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	<title>moleskine &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Moleskine 3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Oct 2007 00:52:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Sergio Garufi Stilos ha chiuso. In molti ne hanno rimarcato i difetti: il provincialismo delle foto e delle didascalie degli autori dei pezzi, la diffusione non proprio capillare, il tono quasi esclusivamente elogiativo degli articoli, l’assenza di retribuzione, l&#8217;eccessiva autoreferenzialità. Avendoci collaborato per 4 anni, potrei aggiungerne altri, come il fatto che spesso i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/moleskine-3.jpg" title="moleskine-3.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/moleskine-3.thumbnail.jpg" alt="moleskine-3.jpg" /></a>di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p><em>Stilos</em> ha chiuso. In molti ne hanno rimarcato i difetti: il provincialismo delle foto e delle didascalie degli autori dei pezzi, la diffusione non proprio capillare, il tono quasi esclusivamente elogiativo degli articoli, l’assenza di retribuzione, l&#8217;eccessiva autoreferenzialità. Avendoci collaborato per 4 anni, potrei aggiungerne altri, come il fatto che spesso i pezzi venivano tagliati arbitrariamente, senza avvertire l’autore, e questo faceva infuriare molti. Ma è pur vero che il giornale nacque su basi volontaristiche, e che il lavoro di Bonina, svolto nei ritagli di tempo, doveva essere molto faticoso e ingrato. Il pregio principale è stato quello di ospitare le voci che si ritenevano meritevoli senza badare ai titoli, cosa che accade assai di rado nelle riviste letterarie tradizionali. Io fui uno di questi fortunati. Qualcuno segnalò a Bonina un mio articolo in rete e questo fu sufficiente per farmi entrare nel giornale. Lì avvenne il mio esordio su carta, se si eccettuano due fugaci comparsate su oscure riviste accademiche ai tempi dell’università.<span id="more-4555"></span></p>
<p>Quando iniziai a scriverci, <em>Stilos </em>era il supplemento letterario del quotidiano <em>La Sicilia</em>. Usciva ogni martedì. Ricordo che il primo pezzo che gli inviai era di una lunghezza spaventosa, circa 16.000 battute, e mi fu chiesto di accorciarlo della metà. In pratica, dovevo riscriverlo completamente. Nella mia piccola città il giornale era irreperibile, e siccome per posta arrivava in ritardo o addirittura non arrivava, spesso mi recavo a Milano a prenderlo. Ci andavo la sera perché di giorno lavoravo, ed era una grande emozione vedere il mio nome stampato su un giornale. Mi sentivo importante. A quell&#8217;ora, le uniche edicole aperte che lo vendevano erano i chioschi di corso Buenos Aires. Chi vive a Milano sa che questi chioschi la notte si trasformano. Al posto dei quotidiani e dei periodici &#8220;rispettabili&#8221; si riempiono di riviste e videocassette porno. Pure la clientela cambia. Ci si guarda con sospetto o vergogna, anzi si evitano gli sguardi. In quello dove andai una sera l’edicolante era un transessuale. Gli chiesi se aveva <em>Stilos</em> e mi rispose: ”Non mi pare. Di che parla?” Dissi: “Di letteratura”, e lui replicò con aria un po’ schifata: “Noi non teniamo quella roba”. Aveva ragione Valery Larbaud, la letteratura è un vizio, uno dei peggiori.</p>
<p>Sull’ultimo numero di <em>Stilos</em> &#8211; ultimo in tutti i sensi, quindi – Giulio Mozzi nella sua rubrica parla di sagre paesane e festival letterari. Lo fa con il consueto stile da agrimensore del linguaggio, che misura e delimita con precisione tutti i possibili campi semantici dei suoi enunciati, quasi a prevenire eventuali obiezioni. La sua preferenza va senza esitazione alle prime (“I festival non mi piacciono. A me piacciono le sagre”). Gli piace l’odore della carne ai ferri, le giostrine, i bambini che piangono, “perché la sagra è, prima di ogni altra cosa, baccano: grida di venditori, voci che si sovrappongono, musiche delle giostre” ecc. Alle sagre “una costoletta è una costoletta, una caffettiera in offerta a soli due ero una caffettiera in offerta a soli due euro, una giostra coi cavallini è una giostra coi cavallini. Nessuno pensa, stando qualche ora nella sagra, di vivere un’esperienza memorabile, o un’esperienza che rimandi a qualcos’altro: la sagra è la sagra”. Il festival per lui è il contrario, e il suo proporsi come esperienza “è la prova provata della sua falsità”.</p>
<p>Anche a me piacciono le sagre, e vicino a casa mia, soprattutto d’estate, ce ne sono diverse. Mi piace ballare il liscio con gli anziani del posto pur non sapendo ballare, mi piace assaggiare i cibi locali anche se spesso sono cucinati male, ma non ho mai pensato che siano più autentiche di altri tipi di manifestazioni. Al contrario, sono convinto che le sagre siano le Gardaland della nostalgia, e tuttavia non vedo nulla di male a immergersi in un passato ideale e posticcio, che fa riferimento a un sistema di valori che non esiste più. Sono delle piccole evasioni consolatorie e rassicuranti, che vogliono farci credere che esiste ancora una vita comunitaria fatta di solidarietà e buoni sentimenti, quando ci si conosceva tutti per nome e il bene aveva sempre la meglio. In sintesi, per me anch’esse si propongono come esperienze di qualcos&#8217;altro. E’ curioso da parte mia adoperare gli aggettivi <em>consolatorio</em> e <em>rassicurante </em>in senso non spregiativo. Nel recensese si liquidano così i brutti libri, è quella la <em>scarlet letter </em>più usata dai critici. Ma a volte questa vita ha bisogno di momenti di conforto e di evasione.</p>
<p>A settembre ero alla sagra della patata di Oreno, che è una frazione di Vimercate, uno dei tanti paesi che dà del voi (cioè che finisce in “ate”) della provincia di Milano. A Oreno c’è molto da vedere. La neoclassica Villa Gallarati Scotti, poi Villa Borromeo, col suo splendido parco all&#8217;inglese e il casino di caccia con gli affreschi tardogotici che ritraggono scene venatorie e ricreative dell’epoca (il XV sec.). La sagra offre degustazioni gastronomiche in tema, oltre a concerti di liscio, spettacoli teatrali, mostre, animazioni per bambini e un corteo storico. Mi faceva compagnia F., un’amica tedesca che per un certo periodo scrisse pure su <em>Stilos</em>, cioè fino a quando si arrabbiò perché le tagliarono un articolo senza avvertirla. Le chiesi di sua figlia J., di 13 anni, che un mese prima era follemente innamorata di un ragazzo di Genova col quale aveva trascorso una vacanza studio in Inghilterra, e mi rispose che si erano lasciati, che ora le piaceva un altro. Commentai che in fondo era normale per quell’età, vivere delle infatuazioni intense e brevissime, e F. replicò che lei a quell’età era molto diversa.</p>
<p>“Ricordo ancora il giorno in cui incontrai D. Era il 28 gennaio 1975, avevo 13 anni ed ero andata a una festa di due classi del mio liceo. Lui era più grande di me, biondo e magro. Ricordo perfettamente come eravamo vestiti, cosa mi disse, e pensai subito che quella data dovevo imprimermela nella memoria, ero assolutamente cosciente della sua importanza. Il sabato successivo dovevo incontrarlo e avevo deciso che a lui avrei dato il mio primo bacio. E invece niente, non mi guardò neppure, come non esistessi. Per mesi lo perseguitai, facendo telefonate mute, passeggiando sotto casa sua con un’amica, pedinandolo ovunque perché conoscevo i suoi orari: quando aveva lezione di pianoforte, quando andava in piscina. Se mi capitava di incontrare sua madre al supermercato era un evento, qualsiasi cosa avesse a che fare con lui mi emozionava e turbava. Mi rassegnai all’evidenza solo un anno dopo, quando baciai un altro ragazzo, ma ancora oggi ho l’impressione che quel giorno la mia vita prese una direzione sbagliata, che quello non era il ragazzo giusto. Il 28 gennaio 1975 è una data spartiacque per me, solo dopo quella delusione cominciai a scrivere.” “Lui sapeva cosa provavi, gliel’hai mai detto?” “No, figurati, ora neanche si ricorderà di me. Ma a volte mi immagino di stare con lui, magari in un ristorante, e di spiegargli i miei sentimenti di allora.” “Sai che fine ha fatto?” “Sì, insegna chimica in una università americana. Ho visto anche una sua foto. Non è invecchiato bene. Ora è calvo, grassotello e con la barba. Indossa un maglione a V e ha un bel sorriso, sembra felice. L’ho trovato su Google, lì c’è il mondo”.</p>
<p>Era un ricordo indotto dall&#8217;atmosfera nostalgica della sagra, o dalla visione delle scene di seduzione raffigurate negli affreschi che avevamo appena visto? Non lo so. So solo che il mondo è pieno di persone che sono state fondamentali nella vita di qualcuno, persone che ignorano del tutto questo loro ruolo decisivo ma restano impigliate nella rete dei nostri ricordi fino a condizionare un destino. Ascoltando la storia di F. mi è venuta in mente una bella scena di <em>Smoke</em>, il film di Wayne Wang basato sulla sceneggiatura di Paul Auster, quando il tabaccaio Harvey Keitel rivela all&#8217;amico scrittore William Hurt l&#8217;hobby che coltiva da vent&#8217;anni; ossia fotografare ogni giorno alla stessa ora l&#8217;angolo di strada di Brooklyn nel quale vive e lavora. E&#8217; un album fotografico che Keitel non ha mai mostrato ad alcuno, concepito come semplice omaggio al proprio spazio: un crocevia come tanti, anonimo, privo di monumenti storici o grattacieli famosi. Ma lì c&#8217;è la sua bottega, quello è il luogo dove trascorre la sua vita, e lui lo ritrae con dedizione, tutti i giorni alle otto del mattino. Hurt dapprima lo sfoglia distrattamente, ma dopo l&#8217;invito di Keitel ad osservare con maggiore attenzione le differenti sfumature dovute alla luce, al clima, alla gente che passa, riesce a scorgere, nella folla indistinta che si reca frettolosamente al lavoro, il volto di sua moglie morta alcuni anni prima durante una rapina, e si commuove. Ecco che quella cosa personalissima, quella dichiarazione d&#8217;amore verso il proprio spazio, ora diventa significativa anche per altri; non appartiene più unicamente al suo autore, ma interessa ed emoziona chiunque, perché il destino di chiunque può riguardare pure il nostro, basta che gli si presti la giusta attenzione.</p>
<p><em>The first cut is the deepest</em>, cantava nel 1967 Cat Stevens. Forse la scrittura nasce dalla mancata elaborazione di questi lutti sentimentali. Forse è una sorta di esorcismo, una vendetta, un risarcimento per l&#8217;amore negato. A cosa allude l&#8217;arte, se non a questa dolorosa assenza? A cosa cerca disperatamente di assegnare un nome, se non a ciò che non ha più cittadinanza nell&#8217;essere, o che non l&#8217;ha mai avuta?</p>
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		<title>Moleskine 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Sep 2007 13:21:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[moleskine]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Garufi Sfilata di chierici venduti in televisione. L’Ecclesiaste va aggiornato. Chi più sa, più s’offre. Scampoli di cinismo contemporaneo. In fila alla cassa del supermercato c’è davanti a me un ragazzino di non più di 12 anni. La cassiera lo riconosce. “Ciao Jacopo, come va?” E lui, con aria serissima e stanca: “Sopravvivo”. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine-2.jpg' title='moleskine-2.jpg'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine-2.thumbnail.jpg' alt='moleskine-2.jpg' /></a> di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Sfilata di chierici venduti in televisione. <em>L’Ecclesiaste</em> va aggiornato. Chi più sa, più s’offre.</p>
<p>Scampoli di cinismo contemporaneo. In fila alla cassa del supermercato c’è davanti a me un ragazzino di non più di 12 anni. La cassiera lo riconosce. “Ciao Jacopo, come va?” E lui, con aria serissima e stanca: “Sopravvivo”.</p>
<p>La mia banca sta a 500 mt. da dove lavoro. Ci vado sempre a piedi, mi piace passeggiare. Guardo la gente, i negozi, immagino vincite fantastiliarde al superenalotto. O meglio, programmo meticolosamente la distribuzione dei soldi. Quanto alla famiglia, agli amici, quanto in viaggi, che casa comprare, l’auto nuova. Poi mi ricordo di un saggio messicano, s’intitola <em>Disgrazie milionarie </em>e fu recensito di recente su <em>Babelia</em>, il supplemento letterario del quotidiano <em>El Pais</em>. Si tratta di una serie di biografie di messicani che hanno vinto la locale lotteria. Lì ce n’è una sola l’anno, l’enorme montepremi va tutto a un’unica persona e questa è pubblica, tutti sanno chi è, dove abita, che faccia ha, perché viene intervistato in televisione. Forse si pensa che rendendo pubblica la sua figura questo faccia da traino per i concorsi successivi. Il saggio sembra un libro dell’orrore. Stragi familiari, separazioni, suicidi. Una volta realizzato, il sogno di diventare ricco si trasforma in incubo. Come in quell’antica maledizione gitana, che dice: “Che tutti i tuoi desideri si possano avverare”. Curiosamente, lo stesso testo che ricevo per sms dai parenti e gli amici più cari a Natale.<span id="more-4524"></span></p>
<p>La vita per macroscansioni. Oggi ho 44 anni: un terzo a dormire sono quasi 15 anni. Un anno almeno a guidare, una decina di seguito a lavorare, un mese ininterrotto a scopare, molto di più a fumare. Quanto tempo avrò passato, nell’arco di una vita, a pianificare una vincita milionaria che non farò mai?</p>
<p>In auto provo a sintonizzarmi su qualche stazione radio, e immancabilmente inciampo su <em>Radio Maria</em>. Il tono è sempre afflitto, sia che trasmettano una funzione sia che parli qualche ascoltatore raccontando le proprie disgrazie. In una conversazione con Pierre Rosemberg, che stava sottoponendo a Federico Zeri delle fotografie di dipinti antichi per un <em>expertise</em>, lo storico dell’arte romano contestò l’attribuzione di una natività rinascimentale proposta dal francese. “Perché non può essere italiana?”, chiese quest’ultimo. “Non vedi che l’asino ride?”, rispose Zeri. Il fulcro della religione cattolica non è la Natività, è la Passione, e la Passione è anzitutto un <em>patire</em>.     </p>
<p>Pare che si voglia vietare l’allattamento in pubblico. Un’aria pesante di sacrestia ha invaso il paese. Nella sala d’attesa del mio medico una donna tiene in braccio un neonato, tutto infagottato. Si vede solo il viso profondamente assopito. Hippolyte Taine, parlando del <em>Neonato </em>di Rennes di Georges de La Tour, dice: &#8220;Niente può esprimere quel sonno profondo e assorbente, come quello che il poverino dormiva otto giorni prima nel ventre di sua madre; la fronte senza capelli, gli occhi senza ciglia, il labbro inferiore abbassato, il naso e la bocca aperti, puri buchi per respirare, la pelle liscia e rilucente che l&#8217;aria ha toccato a malapena, tutta l&#8217;immersione primeva nella vita vegetativa. Il labbro superiore è rialzato, serve tutto per respirare. Il corpicino è incollato e serrato nelle sue rigide fasce bianche come nell&#8217;involucro di una mummia. E’ impossibile rendere meglio il profondo torpore originario, <strong>l&#8217;anima ancora sepolta.</strong>&#8221;</p>
<p>Su un <em>lit-blog </em>mi si contesta un giudizio. Provo a spiegarmi ma l’impressione è che non sia in ballo una questione di gusti, bensì di logica argomentativa. Viste nel suo insieme, quelle obiezioni rammentano la <em>XXV Centuria </em>del Manga, quella con lo scapolo che crede di aver ucciso sua moglie, poi si ricorda che è scapolo, allora si chiede perché non ha una moglie. L&#8217;hanno tutti. Chi è lui, un cane rognoso? Perché sua moglie è riuscita a non farsi sposare? O è lui che non l&#8217;ha sposata? Il giorno prima delle nozze è fuggita con un prete eretico. Ma non è lui quel prete? Quella donna è fuggita con lui? O con un altro? Chi è fuggito? &#8220;Che puttana&#8221;, dice, e cerca la chiave in tasca, lacrimando, con una smorfia di disprezzo.</p>
<p>Per 35 giorni consecutivi non mi ha funzionato il telefono di lavoro. A chi chiamava risultava libero, e c’erano dei clienti e dei fornitori che pensavano fossi scappato con chissà quale cassa. Ho perso un sacco di soldi, chi voleva pagare col pos non poteva, diceva che sarebbe andato a fare un bancomat e spesso non tornava. Ora devo scrivere un reclamo all’operatore telefonico, redigere un puntiglioso elenco di tutte le sollecitazioni, scritte per raccomandata o fatte a voce, per ottenere un rimborso che sarà sicuramente ridicolo. Mi sembra di essere Ferdinand Thrän, “l’archivista delle villanie”, come fu definito da Magris in <em>Danubio</em>. La vita è tutta un sopruso, e l’unico modo che abbiamo per reagire ai torti subiti è farne un elenco dettagliato.</p>
<p>In televisione trasmettono l’ennesimo documentario sugli animali. Questa volta sono di scena i calamari giganti, bestie che vivono negli abissi marini e che possono raggiungere dimensioni impressionanti. Anche qui si parla sempre e solo di vip. Avrò guardato un’infinità di documentari sugli squali bianchi, le orche, i coccodrilli, gli orsi polari, le anaconde, i condor, le vedove nere, creature che probabilmente non vedrò mai in vita mia, se non in qualche zoo o acquario, e mai niente sui passeri, che incontro quasi quotidianamente. Il gusto per l&#8217;eccezionale è il crisma della mediocrità. Sarà per questo che mi piace Leopardi.</p>
<p>Un amico scrittore mi invita ad unirmi a lui nell’appello per la traduzione inglese dello <em>Zibaldone</em> di Leopardi. Gli chiedo se l’ha letto e mi risponde: “No, insomma in parte, ma che c’entra?”. Mi viene in mente la frase di Scheiwiller, resa celebre da Manganelli, quella che identificava il lettore forte come colui che può stroncare senza leggere (“Non l’ho letto e non mi piace”). Ribaltandola, si potrebbe ottenere un’efficace definizione di classico. “Non l’ho letto e mi piace”. In entrambi i casi, non si legge.</p>
<p>I testi della nuova narrativa italiana che ho letto di recente mi sembrano delle mozzarelle. L’imperativo è essere sincroni, parlare di temi attuali e con un linguaggio il più possibile al passo coi tempi. Più che una firma, appongono una data. Si vuole incarnare a tutti i costi il ruolo di interprete ufficiale dello <em>Zeitgeist</em>, essere riconosciuti senza esitazione come &#8220;figli del proprio tempo&#8221;, mentre si finisce per apparire pateticamente aggrappati a questa paternità nel timore di rimanerne orfani. Su questi libri a volte pare di leggere l’avvertenza: “da consumarsi entro pochi giorni”, se no la mozzarella scade. Uno di questi autori mi rimprovera di scrivere &#8220;vecchio&#8221;, di usare termini polverosi come <em>Zeitgeist</em>, o <em>Weltanschauung</em>, che sono effettivamente polverosi, ma non meno ridicoli di certi anglismi nati vecchi stamattina. Quando Stanley Kubrick si pose il problema di quale colonna sonora accostare alla celebre scena della danza delle navicelle spaziali in <em>2001 Odissea nello spazio</em>, un collaboratore gli suggerì di scegliere una delle musiche avveneristiche che si componevano in quegli anni (il 1968). Se così avesse fatto, il risultato sarebbe stato ben più misero, perché semplice testimonianza di un preciso momento storico. Optando invece per l’accostamento ossimorico dei polverosissimi valzer viennesi di Strauss, Kubrick rese il suo film un classico senza tempo.</p>
<p>All’inaugurazione per la stampa della mostra su Christo a Lugano ci sono quasi solo fotografie delle sue opere, quelle mastodontiche, ambientali, che lo hanno reso celebre. All’inizio però impacchettava col <em>pluriball</em> sedie, comodini, piccoli oggetti, che sono tutti esposti nelle sale del Museo. A queste esposizioni i giornalisti vengono portati in autobus da Milano, e impressiona l’età media dei partecipanti, alcuni dei quali non mi sorprenderebbe vederli girare con una flebo o il catetere. Dopo la mostra si pranza in un ristorante sul lago, e io càpito in una tavolata con degli autorevolissimi ottuagenari. Uno di loro mi chiede che ne penso di Christo. In genere nessuno parla mai delle mostre che si sono appena viste, oppure limita il giudizio a quelle formulette sintetiche che appartengono alla gente comune quando esce dal cinema. L’elogio si riassume in: “ha il suo bel perché”, e la stroncatura è: “niente di che”. Provo a dire qualcosa di più articolato, parlando dell’idea del trasloco, di come cioè tutto per me abbia preso spunto dalla sua vita nomade, dai continui spostamenti di residenza, sempre in giro per il mondo imballando gli arredi di casa. L&#8217;impacchettamento come un trasloco semantico, insomma. Mentre parlo noto che gli altri fanno silenzio e mi guardano stupiti. Lo stupore non nasce dall’originalità dell’idea, ma dal semplice fatto che io l’abbia esposta, infrangendo una prassi consolidata. Solo un pivello racconta le sue idee ai colleghi, che potrebbero fregargliele per il loro articolo. Lì c’è gente che scrive per mensili, settimanali e quotidiani, e chi è più presente sulla carta potrebbe agevolmente scipparti. Ma le idee sono spore, germinano dove gli pare e nessuno può pretenderne l’esclusiva.</p>
<p>C. si lamenta della mia scarsa curiosità, perché dopo 6 ore in giro per Istanbul a vedere musei e moschee sotto un sole feroce dico che sono stanco e vorrei tornare in albergo. Intorno a noi fiumane di gente, fra cui molti italiani, che arrancano sfranti da una meraviglia all’altra. Quella non è curiosità, è la concezione penitenziale della cultura, secondo la quale in vacanza all’estero bisogna espiare il peccato di non aver mai letto un libro a casa propria durante l’anno o di non essere mai entrati in un museo. </p>
<p>La reimpiegologia è una forma di plagio, o di decontestualizzazione alla Duchamp. Nel Medioevo riutilizzavano spesso elementi architettonici precedenti cambiandogli funzione e destinazione. Un sarcofago romano diventava un altare o una fontana, e una lapide pagana veniva incastonata in una chiesa, ridotta a puro materiale edilizio. L’angolo di Milano che amo di più è in via degli Speronari, vicino al Duomo. Lì, di fianco a una pasticceria famosa per i suoi cannoncini alla crema, c’è il campanile di San Satiro. Ad altezza d’uomo vi hanno inserito una lapide romana scorciata. In quel periodo scarseggiavano i materiali di costruzione e si usava di tutto. La lapide è stata collocata di traverso, ed è scorciata a tal punto da rendere anonimo il suo titolare. Nell’antica Roma le lapidi svolgevano una funzione promozionale, pubblicitaria, venivano esposte lungo le vie più trafficate, e le dimensioni, la qualità della pietra e la bellezza della grafia scolpita fungevano da status symbol. Nel testo ci si autorappresentava al meglio. I più vantavano parentele altolocate seppur lontane, un po’ come se oggi si dicesse che il morto aveva un cugino sottosegretario o viveva in un attico e possedeva una Porsche Cayenne. Quella in via degli Speronari è di un servo, l&#8217;ultimo gradino della scala sociale, un mero attrezzo da lavoro dotato di voce (<em>instrumenta vocalia</em>), come allora veniva considerato. Questo servo non dice niente di sé. Dedica solo la sua piccola lapide alla moglie adorata, donna di grandi virtù (<em>coniugi benemerenti</em>) &#8220;<em>cum qua vixit sine ulla macula</em>&#8220;. Lo smog sta corrodendo l&#8217;iscrizione, e già oggi più che leggerla la si intuisce. Fra poco, della vita di quello schiavo innamorato si sarà persa ogni traccia, a meno che esista una memoria dell&#8217;universo, come congetturarono i teosofi.</p>
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		<title>Moleskine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[sergio garufi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Sep 2007 01:22:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[moleskine]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garufi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Sergio Garufi Diverse vie di Milano sono tappezzate da manifesti e striscioni che pubblicizzano un corso di antiquariato a pagamento. L&#8217;immagine che accompagna il testo, ritenuta rappresentativa di questa nobile professione, è quella del ritratto di Jacopo Strada eseguito da Tiziano Vecellio. Strada era un antiquario veneziano di successo, e il dipinto in questione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a title="moleskine.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/moleskine.thumbnail.jpg" alt="moleskine.jpg" /></a> di <strong>Sergio Garufi</strong></p>
<p>Diverse vie di Milano sono tappezzate da manifesti e striscioni che pubblicizzano un corso di antiquariato a pagamento. L&#8217;immagine che accompagna il testo, ritenuta rappresentativa di questa nobile professione, è quella del ritratto di <strong>Jacopo Strada </strong>eseguito da <strong>Tiziano Vecellio</strong>. Strada era un antiquario veneziano di successo, e il dipinto in questione è uno degli esempi più noti di come il cadorino fosse capace di deridere i suoi stessi committenti mostrandone i lati oscuri; vedi le grettezze fisiognomiche di papa <strong>Paolo III</strong>, la tronfia vanagloria dell&#8217;<strong>Aretino</strong>, o appunto Jacopo Strada, &#8220;fissato – dice <strong>Zeri </strong>&#8211; nell&#8217;atto di spiare il momento opportuno per insinuarsi nella fiducia del cliente&#8221;, protagonista di &#8220;quell&#8217;attività di trame, colpi bassi, menzogne e prevaricazioni che è l&#8217;alto commercio di cose d&#8217;arte&#8221;. Magari non è una <em>gaffe</em>. <strong>Corona</strong> e <strong>Fiorani </strong>insegnano.<span id="more-4504"></span></p>
<p>La <em>gaffe </em>più memorabile che abbia mai sentito l’ha pronunciata E. Era andato al funerale di un compagno di università deceduto in un incidente in moto. Dopo la sepoltura era salito sull’autobus e si era seduto accanto a lui il padre del defunto, ovviamente prostrato. E., nell’imbarazzo di non saper cosa dire, aveva guardato l’orologio e rivolto al padre del morto aveva detto: “però, <em>ridendo e scherzando </em>si son fatte le cinque!”</p>
<p>A volte ho l’impressione che ci siano alcune sentenze che si condividono a parole ma non nella sostanza, tipo “l’arte vampirizza la vita”. E’ difficile trovare qualcuno che la rifiuti, eppure quasi sempre è un’adesione di facciata, che si ritratta al primo accenno di crudo realismo. E’ il caso della foto del <em>falling man</em> delle Torri Gemelle, o delle immagini dei suicidi nel film <em>The Bridge</em> di <strong>Steel</strong>, che molti trovano intollerabili. La morte è pornografica, e la pornografia più oscena e inaccettabile è la morte volontaria, specialmente se sono delle immagini a raccontarla, piuttosto che delle parole. E&#8217; la forma espressiva che disturba, la sua minore trasfigurazione? Nessuno contesterebbe a <strong>Omero</strong> l&#8217;affermazione secondo cui “gli dei tessono disgrazie affinché le generazioni future abbiano di che cantare”. Lo stesso concetto viene ribadito ora da <strong>Starobinski</strong>, di cui leggerei anche gli scarabocchi disegnati mentre parla al telefono, in un saggio meraviglioso su &#8220;Ulisse e le sirene&#8221; (incluso nella raccolta <em>Le incantatrici</em>, EDT). Per lui “tutto accade come se il canto immortale nascesse quasi immediatamente dopo l’impresa mortale, come se l’impresa mortale fosse compiuta al solo scopo di servire da pretesto al canto che la tramanderà alle generazioni future”.</p>
<p>Anni fa frequentavo saltuariamente una persona che faceva il <em>copywriter</em> pubblicitario. Guadagnava bene ed era stimato nel suo ambiente, ciononostante era sempre squattrinato perché i suoi risparmi li spendeva in studi di registrazione e nel pagamento di musicisti professionisti per incidere i suoi pezzi. Dopo una lunga gavetta sostenuta da un’ambizione smodata approdò ad una casa discografica che produsse il suo primo cd. Nel librettino interno vi era un’interminabile lista di ringraziamenti. I genitori, la sorella, gli amici, perfino le ex fidanzate. L’enfasi era quella del discorso dello sconosciuto che contro tutti i pronostici vince l’oscar e pensa di essere “arrivato”. Non mancava un paternalistico rimbrotto a coloro che non avevano creduto al suo talento, o che a suo dire avevano “remato contro”; rimbrotto che si smorzava infine con un magnanimo perdono. L’apice della sua carriera fu una fugace comparsata a <em>Buona </em><em>Domenica</em> e qualche passaggio in un paio di radio private, poi il suo nome ripiombò nell’oblio da cui era venuto, tant&#8217;è che quello fu il suo primo e ultimo disco. Pensavo a lui quando ho sfogliato l’altro giorno l’esordio letterario di B. La copertina era bella, il titolo adescante, ma i ringraziamenti finali occupavano due pagine fitte, non tralasciando di menzionare, oltre ai parenti e agli amici, perfino diversi lettori del suo blog, quasi che il suo desiderio di notorietà fosse indirizzato soprattutto a loro. E’ il salumiere sotto casa che ci deve ammirare, è lui che si spera di far ricredere sul nostro conto. Incomincio a pensare che la lunghezza della lista dei ringraziamenti sia inversamente proporzionale al valore dell’opera. Con P., che ho incontrato a <em>Pordenonelegge</em> e che sta finendo il suo primo romanzo per una nota casa editrice, mi sono raccomandato di farla brevissima, meglio ancora di ometterla del tutto, anche se <em>in fondo</em> speravo di comparirci.</p>
<p>Inizio sempre dalla fine, quando devo decidere se comprare un libro. Sarà che non leggendo gialli l’<em>explicit</em> non mi rovina alcunché. Seguo più il suono che il senso, prediligo il ritmo della frase rispetto al contenuto. Se quello mi invoglia, acquisto. E’ come quel sondaggio fra due automobilisti che avevano percorso lo stesso tratto autostradale, metti Milano-Bologna, nello stesso tempo (3 ore). Il primo aveva incontrato un ingorgo all’inizio, e poi era filato tutto liscio, mentre il secondo era partito spedito e si era inchiodato alla fine. Fra i due, il secondo era incazzato nero, e il primo si dichiarava contentissimo. Un buon finale riscatta un <em>incipit</em> mediocre, ma non viceversa. Chissà perché gli editor si soffermano così tanto sugli avvii. <em>Vergogna</em> di <strong>Coetzee</strong> inizia in modo banale ma ha un finale meraviglioso e terribile (meravigliosamente terribile).</p>
<p>A <em>Pordenonelegge</em> mi accorgo di cercare tra la folla gli scrittori famosi allo stesso modo in cui gli anonimi turisti mordi e fuggi della Costa Smeralda si aggirano sui moli di Porto Cervo sperando che da qualche yacht ancorato sbuchino i volti di <strong>Briatore </strong>e <strong>Dolce</strong> &amp; <strong>Gabbana</strong>&#8230;</p>
<p>Si fa un gran parlare di “casta” ed io non ho ancora detto nulla. Mi si nota di più se non intervengo o se intervengo un po’ in disparte? Intervengo in disparte, parlando del volo a V degli uccelli migratori. Non so se erano anatre quelle che ho visto stasera. Si spostavano verso sud, affrontando un viaggio lungo e faticosissimo. Per loro la vita associata deve rendere più agevole quella del singolo, e il <em>leader</em>, chi guida la comunità, è colui che compie lo sforzo maggiore, più gravoso. Quell’onore è soprattutto un onere insomma, a tal punto che la resistenza aerodinamica che incontra lo fiacca terribilmente, per cui dopo poco si sposta e cede il passo a un altro. La <em>leadership </em>è un servizio offerto alla comunità, e i privilegi spettano a quest&#8217;ultima, non a chi la guida.</p>
<p>L’hanno provato scientificamente: l’innamoramento è una malattia. Negli innamorati il livello di serotonina, che ha un effetto calmante, precipita alla stessa misura di chi è affetto da disordine ossessivo compulsivo.</p>
<p>Una mia cara amica, bella ma convinta di non esserlo, una sera andò in un locale con la sorella e venne abbordata da uno sconosciuto che disse di essere rimasto molto colpito dai suoi occhi. Lui ignorava che lei quella sera aveva delle lenti a contatto colorate. Il suo fascino era dovuto all’unica cosa che non le apparteneva. Mi è venuta in mente l’altro giorno, quando ho ricevuto la mail di un lettore che aveva apprezzato un mio articolo su <em>Liberazione</em>, in particolar modo per la bella frase che avevo copiato da <strong>Magris</strong>.</p>
<p>G. è simpatica e disinibita. Ci racconta del suo ultimo <em>flirt</em>, un ragazzo con cui è andata a letto dopo averlo conosciuto in un bar. Mentre lui la prendeva da dietro, forse incoraggiata dal fatto che non la guardava in faccia, gli ha sussurrato “insultami”. Dice che ha avvertito un attimo di imbarazzato silenzio, e poi lui ha gridato “scema!”. Il turpiloquio sessuale è uno dei rari ambiti espressivi in cui è vietata l’originalità, si pretende lo stereotipo. <strong>Cicerone</strong>, nelle orazioni <em>ad animos permovendos</em>, consigliava sempre di attenersi all&#8217;ovvio per riscuotere consenso. L&#8217;orgasmo della folla si attiva con le stesse logiche di quello individuale.</p>
<p>In <em>Come si seducono le donne</em>, divertentissimo manualetto in cui la dialettica amorosa viene equiparata alle manovre belliche, <strong>Marinetti </strong>raccomanda: “mai su un divano a tinta unita!” Ecco spiegata la ragione dei miei fallimenti: la scarsa audacia nella scelta dei tessuti. Non a caso la scritta <em>memento audere semper </em>campeggia sul Vittoriale.</p>
<p>Ci sono due immagini femminili, relative alla passione della lettura, che mi colpiscono sempre per la sostanziale identità. La prima è quella di una piccola terracotta funeraria, esposta in una teca del museo archeologico di Taranto, che ritrae una giovane seduta intenta a leggere una pergamena srotolata sulle ginocchia, col viso reclinato e la mano appoggiata alla guancia, quasi come se niente e nessuno potesse distrarla. Fu rinvenuta nel corredo funebre della tomba di una ragazza, evidentemente appassionata lettrice, vissuta 2400 anni fa. La seconda è un dipinto del &#8217;38 di <strong>Hopper</strong>. S&#8217;intitola <em>Scompartimento C, Vettura 293</em>. Raffigura una donna che sfoglia un libro seduta in treno, il volume sulle ginocchia, il viso reclinato, indifferente al paesaggio circostante che si scorge dal finestrino. In entrambe queste opere c&#8217;è la rappresentazione di un rito affascinante, solitario, silenzioso, che si ripete immutato, nei gesti e nell&#8217;attenzione, da secoli. Qualcuno, per me a ragione, ha detto che la narrativa finirà di esistere quando le donne smetteranno di leggere.</p>
<p><em>Ex absurdo sequitur quodlibet</em>. <strong>Ravasi </strong>sostiene che <em>assurdo</em> deriva da <em>sordo</em>. Non mi risulta ma <em>suona bene</em>. Ad ogni modo l’assurdità spesso somiglia a un dialogo fra sordi, in cui tutti parlano e nessuno ascolta. La sofferenza delle legioni di aspiranti scrittori che leggono unicamente se stessi è la medesima che affligge <em>Bartleby lo scrivano</em>, ed ha origine dal suo primo impiego, quello nel <em>Dead letters Office</em>, l&#8217;ufficio postale delle lettere smarrite. Tutti sogniamo di trovare un destinatario alle nostre parole, e solo pochissimi ci riescono. Quasi tutti i nostri discorsi tornano al mittente. L’amore lenisce in parte questo dolore, ma è un ascolto interessato e benevolo, rivolto più alla persona che a ciò che dice. <strong>Cioran</strong>, il <em>pusher </em>delle citazioni <em>prêt-à-porter </em>ad uso della chiacchiera culturale in astinenza da legittimazione bibliografica (me incluso, s&#8217;intende), anni fa lo disse chiaramente: “il matrimonio è l’unione tra due infelici per sopravvalutarsi a vicenda”.</p>
<p><strong>André Gorz </strong>e la moglie <strong>Dorine </strong>si sono suicidati. Insieme anche nella morte. <em>L&#8217;amour fusionnel</em>, è stato definito il loro bellissimo rapporto simbiotico. Si sopravvalutavano? Forse, ma che importanza ha?</p>
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