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	<title>musica classica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Storia &#8220;emetica&#8221; della musica. Alessandro Baricco e gli abissi della divulgazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Oct 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[baricco]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Cherchi]]></category>
		<category><![CDATA[musica classica]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Cesare Cherchi</strong> <br />
C’è qualcosa di sospetto in tutti quei libri che prospettano al lettore qualcosa di “diverso,” di cantare fuori dal coro, di essere appunto “eretici” come promette il titolo dell’ultimo saggio di Alessandro Baricco “Storia eretica della Musica Classica.” ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Cesare Cherchi</strong></p>
<p><img loading="lazy" class=" wp-image-116925 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788807493911_quarta.jpg.800x800_q75.jpg" alt="" width="449" height="691" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788807493911_quarta.jpg.800x800_q75.jpg 520w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788807493911_quarta.jpg.800x800_q75-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788807493911_quarta.jpg.800x800_q75-273x420.jpg 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788807493911_quarta.jpg.800x800_q75-150x231.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/9788807493911_quarta.jpg.800x800_q75-300x462.jpg 300w" sizes="(max-width: 449px) 100vw, 449px" /></p>
<p>C’è qualcosa di sospetto in tutti quei libri che prospettano al lettore qualcosa di “diverso,” di cantare fuori dal coro, di essere appunto “eretici” come promette il titolo dell’ultimo saggio di Alessandro Baricco “Breve storia eretica della Musica Classica.” Specialmente in ambito storico, queste affermazione di diversità giustificano i sospetti; il messaggio di fondo pare essere che, fin’ora, qualcuno ci avesse nascosto qualcosa, qualcosa che solo ora ci viene finalmente rivelato.</p>
<p>Questo tipo di promesse raramente vengono mantenute dall’autore, il più delle volte il prezzo da pagare per dire qualcosa di diverso è dire semplicemente qualcosa di falso. Ciò accade perché è difficile che qualcuno ci nasconda qualcosa, e nel caso specifico viene difficile immaginare quali nascondimenti possano venire operati in Storia della Musica. Si potrebbe pensare che anche questa Storia eretica di Baricco cada nella categoria, ma non è così o meglio lo è solo in parte. In cosa consiste dunque, questa eresia?</p>
<p> </p>
<p>Il libro ha una struttura ad aforismi come La Gaia Scienza, e come ne La Gaia Scienza gli aforismi variano ampiamente in lunghezza, da due righe a due pagine. Numerati, la numerazione si interrompe in ognuno dei sette capitoli che affrontano in ordine (quasi) cronologico la storia della musica occidentale, da Pitagora (o Giamblico) a Stravinskij. Il libro inizia, come molti manuali di storia della musica convenzionali, con il problema del temperamento. Il tema è trattato in maniera piuttosto confusionaria, con molte semplificazioni e alcuni fraintendimenti. Si dice, per esempio, che Pitagora scoprì che suonando due corde di lunghezza l’una doppia dell’altra (e uguale tensione) si ottiene “lo stesso suono.” La cosa ovviamente è falsa (si ottengono due suoni diversi che oggi, essendo a distanza di ottava, sono rappresentate da due note, anch’esse diverse, ma con la medesima posizione nella scala) ed è sintomo di una confusione continua che Baricco fa tra suono, nota e posizione in una scala.</p>
<p>Come invece nessun manuale di storia della musica farebbe più (era forse più comune in passato), Baricco compie un salto millenario con cui arriviamo all’improvviso da Pitagora a Guido d’Arezzo. Ovviamente non ci si aspettava che Baricco sapesse dirci qualcosa di musica bizantina o di Egon Wellesz, ma allo stesso modo non gli si chiedeva di scrivere una storia della musica.</p>
<p>Un vezzo del libro è che tutti i periodi storici della musica occidentale vengono rinominati, e i nomi ricorrono spesso una volta introdotti, ci sono la Prima Musica, il Disordine, la Musica Classica e la Modernità. La cosa che lascia perplessi di questi nuovi nomi è che non hanno nessuno scopo apparente: ricalcano esattamente le usuali categorie storiografiche, in cui la Musica classica è sempre la stessa (grosso modo, la musica viennese da Haydn a Beethoven), il Disordine è il barocco, la Prima Musica è la musica rinascimentale e medievale, e la Modernità è il romanticismo. Quella che agli sprovveduti può apparire come un totale ripensamento è in realtà una innocua ri-denominazione dal movente inizialmente misterioso, ma di cui vedremo più avanti lo scopo.</p>
<p>Tutta la parte sulla Prima Musica è di natura sostanzialmente metaforica, leggendo il libro non si potrebbe in nessun modo immaginare come suonasse e come fosse composta, viene solo utilizzata per tracciare un percorso (un percorso che per essere verosimile richiede inderogabilmente di non capire davvero cosa sia il problema del temperamento) che ci possa portare al momento per cui Baricco pare avere il maggiore interesse, ossia il passaggio dal classicismo al romanticismo.</p>
<p>Sarebbe inutile mettersi qui a elencare tutte le cose fattualmente non corrette dette sulla musica barocca e sulla musica classica, ne verrebbe fuori un’appendice noiosa che non avrebbe in sé nulla che il lettore non potrebbe trovare in manuale di Storia della Musica ben fatto. È invece più interessante parlare della natura di questo libro, che solo arrivati a Beethoven inizia a emergere con più chiarezza.</p>
<p>Infatti la storia eretica di Baricco, una volta arrivato ai confini del diciannovesimo secolo, inizia a snocciolare una serie di luoghi comuni che sono più che familiari per chi ha avuto a che fare con altre storie della musica approssimative: se alla musica rinascimentale si riconosce un credito di spiritualità, la musica barocca è invece superficiale: Lully “traduce il nulla in musica” mentre Rameau è un freddo burocrate del suono. La musica classica (Mozart in particolare, più soggetto ai luoghi comuni di Haydn) è invece cortigiana, graziosa e innocua ma, a quanto pare, meno vuota di quella barocca (o meglio, del Disordine) anche se non è mai chiaro perché. In particolare sullo stile classico Baricco si profonde in un aforisma che, presso qualcuno immagino, sia esempio delle sempre celebrate sue abilità di prosatore:</p>
<p> </p>
<p>La vocazione intima che gli umani coltivavano e che la Musica Classica portò in superficie era quella a sciogliersi in una qualche leggerezza.</p>
<p>Diventare bersaglio imprendibile. Vivere di profilo – un profilo sottilissimo.</p>
<p>Disinnescare qualsiasi turbamento col potere benefico della simmetria.</p>
<p>Sostituire col finto la rovinosa opposizione di vero e falso. Adottare l’eleganza come categoria etica. Vivere in fretta e morire spesso. (5.2)</p>
<p> </p>
<p>È un espediente spesso usato e sempre sgradevole quello di affermare con sdegno che non si è capito qualcosa, come a dire che se non lo ha capito chi scrive certamente non lo capirà il lettore, che si sottintende più stupido. Tuttavia, a rischio di farne uso, non saprei dare nessuna interpretazione significativa al testo citato (che non è decontestualizzato, ma un aforisma intero) e così a molti altri dello stesso genere sparsi per il libro.</p>
<p> </p>
<p>Possiamo ora tentare di rispondere alla domanda che ci eravamo posta qualche pagina fa: in cosa consiste l’eresia di Baricco? Non nel dire il falso pur di dire qualcosa di diverso, anzi, il libro tradisce – indipendentemente dai risultati – una volontà di apparire ben informato e ossequioso del lavoro degli storici della materia. Non è neanche una trasgressione di forma, come le bestemmie dette da ragazzi davanti ai catechisti prima di scappare. L’eresia sta invece in una totale e parodistica adesione ai precetti, un tentativo di essere più santi di Cristo, una bigotteria che lascia anche il povero catechista un po’ perplesso. Fuor di metafora; la cosa che questa Storia fa e che non troverete in nessun’altra è l’adozione totale e acritica di tutti i luoghi comuni (in gran parte abbandonati nell’imbarazzo) che si possano trovare nella storiografia musicale più vecchia, retrograda e scadente: nessun manuale sarebbe più disposto a raccontare una storia della musica fatta di una successione lineare e progressiva di autori (Bach, Haydn, Mozart, Beethoven, Schumann, Brahms, Wagner, Schoenberg) che realizzano lo Spirito della Musica (tedesca); certo, in molti può essere un vizio di fondo rivelato dalla struttura dei capitoli (è il caso di Mila o Grout, dove i capitoli su Verdi, Puccini o Mayerbeer sono inseriti quasi a caso trai passi della progressione) ma anche il più ideologizzato dei musicisti tedeschi – persino Furtwängler – avrebbe avuto pudore a proporre esplicitamente una cronologia tale. Ci sono troppe cose che non tornano.</p>
<p>Questo però, per Baricco, non è un problema. Procede infatti a disegnare, passo per passo, proprio questa grande colonna di grandi autori, stando attento a elidere di volta in volta tutto ciò che ne eccede. Se il teatro musicale non entra nella narrazione basterà fingere che non esista, che faccia parte di una Storia in qualche modo distinta e parallela. Si profonde in questo raggiro in misura tale da riuscire a parlare di Mozart per pagine senza nemmeno accennare al fatto che fosse il più grande autore di musica per teatro del suo secolo. O parlare di Beethoven ancora più a lungo senza accennare che il lavoro a cui dedicò quasi dieci anni della sua vita e le sue maggiori energie fu, anche qui, un’opera lirica.</p>
<p>Questo è possibile perché Baricco non pare particolarmente interessato alla musica in quanto tale: un esercizio divertente è vedere come tutte le cose cose che dice su uno stile musicale possano essere dette di qualsiasi altro senza mai dire nulla di veramente falso (o di veramente vero). Lully può facilmente diventare elegante e “di profilo,” e la musica di Mozart può altrettanto facilmente diventare musica “sul nulla” come era quella di Lully o magari – nelle sue declinazioni sacre – spirituale e rarefatta come la Prima Musica. Quello che pare interessare l’autore è, piuttosto, costruire “una storia perfetta che a costo di molte imprecisioni racconti una cosa esatta.” Un ambizione che pare realizzata solo a metà.</p>
<p>La natura teleologica del libro sembra nuovamente confermata dal fatto che Baricco pare non vedere l’ora di arrivare all’inizio della sequenza classico-romantica per mettere in moto il meccanismo che le cinquanta pagine precedenti servivano solo a preparare. Tanto che una volta arrivati al culmine – alla perfezione della musica wagneriana, e alla sua perversione dodecafonica – la storia, realizzatasi, termina. Suggerendo che tutto ciò che viene dopo altro non siano che vani esercizi privi di senso. Anche qui, pagine e pagine vezzose che finiscono per riproporre le opinioni più reazionarie.</p>
<p>Visti così i nomi nuovi dati alla vecchie categorie acquistano un senso, servono a camuffarle e nascondere – forse anche a Baricco stesso – la natura conservatrice di tutta la sua concezione sotto nomi nuovi, leggeri e trasognati.</p>
<p> </p>
<p>Giunti fin qui vale la pena chiedersi che senso abbia questo libro. Cosa ottiene il misterioso lettore medio da un’opera che, seppur stilizzata, è la quasi letterale trasposizione dei peggiori luoghi comuni che la Storia della Musica abbia prodotto negli scorsi due secoli? Luoghi comuni dai quali la materia si sta proprio ora lentamente affrancando.</p>
<p>In questi casi la prima difesa è dire che è un libro di “divulgazione,” ma varrebbe la pena chiedersi cosa si divulghi qui esattamente. Non c’è nulla nel libro che possa rendere un lettore informato di qualcosa che non sapeva già. Le poche questioni tecniche che vi sono nominate non sono mai spiegate, ma sostituite da glissandi metaforici. Paradossalmente questa Storia Eretica rende un lettore che non sa nulla di musica più ignorante; non gli dà nessun mezzo ma lo lascia con la convinzione di avere qualcosa da dire – forse addirittura opinioni da condividere – sulla Musica Classica.</p>
<p> </p>
<p>Quello che rimane alla fine di Storia eretica della Musica Classica è quello che rimane dopo tutti i saggi di Baricco. Una certa aria rarefatta; in cento pagine e poche più sì è stati ben attenti a dire il minimo indispensabile che ne giustificasse l’esistenza (e quel poco è ciò che abbiamo già detto). Ci sono poi tutti i tipici vezzi dell’autore, il gusto per una prosa tanto piana da fare il giro e apparire affettatissima, con tanto di “cool,” “trick” e “farm” a decorazione. C’è il solito gusto dell’incertezza e del mistero: ci sono cose “inspiegabili” e “misteriose,” e eventi che “non capiremo mai abbastanza” quando, a guardar bene, l’unico mistero è cosa veramente ci sia di misterioso. Non mancano nemmeno le tipiche paroline à la Baricco; commenti laconici messi dopo la fine della frase, o dell’aforisma, per rafforzarne il senso. Fastidiose.</p>
<p>Rimane, in fondo, una persistente nausea, la nausea di quando non si è mangiato nulla.</p>


<p></p>
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		<title>L&#8217;infinito non basta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Mar 2025 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[beethoven]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Città nuova]]></category>
		<category><![CDATA[franz liszt]]></category>
		<category><![CDATA[musica classica]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Saverio Simonelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Saverio Simonelli </strong>  <br />Già dalla sera Franz ha preparato il frac. Lo stesso che indossa per i concerti. Si adatta perfettamente alla snellezza del suo corpo. Lo accompagna. Suona assieme a lui.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Saverio Simonelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-111819 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/612euLnERWL._SL1500_-660x1024.jpg" alt="" width="350" height="543" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/612euLnERWL._SL1500_-660x1024.jpg 660w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/612euLnERWL._SL1500_-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/612euLnERWL._SL1500_-768x1191.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/612euLnERWL._SL1500_-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/612euLnERWL._SL1500_-300x465.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/612euLnERWL._SL1500_-696x1080.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/612euLnERWL._SL1500_-271x420.jpg 271w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/03/612euLnERWL._SL1500_.jpg 967w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
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<p><em>per gentile concessione dell&#8217;editore Città nuova pubblichiamo un capitolo di &#8220;L&#8217;infinito non basta&#8221;, romanzo di Saverio Simonelli, di recente pubblicazione</em></p>
<p>Già dalla sera Franz ha preparato il frac. Lo stesso che indossa per i concerti. Si adatta perfettamente alla snellezza del suo corpo. Lo accompagna. Suona assieme a lui. Il concerto, quando ha tutti gli sguardi su di sé. Stavolta invece sarà una spalla, un comprimario perché al centro, come vuole la tradizione, ci sarà la sposa anche se sarà un matrimonio semplice, privato, nascosto. Lui e lei di fronte a Dio, pensa, e quel bravo prete di San Carlo in via del Corso.</p>
<p>Come saranno stati belli i suoi genitori a suo tempo. Anna e Adam. I loro occhi che si cercano e per pudicizia si sfuggono. Le mani, fredde come il ghiaccio che alla fine si stringono, messaggere di emozioni al corpo. E tutto attorno una festa sicuramente sobria ma affollata, partecipe. Parenti, amici, bambini vestiti da paggetti, bimbe con le ghirlande di fiori tra i capelli. E magari il sacerdote sarà stato il vecchio amico di suo padre, quello del monastero di Malacka.</p>
<p>Gli torna in mente la prima volta che il padre lo ha portato lì per farglielo conoscere. Aveva appena nove anni ma ricorda un po’ tutto, ricorda il primo sguardo sulle guglie, la torre all’ingresso, solida e larga alla base, quella della chiesa, svettante, come le finestre, si chiamano bifore gli aveva detto il padre.</p>
<p>Si rivede all’angolo a destra della grata d’ingresso. Lo attraggono i fruscii davanti al cespuglio di felci. C’è un merlo che zampetta e due farfalle che si inseguono. Il padre gli prende dolcemente la mano e lo accompagna all’interno, per il cortiletto lastricato di mattonelle grigie scontornate da sottili inserti di marmo più chiaro.</p>
<p>Guarda verso l’alto e poi abbassa gli occhi verso suo figlio. E racconta. Franz un po’ ascolta e un po’ se ne va in giro col suo di sguardo che si sofferma sulle tegole spioventi. Alcune sbeccate, altre appena scolorite. E ancora il fregio in cima al portale. Poi arriva padre Joseph e quei due cominciano a parlare.</p>
<p>E però quei discorsi Franz non li vorrebbe sentire. Qui tuo padre ha vissuto per due anni assieme a Joseph e a molti altri amici. Vestito così da sacerdote, con quel lungo abito nero, la talare. È la prima volta che sente quel termine, un suono estraneo, fastidioso, che gli comunica una sensazione sgradevole, perché in quel momento non vuole immaginargliela indosso. Vestito da prete. Padre Adam, come suona male pure questo. E lui? Lui, piccolo Franz, un figlio che non sarebbe mai nato se il padre quella talare l’avesse mantenuta. Perché i preti non fanno figli.</p>
<p>E allora pensa che poteva non essere.</p>
<p><em>Al posto di Franz Liszt uno spazio vuoto, un vuoto che gira per il mondo al posto mio. E invece sono frutto di una scelta nella sua storia, nonostante quegli anni lì, il marmo della chiesa, l’abbraccio con l’amico ricambiato. E allora io non voglio più vederla questa chiesa, questo marmo e questo Joseph. Mi stacco da loro e torno davanti al cespuglio. Tocco le foglie ancora un po’ umide di rugiada, mi guardo intorno a cercare il merlo. Ma sento i passi affrettati di mio padre che mi rincorre. È qui, si è fermato qui, non vi preoccupate dice ad alta voce.</em></p>
<p><em>Non voglio voltarmi indietro. Proprio no. Meglio tenere fuori il mondo esterno e riempirsi la testa di note. Meglio stare con me stesso e basta. Solo così quella vista potrebbe essere sopportabile. L’idea per una musica, senza la realtà</em>.</p>
<p>Senza la realtà. Eccola invece che arriva puntuale attraverso le imposte. Si annuncia in silenzio con la prima luce autunnale che filtra e disegna strisce chiare sul pavimento della stanza. Franz apre la finestra. La strada è ancora deserta. Oggi è il 22 ottobre 1861, il giorno in cui compie cinquant’anni, il giorno in cui sposa Carolina. Lui ora è in piedi davanti allo specchio. Si pettina i capelli, spolvera la manica sinistra dell’abito, controlla i gemelli, aggiusta il colletto e sistema meglio il cravattino. Di solito è l’ultimo gesto rituale che compie prima di entrare in sala e sedersi allo strumento.</p>
<p>Allora si avvicina alla piccola scrivania, la ruota di novanta gradi, allenta le cerniere, apre la ribaltina come un libretto in tutta la sua larghezza. Si siede, chiude gli occhi e comincia a pestare con le dita da sinistra a destra e viceversa. Lo fa una, due volte. E come scorrono veloci le sue dita, forti, duttili, sempre dominanti. Come scorrono. Non deve neanche comandarle, non si preoccupa di come debbano rispondere perché semplicemente sono su un pianoforte e sente anche la risposta del legno, sente come adesso quella superficie si anima, si anima e risuona. Poi la pressione si fa più lieve, una carezza, soprattutto con la destra, la sinistra invece riprende a premere forte, il basso deve risuonare profondo, colmo. Adesso incrocia le mani e sente nelle orecchie il gridolino di sorpresa di un ascoltatore. A lui piaceva così: devono assistere a un miracolo, convinti di quel miracolo. Non semplicemente la trovata di un virtuoso, ma la dimostrazione che lui la musica la può trattare come vuole, può farne quello che vuole.</p>
<p>Ma poi c’è questa cosa del matrimonio. Il matrimonio lo attende tra breve e lui, lui sta suonando? Suona il legno ma sente le sue note. Sta suonando lo sposalizio. Lo sposalizio della Vergine, il quadro visto a Brera, che l’ha ispirato ed è diventato musica, lui l’ha reso musica negli anni di pellegrinaggio. Sono passati quasi venticinque anni da quando l’ha visto la prima volta. Era il 1837, lui a Milano con Marie. La grazia di Raffaello appesa alla parete. Era immagine, ora è nel flusso degli elementi. Non più solo immobile e consegnato agli sguardi, grazie a lui riempie l’aria, la fa vibrare, la fa muovere. Vive. È una realtà, senza la realtà.</p>
<p>Sente bussare al portone. Poi una voce, che lo chiama per nome. Signor Liszt! Signor Liszt. Si alza, imbocca la porta, scende la scala e apre il portone. C’è un messo con un plico sigillato in mano. È del parroco, dice. Lui lo prende, fruga nelle tasche e gli porge due Paoli. Lo saluta e gira sui tacchi. Aspetta che si allontani e poi strappa il sigillo.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Neuroni impazziti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/25/neuroni-impazziti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2008 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giorno della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[musica classica]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni specchio]]></category>
		<category><![CDATA[pasquale vitagliano]]></category>
		<category><![CDATA[risiera di san sabba]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pasquale Vitagliano Erano diretti ai laghi. Piero e la sua famiglia, dopo una settimana di lavoro. Non uscivano spesso nei week end, ma almeno una volta al mese un’uscita ai laghi era d’obbligo. Piero è un tipo normale e insegna musica in una scuola media di Milano. No, non è proprio un tipo normale. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/image004.gif'><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/image004.gif" alt="" title="image004" width="266" height="199" class="alignnone size-medium wp-image-6120" /></a></p>
<p>di <strong>Pasquale Vitagliano</strong></p>
<p>Erano diretti ai laghi. Piero e la sua famiglia, dopo una settimana di lavoro. Non uscivano spesso nei week end, ma almeno una volta al mese un’uscita ai laghi era d’obbligo. Piero è un tipo normale e insegna musica in una scuola media di Milano. No, non è proprio un tipo normale. E’ un musicista, suona e insegna pianoforte. Certo, in passato aveva sognato di girare il mondo facendo concerti. Oggi di concerti, per la verità, ne tiene, ma non per il mondo. Insomma, per vivere fa il professore. E questo lo rende normale. Ma resta sempre un pianista, uno che da inerti tasti e da uno strumento di legno, che già come arredo basterebbe a se stesso, riesce a far uscire fuori dei suoni, delle melodie. La musica. Piero è un musicista e tutti i musicisti sono a loro modo dei maghi. <span id="more-6119"></span><br />
Sua moglie Clara, invece, fa un lavoro creativo, disegna fumetti. Ma non le piace la musica. E soprattutto non le piace la musica che Piero suona nei suoi sporadici concerti in provincia.<br />
Quando Piero e Clara si sono conosciuti ed amati pensavano che tutto fosse possibile. Anche che fosse naturale per Clara, la ragazza, la moglie di Piero, non provare piacere, gioia, nell’ascoltare la musica che lui suonava. Lo seguiva sì, non lo perdeva mai di vista. Clara dedicava a lui ogni premura e attenzione. Era evidente che si amassero molto. Solo che Clara non ascoltava la sua musica. “Stanne certo, io sarò affianco a te”, gli diceva sempre prima del concerto.<br />
Poi, il tempo era passato. Erano nati Davide e Simona, per i quali entrambi davano tutto se stessi. Piero continuava a suonare in provincia. E Clara non era riuscita col tempo a gradire il genere di musica che lui suonava. Nemmeno ad assorbirla in tutti quegli anni. Nemmeno a sentirla bene o male familiare. Solo che questo ormai non era più così normale. Piero, almeno, non lo percepiva più tanto normale. Improvvisamente e senza motivo quel piccolo dispiacere quotidiano, quella distonia un tempo insignificante stava sfilando via dai luoghi del possibile nella pur piccola vita di Piero.<br />
Erano quasi arrivati. Sui laghi avevano acquistato una villetta. L’auto seguiva morbidamente le serpentine che, superati i monti, permettevano di raggiungere il livello dell’acqua. Erano tutti sereni. Piero pensava liberamente. Clara pensava a loro due, ma senza preoccupazioni. I loro due bambini si erano addormentati. Ascoltavano solo la radio. Così nessuno aveva la responsabilità di scegliere la musica.<br />
Chissà come fu, alle 10 di mattina, chissà quale radio, dopo una canzone, mandò un pezzo di musica classica, Chopin, la Polacca. L’ascoltarono tutta e nessuno dei fece domande o sollevò obiezioni. Piero ascoltò la Polacca di Chopin e pianse. Era accaduto di colpo, sotto gli occhiali da sole. Un’onda di commozione gli era salita da dentro. Immotivatamente, se non fosse stato per la suggestione di quella musica, Piero non aveva potuto trattenere le lacrime. Pianse in silenzio. Sforzandosi di far morire le lacrime negli occhi, protetti dalla montatura degli occhiali. Cosa dire a Clara? Un po’ si era anche vergognato. Non gli era mai capitato prima.<br />
Tutto durò neanche un minuto. Dopo di che le sue emozioni interne si stabilizzarono nuovamente. Anzi, è il caso di dire, si normalizzarono. Svanivano le ultime note di Chopin e Piero pensò a Clara. Fu il ricordo della vergogna provata verso di lei a determinare quella associazione. Tra lo non c’era più niente. Ne ebbe, in un attimo, quasi fisicamente, la certezza. La musica che in tutti quegli anni avevano condiviso era il silenzio.<br />
Il lunedì ognuno tornò alle proprie cose. Piero a scuola, per la sua lezione alla seconda ora nel terza G. Clara ritornò sul suo tavolo da disegno e tra i suoi lucidi, riprendendo la story board di un nuovo fumetto. Anche Davide e Simona non potevano mancare ai loro piccoli impegni, il primo a scuola elementare, lei nell’ultima classe della scuola materna, entrambi felicemente estranei al mondo esterno, quello al quale i loro genitori fino in fondo appartenevano e dal quale entrambi, con la stessa dedizione, li proteggevano.<br />
A scuola quella mattina Piero aveva in programma di parlare ai suoi ragazzi della musica romantica russa tra fine ‘800 e primi del ‘900. E cominciò a farlo, come era sua abitudine, descrivendo il contesto storico-sociale nel quale quella corrente musicale si era andata affermando. Stava parlando di questo con i ragazzi tutti che, incantati, ascoltavano quello che per loro era un vero e proprio racconto, quando si ricordò di Chopin. “Le condizioni di vita delle campagne… Il fenomeno dell’urbanizzazione e le sue conseguenze sociali…” In mente gli venivano continuamente solo le note della Polacca di Chopin. Fu un vero e proprio assalto. Ed ancora una volta, cosa non avrebbe mai voluto provare di nuovo, sentì salire da dentro, dal punto più profondo del suo stomaco, quel moto di commozione, che lo portò, ancora una volta, a piangere, irrimediabilmente. L’unica sua difesa fu mettersi gli occhiali da sole. “Scusate ragazzi, mi sto sentendo male”, ed uscì dall’aula.<br />
Aveva perduto la propria sicurezza. Cominciò a temere che quello stato di indicibile prostrazione, quasi che tutto il dolore del mondo gli cadesse addosso, potesse ripresentarsi ancora, cogliendolo impreparato, lasciandolo solo, indifeso, di fronte allo stupore ed all’incomprensione degli altri. E così fu. Era come se il suo livello di percezione e di consapevolezza avesse subito un processo di esaltazione. Altre volte dovette trattenere la commozione, nascondere le lacrime. Non capiva cosa gli stesse accadendo. Non che prima fosse un uomo senza commozioni. Anzi, si considerava un persona sensibile e così in effetti era visto dagli altri. Ma non riuscire a controllarsi e provare quel dolore, anche solo per pochi istanti. Quello no, non l’aveva mai provato. Salvo, forse, quando era nato il suo primo figlio. E quando suo padre morì.<br />
Adesso, invece, poteva anche capitargli al cinema. Come gli accadde, fra le altre volte, durante la visione di <em>Schindler’s List</em>. Al cinema, dunque, cominciò a provare una sensazione nuova e diversa, oltre la paura dei giorni passati, che si accompagnava a quelle irruzioni del dolore. Anzi, era una sensazione che gli restava dentro dopo le lacrime, volata via quella nube improvvisa. Era piacere. Un follow up di benessere fisico e morale. Sì, anche morale. Piero, infatti, aveva sempre pensato che al mondo bisogna essere utili. Bisogna avere valori in cui credere e battaglie ideali per le quali combattere. Gli ultimi, gli sconfitti, gli umiliati, quelli erano la sua parte. E per questa parte da sempre aveva dedicato se non la vita, la sua passione più forte. Nutriva da sempre, tuttavia, una sola remora, una sorta di pudore, rispetto al suo impegno civile: l’inesorabile inerzia della realtà al cambiamento. La vanità se non addirittura l’involontaria retorica del suo impegno le sentiva incombere continuamente sulla sua vita.<br />
Il dolore del mondo – così prese a chiamarlo per descriverlo – metteva a posto le cose. Quelle fulminee ma terribili lacrimazioni lo assolvevano e, allo stesso tempo, lo collocavano in una posizione di elezione rispetto all’indifferenza del mondo, rispetto alla retorica, questa sì insindacabile, del resto delle persone comuni.<br />
“Cosa ne pensi?”, aveva deciso di parlarne con Vincenzo, un suo amico psicologo. Non era certo un esperto, faceva auto-aiuto in una comunità di recupero per tossicodipendenti, ma era un suo amico e qualche dritta poteva comunque dargliela.<br />
“Credi alla reincarnazione?”, gli chiese di botto Vincenzo.<br />
Sulle prime Piero esitò. Non capiva. Poi, forse per smarcarsi rispose.<br />
“Certo. Ogni giorno quando mi sveglio”.<br />
Vincenzo, invece, ignorando la sua risposta, continuò dritto.<br />
“E di neuroni specchio ha mai sentito parlare?”<br />
A questo punto, Piero intese che il tono della conversazione con Vincenzo era quello e basta. Doveva accettarlo, oppure fare a meno della sua opinione.<br />
“Sì, ne ho sentito parlare. Ma non saprei definirli affatto. E poi, cosa c’entrano con la reincarnazione?”<br />
“Lo capirai a tue spese. Se adesso posso ricambiare la battuta. Quanto ai neuroni specchio, si tratta di cellule che conservano la memoria dei sentimenti provati e li trasmettono ai sensi, indipendentemente dalla memoria cosciente delle esperienze vissute. Come potrei spiegarti più semplicemente?&#8230; Spiegherebbero, ad esempio, i déja-vù. Ecco, è come se fossero la causa delle sensazioni di déja-vù. Ma non è esattamente così. Le ricerche più recenti hanno dimostrato che già alla nascita è possibile accertarne l’esistenza”.<br />
Piero rimase confuso. Anche perché non riusciva più a comprendere su quale livello tenere la conversazione con Vincenzo. Si sentiva come uno che insegue qualcuno e non riesce a prenderlo. Rimase, così, in silenzio, in attesa che il suo amico psicologo dicesse un’ ultima parola quella definitiva che chiudesse il cerchio di quel giro misterioso di parole.<br />
“Sai, ciò che ha suscitato lo stupore dei ricercatori è che i neuroni specchio esistono se hanno memoria, altrimenti non sarebbe neppure individuabili nel corpo umano. Dunque, se essi esistono già nel momento della nascita, vuol dire…”<br />
“Vuol dire che un essere umano ancor prima di nascere ha già vissuto delle emozioni che i neuroni hanno registrato e trasmesso”, concluse Piero, ripresosi dal torpore dell’ascolto.<br />
“Esatto. Ecco, quindi, il legame con la reincarnazione”. Così il cerchio venne chiuso.<br />
Il tempo trascorse e Piero imparò a convivere con il dolore del mondo. Poi, c’era la spiegazione fantascientifica di Vincenzo, senza possibilità di verifica o di riscontro e, dunque, paradossalmente rassicurante nella sua inattendibilità. Una situazione incomprensibile ma senza immediati effetti negativi era stata, dunque, normalizzata da una spiegazione inverosimile.<br />
Avvenne così che Piero accetto di accompagnare i suoi ragazzi in gita scolastica alla Risiera di San Sabba, in occasione del giorno della memoria, senza valutarne opportunamente le conseguenze.<br />
La musica di quel viaggio fu il silenzio. Piero tacque quando prese coscienza del tranello che  la banalità della vita quotidiana gli aveva teso. Restò in silenzio in attesa del dolore del mondo. E tacquero anche i ragazzi per tutto il viaggio fin dentro il campo di concentramento, obbedendo inconsapevolmente al comando che in quel viaggio solo la realtà esterna, la natura, gli alberi, il cielo, il vento, il freddo e le cose, gli oggetti, il treno, l’autobus, i cancelli, le porte, avessero diritto di parola. Obbedirono anche quei ragazzi che non avevano mai atteso il giorno della memoria.<br />
La visita di San Sabba sfilò via. Si giunse alla fine del giro senza fiatare, guadando quasi dentro un’altra dimensione. Ed accadde tutto senza misura del tempo. Come quando, al termine del percorso, si trovarono tutti dentro la stanza dei Kapò. Grigia, vuota, silenziosa, avrebbe potuto un tempo ospitare qualsiasi cosa. Era rimasto, tuttavia, la reliquia di uno squallido tavolo a scrittoio verde, per lasciare una traccia di quello che là un giorno era avvenuto: la contabilità del male. L’ insensibile annotazione del dolore, che man mano aveva riempito il bagaglio di qualcuno per i secoli futuri. Lo scrittoio si sollevava e nascondeva un vano porta documenti. Piero scoprì così, nuotando nel dolore degli altri, che in quella stanza era stato inconsapevolmente preparato quello suo di bagaglio.<br />
“Piero Panti, 4 gennaio 1944”, lesse il proprio nome inciso sul legno, sollevando con un gesto meccanico e furtivo lo scrittoio. In quella stanza, dunque, lui c’era, già stato in quella sua precedente vita. Tutto era ormai chiaro.</p>
<p>“Ti prego facciamola finita”, non fu difficile per Piero, figlio di un carabiniere, procurarsi una pistola. “Ti imploro Vincenzo, aiutami. Fammi morire”.<br />
“Tu sei pazzo. Non puoi chiedermi di diventare complice di questa follia”, gli rispose Vincenzo. “E chi ti assicura che in questo modo tutto finirebbe?”<br />
Tutto era cambiato nella loro vita. Irrimediabilmente stravolto. Nella vita di Piero e in quella di Vincenzo. Quasi per caso, senza aver potuto sia pure minimamente intervenire in quella discesa nel buco nero dell’impossibile, dove si scopre che un incubo può diventare realtà. La cosa più assurda era che la visione dell’incubo era la sola novità. Senza le variazioni del caso Piero non avrebbe aperto gli occhi di fronte al terrore. Ma l’incubo sarebbe continuato, indipendente dalla loro coscienza. Anzi, addirittura, aveva fatto capolino un’altra inattesa novità. La possibilità di interrompere l’incubo con un colpo di pistola. Insieme alla sua apparizione, per un gioco naturale di compensazione, il terrore portava con se anche una possibile via di fuga.<br />
“Devo spezzare la catena, Vincenzo. Sono certo che così metterò fine a questa condanna. In tutto c’è una sequenza logica, di un qualsiasi tipo, ma logica. Anche nel mondo dell’impossibile. Si tratta solo di possederne la chiave. Io credo di possedere quella che può aiutarmi”.<br />
“Come darti torto? Ma non lo puoi chiedere a me”, Vincenzo cominciò a far entrare quella situazione incredibile entro il confine della sua realtà di possibilità.<br />
“I greci questa realtà l’avevano intuita. E l’avevano esorcizzata con la creazione del mito. Che cos’è il nostro incubo se non una condanna mitologica come quella di Tantalo o di Sisifo? Non puoi chiedermi questo, Piero. Non puoi”, concluse Vincenzo.<br />
Era inaccettabile. Non era neppure pensabile per essere umano, quello che la natura, oltre ogni nostra concepibile percezione, gli aveva riservato.<br />
Piero era stato un carnefice. E per l’eternità avrebbe dovuto portarsi dentro il peso di quella colpa. Salvo tramutarsi, sublimarsi quasi, in vittima innocente, con un colpo di pistola sparato senza movente.<br />
In chiesa, di fronte ad un crocifisso, Piero trovò pace. Indicibile era il dolore che provava. E inaudita fu la quiete che scoprì inginocchiato in quel silenzio. Cominciò a piangere di commozione, come in passato solo nei sogni gli era capitato. Qualcuno gli mise una mano sulla spalla. Lui restò immobile. Gli parve di bloccare in quella fissità la soluzione della sua tragedia. Si sentiva rasserenato. Voltò il capo all’indietro. Era la mano di Vincenzo.<br />
“Dài, sollevati, Longino.”</p>
<p><em>(Nella foto: la Risiera di San Sabba)</em> </p>
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