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	<title>musica pop &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>FIGLI DEI BAUSTELLE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jun 2012 07:29:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[guida supercompressa al pop indipendente italiano a cura di Enrico Veronese &#160; Tagliare subito la testa al topic è uno sporco lavoro ma lo devo pur fare, un indizio “severo ma giusto” di ciò che aspetta nelle prossime righe. Checché possa apparire cool per simpatia o malcompresa sovraesposizione, la musica indipendente italiana è uno stagno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>guida supercompressa al pop indipendente italiano a cura di <a title="enver su twitter" href="http://twitter.com/enver" target="_blank"><strong>Enrico Veronese</strong></a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tagliare subito la testa al topic è uno sporco lavoro ma lo devo pur fare, un indizio “severo ma giusto” di ciò che aspetta nelle prossime righe. Checché possa apparire cool per simpatia o malcompresa sovraesposizione, la musica indipendente italiana è uno stagno profondissimo verso il basso e piuttosto chiuso verso l&#8217;alto, poco comunicato e meno ancora cittadino dell&#8217;immaginario collettivo, rispetto ai Paesi anglofoni dove il rock e i suoi derivati hanno una tradizione consolidata oppure hanno goduto -Belgio, Islanda, Svezia- di sostegni pubblici e privati. Eppure, senza cercare manco troppo fra le pieghe, in tale esiguo contesto continua ad annoverarsi la speranza verso l&#8217;innovazione e la rigenerazione di un patrimonio che sta a cuore a chiunque canti sotto la doccia, in auto, nelle dediche sentimentali o negli inni social-popolari gridati assieme agli Zen Circus. Nelle ultime settimane, 15mila persone in due giorni hanno scaricato “Con due deca”, compilation di tributo agli 883, inopinata fonte (o ascendenza proibita) per non pochi degli attuali sbarbi sugli specchi, portati alla ribalta generale oltre il confine del proprio subgenere: ripartiamo da qui, per un&#8217;esposizione che da subito non vuol essere esaustiva delle forze sul campo. Anche se è palese come il 2007, anno di flesso verso un mezzo Eldorado collettivo allora considerato possibile, sia ormai lontano cinque anni. Luce.<span id="more-42694"></span></p>
<p>In principio furono i Baustelle, o meglio il loro passaggio dal bagnare i sogni post-adolescenziali di un discreto nugolo di giovani bohemien al commercio di massa, come se ogni prodotto con un prezzo apposto sulla superficie non fosse già in partenza destinato ad essere incompreso -quando non travisato- da un pubblico che il musicista non può più scegliersi. Chi gridò al tradimento (“voi gridavate cose orrende e violentissime”&#8230; solo che eravamo noi) preconizzava cosa sarebbe stato nei suoi pensieri, l&#8217;overground che fagocita simboli e temi delle autoproduzioni: in altri termini, la naturale evoluzione del recruitment dei talentuosi, della cooptazione degli ottimati, tanto più in perfetto ambiente pop e radiofonico. Di “nuova musica leggera” parla spesso Matteo Zanobini, uno dei più lucidi per visione tra i nuovi discografici, che ha dato alla sua Picicca Dischi contenuti coerenti e forme eclettiche nel solco del genio italico, dal best seller Brunori Sas ai brillanti <a title="carpacho!" href="http://carpacho.bandcamp.com/album/la-futura-classe-dirigente-2" target="_blank">Carpacho!</a>, passando per i krismatici Le Rose, la sontuosa voce di Dilaila, i Fitness Forever dal cuore di panna, la ragazza cattiva Maria Antonietta che va in paradiso a dispetto dei santi e un Dimartino che si candida, col tempo, a occupare il soglio lasciato vacante dal povero Lucio Dalla. Del resto, alle etichette mainstream manca il ripescaggio del concetto di repertorio, caro alle fortune nazionali, ovvero uno stock di autori di testi di alto livello -sull&#8217;esempio di Sergio Bardotti &#8211; chiamati a operare in simbiosi con eccelsi produttori artistici, al servizio di voci cresciute sui palchi, comunque lontano dai talent show imperanti.</p>
<figure id="attachment_42696" aria-describedby="caption-attachment-42696" style="width: 454px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-42696  " title="The Van Houtens" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/vanhoutens.jpg" alt="The Van Houtens" width="454" height="302" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/vanhoutens.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/vanhoutens-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/vanhoutens-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 454px) 100vw, 454px" /><figcaption id="caption-attachment-42696" class="wp-caption-text">The Van Houtens</figcaption></figure>
<p>Ma anche se i grossi dobloni delle major declinanti vi risiedono, e pagano profumata pubblicità ai media ubicati nel raggio di due km o due aperitivi, distopicamente Milano non è affatto al top per quanto riguarda il movimento in Italia. I suoi locali chiudono in progress, l&#8217;ondata musicale scantona in un buco nero dopo l&#8217;immanenza del rock italiano anni Novanta, muoversi per spotlight conviene: se Bologna è stata fondativa per la koiné, con locali, etichette e radio a remare in una direzione, oggi pare abbia perso un poco il passo, sospesa tra gli hipster tardivi delle notti “matricolate” al Covo e il genio anarchico di <a title="trovarobato" href="http://www.trovarobato.com/" target="_blank">Trovarobato</a> e Spore, a tutto vantaggio di una Romagna felix che si stringe attorno al Bronson d&#8217;inverno e all&#8217;Hana-Bi (bagni 72, Marina di Ravenna) d&#8217;estate, ora che il MEI ha perso di significato col trasloco in Puglia, non fosse sufficiente il ritiro delle etichette, sua ragion prima d&#8217;essere un tempo. Ma su tutto e su tutti -canterebbe <a title="baby building / dente" href="http://www.youtube.com/watch?v=Ey_sDju3uSw" target="_blank">Dente</a>, tra gli elementi più in vista di questa rénaissance, mogol dell&#8217;amor cortese su letti precari di case in cui vivere tre mesi ad andar bene- vince la provincia: la Mecca della musica indipendente italiana è senza dubbio Brescia, parlarne in chiave di namedropping sarebbe tortuoso, con una trentina di band di rilievo anche sovranazionale, etichette perspicaci, un giro di locali sempre pieni di pubblico ai concerti, la storica e libera Radio Onda d&#8217;Urto a spingere, aiuti reciproci a fondare una consapevolezza di “scena” difficilmente replicabile nel breve termine. Ci sta provando ad esempio Pesaro, vocata a un certo spirito new wave da spiaggia, tra il surf wilsoniano dei <a title="karibean" href="http://karibean.bandcamp.com/" target="_blank">Karibean</a> e l&#8217;algido triangolo Cure dei <a title="be forest" href="http://wwnbb.bandcamp.com/album/cold" target="_blank">Be Forest</a>, attraverso la giocoleria Camillas e una figura catalizzante come il disegnatore <a title="alessandro baronciani" href="http://alessandrobaronciani.blogspot.it/" target="_blank">Alessandro Baronciani</a>, icona generazionale nonché frontman degli haiku-punkster Altro.</p>
<p>Dove sono finiti tutti? In televisione, giusto qualcuno: il jingle di “<a title="midnight revolution / a toys orchestra" href="http://www.youtube.com/watch?v=B-tr2pGYxNU" target="_blank">Midnight revolution</a>” (&#8230;a Toys Orchestra, probabilmente la migliore delle band nostrane col passaporto vistato) impazza con Fabio Volo su Rai Tre e al Primo Maggio dei sindacati, ove l&#8217;istrione Lorenzo Kruger dei Nobraino vestito da soldato si rade in diretta davanti a mezzo milione di persone fisiche gratis ma paganti volentieri l&#8217;Irpef alla sua “<a title="mangiabandiere / nobraino" href="http://www.youtube.com/watch?v=cuYvPn7H9Mk" target="_blank">Mangiabandiere</a>” che lascia come ultime volontà le poesie di Vian. E Colapesce sbarca in tarda serata a contraltare Marco Giusti su “Stracult”, interpretando alla sua maniera uplifting oscure trame dei film di serie Subbuteo: il giovane Lorenzo è tra gli esponenti di punta dell&#8217;ascendente 42 Records, parto del giornalista e blogger Emiliano Colasanti e del tecnico audio e produttore artistico Giacomo Fiorenza, che da qualche tempo le imbroccano tutte, a partire -per lustro- dalla scommessa vinta su I Cani, one man project presto allargatosi per le esibizioni dal vivo, macchia di leopardo da Roma Nord alle vette di iTunes e al sold out quasi ovunque sulla scorta di brani synthpop che garbano ai propri ascoltatori perché parlano dei propri ascoltatori, potenziali <a title="asperger" href="http://www.icaninonsonoipinguini.it/" target="_blank">Asperger</a> quando non fondamentalmente bipolari. E cosa poteva scoppiare in Italia, se non la band electropop teatrale e discorsiva che, toh, senza imitare i Cani va a pescare nello stesso stagno che sappiamo angusto? Da Bologna ecco Lo Stato Sociale, ironia feroce e suoni da pochi soldi, attitudine al comizio e postmodernità avanzata nell&#8217;artwork: “Sono così indie” non fa prigionieri, eppure al termine dell&#8217;esecuzione si resta sempre con un ovo sodo in gola che non va né giù né su. Li produce <a title="garrincha dischi" href="http://garrinchadischi.bandcamp.com/" target="_blank">Garrincha Dischi</a>, che dal capoluogo emiliano dirama una nutrita serie di progetti e compilation, ripescaggi e uscite rapide come conigli: gli ispirati Chewingum, il ponderoso Nel Dubbio, i Walrus brit-friendly e soprattutto l&#8217;unicum <a title="manzoni" href="http://manzoni.bandcamp.com/" target="_blank">ManzOni</a> (collettivo post-rock di quattro chitarristi che esaltano i testi sofferti e introspettivi del 59enne Gigi Tenca, non è un refuso) sono i prossimi sulla rampa di lancio. Attraversando il grande fiume, fratelli di rischio sismico si incontrano a Mantova con Foolica Records, impresa folle di tre amici che nel corso di pochi anni ha messo in piedi un roster di tutto riguardo, nel tentativo di imporre anche fuori confine alcune eccellenze trasversali: una band per tutte i The R&#8217;s, finiti sull&#8217;etichetta americana di National Geographic.</p>
<figure id="attachment_42698" aria-describedby="caption-attachment-42698" style="width: 454px" class="wp-caption alignright"><img class=" wp-image-42698   " title="Amor Fou" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/amorfou-1024x682.jpg" alt="Amor Fou" width="454" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/amorfou-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/amorfou-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/06/amorfou-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption id="caption-attachment-42698" class="wp-caption-text">Amor Fou</figcaption></figure>
<p>Onomastica, suggerirebbero gli Offlaga Disco Pax. I nuovi gruppi si chiamano come un curioso incrocio tra gli anni del beat e quelli del prog: L&#8217;Orso, Il Pan del Diavolo, Le Case del Futuro, Il Triangolo, Officina della Camomilla, Casa del Mirto, i quali ultimi raccolgono il testimone della blog-xploitaton fuori porta -che appartenne a Banjo Or Freakout- ospitando nella baita trentina di <a title="mashhh records" href="http://www.mashhh.com/" target="_blank">Mashhh! Records</a> oltre che sui supporti virtuali i nomi caldi del chillin&#8217; dream pop d&#8217;oltreoceano, facendo marameo alla provincialità da birreria dei conterranei televisivi Bastard Sons of Dioniso. La ditta produce solo vinili, cassette e mp3, da vendersi ai concerti e per corrispondenza, in un rapporto 1:1 recuperato all&#8217;obolo che altrimenti sarebbe da versare a distributori e negozi, sempre più vuoti e polverosi; scollinando senza fretta le Alpi, tenendo in disparte le conseguenze dell&#8217;amore tormentato, difficile, territoriale dei bravissimi Non Voglio Che Clara (bellunesi) e Valentina Dorme (trevigiani), la pedemontana si adegua ai tempi che cambiano puntando tutto sulle canzoni singole. Così i Diva, tra Vicenza e Padova, trascorrono le prime ore della notte <a title="il paradiso su retequattro" href="http://soundcloud.com/ciaodiva/il-paradiso-su-retequattro" target="_blank">davanti “Io Tv” su Retequattro</a> per estrapolare pattini a rotelle d&#8217;epoca, cotonature micidiali e teatri Petruzzelli in Azzurro, filologi della via nazionalpopolare al brit-floor: loro autore è Davide Golin, che si sta ricavando un suo spazio nella narrativa di formazione col romanzo “Pablito mon amour” sul significato di vivere nei Berici sotto il regno di Paolo Rossi, a pochi anni d&#8217;età. E addirittura alle soglie della laguna, i <a title="no seduction" href="http://soundcloud.com/no-seduction" target="_blank">No Seduction</a> perseverano nel rilasciare i brani parcellizzati alla mercè della Rete, remixabili e senza un disegno d&#8217;album ad ora compiuto né un committente, se non il gusto di mettere assieme LCD Soundsystem, Hercules and Love Affair, Beastie Boys e Gorillaz in un power trio di lotta e di governo.</p>
<p>La strada buona può essere anche quella della pubblicità, come parrebbe illuminare “It&#8217;s a beautiful day” dei verbanesi <a title="john ferrara &amp; betty karpoff / van houtens" href="http://www.youtube.com/watch?v=0QRkIMOP434" target="_blank">Van Houtens</a>, prima lanciata dallo spot McDonald&#8217;s, e solo anni dopo inserita nel primo, ottimo album del quadrato Alan Rossi macinasingoli; magari Michele Bitossi -pure nelle librerie con “Piccoli esorcismi tra amici”, raccolta di racconti brevi- storcerà il naso, lui che coi moniker <a title="numero6" href="http://numero6.bandcamp.com/album/i-love-you-fortissimo" target="_blank">Numero6</a>, Mezzala, Nome, spesso e volentieri ha cantato le contraddizioni del proprio ruolo di artista dotato ma senza grossi budget a disposizione (“Rocker carbonaro” e “Il personaggio” sono pungenti e caustiche quanto veritiere ed amare). Ma se al 2012 viene chiesto di offrire un solo nome, un solo crack, è agli <a title="amor fou" href="http://assante.blogautore.repubblica.it/2012/05/anteprima-amor-fou/" target="_blank">Amor Fou</a> che bisogna rivolgersi: “Cento giorni da oggi” riprende il discorso dei “Moralisti” arricchendolo di un viaggio in Africa e di un bagno sentito quanto opportuno nei suoni e nei contesti che altrove fanno la coesione del pop di qualità, risultando a un tempo fotografici, induttivi nello storytelling, in linea temporale perfetta con le esigenze dei propri ascoltatori e di chi dalla musica cerca di trarre prospetti di lettura della realtà antropologica circostante, vintage attuale o futuribile che sia. In misura minore, ma accostandosi al mood e con buone frecce al proprio arco, un aperitivo all&#8217;ingresso in tale atmosfera può essere delibato al chiosco dei gardesani Intercity, abili nell&#8217;assemblare un discorso che prende le mosse da riferimenti colti e dalla poetica del Novecento per immagini, entro un costrutto digitale per analogia. Nel mentre, sotto scala, già serpeggia un&#8217;ultima tendenza destinata a contaminare le abitudini etiche ed estetiche dei metropolitani curiosi: si chiama “sea punk”, e dietro la simbologia ittica e i colori vivaci porta avanti un&#8217;elettronica fossile disturbata da screzi shoegaze, prodromi alla witch house eclissatasi giovane, a incontrare il gusto delle ragazze dai capelli verdi che passano il tempo sulla piattaforma Tumblr. Tra i suoi interpreti nella Penisola, il duo parmigiano <a title="the gordon setter" href="http://soundcloud.com/thegordonsetter" target="_blank">The Gordon Setter</a>, ventidue anni lui (autore e tastierista) e diciotto lei, bassista: come Moroder e la compianta Donna Summer, cantano in “Tropical nights”, ed è davanti alla generazione nata a metà anni Novanta che si spalancano le porte dell&#8217;affermazione nei canali ruggenti, senza che i fratelli maggiori abbiano avuto analoghe chance, limitandosi a guardare con benevolenza -e un pizzico d&#8217;invidia- questi testimoni del qui e ora.</p>
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		<title>pop muzik (everybody talk about) #19</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 May 2012 07:49:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[I Am the Fly / Wire. 1978]]></description>
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<p>I Am the Fly / Wire. 1978</p>
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		<title>Con due deca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 06:30:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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		<category><![CDATA[atmosfera]]></category>
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					<description><![CDATA[di  Giacomo Bottà [Quest&#8217;anno è, tra le altre cose, il ventennale di Hanno ucciso l&#8217;uomo ragno degli 883. Alcuni gruppi indie italiani hanno realizzato una compilation on line su Rockit.it] Ho abitato a Pavia dal 1993 al 1999. Levando un paio di semestri di Erasmus, la città sul Ticino è stata la mia casa ammobiliata, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/883.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-42250" title="hanno ucciso l'uomo ragno / 883" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/883.jpg" alt="hanno ucciso l'uomo ragno / 883" width="225" height="224" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/883.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/883-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/883-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a>di  Giacomo Bottà</strong></p>
<p>[<em>Quest&#8217;anno è, tra le altre cose, il ventennale di </em><a title="hanno ucciso l'uomo ragno / 883" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hanno_ucciso_l%27uomo_ragno" target="_blank">Hanno ucciso l&#8217;uomo ragno degli <strong>883</strong></a><em>. Alcuni gruppi indie italiani hanno realizzato una compilation on line su </em><a title="con due deca su rock.it" href="http://www.rockit.it/883-max-pezzali-cover-compilation-con-due-deca" target="_blank">Rockit.it</a>]</p>
<p>Ho abitato a Pavia dal 1993 al 1999. Levando un paio di semestri di Erasmus, la città sul Ticino è stata la mia casa ammobiliata, la mia stanza condivisa, la mia aula magna, la mia sala studio, il mio bar mal frequentato e la mia pizza al metro.</p>
<p>Contemporaneamente gli <em>883</em> di Pavia andavano in televisione, alla radio, al Festivalbar, su Sorrisi e Canzoni e magari qualcuno diceva di aver visto Pezzali in giro in centro, con gli occhiali ray-ban a pera e la giacca da aviatore o dentro una macchina, mentre girava rombante la rotonda di Pomodoro. Il Celebrità, il Bar Dante, il Naviglio fetido e altri riferimenti delle canzoni degli <em>883</em> erano posti reali di Pavia.<span id="more-42249"></span></p>
<p>Non ho mai preso sul serio gli <em>883</em>, certo ogni tanto facevano venire in mente i <em>New Order</em> o i <em>Pet Shop Boys</em>, gruppi che non mi piacevano molto ai tempi, ma che facevano sempre battere il piedino.</p>
<p>Ai tempi c’era la musica <em>autogestita</em>, suonata nei centri sociali e distribuita ai banchetti; c’era quella <em>indipendente</em> narrata dall’NME che compravo in stazione e c’era quella <em>alternativa</em> nella programmazione video di MTV. Insomma, c’era un sacco di musica da ascoltare seduti, ballando, bevendo birra, vomitando, innamorandosi, abbracciandosi, stendendosi sul letto a piangere, andando in giro in macchina alle 5:30 di mattina per cercare una panetteria, tutto senza dover ricorrere agli <em>883</em>.</p>
<p>Con la sola eccezione del HC-punk italico, che aveva dei rappresentanti pavesi nei <em>D.D.I.</em>, la maggior parte di quello che ascoltavamo era in inglese o americano (o tedesco) e comunque rimaneva sempre abbastanza criptico, anche per uno che passava le giornate a studiare il <em>Paradise Lost</em>. Ah sì, c’erano anche i <em>Marlene Kuntz</em> e i <em>Subsonica</em>, ma non sono gruppi che canterò a memoria nel <em>1990s revival party</em> della casa di riposo dove andrò a morire.</p>
<p>Se oggi potessi parlare con lo studente fuorisede a Pavia che ero nel 1995 la cosa andrebbe più o meno così:</p>
<p><strong>2012:</strong> Ciao, vengo dal futuro a dirti che è appena uscita una compilation di gruppi indie che suonano cover degli <em>883</em> ed è la cosa migliore mai uscita da un sacco di tempo a questa parte.</p>
<p><strong>1995:</strong> Ma vaffanculo tu e le banalità. Gli <em>883</em> sono la morte cerebrale della nostra generazione, hanno dei testi che parlano di nulla, sono la celebrazione assoluta del nulla. Sono tutto quello che odio dell’industria musica e di tutta la società basata sul consumismo, sul culto dell’immagine, sul maschilismo, sull’apparire ad ogni costo e della televisione. Gli <em>883</em> sono la colonna sonora per quelli che si schiantano in autostrada alle 4:00 di una domenica mattina, quando decidono di andare a Rimini a fare colazione.</p>
<p><strong>2012:</strong> Mi puoi spiegare allora come è possibile che nel 2012 – senza avere mai consapevolmente ascoltato gli <em>883</em> &#8211; conosco tutti i testi di tutte le canzoni della compilation?</p>
<p><strong>1995:</strong> Aha, lo sapevo che da vecchio non sarei diventato come uno dei <em>No Means No</em>, ma mi sarei rincoglionito, lo sapevo. Allora per Filosofia della Storia abbiamo letto <em>Dialektik der Aufklärung</em> di Adorno. Adorno scrive che la <em>popular music</em> utilizza la ripetizione di schemi armonici e melodici standard per mantenere la gente passiva ed assuefatta al sistema, la <em>popular music</em> suona esattamente come noi ci aspettiamo che suoni, possiamo più o meno prevedere dove una melodia andrà o come una serie di accordi si risolverà. La <em>popular music</em> in pratica ci distrae dai nostri bisogni individuali di affermazione umana e politica attraverso cose tipo un falso e melenso romanticismo, la facilità con cui possiamo identificarci in essa e la costruzione della celebrità. Certo che ti ricordi i testi e le melodie degli <em>883</em>, gli <em>883</em> ti parlavano come i <em>Sonic Youth</em> non sono mai riusciti a parlarti, perché gli <em>883</em> servono a tenerti tranquillo.</p>
<p><strong>2012:</strong> Intendi dire che alla fin fine i <em>Sonic Youth</em> non ci piacciono veramente?</p>
<p><strong>1995:</strong> Beh mi piace <em>Teenage Riot</em>, ma poi diventa un po’ peso sentirsi tutto <em>Daydream Nation</em>. Comunque non è questo il punto, il punto è capire che gli <em>883</em> sono tutto quello che c’è di brutto nella parola pop. Quindi i migliori gruppi dell’indie italiano che rifanno gli <em>883</em> cosa sono? Chi sono? Cosa vogliono?</p>
<p><strong>2012:</strong> Ma… boh. Suonano un gran bene, hanno delle belle voci, registrano quasi tutto da soli, ma sembrano usciti da studi veri, si sbattono, vanno in tour e qualcuno pensa che magari un giorno potrà addirittura vivere di musica o magari qualcuno vive già di musica, ma deve farsi un sacco di date. Tranne qualche eccezione sono tutti gruppi abbastanza blandi, midtempos, belle melodie ariose e strumentazioni acustiche. Hai in mente Endrigo, Tenco etc.?</p>
<p><strong>1995:</strong> Certo, ci sono le cassette negli autogrill, abbastanza deprimenti, la ‘musica leggera’ costruita negli studi di registrazione che funzionavano come catene di montaggio: il paroliere, l’arrangiatore, il direttore d’orchestra, i turnisti…</p>
<p><strong>2012:</strong> Beh un sacco di gruppi suonano così adesso, è diventato più facile riuscire a suonare così grandi anche con pochi mezzi. E… hai in mente i <em>Joy Division</em>?</p>
<p><strong>1995:</strong> Ah ah, roba per gotiche tedesche, lo scorso autunno avevo una cassetta con <em>Three Imaginary Boys</em> da una parte e <em>Unknown Pleasure</em> dall’altra e l’ascoltavo sempre quando c’era la nebbia.</p>
<p><strong>2012:</strong> <em>Three Imaginary Boys</em> è dei <em>Cure</em>. Comunque un sacco di gruppi, ma non solo in Italia, anche all’estero, suonano come i <em>Joy Division</em>: il basso col chorus, la chitarrina a sega elettrica, la voce col riverbero e i sedicesimi sul charleston.</p>
<p><strong>1995:</strong> Chissà che depressione che avete nel 2012.</p>
<p><strong>2012:</strong> No, è un suono che adesso comunica più eleganza che depressione.</p>
<p><strong>1995:</strong> Incredibile &#8216;sto indie del XXI secolo, mi fa venire voglia di fumare crack. Ma quanti anni hanno quelli che suonano nei gruppi indie italiani del XXI secolo?</p>
<p><strong>2012:</strong> Ma avranno dai venti ai quarant’anni…</p>
<p><strong>1995:</strong> E che senso ha fare una compilation di canzoni degli <em>883</em> nel 2012?</p>
<p><strong>2012:</strong> Mah, sai la musica è diventata un affare abbastanza complicato. Come ti ho già spiegato ci sono un sacco di rimandi al passato che vanno da Tenco ai <em>Joy Division</em> passando per i <em>Kraftwerk</em> e Battiato e poi si tende a trovare tutto divertente, quindi ‘sdoganare gli <em>883</em>’ come si direbbe negli anni novanta, quando le dogane c’erano ancora, è qualcosa che passa per assolutamente geniale, è un altro tassello di passato che viene riadattato per i giovani d’oggi.<br />
Pensa che oggi il telefono, la macchina fotografica e il computer per andare in internet sono diventati un oggetto solo. Immagina di poter fare delle foto digitali, passarle in un programma al computer per farle sembrare scattate con una vecchia macchina fotografica, di quelle che trovi a <em>o bei o bei</em> a cinquemila lire e poi poterle spedire a tutti via e-mail.</p>
<p><strong>1995:</strong> Non ti seguo più.</p>
<p><strong>2012:</strong> Beh, è una cosa semplice. Hai in mente quando guardi le diapositive delle vacanze a Rimini degli anni settanta o del viaggio a Budapest nel 1983?</p>
<p><strong>1995:</strong> Certo.</p>
<p><strong>2012:</strong> Hai in mente l’effetto che ti fanno mentre le guardi?</p>
<p><strong>1995:</strong> Intedi il rapporto tra i colori bizzarri dello sviluppo, l’illuminazione, l’obiettivo, l’invecchiamento del negativo, la moda del tempo, la polvere del proiettore, le imperfezioni del muro e le sensazioni che provo nel guardarle? Mi pare che si può parlare di ‘atmosfera’ no? Ho passato estetica la settimana scorsa (26/30) e l’assistente mi ha fatto una domanda sul concetto di atmosfera in Böhme – quella cosa che si irradia superando la distinzione tra soggetto e oggetto e provoca l’estasi delle cose.</p>
<p><strong>2012:</strong> Ma tu studi a memoria? Parli come se avessi imparato a memoria gli appunti del prof.</p>
<p><strong>1995:</strong> …</p>
<p><strong>2012:</strong> Comunque oggi si vive per l’atmosfera e l’atmosfera è diventata talmente facile da creare dal punto di vista tecnico, che il passato è l’unica cosa che rimane per fondarla e donarle autenticità. E questo passa anche dagli <em>883</em>.</p>
<p><strong>1995:</strong> Quindi un tributo agli <em>883</em> è come un tributo alle diapositive fatto con il tuo telefono con macchina fotografica e computer che va in internet?</p>
<p><strong>2012:</strong> In un certo senso sì, insomma non è che non si ha più niente da dire, anzi, di cose da dire ce ne sono parecchie, ma sembra che l’unico modo per dirle sia attraverso qualcosa del passato. Hai in mente <em>L’invasione degli ultracorpi</em>?</p>
<p><strong>1995:</strong> Certo l’hanno dato su Raitre alle quattro e mezzo del mattino proprio l’altro ieri, Ghezzi l’ha introdotto fuori sincrono per mezz’ora, quindi il film è cominciato tecnicamente alle cinque.</p>
<p><strong>2012:</strong> Ecco fare una compilation tributo agli <em>883</em> è come utilizzare i corpi di qualcun altro per invadere la terra.</p>
<p><strong>1995:</strong> Senti ma per cambiare discorso nel 2012 li ascolto ancora gli <em>Hüsker Dü</em>?</p>
<p><strong>2012:</strong> &#8230;</p>
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		<title>pop muzik (everybody talk about) #17</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 07:29:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[10th Planet]]></category>
		<category><![CDATA[1982]]></category>
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					<description><![CDATA[10th Planet / Solid Space. 1982]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="10th Planet / Solid Space. 1982" src="http://www.youtube.com/embed/5Amcuyzd54s" frameborder="0" width="425" height="344"></iframe></p>
<p>10th Planet / Solid Space. 1982</p>
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		<title>pop muzik (everybody talk about) #16</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 07:14:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[2007]]></category>
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					<description><![CDATA[Spontaneous Devotion / Random. 2007]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="Spontaneous Devotion / Random. 2007" src="http://www.youtube.com/embed/uz9FkYrhdfU" frameborder="0" width="425" height="344"></iframe></p>
<p>Spontaneous Devotion / Random. 2007</p>
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		<title>pop muzik (everybody talk about) #15</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Mar 2012 07:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[1969]]></category>
		<category><![CDATA[iggy pop]]></category>
		<category><![CDATA[musica pop]]></category>
		<category><![CDATA[No fun]]></category>
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					<description><![CDATA[No fun / The Stooges. 1969]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="No fun / The Stooges. 1969" src="http://www.youtube.com/embed/vvRkJzVQBP0" frameborder="0" width="425" height="344"></iframe></p>
<p>No fun / The Stooges. 1969</p>
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		<title>pop muzik (everybody talk about) #14</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 07:51:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[2008]]></category>
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		<category><![CDATA[IDM]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligent dance music]]></category>
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					<description><![CDATA[plyPhon / Autechre. 2008]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="plyPhon / Autechre. 2008" src="http://www.youtube.com/embed/acuwRHIWL_o" frameborder="0" width="425" height="344"></iframe></p>
<p>plyPhon / Autechre. 2008</p>
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		<title>GLI HIPSTER E LA MORTE</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/20/gli-hipster-e-la-morte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 07:20:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[argo]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Bottà]]></category>
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		<category><![CDATA[new york]]></category>
		<category><![CDATA[pop]]></category>
		<category><![CDATA[subculture]]></category>
		<category><![CDATA[The Moldy Peaches]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Bottà ANGELA: Il signor La Morte, gente. Beh, vuoi dargli qualcosa da bere, caro? GEOFFREY: Certo. ANGELA: È un mietitore il signor La Morte. TRISTO MIETITORE: Il Tristo Mietitore. da ‘Mony Python. Il senso della vita’ New York City è come un cimitero A tutti i cadaveri piace come suono la chitarra Devi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>di Giacomo Bottà</strong></p>
<p><iframe loading="lazy" title="NYC's Like a Graveyard / The Moldy Peaches" src="http://www.youtube.com/embed/Q9lRSp75gtY" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe><br />
<span id="more-41704"></span></p>
<p style="text-align: right;">ANGELA: Il signor La Morte, gente. Beh, vuoi dargli qualcosa da bere, caro?<br />
GEOFFREY: Certo.<br />
ANGELA: È un mietitore il signor La Morte.<br />
TRISTO MIETITORE: Il Tristo Mietitore.<br />
<em>da ‘Mony Python. Il senso della vita’</em></p>
<p style="text-align: right;">New York City è come un cimitero<br />
A tutti i cadaveri piace come suono la chitarra<br />
Devi essere carino se vuoi andare lontano<br />
New York City è come un cimitero<br />
<em>‘New York City’s like a graveyard’ / The Moldy Peaches</em></p>
<p>Un’intervista con un hipster potrebbe cominciare così:</p>
<p><em>Un hipster? Sì lo so cosa è un hipster, cioè se ne vedo uno so riconoscerlo. No, io non sono un hipster, poi a Neukölln comunque la scena è già morta, adesso gli affitti costano troppo e il quartiere si è riempito di giovani turisti asiatici e scandinavi pieni di soldi che si fingono del posto. Insomma l’autenticità se n’è andata a farsi benedire…</em></p>
<p>Gli hipster sono morti, sepolti, finiti, kaputt; non ci sono più, ci sono solo individui che fingono di essere hipster. Gli hipster ormai fanno altro, magari quando si arrotolano la manica di una camicia, si scorgono porzioni multicolori di tatuaggi ironici e allora ti sorridono e confessano ‘sì, ero quello che tu chiameresti un hipster tempo fa, ma poi la scena è morta e sono passato ad altro’. In secondo luogo, gli hipster sono una scena che ha filtrato fin troppo con la morte. Basta ascoltare i Moldy Peaches per capirlo. Chi sono i Moldy Peaches? Sono un gruppo di hipster, o almeno, gli hipster ascoltavano i Moldy Peaches, prima di passare ad altro.</p>
<p>La morte di una scena è presente nel discorso della scena, dalla sua stessa nascita. Appena una scena è riconosciuta tale da persone esterne a essa, ecco che la scena è dichiarata morta dai suoi partecipanti. Gli hipster sono morti nel momento in cui sono stati classificati come hipster – il problema è che questo è avvenuto quasi subito.</p>
<p>Tanto per fare un altro esempio, il punk è nato nel 1975-76, tutti pensano che sia morto nel 1978, quando su un palco di San Francisco i Sex Pistols terminavano il loro ultimo concerto con le parole ‘ever got the feeling of being cheated?’. In realtà il punk è morto poco dopo, quando il guppo The Exploited ha cominciato ad utilizzare lo slogan ‘punk’s not dead’, il punk non è morto, uno slogan ridicolo. The Exploited rappresentano la morte del punk perché riproducono quello che la maggior parte dell’opinione pubblica era già in grado di codificare come punk: la cresta di capelli verde, i tre accordi veloci e distorti, le catene e le spille e per di più ti dicono che ‘hey, il punk non è morto’, per favore continuate a comprare i nostri dischi e le nostre magliette.</p>
<p>I media hanno provato a spiegarci cosa sia un hipster. I giornali hanno proposto il solito manichino idealtipo (naturalmente maschio) con le frecce o le didascalie a indicare qualche caratteristica estetica. Per gli hipster le didascalie si soffermavano su baffi ironici o barbe incolte, occhiali da foto segnaletiche di pedofili nel 1975, iPhone, jeans stretti, biciclette a scatto fisso, tatuaggi, magliette col collo a V, poi ci sono social network, siti musicali, gruppi di riferimento e pratiche condivise. Tutto quello che è stato scritto sugli hipster è quello che è sempre stato scritto sulla bohème in generale. È sempre facile quanto inutile spiegare la bohème a partire dai manichini, bisognerebbe invece sempre partire dai luoghi (e nel caso degli hipster, da Williamsburg, Brooklyn) e dal loro valore immobiliare.</p>
<p>Negli Stati Uniti a partire dagli anni cinquanta, la classe media, formata dai cosiddetti wasp, protestanti bianchi anglosassoni, si è trasferita in aree suburbane residenziali al di fuori dei centri cittadini. C’è tutta una serie di spiegazioni per questo, dal timore di attacchi alieni fomentati dai film di fantascienza all’apparente ritorno ad uno stile di vita comunitario e di buon vicinato, dal culto dell’automobile e della villetta monofamiliare alla paura delle rivolte di afroamericani e proletari concentrati e segregati <em>downtown</em>. Per qualche generazione, le <em>suburbs</em> hanno rappresentato lo stile di vita più diffuso per la classe media americana, ancora oggi descrivono al meglio l’immaginario americano, da <em>Desperate Housewives</em> all’ultimo pluripremiato disco degli <em>Arcade Fire</em>, intitolato appunto <em>The Suburbs</em>, da <em>Le Correzioni</em> di Jonathan Franzen alle <em>66 Scenes from America</em> di Jorgen Leth.</p>
<p>Gli hipster sono i figli di questo contesto materiale e spaziale e, per uccidere il padre, decidono di reimpossessarsi del centro città e di riattivare un immaginario interrotto negli anni sessanta, quello del <em>downtown</em> come luogo privilegiato per la sperimentazione di stili di vita e di forme di socializzazione alternative. Il nome stesso, hipster, era stato utilizzato per ultimo in un fondamentale saggio di Norman Mailer intitolato ‘The White Negro: Superficial Reflections on the Hipster’, uscito sulla rivista <em>Dissent</em> nel 1957. Mailer descrive il camuffamento afroamericano degli studenti bianchi che esplorano i bassifondi del centro, ascoltano jazz e adottano lo slang dei centri cittadini segregati a dagli anni venti fino agli anni cinquanta.</p>
<p>Nel caso degli hipster contemporanei ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso, prima di tutto perché i confini etnici sono molto più sfumati. Sembra che oggi l’immaginario che negli anni cinquanta era quello afroamericano (fumare marijuana, portarsi un coltello in tasca, parlare uno slang, masticare tabacco, ascoltare jazz…) si sia trasformato, almeno parzialmente in nordico o mitteleuropeo. Williamsburg, un quartiere abitato storicamente da comunità esteuropee e di ebrei assidici, solcato da isolati in legno e architetture basse, fa pensare più a Tallinn che a Brooklyn. In pratica sono le fluttuazioni di persone e capitali dalle zone residenziali verso i centri e viceversa che portano alla nascita di scene o di subculture.</p>
<p>In realtà gli hipster sono una scena nutrita di una quantità spropositata di rimandi alla storia culturale dell’Europa e degli Stati Uniti dalla fine dell’Ottocento fino ad oggi. Questa enormità di rimandi, conseguenza del fatto che in internet si trova di tutto, rende formalmente impossibile stabilire delle linee guida stilistiche ed estetiche, come invece era possibile fare per alcune subculture alla fine del secolo scorso. Ogni tentativo di stabilire cosa è un hipster in generale, si scontra con l’incontro di qualcuno che è percettibilmente un hipster, ma che non ha nemmeno una delle caratteristiche utilizzate per descrivere l’hipster in generale. Un hipster può essere benissimo qualcuno nato a Brasilia, vestito come un operaio irlandese appena sbarcato a Liverpool per sfuggire alla grande carestia delle patate del 1847, che ascolta soltanto musica jazz prodotta in Persia durante la dittatura dello Shah ed ha una conoscenza spropositata del calcio polacco.</p>
<p>Questo ha delle conseguenze importanti per il mercato: se vado in una catena di abbigliamento svedese, ad esempio quella che ha per nome due iniziali unite da una congiunzione, e vedo una ‘camicia da hipster’, nel momento in cui compro ed indosso quella camicia, essa muore, smette di essere una camicia da hipster. Arrivato a casa, lo specchio restitutisce l’immagine di un triste imitatore di un hipster. Ecco però che mentre tento di liberarmi della camicia da finto-hipster, improvvisamente e magicamente essa comincia a sprigionare una nuova luce simbolica e si trasforma in una ‘camicia da finto-hipster indossata ironicamente come se fosse una camicia da hipster’. Tutto questo può essere spiegato facilmente in relazione a determinati contesti semiotici, rimandi culturali plurimi, constellazioni spaziali etc. secondo la disciplina universitaria che preferite (altrimenti aprite a caso un libro di Slavoj Žižek, il filosofo preferito dagli hipster, e voilà).</p>
<p>Il ciclo vita / morte / resurrezione del valore simbolico di un prodotto sembra procedere sempre più velocemente e a caso, come una pallina in un flipper. Marx ne <em>Il Capitale</em> dice che nel capitalismo ‘tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria’ (l’ho letto in Marshall Berman, non ne Il Capitale stesso, che non ho mai letto per intero). A ciò va aggiunto che la trasformazione di tutto da solido in gassoso è il presupposto per il gassoso di essere ritrasformato in solido attraverso processi che sembrano essere sempre più imprevedibili e vorticosi anche se forse sono soltanto moderni.</p>
<p>Continuando invece il discorso sui gruppi musicali hipster, anche qui ci troviamo di fronte ad un sacco di problemi. Nel XX secolo era facilissimo associare una certa scena ad un certo genere musicale: gli skinhead ascoltano ska, i punk ascoltano punk, gli skater ascoltano hardcore, i goa travellers ascoltano trance, i risorgimentali italiani ascoltano Verdi, i nazisti ascoltano Wagner. Semplice. Ma cosa ascoltano gli hipster? Qui il discorso è molto più difficile. Secondo i media all’inizio del XXI secolo gli hipster ascoltavano gli Strokes oppure i gruppi Anti-Folk come i già citati Moldy Peaches. Qualche anno dopo ascoltavano gli Animal Collective. Comunque gli hipster ascoltano principalmente musica che ottiene ottimi voti in recensione su Pitchfork.com, che è un sito musicale. Ma non è tutto qui, perché, come già sottolineato l’hipster sfugge ad un sacco di definizioni da bohème classica. Un hipster potrebbe in teoria ascoltare solo country&amp;western o avere una sconfinata collezione di vinili di A.O.R. (la adult oriented music, quel rock americano macho-romantico trasmesso dalle radio per camionisti negli anni 70 -90) o essere appassionato esclusivamente da Erkin Koray (il Jimi Hendrix turco).</p>
<p>Anche in questo caso, l’hipster sembra giocare continuamente con la vita / morte / resurrezione della merce culturale nel vortice capitalistico. Una particolarità è rappresentata dal fatto che internet non sembra avere un ruolo preponderante in questo processo. L’hipster è street-wise, cioè saggio, lungimirante, intelligente a livello della strada (intesa cone luogo pubblico e reale dove vedere, esser visti, comprare, essere comprati, cercare, essere cercati). Evitando internet (o fingendo di evitarlo), l’hipster riesce a ricostruire un’aura (nel pieno senso benjaminiano del termine) pre-digitale a ciò che da morto è riportato in vita. Questa operazione è assolutamente difficile da capire, realizzare o apprendere. É conseguenza di una sensibilità necrofilo-culturale che adora penetrare la morte: adora il puzzo di sudore stirato dei vestiti di seconda mano, la muffa sulle copertine di dischi, i giocattoli arrugginiti, i libri sbiaditi di cantine allagate, i materassi sfondati di camere ammobiliate e i filmini superotto delle vacanze di sconosciuti. Adora la rassicurante patina del passato che ricopre la realtà ordinata del già vissuto e adora ridarle vita gridando ‘hey guarda cosa ho trovato!’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-41708" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Copertina Argo XVII" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Argo-XVII-Copertina-web.jpg" alt="Copertina Argo XVII" width="252" height="165" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Argo-XVII-Copertina-web.jpg 252w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Argo-XVII-Copertina-web-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Argo-XVII-Copertina-web-250x165.jpg 250w" sizes="(max-width: 252px) 100vw, 252px" /> <em>L&#8217;articolo &#8220;Gli hipster e la morte&#8221; è tratto da VIXI, il n.17 della rivista Argo, appena uscito e dedicato al tema della morte (<a title="argo on line" href="http://www.argonline.it" target="_blank">www.argonline.it</a>)</em></p>
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		<title>pop muzik (everybody talk about) #13</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/21/pop-muzik-everybody-talk-about-13/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 07:00:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[El Cebo / Aavikko. 1997]]></description>
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<p>El Cebo / Aavikko. 1997</p>
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		<title>pop muzik (everybody talk about) #12</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/10/01/pop-muzik-everybody-talk-about-12/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 06:17:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
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<p>Gennaio / Diaframma. 1989</p>
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