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		<title>Monsanto, Portugal</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2008 06:00:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Cristina Babino Monsanto è un lembo sperduto e antico del Portogallo centrale, nella regione interna di Beira Baixa. Nel 1938 il regime fascista, col suo vacuo primatismo da propaganda, coniò per esso la definizione di villaggio più portoghese del Portogallo, motto che occhieggia tutt’ora nei dépliant turistici e sui cartelli stradali. Dall’aeroporto di [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Cristina Babino</strong></p>
<p>Monsanto è un lembo sperduto e antico del Portogallo centrale, nella regione interna di Beira Baixa. Nel 1938 il regime fascista, col suo vacuo primatismo da propaganda, coniò per esso la definizione di <em>villaggio più portoghese del Portogallo</em>, motto che occhieggia tutt’ora nei dépliant turistici e sui cartelli stradali. Dall’aeroporto di Lisbona occorrono circa tre ore di macchina per giungere qui, nel distretto di Castelo Branco, a sud-est della catena montuosa della Serra de Estrela. Il confine spagnolo è a un passo, si avverte nei nomi delle cose, e nell’aria calda e calma che pervade le vallate anche in inverno. Dalla capitale si punta in autostrada al cuore di roccia del Paese, per due buone ore e mezzo, poi ci si inerpica per strade più o meno impervie tra i diciassette villaggi del comprensorio di Idanha-a-Nova, di cui Monsanto è un municipio &#8211; una <em>freguesia</em>, secondo il termine locale usato ai tempi dei remoti splendori dell’Impero portoghese. <span id="more-5394"></span></p>
<p>Salire fin quassù è un’ascensione che sa di penitenza, in un modo. La religiosità pervade questi luoghi con un’aura millenaria, sentita e vissuta nel profondo di un quotidiano che pare impermeabile alle lusinghe della modernità. Durante il periodo pasquale, qui si celebrano i rituali della Passione più suggestivi del Paese: la statua del Cristo calata dalla Croce da uomini incappucciati, con l’ausilio di scale fedeli all’iconografia tramandataci dalle opere d’arte, quindi avvolta nel sudario bianco e deposta al compianto delle donne, che intonano canti struggenti di dolenza e confessione.</p>
<p>Nel resto dell’anno, croci di pietra porosa e solidissima fanno da voto e sentinella quasi a ogni angolo. Le finestre, e le strade, si popolano di tanto in tanto solo di anziane donne in fazzoletto e veste neri, grandi ceste di verdure portate sotto il braccio, l’andatura affaticata dall’età e dalla pendenza delle vie dai ciottoli serrati. Spesso le si vedono sedute a piccole congreghe sui gradini delle scale in pietra che conducono alle loro case, per scomparire poi d’un tratto dietro le porte di legno scorticato e verde tipiche di questa zona. A volte i mariti le accompagnano, nei brevi tragitti tra i vicoli umidi di muschio, le coppole calzate sulle fronte, indosso le camicie a scacchi di flanella. Si ritrovano, poi, gli uomini, nello slargo che dà sul belvedere: non c’è una vera piazza, a Monsanto, la sua è una conformazione tanto particolare da renderlo un luogo unico, meta soltanto di pochi, coraggiosi visitatori che qui si fermano un pomeriggio ad ammirare la grandiosità silenziosa del paesaggio, mai però a passare la notte. Che può essere molto fredda, e ventosa, con sbalzi di temperatura forti e imprevedibili.</p>
<p>La gente è curiosa della curiosità di chi arriva, sorride cordiale mai mancando di rivolgerti qualche parola di benvenuto, qualche forma di bonaria accoglienza. E&#8217; raro, ormai, altrove, il costume del saluto immotivato. In Italia sopravvive solo nelle anticamere dei dottori, e tra gli escursionisti&#8230;</p>
<p>Monsanto è un angolo del Portogallo cosiddetto <em>profondo</em>, ruvido, irto, sassoso. E bellissimo. Di un fascino poco accomodante, però, e inesorabile. Qualcosa di molto simile al sublime descritto dai romantici. Il villaggio è arroccato alle pendici del Mons Santo, incastonato in un declivio disseminato d’impressionanti megaliti, che sono il tratto distintivo, l’orgoglio, le stigmate di un paesaggio antichissimo. Le case, tutte in pietra e legno, formano un’ entità unica con gli enormi sassi che le sovrastano, concrezioni granitiche che le inglobano a volte, a volte vi si appoggiano con tangente gigantismo: difficile è distinguere dove cominci la costruzione, dove finisca il prodigio naturale, il lavorio e la paziente levigatura del tempo. Passi tra i vicoli angusti, odorosi di legna da ardere, le strettoie infiltrate di vento e parietarie, e in tutta la sua evidenza t&#8217;accorgi che questo abitato è il frutto di millenni di lotte estenuanti dell’uomo col suo ambiente, una lotta con le forze naturali impari, eppure miracolosamente vinta, tanto difficile è capire quanto l’uomo si sia piegato all’asprezza di questo luogo, per insediarsi, e quanto questo luogo sia stato domato, facendo dei megaliti non più minaccia ma provvidenziale sostegno, e riparo.</p>
<p>Percorrendo la via che dal cuore del paese sale alla vetta del monte, ci s’inoltra in un labirinto di vicoli diramati come vene asciugate e pulsanti in cui è facile perdersi, seguendo il richiamo di un dettaglio, di uno spiraglio di paesaggio che s’indovina alla vista tra le intercapedini dei muri, e s’apre poi in vedute inattese e larghe, generose e sorprendenti.</p>
<p>Giungere alla cima ripaga del fiato fatto grosso, della vaga sensazione di vertigine che coglie. L’antico castello, in resti, domina ancora &#8211; in una vetustà che sa di millenni e di rovina, di guerre sanguinose, di invasioni barbariche e misteri templari &#8211; la vita del paese e della vallata.<br />
Rocce d’ogni dimensione, arrotondate dalla carezza delle ere, s’appoggiano al verde dei cespugli, a una vegetazione ispida dal colore che s’accende al sole scoperto dalle nuvole in lento transito. Alberi di mimosa giganteggiano spontanei e frequenti, ancorati nel loro giallo lieve tra i macigni. Qualche mandorlo audace è già fiorito con la promessa bianca e tenue dei suoi frutti.</p>
<p>Si sentono lontani canti provenire dalle case: nenie di lavandaie, echi di pastori inseguiti dall’abbaiare dei cani ai loro greggi. Versi attutiti di uomini e animali accompagnati dai vespri sussurrati delle donne in nero raccolte nelle chiese.</p>
<p>Monsanto, Portogallo, 21 febbraio 2008.</p>
<p><em>(Foto: La porta verde, di Cristina Babino. Altre foto su <a href="http://www.lacuginaargia.wordpress.com">www.lacuginaargia.wordpress.com</a>)</em></p>
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