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	<title>mostre &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Lo sberleffo di Badiucao: come bucare il bavaglio cinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jan 2022 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Ruini</strong><br />Per entrare nel corpo vivo del regime cinese il pubblico italiano ha a disposizione un’occasione da non perdere: mi riferisco alla bellissima esposizione dedicata all’artista cinese Badiucao La Cina non è vicina, allestita nel Museo di Santa Giulia di Brescia per la cura di Elettra Stamboulis.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong> <img src="https://www.bresciamusei.com/public/UserFiles/Image/box%20badiucao%20box.png" alt="La Cina (non) è vicina BADIUCAO – opere di un artista dissidente" /></strong></p>
<p>di <strong>Daniele Ruini</strong></p>
<p style="text-align: right;">True democracy begins<br />
With free confession of our sins<br />
(W.H. Auden, <em>New Year Letter</em>)</p>
<p>Che l’aria che si respira in Cina non fosse particolarmente salubre lo si sapeva già: basterebbero a dimostrarlo le notizie delle ultime settimane. Dagli <a href="https://www.ilpost.it/2021/11/11/xi-jinping-storia-risoluzione/">sforzi</a> ufficiali del presidente Xi Jinping per aprirsi la strada verso un terzo mandato, alle provocazioni militari ai danni di Taiwan (della cui possibile riunificazione alla Cina è tornato esplicitamente a <a href="https://www.ilpost.it/2021/10/09/xi-jinping-taiwan-riunificazione/">parlare</a> lo stesso Xi Jinping), fino alle recenti elezioni per il Consiglio legislativo di Hong Kong nelle quali Pechino ha avuto gioco facile nel far <a href="https://www.ilpost.it/2021/12/20/hong-kong-elezioni-risultati/">vincere</a> tutti i seggi a disposizione ai candidati più vicini al regime. Per non parlare dell’aggressività commerciale della Repubblica Popolare, accresciuta dopo lo scoppio della pandemia, o del mai sopito nazionalismo, ormai pronto a sfidare ad armi pari il gigante americano.<br />
Ma per entrare nel corpo vivo del regime cinese il pubblico italiano ha a disposizione –almeno fino al 13 febbraio 2022– un’occasione da non perdere: mi riferisco alla bellissima esposizione dedicata all’artista cinese Badiucao <a href="https://www.bresciamusei.com/detnews.asp?n=8&amp;num=2279&amp;t=La+Cina+%28non%29+%E8+vicina%0D%0ABADIUCAO+%96+opere+di+un+artista+dissidente%0D%0A"><em>La Cina <span style="text-decoration: line-through;">non</span> è vicina</em></a>, allestita nel Museo di Santa Giulia di Brescia per la cura di Elettra Stamboulis.</p>
<p>Nato a Shangai nel 1986 e noto con lo pseudonimo di Badiucao, questo artista-attivista si è fatto conoscere soprattutto attraverso il suo account <a href="https://twitter.com/badiucao">Twitter</a>, con il quale diffonde le sue opere cercando di tenere desta l’attenzione sulle politiche repressive del governo cinese. Ciò che muove tutta la produzione di Badiucao –che contempla quadri, poster, sculture, ready made, video, affissioni e performance in luoghi pubblici– è infatti una vera e propria ossessione: ovvero fare di tutto per mantenere viva la memoria dei molti lati oscuri del Comunismo cinese. Una delle opere più eloquenti visibili a Brescia, intitolata non a caso <em>Legacy</em>, ritrae per esempio i grandi leader comunisti –da Mao Zedong a Xi Jinping, passando per Deng Xiaoping, Jiang Zemin, e Hu Jintao– come dei veri e propri compagni di merende. E sia il padre della Cina comunista sia l’attuale presidente sono fatti oggetto di varie forme di dissacrante irrisione: dalla rappresentazione di Mao come un felino che recide con i denti il filo penzolante di un mouse, a Xi Jinping che abbatte con un fucile l’orsetto Winnie the Pooh (la cui immagine è censurata da alcuni anni in Cina a causa dei meme che ne hanno fatto l’alter ego del presidente).</p>
<p>È importante sapere che <em>La Cina <span style="text-decoration: line-through;">non</span> è vicina </em>è la prima mostra monografica mai dedicata –almeno in Occidente– a Badiucao: un precedente tentativo era stato fatto a Honk Kong nel 2018 ma, a pochi giorni dall’inaugurazione, l’esposizione era stata cancellata a causa delle minacce che avevano raggiunto sia la sua famiglia in Cina sia lo stesso artista, che da una decina di anni vive in Australia. Dopo quel fatto Badiucao ha deciso di rinunciare alle maschere che utilizzava per celare la sua identità e ha scelto di mostrare apertamente il suo <a href="https://www.ilpost.it/2019/06/05/badiucao-volto/">volto</a>; e la data scelta per farlo, il 4 giugno 2019, non è stata certo causale, trattandosi del trentennale dei fatti sanguinari di Piazza Tienanmen. La consapevolezza circa la pochissima conoscenza che la sua generazione aveva del massacro compiuto dal governo cinese nel 1989 è stata proprio ciò che ha spinto Badiucao ad iniziare il suo percorso di artista dissidente: d’altra parte i fatti di Piazza Tienanmen, che la Cina ha sempre continuato ad avvolgere in una <a href="https://www.internazionale.it/opinione/josephine-ma/2019/06/03/tiananmen-repressione">cortina di fumo</a>– coincidono con il momento in cui il Paese ha iniziato un’apertura verso l’economia di mercato imponendo, in cambio, ai propri cittadini di evitare di occuparsi di politica.</p>
<p>L’attualità della critica di Badiucao, così come la continuità della censura governativa, sono dimostrate dalla reazione stizzita della Cina per la mostra bresciana: l’ambasciata italiana della Repubblica Popolare ha infatti inviato, lo scorso ottobre, una lettera ufficiale al comune di Brescia chiedendo la cancellazione dell’esposizione. Secondo l’<a href="https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/badiucao-la-mostra-e-lo-strano-caso-della-cina-contro-brescia-1.3634471">ambasciata</a>, «le opere in mostra sono piene di bugie anti-cinesi, distorcono i fatti, diffondono false informazioni, fuorviano la comprensione del popolo italiano e feriscono gravemente i sentimenti del popolo cinese mettendo in pericolo le relazioni amichevoli tra Cina e Italia». Fortunatamente il comune non si è fatto intimidire, e ha rivendicato il diritto all’accoglienza degli artisti dissidenti in nome del valore supremo della libertà di espressione. D’altra parte la mostra fa parte della quarta edizione del <a href="https://festivaldellapace.it/">Festival della Pace</a>, che nel 2019 aveva dato spazio all’artista curda di nazionalità turca Zehra Doğan, incarcerata tra il 2017 e il 2019 in quanto accusata dalla Turchia di “propaganda terroristica”.</p>
<p>Allievo di Ai Weiwei, un ritratto del quale possiamo vedere nella mostra, Badiucao affronta i molteplici aspetti in cui si dispiega la censura cinese, allargando lo sguardo anche alle ingiustizie che avvengono in altri paesi come il Myanmar e concentrandosi in particolare sulla situazione delle rivolte di Honk Kong, a sostegno delle quali l’artista si è speso in prima persona. La denuncia della repressione del dissenso tocca poi la persecuzione da parte del governo cinese della minoranza turcofona e musulmana degli Uiguri, stanziata da millenni nella regione dello Xinjiang; e non risparmia nemmeno i fatti più recenti legati alla pandemia: alcuni poster ironici mostrano il modo in cui, in nome dello slogan “Silence is Health”, il governo cinese avrebbe tenuto a bada il Covid.<br />
Tra i pezzi forti presenti a Brescia si possono citare l’inquietante ritratto –utilizzato come poster della mostra– in cui Badiucao ha sovrapposto il volto di Xi Jinping a quello di Carrie Lam, la Chief Executive di Honk Kong colpevole di aver provocato le proteste del 2019 con la sua proposta di legge per rendere più agevole l’estradizione verso la Cina; o la <em>Tiger Chair</em>, una tradizionale sedia di tortura usata dal regime che l’artista ha modificato facendola apparire coma una sedia a dondolo. E oltre alle già citate opere dedicate a Mao, caratterizzate dal colore rosso acceso e da un’estetica pop che rimandano allo stile iconografico adoperato dalla propaganda cinese, si segnalano i geniali poster di finta pubblicità delle prossime Olimpiadi invernali –evento di cui Badiucao promuove il boicottaggio– liberamente <a href="https://drive.google.com/drive/folders/125FWsBOYGQFMts0HjueR-2a3AujEj8As">scaricabili</a> in rete.</p>
<p>Ma il cuore pulsante della mostra, quello in cui si possono davvero percepire le ferite inflitte alla società cinese dalla Repubblica Popolare dell’Amnesia (come si intitola un <a href="https://www.louisalim.com/">libro</a> della giornalista Luisa Lim dedicato a Piazza Tienanmen), è certamente rappresentato da tutte quelle opere che si sforzano di tenere viva la memoria degli oppositori che hanno pagato con la vita la loro dissidenza. Parliamo del premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, morto nel 2017 in regime di detenzione, e di sua moglie Liu Xia, tuttora costretta agli arresti domiciliari dopo aver fatto visita al marito in prigione. O di Li Wenliang, il medico di Wuhan che per primo lanciò l’allarme sul nuovo Coronavirus, andando incontro alle reprimende del governo e morendo poi di Covid a soli 33 anni. Centrale, in questo, è anche il documentario del regista australiano Danny Ben Moshe che accompagna la mostra e che ci permette di cogliere i motivi profondi che hanno attivato l’arte di Badiucao: dal ricordo del nonno, morto in un campo di lavoro all’epoca della Rivoluzione Culturale, all’incontro tra l’artista e uno degli attivisti che presero parte alle proteste di Piazza Tienanmen durante le quali perse le gambe (maciullate dai cingoli di un carro armato dell’Esercito Popolare di liberazione). Proprio i fatti del 4 giugno 1989 e il loro occultamento costituiscono l’assillo personale di Badiucao, che ha elevato a proprio feticcio il Rivoltoso Sconosciuto (il cosiddetto <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Tank_Man">Tank Man</a>) che ebbe il coraggio di opporre il proprio corpo ai carri armati delle milizie mandate a sedare la rivolta; è il <a href="https://www.youtube.com/watch?v=YeFzeNAHEhU">gesto</a> di quell’uomo, che l’artista cinese ha omaggiato in video e fotografie ambientate in varie città del mondo, a continuare a guidare la mano di Badiucao: affinché l’oblio non spenga la sete di verità.</p>
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		<title>Il cinema silenzioso di Michelangelo Antonioni, pittore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2015 13:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Beppe Sebaste  Si inaugura in una galleria di Piazza di Pietra – Galleria Anfosso – una mostra di quadri di Michelangelo Antonioni. Se ne parla come se fosse la prima volta, uno svelamento. Ma non è così, non la prima volta che vengono mostrati, e per di più in quella stessa piazza. È però la prima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Beppe Sebaste </strong></p>
<article id="post-6832" class="post-6832 post type-post status-publish format-standard hentry category-messaggi tag-anni-zero tag-calcutta tag-cinema tag-fallire-storia-con-fantasmi tag-michelangelo-antonioni tag-nemai-ghosh tag-pittura tag-silenzio clearfix has-post-title has-post-date has-post-category no-post-tag has-post-comment has-post-author">
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<div class="entry-content">
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-57545" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/antonioni-300x240.jpg" alt="antonioni" width="300" height="240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/antonioni-300x240.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/10/antonioni.jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Si inaugura in una galleria di Piazza di Pietra – <a href="http://www.arte.it/calendario-arte/roma/mostra-michelangelo-antonioni-pittore-20787">Galleria Anfosso</a> – una mostra di quadri di Michelangelo Antonioni. Se ne parla come se fosse la prima volta, uno svelamento. Ma non è così, non la prima volta che vengono mostrati, e per di più in quella stessa piazza. È però la prima volta senza Michelangelo. I suoi quadri sono cioè diventati merce, oggetti orfani confondibili con altri oggetti, indipendentemente dalla loro qualità, perché scorrono sullo stesso nastro scorrevole in cui tutto ciò che è “cosa” scorre. Quello che mi colpisce, come ogni volta, è la nostra ormai sistematica mancanza di memoria, e la nostra continua disponibilità alla baldoria degli “eventi”.</p>
</div>
</div>
</article>
<p><span id="more-57544"></span></p>
<div class="clearfix author-box">
<p style="text-align: justify;">Pochissimo conosciuti alla maggior parte del pubblico, i quadri di Antonioni a cui si dedicò con passione poco dopo il Duemila, furono già esposti a Piazza di Pietra in una grande mostra, allestita da Renzo Piano, col bel titolo <em>Silenzio a colori</em>. Il luogo scelto per mostrare il cinema silenzioso di Antonioni era non a caso il luogo  del rumore più persistente, il fragore metafisico oltre che sonoro della Borsa, come si vede nel suo film <em>L’Eclisse. </em>Era il il 30 settembre del 2006, giorno dell’ultimo compleanno, il 94°, di Michelangelo Antonioni. La sera del vernissage, il silenzioso Michelangelo passava tra la gente, nella sua carrozzina, e quando i commenti e le esclamazioni di fronte ai suoi quadri da parte di qualcuno che conosceva erano troppo insistenti, faceva con la dita della mano il segno di quando tocchi e fai frusciare i soldi, come se dicesse, sornione: “Allora comprateli, no?</p>
<p style="text-align: justify;">Di quello che scrissi all’epoca, sia nel catalogo che in due pagine dedicate all’evento sulle pagine domenicali de <em>la Repubblica</em>, per comodità scelgo la  versione, più breve, quella uscita sul giornale:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.beppesebaste.com/i-quadri-di-michelangelo-antonioni/" target="_blank">http://www.beppesebaste.com/i-quadri-di-michelangelo-antonioni/</a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Avendo avuto il privilegio di far visita spesso a lui e ai suoi quadri in vista del testo che avrei scritto per il catalogo, quel giorno lo trascorsi in compagnia del maestro, fin dal pranzo di compleanno organizzato da Felice Laudadio alla Casa del Cinema, con pochi intimi. È dell’inverno scorso la  mia scoperta, in casa di un anziano e celebre fotografo nella città vecchia di Calcutta, Nemai Ghosh – già amico di Antonioni – che tutto di quel giorno era stato documentato da  sue fotografie (<em>v. qui sotto</em>). Coincidenza,  le sue fotografie dedicate a Michelangelo Antonioni sono esposte proprio in questo periodo a Calcutta, a cura del consolato d’Italia. (Ho raccontato quella agnizione, quasi un’avventura metafisica alla Corto Maltese, per la rivista <em>il Reportage</em>:  <strong><a href="http://www.beppesebaste.com/silenzio-a-calcutta-per-michelangelo-antonioni-e-nemai-ghosh/" target="_blank">http://www.beppesebaste.com/silenzio-a-calcutta-per-michelangelo-antonioni-e-nemai-ghosh/</a></strong> )</p>
<p><a href="http://www.beppesebaste.com/wp-content/uploads/2015/10/antonioni-compleanno-in-mostra.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-6845 size-medium" src="http://www.beppesebaste.com/wp-content/uploads/2015/10/antonioni-compleanno-in-mostra-720x540.jpg" alt="antonioni compleanno in mostra" width="720" height="540" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Adesso, in questa seconda mostra che tutti accolgono come se fosse la prima e unica, c’è un nuovo catalogo in cui appare la testimonianza recente di Enrica Fico Antonioni, che di Antonioni fu moglie e compagna. È un testo molto bello, che riporto qui integralmente:</p>
<p style="text-align: justify;">“Michelangelo è pittore. Certo che è un pittore. Ha sempre dipinto, ha sempre guardato come un pittore, ha guardato i colori, colto le sfumature, la bellezza dei paesaggi e dei volti, dei muri e della luce rarefatta, si è soffermato a gioire dell’armonia degli alberi fioriti o delle dune del deserto, ha ammirato l’estro nelle tele dei più grandi artisti, ma quello che ha guardato più di tutto è stato l’uomo che guarda, che dispone, che medita, come è scritto in una lettera di Giorgio Morandi a lui indirizzata. Per questo credo sia diventato regista, perché la curiosità di scoprire i sentimenti era più forte di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è stato il suo compito, scavare nell’animo umano, a costo di incontrare una grande sofferenza. L’impegno che ha messo nel cinema è stato lo stesso che ha messo nella vita. Ha seguito una caparbia volontà di voler capire, di voler capire tutto. E io credo che alla fine ci sia arrivato a capire tutto. Avvolto nel suo morbido scialle color rosso fuoco, alla sua tarda età, il suo sguardo sapeva andare molto lontano e sapeva adagiarsi gentile sui colori delle sue ultime tele, finalmente libero, libero di giocare nella forma e nello spazio, nel colore puro o composto sapientemente, nella condizione che lo rendeva felice, quella astratta. Dipingere per lui era una gran gioia. I momenti dedicati alla pittura sembravano liberi dal tormento che il cinema poteva dargli, insieme alla soddisfazione di saper fare il mestiere che amava di più, ma che lo metteva sempre alla prova.<br />
Nei suoi ultimi anni, dal 2001, ha deciso di dedicare alla pittura tutto il tempo che gli rimaneva. Era al suo tavolo di lavoro tutto il giorno e tutti i giorni, assorbito nel colore, nella forma, nel silenzio, nella quiete del suo respiro. L’eleganza dei suoi gesti era disarmante, come sempre.<br />
La sua casa, la nostra casa si è riempita di colori e di improvvisa giovinezza. Invece di invecchiare sembrava affrontare il viaggio verso la morte immerso nella bellezza, quando dipingeva l’aria intorno a lui diventava leggera e sembrava che tutto quello che aveva imparato, osservato, letto, capito, si potesse disporre in un rosso, in un verde, nell’accostamento di molti colori, a volte mischiati e cercati per ore. Lui che stava perdendo la vista si è lasciato riempire le pupille di luce colorata e ha raffinato sempre di più il suo sguardo, per riuscire a vedere meglio quasi come con un senso superiore. Come quando una volta siamo usciti dal Prado, dopo essere stati giorni davanti a Velasquez, mi ha detto ‘ora vedo in modo completamente diverso’.<br />
La pittura che ha guardato lo ha sempre influenzato. La bellezza e l’eleganza lo hanno strutturato, cominciando dalla sua città, Ferrara. Per capire veramente Antonioni bisogna andare a Ferrara, la notte, con la nebbia o al tramonto per gustare il colore caldo dei muri di cotto sempre coperti da un velo di grigio. Nelle piazze di Ferrara si trova la pittura che ha voluto ricreare nei suoi fotogrammi. Le piazze vuote, il deserto dei sentimenti, il rumore dei passi di camminate solitarie, percorsi vuoti all’interno di sé stessi. Il De Chirico che si rivela a Ferrara era anche appeso alle pareti della sua casa romana, insieme a Morandi, a Bacon a Balla, Feininger, Baumeister. Una discreta collezione.<br />
Il bianco e nero dei suoi film era costruito per essere infinitamente ricco di sfumature, composto da centinaia di grigi. Una fotografia pastosa che rendeva i volti di pelle di pesca, gli abiti fruscianti nelle loro pieghe. Aveva il gusto di una ricerca della fotografia nitida, quasi come la percezione dell’occhio, studiata con i più grandi maestri, quelli che hanno insegnato a tutti. Con loro, Gianni di Venanzo, Enzo Serafin, Michelangelo ha conosciuto le scale dei grigi e la ricchezza della luce.<br />
Poi è venuto il momento di cedere al colore, di allontanarsi dalla nebbia, anzi di raccontarla con un occhio più distaccato. Si doveva preparare a raccontare le percezioni della sua natura più adulta, quella dell’uomo che sa stare nel deserto, o solo in una stanza deserta, di un uomo che non vuole appartenere a nessuna città, a nessun paese, per poter raccontare lucidamente di ogni cosa che vede.<br />
Con <em>Il deserto rosso</em> si è veramente affermato pittore. Ha letteralmente dipinto i suoi set, i fotogrammi sono diventati tele. I colori esprimono i sentimenti, ancora di più della posizione della macchina da presa. L’angoscia è grigia, l’amore è rosa. Sembra così semplice, ma è grigia anche la faccia di chi vende la frutta su un carretto anch’esso grigio, in una strada tutta grigia. Poi negli interni, col pretesto di raccontare le impressioni di un personaggio psicopatico, si concede a dipingere le pareti nella ricerca dei blu, dei viola, i verdi. Esprime la sua voglia di essere pittore. Come Rothko che aveva visitato nel suo studio a New York nel 1962, per l’uscita de <em>L’Eclisse</em>.<br />
Raramente Michelangelo riconosceva una grandezza negli artisti suoi contemporanei, invece considerava i quadri di Rothko superbi. Gli scriveva del quadro N.19, esposto alla mostra di Roma nel 1962: quest’opera è di una purezza e di una forza fenomenali, c’è tutto l’acciaio di New York nel colore del quadrato superiore, così isolato dal fondo scuro: ti dà il panico, un panico cosmico. Questa è l’angoscia dipinta. Straordinario.<br />
E ancora, in un’altra lettera. Caro Rothko, io e lei facciamo lo stesso mestiere: lei dipinge e io filmo il niente.<br />
E’ stato quel dipingere il niente che lo rendeva felice. Solo immerso nel colore ha creato superfici che potevano parlare il suo linguaggio, di nuovo trovare un’armonia, un canto senza parole”.</p>
<p style="text-align: justify;">La Castellina, 17 Agosto 2015</p>
<p style="text-align: justify;"> Il giorno della conferenza stampa di questa nuova mostra in una galleria privata, mi è venuto il ricordo di quella del 2006, dove mi fu chiesto di parlare. Quello che improvvisai doveva essere interiormente importante per me se dopo anni si è sedimentato in una pagina del mio nuovo romanzo,  <strong>Fallire. Storia con  fantasmi</strong>, di cui gli Anni Zero scandiscono i capitoli. Credo che quelle parole spieghino in qualche modo anche la nostra mancanza di memoria, dato il nostro stile di vita a imitazione di una tv che non viene mai spenta, e  che cancella se stessa ogni momento che passa. È un’altra idea del tempo, di ritmo, di lentezza, che rimandano sia il cinema che la pittura di Antonioni. Siamo ancora in grado di capirla, di accoglierla? Dunque, nel capitolo dedicato al 2006 del mio nuovo libro, a pag. 120-21 si legge questo, dedicato a Michelangelo Antonioni e all’illuminante subbuglio che condividere un po’ con lui creò dentro di me:</p>
<p><a href="http://www.beppesebaste.com/wp-content/uploads/2015/10/pag.121-su-antonioni.jpg"><img loading="lazy" class=" wp-image-6833 size-full aligncenter" src="http://www.beppesebaste.com/wp-content/uploads/2015/10/pag.121-su-antonioni.jpg" alt="pag.121 su antonioni" width="350" height="466" /></a></p>
<p>“… Noi, dici, stiamo ancora aspettando che quei frammenti, oggetti senza più uso né scopo, finiscano di cadere. Non guardiamo verso l’alto per paura o per vergogna, e li aspettiamo sapendo che nulla d’importante, in nessun ambito, è nel frattempo avvenuto, nonostante il brusio e la nebbia di eventi. Nulla tranne questo cadere di cui da anni redigiamo il catalogo… ” (pag. 121).</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="author-bio">[articolo apparso su <a href="http://www.beppesebaste.com" target="_blank">www.beppesebaste.com</a> il 28/10/2015]</div>
</div>
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		<title>Giornalismo culturale: prime indagini sulla scomparsa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jun 2012 09:32:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di  Michele Dantini e Tomaso Montanari Niente o pressoché niente, nell’informazione culturale in Italia, appare oggi al servizio del lettore: eppure il discorso giornalistico appare stabilire standard pubblici di competenza e ragionamento in un paese in cui pochi accedono al saggio o alla monografia. Il processo è in corso da tempo, ma manca un dibattito [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di  <a href="http://micheledantini.micheledantini.com/"><strong>Michele Dantini</strong></a> e <strong>Tomaso Montanari</strong></p>
<p>Niente o pressoché niente, nell’informazione culturale in Italia, appare oggi al servizio del lettore: eppure il discorso giornalistico appare stabilire standard pubblici di competenza e ragionamento in un paese in cui pochi accedono al saggio o alla monografia. Il processo è in corso da tempo, ma manca un dibattito pubblico su quella che potremmo considerare la scomparsa del giornalismo di cultura o la mutazione in marketing di recensioni, interviste, presentazioni. <span id="more-42650"></span>Accade come se, con riferimento ai “nutrienti” culturali, non si avvertisse la necessità di tutelare il diritto di sovranità per così dire alimentare da parte del consumatore. La rarità di iniziative editoriali che intendono contribuire al mantenimento di un’opinione pubblica indipendente riduce per di più le opportunità di ricerca, formazione e partecipazione qualificata al di fuori del contesto specialistico. Non ci attarderemo oltre in considerazioni di carattere generale: è urgente esemplificare con riferimento a pagine e inserti culturali delle più diffuse testate nazionali.</p>
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<p><em>Il Manifesto “Senza sviluppo niente cultura” del </em>Sole 24Ore</p>
<p>La pubblicazione, in febbraio, del dibattuto “Manifesto per la cultura” sul supplemento domenicale del <em>Sole 24Ore</em> costituisce un primo <em>case study</em>. Il “Manifesto”, dal titolo <em>Senza cultura niente sviluppo</em>, ha ricevuto numerose adesioni e incontrato sostegno istituzionale: tre ministri e lo stesso presidente della Repubblica si sono pronunciati in suo favore. Malgrado la campagna mediatica sia stata formidabile, il documento ha trovato sottoscrittori per così dire d’ufficio, istituzionali e distratti, che non gli hanno riservato attenzione specifica. A una considerazione ravvicinata il “Manifesto” del <em>Sole</em> si rivela opaco, improvvisato e casuale, colmo di propositi magniloquenti ma fatalmente riconducibile, se indagato, a principi neoliberisti di monetarizzazione del patrimonio storico-artistico da cui pure si sostiene di volersi distaccare .</p>
<p>L’atteggiamento nei confronti delle discipline storiche e sociali è condiscendente quanto indeterminato, e non dissipa il timore di una strumentale genericità. Non è chiaro a quali politiche di “valorizzazione” ci si riferisca, e se queste giungano a includere gli alti istituti pubblici di formazione. “Valorizzazione” come finanziamento di centri di ricerca e politiche trasparenti di reclutamento o mero commercio dell’aura storico-artistica e archeologica in chiave neocoloniale e neofolklorica? In breve: dovremo formare archeologi magnogreci o camerieri? Hostess o storici dell’arte trecentesca? L’iniziativa manca di ciò che pure si invoca: l’approssimazione argomentativa e le non poche sviste storiografiche irridono <em>de facto</em> alla competenza umanistica e lasciano aleggiare attorno all’intera iniziativa il sospetto di una campagna autopromozionale del Gruppo 24Ore.</p>
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<p>La Repubblica <em>e l’”innovazione”</em></p>
<p>La vicenda più clamorosa di <em>battage</em> propagandistico ha avuto (e ha tuttora) luogo su <em>Repubblica</em>. Tra le pagine del quotidiano si dispiega, nei mesi più recenti, un ufficio stampa governativo-ombra. L’informazione relativa alle iniziative (o ai semplici pronunciamenti) del ministro dell’istruzione e della ricerca con delega all’innovazione, Francesco Profumo, è data in forma acritica e irresponsabilmente semplificata da giornalisti subalterni e opinionisti sprovvisti di cognizioni adeguate. Processi di indubbia rilevanza e persino validità potenziale, come la digitalizzazione dell’amministrazione pubblica o dell’editoria scolastica, l’indagine su ciò che debba insegnarsi o l’allestimento di reti digitali più potenti estese all’intero territorio nazionale appaiono imporsi alla comunità dei cittadini senza che vi sia discussione riflessiva e partecipata. Al tempo stesso, nel silenzio dei media, si adottano misure intrasparenti e restrittive per la ricerca pubblica, come l’abolizione dei criteri di <em>peer review</em> per l’assegnazione dei fondi di ricerca agli scienziati più giovani o la norma che fissa in 1:5 [sic!] la <em>ratio</em> assunzioni|pensionamenti nelle università. Un disegno che pare di commissariamento si compie tra <em>boutades</em> offensive sugli alti stipendi degli insegnanti e l’imitazione non dichiarata di modelli scolastici o di apprendimento né occidentali né democratici, invece indiani, coreani o cinesi.</p>
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<p><em>Storie dell’arte con sponsor</em></p>
<p>Il giornalismo culturale si va trasformando in industria creativa: le maggiori testate vendono pagine agli sponsors delle mostre senza dichiararlo in modo trasparente. Le “Grandi Mostre” di <em>Repubblica</em> o i “Grandi Eventi” del <em>Corriere della sera</em> sono inserti periodici in cui vengono pubblicati stralci del catalogo accanto a interventi di noti storici dell’arte e di giornalisti culturali. E’ vero: didascalie stampate in caratteri minuscoli avvertono che le pagine sono realizzate “in collaborazione” con lo sponsor. Il lettore tuttavia crede di consultare informazione indipendente. Con il <em>Domenicale</em> del <em>Sole 24Ore</em> l’uso raggiunge la perfezione. La società 24Ore Cultura produce le mostre. Motta (dello stesso gruppo) stampa i cataloghi. Il <em>Domenicale</em> patrocina le stesse mostre con una pubblicità martellante. Tutto fatto in casa e bellamente confezionato. Consideriamo il caso di <em>Artemisia</em>, mostra da poco conclusasi a Palazzo Reale, Milano, prodotta appunto da 24Ore cultura. Il <em>Domenicale</em> dedica ampio spazio alla mostra-“evento” non solo in occasione dell’apertura, a settembre, ma ancora in seguito: grandi foto di Chiambretti in visita, l’allusivo <em>reenactment</em> dello stupro della pittrice secentesca e luoghi comuni sulla condizione femminile. Una mostra mediocre, aperta dalla voyeuristica trovata del letto sfatto che si tinge del rosso della verginità violata, diviene la più pompata della storia recente.</p>
<p>Possiamo chiederci: chi di noi sarebbe disposto a considerare serio un quotidiano che proponesse due o tre pagine di interventi di medici, farmacologi, storici della medicina e psicologi dedicati a un nuovo farmaco e poi dichiarasse che quelle pagine sono realizzate in collaborazione con la casa farmaceutica detentrice del brevetto e dei diritti di commercializzazione? Perché, allora, non insorgiamo quando la stessa, identica cosa succede con la storia dell’arte? La risposta, supponiamo, è che consideriamo la scienza in generale e la medicina in particolare questioni terribilmente serie. Siamo invece persuasi che la storia dell’arte sia una materia leggera, un’occasione di intrattenimento o di evasione: niente per cui abbia senso andare per il sottile.</p>
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<p><em>Per una prima introduzione al tema e ai </em>case studies<em> richiamati:</em></p>
<p>sul Manifesto Sole 24Ore @<a href="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/" target="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/">http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/</a></p>
<p>su Repubblica e le campagne sul digitale @ <a href="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/" target="http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/">http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/</a></p>
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<p><em>[Questo articolo è apparso su<a href="http://www.alfabeta2.it/2012/05/05/sommario-di-alfalibro-maggio-2012/"> alfalibro</a> supplemento di &#8220;alfabeta2&#8221; di maggio.]</em></p>
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