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	<title>MoVimento 5 Stelle &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’ombra del Grillo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 09:30:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Nicola Fanizza Uno spettro si aggira fra le tenebre trasparenti che avvolgono la nostra penisola: lo spettro del grillismo. Che si fa latore di inedite speranze di salvezza, di nuovi sogni e, insieme, di nuovi incubi. Alcuni fra i nostri direttori di coscienza  ritengono che il M5S si configuri addirittura come un fenomeno di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Nicola Fanizza</strong></p>
<p>Uno spettro si aggira fra le tenebre trasparenti che avvolgono la nostra penisola: lo <i>spettro del grillismo.</i> Che si fa latore di inedite speranze di salvezza, di nuovi sogni e, insieme, di nuovi <i>incubi.</i> Alcuni fra i nostri direttori di coscienza  ritengono che il M5S si configuri addirittura come un fenomeno di rinascenza del fascismo. Da qui il loro invito a combattere contro il nuovo <i>mostro bicefalo.</i> La consegna è una sola: instillare nelle masse il germe della <i>paura. <span id="more-45361"></span></i>Si ridà vita a ciò che è morto – il fantasma del fascismo – per combattere ciò che, invece, è vivo, l’<i>ombra</i> del M5S (l’ombra in greco stava a indicare la <i>vita).</i> Tuttavia non è la prima volta che ciò accade. Dall’avvento dei partiti di massa gli intellettuali organici hanno sempre veicolato la paura come strumento di lotta sia nei periodi di scarsa effervescenza sociale sia durante le fasi in cui si affermano nuove forme di sociabilità. Di fatto oggi viviamo in un mondo in cui si sta frantumando il vecchio tessuto delle relazioni sociali, un mondo che non riconosce più il ruolo dei politici e che ha già consumato da tempo la sua rottura con i partiti. I politici parlano a una città che ormai non li vuole più ascoltare. Il contenuto dei loro messaggi – incentrato sulla <i>paura </i>– appare statico e sostanzialmente ripetitivo.</p>
<p>Non è inutile rilevare che i partiti di destra e, insieme, di sinistra – a partire dal secondo dopoguerra – hanno contribuito a forgiare le diverse identità politiche attraverso una <i>doppia paura:</i> da una parte la paura dei comunisti senza che ci fosse il comunismo; e, dall’altra, la paura dei fascisti senza che ci fosse il fascismo.</p>
<p>Il fantasma della paura – insieme agli altri <i>idola</i> che strutturano le diverse identità politiche – non è tuttavia scomparso con la fine della Prima Repubblica. Berlusconi ha reiteratamente ipostatizzato lo spettro del comunismo, anche se il suo successo politico è riconducibile al fatto che gli Italiani hanno visto rivivere nel suo stile di vita alcuni tratti della loro sensibilità: l’animo gioioso, leggero, scettico, individualista ed esteriore. Di fatto nell’immaginario degli epigoni di Berlusconi il nostro Paese è quello di sempre, senza unità ideali, senza scopo comune. Ognun per sé e qualche camorra – i partiti! – per molti.</p>
<p>Sul fronte opposto, a partire dalla fine degli anni Ottanta, gli epigoni di Togliatti, dopo aver abbandonato la lotta contro il mercato capitalista e accettato i dettami del liberismo economico, andavano alla ricerca di una nuova identità. Dovevano comunque marcare una certa <i>distanza</i> dai loro antichi avversari!  Da qui l’esigenza di trovare un nuovo nemico per determinare la propria <i>differenza</i>. L’attesa è durata comunque poco: Berlusconi – pur mettendoci del suo – è diventato subito <i>il</i> nemico. Un nemico che bisognava tenere a tutti i costi in vita. Di fatto i dirigenti e gli intellettuali organici del Pd, mantenendo in vita il suo fantasma, sono riusciti a dare un senso al loro impegno in politica, in quanto hanno desituato su quest’ultimo la <i>parte maledetta</i> della loro stessa coscienza. Quello che qui voglio dire è che Berlusconi – per quello che evoca a livello simbolico – non sta fuori noi, poiché abita e signoreggia a pieno titolo nei sotterranei del nostro immaginario.</p>
<p>Ma torniamo al M5S. Diciamo subito che non è un movimento rivoluzionario. Ciò che esso rivendica è la <i>democrazia policentrica,</i> che si dà attraverso la coestensività di istituti di democrazia diretta – i diversi movimenti presenti nella rete – e di istituti di democrazia rappresentativa. Si tratta della riattivazione del vecchio modello di democrazia promosso dai giacobini. Questi ultimi nella Convenzione prestavano attenzione alle istanze che venivano dalla Comune di Parigi, che a sua volta si configurava come un istituto di democrazia diretta. Da qui il <i>revival</i> della liturgia giacobina – l’uso del termine <i>cittadino</i>! – e la tesi che il deputato eletto in Parlamento ha il vincolo di mandato<i>,</i> poiché la sua funzione è <i>solo</i> quella di essere un fedele portavoce del movimento che lo ha designato.</p>
<p>Il programma del M5S è sicuramente il più avanzato, poiché sembra andare incontro alle esigenze dei ceti sociali più deboli. Certo, anche il programma del movimento fondato da Mussolini, nel marzo del 1919, a Milano era più avanzato rispetto al programma del Psi: prevedeva, infatti, l’abolizione del Senato, la creazione della Repubblica, il voto alle donne e ai diciottenni, la giornata lavorativa a otto ore, introduzione di una tassa sui grandi patrimoni, ecc.</p>
<p>Non è un caso che, a Piazza San Sepolcro, il servizio d’ordine fosse composto dai repubblicani della sezione di Forlì. Sindacalisti rivoluzionari come Giuseppe Di Vittorio e Alceste de Ambris, repubblicani come Piero Delfino Pesce e Tonino Spazzoli – futura medaglia d’oro della nostra Resistenza – o poeti come Eugenio Montale, inizialmente, guardarono con interesse al diciannovismo. Nondimeno la loro attenzione nei confronti del movimento fascista venne meno allorquando presero atto della sua involuzione autoritaria.</p>
<p>La simpatia manifestata da una parte dei nostri direttori di coscienza nei confronti del M5S è per molti versi simile a quella evidenziata dai nostri intellettuali nei confronti del diciannovismo.</p>
<p>E tuttavia ciò che agli osservatori più attenti appare poco condivisibile non sono tanto le recenti determinazioni assunte dal M5S sul piano politico, quanto le forme di sociabilità che lo stesso Movimento promuove. Il M5S non è ritenuto un vero e proprio movimento, in quanto – dice Pietro Barcellona – la comunicazione fra i membri del M5S avviene nello spazio virtuale della rete. Qui di fatto mancano i corpi, ovvero manca – e qui sono io che parlo – quella <i>patina di opacità,</i> che consente di addomesticare la distanza fra i diversi individui, e di avere una comunicazione autentica. Non diceva Nietszche che noi conosciamo <i>anche</i> attraverso i corpi! Al di là del fatto che gli esponenti del M5S probabilmente si incontrano non solo nel web ma anche in altri luoghi – alcuni giovani mi hanno detto che «lì possiamo parlare, partecipiamo, ci ascoltano» –, ritengo che le considerazioni di Barcellona inerenti alla comunicazione non valgono <i>solo</i> per il M5S, poiché possono essere estese all’intero spazio sociale. La comunicazione nell’ambito di alcune riviste non avviene forse senza il contatto fisico dei redattori? Se oggi siamo infelici non è solo perché abbiamo meno soldi in tasca. E’ perché non abbiamo più amici. Il deserto avanza!</p>
<p>Per altri versi, il dispositivo argomentativo con cui viene stigmatizzato il movimento di Grillo è in larga parte identico a quello utilizzato nei confronti di tutti i movimenti, compreso quello del ’68. I movimenti – si dice – sono caratterizzati dall’<i>ambiguità</i>, poiché consentono al loro interno la presenza<i> </i>di posizioni opposte. Ebbene, quando si criticano i movimenti per la loro ambiguità, si dimentica troppo spesso che l’essenza dell’uomo è proprio l’ambiguità, che non va valutata negativamente, poiché rimanda quasi sempre alla <i>possibilità</i>. Viceversa l’ambiguità dei politici è come la vernice: è sempre superficiale e giammai esistenziale.</p>
<p>D’altra parte prefigurare, sulla scorta di ciò che è accaduto in seguito al movimento diciannovista, una deriva reazionaria del M5S non ha molto senso. Si sa che quando i generali fanno la guerra pensano che sia uguale a quella precedente e, invece, si trovano a combattere un’<i>altra</i> guerra. Lo stesso discorso vale per le rivoluzioni e i movimenti. Quello che è certo è che il M5S è irriducibile a tutti i movimenti precedenti!</p>
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		<title>Non la rivoluzione, ma forse qualcosa di rivoluzionario&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Feb 2013 06:40:11 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Non so se in questa campagna Bersani, Vendola o addirittura Ingroia abbiano detto qualcosa di sinistra. Mi sono reso conto, però, anche se tardi, che Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. Ognuno ha il suo dio delle giustificazioni, in ogni caso il 2,2% di Ingroia la dice lunga sulla stagione della politica fatta dai magistrati, e la dice lunga anche su quel che resta di Rifondazione Comunista e sulla sua attuale capacità di aggregazione dei movimenti.<span id="more-44985"></span> Con tutto il rispetto di quei magistrati che sono in perpetua lotta contro la metastasi del sistema italiano, non basterà il loro lavoro per venirne fuori. E non solo per i limiti del legalismo democratico, ma per i limiti intrinseci del metodo: una classe dirigente disastrosa non si rinnova con la moltiplicazione delle perquisizioni. Da tangentopoli si gioca a guardie e ladri senza che il tasso di corruzione e di collusione con la criminalità organizzata sia mai davvero declinato.</p>
<p>Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. E lo ha fatto senza bisogno di spaccare le vetrine, ma facendo diventare il Movimento 5 Stelle il primo partito italiano. Vendola, d’un tratto, è sembrato ieri sera rendersene conto, che Grillo era, in fondo, dalla sua parte. È stato come rompere un tabù: lui è dei nostri, fa le battaglie che condividiamo, è di sinistra in fondo. Rottura di tabù fuori tempo massimo?</p>
<p>Ma il problema non è solo di Vendola, o dei rintronatissimi dirigenti del PD, ma è pure mio, di molti amici, di molti compagni, che hanno ritenuto Grillo un fenomeno irrilevante dal punto di vista politico, o in ogni caso un fenomeno puramente <i>sintomatico</i>. (O ancora, un esempio di controrivoluzione, come lo vedono <a href="http://www.internazionale.it/news/italia/2013/02/26/il-movimento-5-stelle-ha-difeso-il-sistema-2/">i Wu Ming. </a>Ma sul loro giudizio tornerò alla fine.) E invece Grillo, e i suoi, andavano verso il bersaglio (qualche buon bersaglio). E facevano <i>segno</i>, non solo sintomo.</p>
<p>Anch’io ho pagato il pegno alla mia pigrizia mentale, e al mio conformismo. Qualche anno fa avevo assistito alla registrazione video di uno spettacolo di Grillo. Non era ancora nato il partito. E i suoi popolatissimi show erano quelli di un comico, che fa ridere e riflettere toccando grandi questioni d’attualità. Mi aveva colpito un passaggio, in cui mostrava, supportato da statistiche, come i ceti popolari finissero sotto i ferri del chirurgo molto di più dei ceti medio-alti. “Notevole, – pensai all’epoca – di tutte le personalità di sinistra sfilate in questi anni nei talk show televisivi, mai che ne abbia sentita una sollevare un tema così sacrosanto”. Ne avevo parlato con un amico, che votava Rifondazione come me, e lui tirò fuori l’inoppugnabile argomento del populismo di Grillo, la sterilità del “Vaffa”, ecc. ecc. All’epoca era forse comprensibile limitarsi a tale analisi. Dopo la grande crisi del 2008, liquidare realtà politiche con il termine populista, è diventato però un po’ più problematico, soprattutto a fronte di terapie inesistenti nei confronti della cosiddetta “rabbia” dei ceti popolari e medi. In alcuni paesi europei, il populismo è ormai lo strato più simpatico di movimenti che hanno nuclei ideologici inequivocabilmente xenofobi e reazionari, quando non apertamente razzisti. L’unico nostro vantaggio è stato quello di aver già avuto al governo, e ben piazzata nelle istituzioni a succhiare quanto può, la Lega. E qui bisogna ringraziare Berlusconi. Oggi, poi, da noi, seppure convertiti, e doppiamente ex, i fascisti non hanno riscosso alcun successo.</p>
<p>C’è, invece, questo Grillo. E il termine ancora più spregiativo di “grillino”, che anche nella bocca di veraci compagni della sinistra radicale è sinonimo di <i>minus habens</i>. Questo Grillo, però, grazie ai suoi grillini, è divenuto il più grande partito d’Italia, lasciando al PD e al PDL i resti di un poco glorioso bipolarismo. Anche il tecnocrate, che pure piaceva parecchio al PD, è andato a fondo, ma serenamente e con intima soddisfazione – dice lui. Stranamente Bersani, e Vendola sua spalla, insieme non sono stati più convincenti dell’eterno Berlusconi: arzillo vecchietto sparapalle, che sembra ormai uscito da qualche spettacolo tipo la <i>Corrida</i> o <i>Paperissima</i>. Lui che appena sale sul palco, fa una scoreggia con l’ascella, dà un pizzicotto sul culo alla presentatrice, spiega che la mafia ha creato milioni di posti di lavoro, e si incamera un po’ di migliaia di voti, risalendo baratri di svantaggi elettorali.</p>
<p>Invece questo Grillo, di cui personalmente mi ero informato pochissimo, finendo per lasciarlo nel limbo del puro “sentito-dire” o “letto sul giornale”. (Alla mia età!) E mi è sfuggito che questo tizio sta facendo, senza bisogno di inneggiare all’insurrezione mondiale anticapitalista in passamontagna, qualche cosa di rivoluzionario. Ha messo nel suo programma i temi tabù della decrescita. E con questi temi nel programma è divenuto il primo partito italiano, per dire. Ha battuto indefesso il chiodo sulla democrazia partecipativa, e con questo tema da gruppuscolo extraparlamentare è divenuto il primo partito italiano, ad esempio. Ha impedito l’accesso sotto il palco ai giornalisti italiani, e non gli ho ancora spedito un mazzo di fiori. Ha fatto una campagna elettorale senza accasciarsi sui divanetti dei talk show televisivi, che sono più sacri delle grotte di Lourdes, dopotutto. Sembra che abbia mobilitato i giovani, quei giovani di cui si diceva, appunto, che sono rincoglioniti da Facebook, qualunquisti, apatici, fatalisti, disperati, fascistoidi. Giovani che hanno persino ottenuto seggi all’Assemblea regionale siciliana. Giovani che scorazzano d’ora in poi in mezzo ai notabili, e proprio in Sicilia, una regione che più di altre può vantarsi di annichilire sistematicamente le risorse straordinarie, in generosità e intelligenza, dei propri ventenni e trentenni.</p>
<p>Proprio in questo, magari, c’è qualcosa di rivoluzionario. Abbiamo, alla fine, quasi tentato di convincerci che chi governa non è in fondo peggio di chi è governato. Ma così <i>non è</i>. (L’esperienza quotidiana lo dimostra, e non solo in politica, ma anche nelle aziende e nelle istituzioni.) L’ingovernabilità non è frutto dei grillini, ma è la conseguenza di una classe dirigente che ha fallito l’ultimo suo obiettivo, che non è certo quello di governare per il bene comune, ma di produrre almeno <i>consenso</i> per governare. Sì, la nostra classe politica è fallimentare, ma non perché abbia sbagliato a comunicare, ma perché ormai non sa fare più neppure quello: essere una decente agenzia di comunicazione. Pur avendo tutti i soldi e i mass-media, che dovrebbero permetterglielo.</p>
<p>Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario, anche se ciò non equivale certo a fare la rivoluzione. Ma penso che la vicenda sua e del Movimento 5 Stelle abbia fatto esplodere svariate contraddizioni, che riguardano anche la sinistra radicale. Scrivevo all’inizio che si tratta di un fenomeno che non funge solo da sintomo da decifrare, ma fornisce già esso stesso qualche riposta, chiarimento, indicazione concreta. Di queste indicazioni ne voglio rilevare qualcheduna.</p>
<p>Partiamo dalla nozione di carisma. A sinistra, e per ottimi motivi storici e sociologici, il carisma in politica fa paura. Ma non possiamo sognarci di rispondere collettivamente ad una situazione di crisi estrema, facendo l’elogio della grigia responsabilità, che tanto piace ai benpensanti del PD. Grigia responsabilità, che si risolve poi in brillante sacrificio, per i ceti che se lo devono, più di altri, accollare. Il carisma è sempre pericoloso, in politica, sia che si parli di politica diretta, orizzontale, che di politica istituzionale, e rappresentativa. Ma l’assenza totale di carisma non è neppure una ricetta che si può propinare sempre e comunque, speranzosi nelle sue miracolose virtù. Discorso simile va fatto per le emozioni, o i sentimenti. Qualche indicazione il laboratorio delle destre estreme in Europa dovrebbe alla fine averlo dato. L’emozione è un materiale ineliminabile della politica: va lavorato, non semplicemente neutralizzato. Soprattutto non si può costruire qualcosa di rivoluzionario prescindendo dalla sofferenza e dalla gioia sociale. Ogni tentativo di <i>muovere</i> le persone, coinvolgerle, mobilitarle, che abbia il terrore di <i>muovere</i> anche le emozioni, è condannato a trasformarsi in elitaria, sterile, argomentazione intellettuale.</p>
<p>Lo ripeto: Grillo ha mobilitato milioni di italiani intorno ai temi tabù della decrescita. Di per sé ciò non significa ancora nulla in termini di obiettivi raggiunti. Ma mostra che esistono tematiche antisistema in grado non solo di mobilitare una maggioranza di persone, ma anche di dare loro <i>senso</i> e prospettiva etica. Fino ad ora, la litania delle sinistre istituzionali è stata: siamo timidi e remissivi, perché altrimenti nessuno ci segue, e se nessuno ci segue nulla è possibile. La litania di molta sinistra radicale è stata: siccome <i>non</i> siamo timidi e remissivi, nessuno ci segue, quindi facciamo tutto tra noi, nel nostro gergo, con i nostri segni distintivi, che ci permettono inequivocabili identificazioni. Magari, adesso, qualche dubbio è stato instillato, almeno sul piano del metodo.</p>
<p>Un’ultima osservazione sulla democrazia partecipativa. Credo che si tocchi qui uno degli ideali più alti dell’umanità. Ci vuole una grande maturità, una grande forza, una grande costanza, per partecipare attivamente e fino in fondo al gioco della democrazia. In termini di energie mentali, è mille volte più facile delegare, e accontentarsi del compromesso ormai sempre meno dignitoso della democrazia rappresentativa. Ancora meglio, è affidarsi poi a un’autorità, che sistemi una volta per tutte la nebulosa delle opinioni. Quindi è ben poco perspicace colui che ad ogni occasione celebrerà i limiti, gli errori, le fragilità della democrazia partecipativa. Nessuno può immaginarsi, lucidamente, che si tratti di una pratica facilmente generalizzabile. Ma d’altra parte oggi essa emerge quasi come un’opzione obbligata, necessaria, epocale di fronte all’inanità della classe dirigente e alle sfide del mondo presente. Non sono certo Grillo e il suo partito ad aver inventato la democrazia diretta, ma essi stanno contribuendo a diffonderne la moda. Forse, davvero, c’è qualcosa di rivoluzionario in tutto questo.</p>
<p>(Io non ho votato Grillo, né so se lo voterò mai in futuro, ma di certo gli dedicherò ora una grande attenzione. Certo, non è che non veda i tanti limiti della sua retorica, o del suo programma, e soprattutto il limite più grande: il fatto di essere un movimento che si vuole partecipativo, ma che è guidato da <i>una persona sola</i>. Questo rende fin d’ora le grandi conquiste numeriche del suo partito fragilissime, ma non vane per principio. Sarà il confronto con la realtà parlamentare a sancire quanto resterà del potenziale critico del movimento. Nell’articolo che ho citato, i Wu Ming precisano: un movimento guidato da due “ricchi sessantenni”. E aggiungono che il Movimento 5 Stelle non solo non è un movimento rivoluzionario, ma addirittura è una diversione. Sembrerebbe, insomma, una sorta di provvidenziale fatalità, che sia sbucato Grillo a imbrigliare forze che altrove stanno esprimendosi in modo autenticamente rivoluzionario (Gli <i>indignados</i>, <i>Occupy</i>,<i> </i>ecc.). Sarebbe interessante seguire nel dettaglio le argomentazioni dei Wu Ming, ma ne verrebbe fuori un’altra riflessione, quella sui professori della rivoluzione. È inevitabile che anche la rivoluzione abbia bisogno di certificatori e certificazioni, ma questo non sempre giova alla sua salute, anche se sembra giovare alla sua purezza. Certo, è davvero difficile pensare che Grillo stia facendo la rivoluzione anticapitalista, ma è abbastanza singolare non cogliere gli elementi di critica radicale, gli elementi oggettivamente progressisti in molte pratiche e parole d’ordine che ha contribuito a innescare e soprattutto a diffondere con un certo successo. Si può allora augurare ai nuovi “impegnati” – i militanti del Movimento – di emanciparsi sempre di più dal guru e di acquisire nel frattempo consapevolezza e strumenti nella battaglia politica concreta.)</p>
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		<title>Voci dall&#8217;oltrepolitica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Feb 2013 13:14:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[http://www.youtube.com/watch?v=MXYK7VT6Umk (Michele Monina ha pubblicato oggi, su El Pais, un articolo che qui ripropongo nella versione italiana. Un grazie all&#8217;autore. G.B.) di Michele Monina Alla fine l&#8217;ondata nuova, il tanto temuto (da alcuni) Tsunami ha travolto la politica italiana. O meglio, come uno tsunami che si rispetti, ha cominciato a travolgerla, e nelle prossime settimane, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>http://www.youtube.com/watch?v=MXYK7VT6Umk</p>
<p>(<em>Michele Monina ha pubblicato oggi, su</em> <strong>El Pais</strong>, <em><a href="http://internacional.elpais.com/internacional/2013/02/25/actualidad/1361819960_639621.html">un articolo</a> che qui ripropongo nella versione italiana. Un grazie all&#8217;autore. G.B.</em>)</p>
<p>di <strong>Michele Monina</strong></p>
<p>Alla fine l&#8217;ondata nuova, il tanto temuto (da alcuni) <em>Tsunami</em> ha travolto la politica italiana. O meglio, come uno <em>tsunami</em> che si rispetti, ha cominciato a travolgerla, e nelle prossime settimane, finirà di compiere la sua implacabile opera. Se questa tornata elettorale ha detto qualcosa di concreto è la vittoria del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo. E già il chiamarlo così, il movimento di Beppe Grillo, suona decisamente ingeneroso nei confronti dei tanti, tantissimi attivisti che lo animano, e dei milioni di elettori che hanno deciso di dare un segnale molto deciso alla classe politica italiana.</p>
<p>In realtà, questa tornata elettorale di cose ne ha dette anche altre, altrettanto decise. Ha detto che la nostra classe politica, invece di cogliere segnali di malcontento tanto evidenti, non ha saputo fare di meglio che dar vita a quella che verrà ricordata come la più brutta campagna elettorale dalla nascita della Repubblica. Una campagna elettorale che non si è svolta tra la gente, fisicamente, ma in televisione, e dove i programmi elettorali sono stati sostituiti dagli insulti, o da trovate di marketing al limite dell&#8217;imbarazzo. Bersani che imita il suo imitatore, finendo per parlare più che altro di giaguari da smacchiare, Monti che si ritrova a bere birra e accarezzare cuccioli di cane in televisione per sembrare più umano di quanto non sia, Berlusconi che gioca l&#8217;ultima carta da imbonitore, smentito dal Governo Svizzero rispetto alla possibilità di un accordo che avrebbe dovuto coprire la restituzione dell&#8217;Imu, Giannino che, da noto notista economico, si scopre ciarlatano <i>cum laude</i>, e nel mentre, loro, i cosiddetti grillini lì, a riempire le piazze, a muoversi, atti a cambiare le cose. Che il MoVimento 5 Stelle non fosse una sciocchezza, ma la vera incarnazione italiana di una voglia di cambiamento, loro, i partiti tradizionali, l&#8217;hanno capito alla fine, troppo tardi, e l&#8217;ultimo giorno di campagna elettorale ne è la prova provata. Bersani a parlare a qualche centinaio di militanti in teatro, Berlusconi colpito da improvvisa e salvifica congiuntivite e loro, con Grillo, a riempire la roccaforte della sinistra e dei sindacati, Piazza San Giovanni a Roma.</p>
<p>Parlare di Rivoluzione, in Italia, è sempre difficile. Non ne abbiamo mai fatte, noi, di rivoluzioni. E quando qualcuno ha protestato, levato la testa, è sempre stato per mimesi con le altre nazioni europei, mai per spinta interna. Anche recentemente, niente <i>Indignados</i>, qui, niente <i>Occupy</i>. Stavolta sembra che qualcosa possa essere cambiata.</p>
<p>Preso atto che un quarto degli italiani aventi diritto di voto non ha esercitato questa funzione, grande segno di scontento, quel quarto dei votanti che ha scelto questa nuova forza politica, partita dal basso, autofinanziatasi e libera da parentele e coalizioni, è il vero dato importante, anche più del ritorno, fatuo, del Cavaliere. Con questi numeri anche solo pensare a un voto di protesta è ingenuo quanto supponente.</p>
<p>Chi oggi dichiara di aver vinto, che sia il Pd, alla Camera, o il PDL al Senato, sa in realtà di aver racimolato molti meno voti che in precedenza. Per quel che riguarda Monti, beh, è scomparso all&#8217;orizzonte, probabilmente con il suo nuovo amico, il cane Empatia. Hanno perso tutti quanti. Chi era inseguito e chi inseguiva.</p>
<p>Chi dice il contrario mente, sapendo di mentire.</p>
<p>Chiaro, ora potrebbe regnare il caos, ma tant&#8217;è, sono inconvenienti di una fase di transizione. Probabilmente si dovrà tornare a votare entro l&#8217;anno, ma, si spera, con facce diverse da quelle che ci hanno accompagnato negli ultimi vent&#8217;anni. Da uomo di sinistra, poi, mi auguro che da questa parte si smetta di guardare con supponenza e superiorità un movimento che quantomeno ha regalato un&#8217;idea di futuro una generazione fantasma. Basta parlare di populismo, citare Gramsci a sproposito per dimostrare che Grillo è il nuovo Mussolini. Siamo nel 2013 e certi paragoni offendono il presente e anche la memoria.</p>
<p>La sinistra torni a guardare alle piazze, invece che ai palazzi e ai giaguari. Berlusconi, invece, è auspicabile cominci a godersi la sua vecchiaia. Noi, sicuramente, ce la godremmo fino in fondo.</p>
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