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	<title>montagna &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Terre di montagna (sillabario della terra # 15)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Oct 2023 05:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br />Per molti anni ho avuto la fortuna di occuparmi quasi solo di terre di boschi e alte praterie schiacciate da cieli scostanti e nervosi. Terre di altitudine, percorse da animali selvatici e da rari uomini amanti degli alberi e del silenzio. Terre linde e profumate, mai completamente asseccate, leggere e fresche anche nel pieno dell’estate.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-105200" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/DSC_0979_bn_c-300x200.jpg" alt="" width="400" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/DSC_0979_bn_c-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/DSC_0979_bn_c-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/DSC_0979_bn_c.jpg 448w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Per molti anni ho avuto la fortuna di occuparmi quasi solo di terre di boschi e alte praterie schiacciate da cieli scostanti e nervosi. Terre di altitudine, percorse da animali selvatici e da rari uomini amanti degli alberi e del silenzio. Terre linde e profumate, mai completamente asseccate, leggere e fresche anche nel pieno dell’estate.</p>
<p>Scavando a mano la mia buca per osservare e raccogliere i campioni avevo la certezza che nessuno era mai andato a curiosare lì sotto, che tutto quello che vedevo era lì da migliaia d’anni. I colpi del piccone e della pala rimestavano odori di funghi, vapori di muffe umide che mi salivano alla testa. Spesso dovevo tagliare delle radici, avevo un apposito seghetto pieghevole molto affilato, e quindi si aggiungeva l’asprigno delle resine. Tutta quella vita che forzavo a mostrarsi era custode di segreti che non si erano mai mostrati agli uomini, che li avevano tenuti lontani.</p>
<p>Lì sotto il mondo minerale, per noi invincibile, aveva la peggio. Le pietre calcaree erano limate dall’acqua, con docce arrotondate e curve sinuose che ricalcavano il percorso dei rivoli sotterranei, facendo pensare a tante sculture astratte del Novecento. Quelle di granito si sfaldavano invece tra le dita, dando una graniglia sale e pepe. Le arenarie molto alterate si mettevano in mostra con i loro gialli o rossi molto vivi, macchie espressioniste che si scioglievano anche loro nel palmo della mano lasciando una pastosità untuosa. Come per magia le pietre più dure avevano perso la loro tenacia: la avevano ceduta alla terra.</p>
<p>A volte mi accompagnava, per pura passione, un collega più anziano e con una vastissima cultura ambientale, anche lui stregato da quello spettacolo intimo: c’è un piacere quasi voyeuristico, nello svelare un universo sotterraneo intonso. È l’eccitazione degli esploratori, perché nemmeno con la più grande esperienza si può prevedere con esattezza la profondità e gli infiniti dettagli di un determinato suolo. Nei fatti ogni buca è almeno per certi aspetti diversa, come è particolare ogni persona, anche restando nello stesso gruppo etnico. La realtà è che a dispetto della nostra necessità di dare nomi e classificare la natura non è mai uguale a sé stessa, cambia sempre.</p>
<p>Non era facile convincere chi di dovere che i miei studi servivano a qualcosa, e avere qualche misero finanziamento. Bussando pazientemente a tante porte qualcuno un po’ bendisposto però lo trovavo. Alcuni botanici e alcuni tecnici forestali intuivano l’importanza della terra per la vegetazione, sapevano che a ogni suo tipo corrispondono piante precise, in un legame che a quei tempi si spiegava solo in parte. Si vedevano gli effetti dell’acidità o della basicità del suolo e della sua capacità di immagazzinare l’acqua, ma si ignorava l’azione dei microorganismi e dei composti emessi dalle radici, che controllano le successioni delle formazioni vegetali e i loro mosaici.</p>
<p>Con gli anni accumulavo dimestichezza. Provavo piacere a riconoscere alla prima occhiata che varietà di terra fosse, e potevo prevedere, in base alla vegetazione e al tipo di roccia e a altri elementi, cosa avrei trovato in una pecceta con un tappeto di mirtilli neri o sotto una lingua di contorti e impenetrabili pini mughi. Non mi importava nulla che fosse un filone di studi qualitativi che stava scomparendo, perfino nel Paese nei quali aveva dato i bellissimi risultati che mi servivano da guida, spazzato via da interessi più circoscritti e più alla moda. Ero un perfetto autodidatta, e non mi dispiaceva esserlo. Credo che gli esseri umani godano profondamente nel capire quello che hanno attorno, trovando una logica nell’apparente disordine, esattamente come godono mangiando buoni cibi o facendo sesso.</p>
<p>Ero solo, con dei mezzi più che ridotti, per non dire inesistenti. La mia fortuna era che un validissimo chimico del compassato istituto regionale di ricerca agricola mi aveva preso a benvolere: con la sua dissacrante indole anarchica eseguiva un grande numero di costose analisi chimiche senza compenso, infilandole tra quelle che svolgeva ufficialmente. Potevo quindi fare le cose un po’ più seriamente. Più andavo avanti e più mi convincevo che la lettiera e gli straterelli organici di superficie, dei quali nessuno sapeva nulla, e che erano spesso ignorati, erano fondamentali. Mi sono messo a osservarli e a confrontare le nomenclature esistenti, valutando i loro pregi e difetti. Fino a diventarne, la concorrenza in realtà era molto ridotta, un vero esperto.</p>
<p>Un giorno mi ha scritto un ricercatore di un ente nazionale, dicendomi che avrebbe volentieri approfondito alcuni aspetti dei suoli che studiavo: ha cominciato a svolgere le sue raffinate indagini sulla mineralogia dei minerali ai campioni che gli spedivo. Grazie a lui le terre che scavavo l’estate sulle montagne della mia regione di origine – vivevo già all’estero – sono sbarcate su una prestigiosa rivista scientifica internazionale.</p>
<p>Siamo stati allora contattati da un professore svizzero che trovava interessante quello che facevamo. Da noi nessuno parlava ancora di cambiamenti climatici, ma da loro era già una pressante preoccupazione. D’improvviso i suoli diventavano centrali, con la loro capacità di immagazzinare nella loro frazione organica quantità di carbonio tre volte maggiore di quella delle foreste e degli altri tipi di vegetazione del Pianeta. E lo divenivano anche gli straterelli organici ai quali avevo dedicato tanto tempo. Abbiamo quindi iniziato una collaborazione, questa volta supportata da tutti i mezzi che aveva la ricerca in Svizzera.</p>
<p>Con i suoi allievi e colleghi il professore svizzero eseguiva indagini ben più approfondite delle mie, addentrandosi nei dettagli più infimi della composizione delle materie minerali e organiche, e le loro evoluzioni nel tempo. Ricerche che presupponevano macchinari all’avanguardia e attrezzature sofisticate, che nel nostro Paese non avevano equivalenti, non in quel settore considerato senza interesse. A quel punto il mio ruolo diventava soprattutto quello di guida locale e di supporto logistico: conoscevo come le mie tasche le terre delle montagne della mia regione, e questo tornava molto utile nel pianificare nel modo migliore i confronti e gli approfondimenti. Gli ottimi risultati che venivano fuori si dovevano anche alle mie conoscenze empiriche e tassonomiche.</p>
<p>Per tutte le certosine e costosissime analisi e le elaborazioni statistiche dei risultati si arrangiavano loro, cosa della quale un po’ mi vergognavo, ma potevo rifarmi nell’esecuzione dei campionamenti e dei prelievi. Sapevo maneggiare bene pala e piccone, mi piaceva prelevare campioni che odoravano di muffa e camminare tra magnifici larici portando dei pesi. E ritornavo poi utile nella redazione degli articoli scientifici, in particolare per quanto riguarda l’inquadramento ambientale e gli aspetti generali dei suoli. Ma inaspettatamente anche nella rilettura e nelle correzioni finali degli stessi. Il mio inglese era così così, con il mio intuito e quello che avevo assimilato nelle mie letture sapevo però creare legami e proporre migliorie. E vedevo quando le frasi tenevano bene e non potevano essere attaccate: lo stile neutro della scienza è un registro retorico come un altro. Con le mie scritture invernali ero allenatissimo a mirare alla forza.</p>
<p>Il professore svizzero sempre sorridente era una micidiale macchina di lavoro, quindi pubblicavamo adesso moltissimi contributi sulle migliori riviste scientifiche. Quello che facevamo attraeva cocciuti ricercatori abituati a lavorare nell’ombra di sottodiscipline telluriche poco conosciute e poco finanziate: a ogni nuovo progetto si univano altri appassionati molto validi, di solito senza chiedere compensi, quando sempre più tutto veniva monetizzato. Spaziavano dagli alberi secolari alle più piccole molecole organiche, passando per il patrimonio genetico di batteri e altri microbi, i vermettini grandi a piccoli, questi o quegli insetti, i carboncini legati agli incendi di migliaia d’anni prima, gli enzimi che controllavano le trasformazioni. Specialisti abituati a andare avanti per conto loro, con tutte le limitazioni annesse e connesse, e che nelle interconnessioni trovavano più senso.</p>
<p>L’ultimo progetto, che metteva al centro proprio gli straterelli della lettiera sui quali mi ero intestardito, fu una cosa imponente. Partecipavano ricercatori di tanti Paesi e di campi diversissimi, molti tesisti, molti studenti. Nei rilievi in campo, sempre in quella regione dove nessun ente mi prendeva davvero sul serio, sembrava un formicaio, ognuno prendeva misure e riempiva sacchettini, trovava soluzioni e aiutava gli altri, con un entusiasmo e una energia che non avevo mai incontrato sul lavoro. Mi davo da fare con questo e con quello, ma mi sentivo un po’ escluso, io che non appartenevo in forma stabile a nessun organismo e che non avevo dietro un laboratorio, che ero ormai uno schiavo della scrittura. Tirava le file una perentoria professoressa della Germania ex-comunista con entrature nelle istituzioni europee, tarchiata e amante dei buoni vini bianchi aromatici, specializzata nella traduzione dei processi dei suoli in modelli matematici.</p>
<p>Sotto la sua guida risoluta tutti i dati confluivano e venivano macinati in folte equazioni, e a me sembrava che perdessero per strada tutta la loro forza, la loro verità, il loro riflettere le particolarità di ogni situazione. Mi pareva che le previsioni che sputavano fuori quei presuntuosi arnesi matematici fossero banali e insulse, per non dire molto approssimate, se paragonate alle mie conoscenze empiriche e alla mia intuizione. Mi sembrava soprattutto che non avessero più nulla a che fare con me, le terre che amavo e il mio lavoro di tanti anni. Ma certo ero io che non avevo dimestichezza con quegli strumenti, per ignoranza e forma mentale, e forse i risultati non erano poi così meschini come mi apparivano. Dopotutto approcci e linguaggi separati entravano per la prima volta in contatto e cercavano di parlarsi. Bisognava forse solo continuare su quella via.</p>
<p>In ogni caso non fu possibile continuare quell’esperienza così unica, come avremmo voluto, nessun organismo era disposto a finanziare tutti quei fanatici sordi ai discorsi dominanti, nessuno capiva le esplosive potenzialità di mettere assieme competenze e visioni così disparate, quelle lingue all’apparenza così inconciliabili, per capire come funziona la terra. Tutti parlano di ecologia, ma le maglie ecologiche sono complesse e difficili da indagare. Nemmeno la volitiva professoressa teutonica aveva gli agganci all’altissimo livello che ci sarebbero voluti.</p>
<p>Nel frattempo c’era stata del resto una crisi finanziaria, e il mondo si concentrava ancora di più sulle questioni ritenute importanti, ben legate al cosiddetto sviluppo economico. Dove non c’era certo spazio per la caccia alle interrelazioni più recondite nei suoli  non impattati dall’uomo, vero e proprio ginepraio ecologico senza ricadute finanziarie immediate. O detto meglio, senza che nessuno sapesse ancora vederne i vantaggi anche economici che senz’altro sarebbero arrivati con l’avanzare della crisi ambientale.</p>
<p>Non lo sapevo, ma per me era finita un’epoca. Non avrei più vagato tra i larici dai tronchi screpolati carico dell’attrezzatura, spiando i criptici segnali che lasciavano intravedere i suoli, non avrei più riesumato le zaffate di funghi e fresca umidità che mi piacevano tanto, non avrei più lavorato fianco a fianco con quelle persone appassionate dei segreti della terra e assetate di risposte. E non avrei legato a qualche giovane quello che sapevo: ben che andasse in futuro si sarebbe condotto qualche studio settoriale, senza una visione d’insieme, senza cercarla, senza badare alle reti di relazioni. Il progresso era quello, la settorializzazione delle conoscenze, e la definitiva perdita di contatto con il tempio dove tutto era legato, la terra.</p>
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		<title>Nanga Parbat</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Feb 2023 11:31:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Orso Tosco</strong> <br /> L’ossessione, infatti, è la forma d’amore più pura. La meno ragionevole, la più invivibile, ma anche l’unica in grado di modificare esistenze apparentemente consolidate in un battito di ciglia.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Orso Tosco</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-102079" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta.jpg" alt="" width="350" height="526" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta-300x451.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/Tosco-Nanga-Parbat-piatto-ridotta-279x420.jpg 279w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
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<p>La sfida è soltanto per gli altri.<br />
Per chi resta in attesa, aspettando impaziente le novità, controllando ansiosamente il meteo, scrutando la roccia e i ghiacci con il binocolo.<br />
La sfida è nelle parole di chi sta per partire e di chi riesce a tornare.<br />
Ma una volta che ci si trova lassù non esiste più alcuna sfida.<br />
C’è qualcosa di molto più prezioso in ballo, qualcosa la cui importanza supera di gran lunga qualsiasi gara e primato da raggiungere: ci sono lo spazio e il tempo, e ci sono uomini e donne che provano a sfuggire a entrambi. Consapevoli che nessun luogo da solo può regalarci una condizione tanto innaturale, privilegiata e terrificante, non le vette degli Ottomila, non lo spazio più remoto, ma soltanto un gesto. Il gesto, puro e definitivo, quello che continuamente spinge a rischiare la propria vita e altrettanto costantemente la salva.<br />
Bisogna immaginare una linea perfetta, tracciata mediante una lunghissima successione di plotoni d’esecuzione scansati all’ultimo secondo, quando le traiettorie mortali sembrano sul punto di ferire e uccidere. E poi bisogna immaginare quella linea capace di uno sforzo se possibile ancora maggiore, bisogna immaginarla danzare, saltare da un punto all’altro, vittima e al tempo stesso complice di ogni soffio di vento, di ogni crepa nella roccia, di ogni raggio di luce riflesso dal ghiaccio verso l’alto, come a voler sfidare i consigli della ragionevolezza, supremo oltraggio alla virtù dell&#8217;obbedienza racchiusa nella legge di gravità.<br />
Ogni gesto deve essere feroce e materno, ragionato e viscerale. Ogni muscolo, ogni porzione di tendine e ogni lembo di pelle, l’intera estensione del fiato e lo sguardo, il coraggio, la stupidità, e qualsiasi altra qualità si possieda o si creda di possedere: tutto è chiamato a partecipare e a superare il proprio limite, metro dopo metro, minuto dopo minuto.<br />
Come una sfida che si rinnova ad ogni battito del cuore. Più che una sfida.<br />
Questa è l’avventura magica e mortale dell’alpinismo. Questo è l’incantesimo che unisce chi decide che la parte più importante, la parte più veritiera della propria esistenza deve svolgersi lassù, nel regno dell’intensità assoluta. Un luogo chiaramente inadatto, inospitale, che non ci prevede e non ci vuole, e che proprio per questo regala, a chi è in grado di esplorarlo, la sensazione di essere sfuggito al gioco del mondo o, forse, di aver trascorso qualche istante all’interno del suo cuore nascosto.</p>
<p>Quando negli anni Cinquanta l’Università di Harvard offrì a John Cage la possibilità di visitare una camera anecoica, costruita in modo da ricreare al suo interno il silenzio assoluto, il geniale compositore statunitense colse al volo l’occasione. Ma il risultato di quell’esperienza si rivelò decisamente diverso da quello che Cage si sarebbe potuto aspettare. Invece del silenzio più puro, Cage riferì al tecnico che seguiva quel progetto come da subito si fossero palesati due suoni ben distinti, uno caratterizzato da una tonalità alta, l’altro da una tonalità bassa.<br />
«Quella alta è prodotta dal sistema nervoso in funzione,» spiegò il tecnico «quella bassa dal flusso sanguigno». Questa esperienza portò Cage a fare i conti con l’impossibilità del silenzio assoluto e lo ispirò nella composizione di <em>4’33</em>, una delle sue creazioni più celebri, in cui gli esecutori sono chiamati dalla partitura a non suonare i propri strumenti, lasciando che sia il suono prodotto dall’ambiente circostante a diventare esso stesso opera d’arte, la vera composizione. Ma a giudicare dai resoconti degli alpinisti, specialmente coloro i quali prediligono le salite in solitaria, viene da pensare che Cage abbia cercato il silenzio assoluto non tanto nel luogo sbagliato – la camera anecoica è acusticamente perfetta per il suo scopo – quanto piuttosto con la «predisposizione» errata. Per ottenere il silenzio assoluto sono necessari elementi che poco hanno a che fare con l’acustica: elementi come la fatica, il gelo, il pericolo, l’esaltazione e la disperazione, il vento, la linea del vuoto, la precarietà del ghiaccio.<br />
Generalmente non è descrivendo il raggiungimento della vetta che agli alpinisti capita di citare il silenzio, quanto piuttosto nel resoconto dell’ascesa o della discesa, ovvero nei momenti più intensi e delicati: è allora che il silenzio assoluto fa capolino. E non viene prodotto dalla negazione di qualsiasi spettro acustico, bensì dalla tensione – insostenibile eppure in qualche modo sostenuta – racchiusa in quei gesti che per non diventare mortali esigono perfezione assoluta.<br />
Osservando e ripercorrendo le imprese degli esploratori e degli alpinisti, è normale se non inevitabile domandarsi cosa li spinga a rischiare la vita arrampicandosi su pareti di roccia e ghiaccio. Cosa li spinga a cercare nuove vie o a ripercorrere quelle più esigenti, a trascorrere giorni e notti in situazioni estreme. Alcuni affermano che è il risultato dell’amore per la libertà e per l’assoluto, il desiderio di vivere una natura meno depredata. Altri, malevoli, sostengono che si tratti di un’ossessione fomentata da una forma smisurata di arroganza e ambizione, che spinge a esaltare la vita in una forma assurda, mettendola a repentaglio in modo apparentemente gratuito.<br />
Come spesso accade, ogni risposta è sbagliata o parziale, ma nondimeno ospita al proprio interno un frammento di verità. Si può ben dire che la montagna, e la sua indagine più spericolata, l’alpinismo estremo, siano capaci di stregare indissolubilmente uomini e donne ai quali, in cambio, concedono momenti in cui la vita è più accesa, più intensa.<br />
Al pari dei mistici, i cui occhi segnati dal bagliore passeggero della grazia inseguono la sua scia in un mondo di ombre, gli esploratori delle vie più impervie, dopo aver assaporato porzioni di vita al di fuori del tempo e dello spazio, le ricercano con l’ostinazione concessa soltanto agli amanti.<br />
L’ossessione, infatti, è la forma d’amore più pura. La meno ragionevole, la più invivibile, ma anche l’unica in grado di modificare esistenze apparentemente consolidate in un battito di ciglia. E come tutte le forme d’amore più pure, è così intensa da risultare contagiosa.</p>
<p>Immaginiamo quindi la grande alpinista Alison Hargreaves mentre scala la parete nord dell’Eiger, il monte svizzero con cui tutti i grandi scalatori si sono cimentati, e immaginiamola incinta di sei mesi. Ai più una scena di questo tipo rischia di fare paura, persino orrore. Si tratta di una persona non soltanto disposta a rischiare la propria vita, ma pronta a mettere a repentaglio persino quella del proprio figlio non ancora venuto al mondo. Questa è una possibile, ragionevole chiave di lettura. Ma, trattandosi di una storia d’amore e di ossessione, è anche la risposta errata.<br />
Abbiamo a che fare con una grande alpinista, la prima donna ad aver scalato il monte Everest in solitaria e senza l’ausilio di bombole d’ossigeno, e dunque sarebbe sbagliato percepirla come una persona che sta mettendo a rischio la propria vita mentre tenta di farsi strada lungo la ripida e insidiosa parete nord dell’Eiger; al contrario, dovremmo immaginare Alison come una creatura nel proprio ambiente ideale, intenta a compiere una serie di gesti impegnativi e perfetti, puri e decisivi, gli unici che possono consentirle di ottenere quella vita più pura e intensa che tutti quelli come lei inseguono.<br />
E c’è forse qualcosa di più bello, e alto, che immaginare di poter condividere questa magia insieme a chi già abita il nostro corpo? Soltanto un’alpinista in gravidanza può sperimentare una sensazione del genere, e soltanto il figlio di una alpinista potrebbe tentare di decifrarne le conseguenze.<br />
A noi, dall’esterno, resta soltanto da analizzare i dati in nostro possesso. Possiamo leggere la vita di Tom Ballard, il bambino che Alison portava in grembo quel giorno, come già iniziata ancor prima di emettere il primo vagito nella sala d’ospedale.<br />
Già, ma la vita di Tom era iniziata, o forse era segnata? Come va interpretato quel gesto di amore e condivisione compiuto da Alison Hargreaves? È stato il regalo più grande, o al contrario una imposizione – come a voler tracciare la linea da percorrere non soltanto per sé stessa, ma anche per suo figlio?<br />
Nuovamente, la risposta non può che comprendere entrambe le possibilità, e forse molte altre ancora. Questo non perché sia più semplice rifugiarsi nella vaghezza, ma poiché ha ragione Saba, quando afferma che «d’amore non esistono peccati, esistono soltanto peccati contro l’amore» per poi concludere aggiungendo: «e questi no, non li perdoneranno».<br />
Noi non siamo giudici, a noi non spetta perdonare o condannare nessuno, però possiamo, <em>dobbiamo</em> permetterci di affermare che quella decisione di Alison Hargreaves di scalare la parete nord dell’Eiger con il figlio Tom in grembo non fu un peccato contro l’amore.<br />
Fu un gesto d’amore.<br />
E se ogni gesto d’amore è anche e soprattutto un gesto generatore, allora è una condanna alla finitezza, contiene inscritta all’interno un’avvisaglia della propria stessa fine. Non si dona l’amore, e quindi la vita, senza imporre anche la morte. Soltanto ciò che resta protetto nel nulla precedente e successivo alla vita possiede il diritto a preservarsi fuori dal tempo, in uno dei tanti infiniti possibili.<br />
E chissà se Alison Hargreaves avrà mai avuto occasione di leggere i ricordi di Jung, e in special modo quel passaggio in cui il capo indiano pueblo di Taos gli domanda: «Non pensi che tutta la vita venga dalle montagne?». Probabilmente no, e probabilmente non ne ha avuto bisogno. Quella stessa verità deve averla intuita da sola, studiando il profilo e la composizione delle montagne, e meravigliandosi per come fossero in grado di far convivere qualità eterne e immutabili insieme a mutamenti repentini e incessanti.<br />
Forse Alison ha perfino avvertito una strana forma di sorellanza con quelle creature aliene, molto più antiche del linguaggio, e potrebbe aver concluso che, nonostante la loro infinita pericolosità e un’apparente indifferenza, non esistesse luogo migliore per cercare rifugio dalla dittatura del tempo. Dove, se non all’interno di una montagna, dormono per secoli i Sette Dormienti di Efeso e i santi musulmani?<br />
Nonostante il pericolo incessante e l’ambiente inospitale, la montagna rappresenta una figura che genera e protegge la vita. Ma gli alpinisti o, per meglio dire, gli esploratori non si accontentano di contemplarla. Loro salgono dove è quasi impossibile salire, o strisciano e penzolano quando non è possibile camminare, si appendono dove non c’è quasi altro che vuoto e oltre quel vuoto si lanciano, quando i ponti sono crollati e il ghiaccio precipita a strapiombo come il verso lontano degli animali, che mai e poi mai azzarderebbero quelle altezze assassine in cui l’ossigeno diventa rarefatto, vago come un sogno incomprensibile e crudelmente necessario.<br />
I protagonisti di questa storia non sono martiri e nemmeno suicidi, tuttavia ricercano l’asprezza della montagna, hanno bisogno di percorrerla rischiando, di attraversarla sfruttando passaggi in cui l&#8217;esplorazione e la violazione si intrecciano e si confondono.<br />
«Conquistatori dell’inutile»: questa la celebre definizione che Lionel Terray diede degli alpinisti, e quindi di sé stesso, essendo a sua volta uno dei più grandi alpinisti di sempre. Ed è una definizione che fa subito pensare alla filosofia zen, alla cui base c’è il culto dell’azione inutile. Ma se nello zen viene coltivato l’agire senza alcuna intenzione, l’alpinismo – il tipo particolare di esplorazione di cui l’alpinismo si occupa – poggia invece sempre su di una intenzione. <em>Nasce</em> dall’intenzione. Gli alpinisti, come i giocatori di biliardo arrivati all’ultimo colpo, sono chiamati ad annunciare i loro azzardi in anticipo. Prima dell’avventatezza e del coraggio vi è lo studio, la preparazione. Prima del contatto con roccia e corde, le dita sfogliano fotografie e mappe. Tutti i nodi ancorati e tutti i dadi inseriti nelle fessure della pietra hanno origini lontane, si nutrono dei tentativi riusciti e dei fallimenti che li hanno preceduti, per poi andare oltre, per poi superarli grazie a sangue nuovo, che porta con sé nuove intuizioni e nuove visioni. E in alcuni casi, inevitabilmente, nuovi sbagli, nuove lezioni che si pagano con la vita.<br />
C’è una montagna che più di tutte le altre esercita un’attrazione irresistibile sugli alpinisti, nonostante la drammatica facilità con cui vi si rischia la morte. Quella montagna è il Nanga Parbat.<br />
La Montagna Nuda, la Montagna Mangiauomini, la Montagna del Diavolo.<br />
È lei la vera protagonista di questa storia, la calamita che fa convergere su di sé storie che hanno origini geografiche e temporali distanti tra loro.<br />
Nanga Parbat. Ragione di vita e ragione di morte. Un miraggio di 8126 metri di roccia e ghiaccio nel Kashmir, in Pakistan. Il luogo in cui Tom Ballard finisce di ripercorrere quella linea tracciata per lui da sua madre trentuno anni prima, trovando la morte in compagnia di Simone Nardi sullo sperone Mummery.<br />
Per provare a raccontare la storia di Tom, per ripercorrere la sua esistenza la cui scarsa durata è compensata da una intensità fuori dal comune, abbiamo tuttavia bisogno di uno slancio, dobbiamo prendere una lunga rincorsa e tornare indietro nel tempo. Ad Albert Mummery e alla sua epoca, la fine dell’Ottocento. E ancor più precisamente alla sua ultima spedizione, quella del 1895, che finì per legare indissolubilmente il nome di questo alpinista e gentiluomo inglese allo sperone su cui, centoventiquattro anni dopo, Tom Ballard e Simone Nardi perderanno la vita.</p>
<p><em>NdR Questo testo è il prologo del libro di Orso Tosco Nanga Parbat, pubblicato di recente da 66THAND2ND</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Appunti estivi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/08/20/appunti-estivi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Aug 2019 05:01:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p><strong>Land’s End &#8211; Cornovaglia</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80167" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg" alt="" width="545" height="409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-250x188.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-200x150.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-160x120.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-400x300.jpeg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 545px) 100vw, 545px" /></p>
<p>Così la terra finisce nel granito a picco sull’oceano. Là sotto le onde coprono e scoprono scogli aguzzi, la rovina di imbarcazioni e vite nei secoli. Le leggende dicono che fossero le streghe, sedute sulle sporgenze e le rocce di Land’s End, a far naufragare le navi e poi inviare i loro famigli canini a divorare le anime dei marinai annegati. Le possiamo immaginare accovacciate a parlare nel vento. In realtà nessuna strega di quelle finite nei documenti processuali è stata condannata per naufragi o altri cataclismi. Semmai per la morte di un cavallo da tiro, la malattia di un vicino, lo spegnersi di un neonato, una vacca che smette di dare latte – e ancora meglio se per vari di questi accadimenti, accumulati negli anni in cui la strega si costruisce la reputazione. Ma sulla scogliera le paure quotidiane incontrano il mito: la strega umanissima presta il corpo alla sua controparte soprannaturale dagli occhi spiritati color della tempesta. Questo è un punto mediano. Fra la terra e l’oceano. Fra l’acqua e la roccia. Nonostante i turisti, i camminatori, i surfisti che si dirigono alle piccole baie sabbiose come Sennen Cove, questo luogo non può essere addomesticato. Le rocce prendono nomi suggestivi, come la Irish Lady, un grande scoglio che sembra una creatura ammantata, rivolta all’Atlantico. Una dama irlandese nel senso fatato: una Banshee che geme e ammonisce, il cui sembiante è appena riconoscibile e sembra un drappo, una creatura di stracci svolazzanti e solenni. O i sedili dei giganti, i volti del tale o del tal altro, quasi scolpiti con un’intenzione dalle correnti. Ma nelle correnti non vi è nessuna intenzione che non sia loro stesse. La scogliera è una soglia. Sono già stata qui, vent’anni fa esatti, per l’eclissi di sole: con pochissimi soldi, lo zaino dell’inter-rail, trascorsi la notte nel sacco a pelo poco distante dai picchi, al riparo nella brughiera. Allora volevo solo andare altrove, con la bussola interiore puntata a nord, a queste lande che poi negli anni ho visitato spesso e abitato. Oggi imparo a stare sulla soglia come chi torna.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-80168 aligncenter" style="letter-spacing: 0.8px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<blockquote><p>Viaggiare verso la regione sconosciuta è spesso viaggiare verso casa,</p></blockquote>
<p>dice Tallis la ragazzina protagonista del libro che ho con me, <em>Lavondyss</em> dell’inglese Robert Heldstock. Cerco le parole e le storie del libro nella propaggine di occidente dove mi trovo. Il nome Lavondyss è il risultato di un incontro fra due isole leggendarie: Lyonesse e Avalon. Terre dove eroi e profeti toccati dalle fate dormono in attesa di un sogno che li riporti all’origine. Lavondyss è la foresta primigenia nata dalla congiunzione di sogno e paesaggio, dove la protagonista si spinge alla ricerca del fratello maggiore, smarrito anni prima in questi luoghi senza tempo o meglio – luoghi dove il tempo non scorre come siamo abituati a pensarlo, ma alterna rinascite, trasmutazioni cicliche del medesimo spazio e dei suoi ospiti che possono svanire o viaggiarci dentro. La forza del libro sta nei nomi che la ragazzina dà ai boschi e campi e terre lavorate che circondano il suo luogo natio: viaggerà sempre dentro di loro, attraverso ere diverse, indietro o avanti, attraverso corpi diversi – di donna, di vecchia, di legno e linfa. E i nomi sono incantesimi infantili e potenti: Vecchio Posto Proibito (Old Forbidden Place); Campo del Trovami Ancora (Find Me Again Field); e poi Landa dello Spirito Uccello (Bird Spirit Land), ovvero la landa sospesa fra la vita e la morte, fra la caduta del corpo e quel volo che fantastichiamo proprio dell’anima, non senza qualche sgomento. I nomi sono la nostra immaginazione che ci iscrive nei luoghi ed è difficile pensare a cosa siano prima di essi. Anche un campo senza nome per noi, quasi inconsapevolmente, può divenire il Campo Innominato o Innominabile, manifestando tutta la sua potenza.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<p>Raccolgo una grossa piuma di gabbiano: la scogliera è una Bird Spirit Land. Gli uccelli marini sono i residenti elettivi, capaci di farsi portare su dal vento, gracchianti, predatori di altri piccoli uccelli, uova e pesci, raccolti a decine là sotto, su uno scoglio. Mi risuona dal libro la definizione che Tallis dà degli sciamani, prima di divenire lei stessa qualcosa di molto simile a una sciamana che ha attraversato paura, dolore e sconfitta:</p>
<blockquote><p>Sono custodi e maestri di conoscenza. Conoscenza dell’animale nella terra. Nella visione, nella storia, nella scoperta dei sentieri.</p></blockquote>
<p>Conoscenza dell’animale nella terra: con questa intuizione viene tradotta l’esperienza estatica, ovvero l’andar fuori di sé, all’oltremondo, che sorge metamorfico sulle tracce familiari di questo dove siamo. Non si tratta di andare via, ma di trovare vie, di immergersi, di ripercorrere, di stabilire punti di contatto con il noto, mentre siamo alla ricerca dell’ignoto. Conoscenza dell’animale nella terra &#8211; ovvero osservarlo fino a non sapere più nulla di lui, a non avere più pregiudizi, liberarlo dagli apparati simbolici. Sono già stata qui, dicevo, eppure non è qui che torno: sono diversa e il luogo è diverso. Ci cammino portando in lui la terra che anche io sono diventata, cerco di liberarmi da tutte le mie aspettative e perfino dai ricordi. Mi attrae ed entusiasma la prossimità dell’oceano poiché provengo dai monti e dalle colline, dall’interno che nel mio caso è anche un altro paese, a sud.</p>
<blockquote><p>Esultanza è il recarsi<br />
Dell’anima di terra al mare,<br />
Oltre le case &#8211; oltre i promontori,<br />
Nella profonda Eternità &#8211;</p></blockquote>
<p>scriveva Emily Dickinson. E io so che ha ragione. Immagino sempre l’odore del mare, a un certo punto, mentre cammino in alto verso il mio bosco appenninico preferito. Immagino il suo cielo non interrotto. In “Poetry and the Mind of Indirection” un saggio all’interno di un altro libro che ho con me, Jane Hirshfield dice che:</p>
<blockquote><p>per vedere il mondo davvero, abbiamo bisogno di una consapevolezza  che si sia immersa in molto altro rispetto all’umano &#8211; che abbia viaggiato lontano dal domestico, dal familiare, dai limiti angusti dell’io. Nell’avviarsi su un simile sentiero, le difficoltà e durezze sono tutto quanto ci è promesso, tuttavia la conoscenza acquisita in un simile viaggio non è necessariamente tragica.</p></blockquote>
<p>E ancora il poeta californiano Robinson Jeffers scrive:</p>
<blockquote><p>Dobbiamo dislocare le nostre menti da noi stessi;<br />
in-umanizzare un po’ le nostre prospettive, e divenire certi<br />
come la roccia e l’oceano da cui sorgemmo.</p></blockquote>
<p>Conia il termine <em>unhumanize</em>, in-umanizzare, ovvero guardare al mondo stupiti, recuperando quella che chiamiamo intimità, là, nelle sostanze elementali che formano e sostengono. In questo modo procede la lingua poetica e la possibilità di stare dove in effetti stiamo, invecchiamo e torniamo bambini, quasi senza saperlo.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-80169 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg" alt="" width="365" height="487" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>Che cos’è la fine della terra? Una punta, uno scoglio, uno sprofondamento, una mancanza, una presenza altra che modula le voci nell’aria, un nome per domare l’indomabile. Una regione sconosciuta se decidiamo di non prendere il sopravvento. Una forma di esilio: non sono con gli altri che qui camminano come me, come me scattano foto, come me cercano forse il punto d’incontro fra il loro mondo e il mondo. Provenienza e approdo. Un silenzio che parla continuamente e assomiglia all’oblio. E nell’oblio un’interezza incomunicabile.</p>
<p><strong>Torri – Appennino pistoiese </strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80171" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg" alt="" width="430" height="426" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-300x297.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-768x761.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-144x144.jpeg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-250x248.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-200x198.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-160x159.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43.jpeg 1333w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /></p>
<p>Ho preso casa in montagna nel mio paese paterno per tutta l’estate. Mi trasferisco qui quando non lavoro o non ho impegni di comunità nell’altro paese, a valle, dove abito. Nei mesi di giugno e luglio, durante la settimana, siamo pochissimi: i residenti che non arrivano a dieci e altri dalla città, per lo più pensionati. Da casa, in alto, raccolgo tutti i suoni. Sto finendo di scrivere alcune poesie su una montagna dove si sono rifugiati gli animali, fuori dal tempo, che significa sia in un tempo remoto che in uno a venire. Nella montagna gli animali parlano. Al di là sorge l’oceano o l’oltremondo. Come raccoglierò le loro voci?</p>
<p>Nel pomeriggio mi incammino verso il bosco sulla cima, al Prataccio. È un luogo che conosco bene: un rifugio per vagare, scrivere, leggere, suonare qualche strumento, stare così a far niente, scrutando l’abetaia o attraversando la faggeta che conduce a Forravernio e alle rocce interne, dove ci si affaccia su altri paesi occhieggianti nella macchia verde – Campaldaio, ad esempio. Ancora i nomi – come fai a sapere che la fine di un corridoio di faggi con le rocce esposte al sole è Forravernio? Che significa? Quanti Forravernio ci saranno nell’Appennino? O Casetta Bruciata o Collina o Lagacci. Ai margini della strada, prima di raggiungere l’entrata del bosco, crescono erbe e fiori, fra cui mi soffermo sull’iperico; i fusti alti del verbasco che sono le sentinelle dei boschi come mi ha insegnato la mia amica erborista Cecilia; la digitale bianca che spunta all’ombra, quasi alla fine del percorso, in un punto dove mi fermo per ascoltare il vento. Si forma un vortice d’aria fra gli abeti, che porta l’odore degli aghi e delle cortecce. E naturalmente dei merli, dei cuculi, delle cince che si mescolano qui alle foglie, sfuggono ai rapaci: il gheppio o la poiana. Anche se lo raccontassi molte volte questo specifico tratto di strada resterebbe un segreto: cosa sentirebbe qualcun altro? Come potrei convincerlo del potere che c’è qui? Non potrei e non dovrei. Non sono la traduttrice del vento. Sono un’ospite di lunga data, però – forse per questo a volte riesco a cavarne dei versi, delle parole. Questo tratto ultimo di strada stretta è la mia attesa, prima di riemergere sul burrone e sotto la calura, arrivare ai sassi dove ci si arrampica, si battono le mani per scoraggiare le vipere, ci si addentra, nasce il sentiero.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-80172 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-1024x945.jpeg" alt="" width="440" height="406" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-1024x945.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-300x277.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-768x709.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-250x231.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-200x185.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-160x148.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21.jpeg 1432w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<blockquote><p>Qual è la natura di questo momento? Chiede la poesia e non abbiamo tregua finché la domanda non trova soluzione. Poi viene posta, di nuovo,</p></blockquote>
<p>ancora Jane Hirshfield in un saggio sull’originalità. La natura dell’Appennino, della saggezza che cerco. Della solitudine densa di rumori e ogni rumore una domanda che ha in sé la risposta. Mi scopro a pensare che l’udito conta più della vista, che nel paesaggio siamo in attesa di decifrare una lingua: quanto vediamo è secondario, serve a calare la sostanza nella forma, ma la sostanza è il suono. Suono composto di tutte le vite che poi gli occhi si impegnano a riconoscere. <em>Prima ascolta, poi guarda. Anzi vedi.</em> Dicono le piante e canta quell’uccellino di cui non riconosco il verso. Ascolta per non essere più soltanto te.</p>
<blockquote><p>Sono colui che è vissuto nel proprio tempo<br />
senza essere sé. Sono il minore della famiglia<br />
degli uomini e degli uccelli, ho cantato assieme a tutti gli altri</p></blockquote>
<p>Leggo questi versi di una poesia di Arsenij Tarkovskij un giorno in cui è calato il freddo &#8211; piove e io resto a casa, con la finestra aperta perché la nebbiolina dai monti si sparga anche sul tavolo. Come si può vivere nel proprio tempo senza essere sé? È un bene o un male? È una perdita o una grazia? O entrambe? Anche io voglio essere la minore di questa famiglia da cui sono circondata. La più piccola, quella che non sa e per questo può ancora ricordare tutto. Mi viene in soccorso Libera, la bambina protagonista di una fiaba di Matteo Meschiari, <em>L’ora del mondo</em>, uscita a inizio estate. Figlia di tutto e di nessuno, è nata senza una mano, un difetto che può farne un’anomalia nella società, ma che ne fa una sciamana nel mondo dello spirito. Tutti gli sciamani erano toccati dalla diversità o dalla deformità, segno elettivo della loro prossimità allo straordinario nel quotidiano. Libera vive nell’Appennino modenese. Ne condivide l’antichità, pur restando una ragazzina, ha in sé i segni del luogo e di tutte le storie non scritte o dimenticate. Pastori di anime, semidei dai tratti teriomorfi come l’Uomo-Somaro, suo maestro che solo nella morte si ricompone completamente nell’animale; dei alteri e sprezzanti come una lince furtiva; creature-albero che mutano per sopravvivere e tramandare. Nell’Appennino, come in Lavondyss, si apre una regione ignota che conosceremmo bene, se solo volessimo svegliarci. Perché esso ci compone tanto quanto la carne o il respiro o l’osso, esso è tutto quello che amiamo. Ci sono Sedi e luoghi piccoli dove nascondersi dalle potenze, ci sono segreti e doni e pericoli che sono anche amici da tenere a distanza. Ho pensato che sapevo quello che stava accadendo a Libera, non perché io sia selvaggia come lei, ma ancora per quell’insieme di sillabe, quel vocabolo così importante &#8211; Appennino. Dove sono. Di cui ho nostalgia. Dove, per assurdo, sogno la costa estrema, l’odore del salmastro, la riva a nord, l’oceano. Dove posso rivivere tutte le mie mitologie &#8211; inventate, presunte, reali. Dove essere dimenticata e divenire montagna.</p>
<blockquote><p>Loro sono i Pastori. Quando un’anima viene presa o lascia il suo corpo arrivano i Servitori Notturni. E la portano via.<br />
E dove lo portano?<br />
All’Albero Nero.<br />
Non mi piace.<br />
Non ti piace? Chissà quante volte l’hai visto ma non te lo ricordi. Io invece mi ricordo bene di te. La Neanderthal che non è scampata all’incendio della foresta. L’arvicola uccisa dal falco. La cerbiatta presa dal cacciatore villanoviano. La figlia del cacciatore e la nipote della nipote di sua figlia. La matriarca dei cinghiali con i suoi cento discendenti ai Taburri. La neonata morta di peste a Sant’Anna nel 1633. La cagna del dottor Bertocchi a Frassinoro. La gatta di Beata Monterastelli a Ospitale. E Libera la Selvaggia di genitori ignoti.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80173" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg" alt="" width="440" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg 908w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-266x300.jpeg 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-768x867.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-250x282.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-200x226.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-160x181.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1.jpeg 1418w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>Questo dice il Mezzo Patriarca arboreo alla bambina, lei stessa luogo di incontro per le vite oltre i legami temporali. È vero che in noi risuonano più esistenze, che possiamo sentirci profondamente vicini a creature altre, sensibili a epoche remote, richiamati da paesi molto oltre l’orizzonte visibile, e non sappiamo spiegare perché. Lo si avverte in modo nitido lasciando in disparte l’umano, muovendoci verso il posto primigenio, ai primordi della nostra stirpe, qualsiasi essa sia. Con il sangue e le memorie familiari e i volti, si alzeranno in nostra difesa il greto del torrente, il rovo, la saltabecca, le case diroccate, gli occhi di una bestia boschiva, quel certo prato, quel preciso masso che ricopre appena una buca. Da cosa ci difenderanno? Non dal terrore, dai malanni, dalla morte. Dalla nostra impazienza.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80174" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg" alt="" width="430" height="573" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /> </strong></p>
<p><strong>Regione interna del Penwyth, Cornovaglia</strong></p>
<p>Prendiamo l’autobus verso l’interno a poche miglia dalla costa. Siamo io e mia madre, la sua seconda volta in Cornovaglia, la mia quinta. Scendiamo nel piccolo villaggio di Madron, il cui nome rimanda a un presunto santo cristiano che ha incorporato qualche divinità celtica femminile. C’è una sorgente sacra qui, sgorga direttamente dalla terra in un boschetto: l’ho letto qualche mese fa in un libro di Sharon Blackie, che potrebbe rientrare nella categoria eco-femminismo, <em>If Women Rose Rooted</em>. L’autrice racconta che oggi il luogo è dismesso, pur se segnalato. Ci incamminiamo, è abbastanza facile trovarlo. Prima della fonte i soliti alberi a cui sono stati legati nastrini colorati, braccialetti, foglietti con preghiere e desideri. Se ne incontrano tanti nei luoghi sacri o magici dell’isola britannica. Ripenso a St. Nectan’s Glen, più a nord-ovest in questa stessa contea, o alla collina fatata ad Aberfoyle, nell’interno della Scozia.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80177" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg" alt="" width="425" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg 820w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-768x959.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-250x312.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-160x200.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie.jpg 1080w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></p>
<p>La fonte è prosciugata. Siamo già state avvertite da un gruppo di inglesi, arrivati qui con l’auto: “Spero non siate assetate. Non c’è più nulla”, ci ha detto l’uomo con tono sarcastico, di chi in fondo non ha molto interesse in ciò che ha visitato. Lo registro con fastidio. La fonte è protetta da una piccola cappella aperta, formata da quattro mura di pietra al cui interno ci si può sedere. Secondo la leggenda era custodita da nove vergini, nove donne dedite alla terra e ai suoi segreti. Ma ora l’acqua non sgorga – la calura eccessiva, il cambiamento climatico, l’incuria dell’umano odierno, per lo più curioso, incapace di capire perché nascono miti sulle fonti nel bosco, sugli alberi che le vegliano. Mi viene la tristezza, non scatto nemmeno una foto col cellulare. Riprendiamo il cammino verso Lanyon Quoit, uno dei dolmen della regione. Questa parte di Cornovaglia è ricca di monumenti megalitici e del loro mistero: a cosa servivano? Conosciamo le storie, la sorte che hanno avuto con l’arrivo del cristianesimo, ma sull’origine antica ci sono solo ipotesi non verificabili – essi sono lì da prima della scrittura, cancelli che si aprono per la nostra immaginazione. Tombe, templi, osservatori per le stelle. Penso alle Merry Maidens verso Land’s End, diciannove pietre disposte in cerchio. Le fanciulle allegre, dice il nome non senza un’ironia perfida. Questa è la leggenda cristiana. Diciannove fanciulle trasformate in pietra per aver osato danzare la domenica. Che assurdità.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80175" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg" alt="" width="440" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-300x285.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-768x730.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-250x238.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-200x190.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-160x152.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23.jpeg 1526w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>La brughiera intorno è rialzata rispetto alla strada dove camminiamo, tenendoci vicine ai margini per evitare le rare auto. Ovunque, sui cigli, rovi, e nei rovi le more che cominciano a maturare. Le cogliamo: molte hanno un retrogusto aspro, dovuto alle vicinanza della costa. Mi ricordo quando da bambina ci inoltravamo fra i boschi con barattoli e pentolini di latta, alla ricerca di more, mirtilli, lamponi, fragole. Mangiarle così, dai rovi o dalle piante, era una grande soddisfazione: lo è ancora, anche se mi capita poco sulla mia montagna, perché… le lamponaie, i roveti e i mirtilli sono quasi del tutto spariti. Più facile che colga more camminando fra i paesi a valle, dove alcuni rovi sono stati piantati e hanno proliferato, e naturalmente ogni volta che viaggio in questi paesi d’estate: non manco mai di mangiarne mentre camminiamo, è quasi un rito. Accetto il cibo della terra come un dono.</p>
<blockquote><p>(…) io credo che le vere specie di bacche costituiscano la nostra frutta selvatica, paragonabile a quella più rinomata dei tropici, e per quanto mi riguarda non scambierei altri frutti coi loro, perché il punto non è semplicemente ricevere una nave carica di qualcosa che si può mangiare e vendere, ma anche considerare il piacere che si ricava dalla raccolta.</p></blockquote>
<p>Scrive Henry David Thoreau in un prezioso saggio, <em>Mirtilli</em>, che ho letto recentemente. Parla del mirtillo americano, certo, ma io lo paragono alle mie more e ai miei lamponi, al rovo che ho avuto nell’orto della casa materna per molte estati. Quando seccò mio nonno impiegò un giorno intero a sradicarlo – pianta tenace, difensiva, generosa. Penso spesso alla poesia che ricerco come a un rovo, carico di spine, di frutti asprigni e dolci. Continua Thoreau:</p>
<blockquote><p>Mangi le bacche nei terreni aridi su cui crescono non per soddisfare un appetito, ma con la stessa naturalezza e semplicità con cui i pensieri ti sgorgano nella testa, come se fossero esse stesse cibo per la mente, essiccato di per sé, e senza dubbio in grado di nutrire il cervello.</p></blockquote>
<p>Il suo elogio delle bacche è un inno al gratuito, allo scambio, al godere della natura, all’apprendere nei suoi campi come nella più entusiasmante delle scuole, portando rispetto per coloro che ci camminavano prima di noi, per le altre vite senza prezzo. Imparare a riconoscere chi abita un luogo. Cercare i nomi originari, come, nel caso americano, quelli dati dai nativi alle piante e non quelli importati dai vocabolari greci e latini d’Europa. Addentrarsi. L’opera è anche una condanna al sistema moderno, dove vale solo ciò che è monetizzabile: i bambini nei campi e nei boschi a tingersi le mani di succo violaceo sono roba da sciocchi, da passeri, da animali invisibili. Ma la natura ha vie che riescono ad aggirare i nostri interessi… quasi sempre.</p>
<blockquote><p>Non facciamo caso al pettirosso che becca un mirtillo come invece facciamo quando il volatile visita il nostro ciliegio preferito, e la volpe si aggira nei campi soltanto quando siamo lontani.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80176" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Quante cose accadono mentre non siamo lì, non siamo presenti! Eppure sono proprio queste le cose che dovremmo sforzarci di raccontare. Come? Tornando a immergerci, a scrutare l’orizzonte, a percepire i rumori, a scomparire nel giallo o nel verdastro dei campi. Bacche – cibi delle fate. Se ne mangi nulla sarà più come prima, sarai perduta, perduta! Per sempre incantata dagli esseri del crepuscolo, che intrecciano nodi nei crini del cavalli e cavalcano lepri. Quegli stessi esseri che si aggirano tra i megaliti di cui nessuno sa più cosa fare, se non scattare una fotografia. Quegli esseri che aspettano nei miei boschi, sull’Appennino, anche se nessuno ci crede. Raccolgo i frutti, li assaggio, mi perdo con consapevolezza.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80178" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg" alt="" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Lanyon Quoit non è lontano, ma sotto il sole del mezzogiorno è una conquista: io e mia madre pranziamo lì. Siamo sole per un po’. I turisti sono nei villaggi pittoreschi dei pescatori, sulle spiagge, nei locali della costa – le dico che è normale: anche quando ho viaggiato nelle regioni più a nord e interne della Cornovaglia ho incontrato poca gente. Certo le persone arrivano a piccoli gruppi durante la giornata, spesso in auto e per pochi minuti. Non si paga un biglietto. A volte penso sia questo, in una società distorta dove il valore è dato dal costo, non dall’esperienza, a rendere un posto poco invitante. Arrivano due coppie di stranieri, poi una famiglia locale con il cestino del pic-nic. Noi vorremmo raggiungere Mên an Tol, la pietra forata, il monumento megalitico più singolare della zona, che sappiamo non molto distante. Potremmo riprendere la strada asfaltata, ma cerchiamo la scorciatoia nella brughiera, che vediamo indicata sulla nostra cartina topografica.</p>
<p>Una coppia francese ci soccorre: vengono proprio da lì. Ci indicano la direzione, ci dicono che sì, c’è una specie di sentiero, sommerso dalla sterpaglia. Ci avviamo ed è una piccola avventura. Il paesaggio sembra sempre uguale a se stesso e racconto a mia madre che i folletti che abbondano nei negozi di souvenir, quali portachiavi o calamite, i pixie, piskie, pesky, pigsy, e via dicendo, non sono affatto innocui  omini, buoni come ricordo delle vacanze: è qui che vivono, dispettosi e irascibili, mimetizzati, pronti a condurre fuori strada il viaggiatore che incautamente metta il piede sulla loro zolla. Io ho i miei amuleti, le dico, scuotendo i braccialetti, e quindi a noi non succederà niente. Mia madre scuote la testa, rassegnata. Arriviamo al rudere della vecchia miniera di Ding Dong: sotto la torre, in una buca nella pietra hanno gettato di tutto fra lattine e confezioni di plastica. Qualche cornacchia svolazza, chissà se prova rabbia verso di noi. Molto distante scorgiamo la sagoma di un cairn, un’antica tomba, ma è tardi e non pensiamo di raggiungerlo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80179" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg 767w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-768x1025.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-250x334.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-160x214.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2.jpeg 1199w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Ci sono tre sentieri striminziti dietro la miniera – mia madre conduce decisa, seguendo la sua cartina. Attraversiamo altri sterpi, un piccolo fosso segnalato sulla mappa. E in pochi minuti –la pietra forata. Una giovane coppia di francesi si aggira per lì. Li guardo: lei è incinta e a me viene un sorriso. Mên an Tol, che significa proprio “pietra forata”, è formato dai resti di un monumento dell’Età del Bronzo, forse era una vera a propria struttura, un tempio o una tomba, di cui la pietra poteva essere l’ingresso. Ma la verità è che non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è quello che ho letto tanti anni fa nei testi di Mircea Eliade sulla storia delle religioni e in altri libri di tradizioni celtiche. Passare attraverso la pietra per nove volte, con un giro antiorario, garantiva alle donne di restare incinta o di portare a termine felicemente la loro gravidanza, ed era un atto curativo per varie malattie, soprattutto deformità e rachitismo. Vado a memoria, ma non credo di sbagliare. La pietra rinsalda, fortifica, fissa e aggiusta quanto è fragile. Salutiamo la coppia. Quando restiamo sole passo anch’io per il foro e così fa mia madre. La giornata è splendida, l’orizzonte ampio, siamo nel passato ancestrale dell’umanità ed esco dai miei libri, dalle suggestioni che mi hanno guidato fin qui, esco, metaforicamente, come rinascendo dal foro in una pietra circolare. Dimentico quello che so. Cerco quello che sono e dove le due realtà si incrociano. Da una parte della pietra questa brughiera sollevata che si estende in una coda fino agli scogli e all’oceano e rovi di more ai margini; dall’altra una lamponaia sepolta, dei faggi magici, un bosco che a volte risuona come le onde, lassù, nel centro dell’Appennino.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80182" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-768x1024.jpeg" alt="" width="445" height="593" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 445px) 100vw, 445px" /></p>
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		<title>Poesie per farsi coraggio e per ricordarsi che non si è un esubero nel mercato mondiale</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2015 11:49:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Giuliano Scabia, Bobo Rondelli, Manuela Dago, Cesare Basile, Mariangela Gualtieri, Francesca Matteoni, Alberto Prunetti, Massimo Giangrande, Elisa Biagini, Marco Simonelli, Compagnia Archivio Zeta, Compagnia Teatro Patalò, Fabio Franzin, Pino Marino, Peppe Voltarelli, Emilio Rentocchini, Umberto Maria Giardini, Oscar De Summa, Claudio Carboni, Carlo Maver, Vanni Santoni, Alessandro Raveggi sono i primi poeti,scrittori, attori, musicisti, cantautori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giuliano Scabia, Bobo Rondelli, Manuela Dago, Cesare Basile, Mariangela Gualtieri, Francesca Matteoni, Alberto Prunetti, Massimo Giangrande, Elisa Biagini, Marco Simonelli, Compagnia Archivio Zeta, Compagnia Teatro Patalò, Fabio Franzin, Pino Marino, Peppe Voltarelli, Emilio Rentocchini, Umberto Maria Giardini, Oscar De Summa, Claudio Carboni, Carlo Maver, Vanni Santoni, Alessandro Raveggi </strong>sono i primi poeti,scrittori, attori, musicisti, cantautori che hanno accettato il nostro invito ad incontrare gli operai e gli abitanti dell&#8217;Alta Valle del Reno in questo momento di grande crisi.</p>
<p><strong>La situazione:</strong></p>
<p>L’Alta Valle del Reno, realtà montana nella provincia di Bologna che comprende vari comuni, sta vivendo un periodo di gravissima difficoltà: dopo la chiusura del<strong> punto nascita dell’ospedale di Porretta Terme</strong>, la <strong>chiusura del Tribunale</strong>, continue difficoltà di collegamento lungo la <strong>tratta ferroviaria Porretta-Bologna</strong>, la <strong>crisi delle Terme</strong> –comparto essenziale per la vita non solo economica e sociale ma anche identitaria della zona – arrivano preoccupanti notizie dalle fabbriche locali come <strong>Metalcastello</strong> e la storica <strong>Demm. A queste notizie si aggiunge l&#8217;annuncio, risalente a fine novembre, di </strong><strong>Philips Saeco</strong> di Gaggio Montano, <strong> ditta specializzata nella produzione di macchine da caffè, di </strong><strong>oltre 240 esuberi. Esuberi che significano </strong>243 vite, 243 lavoratori della Saeco, acquisita da Philips nel 2009, spaventati dalla prospettiva di un futuro incerto e oscuro. Purtroppo nonostante le intercessioni del Governo, la multinazionale non ha riveduto le proprie posizioni,confermando gli esuberi e non ha neppure manifestato l&#8217;intenzione di presentare un piano di rilancio di un prodotto italiano che dà lavoro a tutta la comunità. A Gaggio Montano i dipendenti sono in presidio permanente; una mobilitazione che va avanti dallo scorso 26 novembre con il sostegno dei sindaci della montagna, i cittadini della zona.</p>
<p>SassiScritti, <strong>associazione apartitica</strong> affiliata ad Arci, non  può  e non vuole  rimanere in silenzio, il nostro lavoro inizia in queste valli, si nutre della bellezza ruvida dei borghi e della dignità dei suoi abitanti.</p>
<p>E occupandoci ormai da anni di portare i linguaggi dell&#8217;arte in luoghi “ai margini”, ci è sembrato importante ribadire il valore della poesia e dell&#8217;arte soprattutto in momenti d&#8217;emergenza, in cui idee nichilistiche sembrano oscurare i progetti.</p>
<p><strong>Crediamo in una repubblica ideale fondata sulle parole, una lingua  che possa  ridare forza alla coscienza pubblica, a un linguaggio che non resta inerte ma che  rilancia sempre di nuovo il senso dello stare insieme.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quello che proponiamo:</strong></p>
<p>Abbiamo chiesto a tutte le realtà artistiche interessate di creare un cartellone di appuntamenti che siano da sostegno al presidio attualmente organizzato dai lavoratori e dal sindacato davanti alla <strong>Philips Saeco (stabilimento loc. Torretta)</strong>. Un sostegno non solo simbolico a tutte queste realtà in crisi ma anche  morale e concreto. Una vicinanza a coloro che stanno vivendo un momento di difficoltà, un momento fatto di freddo, preoccupazione, senso di smarrimento. <strong><em>Poesie per farsi coraggio</em> in  questi giorni  sfiancati dal pessimismo e dalla solitudine.</strong></p>
<p>A queste sensazioni e a questi pensieri, che tutti i lavoratori della cultura purtroppo conoscono bene, l’arte può dare risposte forti. La musica, la letteratura, il teatro, la poesia, possono diventare non solo spazio di confronto e momento di conforto ai lavoratori, ma anche e soprattutto amplificatore a livello locale e sovralocale di unione e di forza, di pacifica ma determinata voglia di avere risposte che siano rispettose dei diritti e della dignità delle persone.</p>
<p>Intendiamo dunque dare vita a un calendario mutevole e vivo di incontri insieme a tutti coloro che lo desiderino, semplicemente coordinando le forze in modo da non disperderle, dando un aiuto logistico e soprattutto di comunicazione – qualcosa che è parte del nostro lavoro quotidiano e che mettiamo a disposizione della nostra valle con entusiasmo e voglia di vicinanza.</p>
<p>Ad ora tante sono state le adesioni, totalmente gratuite, che dimostrano la grande generosità degli artisti che hanno “risposto sì” al nostro invito.</p>
<p>Iniziamo<strong> Domenica 20 dicembre alle 21</strong> con un piccolo live acustico del cantautore <strong>Pino Marino</strong> che si terrà davanti al presidio di <strong>Gaggio Montano (Bo), loc. Torretta.</strong></p>
<p><strong>In allegato il calendario dei primi appuntamenti, un programma sempre in movimento di piccoli incontri, letture, live, che prevederà anche la realizzazione di una maratona artistica (in data ancora da definire) ideata dall&#8217;associazione. Un calendario “in emergenza” vicino a un comunità che non si vuole arrendere.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Info:</strong></p>
<p>Per seguire le nostre iniziative vi invitiamo a seguire <strong>l&#8217;hastag #poesieperfarsicoraggio; </strong></p>
<p>adesioni e comunicazioni saranno lette e vagliate scrivendo a  <strong>sassiscritti@gmail.com</strong></p>
<p>Il calendario aggiornato su sassiscritti.wordpress.com e su <strong>fb:<a href="https://www.facebook.com/LimportanzaDiEsserePiccoli/">SassiScritti &#8211; L&#8217;importanza di essere piccoli</a></strong></p>
<p><strong><a href="https://www.facebook.com/events/537360683086732/">L&#8217;EVENTO SU FACEBOOK</a></strong></p>
<p>GRAZIE!</p>
<p><strong>Associazione SassiScritti </strong></p>
<p>Daria Balducelli: 349 3690407/ Azzurra D&#8217;Agostino :349 5311807</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tre montagne</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/11/15/le-montagne-sono-bambini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2015 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Fusta Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Luca Picconi]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Meschiari]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Bianco]]></category>
		<category><![CDATA[montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Meschiari La donna e il cacciatore salirono a Ospitale, a Croce Arcana, svalicarono il crinale, scesero nelle regioni deserte ed entrarono nel castagneto. Il verde era liquido, i rovi sembravano alghe. Sara vide Enrico e il cacciatore le disse, guarda, è lui, ecco, spogliati, sciogliti i vestiti, va’ da lui. Sara sciolse i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Matteo Meschiari</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/11/15/le-montagne-sono-bambini/tre-montagne/" rel="attachment wp-att-58075"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-58075" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/tre-montagne-200x300.jpg" alt="tre-montagne" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/tre-montagne-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/11/tre-montagne.jpg 427w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em>La donna e il cacciatore salirono a Ospitale, a Croce Arcana, svalicarono il crinale, scesero nelle regioni deserte ed entrarono nel castagneto. Il verde era liquido, i rovi sembravano alghe.</p>
<p>Sara vide Enrico e il cacciatore le disse, guarda, è lui, ecco, spogliati, sciogliti i vestiti, va’ da lui.</p>
<p>Sara sciolse i vestiti, ed Enrico giacque su di lei. Per ore rimase su di lei, e lei lo abbracciava con forza, non respingeva il suo ardore, gli regalava tutto quello che sapeva.</p>
<p>Il verde era liquido, i rovi sembravano alghe, il seno era nudo, i fianchi battevano come onde.</p>
<p>Quando Enrico fu sazio guardò indietro, sopra la spalla. I merli schioccavano lontani, i daini intimiditi si nascondevano, nessun animale era sceso. Il castagneto, stanco, era un ciuffo di alberi vuoti.</p>
<p>Enrico guardò sopra la spalla, vide i castagni, ma quelli che vide erano alberi senza valore, il verde non era liquido, la donna sotto di lui era burro, molle, come il mare a Livorno.</p>
<p>Si alzò, le gambe erano dure. Perché questo silenzio? La forza del bosco si era sciolta come brina. Cos’era questo silenzio?</p>
<p>Enrico guarda la Sara che comincia a vestirsi, vede la donna nell’erba, le chiede di parlare. La Sara gli parlò.</p>
<p>Chinati verso di me, ascolta. Perché ti ostini a cercarli? Vedi? Non tornano a bere con te. I merli schioccano lontano, i daini intimiditi hanno paura del tuo odore. Perché vuoi mangiare con loro? Sono bestie. Ecco, tu sei un uomo, devi mangiare con gli uomini. Senti questo pane, bevi il vino rosso che ti manda Guglielmo. Giù a Fanano, nel villaggio dalle mille stalle, c’è lui, c’è l’uomo migliore del mondo, è Guglielmo, è forte come un toro selvaggio, tutti lo vogliono con sé.</p>
<p>Enrico ascoltava come chi ascolta le lodi di una donna. La ascoltava, perché voleva un amico, cercava qualcuno che potesse capirlo.</p>
<p>Sentimi Sara, portami da lui, voglio battere quest’uomo, vengo dai boschi, ho bevuto con gli animali, a Fanano crescerà il convolvolo, le mura di pietra crolleranno.</p>
<p>La Sara sorride, lo prende per mano, lo prende e lo porta via dai crinali.</p>
<p>Enrico si chinò sulla donna, le chiese di parlare.</p>
<p>Chi è questo Guglielmo, che faccia ha? Cos’è Fanano dalle torri come pollai e dalle donne che ti stringono con vigore? Chi è questo Guglielmo che sta sveglio nei letti degli altri e profuma di vino e formaggio? Portami da lui, vedremo se è più forte di Enrico.</p>
<p>La Sara sorride, lo porta giù dal crinale, gli mostra l’intreccio delle valli.</p>
<p>Vedi quella costa laggiù? Laggiù c’è Ospitale. E laggiù, dietro quel monte? Laggiù c’è Fanano, e a Fanano Guglielmo. Non cercare di competere con lui, lui ti aspetta. Questa notte farà un sogno, ti sognerà mentre scendi dalle montagne, domani sarà fermo in piazza, è là che ti aspetta. Non competere con Guglielmo, nessuno è più forte di lui.</p>
<p>Le ombre si allungavano tra le nevi. I boschi e i campi in pendio erano viola e scuri nella sera. Un vento gelato aveva spinto le cime, increspandole come onde.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questo frammento, rappresentativo di quella che mi sembra essere la scrittura particolarissima e molto bella di &#8220;Tre Montagne&#8221;, di Matteo Meschiari, è tratto dal secondo racconto della raccolta, Primo Appennino &#8211; Canovaccio di Piazza, e precisamente da (delizioso già questo): Tavola Seconda, 9. La civiltà di Sara.</em></p>
<p><em>Il libro è il secondo volume della collana dell&#8217;editore Fusta &#8220;bassastagione&#8221;, curata da Marino Magliani (e <span class="_5yl5">Fernando Guglielmo Castanar)</span>. Chi apprezza la scrittura di Magliani può secondo me apprezzare con ogni probabilità anche quella di Matteo Meschiari.</em></p>
<p><em>Qui sotto riporto un passo della postfazione di Gian Luca Picconi (Un deserto di segni: proustfazione geoanarchica):</em></p>
<p>2. Tre montagne si presenta come un trittico di racconti. Nel primo, Svernamento, un vecchio – così chiamato per tutta la narrazione – si accinge a una arrampicata, tra ricordi, descrizioni, paesaggi e frammenti di un taccuino. Da subito va detto che in uno studioso di paesaggio come Meschiari, diversamente da quanto ci si potrebbe attendere, le descrizioni di paesaggio non vanno assolutamente nella direzione di frammenti e squarci lirici che inframmezzano l’azione, secondo la misura classica della descrizione di paesaggio nel romanzo ot-tocentesco e novecentesco. Piuttosto, gli elementi descrittivi mostrano una sorta di autonomia ed evidenza del paesaggio che trascende la funzionalità di corrispettivo o correlativo delle emozioni dei personaggi: il paesaggio è dato, deleuzianamente, come se fosse lui a guardare i personaggi, e non come se ne fosse guardato. La base stilistica è la terza persona di un narratore esterno, ma a momenti la voce precipita nella prima persona, e questa mescolanza di istanze di enunciazione sembra quasi realizzare un passaggio dalla rappresentazione di un soggetto forte alla costruzione di una soggettività diffusa, che si fa carico, attraverso le varie posizioni della voce, di realizzare una correlato oggettivo dell’io autoriale. Ma il paesaggio non fa parte di questo correlato oggettivo: anzi, vi si oppone quasi, in una sua autonoma e assoluta potenza di essere sfida l’uomo ad esistere, guardandolo da fuori.</p>
<p>Nel secondo testo, Primo appennino, sorta di oratorio teatrale, una riconoscibilissima riscrittura dell’epopea di Gilgamesh ambientata nell’Appennino modenese (di cui Meschiari è originario) fa muovere Gilgamesh ed Enkidu al tempo dei partigiani. La scelta della struttura teatrale sembra impiegata con il fine di creare un enunciatore collettivo, simboleggiato nella figura del coro, e superato dialetticamente o comunque sussunto dalla dinamica degli spazi della vicenda; la scelta del mito dovrebbe dimostrare come il funzionamento della mente umana si basi su una serie di invarianti: se ne desume che la mente dell’uomo è abitata e modellata dal paesaggio; è una mente che, direbbe Meschiari, «si fa paesaggio».</p>
<p>Il terzo racconto, Pace nella valle, narra un’uscita a caccia di un uomo e del padre. L’enunciazione slitta continuamente dalla prima singolare (dell’uomo, e del padre, in quanto narratore di secondo grado) alla prima plurale. C’è, dietro questa problematizzazione della voce che la variabilità delle istanze di enunciazione produce, l’idea di enunciatore complesso.</p>
<p>Un passaggio dall’individualità solitaria del primo dei racconti – sempre in procinto di cancellarsi, presentandosi alla lettura come già scomposta e diffratta – alla capacità di dire noi dell’ultimo racconto induce a credere che Meschiari abbia voluto mostrare la parabola di una narrazione come sorta di dispositivo epico di costruzione di un’identità collettiva e comunitaria, parzialmente mutuato, anche nell’uso della prima persona plurale – in una personale declinazione tragica, tuttavia – da autori come Atzeni, Maggiani, Chamoiseau, Derek Walcott. Ma si tratta forse di una parabola a ritroso: dal vecchio, agli uomini adulti, al bambino, il punto di partenza è il punto di arrivo e in tutte e tre le storie l’unico elemento con cui veramente fare i conti fino in fondo è la morte. La conquista del noi è una conquista tragica, o che si basa su una determinazione tragica. Il minimo e sobrio sogno/desiderio di comunità sociale che Meschiari affida alla narrazione è sempre destinato a infrangersi contro la dimensione della morte. La morte è la sanzione di tutto ciò che il narratore può raccontare, direbbe Benjamin: una lezione da Meschiari appresa nel profondo, e applicata di seguito anche alla vita in comune: epica dunque, ma secondo una sua formulazione potentemente tragica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>E per finire riprendo dal risvolto anche la biografia dell&#8217;autore:</em></p>
<p><strong>Matteo Meschiari</strong> (Modena 1968) è autore di saggi e testi letterari. Professore di Antropologia e Geografia all’Università di Palermo, ha studiato il paesaggio in letteratura (in particolare Campana, Biamonti e la Linea ligustica) e svolge ricerche sullo spazio percepito e vissuto in ambito europeo ed extraeuropeo. Ha formulato la Landscape Mind Theory, con cui sostiene che la mente dell’uomo è geneticamente e culturalmente paesaggistica, e ha proposto nuovi modelli interpretativi per l’arte paleolitica franco-cantabrica. La Wilderness, la città e il camminare sono al centro della sua scrittura. Scrive regolarmente su <em>pleistocity.blogspot.it</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;importanza di essere piccoli. Quinta edizione, 3 -6 agosto 2015</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2015 11:10:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[appennino]]></category>
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		<category><![CDATA[cantautori]]></category>
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		<category><![CDATA[montagna]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo. P. Celan, Microliti, ed. Zandonai &#160; PROGRAMMA Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito e si svolgono a partire dalle ore 21:00  Lunedì 3 agosto, ospiti dell&#8217;affascinante castello neogotico Manservisi di Castelluccio (Porretta Terme) dentro un grande parco con alberi secolari e che si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-55623" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/limportanza-di-essere-picc.jpeg" alt="l'importanza-di-essere-picc" width="453" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/limportanza-di-essere-picc.jpeg 453w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/07/limportanza-di-essere-picc-212x300.jpeg 212w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" />La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo.</em><br />
P. Celan, <em>Microliti, </em>ed. Zandonai</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><u>PROGRAMMA</u></strong></p>
<p><strong><u>Tutti gli eventi sono a ingresso gratuito e si svolgono a partire dalle ore 21:00</u></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><u> </u><strong>Lunedì 3 agosto</strong>, ospiti dell&#8217;affascinante castello neogotico<strong> Manservisi </strong>di<strong> Castelluccio (Porretta Terme) </strong>dentro un grande parco con alberi secolari e che si estende fino <strong>al Museo Laborantes</strong>, il più grande Museo etnografico della montagna bolognese<strong>, </strong>due “regine” del panorama cantautorale e poetico nazionale, <strong>Cristina Donà</strong> e <strong>Elisa Biagini,</strong>  condivideranno per la prima volta il palco regalando al pubblico una raffinata serata tutta al femminile. Con la sua “parola verticale”, sfrondata da ogni elemento ridondate, e per questo motivo ancor più incisiva e limpida, la poetessa fiorentina annoderà i suoi versi con l&#8217;eco e il respiro delle voci di Paul Celan e Emily Dickinson. Un dialogo elettivo e sentimentale composto da versi taglienti affacciati “ai bordi” della vita e sempre tesi verso l&#8217;altro da sé. Dopo l&#8217;ascolto della poesia sarà la volta del live acustico di <strong>Cristina Donà, </strong>uno dei talenti più cristallini e influenti emersi alla fine del millennio dalla nuova scena milanese e poi decollata, grazie al suo talento vocale e al valore poetico dei suoi testi, verso un successo internazionale. Per <em>L&#8217;importanza di essere piccoli </em>sarà accompagnata dal compositore, arrangiatore multistrumentista <strong>Saverio Lanza, </strong>anche produttore dell&#8217;ultimo album <em>Così vicin</em>i, un disco delicato e potente composto da canzoni intime e “vicine”, adatte a una condivisione ravvicinata e più intima.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei giorni del festival nascono dei legami che durante l&#8217;anno continuano a crescere e a ramificarsi, per questo motivo <strong>martedì 4 agosto</strong> saranno di nuovo gli ampi e assolati campi del circolo culturale ippico <strong>Scaialbengo di Castel di Casio </strong>ad ospitare <strong>Francesco Di Bella </strong>e<strong> Guido Catalano. </strong>Il clima gioviale e semplice dell&#8217;associazione che fa vivere allo stato brado i suoi cavalli, ben si addice con l&#8217;entropia di <strong>Guido Catalano</strong> tra i poeti più irriverenti, odiati-amati e letti degli ultimi anni. Le ultime due raccolte di poesie,<em>Ti amo ma posso spiegarti e Piuttosto che morire m&#8217;ammazzo </em>edite da Miraggi Edizioni, hanno venduto circa 18.000 copie e la sua fan page è seguita da quasi 20.000 persone. «Le poesie che fanno ridere di cuore e di pancia, e i r<strong>eading  memorabili lo confermano come uno </strong><strong>degli autori che riesce di più ai coinvolgere il pubblico.» Se C</strong>atalano il rock l&#8217;ha portato tra i suoi versi,  <strong>Francesco Di Bella,</strong> nel suo progressivo allontanamento dai <em>24 Grana</em>, gruppo che assieme a <em>99 Posse</em> e <em>Almamegretta</em> ha rappresentato il meglio della scena musicale napoletana negli anni ’90, si è invece ritirato dai ritmi punk elettronici della band in una dimensione più intima dedicandosi alla composizione pura. La sua voce appassionata e dolente chiuderà la serata attraverso un viaggio nella Napoli settecentesca in cui, tra gioielli sconosciuti scoperti in decine di vinili-capolavoro, confluiranno, anche dei brani  più famosi dei <strong>24 Grana</strong>. Nasce così  <strong>Francesco Di Bella &amp; Ballads Cafè</strong> che accompagnerà gli spettatori nel centro della notte, con le sue canzoni ipnotiche dal suono corposo e inebriante.</p>
<p style="text-align: justify;">Vivere il margine non solo geograficamente ma anche nell&#8217;uso di lingue smarrite e in disuso, sono tra i temi cari al festival che quest&#8217;anno focalizza la sua attenzione sulla poesia dialettale ospitando tre autori che  attraverso questa lingua “povera” riescono a raccontare in modo autentico la vita. <strong>Mercoledì 5</strong> il poeta veneto <strong>Longega</strong> e la romagnola <strong>Teodorani</strong> daranno vita a una lettura incentrata sulla musicalità della parola  nel borgo di Castagno di Piteccio, data che conferma  la volontà del comune di Pistoia,  partner del festival  dal 2014, di rafforzare il legame tra Toscana e Emilia Romagna. La chiarezza e schiettezza dei versi di Annalisa  Teodorani,  paragonata ad «un meteorite precipitato sul parterre della poesia italiana», ricordano quelli di Tonino Guerra, di cui è da molti considerata erede. Dalla pastosità “amabile” della lingua di Santarcangelo all&#8217;ariosità del veneto di Andrea Longega, un autore che fila e tesse le parole con la cura dei lavori artigianali, un mestiere che richiede tempo e pazienza e che riconduce il lettore a una giusta dimensione, più piccola e malinconica. <em>Primo lustro</em> è il suo libro più recente, da poco uscito per <a href="http://nerviedizioni.it/chi-siamo/">Nervi Edizioni</a>, casa editrice di Fabio Donalisio, Francesco Targhetta e Marco Scarpa, che presenteranno proprio in questa serata il loro progetto editoriale. La tiratura di ogni volumetto è di cento copie, ognuna caratterizzata da una attenta lavorazione, curata nella scelta dei titoli e nell&#8217;estetica dei formati.  «L&#8217;idea di tornare a fare libri partendo da scelte semplici ma consapevoli: un&#8217;impaginazione elegante, la scelta di un carattere ben leggibile e piacevole alla vista, e una cura nell&#8217;assemblare tutto questo» sono, dalle parole degli editori, il valore di questo progetto. Una poetica aderente a quella del festival che quest&#8217;anno ha deciso di ospitare la casa editrice dando visibilità a un mestiere nobile e antico. La serata si concluderà con il live acustico di <em><strong>Roberto Dellera,</strong></em><em> bassista degli <strong>Afterhours</strong>, un originale folletto, vintage e psichedelico, che si muove attraverso epoche e stili con brillante disinvoltura.» </em>Dopo il sorprendente debutto da solista,<em> Colonna sonora originale </em>(2012),  Dellera ritorna con il secondo albulm <em>Stare bene è pericoloso,</em> un disco di rock&#8217;n&#8217;roll e, in quanto tale, contiene vari elementi: dal pop al rock, dalla psichedelia, al folk e al jazz ma soprattutto lo spirito della musica popolare moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">Per l&#8217;ultimo  appuntamento di <strong>giovedì 6 agosto </strong>si salirà verso uno dei luoghi più antichi dell&#8217;Appennino, l&#8217;antica pieve romanica della Rocca di Roffeno, nel comprensorio del comune di Vergato. Un piccolo curatissimo borgo immerso nel silenzio, tra ortensie e gerani, in grado di incantare con la semplice e robusta architettura tipica della montagna. L&#8217;Abbazia, sorta nel X secolo per dare ristoro ai viandanti, ospiterà la lettura  del terzo poeta dialettale <strong>Emilio Rentocchini,</strong> di Sassuolo (Modena); di lui sulle pagine del <em>Corriere della Sera </em>Giovanni Giudici  ha scritto: «Rentocchini ci offre nella sua ricca tematica un dono di poesia antica e nuova: il coraggio della malinconia; la vanità delle imprese umane».  Dialetto in forma di sonetti che rivelano una  grande tecnica allacciata a una profonda ricerca dentro l&#8217;animo umano, approfondimento che rivela una moralità  che si manifesta dentro la materialità delle cose. E se Rentocchini è stato anche  definito &#8220;un virtuoso della musica per parole&#8221;, sarà il cantautorato  di alta qualità a concludere il festival con l&#8217;omaggio ai grandi autori e compositori italiani interpretati da <strong>Diodato</strong>.  <em>A Ritrovar Bellezza </em>è il disco con cui Diodato omaggia quegli artisti che con le loro opere, a cavallo degli anni &#8217;60, hanno reso grande la musica italiana nel mondo. Come Diodato stesso racconta “Queste canzoni ci appartengono, ancora ci raccontanoe sono in grado di ricordarci di quanta forza e bellezza siamo ancora capaci.” La voce intensa e le originali riletture di &#8216;grandi classici&#8217;, oltre al talento dimostrato nelle composizioni originali, hanno portato Diodato all&#8217;attenzione nazionale prima grazie al successo ottenuto al 64esimo Festival di Sanremo e quindi attraverso la costante presenza nelle puntate domenicali della scorsa stagione di &#8220;Che Fuori Tempo Che Fa&#8221;, parte conclusiva del programma di Fabio Fazio in onda su Rai 3.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;">Anche quest&#8217;anno poi il festival presenterà una serie di <strong>creazioni originali</strong> e uniche da parte di vari artisti e artigiani che hanno realizzato opere specifiche per l’evento. <strong>Borse</strong> in lino e cotone cucite a mano, abbinate a una <strong>chiocciolina</strong> di stoffa imbottita che riprende il tema dell&#8217;immagine di questa V edizione sono la proposta di <strong>Carohandmade</strong>, una creativa della provincia di Livorno che ha preparato una serie ridottissima di questi oggetti unici il cui acquisto darà una parte dei proventi a sostegno del festival. Ritroveremo poi i ‘<strong>miniquadri’</strong> di <strong>Cifone</strong>, al secolo Simone De Berardinis, di cui il fumettista <strong>Maicol Rocchetti</strong> (il noto autore degli ‘Scarabocchi animati’ di maicol&amp;mirko) ha detto “Cifone è uno dei più grandi artisti che mi è capitato di conoscere. La potenza dei suoi disegni, dei suoi modellini di cartone e delle sue foto ricordo è devastante. Cifone riesce a stupirmi da ormai trent&#8217;anni. Le sue cose sono sempre vere, giuste, entusiasmanti, commoventi. Soprattutto non sono mai una truffa”. Saranno presenti poi i <strong>taccuini</strong> cuciti a mano della ditta artigiana <strong>13sedicesimi</strong> di Torino, che pensa, disegna, stampa e rilega meravigliosi quaderni che per il festival riportano in copertina alcuni versi di Amelia Rosselli, tratti dal poemetto ‘La libellula, panegirico della libertà’. Gli stessi versi, ovvero: “Io non so cosa voglio, tu non sai/ chi sei, e siamo quasi pari” sono impressi su una serie di magliette realizzate dalla ditta <strong>Macron</strong> di Crespellano (BO) su generoso dono dell’Hotel Helvetia Thermal Spa di Porretta Terme.  Verranno inoltre presentati inoltre alcuni esemplari di <strong>poster d&#8217;arte</strong> numerati, pezzi unici realizzati appositamente secondo le antiche modalità di lavoro tipografico dalla tipografia d&#8217;arte bolognese <strong>Anonima Impressori</strong>. Tutti questi specialissimi piccoli grandi oggetti verranno proposti al pubblico in una raccolta fondi a sostegno delle attività del festival.</p>
<p>Ad arricchire la rassegna saranno presenti i due bookshop della libreria “L&#8217; Arcobaleno” di Porretta e de “LO SPAZIO di via dell&#8217;ospizio” di Pistoia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><u>INFO</u></strong></p>
<p><a href="http://www.sassiscritti.wordpress.com/">www.sassiscritti.wordpress.com</a></p>
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<p>fb: L&#8217;importanzaDiEsserePiccoli</p>
<p>mob:  349 3690407 | 349 5311807</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ufficio stampa SassiScritti: </strong><strong>Daria Balducelli </strong>mob. 349 3690407; <a href="mailto:d.balducelli@gmail.com">d.balducelli@gmail.com</a></p>
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		<title>Da &#8220;Canti di un luogo abbandonato&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Dec 2014 12:59:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Azzurra D&#8217;Agostino Chi era qui, chi zappava e mungeva chi insomma c&#8217;era non l&#8217;avrebbe voluto il crollo del fienile e neanche, inutile dire, questo scrostarsi di pareti, la gramigna tra le fessure del selciato e tutto sommato il mondo l&#8217;intero mondo spopolato. Il mondo quello lì, che c&#8217;era e pensava alla primavera come a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Azzurra D&#8217;Agostino</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/05/suolo-1-titolo-provvisorio-pardini/images-28/" rel="attachment wp-att-49998"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49998" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg" alt="images" width="147" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images.jpg 147w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/images-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" /></a></p>
<p>Chi era qui, chi zappava e mungeva<br />
chi insomma c&#8217;era non l&#8217;avrebbe voluto<br />
il crollo del fienile e neanche, inutile dire,<br />
questo scrostarsi di pareti, la gramigna<br />
tra le fessure del selciato e tutto sommato il mondo<br />
l&#8217;intero mondo spopolato. Il mondo quello lì, che c&#8217;era<br />
e pensava alla primavera come a una promessa,<br />
la terra del campo spessa come una preghiera.<br />
<span id="more-50032"></span></p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto questo verde, le foglie piccole, i gambi, i fili d&#8217;erba<br />
e poi pistilli e corolle che nell&#8217;alba sono ancora tutti bagnati<br />
di buio e tengono gli occhi chiusi, nel fermo di un silenzio<br />
come dopo una febbre. Saperli che esistono. Che si ammorbidiscono<br />
nella luce che schiara, che riconoscono il volto della primavera,<br />
dell&#8217;estate. Il verde, le piante, come una pittura, come essere ancora<br />
e sempre nella giovinezza, delicati della delicatezza di uno stelo, di una gemma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sui crinali dice nei posti segreti e laterali le dorsali dei monti prima dei ponti e dei ponteggi<br />
dei vagheggi e delle parole in quel tempo senza ancora cenno di parola o di senno o di giusto<br />
là sotto il fusto del nespolo, del nocciolo. Dice che là, tutto solo, s&#8217;è trovato un osso di balena<br />
cavo e liscio, misteriosissima polena di questa prua del mondo, qui dove quello che adesso svetta<br />
e emerge che si sparge come fecondo bosco o frutteto, qui che è una vetta da cui lontano<br />
se c&#8217;è il sole se è terso si può vedere il mare si può immaginare di saltare e salpare con lo sguardo<br />
dalle nevi al bordo dell&#8217;adriatico. Acquatico, subacqueo anzi, era quello che ora ci si para dinnanzi.<br />
Questo monte a cui salire era fondale buio, disabitato. Qualche creatura dell&#8217;abisso forse l&#8217;ha visitato<br />
in un silenzio assoluto, e freddo, in quel mare primordiale, in quel tempo a noi inospitale<br />
in quel mondo inabitabile e micidiale. Troppa, troppa vita. La storia del mondo in potenza.<br />
Tutto che succedeva e che poteva fare senza di noi. Se c&#8217;era un tuono era la voce degli dei.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><strong>Il libro <em>Canti di un luogo abbandonato</em> (Sassiscritti, 2013) e notizie del progetto completo si possono trovare qui:</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.azzurradagostino.wix.com">www.azzurradagostino.wix.com</a></strong></p>
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		<title>Nuovi autismi 21 &#8211; Mia madre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 May 2012 12:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alpinismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Mia madre ogni tanto muore, perché a novant’anni passati è abbastanza frequente morire. Poi però in genere resuscita. Insomma, finora è sempre resuscitata. Ricomincia a dire follie, ricomincia a andare al cinema. È appassionata di cinema, vede tutti i film che escono, compresi quelli che non sembrerebbero i più adatti per una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/12/nuovi-autismi-21-mia-madre/nedjarmichel_senzatitolo1993/" rel="attachment wp-att-42449"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-42449" title="nedjarmichel_senzatitolo1993" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/nedjarmichel_senzatitolo1993-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/nedjarmichel_senzatitolo1993-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/nedjarmichel_senzatitolo1993.jpg 288w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a>Mia madre ogni tanto muore, perché a novant’anni passati è abbastanza frequente morire. Poi però in genere resuscita. Insomma, finora è sempre resuscitata. Ricomincia a dire follie, ricomincia a andare al cinema. È appassionata di cinema, vede tutti i film che escono, compresi quelli che non sembrerebbero i più adatti per una signora di novanta e passa anni. E se la stai a ascoltare te li racconta nei minimi dettagli. Ogni tanto fa un po’ di confusione, perché non è mai stata una persona molto precisa, ma insomma prova a raccontarteli pur sempre dalla a alla zeta. Se non stai più che attento ti spiffera nei più minuti dettagli anche la fine, il che può darti sui nervi, soprattutto quando quel film intendevi vederlo anche tu. Del resto mia madre è la persona in assoluto più capace di darmi sui nervi. Dopo averteli raccontati li giudica con un tono sicuro del fatto suo: sentenzia se sono più o meno belli, se vale o meno la pena vederli. Se ha già visto tutto va a una conferenza, a un concerto di  musica classica, o passa semplicemente un momento alla sede della Società degli Alpinisti. Più o meno fino agli ottant’anni partecipava anche alle loro escursioni domenicali, comprese quelle molto impegnative – nei passaggi più difficili c’era sempre qualche giovane alpinista disposto a assicurarla e aiutarla &#8211; mentre adesso si limita a salire le scale che portano alla sede cittadina, dove trova sempre qualcuno con cui fare due chiacchiere. Di preferenza si intrattiene con gente molto più giovane di lei, perché non ha mai amato i vecchi. Qualche volta porta una crostata che ha fatto con le sue mani, qualche altra una bottiglia di vino bianco. Oppure passa da una sua amica, o da un’altra sua amica, o da un amico. O anche va a giocare a carte, o alla biblioteca comunale, che resta aperta fino a tardi. Tutto questo anche quando piove o nevica, anche quando è buio e fa molto freddo, e io personalmente non metterei fuori il naso di casa nemmeno se mi puntassero una pistola alla tempia. È una di quelle persone che non riescono a stare ferme, devono sempre fare qualcosa, dire qualcosa, andare da qualche parte. Credo che sia per quello che mio padre aveva sempre quell’espressione un po’ sofferente, quel tipico stiramento della bocca e degli occhi di quando il tramestio che ti circonda ti dà la nausea. Lui però è morto ormai da diversi anni: lei adesso può andare in giro impunemente. Qualche volta va anche a sciare. Teoricamente ha smesso qualche anno fa, ma se ogni tanto uno dei miei fratelli la porta è contentissima, e pur cercando di dissimularlo è eccitata come una bambina. Mia madre ha amato lo sci più di qualsiasi altra cosa o persona, un amore violento e dispotico, e appunto per certi versi immortale. Ha cominciato nella tenerissima infanzia, e per tutta la vita ha sempre sciato molto, ma dopo i settant’anni c’è stata un’ulteriore recrudescenza. Ogni anno dichiarava con una faccia affranta e con la voce tremante che molto probabilmente era la sua ultima stagione, e allora preferiva approfittarne. E davvero ci dava dentro: con i miei fratelli, o più spesso con amiche più giovani che guidavano l’auto e la allietavano con la loro età più giovane. Su di lei incombeva questa terribile sciagura: il giorno in cui avrebbe dovuto smettere di sciare. Ne parlava come si parla dell’ineluttabile fine della persona che ci preme di più, alla quale non sappiamo se potremo sopravvivere. Questo frenetico andazzo sciistico è durato più o meno un ventennio. Ha smesso quando è morta la prima volta, e ci ha messo molti mesi a riprendersi. Dello sci non ha più parlato, come non parla mai delle amiche e delle altre persone che non ci sono più. Nemmeno una parola: era come se lo sci e tutti gli annessi e connessi non fossero mai esistiti. Forse proprio per questo è ancora molto presente, come succede con gli spettri più temibili. Adesso &#8211; intendo quando eccezionalmente i miei fratelli la portano con loro &#8211; non scia più come una volta, ma scia comunque meglio di quanto cammini, perché in fondo per uno che ci è abituato è molto più semplice assecondare il moto discendente degli sci, anche quando la pendenza è molto elevata, che camminare. Io, che sono nato per così dire con gli sci ai piedi, ho smesso di sciare a quattordici anni, per motivi ideologici, a cui sono subentrate remore ecologiche e paesaggistiche, l’ho accompagnata solo una volta. Salendo in seggiovia, una di quelle seggiovie doppie dove ci si parla fissando il paesaggio montano devastato appunto dagli impianti di risalita, mi ha detto che gli altri sciatori la guardavano come se fosse una mummia, un po’ le dava fastidio. Io le ho ribattuto che si metteva in mente, la guardavano ammirati: e comunque non doveva occuparsi degli altri sciatori. Qualche anno prima era diventata cieca, e allora non poteva più sciare, e tanto meno leggere. Veniva nella città dove sto io a farsi curare con delle tecniche all’avanguardia, ma ci vedeva sempre meno: neanche parlarne di leggere. Per lei era un autentico dramma, perché la sua seconda passione dopo lo sci è la lettura. Non poteva sciare, e non poteva leggere. Invece di arrendersi s’è iscritta alla associazione dei non vedenti, e quindi a casa sua è cominciato un intenso via vai di audiolibri. Io prima non lo sapevo, ma i non vedenti sono molto  organizzati, e grazie a una rete di volontari hanno la versione audio perfino dei romanzi più recenti. Lei aveva sempre qualche difficoltà con le cassette che si incastravano nell’apparecchio, o semplicemente si mescolavano nella scatola di cartone utilizzata per la spedizione, perché appunto non è una persona molto ordinata, pur essendosi sforzata per tutta la vita di provare il contrario, però insomma poteva ascoltare i romanzi dei suoi autori preferiti, come anche scoprire scrittori nuovi: era un grande sollievo. Se le davi retta ti raccontava la trama dell’ultimo audiolibro e te ne dava il suo inappellabile giudizio. Come molti altri ciechi andava anche al cinema, e commentava i film che aveva solo sentito. Poi invece ha inspiegabilmente ricuperato la vista. I medici dicevano che qualche volta capita. Certo non ci vedeva come prima, ma abbastanza per sciare, e con degli occhiali speciali poteva di nuovo leggere, seppure lentamente: era molto contenta. Davvero raggiante, perché a parte i libri a lei piace leggere anche i quotidiani, e per i quotidiani non ci sono cassette. Ha ricominciato a scomparire nelle pagine del Corriere della Sera, visto che è sempre stata molto minuta, e con l’età s’è ulteriormente striminzita. Però la notte ascolta ancora gli audiolibri: ormai s’è abituata anche a quelli. Ha ricominciato pure a guidare, e quindi si aveva sempre un po’ paura che facesse secco qualche pedone, anche se ormai si limitava ai percorsi brevi per andare al supermercato o dal calzolaio. Ogni due anni andava da un ottico specializzato in queste cose, e in cambio di qualche centinaio di euro otteneva un certificato medico comprovante che ci vedeva come un’aquila. L’hanno scorso per fortuna hanno cambiato la legge, e non le hanno più rinnovato la patente. Quindi adesso si muove solo in autobus, e c’è sempre qualche problema di orari o di fermata giusta, perché non è che con l’età uno diventi più ordinato. Lei sostiene che il suo biglietto elettronico è illimitato, ma se ho capito bene si tratta semplicemente di corse prepagate. Quando è stanca prende un taxi, e poi questiona con il tassista perché dice che la volta prima ha pagato di meno. Con l’età è diventata più avara, come spesso succede ai vecchi. Del resto la sua pensione e la reversibilità di quella di mio padre non sono poi così alte, ogni anno si assottigliano un pochino, mentre i prezzi crescono. Uno dei suoi temi preferiti, dopo la montagna e i film e i libri, è il tempo, il tempo atmosferico, ma in realtà parlare del tempo è un trucco come un altro per non abbordare le faccende intime. Quando io da qualche migliaio di chilometri di distanza al telefono le chiedo come va,  lei mi descrive nel dettaglio che tempo fa e che tempo ha fatto i giorni precedenti. Poi mi chiede che tempo c’è dove sono io, e io non le rispondo. Anche la settimana scorsa è quasi morta: al pronto soccorso le domandavano chi era, mi ha raccontato mio fratello, e lei proprio non sapeva rispondere. Li guardava con un’espressione un po’ divertita, e scuotendo un po’ la testa, come quando si ha la data parola sulla punta della lingua, ma proprio non ce se la ricorda. Alcune parole le venivano fuori impastate, altre rimanevano anche quelle incastrate nelle sinapsi dei neuroni. Poi però la mattina dopo ha cominciato a lamentarsi con un linguaggio appropriato dell’ospedale e ha voluto che le comprassero due quotidiani. L’avevano messa in geriatria, ma lei non sopporta i vecchi, non li ha mai sopportati: voleva andare a casa. Al telefono mi ha raccontato la faccenda del pronto soccorso con un tono come se fosse una cosa divertente, ma si intuiva che in realtà un po’ si vergognava. Poi mi ha parlato come sempre del tempo.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Michel Nedjar, senza titolo, 1993)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>UN LOGO PER LE DOLOMITI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Dec 2010 08:00:46 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-37415" title="Logo-Dolomiti-Unesco" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1-300x229.jpg" alt="" width="226" height="172" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/Logo-Dolomiti-Unesco1.jpg 433w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" /></a></p>
<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Il logo prescelto per le Dolomiti assurte a Patrimonio dell’Umanità non piace. E in effetti è brutto forte. Quella frammentazione geometrica delle pareti è più metropolitana che dolomitica: quasi impossibile non vederci dei grattacieli, resi ancora più nevrastenici dal cielo scarlatto sul quale si stagliano. Molti professionisti o habitué della montagna, noti o meno noti, sono insorti. Il presidente della Associazione Italiani Pubblicitari ha dichiarato che la valutazione delle quattrocento proposte è stata fatta da persone che di grafica non ci acchiappano nulla, la magagna sta lì. E quindi propone che la sua Associazione, di cui en passant ci ricorda la certificazione (ISO 9001), abbia voce in capitolo. Io non sarei così certo <span id="more-37410"></span>che sia solo una questione di dimestichezza con le tecniche e i saperi dei grafici, certificati o meno. Il problema di fondo, mi sembra, è capire cosa significano per noi queste benedette rocce che alla bella età di duecentotrenta milioni di anni, portati superbamente, hanno ricevuto la consacrazione olimpica dell’Unesco. O meglio, provare a metterci d’accordo su cosa sono. A dire la verità non mi sembra un’impresa facilissima.</p>
<p>Le Dolomiti non sono un posto dove si va a abitare, dove ci si stabilisce. Grappoli di giovani europei saturi di urbanità migrano verso l’Ardèche e altre aree ad alta naturalità, dove allevano capre e fanno spuntare cavolfiori biologici, non verso le Dolomiti. Coppie di anziani nordici mettono le infreddolite radici nell’Algarve o in Provenza, non sulle Dolomiti. La gente scappa anzi da molte contrade dolomitiche, come da tante altre zone delle Alpi: più sono piccoli, più i paesini si svuotano (a rigore di logica dovrebbe essere il contrario: il valore aggiunto dovrebbe essere maggiore), più agonizzano. Troppo isolati, troppo carenti di infrastrutture, troppo lontani dalle città (le dirette antagoniste!). Nemmeno le droghe e l’alcolismo, entrambi molto diffusi, riescono a fare barriera. Resistono beni i centri più grandi e più opulenti, quelli che di dolomitico non hanno in fondo proprio niente, che sono anzi una caricatura a fini turistici delle Dolomiti. Se si leva lo sci invernale, che di dolomitico sensu strictu ha solo i fondali, in molte zone tira aria di crisi. Crisi anche esistenziale, non solo economica. E in fondo perfino il grande alpinismo, che le ha tanto corteggiate e vezzeggiate in passato, contribuendo a costruire poco a poco l’immagine attuale, le vede al meglio come una magnifica palestra, con quel rispetto vagamente sufficiente per le donne che da giovani sono state molto belle, e che hanno ora forse troppi amichetti. Adesso i migliori scalatori migrano stagionalmente sull’Himalaya, dove le sfide mantengono il carattere epico che qui s’è perso. A ben guardare le pareti dolomitiche le attaccano oggi gli alpinisti non tanto bravi, i dilettanti. I vorrei ma non posso.</p>
<p>Come tutte i beni di questo nostro mondo che sembra aver seppellito per sempre gli afflati collettivistici e egualitari, anche le Dolomiti sono in vendita. Possiamo per esempio comprarcene, se ce lo possiamo permettere, un pezzetto di una settimana. In estate, o in inverno, in quota o più bassini, come preferiamo. Senza vista, se siamo un po’ tirati. Se invece siamo dei ricconi sfondati possiamo metterci in tasca un’invidiabile fettona, sotto forma di una villaccia a Cortina, dove a ogni vacanza potremo frequentare i prestigiosi proprietari delle adiacenti villacce (tutti vestiti da montagna, come in una festa in maschera a tema). Se siamo messi molto peggio non ci resta che ripiegare su frammentini più risicati: un fine settimana in rifugio, o magari in tenda, qualche istantaneo mordi e fuggi. Per chi abita nei paraggi, è ancora un’ottima soluzione. Se siamo degli immigrati non ci restano, temo, che le cucine e i locali delle scope, sperando di non essere pagati in nero. Fermo restando che possiamo incolonnarci pur sempre anche noi nei serpenti estivi di veicoli che scavallano a passo d’uomo (quando va bene) i passi più famosi. Anche quello è un modo di conoscere e di amare le Dolomiti, è anzi quello di gran lunga più popolare. Chi può dire che scollinare su un torpedone a due piani o sul proprio veicolo sia meno emozionante che arrivare boccheggianti su una cengia, che sorseggiare un salatissimo (parlo del costo) e affollato cappuccino sia meno struggente di un desueto pranzo al sacco con le uova sode? Se vogliamo essere coerenti, e applicare gli stessi criteri che usiamo per esempio per i libri e i programmi televisivi, dove a decidere sono ormai solo le classifiche delle vendite e l’Auditel, quello è anzi il modo migliore, il più auspicabile.</p>
<p>Certo ci sono ancora frotte di puristi che affrontano le Dolomiti con l’austera costanza immagazzinata nelle gambe e nelle braccia, insofferenti degli eccessi di rumorosità e degli sfoggi vestimentari, e più che perplessi degli arroganti carosellamenti sciistici, non voglio dire il contrario. Io stesso ne faccio parte. Immaginiamoci però di mettere uno di questi ascetici atleti, arrivato pur sempre non lontanissimo dalle vette con un mezzo climatizzato e provvisto di sistema di georeferenziazione satellitare, e foderato di ogni ben di dio tessile e microelettronico, di fronte a uno qualsiasi dei suoi antenati, che usavano salpare dalle città pedemontane a piedi o in bicicletta, con pesantissime corde di canapa attorcigliate al costato: ci farebbe la figura di un viziato damerino, incapace di battersi a armi pari. Si sa, tutto è relativo.</p>
<p>Per certi versi potremmo dire – talmente sono diversi i modi che abbiamo di percepirle e di rapportarci con esse – che le Dolomiti non esistono. E invece esistono eccome, e abbiamo tutti bisogno, ciascuno a modo suo, che esistano: le amiamo. Sono come Pompei, la pizza, Babbo Natale. Sono insomma un mito, e come tutti i miti hanno una natura intrinsecamente vaga, e quel che è peggio alla mercé dei tempi. Questo mito, ci insegnano gli specialisti, ha una nascita piuttosto recente &#8211; soprattutto se rapportato all’età geologica delle interessate -, ha avuto una crescita lenta e costante, fino arrivare ai fasti attuali. E adesso, proprio mentre riceve la consacrazione dell’Unesco, constatiamo noi, vive forse un po’ troppo sugli allori passati. Lo troveremo un logo che lo rappresenti, un logo che ci metta tutti d’accordo? Un logo che parli – l’etimologia greca della parola viene da lì &#8211; in qualche modo di un futuro possibile? L’autobus a due piani che si disgaggia a fatica da un ingorgo alpino? Una funivia con sullo sfondo un aeroplano low cost? Un pacchetto di euro che scivola leggero sulla neve? Quel che è certo che lo struggente scarpone di cuoio e la stella alpina, che molti di noi hanno nel cuore, sono ormai improponibili.</p>
<p><em>[questo pezzo è apparso sui quotidiani &#8220;Trentino&#8221; e &#8220;Alto Adige&#8221; del 05.12.10]</em></p>
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		<title>L’ossessione dell’Eiger</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 07:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Pezzini]]></category>
		<category><![CDATA[alpinismo]]></category>
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		<category><![CDATA[John Harlin Jr.]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alberto Pezzini John Harlin Jr., L’ossessione dell’Eiger, Cda &#038; Vivalda Editori, 2008, pagg. 320, euro 25,00, trad. di Mirella Tenderini. Viene da pensare a quello che Elio Vittorini disse a Cesare Pavese quando ricevette da questi Paesi Tuoi. Era il giugno del 1941 e Vittorini disse all’uomo officina della Einaudi che occorrevano tre o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/copertina.jpg" alt="" title="copertina" width="120" height="188" class="alignnone size-full wp-image-13004" />  di <strong>Alberto Pezzini</strong></p>
<p><strong>John Harlin Jr.</strong>, <em>L’ossessione dell’Eiger</em>, <a href="http://www.cdavivalda.it/Products/Letteratura_d.lasso?nav=n2&#038;keyID=683">Cda &#038; Vivalda Editori</a>, 2008, pagg. 320, euro 25,00, trad. di Mirella Tenderini.</p>
<p>Viene da pensare a quello che Elio Vittorini disse a Cesare Pavese quando ricevette da questi Paesi Tuoi. Era il giugno del 1941 e Vittorini disse all’uomo officina della Einaudi che occorrevano tre o quattro libri così all’anno per sfatare tutti quei pregiudizi secolari  posti alla base dei falsi libri.<br />
Se c’è un libro di montagna bello ed assoluto, per l’anno 2008, è questo. La storia di John Harlin e della sua famiglia narrata in prima persona dal figlio Junior. <span id="more-13003"></span><br />
Non è un libro di ricordi classico. Non ci sarebbe stato posto per un uomo come John Harlin. Amico di Gary Hemming, audace fino alla sconsideratezza, ardito quanto inquieto, uomo di punta di una nuova visione della montagna negli anni ’60. Scala per primo la parete sud del Fou e poi fa due vie dirette sulla Ovest del Dru. Si allontana poi da Hemming e comincia a sognare soltanto l’Eiger, la montagna più problematica ed interiore di tutte le Alpi. L’Eiger è una montagna assoluta, dove salgono soltanto gli dei o gli sciamani. Non gli alpinisti normali chè ci possono morire. Per questo motivo Harlin se ne innamora perdutamente. E’ un amore sventurato, il suo. Coinvolge da vicino ed anzi travolge tutta la sua famiglia. La moglie Marilyn Miler, ed i due bambini, John ed Andréa.<br />
“Subirete enormi pressioni per conformarvi agli altri, per cambiare il vostro percorso con un altro, per seguire quello più comodo. Non fatelo. Siate sempre fedeli ai vostri sogni”. Questo è quanto ricorda di John Harlin padre, detto il Dio Biondo, Bruce Bordett, un suo allievo di quando faceva l’insegnante di educazione fisica a Leysin in Svizzera.<br />
Fu per questo motivo che John Harlin non rinunciò mai all’Eiger. A costo della sua vita e del suo sogno.<br />
La parte dedicata ai suoi rapporti con Hemming è spassosa come è giusto che sia stata la vita dei primi alpinisti americani a tutto tondo negli anni 60’ in un parco a dismisura come quello delle Alpi. Sembravano una coppia di coniugi in perenne lite e tormento. Tranne unirsi come fanno tutte le coppie di età quando le difficoltà lo richiedono. Hemming rimproverava ad Harlin i ceppi del matrimonio e della vita borghese nonchè il fatto che non arrampicasse secondo una tecnica impeccabile su roccia. Harlin, invece, gli rimproverava la sua inesperienza ed il fatto che Hemming non fosse a suo agio sulla neve e ghiaccio. Di sicuro c’è che quei due americani, così diversi fisicamente ma così affini nel profondo della loro interiorità consumata da un drago in perenne estasi, portarono una vita nuova sulle Alpi durante gli anni ’60. Il loro fu un alpinismo magico, intriso di una ricerca del bello e della novità in senso assoluto. Harlin voleva scalare l’Eiger con la tecnica della “goccia d’acqua”. Una via diretta in maniera perfetta. Un capolavoro sulla roccia dell’impossibile. Una camminata sulla gola dell’assoluto guardando la morte negli occhi verdi che le sorridono quando ti piglia per la gola.<br />
Quando si ruppe la corda, nel 1966, Harlin lasciava una moglie bellissima, e due figli bambini. John aveva nove anni.<br />
Da questo momento il libro si incardina dentro un viaggio interiore che non ha eguali e non trova coincidenza alcuna in altri libri di montagna. Di qui inizia la strada verso la ricerca di cosa spinga un uomo a mettere in pericolo la propria vita. E di cosa ci sia dopo, per chi resta.<br />
Nell’introduzione al libro, tradotto da Mirella Tenderini con un italiano brillante come stelle su ghiaccio, la traduttrice ci dice che è forse la prima volta in cui un alpinista faccia <em>outing </em> in questo senso. Il termine è brutto, suona ancora meno bene ma può far capire la forza dirompente di una rivelazione fuori dai canoni a cui ci hanno abituati.<br />
Harlin Jr. ci porta per mano, senza paura di soffrire, all’interno della sua vita familiare. Quella dopo la tragedia. La madre e la sorella vengono viste senza veli. In presa diretta anche se con tatto e dolcezza psicologica. Ciò non toglie che Harlin ci dica come sia andata. Ci dice che le sue donne non hanno mai accettato la morte del marito e del padre. E che questi sembrava continuare a vivere insieme a loro. Soprattutto la sorella visse la morte del padre come un tradimento. Grande rabbia e grande amarezza per essere stata abbandonata a metà del guado.<br />
John Jr. sembra vivere in maniera più preziosa la morte del padre. Fa tesoro di quello che gli può avergli lasciato. Comincia a sciare, partecipa tante volte al trofeo Topolino, e cerca di prendere la montagna alla lontana. Cerca di capire perché suo padre fosse un animale assetato di montagna tanto da giocare con delle sirene che possono apparire fari assurdi agli altri uomini. Fari senza luce. A quelli di pianura che non conoscano la “fratellanza della corda”.<br />
Capisce crescendo che la sua catarsi interiore, la sua definitiva liberazione, non avrebbe mai potuto prescindere dalla scalata dell’Eiger, quella maledetta montagna che aveva disarticolato il padre. Spaccandone il corpo e maciullandolo come una marionetta di carne trafitta da milleduecento metri di caduta verticale. Ironia della sorte, a goccia d’acqua.<br />
Un’eredità pesantissima da trasportare sulla propria vita. E’ come l’anello di Frodo. Sai di portare addosso un tesoro che ti perderà se non saprai liberartene al momento giusto.<br />
Comincia quindi ad arrampicare in Nord America, dove si pensa che le vette siano meno acuminate delle Alpi. Cerca sempre di circumnavigare la sospettosità e l’inquietudine di sua madre già bruciata una volta come un’indiana dal fuoco.<br />
Comincia anche a scrivere. Oggi John Harlin Jr. dirige l’Alpine American Journal, la bibbia delle riviste di montagna americane. Anche per le dimensioni da <em>infolio</em>. E’ strano che la scrittura sia così compagna ed ancora più sorella di cordata dell’alpinismo. Forse perché lo scrivere equivale sempre a compiere un viaggio dentro quello che di più antico e primitivo si cela dentro alcuni anfratti interiori. Difficili da raggiungere come alcune vette innevate.<br />
Per Harlin Jr. scrivere diventa quindi un’occupazione fissa, un lavoro retribuito ed un modo per gettare un ponte sicuro e professionale tra la scalata e la vita di tutti i giorni. Un modo per distillare l’incubo quotidiano di una perdita costante. Una forma di antidoto capace di mitridatizzarla ogni giorno. La grande capacità terapeutica della scrittura a muso duro. Quel calarsi dentro di noi senza corde e con uno scheletro accanto.<br />
L’alpinismo è una delle manifestazioni nobili dell’uomo. L’ascensione è ascesa verso l’alto, è ascesi liberatoria. Forse è per questo che Harlin Jr. riesce a mettere in luce, isolandola, la definizione più toccante e più vera dell’alpinista in due pagine secche come ghiaccioli d’inverno: “Il vero alpinista segue il canto delle sirene perché ama danzare con loro e si illude di poter sfuggire alla loro stretta”.<br />
L’illusione è forse ciò che suo padre non riuscì a vincere. Fu una sirena talmente dolce da farlo perdere. Ma Harlin Jr. – e qui sta la bellezza del libro – ci dice anche che c’è un altro modo per diventare alpinisti: la passione per la bellezza della natura.<br />
E’ quella pulsione lontana e vicina per cui l’alpinista vuole a tutti i costi trovarsi al centro della natura per toccarla. Non vuole guardarla dalla finestra di uno chalet, vuole scalarla, la Natura. Ma c’è anche un mucchio di divertimento.<br />
La vita di Harlin Jr. sembra condannata ad essere soltanto quella del figlio del vero John Harlin. La IMAX, però, società che ha creato uno spettacolo originale consistente nella proiezione su maxi schermi di filmati d’avventura girati alla bisogna, gli commissiona la scalata dell’Eiger.<br />
E’ il momento verità che un uomo aspetta per una vita intera.<br />
Harlin Jr. si rende conto che ormai non può più rifiutare quello spettro ed accetta dopo aver superato la madre e la moglie ed i loro sentimenti di paura, terrore puro, ed amore ancora una volta ferito. La salita deve essere compiuta in sicurezza assoluta ed anzi avrà la piccola figlia Siena come spettatrice.<br />
Il figlio si libera del mostro scegliendo di guardare dentro gli occhi che videro il padre cadere. E’ una liberazione, un salto definitivo verso la luce e sopra un mondo folto di un buio denso come liquido.<br />
E’ il segno che un’attesa di vita si è consumata in bene e che il liquido denso della paura si trasformerà in una sostanza volatile. Infinitamente più leggera da portare.<br />
Scrive il libro e sembra che le sirene della montagna gli abbiano indicato una via di luce misteriosa. Quasi una fonte miracolosa da cui prendere a piene mani. Ciò che fa di questo libro un pezzo unico resta però quel dramma interiore vissuto per una vita. Sempre con un pensiero condiviso da una famiglia e subito da alcuni. Questo è un libro confessione. Una denuncia di ciò che l’alpinismo chiede a chi sta vicino alla persona che avverte le sirene dentro di sé. Una vita di sacrificio e di attesa.<br />
<em>L’ombra della montagna</em> non è un concetto astratto.<br />
E’ una realtà di vita che non lascia scampo a chi subisce una certa scelta e non ha armi per rifiutarla o in qualche modo cercare di batterla. Non c’è razionalità che tenga per i compagni dei fratelli di cordata. C’è attesa, malinconia serale continua, e poche cose da dire ai bambini quando le sirene si tramutano in orchi esigenti.<br />
Di solito un alpinista si dice sia un grande, inguaribile egocentrico. E questo è il dilemma. A volte è difficile perdonare una passione che non guarda in faccia alla famiglia. Qui Harlin Jr. ci lascia una grande testimonianza di verità senza timori e scacciando tutte le paure dell’alpinista moderno. Che non è più soltanto quella di cadere e morire. E’ quella di lasciare la famiglia nuda, spoglia di un padre e di un marito. Questo seme di dubbio comincia a dirci che una rivoluzione profonda è ormai sorta nell’alpinismo attuale. Lo spostamento verso il compagno ed i figli. Il tentativo difficile da morire di far coesistere una passione che divora i suoi figli ed il senso caloroso della famiglia. E’ la fissazione di un principio che prima nessuno ha mai avuto le palle di mettere sotto processo, o di denunciare pubblicamente. E’ un maledetto rovello, il vero problema dell’alpinista, quello che forse non si riuscirà mai a risolvere se non a prezzo di sacrificare l’alpinista all’uomo che preferisce scrivere e vivere in sicurezza assoluta ciò che può donargli una quiete silenziosa come certe vette soltanto. Lassù in alto c’è il vento. Ma l’uomo sa imparare. Anche a costo di uccidere le sirene.<br />
Però questo vale forse soltanto per chi ha udito le sirene uccidergli un padre. E per la sua vita – dopo – ha voluto crearsi una giustificazione capace di farlo dormire al riparo da quei canti così insidiosi. Soprattutto di notte. C’è voluto tutta una vita. La montagna è comunque sempre, per chi la pratica e per chi gli è compagno, una lunga attesa.</p>
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