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	<title>Moby Dick &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Moby Dick, storie di mare e resistenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2014 08:30:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[testo e foto di Dario Coletti Sono in mare in prossimità di Porto Paglia, vicino Gonnesa, imbarcato su un vascello. È il dieci giugno 2010 e compio cinquantuno anni. Respiro profondamente. L’aria è fresca, il sole è tiepido, guardo l’orizzonte e sorrido. Guardo, respiro, sorrido. Sono esattamente dove ho voglia di stare con l’ambizione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto di <strong>Dario Coletti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-005/" rel="attachment wp-att-47284"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-47284" alt="mare 005" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005.jpg 472w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Sono in mare in prossimità di Porto Paglia, vicino Gonnesa, imbarcato su un vascello. È il dieci giugno 2010 e compio cinquantuno anni. Respiro profondamente. L’aria è fresca, il sole è tiepido, guardo l’orizzonte e sorrido. Guardo, respiro, sorrido. Sono esattamente dove ho voglia di stare con l’ambizione di fare quello che mi piace, sono io che ho voluto e progettato questo momento. L’ho desiderato tutte le volte che ho attraversato il mare per raggiungere quest’isola o per tornare a casa, ogni volta accompagnato da un’emozione diversa, o spinto da obiettivi e speranze sempre nuovi. Il bello del navigare è che da quando ci si lascia alle spalle la costa, anche di pochi decine di metri, si comincia immediatamente a rievocare storie universali che anche se fantastiche diventano plausibili e ti riconciliano con le motivazioni dei viaggiatori leggendari: Ulisse, Achab, Santiago, il vecchio uomo di mare o il cambusiere Ransome. La distesa dell’azzurro e il ritmo delle onde mi guidano in un altro viaggio, più profondo, in un luogo dell’anima dove tutto si annulla e dov’è possibile riscoprire l’andamento del moto universale. Inizio il mio viaggio nel tempo. Se sono qui nel blu e se respiro avidamente è perché il mio corpo ha bisogno di ossigeno quanto la mia mente di pace.</p>
<p>Tempo: due anni prima. Luogo: una stanza di ospedale con circa quattordici letti. Il protagonista sono io in un doppio ruolo: un primo io è in sospensione magica, intento a osservare un secondo io seduto su una poltrona accanto a un letto disfatto. Delle due presenze, la prima si manifesta come un flusso di energia trasparente, antropomorfa, la seconda ha una consistenza materiale, non sembrano dialogare tra di loro; c’è molta luce ed è tutto bianco in questa camerata. Gli altri abitanti di questo luogo si muovono dentro ai loro letti, lo fanno lentamente, sembrano immersi in un tempo che si chiama attesa. L’io seduto, quello ferito, legge un libro. Sembra che la lettura riesca a placare il dolore, quanto quel liquido trasparente che attraversando un congegno idraulico scorre nel suo sangue. Effettivamente sembra che le avventure dei balenieri riescano a portare la mente dell’io seduto fuori del corpo, a sospingerlo su ignote rotte alla ricerca di verità. A un tratto l’io seduto guarda verso il luogo dell’io sospeso ancora intento a osservare. Quando i due sguardi s’incontrano, una forza prepotente sembra attrarre l’ombra verso il corpo, l’aria verso la terra, fino a farli corrispondere, fino alla fusione. C’è una smorfia sul viso dell’io unificato, mentre nella coscienza affiora la promessa d’intraprendere, se salvo e appena possibile, la vita del mare, sia pur per breve tempo, sia pur solo per fotografare. È questo il pensiero che balugina nella mente dell’io unificato; luccica come il dorso argenteo di questi pesci stesi sul ponte del vascello al sole.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-13/" rel="attachment wp-att-47285"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47285" alt="mare 13" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Riemergo dal passato e mi trovo in un’agitazione fatta di movimenti sincronizzati, urla e comandi, un caos che confluisce in un clamore unico, un boato che mi risveglia e ritorno di nuovo pienamente cosciente. In mare. Sapientemente, rispondendo agli ordini di un capo giovane dagli antichi saperi, uomini di mare ritmano il destino di un centinaio di tonni incanalati nelle reti. I tonnarotti a ritmo tirano le funi e chiudono definitivamente ogni via d’uscita a questo banco di tonni, escludendo qualsiasi spazio alla speranza. Urla ritmate e movimenti sincronizzati che caratterizzano l’azione sulla superficie del mare si contrappongono sotto il pelo dell’acqua a disperazione e disordine. Le pinne cominciano ad affiorare, il quadrato di mare che si stringe nella schiuma, emergono dorsi argentati; annaspando pesci di cento, duecento chili tentano di sfondare il perimetro di questa gabbia mortale. Cerco con gli occhi il vecchio rais siciliano dagli occhi chiari di normanno. È sul ponte della barca, lo colgo mentre scruta quel quadrato di mare agitato. L’aspetto è fermo ed eccitato, deciso e compassionevole. Sembra un giovane di 70 anni, consapevole del suo ruolo. Mi appare come un antico cerimoniere. Quando la camera della morte è chiusa, per un attimo tutto si ferma, i tonnarotti stanno immobili ai bordi delle imbarcazioni con rampini e ganci pronti alla raccolta. È un momento solenne che sa di preghiera, di richiesta di perdono per l’eccidio previsto e immanente. Un grido rompe quest’atmosfera, seguito da un clamore di voci. Comincia la mattanza. Le reti affiorano e i primi tonni vengono issati sul ponte. Si dimenano in un ultimo desiderio di vita. A breve tutto è sangue, il mare si colora di rosso, il ponte della barca e tutti noi siamo imbrattati di sostanza vitale.</p>
<p>Gli uomini scattano a un ritmo che ricorda la catena di montaggio: affondano ganci e funi nella vasca e tirano su enormi pesci. C’è eccitazione, esaltata dal clamore delle code che sbattono sulla superficie dell’acqua e sulle murate delle imbarcazioni e dal rosso del sangue che dilaga. Emergendo dal caos infernale che domina la scena, mi appare, come in un sogno, un tonnarotto: è saldamente ancorato sulla murata della nave e aggancia pesci medi e li trascina sulla barca. È la storia di un passaggio, un distacco dal proprio ambiente vitale, inteso come smarrimento, stupore per tutti, per il carnefice e la vittima. È qui che tutti comprendiamo il dolore.</p>
<p>A ogni arrivo, per suggellare la fine della storia, il vice rais affonda il coltello sotto la pinna del tonno a cercarne il cuore. Qualcuno s’immerge nel mare e nel sangue per far durare il meno possibile questa mattanza. L’eccitazione del sangue pervade i sensi, l’istinto è quello di gettarsi in acque limpide per purificarsi, e poi tornare verso la terraferma, pulito dal sangue degli animali sacrificati. Il pensiero è una via d’uscita per allontanarsi dal rumore della morte, per tornare alla normalità del calore del proprio focolare al buon vino bevuto al bar con gli amici di sempre. L’imperativo è allontanare il pensiero della morte.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-76/" rel="attachment wp-att-47286"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-47286" alt="mare 76" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Non è ancora il rosso e non è più il blu che comanda il pensiero dell’uomo seduto con il libro sulle gambe e gli occhi chiusi. Ora è il bianco della schiuma marina, dei ventri di questi pesci ammassa- ti nelle stive del vascello. È ancora il bianco della balena, simbolo dell’irrefrenabile istinto di libertà, indomito, che diventa vendicati- vo e terribile al solo pensiero di subire limitazioni. È il bianco del mistero che, quando diventa assoluto, quando ci circonda in ogni parte del nostro essere, quand’è fuori e dentro di noi, ci riporta all’immagine del mare bianco, immerso in un’immota nebbia che inghiotte Gordon Pym nel suo ultimo misterioso viaggio.</p>
<p>Ora nello stanzone è sera, l’uomo unificato è nel letto, poggiato su cuscini che lo tengono eretto, il capo all’indietro, gli occhi chiusi, e nella mente oscurata da questo buio cercato si affaccia una frase che sa d’incoscienza: io sono la balena bianca, indomita, se vuoi prendermi morte, fallo, ma non chiedermi il permesso.</p>
<p>Dopo la battaglia, durante il rientro, l’orizzonte blu ci accompa- gna discreto, ipnotico, catartico, conclusivo. Lo osservo, senza mai abbassare lo sguardo, per tutto il tragitto.</p>
<p>Al largo di Portoscuso, 10 giugno 2007</p>
<p><em>[Dario Coletti è fotografo professionista e coordinatore del Dipartimento di Fotogiornalismo dell’ISFCI a Roma. Il testo e le foto sono tratte da: “Il fotografo e lo sciamano, dialoghi da un metro all&#8217;infinito”, Edizioni Postcart, Roma, 2013]</em></p>
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		<title>Un&#8217;altra logica con cui scegliere i libri da leggere durante le vacanze e lungo tutto l&#8217;anno nuovo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Dec 2012 07:00:38 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Bolaño</strong></p>
<figure id="attachment_44448" aria-describedby="caption-attachment-44448" style="width: 589px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44448" rel="attachment wp-att-44448"><img loading="lazy" class="size-large wp-image-44448" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/old-man-reading-1882-vincent-van-gogh-589x1024.jpg" alt="" width="589" height="1024" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/old-man-reading-1882-vincent-van-gogh-589x1024.jpg 589w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/old-man-reading-1882-vincent-van-gogh-172x300.jpg 172w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/old-man-reading-1882-vincent-van-gogh-55x96.jpg 55w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/old-man-reading-1882-vincent-van-gogh-21x38.jpg 21w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/old-man-reading-1882-vincent-van-gogh-123x215.jpg 123w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/old-man-reading-1882-vincent-van-gogh-73x128.jpg 73w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/old-man-reading-1882-vincent-van-gogh.jpg 1593w" sizes="(max-width: 589px) 100vw, 589px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44448" class="wp-caption-text">Old man reading, Vincent van Gogh, 1882</figcaption></figure>
<p>Una volta Amalfitano gli chiese, tanto per dire qualcosa mentre il giovane cercava sugli scaffali, quali libri gli piacevano e cosa stava leggendo in quel momento. Il farmacista gli rispose, senza voltarsi, che gli piacevano i libri tipo <em>La metamorfosi</em>, <em>Bartebly</em>, <em>Un cuore semplice</em>, <em>Canto di Natale</em>. E poi gli disse che stava leggendo <em>Colazione da Tiffany</em>, di Capote. Anche trascurando il fatto che <em>Un cuore semplice</em> e <em>Canto di Natale</em> erano racconti e non libri, i gusti di quel giovane farmacista colto, che forse in un&#8217;altra vita era stato Trakl o a cui forse in questa era ancora riservato il destino di scrivere poesie disperate come il suo lontano collega austriaco, erano indicativi di una preferenza netta, indiscussa, per l&#8217;opera minore a scapito dell&#8217;opera maggiore. Sceglieva <em>La metamorfosi</em> invece del <em>Processo</em>. Sceglieva <em>Bartebly</em> invece di <em>Moby Dick</em>, sceglieva <em>Un cuore semplice</em> invece di <em>Bouvard e Pécuchet</em> e <em>Canto di Natale</em> invece di <em>Le due città</em> o del <em>Circolo Pickwick</em>. Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, perfette, torrenziali, in grado di aprire le vie dell&#8217;ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono sangue e ferite mortali e fetore.</p>
<p>[Da <em>2666</em>, di Roberto Bolaño, Adelphi, p. 251]</p>
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		<title>&#8220;Se uno fa il mediatore culturale&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Dec 2012 23:00:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[  di Alessandro Portelli Annalucia Accardo mi ha chiesto di fare questa lezione e capita che sia l’ultima volta che faccio ufficialmente lezione all’università. È una felice coincidenza anche perché l’argomento della lezione è lo stesso con cui ho cominciato: musica e movimenti negli anni ‘60. Perciò ve lo racconterò come una testimonianza, una storia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left" align="RIGHT"> <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/12/02/se-uno-fa-il-mediatore-culturale/bob-dylan-barbara-dane/" rel="attachment wp-att-44240"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-44240" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/bob-dylan-barbara-dane.jpg" alt="" width="500" height="381" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/bob-dylan-barbara-dane.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/bob-dylan-barbara-dane-300x228.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p align="RIGHT">di <strong>Alessandro Portelli</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Annalucia Accardo mi ha chiesto di fare questa lezione e capita che sia l’ultima volta che faccio ufficialmente lezione all’università. È una felice coincidenza anche perché l’argomento della lezione è lo stesso con cui ho cominciato: musica e movimenti negli anni ‘60. Perciò ve lo racconterò come una testimonianza, una storia personale di formazione in cui queste canzoni sono state cruciali, perché senza queste canzoni sarei una persona diversa, non avrei fatto questo mestiere.</p>
<p>Avevo 16-17 anni, non avevo alcuna idea politica in testa eccetto che la politica era una cosa sporca, che erano tutti uguali, eccetera. E al telegiornale vedevi cose come quei nove bambini neri dell’Arkansas che passano in fila tra sputi, sassate, bastonate, per entrare a scuola e rivendicare il diritto a un’istruzione comune a tutti. Questa scena, per un ragazzino di sedici anni di allora è un’illuminazione: ‘Ma allora la politica è questo, la politica è un luogo nel quale le persone si muovono per dei valori, per dei principi, per l’uguaglianza…’ Il movimento per i diritti civili afroamericano ha avuto un impatto del genere su tutto il mondo &#8211; la rivelazione di tutta un’altra dimensione, dell’azione collettiva, della pratica solidale, della morale nella politica, dei diritti di tutti. Io già bazzicavo la musica americana, il rock and roll e il resto, in cui mi riconoscevo come generazione. Così un elemento di fascino ulteriore fu che questo movimento dei diritti civili si esprimeva in primo luogo attraverso la musica. Ascoltiamola: una registrazione fatta in una manifestazione di massa in Mississippi, nel 1953: &#8216;libertà, libertà su di me, e prima di essere schiavo sarò sepolto nella tomba, andrò a casa dal mio Signore e sarò libero&#8217;. È uno spiritual che risale almeno dalla Guerra Civile, attorno al 1860. Come in tantissimi spiritual c’è l’espressione di un desiderio di libertà, che non si può esprimere se non in immagini bibliche: dentro il canto religioso c’è un’idea di liberazione che può essere mondana o ultramondana ma comunque un’idea di liberazione.</p>
<p>Il movimento si esprime grazie a una grande cultura musicale. Da un lato, le radici africane, con un rapporto molto stretto tra ritualità, musica e danza, che viaggiano persino nelle navi degli schiavi, perché sono un linguaggio del corpo e i linguaggi del corpo sono gli ultimi a venire cancellati. Dall’altro, in tutti gli Stati Uniti, fin dal ‘700, i culti metodisti, battisti, evangelici, sono fondati sulla musica collettiva &#8211; sia per l’influenza afroamericana, sia perché forma di comunicazione col divino e uno strumento di coesione della comunità. Pensate alla scena di <em>Moby Dick</em> in cui Father Mapple, predicatore, inizia un canto e le persone sparse si raccolgono e diventano congregazione, comunità. L’altra cosa importante di questo brano è la forma: una strofa che si ripete sempre uguale, cambiando solo una parola all’inizio. Quindi tu puoi anche non avere mai sentito questa canzone però dopo trenta secondi sei non solo in grado di cantarla, ma anche di reinventarla, perché immetti dentro il canto le tue istanze del momento. È uno strumento flessibile che ti permette di combinare memoria di cent’anni e più di storia con il presente, con la lotta in corso; e di improvvisare collettivamente, combinando comunità ed espressione individuale, perché si canta tutti insieme ma ciascuno si può inventare un sua strofa e condividerla con gli altri.</p>
<p>[…] Nel 1981, mi trovo in un posto che si chiama Highlander, una scuola di base fondata negli anni ’30 da giovani studenti di teologia, in mezzo delle montagne del Sud più reazionario, per formare i quadri del sindacato, e poi negli anni ’50 quelli del movimento per i diritti civili. Sto salutando il direttore, entra una segretaria e gli dice &#8220;c’è Rosa Parks al telefono&#8221;. Se mi avessero detto che aveva telefonato Karl Marx mi sarei emozionato di meno. Perché Rosa Parks ci è stata raccontata come una vecchietta con i piedi gonfi, stanca, che non ce la fa ad alzarsi e a cedere il posto a un bianco sull’autobus a Montgomery, Alabama – l’episodio da cui si fa partire tutta la vicenda del movimento. Mi bastò sentire che era in contatto con Highlander per capire una dimensione del movimento che nessuno ci raccontava. Prima di quell’episodio Rosa Parks aveva fatto un seminario di formazione proprio a Highlander: la sua era un’azione politica, consapevole, programmata e organizzata. Infatti a Montgomery c’era tutta una rete che non aspettava altro, era già pronta, e in pochi giorni organizza un boicottaggio di massa. Quindi non era una cosa nata sull’onda dell’emozione, ma da una intelligenza politica – cosa che raramente attribuiamo ai cosiddetti subalterni, ai quali si suole riconoscere magari sentimenti e virtù, ma mai l’intelligenza. È a Highlander che cambia l’uso della musica. Un musicista di nome Guy Carawan convince il movimento che questa forma musicale, di cui i giovani si vergognavano perché la identificavano con la memoria umiliante della schiavitù, è invece uno strumento di comunicazione di mobilitazione fondamentale. E la canzone che gli insegna è uno spiritual, che avevano sentito cantare anni prima dai braccianti del North Carolina in sciopero, e a cui adesso cambiano solo una parola: da &#8220;I’ll Overcome&#8221; diventa &#8220;We Shall Overcome&#8221;.</p>
<p>[…] Il movimento per i diritti civili cambia l’aria che si respira in America, e ha un impatto fortissimo su tutta una generazione – che è poi quella del ‘68, che comincia con la lotta per il diritto di parola all’università di Berkeley nel ‘64, condotta in gran parte da ragazzi che tornavano dall’aver partecipato alla &#8220;Freedom Summer&#8221; per i diritti civili in Mississippi. Gli studenti bianchi tornano alle loro università e scatenano una lotta che segna la rottura tra una generazione di ragazzi, magari privilegiati, ma che non si riconoscono più nell’insegnamento che li porta verso la carriera, il successo, i soldi, la competizione. Da lì partono i nuovi movimenti contro le guerre e gli interventi militari, da Santo Domingo al Vietnam. La voce in cui si riconosce tutta una generazione è quella di Bob Dylan. Lui poi si sottrarrà per tutta la vita dal peso di essere la voce di questi movimenti, ma in questa fase, tra il 1962 e il 1964, lo è davvero. E la canzone fondamentale degli anni ’60 è sua: &#8220;The Times they are a-Changin’&#8221;. È difficile immaginare il senso di eccitazione e di ebbrezza che ti dava una canzone come questa: sentivi davvero che &#8220;i tempi stanno cambiando&#8221; e che eri tu che cambiavi coi tempi e cambiavi i tempi. Questo erano gli anni ’60, la sensazione fortissima che si apriva una nuova strada, e che – come dice la canzone – politici, famiglie, intellettuali, istituzioni o si levavano di mezzo o ti davano una mano; o nuotavano con te o affondavano.</p>
<p>Risentendola adesso, però, mi colpisce il verso che dice &#8220;the present now will never be past&#8221;. Nel ’63 lui e noi diciamo: &#8220;voi siete il presente, tra un po’ sarete il passato&#8221;. Ma nel 2012, il passato siamo noi che eravamo il presente di allora; è lui che è sempre bravissimo ma non è più la voce dei tempi. Mi fa pensare al discorso che circola da noi, i giovani contro i vecchi, le rottamazioni – fra dieci o vent’anni anni questi giovani saranno vecchi, è la fallacia di ogni movimento su pura base generazionale. Dicevamo, &#8220;non vi fidate di nessuno che ha più di trent’anni&#8221;, e il giorno in cui compì trent’anni Bob Dylan fu un trauma per tutta una generazione, che non si poteva fidare più nemmeno di lui, e di se stessa. Però in quel momento una canzone come questa ci diceva una cosa che è molto più difficile dire oggi: e cioè che c’era un futuro, che c’era una strada, e che eravamo noi a crearli.</p>
<p>[…] Abbiamo ascoltato le canzoni del Black Power (&#8220;Oginga Odinga&#8221; dei Freedom Singers), quelle di Pete Seeger e Phil Ochs contro la guerra, quelle dei soldati che rifiutano di andare in Vietnam, quelle delle lotte proletarie (i <em>corridos</em> dei braccianti messicani in California). Alla fine, come scrive nel suo ultimo libro Bruno Cartosio, tutti questi movimenti scompaiono, vanno in crisi, eccetera, e quello che tira le fila di tutto e che sopravvive e cambia tutto è il movimento delle donne. Nel 1972 viene a Roma Barbara Dane, grande cantante di blues e di canzoni di lotta, e organizzo un incontro con il collettivo del Manifesto. Barbara canta un po’ di canzoni delle lotte in corso, e poi le chiedono: ‘Che cosa succede adesso di importante in America?’ Lei risponde: ‘La cosa più importante è il movimento delle donne’. Avreste dovuto vedere la faccia dei presenti, che non solo non ci avevano mai pensato ma che da questo movimento si vedevano mettere in crisi i paradigmi di una lettura un po’ dogmatica della storia attraverso la sola categoria del conflitto di classe. La novità con la quale si chiude questa stagione e se ne apre un’altra è questa scoperta, che il pianeta è limitato e che l’aria a un certo punto finisce, e che oltre i rapporti di razza, di classe, eccetera, al centro di tutto stanno i rapporti di genere.</p>
<p>L’ultima cosa che ascoltiamo l’ho sentita per la prima volta proprio a casa di Barbara Dane. Un giorno arriva una sua amica, una giovane musicista che si chiama Beverly Grant, per farle sentire un po’ di sue canzoni nuove. Con mio grande entusiasmo – per un intellettuale non c’è gioia più grande di scoprire una cosa alla quale non avevi pensato prima – scoprii l’importanza, la forza, l’intelligenza, l’eloquenza, di questa nuova realtà delle donne. Non mi dimenticherò mai che lei aveva una bambinetta di due anni, totalmente autonoma che si gestiva il biberon… Questa sua canzone è la storia di come una donna trova se stessa liberandosi di una subalternità instillata fin dalla nascita. Finisce dicendo &#8220;Mi chiamo Janie e sono io – non Janie di papà, non Janie di mio marito, ma Janie di Janie&#8221;. Come dire: &#8220;io sono mia&#8221;.</p>
<p>[…] Infine. Queste musiche ci dicono, su uno dei momenti più straordinari del ‘900, più di tutti i romanzi scritti in quegli anni e di tutti i film fatti dopo. Riconoscere l’intelligenza e la passione di questi movimenti passa per l’ascolto di voci non autorizzate, antagoniste, marginali che proprio perché non autorizzate sono portatrici di una spinta liberatoria che sta già nell’atto stesso di prendere la parola. Per capire un tempo, per capire anche noi stessi in rapporto a quel tempo, ascoltiamo voci non autorizzate, ascoltiamo chi erano questi militari che cantavano andando a protestare contro la guerra, ascoltiamo questi musicisti messi sulla lista nera e fuori mercato, questi afroamericani che cantavano rischiando la vita a Birmingham o Selma. Noi in questa facoltà, che siamo tecnici della parola, dobbiamo tenerci molto stretta questa competenza, questo privilegio, questo diritto, perché non solo abbiamo la parola ma siamo destinati ad aprire spazi di parola agli altri. Se uno fa il mediatore culturale, questo fa: apre spazi di parola e di ascolto, e allora ecco che la musica, i racconti, le storie, arrivano, e non li ferma più nessuno.</p>
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<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=oywYLSOm8PA" target="_blank">Barbara Dane, &#8220;I&#8217;m on my way&#8221;</a></p>
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<p>[apparso, con il titolo &#8220;Musica e movimento negli Stati Uniti &#8211; una lezione finale&#8221;, su <a href="http://alessandroportelli.blogspot.it/">http://alessandroportelli.blogspot.it/</a>, il 22 Novembre 2012]</p>
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