<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>movimenti di protesta &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/movimenti-di-protesta/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 24 Nov 2011 15:22:24 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Depressione</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 15:22:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalisse]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Governo Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Grande Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[indignati]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[lars von trier]]></category>
		<category><![CDATA[Melancholia]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti di protesta]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolas Sarkozy]]></category>
		<category><![CDATA[occupy Wall Street]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40852</guid>

					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico. Non qui. Qui c’è solo lo sguardo ripetuto attraverso il cerchio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/EKV4gbEAo0I" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Sono giorni che mi vedo così. Sono la donna bruna che cerca di catturare il pianeta malefico dentro un cerchio di fildiferro per vedere se si allontana o si avvicina. Nel film di Lars von Trier, il finale sarà l’impatto apocalittico. Non qui. Qui c’è solo lo sguardo ripetuto attraverso il cerchio, lo spread che sale e scende, l’astro che non capisci se sia più lontano o più vicino. Non si chiama <em>Melanchòlia</em>, ma Depressione. Temo non sia casuale che gli economisti stiano ben attenti a usare il termine. Parlano di crisi, recessione, inflazione. Al minimo accenno alla Grande Depressione sembrano spaventarsi. Divenuti auruspici di meccanismi talmente fuori controllo da apparire eventi catastrofici, temono le profezie che si autoavverano. <span id="more-40852"></span></p>
<p>Anche per questo siamo già in depressione. La depressione è un stato della mente collettiva che coincide con una congiuntura economica. E’ il risultato del senso di impotenza con cui ci affacciamo alle aspettative negative, memori anche solo sottopelle di quanta perdita abbiamo già subito. Mandiamo i figli a studiare in scuole sempre più fatiscenti, compilando bollettini postali per consentire l’acquisto di materiali tra i quali c’è la carta ma anche la carta igienica. Paghiamo ticket sempre più alti per le cure mediche, ma se è necessario un esame urgente, raggranelliamo i soldi per la visita privata. Nelle stazioni ferroviarie funzionano spesso solo gli schermi che trasmettono non-stop spot pubblicitari. Le città si allagano con ogni pioggia forte, i tombini non ripuliti si intasano, nel manto stradale malripezzato le pozzanghere si ingrossano a laghi che continuano ad allargare le buche.</p>
<p>Il lavoro è sempre più scarso, sempre meno tutelato, sempre peggio retribuito. La classe operaia, prima di quasi dissolversi, ha fatto sacrifici senza andare in paradiso. E’ stata raggiunta nel limbo quaresimale dalla classe media. I lavoratori atipici stanno sulla soglia, sempre più numerosi. Non hanno voltato le spalle agli operai della Fiat nel braccio di ferro con Marchionne, ma quando uno di loro si trova faccia a faccia con l’impiegato pubblico troppo lento o scazzato, l’insofferenza verso il tutelato brucia, tutto a vantaggio di chi divide e impera. L’umiliazione resta più indicibile del rancore in cui cerca uno sfogo, è il fondo depressivo che atomizza, che entra in casa, che intossica i rapporti più privati. Se hai uno straccio di lavoro, sai che ti tocca tenerlo caro quasi a qualunque costo. Sotto c’è lo strato nero del lavoro in nero, i clandestini che ne abbassano il costo reale, che portano voti alla Lega, perché c’è sempre chi incassa le rendite delle guerre tra poveri. Difficile resistere alle sirene depressive e alla loro capacità di incattivire, spacciando per visione esistenziale lo sguardo oscurato dal malessere subito. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, dice alla sorella bruna in preda al panico, la bionda che trae una forza terminale dalla sua natura melancholica o saturnina .  </p>
<p>L’esito del voto in Spagna indica che la delusione è soprattutto un problema delle sinistre governative. Lo stesso dice, a modo suo, l’altissima fiducia degli elettori del Pd nel governo Monti. Il sollievo e la speranza per la ritirata di Berlusconi sono stati, sin da subito, mescolati al desiderio di affidarsi a un’autorità, come bambini spaventati da una realtà che trascende le loro capacità di comprendere e reagire. Dare la mano a chi dovrebbe guidarli nel buio, chiudendo gli occhi. Ma insieme ad ansia e paura, agisce anche una ragione se non proprio depressiva, almeno disillusa sino al fatalismo. Se l’alternativa alla catastrofe non può che essere ingoiare la minestra austera, che almeno sia preparata da un grande chef che ha imparato la ricetta nei migliori établissment del mondo, in grado – si spera &#8211;  di trattare alla pari con i colleghi dell’Hotel Frankfurter Hof e Hotel Ritz. Nulla di meglio si sarebbero aspettati da un partito che da decenni ha chiesto rinunce con la promessa che si sarebbero tradotte in crescita e dunque benefici, cosa non avveratasi in cui non spera più nessuno. L’ironia del caso italiano fa si che sia stata la destra berlusconiana a imporre, con il voto dei ceti popolari e l’appoggio di Confindustria sino al limite del baratro, il dietrofront sugli slanci liberali di sinistra.  Al “meno tasse per tutti” strombazzato, corrispondeva, nella pratica, il ripristino di ogni privilegio e il “niente tasse per alcuni” molto prammatico, ovvero destinato a tutti quelli in grado di evaderle. Ma quel che sembra arrivato al capolinea in tutta Europa, è il sogno di una società dove capitalismo e socialismo, alla fine di tante lotte, avessero raggiunto un equilibrio soddisfacente per gran parte dei cittadini. Sembrava un’acquisizione così salda che non solo in Italia, inebriata dal nuovo mondo unilaterale, anche la sinistra ha creduto di potersi concedere un po’ di libertinaggio liberale. I danni del New Labour si sono sommati a quelli del thatcherismo, e persino nella Germania graziata dalle casse piene dello Stato, nessuno rivorrebbe più un Gerhard Schröder a capo del Partito Socialdemocratico. Forse anche per questo &#8211; oltre all’assenza di alternative immediate per proteggere il paese dal rischio fallimento &#8211; lo stesso Partito Democratico è stato così pronto e docile nel consegnare delega al governo Monti, malgrado sembrasse certa e addirittura prossima la vittoria elettorale. Pur consapevole che potrebbe pagare carissima la resa delle armi, ha preferito affidare all’outsourcing “tecnico” l’esecuzione della politica economica, nel momento in cui non è stata più un’opzione, ma un’imposizione ineluttabile. Ora si stanno delineando scontri interni tra correnti più liberali e più “sociali”,  ma sempre in una logica binaria e autoreferenziale. Nessuna riflessione dialettica sui propri percorsi che voglia in più – pare impensabile &#8211;  confrontarsi con la base elettorale o con la società. Che i dettati dell’economia abbiano esautorato la politica, pare avvenuto sia per causa che come effetto della sua incapacità di mettersi in discussione e in gioco – non solo in Italia.</p>
<p>Il pianeta, malgrado il nuovo governo, non resta fermo. Forse il collasso europeo è ormai inevitabile, però non ci aspetta nessuna fine ultima, solo il dover andar avanti sempre più incerti, sempre più disillusi, sempre più poveri. L’apocalisse, per le anime depresse, somiglia a una favola consolatoria, almeno nella misura in cui cerca di esorcizzare il malessere, oggettivandolo in una rappresentazione esterna – cosa di cui il film di Lars von Trier è un esempio dei più trasparenti. Non sembra casuale che, in questi anni di crisi, le narrazioni apocalittiche si siano moltiplicate sino all’inflazione: libri, film, videogiochi. L’apocalisse addomestica i demoni rendendoli feroci e grandiosi  &#8211; ma soprattutto esterni. Mistifica il nostro sentirci miserabili, non importa se facendoci combattere battaglie splatter contro alieni, o abbandonandoci in un castello abitato da tre privilegiate anime in pena che attendono il bang finale. Esiste però qualcosa che la narrazione apocalittica non può permettersi. Non può mostrare alcun collegamento con la condizione storica e collettiva che la incrementa o la ingenera, con quella depressione di cui gli economisti temono di fare il nome. “Siamo soli e il mondo è cattivo”, lo dice, appunto, la stessa splendida donna che nella prima parte manda a quel paese un capo stronzo, ma prodigo di elogi e promozione. Nella favola nera cinematografica è l’eroina che si licenzia perché la depressione le rende intollerabile ogni gioco e finzione sociale, nel mondo grigio della crisi cadono in depressione i licenziati. Castelli e miserie, come diceva il poeta maledetto, simboli e archetipi che mostrano un’essenza per occultare la contingenza da cui possono sgorgare.</p>
<p>Ma forse gli effetti distorsivi della depressione, con il suo bisogno si esternarsi fosse anche in figure di un nero monocromo, possono riflettersi persino sulle letture della realtà che ci incombe addosso. Dal basso della nostra impotenza, la crisi appare come una trama di attori impersonali spregiudicati o almeno un meccanismo perverso quanto ferreo. Non si può fare altro che cercare di disattivarlo in toto, quindi la risposta più radicale sembra l’unica o comunque la migliore. Se c’è una ragione per la quale l’idea del default pilotato come via d’uscita non mi convince, questa risiede soprattutto nel timore che possa essere una reazione opposta e speculare, quasi “euforica”, all’aut-aut di uno scenario catastrofico non messo discussione. Non escludo che in certi casi – forse già in Grecia allo stato attuale – ci sia possa far meno male saltando dalla finestra del fallimento che continuando a mangiare la minestra della miseria. Però le visioni più o meno complottistiche dello strapotere finanziario rischiano di assolvere la corsa individuale alle scialuppe di salvataggio delle nazioni imbarcate sul Titanic, soprattutto all’interno dell’Europa monetaria. Il meccanismo va analizzato e scomposto in ogni sua componente, a cominciare da quelle che appartengono alla responsabilità della politica. Le posizioni di Merkel o Sarkozy, per dire, ma anche l’incapacità dei governi dei paesi mediterranei di contrattare uniti, acquisendo un peso maggiore sul tavolo delle trattative. Lo sforzo di ragionare in maniera differenziata pur nella situazione di pericolo e ricatto, non ha forse utilità pratica, ma esprime in sé un rifiuto dell’introiezione di una subalternità subita.  </p>
<p>La crisi è globale e globali sono le contestazioni che si levano dal basso. Oltre agli slogan che, nella loro evidenza immediata – “siamo il 99%” &#8211; possiedono un potenziale di aggregazione contagioso, forse è anche il volto stesso dei movimenti a strappare la maschera. Traslocare nei luoghi pubblici, accamparsi come zingari nelle tende, dormire nei sacchi a pelo come barboni. Sperimentare una democrazia più diretta, intervenendo nelle assemblee con un codice di gesti che ricorda il linguaggio dei sordomuti. Intervenire, come accade in America, senza amplificazioni, lasciando che le parole dell’oratore vengano trasmesse coralmente. I movimenti, soprattutto in occidente, traducono, per necessità di cose, in corpi e pratiche lo scandalo occultato: la povertà. Si avvalgono anche di strumenti tecnologici e internet, ma questo lo fanno pure i manifestanti in Egitto o in altri paesi dove la libertà era inaccessibile e il pane lo è diventato. Anche con un’antenna sul tetto di una baracca o uno smartphone in tasca si può essere poveri &#8211; sia nel primo che nel secondo e terzo mondo. Dovunque, tuttavia, la povertà non è soltanto quella materiale. E’ tutto ciò che manca o è venuto a mancare: diritti, prospettive, rappresentanza, sponde politiche, risposte alternative complessive che appaiano già formulate e percorribili. Talvolta, a vedere e sentire gli aderenti dei movimenti, capita di sentirsi sconcertati dinnanzi all’impressione che il linguaggio della protesta debba reinventarsi a partire da una sorta di grado zero. Quella povertà è anche debolezza, certo, ma occorre vederla prima per quel che è – lo specchio non falsato di una condizione vera – prima di pensare che se ne possa uscire con scorciatoie. Inutile illudersi: tra la richiesta di una patrimoniale o di una Tobin Tax, o addirittura una riscrittura mondiale delle regole di governance finanziaria e le questioni della crisi strutturale (sostenibilità della crescita, ambiente, occupazione futura ecc.) c’è di mezzo un deserto da attraversare. Un deserto non confinato alle sole democrazie del mondo avanzato, di cui alcuni paesi come il nostro stanno sperimentando per la prima volta cosa significa essere retrocessi in prossimità di quelli meno sviluppati.<br />
Partire da proposte concrete benché già fin troppo osteggiate, non dovrebbe essere un modo per scambiare correzioni di rotta importanti per risposte esaustive. Il percorso, se vuole essere di “democrazia reale” (o qualcosa che vi somigli), sarà lungo e tutto da costruire.</p>
<p>Eppure ci sono nodi e luoghi da cui conviene cominciare. L’Europa può essere un perno. Se in questo continente cominciassero a cambiare alcune regole, questo potrebbe avere un impatto assai più esteso. Probabilmente, causa di forza maggiore, i summit della politica EU troveranno qualche accordo palliativo che consenta una tregua utile per guadagnare tempo. Bisognerebbe sfruttarla anche dal basso per mettere in piedi quel che finora è stato fatto troppo poco. Creare reti &#8211; avere più scambi, informazioni, coordinamento. Giustapporre un’altra politica a quella che impongono le istituzioni monetarie e i governi con il coltello dalla parte del manico. L’Europa è anche quella in cui per secoli uomini e donne hanno lottato per i loro diritti. L’Europa, ancora prima che intorno agli ideali socialisti, comunisti e anarchici si organizzassero partiti e sindacati, è stata il luogo dove si è combattuto insieme perché i singoli paesi potessero diventare nazioni autonome, pari a quella che nel nome di libertà, fraternità e uguaglianza aveva decapitato la monarchia assoluta. Oggi pare di assistere a un processo inverso. Non lasciamo che la moneta diventata immagine e somiglianza di un pianeta minaccioso la disintegri- e noi con essa.  </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/24/depressione/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>19</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Hessel non abita in Italia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/hessel-non-abita-in-italia/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/hessel-non-abita-in-italia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 06:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[15 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[black bloc]]></category>
		<category><![CDATA[indignati]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti di protesta]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[nique la police]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40444</guid>

					<description><![CDATA[[Recupero questo articolo da senzasoste.it: mi sembra un contributo interessante per un ragionamento sulla manifestazione del 15 ottobre scorso. L&#8217;autore si firma con uno pseudonimo e dal sito non sono riuscito a recuperare un modo per contattarlo. Se capita qui su NI e ha voglia di approfondire ulteriormente la sua tesi, è il benvenuto.]  Hessel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #888888;">[Recupero questo articolo da <a title="senza soste" href="http://www.senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica" target="_blank">senzasoste.it</a>: mi sembra un contributo interessante per un ragionamento sulla manifestazione del 15 ottobre scorso. L&#8217;autore si firma con uno pseudonimo e dal sito non sono riuscito a recuperare un modo per contattarlo. Se capita qui su NI e ha voglia di approfondire ulteriormente la sua tesi, è il benvenuto.]</span></p>
<h3 style="text-align: center;"> Hessel non abita in Italia<br />
La crisi permanente della forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica</h3>
<p style="text-align: right; padding-left: 30px;"><em>Colui che finalmente si accorge quanto e quanto a lungo fu preso in giro, abbraccia per dispetto anche la più odiosa delle realtà; cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso, la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati<br />
(Nietzsche)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una analisi di quanto accaduto a Roma impone considerazioni cliniche e quindi sgradevoli. Perché un’analisi della dinamica delle differenti forze sul terreno, che si sovrappongono ormai regolarmente ad ogni grande evento di piazza, prescinde da considerazioni di valore. Non assegna meriti ad un comportamento piuttosto che ad un altro, d’altronde la politica non è un concorso a premi ma un fenomeno che produce risultati a seconda degli equilibri tra le forze in campo, né si pone il problema di riparare torti attraverso un uso emotivo, terapeutico dell’analisi. Per tutto questo ci sono la letteratura, il giornalismo, Twitter, i post su Facebook e tutta una miriade di scambi microfisici di impressioni tra persone coinvolte, o che si sentono tali, su quanto accaduto.<span id="more-40444"></span></p>
<p>La prima considerazione clinica che si impone, dopo la giornata del 15 ottobre, è che la forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica è in crisi permanente e non sarà in grado di incidere, né tantomeno risolvere, nessuno dei problemi che evoca. Dalla questione del debito, al precariato. Si tratta di un tema ineludibile già emerso con forza a Genova 2001 e con le manifestazioni globali contro la guerra in Iraq nel 2003 (dove la seconda superpotenza mondiale dei movimenti, come la definì il mainstream americano, evaporò prima che la superpotenza Usa si impantanasse tra Falluja e Ramadi). Sappiamo benissimo che la forma movimento che si basa sul primato dell’opinione pubblica nasce, in Italia come altrove in occidente (nei paesi extraoccidentali è questione differente), come tentativo di risoluzione della crisi del modello di movimento basato sulle pratiche antagoniste fuoriuscite dal ’68. Di questo modello ne ha denunciato a lungo l’obsolescenza, sia sul piano della funzionalità che su quello della differente sensibilità etica raggiunta dalle società successive agli anni ’70, imponendo mutazioni significative di linguaggi, pratiche, obiettivi all’intera sinistra di movimento in differenti paesi. L’idea di fondo, qui semplifichiamo un  posizioni anche differenti tra loro, era che abbandonando la simbolica dello scontro frontale, neutralizzando le pratiche sul terreno si sarebbe potuto incontrare ed egemonizzare le dinamiche di pressione dell’opinione pubblica verso il sistema politico e istituzionale. Nella versione più conflittuale di questo modello anche pratiche sindacali, tradizionali e innovative, come solidaristiche e persino culturali avrebbero tratto benefici concreti da questa forma movimento. Dopo quindici-vent’anni di riproposizione di questo modello si tratta di capire che è obsoleto, passato, inefficace perlomeno quanto i modelli che pretende di denunciare. Genova 2001 aveva fatto capire come la piazza (e non solo) potesse esplodere di fronte alla complessità sociale prodotta dagli eventi organizzati da questo genere di forma movimento. Il 2003 aveva fatto comprendere che, una volta sconfitto un movimento quando è stata usata la capacità massima di pressione del format opinione pubblica mondiale, non c’era un problema di masse, numeri e capacità di rappresentazione simbolica ma uno di efficacia del tipo di movimento messo in campo. Insistere sulle clonazioni di questo modello, legittimandole con le giaculatorie sulle “nostalgie del ‘900” che apparterrebbero a chiunque ne vede le evidenti crepature, ha portato a cronicizzare due evidenti patologie politiche. La prima legata ad un distacco reale dalla situazione sociale, persino dall’immaginario, di questo paese (ovvero il vasto mondo che vive fuori dal perimetro di realtà che si creano necessariamente i movimenti) la seconda da una serie di valutazioni ingenue su come si forma l’opinione pubblica in un mondo attraversato da una pluralità di piattaforme mediali.  Analizziamole entrambe partendo da quest’ultimo problema.</p>
<h4>MUSSOLINI, GRAMSCI E NOI</h4>
<p>La constatazione della fine dell’epoca liberale, alla quale segue una necessaria critica del fenomeno dell’opinione pubblica, non è di questi giorni ma degli anni ’20. Quando la finanza della prima globalizzazione, quella nata nella seconda metà dell’800 mise in crisi, assieme al protagonismo delle masse uscite dalla guerra ’14-’18,  la democrazia liberale. Uno dei padri fondatori della sociologia contemporanea, Ferdinand Toennies, legò la crisi della democrazia liberale al problema della critica dell’opinione pubblica, elemento regolativo della vita politica ufficiale, strumento di selezione delle istanze politiche di quel mondo. Senza entrare, anche se farebbe bene, nelle questioni teoriche poste da Toennies riportiamo una discussione nelle aule parlamentari del Regno d’Italia utile a focalizzare un problema del presente: il rapporto tra opinione pubblica e politica. Siamo nella primavera del ’25, Mussolini ha già fatto il primo atto del suo colpo di stato il 3 gennaio di quell’anno e si appresta a concludere la struttura politica e statale di una dittatura che durerà fino al 25 luglio del 1943. Alla Camera si confrontano Gramsci e Mussolini, il primo oramai messo all’angolo politicamente mentre il secondo risplende di boria essendo ormai il vincitore di fatto dello scontro politico, tra destra e sinistra, apertosi con la fine della guerra. Gramsci, per trovare un argomento che condizionasse il vincente Mussolini, comincia a parlare delle critiche che il Corriere della Sera aveva mosso al comportamento del fascismo. Mussolini non fa una piega: dice chiaramente che il potere dell’opinione pubblica, composta da centinaia di migliaia di lettori, è ormai stato travolto da quello di un partito organizzato, il suo. Di lì a poco tempo Mussolini, oltre a sciogliere il parlamento e a far arrestare Gramsci, si impadronirà anche del Corriere della Sera. Trasformandolo nella voce più prestigiosa del regime fino alla sua caduta. Dopo la fine del fordismo il rapporto tra opinione pubblica e politica organizzata si è rovesciato rispetto a quel dibattito della primavera del ’25. Per cui la capacità di esercitare pressione politica, dopo innumerevoli ristrutturazioni tecnologiche e mutazioni sociali, è tutta a favore dell’opinione pubblica rispetto ad una politica disorganizzata, succube e senza idee. Non  a caso le nostre società hanno tornato a definirsi liberali in un rapporto strutturato con temi e dibattiti politici definiti dal fenomeno dell’opinione pubblica. Egemonizzato da media verticali, di mercato, pronti a celebrare precise gerarchie di potere e di comportamento. L’architettonica del potere nelle società neoliberali, insomma. Gli stessi movimenti hanno istintivamente seguito questo rovesciamento di rapporto tra opinione pubblica e politica organizzata. Mentre i movimenti antagonisti degli anni ’70, in modalità molto diverse tra loro, cercavano di condizionare i partiti o costruire una forma dell’organizzazione tutta propria quelli delle ultime due decadi, non a caso, si sono strutturati nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica o di costruirne una propria. Il mitico spartiacque della nonviolenza altro non è, prima di tutto, che il tentativo di entrare pienamente sul terreno dell’opinione pubblica. Per il terreno del politico forza e diplomazia sono strumenti intercambiabili mentre in quello dell’opinione pubblica, che si struttura attorno allo schema antropologico che supporta la discussione razionale infinita attorno ai problemi, riduce la forza a mera violenza. E a questo schema i movimenti si sono adattati per un ventennio nella speranza di suscitare una massa critica tale da condizionare la politica istituzionale. E qui sono sorti tre problemi, mai analizzati, che hanno pesato in questi vent’anni: il primo è che le istituzioni vivono ormai in autonomia dall’opinione pubblica (Iraq del 2003 e referendum del 2011 dovrebbero insegnare qualcosa); il secondo è che l’opinione pubblica è, in ultima istanza (internet compresa), è governata da un intreccio tra media e politica istituzionale che è costituito efficacemente contro le istanze dal basso; il terzo è che questo intreccio non è mai stato destrutturato e messo a conflitto, nei temi che propone e nella sua struttura sociale interna. Eppure il potere di connessione generale nelle società contemporanee risiede lì. E non solo quello ma anche correnti consistenti di quello biopolitico. Occupy Wall Street ha chiesto l’abolizione della pubblicità televisiva per i prodotti per bambini. Perché questa è una società che addestra, nei termini del dressage foucaultiano, dei consumatori prima ancora di qualsiasi altro genere di figura sociale. Invece del politicismo della dissociazione dai “violenti” i movimenti potrebbero occuparsi di temi come questi, indubitabilmente con maggior efficacia.</p>
<p>I movimenti basati sul primato dell’opinione pubblica si sono così trovati a subire questo potere. Le istanze di contenuto e i temi sono dettati da chi la governa non dal suo segmento dal basso. Oltretutto è notevolmente mutato lo schema sociologico che legittimava questo genere di movimenti. Nel profondo degli anni ’80, quando si incubavano queste concezioni, una società postmateriale, sostanzialmente garantita poteva costruirsi uno dispositivo di selezione del contenuti politici basato sulla circolazione di opinioni espresse razionalmente. C’era una base materiale per tutto questo. Trent’anni dopo, larghi strati di società sono precipitati in drammi che, per quanto emersi a livello di opinione, non trovano ascolto in un sistema politico che dell’autonomia da tutto questo ha fatto ragione di sopravvivenza. Inoltre i movimenti basati sul primato dell’opinione pubblica si sono ritirati, nel loro complesso, dal quotidiano ritmo sociale della vita sui territori. Che è fatto di un intreccio di comportamenti sul terreno, piattaforme di comunicazione innestate su questi comportamenti, e linguaggi mediali che i movimenti non conoscono e ai quali non sanno parlare. Non resta quindi, come dalla fine degli anni ’90, che organizzare grandi eventi di piazza. Che dovrebbero parlare all’opinione pubblica. E che finiscono invece per essere travolti dalla complessità sociale attirata dal grande evento e fatti a tranci dai media che governano l’opinione pubblica. Questo modello di movimento ha quindi storicamente fallito: non ha rappresentanza mediale, non riesce ad autorappresentarsi, evapora sempre velocemente e non ha inciso su nessuno dei nessi di potere strategici nelle società contemporanee. Nei prossimi tempi non ne mancheranno gli epigoni, che si faranno forza a colpi di “siamo oltre il ‘900”, ma l’esito negativo dei loro sforzi sembra scontato. Come lo sarebbe stato quello di un ipotetica rifondazione di Lotta Continua all’inizio degli anni ’80. Le forze del politico stanno andando altrove.</p>
<h4>-CUCCHI + RACITI</h4>
<p>Questa scritta “- Cucchi + Raciti” campeggiava in bella mostra durante gli scontri del 15 ottobre. Spiega più la distanza tra i movimenti pacifici e radicali di quanto si possa immaginare. Perché, mentre sulle banche e il precariato il linguaggio può anche trovare punti in comune tra diverse esperienze di movimento, da parte dai movimenti che si vogliono maturi non c’è mai stata attenzione su questi temi. Dei diritti civili in ambiti tipicamente giovanili. Non solo ma tra i manifestanti “maturi”, nella piazza del 15, c’erano esponenti di partiti che le leggi militari del dopo Raciti le hanno velocemente approvate. Accentuando distanza e incomprensibilità tra culture di movimento. E’ evidente poi che la dinamica di scatenamento dei riot è quella del rovesciamento simbolico del’ordine del potere vigente. Per cui torna trasfigurata la figura dell’ispettore Raciti, si devastano banche, si distruggono madonne, si bruciano tricolori. Più che alla dinamica dello scontro di piazza è a questo rovesciamento simbolico che bisogna guardare per capire il significato del comportamento di questo tipo di movimenti. Si interviene direttamente per rovesciare nell’immediato un ordine simbolico ritenuto, non a torto, insopportabile. E si parla, sempre direttamente, all’immaginario profondo della società. In questo senso possiamo definire questo tipo di comportamenti come una radicalizzazione del modello di movimento basato sul primato dell’opinione pubblica. E’ frutto della sua crisi come lo era lo Schwarze Bloc tedesco rispetto al modello di partecipazione civica nella Germania dei primi anni ’80. Si parla al resto della società, evocandone la sollevazione, direttamente con il linguaggio del suo sostrato simbolico profondo piuttosto che con quello dei linguaggi mediati dai comportamenti ritenuti ragionevoli, creativi e politicamente razionali. In questo modo si scatena, come sempre in questo genere di riot, un’enorme energia sociale sollevata. I simboli del potere sono archetipici, si innestano profondamente nel corpo sociale ed è infatti forte la reazione all’operazione del loro rovesciamento e della loro trasfigurazione. Non a caso i media sono avidi di questo: condannano e trasmettono allo stesso tempo. La diretta Sky degli scontri a piazza San Giovanni si è rivelata un prodotto adrenalinico perfetto, specie nel tardo pomeriggio, tra uno stacco pubblicitario e un posticipo e l’altro della serie A. Il potere dell’immaginario del rovesciamento dei simboli immesso nel palinsensto, in una società mediale, non va trascurato. Ma va anche capito che la maggior parte di questo genere di comportamenti non ha ancora fatto il salto di complessità che va dai comportamenti radicali alla strutturazione politica, al radicamento nel territorio, alla capacità di governo delle stesse proprie immagini proposte. Si parla, e con forza, alla società ma non si è complessivamente in grado di connettersi complessivamente con il corpo sociale scosso dalla crisi.</p>
<p>La giornata del 15 è stata quindi caratterizzata, anche nello specifico dei comportamenti di piazza, da movimenti in crisi di complessità che si riproducono secondo schemi declinanti del primato dell’opinione pubblica e da movimenti che o si fermano sul piano del rovesciamento simbolico degli archetipi del potere o sono ancora embrionali rispetto al salto di complessità necessario per fare politica, per rovesciare l’asse del potere in questa società. E qui chi dice che in Italia accadono cose che non accadono altrove deve aver ben in testa che in altri paesi, UK e Usa per dirne due, tutto è filato via pacificamente perché questo tipo di piazza è stata in mano solo alla middle class impoverita. La Londra dei riot ha passato il testimone a quella degli indignati. In Italia c’è stata sovrapposizione, mescolanza che ha generato una complessità sociale insostenibile. Se si vogliono movimenti estesi lungo interi assi di società è la capacità di governare questa complessità che ci vuole.</p>
<h4>IL FUTURO DELLA POLITICA DI MOVIMENTO</h4>
<p>L’Italia non ha bisogno degli Hessel, figure paternali, la cui indignazione è uno strumento di una politica costruita su un dispositivo che non funziona. Garantisce sempre dignità morale, spesso incolumità fisica ma non funziona più, non ottiene risultati. Come in Spagna o in Israele. Perché basa la propria energia morale entro uno schema di regole del gioco che tende a far pressione su un’opinione pubblica che è strutturata per rendere inefficaci i movimenti. Si tratta invece di costruire movimenti che passano dal primato della sfera dell&#8217; opinione pubblica a quello dell&#8217;occupazione del territorio. E qualsiasi campagna globale che incontra questo genere di radicamento non ne può che essere beneficata dall&#8217;incontro di pratiche reali, coestensive con la vita sociale.</p>
<p>Questa non è una situazione in cui l’energia sociale, come emerge dai movimenti più radicali, deve essere esorcizzata. Al contrario i cambiamenti necessari per garantire diritti universali in questa società necessitano di una lunga stagione di energetica sociale. Ma questa energetica sociale  deve entrare su un piano di microfisica dei territori che permette un un governo politico delle spinte radicali verso la mutazione reale della morfologia microfisica della società, dei rapporti di forza territoriali , stutturando forza per l&#8217; ottenimento dei diritti universali concreti. E qui bisogna considerare che i territori non sono più quelli degli anni ’60 e ’70 e nemmeno quelli degli anni ’80. Il territorio, come dicevamo, è regolato da un intreccio di comportamenti sul terreno, piattaforme di comunicazione innestate su questi comportamenti, e linguaggi mediali che ne costituiscono la sostanza attuale. E non c’è solo bisogno di energetica sociale, necessaria, per plasmarlo. Ma anche di intelligenza strutturata. E qui i movimenti che vivono la crisi della concezione del primato dell’opinione pubblica possono trovare un loro ruolo.  Ristrutturandosi completamente, per trovare anche il modo di costruire campagne nazionali e globali efficaci, radicate, permanenti che non fluttuano al primo accidente. Dopo il 15 ottobre una certa tipologia di movimento, che oggi ha trovato collocazione nella forma indignata, rischia di essere in  mano ai media che oggi la preservano dai “violenti”. Per finire nel binario della più conclamata inefficacia. Allo stesso tempo la potente simbolica del riot può risultare inefficace nel momento in cui si ferma alla soglia dell’emergenza sociale evocata. Se la sollevazione può dare respiro ad ampi strati sociali oggi sottomessi dalla crisi, senza politica e senza strategia si rischia anche qui l’inefficacia.</p>
<p>Mentre, per la gravissima situazione sociale che viviamo, è di efficacia che abbiamo tremendamente bisogno.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Per Senza Soste, nique la police</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/28/hessel-non-abita-in-italia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/sull%e2%80%99editoriale-matrice-di-nadia-urbinati-e-il-populismo/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/sull%e2%80%99editoriale-matrice-di-nadia-urbinati-e-il-populismo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 05:10:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[delegittimazione politica]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia liberale]]></category>
		<category><![CDATA[editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti di protesta]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Urbinati]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40294</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Inglese S’intitola Il pericolo del doppio populismo, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”. È un editoriale di Nadia Urbinati, uscito su “Repubblica” il 3 ottobre 2011. Esso cristallizza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>S’intitola <em>Il pericolo del doppio populismo</em>, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”. È un editoriale di Nadia Urbinati, uscito su “Repubblica” il 3 ottobre 2011. Esso cristallizza finalmente in modo efficace un’atmosfera ideologica che da parecchio aleggiava nel dibattito politico. Lo si potrebbe considerare un’editoriale-matrice: da esso, per ricombinazione e variazione, si possono trarre buoni editoriali per gli incerti tempi a venire. E, d’altra parte, la matrice è a sua volta sintesi produttiva di qualcosa già presente, che ha avuto modo di sedimentarsi. (Un editoriale-matrice non scandalizza o propone inedite visuali: formalizza un’opinione condivisa.) La tesi è semplice e subito deducibile mettendo assieme titolo e frase d’inizio: “Le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente immagini dell’aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni”. Fino a ieri, ci dice l’autrice, esisteva un solo pericolo per la democrazia: “il populismo di destra”. Noi tutti lo conosciamo bene, è quello che ha avuto un grande successo per quasi un ventennio, con il binomio Berlusconi-Lega, sperimentandone tutte le sfumature. Da oggi, però, c’è una “nuova forma di populismo dal basso e senza leader, che si fa network e fa rimbalzare ai quattro capi del paese e del globo il grido contro la democrazia elettorale”. L’operazione ideologica è compiuta: lineare e grosso modo efficace.<span id="more-40294"></span></p>
<p>Ciò a cui si assiste, nelle piazze, nelle mobilitazioni spontanee, nei movimenti trasversali ai gruppi e alle categorie sociali, non è la reazione tardiva, ma sana e giusta, di una democrazia malata, corrotta, sull’orlo del tracollo economico e sociale. No, quello che si vede è una <em>minaccia</em> per la democrazia. Le classi dirigenti, e chi parla a loro e in nome loro, hanno sempre brillato nella capacità di <em>delegittimare</em> un’azione di natura politica. Si tratta di un’operazione meramente <em>discorsiva</em>: si prende una certa cosa e la si cambia di nome. Ciò che davvero inquieta sempre e comunque le classi dirigenti, e i loro portavoce, sono i gruppi di persone poco disponibili a farsi dirigere. Oggi sappiamo che le classi dirigenti più che dirigere qualcuno, esortano soprattutto a non fare nulla, come a seguito di un violento incidente. “Non toccate nulla, non spostate nulla. Aspettate sul posto. (Qualcosa succederà.)”</p>
<p>Le classi dirigenti hanno contribuito a sfasciare le istituzioni di quello stato democratico di cui erano responsabili, e adesso predicano clemenza, calma, e silenzioso patimento, a coloro che, in prima persona, ogni giorno soffrono per le conseguenze di questo sfascio. Dal momento, però, che non vi è nessun ragionevole motivo per rimanere inermi e paralizzati in una situazione di grande pericolo, le persone si muovono. E si muovono per prime quelle più esposte, i giovani.</p>
<p>In passato, le operazioni discorsive erano diverse a seconda delle circostanze e più o meno crudeli, ma sempre prendevano un certa cosa e le affibbiavano un nuovo nome. Prendevano una rivolta di disoccupati e la trasformavano in un’azione criminale, in vandalismo. Prendevano una rivolta di persone senza partito e la trasformavano in un gruppo di anarchici. Prendevano un gruppo di anarchici e li trasformavano in fuorilegge. Prendevano dei fuorilegge e li trasformavano in terroristi. Le vie della delegittimazione politica sono infinite.</p>
<p>La delegittimazione sancita dall’editoriale di Nadia Urbinati non è neppure delle più crudeli. Trasforma qualcosa di sano e vitale in qualcosa di malato e pericoloso. Trova modo di creare un parallelo tra cose antitetiche: il populismo della destra, che è una delega ancora più incondizionata e cieca all’uomo forte e falsamente vicino al popolo, e la revoca della delega parlamentare, attraverso una sorta di servizio attivo nei confronti della democrazia.</p>
<p>Certo, questi movimenti scarseggiano di capi che possano essere facilmente cooptati. Certo, si respira un’attitudine libertaria, poco propensa all’indottrinamento gerarchico, caro anche a tanta tradizione leninista. Certo, usano forme di democrazia partecipativa che non piacciano ai sostenitori della democrazia liberale. Stranamente poi, ma questo Nadia Urbinati non lo dice, molti di questi movimenti entrano nel merito delle questioni, portano avanti rivendicazioni precise, vivono una fase di discussione ed elaborazione propriamente politica. Ma l’unico ritornello sui cui potrete contare nell’editoriale-matrice è quello relativo alle nuove tecnologie della comunicazione. Il<em> medium </em>da solo riassume un programma politico, un dibattito, una ricerca collettiva. Non si parla mai dei contenuti politici dei movimenti, ma sempre dei social network utilizzati.</p>
<p>Comunque ora lo sappiamo. Siamo avvisati (studenti, sindacati autonomi, immigrati, precari, no TAV, donne, TQ, ecc.). Il nome che ci daranno è questo: “populisti”. E con questo vorranno dire: “Dietro la vostra urgenza di cambiare, non c’è nulla di nuovo: solo un vecchio rifiuto, sterile e improduttivo”.</p>
<p>Nadia Urbinati, però, a bene guardare, non è riuscita ad approntare fino in fondo un oliato e coerente editoriale-matrice. E questo immagino per sua onestà intellettuale.</p>
<p>Dopo aver, infatti, compiuto la delegittimazione politica dei movimenti, definendoli come pericolosi fenomeni populisti, rimane incagliata, nella seconda parte dell’articolo, ad elencare tutti quei diversi (e ormai noti) fattori che hanno portato a questa crisi della rappresentanza politica. Finisce anche con lo scrivere: “Si assiste così alla trasformazione dei parlamenti in assemblee di oligarchie elette”. E dopo un compendio di tristissime notizie sullo stato dell’odierna democrazia parlamentare, l’autrice conclude così il suo articolo: “È però necessario e urgente che al voto politico sia restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti l’unico movimento rappresentativo dell’opposizione e tuttavia senza un collegamento costruttivo con le istituzioni”.</p>
<p>Purtroppo manca lo spazio per un’ulteriore colonna di 6000 battute, dove magari avrebbero potuto essere delineate le costruttive proposte della Urbinati, per realizzare questa benedetta “Restituzione dell’Efficacia” del voto democratico.</p>
<p>Ma anche l’Urbinati, in perfetto stile classe dirigente inizio XXI secolo, preferisce dire: “Non funziona un tubo, dovrebbe invece funzionare tutto. Ma state tutti tranquilli. Non spostate niente.”</p>
<p>Sinceramente, con tutto il rispetto per la competenza degli editorialisti di “Repubblica”, tra il pericolo del “pensiero-zero” – “Tutto crolla, ma voi state fermi” – e quello dell’opposizione “senza collegamento costruttivo con le istituzioni”, preferisco di gran lunga quest’ultimo. Almeno la gente si muove. E qualcosa d’imprevisto, addirittura di democratico, potrebbe accadere.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/06/sull%e2%80%99editoriale-matrice-di-nadia-urbinati-e-il-populismo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>64</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-20 02:03:45 by W3 Total Cache
-->