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	<title>Movimento studentesco &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;onda del controtempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 10:02:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Come dire a tuo padre che stai facendo nient’altro che il tuo dovere? Di mattina presto, attorno al tavolo della casa natale, lontana mille chilometri dalla nuova casa. “No, non adesso, il caffè dopo, adesso racconta”. Da quella prospettiva, lontana e obliqua, con i piani sfalsati, da cui tutto si confonde, non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/manifpisa.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-38101" title="manifpisa" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/manifpisa-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Come dire a tuo padre che stai facendo nient’altro che il tuo dovere? Di mattina presto, attorno al tavolo della casa natale, lontana mille chilometri dalla nuova casa. “No, non adesso, il caffè dopo, adesso racconta”. Da quella prospettiva, lontana e obliqua, con i piani sfalsati, da cui tutto si confonde, non si riesce a dire che cosa è doveroso fare. E allora Rosaria deve raccontarla al padre la sua percezione, deve spiegargli perché ha deciso di mettersi in movimento, di seguire l’onda del tempo, e l’onda del tempo le fa dovere di scendere in piazza e levare la voce. Ma forse bisognerebbe dire che è l’onda del controtempo, quella di Rosaria. Di giovani che hanno deciso di non starci al flusso delle cose, un flusso che li priva di futuro, che li vorrebbe trattenere in un’impotenza senza scampo. Ognuno di loro conosce dei laureati che non trovano lavoro o che sopravvivono nel precariato, ognuno di loro sente su di sé, e non per sentito dire, che questo Paese non investe su di loro. Così il flusso del tempo lo vogliono deviare. Fanno diga, o barricata.<span id="more-38098"></span> Si mettono di mezzo, letteralmente. In mezzo alle strade, in mezzo alle piazze. Tutti interi, fisicamente, in carne e ossa, ognuno con la propria verità singolare. Rosaria racconta al padre che è un dovere che si respira, nella sua cittadella universitaria, a Pisa, dove è andata a studiare Giurisprudenza.  E’ un dovere impegnarsi, dice Rosaria. E non solo per sé. Questa è una “generazione in sé” che tende a diventare una “generazione per sé”, potrebbe dire il teorico riprendendo il Karl Marx: come il proletariato un tempo, i suoi interessi, oggi, sono gli interessi di tutti.</p>
<p>A Pisa applaudono quando passano i cortei, ma alle assemblee aperte alla cittadinanza la cittadinanza non è che si veda così tanto. E’ inevitabile, ma una ragazza di 22 anni che sente di lottare per tutti si aspetta l’impossibile. Però poi si volta indietro, e vede che in Calabria è peggio, molto peggio. Rosaria sa già cosa succederà oggi pomeriggio, quando vedrà i suoi vecchi compagni di scuola. Battute sui soliti comunisti, o al più un’asinina, atavica indifferenza: “quello che decidono a Roma è deciso, che ci possiamo fare noi”, “tanto non cambia nulla”. Pochi tra loro cercheranno di capire, gli altri si fermano a quel che dice la tv di Stato. Con tanti saluti, pensa Rosaria, al diritto allo studio, che pure per i loro genitori, e per loro di conseguenza, è stato così importante. Non si metterà certo a parlare con loro del 14 dicembre, quando è andata a Roma a manifestare, nel giorno del voto di fiducia al governo. Ma al padre glielo deve dire, adesso, per filo e per segno. Non gli aveva detto nulla per non farlo preoccupare, ma adesso occorre restituire l’intera trama del suo tempo ribelle.</p>
<p>Ma come spiegare al padre quel giorno? Come fargli capire che lei è sempre la stessa ragazza che si impegnava in parrocchia, faceva volontariato, lavorava con quelli di Libera, e poi il resto del tempo studiava  a fondo e si appassionava al ballo popolare, la taranta, la pizzica, come fargli capire che questo tempo odierno è lo stesso impegno, e la stessa gioia? Quando era adolescente, al paese, era al prete che prestava fede, quello che magari si rifiutava di svolgere la festa patronale per non mischiarsi con i mafiosi della ‘ndrangheta. Non c’era nessun altro, intorno. Nelle istituzioni Rosaria vedeva l’antistato, perché conosceva le persone che occupavano i posti di comando, sapeva chi erano, e quell’essere non le piaceva. Non si può dire che lo Stato manchi, da quelle parti, ma è proprio che lo Stato e l’antistato, da quelle parti, si confondono. Al liceo di Melito Porto Salvo, all’indomani dell’omicidio Fortugno, il preside negò l’assemblea che i rappresentanti, tra cui Rosaria, avevano richiesto. E nessun docente si fece sentire. Andarono alla manifestazione riempiendo due pullman, ma la scuola disse che non potevano presentarsi come liceo. Erano quelle le istituzioni che Rosaria aveva di fronte. E fu anche per questo che decise che avrebbe fatto giurisprudenza. Perché aveva già molto chiaro il significato, e il dovere, dell’espressione “fare giustizia”.</p>
<p>A Pisa Rosaria ha incontrato ragazzi che credono nello stesso dovere, e solo lì ha cominciato a credere nella politica, nell’impegno civile, e anche nel valore delle istituzioni. Fino al 14 dicembre, però. Quel giorno è cambiato tutto. Ma come spiegarlo al padre quel giorno? Con i rumori.</p>
<p>Le pale degli elicotteri sempre incombenti sulla testa. I fendenti delle sirene che tagliavano lo spazio. Il ritmo truce dei manganelli battuti dalla polizia sugli scudi a monito di guerra tribale. I colpi dei lacrimogeni. E poi, d’un tratto, dopo una falsa notizia che la fiducia al governo non era stata approvata, la verità: il governo aveva la fiducia. E per tutte quelle migliaia di ragazzi, per molti dei quali era la prima grande manifestazione, un crollo. Crolla tutto, è un intero Paese che crolla e che li vuole trascinare giù con sé. Quelle strade controllate dagli elicotteri e circondate da muri di scudi fanno l’effetto di una gabbia che non si può non voler spezzare. Per respirare. Così le auto blu bruciate sul lungotevere, a segno tangibile di un’alterità assoluta da una politica inerme, impotente, implosa in un teatrino colpevole. E non c’è nessuno che non senta, in quel momento, che è inevitabile quella presa di distanza. E poi piazza del Popolo, ancora la polizia, una camionetta bruciata, l’applauso della piazza, la fuga tra le barricate. Quel giorno, dice Rosaria, ci ha cambiati tutti. Ha segnato una distanza incolmabile dalla politica così com’è. Noi vogliamo una politica nuova. E una politica nuova parte dalla presenza fisica. E’ una generazione virtuale che comincia a sentire l’impotenza della sua smaterializzazione, e grida: “se non cambierà, ci riprendiamo la città”. Non la rete, non facebook, ma le strade e le piazze. Per il bene comune. Per i beni comuni. E abbiamo appena iniziato, dice Rosaria.</p>
<p>“Sono fiero di te”, ha detto il padre dopo tre ore di racconto. E ha preparato il caffè.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 16/2/2011)</em></p>
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		<title>Radio Londra: Play Immobil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 09:18:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[London Calling]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento studentesco]]></category>
		<category><![CDATA[paolo mossetti]]></category>
		<category><![CDATA[tecniche di repressione]]></category>
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					<description><![CDATA[A &#8220;Corral&#8221; protest di Paolo Mossetti When hit by boredom, let yourself be crushed by it; submerge, hit bottom. &#8211; Joseph Brodsky. Un albero lo si conosce dai suoi frutti, e una democrazia la si conosce dalle tecniche che adopera per affrontare il dissenso. La pratica del kettle (letteralmente ‘bollitore per il tè’) è rappresentativa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/playimmobil.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37534" title="playimmobil" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/playimmobil-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/playimmobil-300x231.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/playimmobil.jpg 436w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>A &#8220;Corral&#8221; protest</strong><br />
di</p>
<p><strong> Paolo Mossetti</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>When hit by boredom, let yourself be crushed by it; submerge, hit bottom.</em><br />
&#8211; Joseph Brodsky.</p>
<p>Un albero lo si conosce dai suoi frutti, e una democrazia la si conosce dalle tecniche che adopera per affrontare il dissenso. La pratica del <strong>kettle</strong> (letteralmente ‘bollitore per il tè’) è rappresentativa di tutte le inquietanti forme di controllo che la legislazione inglese suggerisce di praticare. Sperimentata già nella Germania Ovest  degli anni Ottanta, e poi rispolverata da qualche anno dalla polizia del Nord Europa,( (inclusa quella italiana, a Napoli nel 2001) è un modo subdolo e astuto per portarti all’inoffensività senza lasciare segni duraturi sulla pelle, o quasi, ma soprattutto per risucchiare il dissenso in un vero e proprio «buco nero» nel territorio urbano.<br />
<span id="more-37533"></span><br />
La formula è presto spiegata: anziché adottare la tattica disorganica e imprevedibile della dispersione della folla, con il kettle un intero tratto di strada – quello dove si trovano i manifestanti, di solito grande quanto un campo di calcio – è chiuso al resto del mondo. Per un tempo indefinito, chi si trova dentro non si può più uscire. Da qui anche il termine di <em>corral</em>, recinto. Per sederti, riposarti o riscaldarti, da quel momento in poi ti basterà solo quello che troverai dentro lo spazio sigillato.<br />
Quando, il 24 novembre scorso, a Londra, con circa seimila tra studenti e persone d’ogni età vengo rinchiuso nell’ultimo recintamento poliziesco, è una bella mattinata, gelida ma luminosa. Nick Clegg, guida del partito Liberal Democratico e vice-primo ministro inglese, ha intanto detto che chi protesta contro i corposi tagli all’istruzione e il più sensazionale innalzamento di tasse universitarie d’Europa vive in un “Dream World”, un mondo di sogni.<em> Il solito refrain reazionario per dire: non vi rendete conto della dura realtà, lasciate fare a noi.</em></p>
<p>A Trafalgar Square, a mezzogiorno, convergono fiumane di variopinta umanità: studenti universitari con cartelloni ironici e il volto dipinto, altri non ancora maggiorenni, in calzettoni o gonnellina, che mai prima d’ora hanno tenuto un megafono in mano; non mancano punk attempati, insegnanti progressisti, giornalisti, anarchici, semplici curiosi. Ma il fenomeno più sorprendente, politicamente e socialmente parlando, è che, mentre buona metà della marcia è composta dai college militanti – UCL, SOAS, Goldsmiths –, per la prima volta è palpabilissima anche la gioventù proveniente del Sud-Est povero, di Croydon, Peckham, dei council estates di Islington. Una militanza nera, minorenne, inaspettata.</p>
<p>Il tam-tam, come sempre, corre tramite Facebook. Non esiste in Inghilterra un Movimento come lo conosciamo in Italia. Nessun portavoce unico, nessun capetto, niente di riconoscibile in un’icona o in una bandiera. Questa natura eterogenea o è insieme la loro forza e il loro limite.<br />
Non porto con me né acqua né scorte di junk food. Tolgo la batteria dal cellulare. Solo pochi  tra i ragazzi lì presenti immaginano di venire catapultati, tra poche ore, in uno scenario da guerra civile. Cerco dunque di immedesimarmi nel passante che si è unito, con curiosità e determinazione, alla folla per caso.<br />
Come previsto, le prime file del corteo si infilano nel lungo raggio di Horse Guards Parade, verso Parliament Square e la residenza del Primo Ministro. Cercano il contatto con la polizia. Lo trovano. Scoppiano piccole scaramucce. Una breve schermaglia, o un lancio di oggetti – anche un tentativo di ‘sfondamento’ simbolico può funzionare – è  sufficiente per scatenare il recintamento. A nord e a sud di Downing Street, decine di agenti con scudi e camionette sono già appostati per sigillare la strada da entrambi i lati, alla prima provocazione.<br />
Tutto si svolge molto lentamente: i due cordoni di polizia in pochi secondi diventano una barriera invalicabile; si avvicinano irresistibili, pesanti, e quanto più si avvicinano, tanto si restringe il fazzoletto di strada per i manifestanti. Tutto è lento perché la tattica non si basa sulla sorpresa, si basa sulla limitazione dello spazio. Deve essere tanto efficace da impedire la presenza di spazi vuoti, o vie di fuga. Quelli che tentano di forzare subito il blocco sono colpiti dai manganelli e respinti dentro con gli scudi.</p>
<p>Dopo un’ora la brutalità del kettle è già evidente ai pochi attivisti-di-professione. Ma ci sono anche tante mamme venute col passeggino, studentesse col trucco perfettamente curato e bambini con cartelli ispirati ad Harry Potter. La varietà, la bellezza, l’ingenuità, il senso di pulizia non solo ideologico ma anche esteriore di alcuni manifestanti sono affascinanti, per chi ha esperienza dei brutali riots di Terzigno e Chiaiano. Se i cosiddetti trouble-makers si preparano già alle barricate e ai tentativi di sfondamento, molti altri respirano ancora un’atmosfera giocosa ed vivace.<br />
Ma presto, poiché non esistono spazi vuoti o vie di fuga, si ostruiranno anche i pensieri. Anche la rabbia più cruda, per esplodere, ha bisogno di un minimo di spazio. E quale risultato di questo capolavoro, alla fine, non verrà data, ad alcun pensiero che non riguardi lo stomaco la pelle o la vescica, la minima opportunità di entrare nella folla.</p>
<p>Passano due, poi tre ore. Un’altra caratteristica del recintamento, quella essenziale, è che questa condizione produce una noia terribile. È ovvio: qualsiasi cosa ripetuta in continuazione, anche il semplice attendere in fila per un documento, per un consulto medico, o il guardare sempre la stessa scena, fare lo stesso percorso per ore, produce noia. E la noia è la base di questo nuovo tipo di repressione; quando la noia ti avvolge, inizi a scivolare in un sonno che raffredda e raggrinzisce, che non è un vero e proprio dormire, in quanto non lo hai prodotto tu, ma ti è imposto in modo coercitivo, deliberatamente. Una sorta di ipnosi.<br />
Il recintamento è in se stesso ripetizione: elimina nella folla, come in un gregge, la necessità di pensare, e la ripetizione diviene un sostituto dei pensieri. Anche gli assalti a tutto ciò che è dentro al recinto – portoni, panchine, cassonetti – acquistano un ritmo prevedibile e robotico. È naturale che tu cada nell’inganno: quest’attesa torturante occupa ogni energia, lasciandoti spossato. E se provi a parlare con i poliziotti intorno al recinto, senza mostrarti arrogante, essi sono abbastanza intelligenti e furbi da darti false informazioni e intrattenerti con civili chiacchiere sullo stato della Nazione.</p>
<p>In questo modo si crea una perversa dipendenza dallo Stato-carceriere, che deciderà quando gli anziani potranno tornare al caldo, i diabetici avere la loro insulina, i tredicenni in preda al panico tornare a casa dalle loro madri. Alcuni ragazzi colpiti da malore portati a braccio vengono fatti uscire dalla trappola. I loro portatori rispediti dentro. L’incolumità della proprietà privata, la necessità di garantire il normale svolgersi della vita lavorativa di chi si trova “all’esterno” giustificano questo sfiancamento intenzionale, immensamente efficace.<br />
Efficace perché vento, pioggia, grandine, neve, sono nemici disordinati, che è possibile vincere equipaggiandosi bene. Si può vincere la fame con un panino nello zaino. E la vescica, dopo quattro ore passate in piedi, la si può svuotare orinando dove possibile, come i cani. Si ritrova l’adrenalina contro la violenza dei manganelli, che si scopre continuamente, commette degli errori, e spesso colpisce di fianco. Ma contro la noia non c’è niente a fare. Niente a cui attaccarsi. La noia è la tenaglia del carnefici.</p>
<p>Cinque ore. Si sfiorano zero gradi. Qualcuno dice: ‘Accendiamo un fuoco!’. Tutto quello che era stato lasciato intatto prima del kettle, adesso viene preso di mira: vengono sfondate le vetrate di una pensilina dell’autobus; le panchine ridotte in un ammasso di schegge. C’è chi si arrampica sugli alberi e cade cercando di strappare rami e foglie per alimentare un falò. Delle ragazzine aprono gli zaini e buttano tra le fiamme pagine dei loro diari; altri, i cartelloni della protesta. Un odore pregnante di plastica e colla si diffonde nelle strade eleganti del centro.<br />
Chi ha subito un’esperienza simile a Copenhagen l’anno scorso, durante il Climate Summit Onu, è già fornito di provviste, acqua, sciarpe e maglioni in quantità. Tanti falò sono accesi per non morire di freddo, ma ci sono anche sound-system che sparano musica elettronica e classici del rock. Chi ha uno smartphone con dieci ore di batteria ascolta musica o manda sms agli amici e alla mamma: “Guarda quanta gente, sto bene!”. Ma una distrazione non è una liberazione, e nessuno di questi diversivi aiuta a focalizzarsi su un punto molto chiaro: si è prigionieri dello Stato, che ti squadra impassibile mentre ti appisoli in piedi, appoggiato su altri sconosciuti.</p>
<p>Sei ore. Visto con gli occhi della polizia, il controllo inizia con l’essere separati dalla folla, dall’essere un testimone. L’osservazione è la chiave del recintamento. Osserva la massa. Non fare nulla: nessuna ripetizione di cariche, nessun lancio di lacrimogeni. Limitati a osservare qualsiasi cosa faccia la massa. Non disturbarla, non prevenirla, non reprimerla. Lasciala sfogare se è il caso. Limitati a essere un osservatore.  Questo è l’unico modo di separarti da qualsiasi cosa, per non provare alcun sentimento.<br />
Pian piano, anche per te che sei rimasto nel kettle, la massa come l’hai conosciuta all’inizio del corteo è così distante che fai fatica a percepirne l&#8217;esistenza: è una semplice eco in una valle lontana. E alla fine, persino quell’eco scompare. Dopo sette ore quel che rimane è il singolo, perduto nelle sue ossessioni, nelle sue nevrosi, nelle sue addiction tecnologiche. Questo è il  vero dissolversi della folla, senza sforzo alcuno da parte della polizia: la si lascia semplicemente morire, di morte naturale.<br />
E se si provasse a capovolgere questo suggerimento? Osservare, da testimone partecipante, ma poi immediatamente sciogliersi nella massa. Osservando anche tu ti renderai conto che, per la prima volta, hai l’opportunità di condividere una temporanea prigionia con persone e storie che non avresti mai incrociato prima, e che forse nemmeno trent’anni fa a Londra si sarebbe ritrovato insieme: post-noglobal e adolescenti figli dell’hyper-sexualization, proletariato marginale e precariato colto. Se questa moltitudine, costretta fisicamente all’inazione e senza vie di fuga, si compattasse non con la paura, non con il freddo, ma nell’osservazione, in un religioso silenzio, potrebbe diventare qualcosa di indecifrabile agli occhi dei carcerieri, e ancora più inquietante.<br />
Osservando quanto accade non ti addormenti, come gli altri, al contrario divieni più sveglio, più consapevole. Libero da qualsiasi intimidazione, scopri che aldilà della ripetizione e della noia c’ è un’infinita gamma di possibilità per future rivolte. Allorché la folla, nel suo senso più dozzinale e retorico, un «noi» che fa da coperta a troppe responsabilità,  è ora assolutamente assente – se n&#8217;è andata del tutto, e non la riesci più a trovare da nessuna parte – per la prima volta diventi consapevole, perché la stessa energia che era assorbita dalla folla, non trovandola più, si ribalta su di te.<br />
Dopo otto ore un sussulto tra i corpi intirizziti: si diffonde la voce che finalmente la polizia lascerà passare tutti, ma alla spicciolata, solo dopo aver identificato i responsabili delle violenze e averli arrestati, come in una sorta di filtro. C’è chi ripete a tutti una volenterosa filastrocca: <em>«Avete il diritto di non farvi fotografare / Avete il diritto di non dichiarare i vostri dati personali».</em> Ma nessuno ascolta, e una torma di fantasmi infreddoliti e mansueti si accalca davanti ai cordoni, aspettando solo di uscire. Tutti o quasi hanno accettato, di fatto, la condizione di livestock, bestiame, nel grande London Zoo. Eppure qualcuno, tra quanti sono appena usciti dalla prima esperienza di piazza, già pensa a come riorganizzarsi, a come sfuggire alla prossima trappola. Nel mesto e vacillante ritorno a casa, di certo c’è che la storia non finisce qui.</p>
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		<title>Sulla linea più avanzata del fronte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2009 08:11:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cesare cases]]></category>
		<category><![CDATA[giaime pintor]]></category>
		<category><![CDATA[györgy lukács]]></category>
		<category><![CDATA[movimento per la pace]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento studentesco]]></category>
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		<category><![CDATA[renato solmi]]></category>
		<category><![CDATA[theodor w. adorno]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Benjamin]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michele Sisto La mia generazione ha un trucco buono Critica tutti per non criticar nessuno E fa rivoluzioni che non fanno male Così che poi non cambi mai Essere innocui insomma ché se no è volgare (Afterhours, Baby, fiducia) «&#8230;Negli anni che stiamo attraversando, quando una greve cappa di inerzia e di rassegnazione, un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michele Sisto</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;">La mia generazione ha un trucco buono<br />
Critica tutti per non criticar nessuno<br />
E fa rivoluzioni che non fanno male<br />
Così che poi non cambi mai<br />
Essere innocui insomma ché se no è volgare<br />
(Afterhours, Baby, fiducia)</p>
</blockquote>
<p>«&#8230;Negli anni che stiamo attraversando, quando una greve cappa di inerzia e di rassegnazione, un clima soffocante di ottusità e di atonia, sembra quasi paralizzare noi stessi e la maggior parte dei nostri conoscenti: al punto da farci desiderare che qualcuno possa tornare [&#8230;] a destarci dal nostro sonno pesante, a farci sentire la scossa elettrica di una corrente vitale, a risvegliare in noi le energie sopite e la coscienza di ciò che sappiamo e ci sforziamo invano di dimenticare».<span id="more-15610"></span></p>
<p>Tra i miei coetanei &#8211; sono nato nel 1976 &#8211; o meglio, tra quelli di loro che come me si sono avviati, e i migliori non senza remore e perplessità, alla carriera «intellettuale» e dedicano gran parte della loro giornata a leggere e scrivere in università, istituti di ricerca, case editrici, redazioni di riviste, il nome di Renato Solmi suscita un misto di curiosità e ammirazione. Insieme a Cesare Cases, Franco Fortini, Sebastiano Timpanaro e non molti altri Solmi, sebbene più giovane di loro, fa parte di quella leva di maestri che in Italia, con particolare efficacia negli anni cinquanta e sessanta, ha dato senso e dignità al ruolo dell&#8217;intellettuale, e alla quale la mia generazione guarda con crescente interesse dopo decenni, nel campo culturale, di stanchezza e, come ci capita di sbottare quando parliamo tra noi, di dominio quasi incontrastato della più vacua fuffa. In quei decenni ci è stato insegnato, tra l&#8217;altro, che non è di buon gusto, in uno scritto che si pretende scientifico, esprimersi in prima persona, dire &#8220;io&#8221;. Ma d&#8217;altra parte sono persuaso che l&#8217;unico modo di rendere giustizia a questo libro di Renato Solmi sia assumerne &#8211; o almeno provarci, per lo spazio di una recensione &#8211; l&#8217;atteggiamento mentale, l&#8217;<em>habitus</em>: proprio ciò che, per la sua inattualità, suscita l&#8217;interesse dei miei coetanei. Non mi soffermerò molto, dunque, come questa sede richiederebbe, sul Solmi germanista, che peraltro è anche il più noto, poiché le sue introduzioni a <em>Minima moralia </em>di Adorno (1954) e ad <em>Angelus novus </em>di Benjamin (1962) sono state per decenni le porte d&#8217;accesso al pensiero di questi due autori. (Meno nota è forse la sua intensa frequentazione con György Lukacs, del quale nel 1957 ha tradotto <em>Il significato attuale del realismo critico</em> e nel 1961 <em>Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica</em>, e con Günther Anders, di cui ha tradotto nel 1960 <em>Essere o non essere </em>e nel 1962 <em>La coscienza al bando</em>). Quanto segue è il tentativo di descrivere questo <em>habitus</em>, la sua genesi e ciò che a sua volta ha prodotto, e di ricavarne una serie di indicazioni che possano essere di qualche utilità nell&#8217;orientare chi è interessato a dare un senso e una direzione a ciò che sta facendo, e farà.</p>
<p>Già negli <em>Studi e recensioni &#8211; </em>la prima delle sette sezioni in cui questa <em>Autobiografia documentaria </em>è suddivisa <em>&#8211;</em> dei primissimi anni cinquanta si riconosce la disposizione di Solmi, che proviene da un ambiente borghese e intellettuale (suo padre, com&#8217;è noto, è il poeta e saggista Sergio Solmi), a superare i limiti dell&#8217;«illusione scolastica» (Pierre Bourdieu), dominante tanto nell&#8217;«alta cultura universitaria, del tutto apolitica e disinteressata» quanto in famiglia, nella figura del padre che, come molti intellettuali della sua generazione, «aveva in mente solo una cosa: la poesia, o, in senso più ampio, la letteratura». La critica che Solmi muove alla generazione dei padri, svelando ad esempio il «segreto desiderio di fuga dalla realtà presente» implicito nell&#8217;ideale umanistico di un Werner Jaeger, si inserisce a pieno titolo nella resa dei conti avviata nell&#8217;immediato dopoguerra tra il vecchio storicismo idealista che faceva capo a Croce e il nuovo storicismo materialista di cui si era fatto interprete Gramsci. Si tratta, in sostanza, di affermare la verità materialistica che non è il pensiero (lo Spirito) a determinare la realtà, ma la realtà («i fenomeni infrastrutturali, l&#8217;evoluzione economica e politica») a determinare il pensiero: per questo Solmi trova di grande interesse il tentativo compiuto da Ernesto de Martino nel <em>Mondo magico </em>(e presto rinnegato nel nome dell&#8217;ortodossia crociana) di storicizzare le categorie della coscienza moderna, ovvero di dire che non esiste una razionalità innata ma che la stessa razionalità, il nostro modo di pensare (così come il linguaggio, la morale, la sensibilità estetica) è il prodotto storico di determinate condizioni e &#8211; questa è l&#8217;acquisizione più gravida di conseguenze &#8211; come esso è mutato dal passato al presente, così esso potrà mutare in futuro, al determinarsi di nuove condizioni infrastrutturali. E ciascuno è responsabile di decidere se riprodurre le condizioni che ha ereditato o di produrre il cambiamento.</p>
<p>Il riconoscimento di questo principio, dell&#8217;ineludibile politicità della cultura, comporta, per l&#8217;intellettuale, un&#8217;assunzione di responsabilità politica, in altri termini la necessità di «un impegno attivo e volontario».</p>
<p>Non vorrei concedere troppo alla tentazione di disegnare qui un percorso troppo lineare, ma i saggi raccolti nella terza sezione, <em>Il lavoro editoriale</em>, siamo nel 1952-55, appaiono, riletti oggi, proprio come la ricerca di una declinazione pratica di questo «impegno». E da subito questa ricerca è impostata &#8211; o si impone &#8211; come «compito generazionale». Constatando che «l&#8217;isolamento culturale [&#8230;] è, in questo momento, il destino comune degli intellettuali (e non dei peggiori) delle classi più giovani» Solmi dà il benvenuto alla rivista «Il Mulino», appena fondata, e suggerisce ai giovani che la animano di non indulgere all&#8217;indulgenza: «una certa &#8220;violenza&#8221; del pensiero (che non ha niente a che fare con quella delle parole) è indispensabile &#8211; scrive &#8211; a dissipare la cortina di nebbia che si riproduce continuamente intorno a noi. Una volontà lucida, una critica intransigente: ecco ciò di cui abbiamo bisogno oggi». Il modello di questa che definirei autocoscienza generazionale è individuato, non a caso, in Giaime Pintor &#8211; che questa coscienza aveva molto netta &#8211; ed è nel recensire <em>Il sangue d&#8217;Europa </em>che Solmi insiste di più sul pronome «noi». Per dire, però, che in dieci anni, dal 1943 al &#8217;53 (Solmi è di soli otto anni più giovane di Pintor), la situazione storica è mutata, i compiti sono altri e il compito è affrontarne «apertamente gli aspetti cruciali». Ora Solmi ha ventisei anni. Ora comincia ad agire. E con una capacità di presa sulla realtà, di individuare gli «aspetti cruciali», che per almeno due decenni appare sbalorditiva, e anche in seguito &#8211; nonostante una riconosciuta «stanchezza» &#8211; non viene mai meno.</p>
<p>Anziché soffermarmi su alcuni dei temi o dei saggi raccolti nelle altre sezioni &#8211; <em>La scuola di Francoforte </em>(4), <em>La contestazione nella scuola </em>(5), <em>La nuova sinistra americana, la guerra del Vietnam e lo sviluppo dei movimenti pacifisti </em>(6) e <em>Sguardi sul passato </em>(7) &#8211; vorrei provare a trarne alcune indicazioni pratiche, una sorta di prontuario ad uso di un giovane intellettuale. Sono consapevole della forzatura, ma vorrei avventurarmi ugualmente su questa via confortato dalla disposizione educativa, e in fondo morale, riconoscibile in Solmi e in gran parte dei suoi maestri, da Adorno a Lukács, da Brecht a Delfino Insolera, al quale il volume è dedicato.</p>
<p>E vorrei cominciare da questo: in Solmi <em>la cultura è uno strumento, non un fine.</em> «Raccogliere e neutralizzare nel pantheon culturale, in un biblioteca o in un museo immaginario, le creazioni dell&#8217;arte e del pensiero, significa toglier loro la punta, tradirle nell&#8217;atto in cui si finge di riconoscerle», sostiene Adorno. E così Adorno stesso viene trattato da Solmi, che nell&#8217;introduzione a <em>Minima moralia </em>ne recepisce il pensiero solo nella misura in cui gli fornisce strumenti concettuali per meglio comprendere lo stato delle cose e lo respinge in quanto non dà indicazioni per cambiarlo. Dopo averlo tradotto, interpretato e difeso di fronte ai possibili critici, non esita infatti a concludere che «chi si è formato sui testi dei classici, di Lukács, di Gramsci, e vive in paesi dove la lotta di classe ha ancora un senso, non può condividere il pessimismo di Adorno». Con questa presa di posizione Solmi mostra di aver fatto passi avanti nel liberarsi dall&#8217;illusione scolastica, verso la concretezza; e ne farà numerosi altri, sebbene ancora a distanza di anni si senta tenuto a riconoscere la sua ammirazione per chi come Raniero Panzieri né è a tal punto esente da ritenere non solo Adorno «inutile ai fini di un movimento rivoluzionario», ma anche Lukács «idealistico e fumoso».</p>
<p>Se la cultura non è un fine, allora <em>ai maestri si deve rispetto, non venerazione</em>. Si può misurare questo atteggiamento sul caso di Walter Benjamin, di cui Solmi è ad un tempo il primo divulgatore in Italia e il primo critico. Nell&#8217;introduzione ad <em>Angelus novus </em>si preoccupa di «guidare l&#8217;attenzione sulla parte più positiva e originale del suo pensiero», mettendone in luce tutta la «fragilità teoretica», e di «salvaguardarlo dagli equivoci più grossolani»: che si sono poi puntualmente verificati, con l&#8217;affermarsi negli anni ottanta di «una specie di culto esoterico della sua figura». Ma, soprattutto, <em>Angelus novus</em> è una selezione molto orientata, si potrebbe tranquillamente dire &#8220;militante&#8221;, dei saggi allora editi in Germania: operazione che, per quanto oggi a un giovane della mia generazione possa apparire semplicemente sconsiderata, è molto più coraggiosa e utile, perché impone la responsabilità di una presa di posizione critica, che &#8220;farlo tutto&#8221;, come si è deciso più tardi. Non importa qui, vorrei sottolineare, il giudizio dato allora su Benjamin o su Adorno, che Solmi stesso più tardi ha in parte corretto: importa invece la disposizione, la libertà con cui il giudizio è stato formulato. Direi da pari a pari.</p>
<p>E anche: nel tentativo di raggiungere una «<em>sintesi tra teoria e pratica, impegno sociale e visione storica complessiva</em>». La prosa di Solmi è fitta di appelli a cogliere la «sostanza della questione», a individuare le «dinamiche latenti» dei processi, a suggerire «orientamenti», una «prospettiva», «germi del futuro», la «direzione giusta», una «risposta adeguata», «indicazioni valide per lo sviluppo di un&#8217;azione di rinnovamento e di trasformazione». La ruota del suo argomentare si rifiuta di girare a vuoto, di scivolare sul terreno senza aderirvi. La ricerca di prassi alternative a quelle esistenti è evidente già negli anni del lavoro editoriale, nel «rudimentale tentativo di organizzare i rapporti tra una casa editrice il suo pubblico» attraverso la Settimana del libro Einaudi o nella creazione di una collana orientata alla &#8220;pratica&#8221; come i Libri bianchi, ma si manifesta pienamente solo dopo il passaggio al mondo della scuola, negli anni della contestazione studentesca e dei tentativi di realizzare una pedagogia progressiva: in particolare nelle cronache dei casi di Luciano Rinero e Margherita Marmiroli. Recalcitrando alla divisione capitalistica del lavoro, che sempre più vuole il pensiero separato dalla prassi, in una drammatica incoerenza appena riscattata dall&#8217;ironia con cui l&#8217;intellettuale prende le distanze dal prodotto del suo lavoro e si sottrae alla verifica delle sue implicazioni o ricadute, l&#8217;argomentazione di Solmi fa appello alla totalità. Non c&#8217;è separatezza o autonomia per niente e nessuno. «Non si può pretendere di educare senza educare &#8211; scrive nel saggio sulla Marmiroli -; non si può fingere di insegnare evitando di parlare di ciò che è veramente necessario a coloro a cui si insegna».</p>
<p><em> </em>Se, come scrive Adorno, «nessuna emancipazione è possibile senza l&#8217;emancipazione della società», è evidente che anche <em>la cultura dev&#8217;essere un&#8217;impresa collettiva</em>. È vivissimo, nelle pagine sulla Marmiroli, il senso della lotta, che, a partire dall&#8217;ostinata fermezza con cui una professoressa di liceo pretende di attenersi ai principi &#8211; ministeriali! &#8211; di una scuola rinnovata, arriva a coinvolgere gli studenti, i loro genitori e a costringere la classe dirigente di Cremona e nazionale a prendere posizione, svelando il proprio volto autoritario o lasciando che la prassi dell&#8217;insegnamento cambi realmente. Perché il cambiamento è possibile; la lotta collettiva produce risultati. Nel saggio su <em>La nuova sinistra americana </em>possiamo leggere la pacata epopea del movimento dei neri del sud, che in pochi anni non solo ottiene la legislazione sui diritti civili e la sua applicazione, ma accende la miccia del movimento studentesco e di quello antimilitarista che confluiranno nel &#8217;68. Da queste esperienze trae alimento la speranza concreta di Solmi, che lo scorso anno, mentre la sua <em>Autobiografia documentaria </em>andava in stampa, manifestava a Vicenza contro l&#8217;allargamento della base Nato.</p>
<p>Non vorrei, con queste parole, trasmettere l&#8217;immagine, che sarebbe falsa, di un Solmi intemperante e trascinatore. Se dovessi scegliere tre parole per descrivere cosa si trae da questo libro direi: pazienza; umiltà; fiducia.</p>
<p>Attraverso il trauma del licenziamento dall&#8217;Einaudi e la lunga attività di base degli anni successivi Solmi sviluppa una singolare sensibilità per i costi umani dell&#8217;impegno. Si sofferma, nelle sue cronache, sulle «conversioni somatiche delle tensioni psichiche» di Rinero, o sulla «pressione fisica che si esercita da parte dell&#8217;ambiente circostante» sulla Marmiroli. E nell&#8217;87 raccomanda agli studenti: «Pensate anzitutto a voi, anche come singoli individui. Non lasciatevi mai assorbire interamente da una causa»; infatti «bisogna diffidare di chi è disposto a sacrificare se stesso, è molto probabile che sacrifichi se stesso, ma è assolutamente certo che anzitutto sacrifichi qualcun altro». Anche se «nel mondo in cui viviamo sarebbe ridicolo pensare di poter programmare la propria esistenza individuale o quella della propria famiglia o dei propri figli senza porsi, direi, anche solo e semplicemente il problema della sopravvivenza del genere umano, che purtroppo oggi è all&#8217;ordine del giorno». Erano gli anni in cui il problema veniva assumendo proporzioni tali &#8211; la parola chiave era Cernobyl, ma oggi sarebbe Kyoto &#8211; che si è reagito, generalmente, rimuovendolo del tutto (questo è anche un mea culpa). E invece Solmi persiste nel non abdicare alla totalità: suggerisce di accostarla senza im<em>pazienza</em>, cominciando dai problemi che si pongono «in termini chiari ed urgenti», come fu per il Vietnam, come è per Vicenza: «l&#8217;unità, la totalità verranno dopo».</p>
<p>Una delle caratteristiche più ricorrenti nel volume, soprattutto negli scritti più recenti, è l&#8217;ammissione di aver sbagliato. Dagli anni ottanta in poi molti hanno condannato l&#8217;ideologia, i limiti di un pensiero portato alle sue conseguenze estreme, prendendone le distanze; pochissimi invece hanno riconosciuto in se stessi gli errori e i limiti che hanno impedito o sviato i tentativi di cambiamento. Ma il riconoscere di aver sbagliato, riconoscere anche la propria cattiva coscienza è, nella modestia autocritica di Solmi, un&#8217;arma potentissima, che gli permette di rimanere «in buoni rapporti con la verità», ovvero di non rinunciare alla totalità e di continuare a cercare le vie del cambiamento. La certezza hegeliana che ciò che è razionale è reale non va perduta, e si resta immuni dalle derive irrazionalistiche, dal misticismo religioso all&#8217;economicismo liberista, che hanno dominato la fine secolo. Libero dall&#8217;incombenza di giustificare (o rimuovere) il proprio passato, Solmi può continuare a guardare al futuro, porsi «il problema di quanto, nella tradizione socialista e marxista, è tuttora pienamente valido, e può fornire ancora i lineamenti essenziali di una concezione complessiva della società e del mondo». La stessa umiltà si manifesta nella disposizione a farsi mediatore: Solmi non è, né pretende di essere, un pensatore originale, rifiutando così quello che è forse il paradigmi dominanti negli ambienti intellettuali. Rinunciando all&#8217;originalità a tutti i costi, è libero di cercare nel lavoro altrui e di far conoscere idee buone e spesso già collaudate nella prassi.</p>
<p>La <em>fiducia</em>, terza e ultima parola marcante, è nella <em>Umwälzung</em>, nella rivoluzione: nella tranquilla convinzione che verrà. Si tratta, per Solmi, di capire da dove e di «partecipare [&#8230;], in uno spirito di solidarietà appassionata e di comprensione attiva, al movimento». In modo non molto dissimile da Sebastiano Timpanaro, portavoce dei limiti naturali dell&#8217;uomo (la malattia, la morte, il conflitto «leopardiano» con la natura), che negli anni ottanta prosegue la sua militanza marxista-leninista nel movimento ecologista (si vedano gli scritti de <em>Il rosso e il verde</em>), così Solmi riconosce i germi di una nuova Internazionale nel movimento non-violento. Sebbene si presenti come un neofita, giunto solo tardivamente agli studi sulla pace, la sua attenzione a questi temi data almeno dai primi anni &#8217;60, dagli incontri con Günther Anders, dagli studi sulla Nuova sinistra americana sorta intorno allo Student nonviolent coordinating committee (SNCC), sul pilota di Hiroshima Claude Eatherly, e svariati altri. Proprio nello studio sulla <em>N</em><em>uova sinistra americana </em>pubblicato nei «quaderni piacentini» nel 1965 &#8211; quanto avrà influenzato il movimento studentesco questo vero e proprio prontuario di prassi politiche alternative, che fornisce «indicazioni» tuttora utilissime tanto ai Social forum quanto ai movimenti No TAV, No base, ecc.? &#8211; Solmi constata per la prima volta che «vi è, senza dubbio, un rapporto fra l&#8217;ideologia della nonviolenza [&#8230;] e la tendenza ad elaborare forme nuove ed aperte di organizzazione politica, profondamente diverse dai partiti tradizionali di stampo socialdemocratico o bolscevico» e che «sembra che questa tendenza getti le sue radici in esigenze profonde dello sviluppo e della trasformazione in senso socialista delle società capitalistiche a livello avanzato». E già in quello scritto è messo a fuoco l&#8217;obiettivo politico che Solmi ritiene tuttora prioritario: realizzare l&#8217;incontro &#8211; sul piano pratico come su quello teorico &#8211; dei movimenti di orientamento nonviolento con la tradizione e l&#8217;ideologia  del movimento socialista. La fiducia che questo incontro debba e possa realizzarsi è rimasta inalterata, così come l&#8217;idea che ciascuno può fare la sua parte.</p>
<p>Ora, nulla ci impedirebbe di trattare questo libro come qualsiasi altro buon libro, trovandovi molti spunti da approfondire e qualche frase da citare nella nostra prossima monografia; ma significherebbe non afferrarne il senso più profondo. Solmi non è &#8211; non è mai stato &#8211; un germanista o uno studioso di letteratura <em>tout court</em>, e a volerlo intendere per tale lo si fraintenderebbe. Il suo <em>habitus </em>è quello di chi sconfina, e si ostina a occuparsi di cose che esulano dalle sue strette competenze disciplinari. Assumerlo è pericoloso e salutare ad un tempo: perché da una parte ci espone al rischio di cadere, per inesperienza, in un astratto velleitarismo; dall&#8217;altra ci costringe a riflettere senza sosta sui presupposti, sulle condizioni di possibilità del nostro lavoro. Che farcene, allora? Forse si può seguire un suggerimento implicito di Cases, che nelle <em>Confessioni di un ottuagenario </em>assegna a Solmi il ruolo di suo «consigliere <em>in politicis</em>»: sceglierlo come un compagno di viaggio che ci interroga sul senso e lo scopo del nostro andare. Ha una sporta di argomenti, che ha ricavato da un lungo dialogo con Panzieri, Lukács e Adorno, coi &#8220;maestri&#8221; della «Monthly review» e coi propri studenti a scuola, con Günther Anders e Alexander Langer, con Jonathan Schell. E ci invita a non perdere mai di vista, nel nostro mestiere e fuori di esso, «la linea più avanzata del fronte che separa il passato dal futuro».</p>
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<p style="text-align: left;"><strong>[La recensione a <em>Autobiografia documentaria. Scritti 1950-2004</em> di Renato Solmi è apparsa in «Osservatorio critico della germanistica», a. XI, n. 28 (novembre 2008), pp. 34-39] </strong></p>
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		<title>A gamba tesa: Sergio Bologna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 14:57:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento studentesco]]></category>
		<category><![CDATA[recessione economica]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Bologna]]></category>
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					<description><![CDATA[Sergio mi ha appena mandato questo suo testo. Lo giro a voi sicuri di fare cosa grata. Effeffe ps Ne approfitto per ringraziare quanti su segnalazione o spontaneamente hanno linkato, copiaincollato, fotocopiato il testo di Sergio Bologna. Grazie a loro si sono sviluppati commenti, discussioni altrettanto interessanti quanto quelle che si sono lette e viste [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sergio mi ha appena mandato questo suo testo. Lo giro a voi sicuri di fare cosa grata</em>. Effeffe<br />
ps<br />
Ne approfitto per ringraziare quanti su segnalazione o spontaneamente hanno linkato, copiaincollato, fotocopiato il testo di Sergio Bologna. Grazie a loro si sono sviluppati commenti, discussioni altrettanto interessanti quanto quelle che si sono lette e viste qui. Tanto per cominciare,<br />
Centro Studi Franco Fortini ovvero <a href="http://www.ospiteingrato.org/Interventi_Interviste/Bologna_68_Siena.html">l&#8217;Ospite Ingrato</a><br />
a seguire:</p>
<p><a href="http://georgiamada.splinder.com/post/19040293#more-19040293">Georgiamada</a><br />
<a href="http://insonnoeinveglia.splinder.com/post/19062801/A+gamba+tesa:+Sergio...">In sonno e in veglia</a><br />
<a href="http://scriptavolant.net/blog/index.php/luniversita-il-caos-lidentita/">Scriptavolant</a><br />
<a href="http://www.ilprimoamore.com/testo_1198.html">Il primo amore</a><br />
<a href="http://bellaciao.org/it/spip.php?article21967">Bellaciao</a><br />
<a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&#038;file=article&#038;sid=5244&#038;mode=thread&#038;order=0&#038;thold=0">Come Don Chisciotte</a><br />
<a href="http://annaritabriganti.blog.dada.net/archivi/2008-11-14">Annarita Briganti</a><br />
<a href="http://rivistatabard.blogspot.com/2008/11/toxic-asset-toxic-learning.html">Tabard</a><br />
<a href="http://article.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3241">GMANE</a><br />
<a href="http://www.scrittinediti.it/blog/tag/sergio-bologna/">Scritti inediti</a><br />
<a href="http://roma.indymedia.org/taxonomy/term/4142">Roma Indymedia</a><br />
<a href="http://caparossa.noblogs.org/post/2008/11/15/a-gamba-tesa-sergio-bologna-sull-onda">Caparossa</a><br />
<a href="http://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/sergio-bologna-a-gamba-tesa-sugli-studenti-2.html">Senza soste</a><br />
<a href="http://biancamadeccia.wordpress.com/2008/11/13/sergio-bologna-a-gamba-tesa-su-nazione-indiana/">Bianca Madeccia</a><br />
<a href="http://melpunk.splinder.com/post/19040900/Sergio+Bologna+a+gamba+tesa">Melpunk</a><br />
&#8230;e tanti altri che invito a segnalarsi nei commenti. Grazie a tutti.</p>
<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/jYPDfvDxSDc&#038;hl=it&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param></object></p>
<p><strong>Toxic asset – toxic learning</strong><br />
di<br />
<strong>Sergio Bologna</strong><br />
<em>Nello spirito del ’68 – senza nostalgie nè tormentoni</em><br />
(dopo un incontro all’Università di Siena, organizzato dal Centro ‘Franco Fortini’ nella Facoltà di Lettere occupata, il 6 novembre 2008)</p>
<p>State vivendo un’esperienza eccezionale, l’esperienza di una crisi economica che nemmeno i vostri genitori e forse nemmeno i vostri nonni hanno mai conosciuto. Un’esperienza dura, drammatica, dovete cercare di approfittarne, di cavarne insegnamenti che vi consentano di non restarvi schiacciati, travolti. Non avete chi ve ne può parlare con cognizione diretta, i vostri docenti stessi la crisi precedente, quella del 1929, l’hanno studiata sui libri, come si studia la storia della Rivoluzione Francese o della Prima Guerra Mondiale.<br />
Ho letto che l’Ufficio di statistica del lavoro degli Stati Uniti prevede che nel 2009 un quarto dei lavoratori americani perderà il posto.<br />
Qui da noi tira ancora un’aria da “tutto va ben, madama la marchesa”, si parla di recessione, sì, ma con un orizzonte temporale limitato, nel 2010 dovrebbe già andar meglio e la ripresa del prossimo ciclo iniziare. Spero che sia così, ma mi fido poco delle loro prognosi.</p>
<p>Torno da un congresso che si è svolto a Berlino dove c’erano i manager di punta di alcune delle maggior imprese multinazionali, con sedi in tutto il pianeta, gente che vive dentro la globalizzazione, che dovrebbe avere il polso dei mercati, gente che tratta con le grandi banche d’affari e con i governi. Mi aspettavo un po’ di chiarezza, qualche prognosi meditata. Balbettii, reticenze, sforzi per minimizzare, qualcuno che fa saltare la conferenza all’ultimo minuto perché richiamato d’urgenza. Pochissimi quelli che hanno parlato chiaro dicendo che la cosa è molto seria, che nessuno sa come andrà a finire e che le conseguenze potrebbero essere catastrofiche.<br />
<span id="more-10870"></span></p>
<p>Ma voi vi occupate – giustamente – dei tagli alla spesa universitaria e tutti vi applaudono, docenti in testa e politici d’opposizione e magari anche qualcuno della maggioranza, siete scesi in piazza autonomamente e tutto sommato tira un’aria di consenso attorno a voi. Non era così nel ’68, forse perché allora un po’ di violenza c’era, in parte provocata dal comportamento dello stato o delle forze dell’ordine. Ma quel che di buono c’era allora, di eccezionale, era la grande voglia di capire il mondo che avevano gli studenti. In Francia erano partiti dalle tasse universitarie, dal discorso della riforma degli studi ma tutto sommato quel che volevano era molto di più, volevano darsi gli strumenti per cambiare le cose, volevano capire cosa succedeva nei paesi comunisti, o nell’America Latina dove sei mesi prima Che Guevara ci aveva lasciato la pelle, volevano capire a cosa portava la politica di Piano del governo gollista, che cos’era un sindacato operaio, volevano vedere come funzionava una fabbrica e come parlavano gli operai dentro, come funzionava un ospedale e come venivano trattati i malati. E’ questa grande voglia di sapere, questa sconfinata ambizione di sapere, questa utopica sfida alle capacità della propria conoscenza, che io non vedo tra di voi. O, meglio, che all’esterno non si vede, non si percepisce.</p>
<p>Volete salvare l’Università, così com’è? Spero di no. Com’è oggi non vale una messa, come si dice. Oggi si taglia malamente, d’accordo, ma ieri si è speso peggio e tutti i governi ci hanno messo del suo. L’Università si è allargata  come un virus, qualunque cittadina con un sindaco un po’ dinamico riusciva ad avere il suo pezzetto d’Università. L’Università come retail. Alla qualità della spesa nessuno ha pensato e ben presto è nato il sospetto che questo meccanismo dilatatorio non fosse – come ci raccontavano – animato dalla nobile intenzione di fare della conoscenza una merce a portata di mano ma dal meschino proposito di creare cattedre con il loro corollario di posti precari e malpagati. Se non temessi d’essere frainteso vi direi: “La difendano loro questa Università, i professori”. Voi che c’entrate? Avete mai avuto modo di partecipare sia pure alla lontana alle decisioni che sono state alla base della configurazione dell’Università com’è oggi? Finora, con le vostre tasse avete pagato un servizio sulla cui qualità ed efficienza non esistono parametri di valutazione di cui possiate disporre per chiederne il miglioramento. “Mangia questa minestra o salta da quella finestra”. E quasi uno studente su due salta, il tasso di abbandono nell’Università italiana – leggo sul sito www.lavoce.info – è vicino al 50%. E chi inizia gli studi e li abbandona sapete bene che è un soggetto ad alto rischio di disadattamento. Una volta, quando la lingua italiana aveva ancora un tono popolare, si diceva “E’ uno spostato”.<br />
“Gli studenti italiani potrebbero fare causa a metà degli atenei italiani per i servizi che offrono”, scrive Roberto Perotti, nel libro L’Università truccata (Einaudi, Torino 2008) – un libro che spero tutti voi abbiate almeno scorso. A leggerne le prime 90 pagine vien da pensare che qualche abbandono può essere stato provocato dallo schifo di fronte a certe situazioni di nepotismo e di corruzione. Un libro che sfata alcuni miti, che combatte alcuni luoghi comuni, come quello delle scarse risorse dedicate in Italia all’Università. Sono scarse se si calcola l’ammontare della spèsa diviso per il numero di studenti iscritti ma se invece si assume come parametro non il numero degli iscritti ma di quelli che frequentano veramente a tempo pieno, l’Italia sarebbe ai primi posti nel mondo.</p>
<p>Ma molti di voi potrebbero dirmi che la lotta contro i tagli al budget universitario è solo un veicolo per esprimere a livello di massa e con facile consenso opposizione al governo Berlusconi. Dunque non di bassa cucina si tratterebbe, non di volgari valori economici, ma di alta politica. E come nel ’68 gli studenti francesi avevano lottato in definitiva contro il Generale De Gaulle, così quarant’anni dopo gli studenti italiani lotterebbero contro il Cavaliere Berlusconi. (Per inciso debbo dire che mai due si sono assomigliati di meno, il Cavaliere anche coi tacchi rinforzati non sarebbe arrivato alla cintola del Generale, l’uno alto alto, rigido e solenne come una statua di cera, l’altro piuttosto basso e tarchiato, gesticolante a dentiera scoperta). Ma se questa è l’alta politica che vi spinge all’azione mi sentirei in tutta franchezza di dirvi “scegliete un percorso diverso” perché altrimenti rischiate di farvi usare come carne da macello da coloro che condividono con la Destra il pensiero strategico sottostante alle scelte economiche della Seconda Repubblica e dunque sono sostanzialmente corresponsabili della crisi attuale e delle sue conseguenze future. Ciò che minaccia il vostro futuro non è soltanto il governo della signora Gelmini ma un pensiero economico bipartisan che non ha mai saputo né voluto mettere vincoli o imporre regole a una gestione del sistema finanziario dove nulla ormai assomiglia a un mercato ma tutto assomiglia a un gioco d’azzardo con i soldi dei lavoratori e della middle class che vive del proprio lavoro. Un sistema che è stato capace di creare ricchezza fittizia e di distruggere ricchezza reale in misura mai vista nella storia recente. Un sistema la cui follìa era già evidente a tutti almeno dallo scoppio della bolla del 2001, un sistema che premiava i manager che gestivano le imprese non per farle crescere ma per farle dimagrire, aumentandone il valore di borsa a furia di licenziamenti del personale, per rivenderle e intascare fior di premi e plusvalenze. Un sistema che in nome dell’efficienza e della competitività distruggeva soprattutto le competenze, il capitale umano (quando si licenzia per diminuire l’incidenza dei salari si comincia dalle posizioni meglio retribuite, cioè dagli impiegati e tecnici più anziani e con maggiore esperienza). Un sistema che ha riprodotto nella società le abissali differenze di reddito esistenti nelle grandi aziende (manifatturiere o di servizi che siano) e che quindi ha ridotto l’Italia in un paese con i maggiori squilibri tra la parte più ricca e quella meno ricca della popolazione, come ben testimonia l’indagine Bankitalia sulle famiglie italiane. Un sistema che ha consentito<br />
“a chi lavorava nella finanza di guadagnare già nel 2000 il 60 per cento in più rispetto agli altri settori” – scrive Esther Duflo, che insegna al MIT di Boston &#8211; e aggiunge:<br />
“Il problema delle remunerazioni è stato ovviamente affrontato negli Stati Uniti quando si è discusso il piano Paulson, che autorizza il governo americano a spendere 700 miliardi di dollari per acquistare i toxic asset rifiutati dai mercati. Sembra ingiusto far pagare ai contribuenti il disastro creato da coloro che in un’ora guadagnavano 17mila dollari”,</p>
<p>e conclude il suo intervento con queste parole:<br />
“Osservando gli avvenimenti di questi giorni vien voglia di mandare a casa certi nostri amministratori delegati del settore finanziario. Speriamo almeno che la fine dei guadagni esorbitanti incoraggi i giovani a dedicarsi ad altri settori dove i loro talenti potrebbero essere più utili alla società. La crisi finanziaria potrebbe farci cadere in una recessione grave e prolungata. L’unico vantaggio potrebbe appunto essere quello di un migliore impiego dei nostri giovani più dotati”. </p>
<p>Le elezioni americane, portando alla presidenza Barack Obama, sono state una bella reazione a questa insopportabile situazione e fareste bene a riflettere in seminari di autoformazione su quel che è accaduto negli Stati Uniti. Tutta la stampa e l’opinione corrente è unanime nel dire: “E’ accaduto un fatto nuovo perché è stato eletto un nero, un afroamericano”. Soliti giudizi superficiali, da semianalfabeti della politica. Queste elezioni sono state importanti perché dopo circa 30 anni – dai tempi di Reagan – la tematica di classe è stata al centro del dibattito. Non del proletariato, ma della middle class (di cui fanno parte anche strati operai di grande fabbrica), cioè di quel ceto medio che per più di un secolo ha fatto da collante alla credibilità dell’american dream e che da alcuni anni – proprio in conseguenza dei processi scatenati da una forma di capitalismo senza regole e senza etica, un capitalismo di avventurieri e di giocatori d’azzardo – ha subìto un processo d’impoverimento che non trova paragoni se non nella grande crisi del 1929. Contro questa tendenza alla disgregazione sociale e all’impoverimento della middle class hanno cominciato a battersi da alcuni anni molte iniziative civiche (tra le tante quella messa in piedi dalla nota giornalista e scrittrice Barbara Ehrenreich con il sito www.unitedprofessionals.org). Barack Obama ha colto questo disagio, questo malessere, e ne ha fatto il suo tema dominante. Non ha parlato, come ormai ci hanno abituato questi bolsi, stucchevoli, “politicamente corretti” leader della cosiddetta Sinistra, di “quote rosa”, di gay, non ha parlato di bianchi e di neri, di aiuole pulite e di biciclette, è andato al sodo, ha puntato il dito sui disastri del neoliberalismo selvaggio, ha fatto per la prima volta dopo 30 anni un discorso di classe. E ha vinto riuscendo a portare alle urne anche i giovani, che al 70% hanno votato per lui. Ha colto la grande tendenza dell’epoca, quella che da tempo cerco di chiarire a me stesso ed agli altri nei miei scritti sul lavoro (l’ultimo mio libro si intitolava “Ceti medi senza futuro?” e non se l’è filato nessuno).</p>
<p>Sono convinto che la lotta che state conducendo potrebbe essere utile a voi stessi e agli altri se ne approfittaste per crearvi un vostro sistema di pensiero, per procurarvi strumenti critici in grado di capire com’è accaduto quel che è accaduto e quali sono stati i perversi meccanismi che in questi ultimi vent’anni hanno dominato l’economia, senza che venissero contestati né da Destra né da Sinistra – a parte qualche voce isolata di studioso. “Un sistema che si autoregola, per questo esistono le Authorities” &#8211; recitava la litania liberista in questi anni. Balle! Basterà dire che lo scandalo Enron, che spesso viene portato ad esempio della severità con cui il sistema USA punisce le aziende dal comportamento irregolare, non sarebbe mai scoppiato se una donna che era membro del Consiglio di Amministrazione non avesse deciso di “cantare”, di svelare gli imbrogli. Una “gola profonda” è stata all’origine di tutto, non certo l’FBI!  Negli anni della forsennata privatizzazione (1992/93) con cui l’Italia ha messo nelle mani di nuovi raider della finanza immensi patrimoni pubblici (leggetevi a questo proposito il libro di Giorgio Ragazzi I signori delle autostrade, Il Mulino, Bologna 2008 – ma lo stesso se non peggio potrebbe dirsi di Telecom), suggellando il suo “golpe bianco” con l’accordo sindacale del luglio 1993 grazie al quale oggi abbiamo i salari d’ingresso più bassi d’Europa, non erano certo personaggi della nuova Destra a menare la danza ma uomini come Romano Prodi ed altri ex manager pubblici. A beneficiarne sono stati i Tronchetti Provera, i Benetton, i Colaninno, i Gavio – li ritroviamo tutti guarda caso oggi nella vicenda Alitalia. L’Università di Siena ha la reputazione di essere un centro di eccellenza nelle discipline economiche e bancarie. Vi hanno mai parlato di queste storie e come ve ne hanno parlato? E della crisi odierna che vi dicono? Che è una solita crisi ciclica, forse un po’ più acuta ma in sostanza è tutto normale, razionale, un po’ di eccessi magari ci sono stati ma il sistema è saldo, è sano. Questo vi dicono? Non vi dicono che questo sistema, questi meccanismi, creano, stabilizzano, consolidano le disuguaglianze sociali, le ingiustizie sociali? Non vi dicono che questo sistema umilia, calpesta le competenze, il capitale umano? Che è l’esatto contrario della knowledge economy di cui si riempiono la bocca, l’esatto contrario di un sistema meritocratico? E se non ve le dicono queste cose, se continuano a raccontarvi le solite favole di Cappuccetto Rosso, se continuano a farvi flebo d’ideologia liberista – allora mandateli loro a protestare nelle piazze per i tagli all’Università.<br />
Questa vostra lotta ha un senso se è un passo in avanti, se diventa atto costitutivo di un processo di autoformazione. </p>
<p>Quel che è avvenuto in questi mesi non è mai accaduto nell’ultimo secolo e cioè che istituzioni e persone le quali hanno prodotto danni incalcolabili (pensate soltanto ai fondi pensione che si sono volatilizzati con questa crisi!) invece di essere punite ed i loro beni sequestrati, sono state salvate senza che lo stato, che ha fornito i mezzi per salvarle, assumesse il controllo di queste istituzioni. Un regalo di enormi proporzioni agli avventurieri, ai ladri, una terribile lezione morale per le nuove generazioni. (Non che la gestione pubblica sarebbe stata migliore, in Germania le peggiori nefandezze le hanno commesse alcune banche pubbliche come la Landesbank della Baviera).<br />
C’è stato qualcuno che vi ha chiamato in piazza per opporvi a questa vergogna?<br />
Ma ha ragione in un certo senso anche chi dice: “che cosa si poteva fare d’altro?” Nessuno infatti ha saputo o voluto in questi anni immaginare una società diversa che non fosse un’utopia. Alternative globali nessuna, solo strategie di sopravvivenza. Ed è sostanzialmente questo che vi propongo anch’io: costruendo percorsi comuni di autoformazione costruite anche delle reti, vi liberate pian piano dalla costrizione all’isolamento, dall’individualismo e soprattutto dall’illusione che “una buona preparazione universitaria”, corredata magari da qualche corso o master post laurea, possa mettervi al riparo dalla crisi, dalla sottoccupazione o dall’umiliazione di vedervi trattati dal datore di lavoro come un puro costo.<br />
In un paese dove i salari d’ingresso, quelli dei primi assunti, sono i più bassi d’Europa, la preparazione conta assai poco. I precari, i lavoratori a tempo determinato, hanno delle remunerazione parametrate su quelle dei primi assunti. Dunque anche loro sono pagati peggio che altrove. E le vostre generazioni rischiano di andare avanti con lavoretti precari fino ai 40 anni. Pertanto è pura demagogia quella di coloro che parlano di democratizzazione degli accessi, che difendono di questa università il fatto che possono iscriversi anche i figli di famiglie povere. Il problema non è la massificazione della popolazione studentesca ma il fatto che il capitale umano di un laureato non vale una cicca sul mercato del lavoro! O i giovani riacquistano  un minimo di forza contrattuale sul mercato del lavoro oppure l’università sarà solo un frigorifero di disoccupati, un osceno apparato di puro controllo sociale. Pesanti le responsabilità sindacali per questa situazione. Miope e meschina la strategia del padronato italiano da vent’anni a questa parte. Squallido il mondo dell’informazione che su questa realtà tace o si sofferma di sfuggita. Quarant’anni fa gli studenti sono andati nelle fabbriche, negli uffici, nei laboratori di ricerca, negli ospedali, nelle aule dei tribunali, nelle redazioni dei giornali a vedere come funziona il mondo reale, non si sono accontentati di lasciarselo raccontare, non hanno fatto visite guidate. Ficcatevi nei processi reali ovunque se ne presenti l’occasione! Usate la grande risorsa del web per procurarvi le notizie alla fonte, per attingere a visioni critiche del mondo, anche se questo esercizio talvolta vi costringe a rovistare nella spazzatura di Internet. Gli Stati occidentali che hanno smantellato i sistemi di welfare si sono ridotti a ingoiare toxic asset, voi cercate di non inghiottire toxic learning! Avrete già fatto un passo in avanti per vivere meglio.<br />
Organizzate incontri con quelli che hanno alcuni anni più di voi, fatevi raccontare come vengono accolti dal mondo del lavoro, quando escono dall’Università. Frequentate i blog dove la gente racconta le proprie esperienze di lavoro, chiedetevi seriamente se val la pena di studiare in un’Università com’è fatta oggi oppure se non sia meglio costruire processi di autoformazione e di controinformazione. Scatenate la fantasia nel creare un’estetica della protesta, efficace, aggressiva, non ripetitiva, le forme della comunicazione sono state uno degli strumenti vincenti delle lotte del proletariato nel Novecento, ripercorrete le spettacolari performances degli occasionali dello spettacolo francesi che hanno tenuto duro per un paio d’anni, buttate nella spazzatura vecchi slogan, scanditi stancamente, parole d’ordine che sono ormai diventate banalità che fanno venire il latte alle ginocchia. Ai vostri colleghi che affollano le facoltà di comunicazione non viene nulla in testa?</p>
<p>Ho insegnato all’Università per quasi vent’anni, quando mi hanno cacciato non ho fatto nulla per restare, per difendere la mia cattedra, gli ultimi due anni d’insegnamento li ho passati all’Università di Brema, ormai un quarto di secolo fa. Ci sono tornato in questi giorni perché un mio collega di allora prendeva congedo definitivo dall’insegnamento e andava in pensione un anno prima del termine previsto dalla legge in Germania. Aveva rinunciato, com’è d’uso, alla lectio magistralis. E nelle poche parole di congedo davanti a un centinaio di amici e colleghi ha voluto dire perché se ne andava in anticipo. “ho fatto il Preside di Facoltà in questi ultimi cinque anni, mi ci sono dedicato completamente, pensando di fare il mio dovere, non ho avuto tempo né di studiare né di tenermi aggiornato, non me la sento di tornare a insegnare per dire le stesse cose di cinque anni fa, non me la sento per onestà verso gli studenti”. Quanti docenti italiani farebbero lo stesso? Questi fanno i Ministri e poi tornano tranquillamente a insegnare, specialmente se vengono da governi di centro-sinistra. Malgrado l’Università italiana sia un luogo da cui sono contento di essermene andato, sia un luogo che umilia le intelligenze invece di stimolarle, credo che siano ancora tanti i docenti e molti i ricercatori con i quali voi potete stabilire un patto di formazione negoziata. Le dinamiche di coalizione che si creano durante un processo rivendicativo, durante una protesta che chiede la restituzione di qualcosa – come la maggior parte delle proteste che nascono da situazioni difensive e non da un’iniziativa preventiva – sono molto fragili e rischiano d’impoverirsi e irrigidirsi, troppo focalizzate sull’obbiettivo. Pertanto occorre pensare ad attivare processi di continuità, svincolati dall’obbiettivo. Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione di fondo non cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.</p>
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