richiede un lavoro duro, ha delle sponde di ferro pesantissime che bisogna aprire e chiudere di continuo, si sale e si scende dal cassone per sistemare la roba, si spostano dei pesi, si esce quando piove, quando nevica, si sta sotto il sole d’agosto a manovrare la gru, mentre passano i camion che sollevano nuvole di polvere; nessuno vuole andare sul 190. Tutti aspirano a un quattro assi come quelli degli autisti-cortigiani, nuovissimi, silenziosi, con aria condizionata: si sta sempre in cabina, si è vestiti bene, con la camicetta, le scarpe da città; io invece alla sera ho la tuta lercia di terra e polvere, e gli scarponi da cantiere anche d’estate.<br />
Io questo lo so, e lo sa anche lui.<br />
A un certo punto si riprende, suona il piano immaginario con le dita-salsiccia, digrigna i denti. “Basta!” sbotta. “Dimmi quante ore hai fatto e sparisci!”<br />
“Dieci!” dico. Mezz’ora in più. Che vada a farsi fottere, ne ha appena regalato una e mezzo a quel fetente dell’Ortolano. La considero un parziale risarcimento per l’aggressione subita.<br />
Il Carnivoro china il testone sul foglietto e sembra immergersi in una lunghissima, elaborata riflessione. Lo sa. Le ore sono nove e mezzo, ma se fiata lo smerdo con L’Ortolano e tutti gli altri leccaculi. Infine appoggia la penna sul foglietto e, con una lentezza inverosimile, scrive “10”. Rimane immobile col testone chino, mentre esco sul piazzale e me ne vado verso casa.<br />
Siamo inguaiati entrambi. Due viltà si neutralizzano i vicenda. Lui mi odia, io lo odio e siamo condannati a sopportarci.</p>
<p><em>(Foto: Agust Sander, manovale &#8211; 1928)</em></p>
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