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	<title>mosca &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mots-clés___Soviet Mode</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Feb 2019 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[fatalismo]]></category>
		<category><![CDATA[immagini di città]]></category>
		<category><![CDATA[jonas bendiksen]]></category>
		<category><![CDATA[michelle gurevich]]></category>
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		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[Soviet Mode di Ornella Tajani Michelle Gurevich, Russian Romance &#8211;&#62; play ___ ___ da Walter Benjamin, Immagini di città, a cura di Enrico Ganni, Torino, Einaudi, 2007. &#8220;Mosca&#8221;, pp.34-35. [&#8230;] Che niente riesca proprio come era stato progettato e come ci si aspettava, quest&#8217;ovvio portato della realtà, si impone qui in ogni singolo caso così ineluttabilmente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Soviet Mode</strong><br />
di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p style="text-align: right;">Michelle Gurevich, <em>Russian Romance</em> &#8211;&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=_n4eVWOxOBM">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_77499" aria-describedby="caption-attachment-77499" style="width: 655px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-77499 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/jonas-Jonas-Bendiksen.jpeg" alt="" width="655" height="438" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/jonas-Jonas-Bendiksen.jpeg 655w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/jonas-Jonas-Bendiksen-300x201.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/jonas-Jonas-Bendiksen-250x167.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/jonas-Jonas-Bendiksen-200x134.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/jonas-Jonas-Bendiksen-160x107.jpeg 160w" sizes="(max-width: 655px) 100vw, 655px" /><figcaption id="caption-attachment-77499" class="wp-caption-text">Swimmers, Sukhum, Republic of Abkhazia, 2005 ph. Jonas Bendiksen</figcaption></figure>
<p>___</p>
<p>da Walter Benjamin, <em>Immagini di città, </em>a cura di Enrico Ganni, Torino, Einaudi, 2007.<br />
&#8220;Mosca&#8221;, pp.34-35.</p>
<p>[&#8230;] Che niente riesca proprio come era stato progettato e come ci si aspettava, quest&#8217;ovvio portato della realtà, si impone qui in ogni singolo caso così ineluttabilmente e così prepotentemente da rendere comprensibile l&#8217;atteggiamento fatalista dei russi. E quando a poco a poco si fa strada nella vita collettiva un tentativo di razionalizzazione, ciò, almeno inizialmente, non fa che complicare la situazione. (In una famiglia che disponga solo di candele si è provvisti meglio che non dove c&#8217;è un impianto elettrico la cui alimentazione però è continuamente disturbata). Nemmeno nella capitale della Russia c&#8217;è, malgrado ogni «razionalizzazione», il senso di un valore del tempo. Il Trud, l&#8217;istituto sindacale del lavoro, a mezzo di manifesti murali ha condotto, sotto la direzione di Gast&#8217;ev, una campagna per la puntualità. Da allora si è assistito a Mosca a una proliferazione di orologiai. Essi si sono concentrati, quasi si trattasse di una corporazione medievale, in certe strade, al Kuzneckij <em>most</em>, nella <em>ulitza</em> Gercena. Ci si domanda a cosa veramente possano servire. «Il tempo è denaro»: per accreditare una parola d&#8217;ordine così strana si è fatto ricorso, nei manifesti, persino all&#8217;autorità di Lenin. Tanto una tale mentalità è estranea ai russi. Su tutto prevale il loro istinto giocoso. (Si arriverebbe a dire che per loro i minuti sono come un elisir di cui non sono mai sazi, che il tempo li inebria). Se, ad esempio, per la strada si gira la scena di un film, essi dimenticano perché e dove vanno, si accodano alla troupe per delle ore e arrivano al lavoro frastornati. Nella gestione del tempo il russo resterà fino all&#8217;ultimo «asiatico».</p>
<p>Una volta avevo bisogno di esser svegliato alle sette: «Domani chiamatemi alle sette». Questo provocò nello <em>svejcar</em> &#8211; così si chiamano qui i portieri &#8211; il seguente monologo shakespeariano: «Se ci ricorderemo, La sveglieremo; se però non ci ricorderemo allora non la sveglieremo. In verità, di solito ci ricordiamo, e quindi in tal caso chiamiamo. È vero, qualche volta succede che ci dimentichiamo se non ci pensiamo. Allora non svegliamo. Un obbligo vero e proprio non c&#8217;è, ma se ci viene in mente al momento giusto allora lo facciamo. Dunque, a che ora vuole essere svegliato? Alle sette? Ecco, adesso lo scrivo; vede, il biglietto lo metto qua. Così lo troveranno. Naturalmente, se non se ne accorgeranno non La sveglieranno. Ma per lo più noi chiamiamo».<br />
L&#8217;unità di tempo fondamentale è qui lo <em>sieicias</em>, cioè, il «subito». A seconda dei casi si può sentirselo dire dieci, venti, trenta volte, ma poi bisogna rassegnarsi a lasciar trascorrere ore, giorni e settimane prima che ciò che era stato assicurato in quel modo si verifichi. Così, non è in genere facile che ci si senta rispondere «no». La risposta negativa resta affidata al tempo. Catastrofi e collisioni temporali sono quindi all&#8217;ordine del giorno, così come i «remont». Essi rendono ricca ogni ora, pieno ogni giorno, un lampo ogni vita. [&#8230;]</p>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un&#8217;espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell&#8217;autore o dell&#8217;autrice proponenti.]</p>
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		<title>Lune di miele</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2016 06:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Tonti]]></category>
		<category><![CDATA[Candice Bergen]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri ravvicinati di tutti i tipi]]></category>
		<category><![CDATA[Leningrado]]></category>
		<category><![CDATA[mosca]]></category>
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					<description><![CDATA[(proseguono gli Incontri ravvicinati di tutti i tipi. Questo è un po&#8217; lungo, ma ne vale la pena arrivare fino in fondo. G.B.) di Alberto Tonti Seduto al tavolo da disegno nella zona dedicata agli ingegneri e agli architetti del Ministero all’Idraulica ad Algeri, attraverso una enorme vetrata che divide a metà l’open-space, incrocio per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/aeroflot.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-59470" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/aeroflot.jpg" alt="aeroflot" width="473" height="430" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/aeroflot.jpg 473w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/aeroflot-300x273.jpg 300w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></a>(<em>proseguono gli</em> <strong>Incontri ravvicinati di tutti i tipi</strong>. <em>Questo è un po&#8217; lungo, ma ne vale la pena arrivare fino in fondo. G.B.</em>)</p>
<p>di <strong>Alberto Tonti</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Seduto al tavolo da disegno nella zona dedicata agli ingegneri e agli architetti del Ministero all’Idraulica ad Algeri, attraverso una enorme vetrata che divide a metà l’open-space, incrocio per la prima volta lo sguardo dell’interprete russa che diventerà mia moglie. Irina Korsakova è alta, bionda, con gli occhi grigi e le labbra imbronciate, parla lentamente con il direttore del dipartimento e, ogni tanto, mi guarda come di sfuggita, ma non è così e io lo so. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Mi sta guardando perché le piaccio, già mi ama, ha deciso di vivere tutta la vita con me, se solo riuscissi a conoscerla potrebbe essere mia per sempre.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">A ben vedere non è un vero e proprio colpo di fulmine ma piuttosto una sfida che mi spinge a concepire una serie di mosse per raggiungere l’obiettivo: i bigliettini, le mezze frasi in francese nei corridoi, il primo incontro di nascosto al mercato di Kouba, l’amore nell’appartamento dell’amica Valentina, la promessa di matrimonio. Tutto succede in un mese, sono frastornato e felice, alla faccia della delegazione sovietica.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il contratto di Irina scade il 15 di ottobre, deve rientrare a Mosca e trovare il coraggio di comunicare ai genitori che si è innamorata di un italiano, che intende sposarlo e che, naturalmente, vuole andare a vivere con lui. E’ figlia unica, suo fratello gemello è morto durante il parto, Olga e Dimitri non hanno che lei e per lei stravedono, non sarà facile. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Passano lunghi mesi di tante lettere e qualche telefonata: la lingua è il francese che lei parla e scrive benissimo, che io parlo e scrivo malissimo. La storia che affascina me, spaventa lei. Irina più di una volta mi ha avvertito delle difficoltà che dovremo affrontare: un’infinità di carte da raccogliere a Mosca, i permessi dell’ambasciata italiana, la lontananza, le culture così diverse, e poi sarà vero amore? Siamo sicuri che ciò che è stato deciso lo vogliamo tutti e due fino in fondo? Non sento ragioni, ribatto punto per punto, sono pronto, deciso a tutto, questo matrimonio s’ha da fare. Mi crogiolo nella ferma convinzione che non possa esistere amore più grande, più insolito, più affascinante di quello che sto vivendo e che mi appare più forte e struggente di qualsiasi altro vissuto in passato. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il volo Aeroflot SU 212 parte con quaranta minuti di ritardo ma è la prassi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Mi accomodo al centro dell’aereo, poltrona lato corridoio. Una ventina di chiassose ragazze americane invadono la cabina con borsoni, zaini, sacche militari, gridolini, risate, sudore e gioia di vivere. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">La più bella, l’unica bella, dopo aver trafficato coi bagagli, mi si siede vicino sorridente e mi offre un chewing gum.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Sono Patricia, americana di Santa Barbara, ma sto a Gstaad in Svizzera a studiare al Montesano Institut, ma sono stata anche a Milano Roma e, soprattutto, Firenze, tu come ti chiami?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Alberto, sono italiano di Milano, ma sto ad Algeri a fare l’architetto e vado a Mosca perché domani mi sposo”.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Nooo! Really? Con una russa? Tomorrow? Incredibile!”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Eh già!”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Fantastico e dove l’hai conosciuta tu?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Ad Algeri, era interprete nello stesso ministero dove io lavoro, l’avrò vista si e no cinque volte in tutto e abbiamo deciso di sposarci, un po’ una follia, no?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Perché una follia, dipende, se c’è l’amore… va bene anche così e poi è una storia bellissima: tu italiano, lei russa, incontrati ad Algeri, vai a Mosca per il matrimonio… sembra un film!”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Patricia parla, parla, parla. In tre ore e mezzo di volo racconta quasi tutta la sua vita. Io, pian piano, entro nei suoi bellissimi occhi, ammiro le labbra perfette, vengo inebriato dall’alito al peppermint, navigo cullato dalla voce rauca, poi mi accorgo che vorrei carezzarle i lucidi capelli biondi, prenderle la mano, stringerla forte, baciarla dappertutto e, quando le ruote del Tupolev toccano la pista, non posso più fare a meno di lei. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Un colpo di fulmine, un altro, ma questo è fresco, brucia forte, inebetisce. Quando lei, carica come un mulo, si allontana verso la scaletta, subisco un’interminabile extrasistole, mi accascio sulla poltrona, sudo freddo, mi gira la testa. Non realizzo se sta succedendo per via meccanica o per via mentale, se il cuore dà i numeri per colpa del cervello o perché improvvisamente si è guastato e di lì a qualche secondo darà definitivamente forfait. Appena la farfalla smette di svolazzare e posso riprendere fiato, opto decisamente per la causa mentale, mi rialzo in piedi, recupero il bagaglio a mano e mi avvio, ancora malfermo, all’uscita. Anche se è marzo, Mosca segna meno dodici e la prima boccata d’aria scivola come un ghiacciolo dalla bocca alle viscere, l’umore secreto delle ghiandole lacrimali sembra cristallizzarsi, il naso e le orecchie si astengono dalla percezione di esistere, l’aritmia in confronto è stata una bazzecola. Impietrito, scendo i gradini come un robot, entro nel pullman, sorrido a Patricia e svengo, crollando come un castello di carte.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Andare in Russia con viaggio organizzato è molto più conveniente che decidere di farlo da battitore libero, perciò il volo di andata, l’albergo a Mosca, il treno per Leningrado che mi porterà in viaggio di nozze e il volo di ritorno fanno parte di un unico pacchetto. La differenza rispetto al programma è che, adesso, dentro quel pacchetto c’è anche Patricia.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Un tempo l’albergo doveva essere molto accogliente, ora odora di muffa e l’antica eleganza si è trasformata in una soffice e polverosa coltre che ricopre tutto: pavimenti, pareti, poltrone, letti, specchi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Steso su un enorme due piazze, prodigo di avvallamenti e grossi nodi di lana, medito sull’extrasistole, il gelo, la futura moglie ma, soprattutto, sulla fantastica californiana che ancora non sospetta nulla, che non può, neppure lontanamente, aver avuto sentore di cosa mi ha colpito in pieno petto e portato quasi in punto di morte. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Come può essere successo tutto ciò? Come può uno come me, seppure saltuariamente di tendenze libertine, arrivare a desiderare proprio adesso un’altra donna? Ora che sto per sposare una russa, come si fa ad innamorarsi di una yankee? Anche politicamente parlando sembra una bestemmia. Non ci si deve comportare così, bisogna assolutamente evitare altre occasioni d’incontro. Non sarà facile, certo, ma è opportuno, anzi vitale, mettercela tutta. E poi, diciamo la verità, un abisso le divide per cultura, per grazia, per dolcezza, per… per bellezza no, a dire il vero, e neppure per simpatia… però vuoi mettere tornare in Italia e poter dire a tutti gli amici “ti presento mia moglie russa” e tornare ad Algeri al braccio di colei che nessuno ha mai osato neppure sfiorare con un dito. Sono soddisfazioni. Le americane se le sposano tutti, che ci vuole: sono dozzinali, ignoranti, invadenti, sguaiate e col tempo ingrassano. Oddio se è per quello anche le russe non scherzano mica, comunque… non se ne parla nemmeno: la decisione è stata presa e basta!</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Nella hall Patricia c’è, assieme alle altre. Si avvicina per chiedermi come mi sento adesso e dove me ne vado di bello.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Meglio, grazie. Vado a casa della sposa a conoscere i parenti. Hanno preparato una piccola festa per la presentazione ufficiale.”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Exciting! Sei emozionato?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Direi di no, mi emoziono per altre cose.”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Per esempio?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">I tuoi occhi, per esempio.”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">C’mon, non prendermi in giro! Vai al tuo appuntamento e cerca di fare bella figura”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Cosa mi è venuto in mente? I tuoi occhi… mi avrà preso per scemo, un povero italiano imbecille che ci prova con una americana mentre va a conoscere i parenti della sposa, non sta né in cielo né in terra. E’ proprio vero che a volte le parole fuggono senza il permesso del cervello, difficile capire dove si nascondono e perché, improvvisamente, si prendono la libertà di saltar fuori. Un mistero glorioso.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Dentro il taxi peloso, di quel pelo orribile dei pupazzi che si vincono nei luna-park, si crepa di caldo. Consegno il biglietto con l’indirizzo, l’uomo mi guarda sorpreso, con una serie di parole incomprensibili e alcuni segni molto più chiari mi fa intendere che quella strada è molto lontana e lui vuole essere sicuro che io ci voglia proprio andare. Certo che ci voglio andare! Ci sono venuto apposta a Mosca. Che si dia una mossa, è già in ritardo. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">I colori principali sono solo tre: grigio, marrone e bianco. Un filtro lattiginoso e gelido allontana la realtà che scorre veloce al di là dei finestrini. I palazzi massicci e incombenti, tanto da dare la sensazione di non aver bisogno di fondazioni, fanno il paio con le persone che camminano lentamente. Gente resa goffa e ingombrante da strati di calzamaglia, pullover, giacconi, pellicce, guanti, sciarpe, enormi colbacchi. Orsi impacciati che sembrano andare a carbone, con tanto di vapore espulso dalle bocche, ad un ritmo cadenzato, bolso ma, allo stesso tempo, soffice, impalpabile. I vetri del taxi sono altrettanti schermi sui quali, per la prima volta, ho l’occasione di assistere a un film nuovo in multi-vision ma, da qualunque schermo mi arrivi l’immagine, la sensazione è che la scena sia sempre la stessa: grigia, marrone e bianca. Una cupezza senza fine che, se è possibile, si acuisce man mano che il taxi si allontana dal centro per inoltrarsi in sconfinate periferie con i toni dell’asfalto e del cemento smorzati da una pesantissima coltre di ghiaccio.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mosca.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-59475" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mosca.jpg" alt="mosca" width="719" height="357" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mosca.jpg 719w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/mosca-300x149.jpg 300w" sizes="(max-width: 719px) 100vw, 719px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Questa è mia madre Olga” dice Irina che in pochi mesi ha imparato bene l’italiano “ormai sai tutto di lei e questo è mio padre Dimitri, anche di lui sai tutto. Questo è mio cugino Vania, vive a Minsk ed è ingegnere minerario, ha fatto un lungo viaggio per essere qui con noi. Questa è mia zia Vera, è vedova da pochi mesi, suo marito è morto di cirrosi, forse è stato meglio così perché lei ne ha passate di tutti i colori. Questa è la mia amica Ludmilla, abbiamo fatto insieme l’università. Questo è Vladimir, nostro vicino di casa, eravamo fidanzati da ragazzi, adesso siamo solo buoni amici. Questa è Annuska, la più cara amica di mia madre, lei insegna canto ai bambini dell’asilo e appena può passa il resto del suo tempo qui in casa con noi. Questo è Andrei cugino di mio padre, lavorano assieme negli studi di montaggio della televisione, è bravissimo a ballare e a raccontare barzellette. Questo…”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">La stanza è piena di gente, tutti tirati a lucido, almeno così è nelle loro intenzioni. Sono sorridenti, affabili, affettuosi, nessuno escluso mi stringe forte e mi sbaciucchia ben bene: alla fine delle presentazioni ho le guance sporche di rossetto. Irina ride divertita e con un bel fazzoletto ricamato mi ripulisce delicatamente. Starebbe a me, adesso, dire qualcosa ma non sono mai stato un maestro. Usando il mio stentato francese biascico qualche parola di circostanza che Irina traduce letteralmente e tutti, all’unisono, annuiscono soddisfatti come se avessi pronunciato chissà quale straordinario discorso. Poi si passa al cibo e, soprattutto, ai liquidi: due bottiglie di vino dolce della Georgia, tre di spumante, ancora più dolce, di non si sa dove e dieci di vodka fortissima, per niente dolce. Assaggiando un po’ di tutto, entro in sintonia con quella massa di nuovi parenti e amici che mi vezzeggiano e che mi riempiono le spalle di pacche sempre più robuste con lo scorrere della vodka. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Prendendo spunto dai soliti luoghi comuni, lungo il corso della serata scopro con grande stupore che l’insalata russa da loro non esiste e che le montagne russe, a Mosca, si chiamano montagne americane. Alla fine sono, più o meno, tutti brilli. Irina è bellissima, innamorata e visibilmente felice per come sono andate le cose. Ma si è fatto tardi, devo rientrare e quando il cugino Andrei si offre di accompagnarmi tento di dissuaderlo. Che non si scomodasse prenderò un taxi, come all’andata. Non se ne parla nemmeno, a cosa servono i parenti soprattutto quando hanno la fortuna di possedere un auto? Andrei, oltre ad essere completamente ubriaco, non è in grado di parlare e, contemporaneamente, guidare. Quando apre bocca per dire cose incomprensibili tende ad andare fuori strada e se glielo faccio notare lui ride ripetendo “haraschò, haraschò”. Come Dio vuole la gincana termina di fronte all’albergo, un ultimo abbraccio suggella simbolicamente la completa accettazione della famiglia nei confronti dello straniero. Non sono in grado di decidere se è un bene o un male, forse sarà meglio dormirci sopra. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">E’ una bella giornata di sole ma nevica. I due sposi sono inginocchiati in piazza, di fronte alla cattedrale di San Basilio. Una grande tenda bianca protegge la cerimonia da una luce accecante. Tutto intorno, uno squadrone di kabili impettiti, che impugnano lucide scimitarre, intona l’Internazionale. Io sudato, corro avanti e indietro lungo il corridoio centrale con una bottiglia di vodka in una mano e una copia della <i>Pravda</i> nell’altra. Patricia, seduta sul trono di un altare ricoperto da una stoffa a stelle e strisce, porta sul petto una fascia rossa con una falce e martello al centro. Si alza lentamente, sorride tra gli applausi dei presenti, con un gesto della mano ottiene il completo silenzio, si avvicina agli sposi, li benedice poi, lentamente, inizia a spogliarsi. I kabili adesso cantano <i>Fever</i>, gli invitati battono le mani a tempo, Andrei continua a correre fin quando non si prende uno sberlone dal padre della sposa. Irina si unisce a Patricia, sfila i guanti, si toglie la corona di fiori dal capo, butta via le scarpe e, languidamente, prosegue lo striptease fra le urla e i fischi di tutti. Io sono ancora in ginocchio, piango disperato, provo ad alzarmi, ad allungare una mano verso l’altare ma è come se fossi impastato di colla. Gli invitati mi circondano battendo le mani sempre più forte. I kabili adesso sono donne col viso coperto dal chador, ululano alla berbera ma danzano all’hawaiana. Patricia resta nuda, con addosso solo una paio di stivaletti da cow-boy, mastica chewing-gum e fa i palloncini. Irina, in mutandine di pizzo, si avvia verso l’ingresso della cattedrale. Suo padre urla “niet! niet! niet!”, Andrei urla “da! da! da!”. Metà degli invitati parteggia per uno, metà per l’altro. Volano prima insulti, poi spintoni e pugni. Sono io quello che ne riceve di più, tento di alzarmi ma sono bloccato, tento di gridare ma è come se fossi diventato muto poi, finalmente, un urlo terrificante scaturisce irrefrenabile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">In piedi sul letto, esco angosciato dalla scena. Sono sudato, arruffato, stravolto, accendo la lampada sul comodino, un conato mi sale velocemente dalle viscere, faccio appena in tempo a gettarmi carponi davanti alla tazza del gabinetto dove mi libero dall’incubo, dal cibo, dalla vodka e dalla cattiva coscienza. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Alle otto la sveglia è come una siringa che mi attraversa il cervello, il mal di testa è potente, la lingua è cartavetrata, le ossa dolgono: condizioni ideali per una delle giornate più importanti della mia vita. Le nozze sono fissate alle undici. Nella saletta della prima colazione Patricia sta bevendo un succo di frutta, alza lo sguardo e resta folgorata sia dalla mia eleganza che dalla mia faccia.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Stai andando a un matrimonio o a un funerale?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Ho bevuto troppo ieri sera, come sto?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Un vero dandy, ma sei pallido come un cencio”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Scommetto che cencio l’hai imparato a Firenze”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Perché è sbagliato in italiano?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">No, no è perfetto. Parli benissimo la nostra lingua. E’ vero mi sento proprio uno straccio, poi stanotte ho avuto una specie d’incubo…”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Mentre fai colazione raccontamelo, se hai voglia…”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Per la seconda volta apro bocca prima che il cervello me lo impedisca e, fra una sorsata di caffè e un pezzo di croissant, le racconta tutto il sogno per filo e per segno. Patricia non riesce a trattenere le risate. Più ride, più entro nei particolari, ricamo, arricchendo la scena fin quando lei, tenendosi la pancia con le mani, mi prega di smetterla.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Unbelievable! Dovresti raccontarlo a qualcuno che se ne intende per farti spiegare cosa significa”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Lo so io cosa significa. Ma è tardi, devo andare”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Wait, cosa significa secondo te?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Te lo dico stanotte sul treno per Leningrado”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Ma stanotte sul treno sarà la tua prima notte di nozze…”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">E allora? ”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Uscendo dalla saletta ho la netta sensazione che, alla mie spalle, il suo sguardo mi stia carezzando. Sono convinto che anche lei, ormai, sia attratta in maniera irresistibile. Sorrido quando entro nel taxi. Una piccola spirale di gioia mi sale dallo stomaco verso la gola perché, mentre sto andando a sposare una russa, sono sicuro di aver fatto breccia nel cuore di un’americana e la cosa, non solo non mi procura disagio ma, al contrario, mi esalta. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il palazzo dei matrimoni assomiglia ad un qualsiasi altro palazzo di Mosca, forse solo un po’ più elegante. Nell’atrio d’ingresso ci sono Irina, i suoi genitori, i cugini Vania e Andrei, la zia Vera. Baci e abbracci, una pacca sulle spalle poi veniamo ammessi nella sala d’attesa dove altre coppie si sorridono, annuendo a vicenda. Come dal dentista, bisogna aspettare il proprio turno. Irina, tenendomi per mano, mi spiega come avverrà la cerimonia: niente di particolarmente complicato, in dieci minuti tutto sarà finito. In fondo non chiedo di meglio. Nonostante mi fossi immaginato per il mio matrimonio un’altra sceneggiatura e un’altra scenografia, adesso non vedo l’ora che sia tutto finito. La situazione mi addolora. Ormai mi sono definitivamente convinto: sono in procinto di compiere il più grande errore della mia vita. Irina è davvero deliziosa ma Patricia è semplicemente speciale, sto sposando la prima ma vorrei essere in albergo con la seconda. Mai mi sono sentito così confuso, stupido e, allo stesso tempo, felicemente incosciente. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il treno parte alle 21.30 dalla Leningradskij vokzal. Tanto è gelida la stazione quanto è bollente lo scompartimento riservato al gruppo di turisti di cui facciamo parte Patricia, io e la mia dolce metà. L’incontro fra la russa e l’americana è sorprendentemente caloroso, sembra che si conoscano da sempre, sono già amiche alla prima stretta di mano. Patricia, in un ottimo francese, le racconta di lei, così come aveva fatto in aereo con me. Irina l’ascolta affascinata, annuisce di continuo, sorride, quando non capisce qualcosa pretende maggiori dettagli. Le prime due ore della luna di miele se ne vanno così. Quando ci ritroviamo finalmente soli nello scompartimento a noi riservato, prima che il rito carnale di prammatica ci avvolga in una spirale travolgente, Irina fa in tempo ad esclamare: </span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Vraiment belle et sympathique cette americaine, n’est pas!”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">L’effetto che l’inattesa sortita ottiene sul mio apparato genitale è, semplicemente, paralizzante tanto da obbligarmi a trovare una scusa immediata, nel tentativo di prendere tempo e invertire in qualche modo la tendenza.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Excuse moi, mon amour, je ne sais pas ce qui m’arrive mais je crois d’avoir un terrible mal au ventre, je reviens tout de suite” </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Immedesimatomi nella parte del diarroico, esco velocemente dallo scompartimento e corro in fondo al vagone verso la toilette da dove, proprio nello stesso istante, esce Patricia. Lei non fa neppure in tempo a ipotizzare uno sguardo interrogativo che si ritrova in bocca la mia lingua forsennata. Come nei film, all’inizio tenta di divincolarsi, poi si lascia andare e ricambia con la stessa moneta, finanche in sovrapprezzo. La scena va avanti fino al primo intervallo per riprendere fiato. Mi rendo conto che è quasi mezzanotte e, prima che il sogno si frantumi, le sussurro:</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Devo andare adesso, ma non addormentarti, appena posso vengo da te”. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Tornato da Irina, l’esibizione maschia che riesco a esprimere rasenta la perfezione, l’amplesso è talmente poderoso che la stessa sposa non crede ai propri sensi. Riesce appena a dirmi quanto sia stato fantastico prima di chiudere dolcemente gli occhi e addormentarsi di colpo. Mi accendo una sigaretta, resto immobile a rimirare la notte rischiarata dalla luna e dalla neve che copre la campagna, sorrido soddisfatto poi, lentamente, scivolo via, m’infilo camicia e pantaloni ed esco in corridoio. Lo scompartimento di Patricia è al buio, con la fede nuova di zecca picchietto timidamente sul vetro della porta. Niente. Ci riprovo. Niente. Sto per andarmene quando sente un rumore, si gira, lei è lì che, sbadigliando, si stropiccia gli occhi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">You are totally crazy! Do you know what I mean?”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Annuisco, la prendo per mano e comincio a raccontarle la mia vita, lì in piedi nel corridoio, appoggiati alla parete, mentre dal finestrino la Russia a nord-ovest di Mosca scorre via veloce. Sono appena arrivato al periodo delle scuole elementari quando il treno si ferma alla stazione di Kalinin, a quello del liceo quando siamo a Vysni Volocecek, a quello dell’università alla stazione di Bologoje. Mentre la notte è indecisa se abbandonare o no a favore dell’alba, imperterrito le sto ancora narrando aneddoti, sensazioni, dettagli, non intendo tralasciare nulla. Senza vergogna, con una faccia tosta che neppure credevo di avere, la persuado di aver commesso un errore madornale, che non avendo altra scelta mi ero dovuto assoggettare, ma è lei la metà della mia mela, ne sono convinto al cento per cento, deve credermi, deve dirmi che mi ama e che non può più vivere senza di me. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Sia per il fiume di parole che l’ha investita, sia per la stanchezza e il sonno che ormai la inebetiscono, lei ha solo la forza di dirmi di sì e di farsi promettere, però, che i prossimi giorni dovranno trascorrere senza incontrarsi mai: lei vuole mettere la testa sotto terra fino al momento del ritorno in Italia, d’accordo? D’accordo! </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Sankt_Peterburg.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-59471" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Sankt_Peterburg.jpg" alt="Sankt_Peterburg" width="680" height="304" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Sankt_Peterburg.jpg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/Sankt_Peterburg-300x134.jpg 300w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></a>Leningrado appare di gran lunga più affascinante di Mosca. Il pallido sole di fine marzo annuncia l’inizio del disgelo. Il ghiaccio che attanaglia il mar Baltico blocca ancora l’accesso principale al porto, ma a giorni le acque gelide fluiranno libere attorno le piccole isole sulle quali è costruita la città. Durante le lunghe passeggiate sorprendo Irina mostrando una profonda conoscenza delle vicende architettoniche di monumenti, chiese, palazzi, strade e piazze. In vista del viaggio di nozze, prima di partire, mi sono preparato a dovere su vari testi e, adesso, posso sfoggiare tutto il mio sapere, facendo un figurone. Quando discetto sugli architetti italiani, che hanno operato lì dalla fine del seicento in poi, sembro una di quelle insopportabili voci incise su nastro da visita guidata. Irina pende dalle mie labbra e si convince sempre più di aver fatto la scelta giusta.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Come da promessa, non cerco Patricia e lei non cerca me. La luna di miele non subisce alterazioni, i sei giorni a Leningrado trascorrono più all’insegna della cultura e del turismo che dell’amore. Di giorno, mano nella mano, ce ne andiamo in giro per conto nostro senza seguire il programma del gruppo. Di notte, chiusi in camera, parliamo, parliamo, parliamo, fin quando Irina, esausta, non piomba in un sonno pesante.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Leningrado è una buona medicina per i miei turbamenti sentimentali. La maggior parte del tempo la trascorriamo all’interno dell’Ermitage. E’ girando fra le stanze del museo che, improvvisamente, mi blocco di fronte a una piccola scultura in bronzo, una testa di ragazzo, sul cui basamento c’è una targhetta con su scritto: Francesco Susini. Irina guarda prima il bronzetto poi me. Assumendo un aria di sussiego, prendendola per mano, le spiego che la mia mamma è una Susini e che si tratta di un mio antenato, figlio di Antonio scultore fiorentino vissuto a cavallo fra il cinquecento e il seicento, che conosco alcune sue opere esposte a Firenze, Vienna e Dresda ma che non sapevo nulla di questa e, quindi, anche per me è una bellissima scoperta. Quest’ultima, fortuita rivelazione per Irina è come una definitiva consacrazione: suo marito vanta persino un antenato famoso, tanto da avere un posto nei musei più importanti del mondo, non avrebbe mai sperato tanto.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il volo per Milano è previsto alle 14.15. Sull’auto che mi conduce all’aeroporto ci sono il cugino Andrei alla guida, la sposa, mamma Olga e papà Dimitri. Dopo i racconti entusiastici di Irina sul viaggio di nozze e, soprattutto, dopo aver appreso della presenza di un Susini all’interno dell’Ermitage, i residui dubbi che i genitori avevano coltivato nei giorni successivi al matrimonio si sono disciolti come neve al sole. Per non parlare di Andrei, che si sente visibilmente onorato di poter annoverare in famiglia un parente di così antica e importante discendenza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Per motivi burocratici, purtroppo, Irina dovrà restare in Russia ancora per qualche mese: le carte per il suo definitivo trasferimento sono lunghe da ottenere, ma con un po’ di pazienza potremo presto ritrovarci e vivere felici un futuro sicuramente radioso. Quando l’altoparlante annuncia l’imbarco, l’emozione coglie tutti. Gli abbracci, i baci, le carezze si sprecano, i fazzoletti umidi sventolano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Sull’aereo Patricia si è accomodata in fondo, ha lasciato un posto vuoto accanto a sé e la vicenda riprende da dove si era interrotta, come se niente fosse. Le tre ore e passa di viaggio bastano e avanzano per riannodare il filo che ci lega, per spingerci uno fra le braccia dell’altra. La convinco a proseguire il viaggio con me fino ad Algeri, dove potremo stare assieme senza dover giustificare niente a nessuno.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Una brutta sorpresa, però, ci attende all’arrivo: lei ha un passaporto USA e in Algeria gli americani possono entrare solo col visto. </span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Ma tu non sapevi?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">No, se lo avessi saputo… pensi che ti avrei fatto arrivare fin qui?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Adesso cosa facciamo?”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Ci penso io, stai tranquilla”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Senza palesare il panico che mi opprime, mi metto alla ricerca di un ometto che ho conosciuto tempo addietro, un funzionario di polizia di stanza all’aeroporto. Dopo una buona mezz’ora, alla fine, lo trovo al banco della dogana, gli spiego la situazione e, col suo intervento, ottengo un visto provvisorio. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Il termometro segna ventidue, lo sbalzo di oltre trenta gradi si fa sentire ma il clima è talmente piacevole che a Patricia sembra di essere arrivata in California, solo durante il percorso che ci porta da Dar-el-Beida in città si rende conto che non è proprio la stessa cosa. I francesi, prima di abbandonare definitivamente il paese, determinati a fare terra bruciata, hanno fatto saltare molti edifici e le ferite, dopo tanti anni, sono ancora lì perché il governo ha preferito costruire palazzi orrendi piuttosto che ristrutturare. La città bianca mantiene il suo fascino solo in centro, nella zona attorno al porto e nei vecchi quartieri residenziali sulle colline. Il mio appartamento a Sidi Ferruch è al piano terra di una bella casa a due piani, sulla costa, a due passi dal mare: è lì che passerò con l’americana la mia seconda luna di miele.<br />
</span><span style="font-size: medium;"><br />
Al mattino presto mi presento al Ministero, ci resto fino alle tre di pomeriggio poi, con la mia Peugeot 204, torno a casa dove mi aspetta lei che, dopo una mattinata in spiaggia, solitamente studia, sdraiata sull’amaca in giardino. Quello è il momento in cui la desidero di più. La bacio, la prendo per mano, la porto in camera da letto e, per oltre due ore, m’impegno a dimostrarle tutte le mie capacità amatorie.<br />
</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Prima del tramonto ce ne andiamo al piccolo porto per aspettare l’arrivo dei pescatori. Dalle cassette gettate sul molo scegliamo accuratamente il pesce per la cena: solettes, loups de mer, sardines, meroux, crevettes. Io cucino, lei prepara la tavola. Dopo mangiato io lavo i piatti, lei ascolta i Beach Boys o John Kongos. A volte abbiamo ospiti, altre volte veniamo ospitati. Spesso ci concediamo romantici tête à tête al ristorante dell’hotel Saint George, chez Catherine o in un minuscola trattoria a La Mandrague. I giorni scorrono sereni, uguali uno all’altro. Sto facendo le prove per una futura vita matrimoniale, solo che ancora non è ben chiaro con chi. Lei trascorre pigramente le giornate: spiaggia, libri d’arte italiana e francese, musica pop. Coccolata, viziata, amata, annoiata, Patricia si rende presto conto che non sono poi un uomo così speciale, soprattutto a letto dove, diciamo la verità, probabilmente ha provato di meglio.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-59472" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/candice-bergen-life-1970.jpg" alt="candice-bergen-life-1970" width="397" height="499" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/candice-bergen-life-1970.jpg 397w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/01/candice-bergen-life-1970-239x300.jpg 239w" sizes="(max-width: 397px) 100vw, 397px" /></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Devo tornare a Gstaad. Fra meno di un mese ho gli esami da fare. Se mio padre sapesse dove mi trovo in questo momento…”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Va bene, ma alla fine di giugno ti raggiungerò e ce ne andremo in vacanza assieme”.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Patricia parte il 29 aprile con un volo Swiss Air alle 12.30: non la rivedrò mai più. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Alcuni anni dopo, appena tornato in Italia gli amici ritrovati mi portano a vedere un film di cui, al momento, tutti parlano: Soldato Blu. Quando partono le prime immagini, colto da uno stupore irrefrenabile, mi metto a urlare:</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-size: medium;">Patricia! Ma quella è Patricia!”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Zittito dagli amici e, soprattutto, dal pubblico, mi rendo conto che ora è diventata un’attrice famosa, si chiama Candice (Patricia) Bergen, è ancora più bella ed è stata la donna della mia seconda luna di miele.</span></p>
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		<title>Čistye Prudy – Il tram Annuška</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jan 2016 13:00:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[letteratura di viaggio]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Pubblichiamo un estratto da Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all&#8217;inverno russo con la letteratura, exorma edizioni, 2015] di sparajurij All&#8217;uscita dalla metropolitana il vento si serve dei primi metri per assalire e respingere i viaggiatori nelle gallerie delle scale mobili. Lo sbalzo di temperatura genera correnti impazzite e l&#8217;aria si infila come una ragnatela di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[Pubblichiamo un estratto da <em><a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/viaggiatori-nel-freddo/">Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all&#8217;inverno russo con la letteratura</a>, </em>exorma edizioni, 2015]</p>
<p>di <a href="http://www.exormaedizioni.com/autori/sparajurij/">sparajurij</a></p>
<p>All&#8217;uscita dalla metropolitana il vento si serve dei primi metri per assalire e respingere i viaggiatori nelle gallerie delle scale mobili. Lo sbalzo di temperatura genera correnti impazzite e l&#8217;aria si infila come una ragnatela di lame dentro i cappotti. Quasi un secolo fa, nel 1923, in questo stesso luogo che all&#8217;epoca ospitava una trattoria malfamata, la polizia, come fosse vento, spingeva fuori dal locale Sergej Esenin per arrestarlo dopo una serata alcolica e una lite con un avventore troppo curioso.<span id="more-59054"></span> “Versategli della birra nell&#8217;orecchio!” gridò Serëža ai poeti presenti accusando lo sconosciuto di origliare conversazioni altrui. Immagino le nocche insanguinate e l&#8217;occhio liquido mentre lo portano via dalla piazza verso il <em>bul’var</em>. Immagino le carrozze trainate che attraversano la notte, la polvere che impregna l&#8217;aria, la reticenza dei cavalli a spingersi fino in fondo al viale, come se alcuni antichi spettri li agitassero. Fino al secolo dei lumi gli stagni di Čistye Prudy accoglievano le carcasse degli animali portate dai macellai della strada accanto, la via Mjasnickaja. I cavalli forse ancora avvertono quell&#8217;odore acuto di renna e latte vomitato, depositi di intestini e carne abbattuta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fu Aleksandr Menšikov, nel 1703, a bonificare gli stagni, rendendoli <em>čistye,</em> puliti, e a passare la cera negli angoli inesistenti della storia. Oggi la zona ha un aspetto signorile, l&#8217;unica puzza è causata dal traffico, ma accanto al laghetto – ne è rimasto soltanto uno – è meno forte che altrove. Fuori dalla metro, volgendosi in quella direzione, lo sguardo raggiunge il monumento di Griboedov prima di perdersi nei viali. Lo scrittore sovrasta i passanti eretto su un piedistallo molto alto; i moscoviti camminano, danzano, s&#8217;affannano intorno a lui come i personaggi del suo capolavoro, <em>Che disgrazia, l&#8217;ingegno!</em>, raffigurati ai piedi della statua. Nonostante il freddo sono in molti, innanzitutto giovani, ad aver eletto questo luogo per i loro raduni. Anche il movimento <em>Occupy Moscow</em> aveva insediato il suo quartier generale vivendo qui i momenti più intensi fino allo sgombero del maggio 2012. Una ragazza sottile tiene in mano la custodia della chitarra e si fa spazio tra i passanti fino a raggiungere alcuni coetanei appoggiati a un lampione. Senza dirsi nulla prendono il viale col talento dei pattinatori in scarpe da tennis. Sotto la neve, il corso pedonale di Čistye Prudy ha l&#8217;aspetto di una cattedrale, le fronde imbiancate e i rami gelati che lo circondano sembrano le arcate di travertino bianco che compongono la navata centrale, le panchine allineate sui lati lasciano libero lo spazio in mezzo. Una sposa arriverà a momenti.</p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate: Jaufrè passa le notti incapsulato in una botte. Alla primalba s’alza un fischione e lo sbaglia. Poco dopo c’è troppa luce e lui si riaddormenta Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Viaggio a Mosca</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/05/31/viaggio-a-mosca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 May 2003 18:43:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[mosca]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Se provo a lanciare lo sguardo – e anche il cuore – lontano da dove sono ora, più avanti, molto più avanti, e provo a immaginare di avere già finito di scrivere Canti del caos, tutte e tre le sue parti, e anche alcuni altri piccoli esordi che mi sono messo a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Se provo a lanciare lo sguardo – e anche il cuore – lontano da dove sono ora, più avanti, molto più avanti, e provo a immaginare di avere già finito di scrivere <strong>Canti del caos</strong>, tutte e tre le sue parti, e anche alcuni altri piccoli esordi che mi sono messo a fantasticare in questi anni, e di avere magari ancora qualche anno di vita, l’unica cosa che potrei desiderare a quel punto è di sottrarmi finalmente a tutto questo orrore, a questa sensazione che ho a volte di essere come qualcosa che brucia sulla parete inclinata di un ghiacciaio.<br />
<span id="more-46"></span><br />
Mi piacerebbe trovare da qualche parte un piccolo buco invisibile e andarci a crepare. E, se ancora non riuscirò a trattenere dentro di me la necessità di scrivere, allora vorrei davvero chiudere il cerchio, ricongiungermi alla zona buia e invisibile e separata dell’ inizio, alla sua forza cieca, inevasa. Potrei intitolare quest’ultima cosa <strong>Le prove</strong>, perché a quel punto vorrei dimenticarmi di tutto quello che avrò fatto fino ad allora, persino di essere stato un tempo uno scrittore. Non avere più niente alle spalle, essere come uno cui non resti che ricominciare a distinguere le prime cose nel magma della luce, del tempo. Non potranno essere altro che delle prove, a quel punto. Di che cosa non so, non ci sarà neanche più il tempo di saperlo, non mi interesserà saperlo.</p>
<p>Un paio di mesi fa <strong>Giorgio Pozzi</strong> mi ha offerto uno spazio fisso sulla sua rivista. E’ la prima volta che qualcuno me lo propone. A 55 anni e dopo una decina di libri pubblicati, nessun altro giornale o rivista in Italia, di nessun genere e tipo, mi aveva mai proposto questo. E’ una cosa nuova per me. Non so neppure se ne sarò capace. <strong>Fernandel</strong> è una rivista piccola, dal nome strano, neppure distribuita in edicola. Ma pulita, mi pare. Non dà rinomanza, non dà quattrini. Ma ho la mia libertà. E’ lo spazio che fa per me.<br />
Così gli ho detto di sì. E, siccome mi è stato chiesto un titolo per questa rubrica, lì per lì mi è venuto in mente solo <strong>Le prove</strong>. Non perché si tratti già di quella cosa di cui fantasticavo prima. Questa è solo un piccola cosa da nulla che viene prima persino delle prove, non sono neanche prove di prove. Però è qualcosa che mi fa sentire che mi sto avvicinando finalmente alle prove, che il mio cuore è già là, che ho sentito la voce, che non ho paura di avvicinarmi a quella voce che chiama. Vorrei solo, già da adesso, dire che sono qui, che ho sentito.</p>
<p>Butterò giù solo delle piccole note di tanto in tanto, per il momento, quando potrò, mentre porto avanti i <strong>Canti del caos</strong>. Se avrò qualcosa da dire, la dirò. Se no starò zitto, e i lettori di <strong>Fernandel</strong> non mi troveranno al solito posto, semplicemente.</p>
<p>Si tratta solo di rompere il ghiaccio…</p>
<p>Cominciamo!</p>
<p>Poche settimane fa sono andato a <strong>Mosca</strong>, nella settimana terribile della cattura degli ostaggi e del massacro che ne è seguito.<br />
Mi è successo infatti – per una di quelle combinazioni imprevedibili che a volte succedono nella mia vita – di venire invitato a partecipare a un incontro internazionale intitolato “Ripensare la modernità”. Qualcuno in Italia (<strong>Federico Nobili</strong> del <strong>Gruppo Eliogabalo</strong>) ha fatto il mio nome assieme a quello di <strong>Lindo Ferretti</strong> ad alcuni degli organizzatori di questo convegno, al posto di tanti altri nomi più rinomati e che avrebbero avuto ben maggiori titoli mediatici o accademici, e i russi si sono fidati, non hanno fatto una piega e ci hanno invitati.</p>
<p>Così mi sono trovato per giorni e giorni in una situazione difficile, impropria, chiuso nella mia dislessica prigione linguistica, mentre avvenivano a poca distanza fatti terribili, in quella sconvolgente, commovente città smisurata dove sono passate tutte le ondate delle illusioni della modernità che qui hanno attecchito in modo abnorme e sono diventate qualcosa di irreparabile, tragico, in mezzo a tutta quella semplicità e a quella tremenda ferocia e pesantezza e innocenza, in questo enorme paese germinale perennemente spaccato.</p>
<p>Ci siamo trovati sull’aereo, in rappresentanza dell’Italia, Marzia, la traduttrice, Federico, coi calzoni di pelle lucida, nera, da bullo, e io con gli unici calzoni decenti che avevo trovato nell’armadio la sera prima, tutti sbregati in mezzo alle gambe e frettolosamente cuciti coi punti metallici di una graffettatrice.<br />
Lindo Ferretti non ce l’ha fatta a venire.</p>
<p>Prima che l’aereo toccasse terra ho guardato dall’alto, nella giornata plumbea, la pista che si avvicinava, qualche rara betulla spoglia tra le pozzanghere e il fango del suolo russo, che vedevo per la prima volta dopo averlo amato da lontano e fin da ragazzo con enorme passione attraverso la sua grande letteratura, e anche dopo, nelle successive allucinazioni e illusioni che hanno attraversato da parte a parte il suo corpo, e anche il mio.<br />
Fuori dal portellone, all’inizio del budello d’uscita dell’aereo, una ragazza in divisa mimetica e colbacco, dai lineamenti infantili, era lì a controllare lo sbarco. Ci siamo incolonnati nelle file per i vari controlli, di passaporti, bagagli, sotto quell’incombente soffitto a cerchi metallicicostruito ancora dai tedeschi dell’est al tempo del regime sovietico. Alla dogana c’era una ragazza in minigonna e stivali sotto la giacca di panno militare pesante e spalline, con le unghie dorate.<br />
Siamo usciti. C’era freddo, per noi, perlomeno, una ventina di gradi in meno di quando eravamo partiti. Mi sono buttato addosso qualcosa di più pesante. Abbiamo camminato a piedi per un po’, sul terreno infangato, perché, per ragioni di sicurezza in quei giorni di allerta all’indomani della cattura degli ostaggi da parte dei guerriglieri ceceni, le macchine non potevano arrivare a ridosso dell’aeroporto.<br />
Abbiamo caricato zaino e valigie su una di quelle macchine grandi e scassate che girano per Mosca. Siamo saliti. Ci siamo sistemati sui suoi sedili un po’ scalcagnati. La macchina si è mossa, siamo usciti dalla zona dell’aeroporto, abbiamo imboccato le enormi strade che portano nel cuore della città, e poi le prospettive sterminate con dieci, quindici corsie, mentre la radio nel cruscotto dava continuamente notizie degli ostaggi, intervallandole con canzoni, in lingua inglese, per lo più, ma qualche rara volta anche russa, mentre scorrevano dalle parti nella giornata buia, plumbea, le enormi barriere dei condomini, il monumentale cavallo di frisia che indica il punto esatto dove era arrivato l’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale, e l’uomo che guidava ascoltava in silenzio e tutt’intorno c’erano immensi casamenti degli ultimi decenni, oppure ancora dell’epoca staliniana, sterminati e ascensionali e sormontati negli ultimi piani da strutture diroccate sorrette da colonne e da archi, come immaginati da un autocratico <strong>Piranesi</strong> futurista impazzito, e si vedevano di tanto in tanto passare nelle corsie opposte camion militari, vecchi carri armati e autoblindo, mentre la voce continuava a cantare nel silenzio con quella insostenibile dolcezza che ha la lingua russa, in quella giornata grigia, fredda, irreale.</p>
<p>Mi è difficile registrare per iscritto tutta l’emozione, il turbamento, la commozione che ha provocato in me la vista di questa città. Mi è capitato di parlarne un po’ con gli amici, nei giorni che sono seguiti al mio rientro, eppure mi sembra quasi impossibile dirne qualcosa anche per iscritto.<br />
Proverò a dare qualche piccola idea, qualche immagine qua e là, qualche flash. Farò quello che potrò.</p>
<p>Siamo arrivati nell’enorme albergo. Dopo avere passato il controllo alla gabbiola esterna, sotto l’occhio vigile della guardia in divisa e colbacco, siamo entrati in quegli spazi inimmaginabilmente vasti, dove un tempo venivano ospitati gli uomini delle varie nomenclature, sovietiche ed estere, delegazioni di partiti fratelli, emissari di capi di stato stranieri per incontri preparatori ultrasegreti ma di cui si conosce oggi persino il numero della stanza. Scaloni di marmo, soffitti altissimi, colonne, tendaggi, divani di cuoio dove di notte siedono prostitute altere, eleganti, infantili, fatte entrare liberamente dopo una certa ora.<br />
Appena entrati, proprio appena entrati, abbiamo visto scendere dalla scalinata centrale della hall un paio di vecchi militari col petto ricoperto di numerose file di medaglie che sembravano usciti apposta per noi da qualche film del passato, e poi enormi, panciuti boss con facce georgiane, caucasiche, dagli enormi ventri spropositati sotto la giacca dai bottoni slacciati, al fianco delle loro pupe in minigonne vertiginose e stivali dagli alti tacchi. Dagli ascensori uscivano ospiti iraniani dalle barbe curate, profumati, eleganti, con grandi mantelli di stoffa pregiata e turbanti.<br />
Sono salito all’undicesimo piano. Ho attraversato l’enorme androne in perenne penombra, con le file degli ascensori e i grandi divani di cuoio e la dezurnaja dietro il suo scrittoio, sul fondo. Ho trovato la mia stanza. Sono entrato. Ho buttato a terra lo zaino. Ho aperto l’enorme finestra spostando i pesanti tendaggi. Mi sono affacciato. C’era, un po’ più sotto, una griglia metallica murata, forse per bloccare la caduta del corpo di qualcuno che fosse volato fuori per sbaglio o si fosse gettato. Ho guardato per un po’ l’enorme prospettiva bagnata di pioggia che correva di fronte all’albergo, col suo traffico lontano, attutito, e le prime luci che si accendevano qua e là nelle case e negli alti palazzi ascensionali isolati, con le loro cuspidi sormontate da grandi stelle di ferro.</p>
<p>Dietro l’albergo c’era un parco aperto tutta notte, dove hanno messo le statue abbattute: <strong>Lenin</strong>, <strong>Stalin</strong>, <strong>Dzerzinskij</strong>… anche un po’ di “arte degenerata”, primo Novecento, futuristi, formalisti, spiritualisti, tutta la ghenga… Enormi statue di metallo annerito, su piedestalli più alti delle statue stesse, decorati con simbologie guerriere e imperiali: le spighe di grano, la spada… Qualche statua religiosa, un uomo nudo in futuristica tensione che si forgia da sé una grande spada ancora incandescente che si dilata ricurva, espansa. Sculture in marmo attraversate da parte a parte da enormi crepe aperte durante l’abbattimento. Figure di metallo e di marmo dagli ampi calzoni titanici pieni di iperrealistiche pieghe svolazzanti. Libri sollevati nell’aria come vessilli, donne monumentali, pugnali…<br />
Qualcuno si aggirava qua e là lungo i viali bui, fangosi, nonostante fosse notte. Qualche persona isolata, qualche coppia di anziani. Una ragazza silenziosa e sola seduta su una panchina dondolava la carrozzina dove un neonato dormiva profondamente, guardandosi attorno nell’aria fredda, piovigginosa, senza neppure curarsi di aprire l’ombrello, tra le sagome scolpite in quei grandi blocchi di metallo e di marmo e le barriere di teste decapitate ammucchiate dietro un’alta rete metallica.</p>
<p>Giravamo per Mosca, negli intervalli del convegno, soprattutto di notte. Il locale georgiano nella vecchia <strong>Arbat</strong>, con quelle prostitute bambine con lo stuzzicadenti fatto rigirare in bocca e il telefonino che suonava continuamente, mentre sul fondo un vecchio televisore trasmetteva una specie di telenovela georgiana cantata da donne intabarrate e uomini dai grandi turbanti e baffi posticci. Il locale azero col padrone panciuto in camicia di seta nera e grosso anello mafioso al mignolo e il quadretto oleografico di Stalin appeso a una delle pareti. Le vecchiette dalla faccia rossa, gli occhiali spessi, sedute in fila a chiedere l’elemosina davanti alle chiese, oppure per strada, piangendo, con un bambino dalle scarpe sfondate per mano, la bocca senza denti, rientrata. La Piazza Rossa transennata per motivi di sicurezza e la piccola, fulminea manifestazione contro la guerra in <strong>Cecenia</strong>, di un pugno di ragazze che innalzavano su lunghe strisce di carta scritte in caratteri cirillici. Qualcuno ha scattato alcune fotografie e loro sono scappate. Le infantili, barbariche chiese di marzapane dalle cupole d’oro. I grandi falansteri ascensionali del <strong>Ministero degli Esteri</strong>, dell’<strong>Università di Mosca</strong> sulle ex <strong>colline Lenin</strong>, con le sue colonne di marmo levigato e i capitelli metallici, l’immenso auditorium circondato da colonnati imperiali e con l’enorme, bizantino mosaico pieno di bandiere rosse sul fondo, contro il quale avevano preso la parola <strong>Kennedy</strong>, <strong>Mao</strong>… La gentilezza e la dolcezza dei nostri ospiti. Le immense stazioni sotterranee della metropolitana illuminate da enormi lampadari come navate di cattedrali inghiottite. Le sue interminabili scale mobili che scendono a capofitto e a grande velocità in quei tunnel concavi illuminati da fioche luci come antiche torciere, le persone che sprofondano allineate su di esse, tutte inclinate all’indietro per contrastare la forte pendenza, e la donna in divisa e colbacco seduta nella sua gabbiola di vetro, sul fondo. I cunicoli con i ragazzi ubriachi che prendono a calci le bottiglie, o stanno seduti a gruppi per terra nei sottopassaggi che attraversano le enormi prospettive, dove si sente ancora l’odore delle frittelle dolci vendute nei chiostri durante il giorno. I vecchi, decrepiti autobus di superficie, su cui salgono facce povere, silenziose, dai grandi ciuffi caucasici, con grandi scatole di cartone legate con delle cinghie. La piccola chiesa con quello spazio lungo e ristretto come un corridoio di fronte all’iconostasi ricoperta di icone, da dietro la quale arriva ai fedeli fermi in piedi l’invisibile voce del pope dai lunghi capelli. Le filiformi candele scure che bruciano velocemente emettendo uno sfrigolio forte, quasi un fragore. Le due ragazze sagrestane con un fazzoletto legato attorno alla testa, che si muovono silenziose dopo aver spento le candele all’ora di chiusura della piccola chiesa, sorridenti, leggere, nonostante siano tutte e due bene in carne, così leggere che paiono non toccare neanche il terreno mentre scendono lungo i gradini d’uscita senza neppure sfiorarli. Il ceffo chiuso a parlottare con un altro dentro una macchina parcheggiata in un angolo buio, di notte, e che si gira minacciosamente a guardarti in faccia quando passi vicino, forse qualcuno del milione, milione e mezzo di persone che vivono clandestinamente in questa enorme città di dodici milioni di abitanti, proveniente dalle regioni del Caucaso, dell’Ucraina, nonostante si debba girare sempre col passaporto in tasca se no si finisce in galera. Le coppie di mezza età chiuse nel loro silenzio, gli “homo sovieticus” con le giacche di pelle nera e camicia e cravatta, le ragazze dal viso paffuto, la bocca infantile, che camminano sui marciapiedi, mentre lunghe, nere limousine si bloccano improvvisamente. Ne scende una stupenda ragazza dai lineamenti asiatici, scortata da due guardie del corpo del boss, come in un film di <strong>Kitano</strong>. La donna tarchiata e in giubbotto di cuoio, da uomo, lungo il parapetto della <strong>Moscova</strong>, all’una di notte, in giro da sola con un cane da combattimento tenuto a guinzaglio con una cinghia sfilacciata di tapparella girata e rigirata più volte attorno alla mano. Lo tratteneva a stento, mentre cercavamo di chiedere un’informazione per ritrovare la strada di casa, perché ci eravamo persi per Mosca e non c’era nessun altro in giro a quell’ora. “Non avvicinatevi! State lontani!” gridava in russo la donna, trattenendo a stento il cane che si lanciava ripetutamente contro di noi per assalirci, con la bava alla bocca.</p>
<p>Ci spostavamo qua e là attraverso la città, per raggiungere le sempre diverse sedi del convegno. I diverbi tra i nostri organizzatori e gli uomini della sicurezza, che non volevano sentire ragioni e pretendevano di controllare lo stesso i nostri documenti. Le immagini terribili, crude trasmesse dai televisori dopo l’irruzione nel teatro occupato. Corpi buttati qua e là, scie di sangue, donne islamiche crivellate con la testa buttata spettralmente all’indietro, viste in piedi, in silenzio, impietriti, nelle anticamere prima di entrare nelle sale dalle grandi tavole circolari con la fila delle cuffie per la traduzione simultanea. Io ridevo incontrollabilmente fino alle lacrime, certe volte, assieme a Federico, per reazione, venivamo presi tutti e due da un esplosivo furore di riso infantile, persino durante il convegno, mentre parlava qualcuno dei professori compunti venuti dalle grandi istituzioni culturali europee, americane, con la loro merce avariata e fuori scadenza. Mettevo in atto complicati stratagemmi di copertura con sciarpa e tracolla, perché, una volta che mi ero inclinato, mi si erano rovinosamente sbregati di nuovo i calzoni in mezzo alle gambe e si vedano luccicare e spuntare ormai allo scoperto i punti metallici della graffettatrice.<br />
Gli intervalli con i pranzi comuni a base di borsc e altri piatti portati su carrelli da belle, grandi, dolci donne dall’aspetto stanco e dolcemente sfasciato, abituate da generazioni a servire in silenzio. Un gruppo di studenti meritevoli venuti dalle altre università russe per seguire il convegno. Erano buoni, entusiasti, gentili. Belle facce di giovani russi delle varie regioni, pieni di delicatezza, innocenza. “Vi sentite europei?” gli ha chiesto con entusiasmo Marzia, la traduttrice. “No, ci sentiamo asiatici!” hanno risposto orgogliosamente i ragazzi.<br />
Durante le riunioni, gli interventi di alcuni dei professori europei, americani. Col loro paternalismo, la loro saccenza, la loro boria civile, il loro aplomb. Come se il tempo restasse fermo mentre esponevano le loro secolari, collaudate ricette, in un vuoto pneumatico e temporale che permettesse ad esse di potersi graziosamente avverare nella vita reale e nel tempo. Col loro atteggiamento analitico, tranquillo, consolidato da secoli e secoli di cruenta pax occidentale, come se anche da noi non fosse successo nulla, non stesse succedendo nulla… A vendere i loro specchietti in questo grande paese attraversato dal caos, stratificato, disperato, spezzato, in cui convivono due, tre, quattro, cinque tipi umani diversi, con un’economia supportata dalla criminalità organizzata e dalla svendita di ogni cosa e ogni corpo. Come se non fossimo tutti quanti -e non solo loro- dentro la stessa voragine planetaria epocale e di specie che va avanti a capofitto, non si ferma, non aspetta per dare il tempo di avverarsi alle astratte ricette degli esperti deodorati in giro per il mondo con le loro cartelle delle statistiche, il loro status, i loro schemi da esportazione.<br />
Vicino a me veniva a sedersi a volte la vedova di <strong>Sukarno</strong>, il presidente dell’Indonesia. Bianca, perlacea, con una rigida pettinatura orientale rialzata ai bordi. Mi rivolgeva ogni tanto la parola. Io giravo la testa, perché mi sentivo fuori posto, non capivo niente di quello che mi diceva.</p>
<p>La sera stessa dell’irruzione nel teatro e della strage che ne è seguita siamo andati – come previsto – al <strong>Bol’soj</strong> a vedere la <strong>Chovanshina</strong> di <strong>Musorgskij</strong>. Le misure di sicurezza, l’enorme teatro bomboniera imperiale con delle semplici seggiole con i braccioli in platea. Quando ho lasciato giù la tracolla e il piumino, una vecchia guardarobiera, dandomi il numero per riprendermeli alla fine dello spettacolo, mi ha guardato con dolcezza per un istante e mi ha chiamato tovarisc.<br />
Prima dello spettacolo una donna vestita di nero è spuntata fuori da una fessura tra i due lembi dell’enorme sipario decorato con un numero enorme di falci e martello sbiadite. Ha ringraziato il pubblico per essere presente, nonostante la tragedia appena avvenuta e le misure di sicurezza nel timore di rappresaglie, ha chiesto un minuto di silenzio per le vittime del massacro. C’è stato un impressionante silenzio. Dopo un po’ hanno cominciato a salire dal golfo mistico le note di quel grande musicista morto povero, solo, alcolizzato. L’alba sulla <strong>Moscova</strong>. La <strong>Piazza Rossa</strong>, il mattino dopo la cruenta rivolta degli sterlcy. Entra in scena il principe <strong>Ivan Chovanskij</strong>, suo figlio <strong>Andrej</strong>, una fanciulla di nome <strong>Marfa</strong>, che ha fama di maga e che ama Andrej. Congiure. Accoltellamenti. Boiardi, <strong>Pietro il Grande</strong>. Vecchi Credenti. Quasi quattro ore di spettacolo, tre lunghi atti, due cambi di scena ad ogni atto, a sipario chiuso. Alla fine il capo degli scismatici capisce che il suo sogno di conservare la vecchia fede è irrealizzabile. Fa incendiare la chiesa. Ci entra con gli altri credenti. Anche Marfa è pronta a morire. Con la forza della sua fede convince Andrej a seguirlo in mezzo alle fiamme. Si sentono venire da lontano le trombe delle divisioni di Pietro il Grande che si avvicina mentre gli scismatici bruciano nelle fiamme e sulla Moscova sta per iniziare l’alba.</p>
<p>Al ritorno, lo sbalorditivo spettacolo dell’androne ascensionale dell’albergo illuminato da una luce accecante e gremito di grappoli di palloncini colorati. Era in corso una festa, veniva una musica a tutto volume, da uno dei giri di piani più in alto, una voce stava cantando in russo, distesamente, in quella vasta estensione spettrale. D’un tratto, come in un sogno, hanno cominciato a scendere dallo scalone ragazze scollate, in abito da sera, coi volti in fiamme, che lasciavano a poco a poco la festa reggendo con la mano enormi grappoli di palloncini colorati. La voce russa continuava a cantare una canzone dolce, sentimentale, nella voragine dell’albergo, in mezzo a quei marmi e a quelle colonne, mentre a poca distanza c’erano gli ospedali e gli obitori pieni di morti. Le ragazze continuavano a scendere a ondate, coi loro grappoli di palloncini irreali, a braccetto di cavalieri più vecchi di loro, eleganti, e la voce continuava a cantare la sua canzone sentimentale, struggente, in quella delirante vastità ascensionale.<br />
“In quale allucinazione sono finito?” mi chiedevo “Cosa è successo poco fa in questa città, in queste strade, mentre qui dentro la vita continua come se niente fosse ad andare avanti cieca, indifferente, smagliante, coi suoi corpi caldi abituati a convivere con ben altre tragedie. Cosa è successo solo pochi anni fa, pochi decenni fa, in queste strade? Che cozzo tremendo di illusioni e fredde passioni in queste membra grandi, ingenue, barbariche, dolci, in preda a sempre nuove febbri, accensioni, infezioni! Che catastrofi di strutture e di sogni hanno dovuto sostenere questi corpi meravigliosi, dolci, pazienti! Che cosa succederà nel futuro a questo potente gigante umiliato, spezzato, che si distende attraverso due continenti? Dove andrà a finire una simile lacerazione all’interno della lacerazione più grande che ci sta attraversando sempre più? Dove andremo a finire tutti quanti, in questo continente, su questo pianeta?”<br />
La voce continuava a cantare, mentre le ragazze non smettevano di passare a sciami coi loro grappoli di palloncini, spostavano aria profumata coi loro corpi in quella enorme solitudine musicale.<br />
Sentivo un peso tremendo, mi veniva continuamente da piangere. Ho preso l’ascensore, sono salito nella mia stanza per non sentire più quella voce che continuava a cantare, per non vedere più i palloncini, la luce. Ho aperto la finestra, ho guardato per l’ultima volta dall’alto la città di Mosca silenziosa, indifferente, tranquilla, con le sue luci accese qua e là nella notte, nel freddo, affacciato pochi metri al di sopra della rete di sicurezza contro i suicidi.</p>
<p><em>Pubblicato in “Fernandel”, gennaio/marzo 2003.</em></p>
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