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	<title>Nadia Cavalera &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>➨ AzioneAtzeni – Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/22/azioneatzeni-discanto-ventunesimo-nadia-cavalera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 13:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[AzioneAtzeni]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Gigiola Sulis]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Cavalera]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Nadia Cavalera</b> <br />Il giorno dopo, sul far del mattino, il vento di levante aveva spazzato via le nuvole.
Nel silenzio dopo la tempesta, il mare pareva un animale addormentato che respirava appena.
Camminai fino alla punta dove finisce la terra: la chiamano “la lingua di Pietra”.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe loading="lazy" title="AzioneAtzeni - Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera " width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/Hhcx71kpSpA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>AzioneAtzeni – Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera</strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-116813" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/15923-3.jpg" alt="" width="224" height="313" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/15923-3.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/15923-3-215x300.jpg 215w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/15923-3-150x210.jpg 150w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></strong></p>
<p>Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.</p>
<p>da<a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Passavamo-Sulla-Terra-Leggeri/Atzeni/14511"> <em>Passavamo sulla terra leggeri </em></a>di Sergio Atzeni <em> </em> <strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>L’isola che muta</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>di</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nadia Cavalera</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il mare aveva quella luce che confonde le distanze.<br />Non si capiva più dove finisse l’acqua e dove cominciasse il cielo.<br />Sbarcai a Carloforte con una valigia, un registratore e un nastro che non avevo mai osato ascoltare.<br />Lo avevo trovato tra i libri di mio padre, in una custodia di cuoio annerita. Sopra, a penna: Tullio Saba — voce uno.<br />Mi tornò in mente che da bambina lo sentivo parlare al magnetofono, come se si confessasse a una macchina che non lo avrebbe giudicato. Diceva che le parole erano onde: si formano solo se qualcuno respira, poi si dissolvono.<br />Premetti “play”. Un fruscio, poi la voce, roca come un vento di sale:<br />«Io non sono mai stato uno. Dentro di me ho sempre sentito cantare più di un nome. Alcuni parlavano sardo, altri in un italiano finto da città. C’era chi pregava e chi bestemmiava, chi voleva morire e chi imparava a rinascere ogni mattina. Forse tutti erano io, o forse nessuno lo era.»<br />Mi parve che il mare, fuori, ripetesse le sue parole.<br />Guardai lo scoglio a cui Atzeni si era aggrappato per un’ora intera prima che l’onda lo risucchiasse. Pensai che anche lui, come mio padre, aveva cercato di restare aggrappato a qualcosa — forse a un nome, a un’idea di sé, o solo a un respiro.<br />Sul secondo nastro, la voce era diversa.<br />«Oggi credo che l’io sia una confederazione di anime», diceva. «Una di loro scrive, una tace, un’altra distrugge quello che l’altra ha scritto. La normalità è solo un armistizio momentaneo. Il giorno in cui vinse la voce del silenzio, smisi di lavorare e cominciai a camminare.»<br />Era il periodo in cui si era ritirato a Orgosolo.<br />Dicevano che parlava con gli alberi.<br />Forse erano solo i suoi altri io che cercavano un corpo dove posarsi.<br />Dormii poco quella notte.<br />Sognai una città che galleggiava sul mare, fatta di case che si spostavano ogni volta che cambiava il vento.<br />C’erano uomini con molte facce, donne che si specchiavano in specchi d’acqua, bambini che ridevano e poi sparivano in un’altra voce.<br />Tutti dicevano di chiamarsi come me.<br />Al risveglio presi il terzo nastro.<br />Un respiro lungo, poi la frase:<br />«Quando morirò, non sarà uno a morire. Moriranno in molti. Ma resteranno nel vento. Tu li sentirai, se saprai ascoltare.»<br />Uscii fuori e il maestrale mi fece barcollare.<br />Ogni folata era come un frammento di voce: spezzato, ma vivo.<br />Pensai che la vita è un archivio di correnti, una lotta tra io che cercano di non annegare.<br />Camminai fino alla riva.<br />Il mare non separava più nulla.<br />Era la lingua di tutti gli io possibili.<br />Lì compresi che non dovevo scegliere chi essere, ma lasciarmi attraversare — come acqua tra acqua.<br />Forse era questo che voleva dire Atzeni:</p>
<p>passare sulla terra leggeri, senza pretendere di restare.<br /><br /></p>
<p>Il giorno dopo, sul far del mattino, il vento di levante aveva spazzato via le nuvole.<br />Nel silenzio dopo la tempesta, il mare pareva un animale addormentato che respirava appena.<br />Camminai fino alla punta dove finisce la terra: la chiamano “la lingua di Pietra”.<br />Lì aprii il registratore, ma invece del fruscio dei nastri sentii una voce diversa, più giovane, più vicina.<br />«E scoprirai quello che resta di un uomo…» Non era mio padre.<br />Era come se parlasse attraverso di lui: la voce di qualcuno che aveva scritto quelle parole prima di morire, e che ora le ripeteva con un tono che sapeva di mare.<br />Mi guardai intorno: nessuno. Solo una fila di gabbiani, immobili, come in ascolto.<br />Allora capii: ciò che resta di un uomo non è ciò che ha detto, ma ciò che gli altri ricordano di avergli sentito dire.<br />Ogni ricordo è un nuovo autore, ogni eco è una riscrittura.<br />Sulla sabbia comparvero delle orme minuscole, come di bambino.<br />Le seguii fino a una piccola cala, dove il vento aveva scavato nel terreno una conca d’acqua salmastra.<br />Nel riflesso vidi il mio volto, ma era mutevole: la ragazza che ero stata, il padre che avevo cercato, la vecchia che forse sarei diventata.<br />Uno dopo l’altro, si sovrapponevano e si dissolvevano.</p>
<p><br />Maschinganna comparve allora — o forse fu la mia mente a inventarlo.<br />Aveva il volto di tutti e di nessuno: a volte bambina, a volte donna, a volte porcellino arancione che scappava ridendo tra i cespugli.<br />«Tu mi cercavi?»<br />«Cercavo mio padre.»<br />«E l’hai trovato?»<br />«Forse. Ma non so chi sia.»<br />«È quello che accade a tutti. Ogni volta che nomini un uomo, ne crei uno nuovo. Il resto lo fa la memoria: ricama, dimentica, trasforma. Tu sei il suo ultimo travestimento.»<br />Risi, o forse piansi — non saprei dire.<br />L’acqua nella conca tremava: in ogni increspatura apparivano frammenti di altre vite.<br />Mio padre giovane che rideva con gli operai della miniera.<br />Atzeni che scriveva sulla macchina da scrivere, col mare alle spalle.<br />Una donna qualunque che, al tramonto, sussurrava parole per non sentirsi sola.<br />Tutte e tutti erano lo stesso essere in metamorfosi.<br />Capivo allora ciò che Nietzsche aveva detto: un io plurimo, una colonia di anime.<br />Ognuna cercava di salire a galla, di farsi voce, di respirare almeno per un istante.<br />Ecco perché scriviamo, pensai: per dare fiato ai nostri altri sé.<br />Mi sedetti a terra.<br />Il registratore, posato accanto, sussurrava frasi che non ricordavo di aver inciso.<br />«Non temere il movimento.<br />Ogni nome è una corrente.<br />L’unica colpa è voler restare fermi.»</p>
<p>Allora parlai anch’io nel microfono, senza pensare:<br />«Non so chi io sia. Forse sono la somma delle voci che ho amato, o quelle che ho perso. Forse sono soltanto il mare che le mescola.»<br />Il vento portò via le parole, ma non era una perdita: era un passaggio.<br />Come l’acqua che scorre da una sorgente all’altra, da una bocca all’altra.<br />Capivo che ogni “io” è un equilibrio provvisorio, una tregua tra molte forze che litigano per dire “io”. E che la memoria — questa fragile corrente di suoni e immagini — è l’unico modo che abbiamo di non dissolverci del tutto.<br />Mi alzai.<br />In lontananza, il mare si increspava di nuovo: migliaia di piccole onde, tutte diverse, tutte uguali.<br />Forse ognuna era una voce, un ricordo, un nome.<br />Mio padre, Atzeni, Maschinganna, me stessa.<br />Tutte che passavano, leggere, sulla terra e sull’acqua.<br />E mi parve che l’isola respirasse.<br />Non era più deserta, né separata: era un corpo vivo, una coalizione di coscienze in movimento.<br />Allora spensi il registratore.<br />Non serviva più ascoltare: il suono era dentro.<br />Camminai verso l’entroterra, dove la luce cambiava colore.<br />Avevo la sensazione che, a ogni passo, nascesse un altro io: uno che capiva, uno che ricordava, uno che rideva.<br />Tutti, insieme, facevano un solo respiro.<br />“E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui.”<br />Io l’ho scoperto qui, sull’isola che muta. Resta il suono dell’acqua.<br />E un nome che cambia voce ogni volta che lo si pronuncia.<br /><br /></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-115850" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata.jpg" alt="" width="1080" height="1080" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata.jpg 1080w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/09/atzeniquadrata-420x420.jpg 420w" sizes="(max-width: 1080px) 100vw, 1080px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>* Azione Atzeni- mode d’emploi</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Gigliola Sulis e Francesco Forlani</strong></p>
<p>‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. <a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Figlio-Bakun/Atzeni/349">Sergio Atzeni, <em>Il figlio di Bakunìn</em></a> Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: <em>Texaco</em> di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come <em>Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri,</em> e di una cascata di racconti tra cui <em>Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca,</em> e <em>Bellas mariposas</em>. Come nel <em>Figlio di Bakunìn</em>, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno <a href="https://www.aladinpensiero.it/?p=47177">dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”</a>. Nasce così <em>il gioco del discanto*</em>, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. <strong>*</strong> Francesco Forlani ‘<a href="https://minimaetmoralia.it/letteratura/nella-sardegna-magica-in-cerca-di-sergio-atzeni/"><em>Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni</em>,</a> “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, <a href="https://www.leparoleelecose.it/chi-era-sergio-atzeni/">‘<em>Chi era Sergio Atzeni?</em></a>’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012</p>
<p class="has-text-align-center"><strong>Si può seguire il PODCAST su</strong>:</p>
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<p class="has-text-align-center">⇨ <strong><a href="https://pca.st/vgzb9x8y" target="_blank" rel="noreferrer noopener">PocketCasts</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Anna Santoro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/29/i-poeti-appartati-anna-santoro-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Aug 2025 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Santoro]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Cavalera]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Nadia Cavalera</strong><br />Nella scrittura di Anna Santoro – poeta, narratrice, teorica e instancabile tessitrice di reti culturali – si avverte tutta la forza di una voce che non ha mai smesso di essere dissonante rispetto ai canoni dominanti, e sempre in consonanza profonda con il pensiero femminista.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-114707" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-23-à-10.26.43.png" alt="" width="369" height="547" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-23-à-10.26.43.png 369w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-23-à-10.26.43-202x300.png 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-23-à-10.26.43-150x222.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-23-à-10.26.43-300x445.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/Capture-décran-2025-07-23-à-10.26.43-283x420.png 283w" sizes="(max-width: 369px) 100vw, 369px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Anna Santoro, la scrittura come atto politico del femminile</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nadia Cavalera</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella scrittura di Anna Santoro – poeta, narratrice, teorica e instancabile tessitrice di reti culturali – si avverte tutta la forza di una voce che non ha mai smesso di essere dissonante rispetto ai canoni dominanti, e sempre in consonanza profonda con il pensiero femminista. Ma non un femminismo astratto o dogmatico: quello di Santoro è un lavoro lento, concreto, che da decenni incide il reale con le sue domande radicali sulla parola, sul corpo, sulla memoria delle donne e sulla necessità di riscrivere la storia culturale a partire da ciò che è stato rimosso.</p>
<p>Un lavoro il cui percorso affonda le radici nella sua biografia intellettuale e militante: dagli anni Sessanta delle occupazioni e dei gruppi extraparlamentari fino alla fondazione de <em>L’Araba Felice</em>, associazione culturale nata nel 1984 a Napoli, vera fucina di sperimentazioni poetiche, di ricerca sulle scrittrici del passato, di performance vocali e progetti di lettura. Un laboratorio vivente dove la poesia si è fatta gesto, la voce si è fatta corpo, la scrittura si è fatta poiein, forma di vita e di resistenza.</p>
<p>Non si può leggere Santoro prescindendo da questa storia: la sua parola nasce dalla convinzione che il linguaggio – se abitato criticamente, se attraversato dalla soggettività femminile – possa ancora oggi generare spostamenti reali. Che evoca chiaramente nella forma dei suoi versi, inquieta, talora prostrata, non irregimentata, deviante, sempre razionale nelle sue stilizzazioni e contratture aperte, e irruente nei suoi neologismi di parole che si accavallano per l’urgenza del dire. Ed è proprio questo il dono più grande della sua opera: ricordarci che scrivere, per una donna, è sempre anche <em>riscriversi</em>, rompere il silenzio, affermare una presenza irriducibile.</p>
<p>Ne è conferma l’ultima sua raccolta di poesie dal 2017al 2024, <em>Echi di slittamenti (forse) irreversibili</em> (Puntoacapo 2025), dove Anna Santoro costruisce una parola poetica che non si accontenta di nominare il mondo, ma lo attraversa – con lo sguardo, con il corpo, con la memoria, con la lingua. La scrittura nasce da un&#8217;urgenza insieme sensoriale e storica, capace di farsi luogo di resistenza etica, politica e femminile.</p>
<p>Ognuna delle cinque sezioni della raccolta – scandita da titoli densi di implicazioni – segna una soglia esperienziale, una diversa declinazione di ciò che significa vivere dentro il tempo, nel corpo e nella storia, tra le fenditure di ciò che si perde e di ciò che resta.</p>
<p>Il libro si apre con una dichiarazione di principio percettiva e ontologica: prima sono gli occhi. È da lì che parte la conoscenza, è da lì che si offre e si riceve la vita, in tutta la sua densità. Il corpo si fa centro della soggettività poetica:</p>
<p>«Se il mio corpo è io / se ciò che guardo / annuso e tocco / assaporo e ascolto / è sempre io».</p>
<p>Non c’è distanza tra la vista e l’essere: lo sguardo è identità, è esposizione. Gli occhi sono memoria, ma anche apertura radicale verso l’altro e il mondo. La poesia nasce come testimonianza incarnata, rifiuto di ogni neutralità: vedere è prendersi carico, è resistere al silenzio e all’indifferenza.<br />
Ma lo sguardo non basta. Nella sezione successiva – <em>Mordo questa storia</em> – la poesia si fa più esplicitamente militante e storica, nella ricerca di luce: «Mordo questa storia e aggiungo o strappo pezzi / a comporre il puzzle per un disegno di eventuale verità».<br />
Non è solo osservazione, è intervento, masticazione della realtà, atto fisico e simbolico insieme. La Storia diventa corpo da affrontare, da interrogare, da ferire con la parola:<br />
«Ci trovammo in una Storia che / non ammetteva evoluzioni e / non lo capimmo / adolescenti / Solo più tardi assistemmo al sole / in piena notte colpire montagne di / lampadine rotte».</p>
<p>Il linguaggio franto e visionario disegna la frustrazione di una generazione, lo spaesamento di fronte al fallimento delle promesse collettive. Ma la voce non si rassegna: morde per cercare senso, per ridare corpo alle genealogie negate, alle lotte oscurate, alle presenze marginalizzate. Santoro scrive dentro la storia, e con ciò sceglie una posizione.</p>
<p>Questa tensione tra personale e politica si concentra in modo più intimo nella sezione <em>Vita che scortichi</em>, dove la vita, «vita maligna», è vissuta come esperienza a pelle viva, come successione di colpi che lasciano il segno. La scrittura qui è testimonianza della fatica del vivere («I giorni scavano radici / le notti riempiono le / buche di ricordi», soprattutto nella sua declinazione femminile: la cura, la rinuncia, la sopportazione, ma anche la dignità mai abdicata.</p>
<p>La poesia si fa carne che sente, respiro che persiste nonostante tutto, corpo che non si sottrae alla propria esposizione. Non ci sono ornamenti, solo una verità quotidiana, dolorosa e irriducibile.</p>
<p>Con <em>Non è pranzo di gala</em>, Santoro rivendica apertamente il carattere scomodo e necessario della parola poetica. Riprendendo ironicamente la celebre frase maoista (&#8220;La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un&#8217;opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un&#8217;insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un&#8217;altra), denuncia ogni illusione estetica: la poesia – come la rivoluzione – non può essere gentile, né elegante, né indolore. Deve sporcarsi, disobbedire, urtare.<br />
Il tono si fa qui sarcastico, rabbioso, lucido: la poeta guarda al presente con disincanto ma senza resa, restituendo la frantumazione morale di una società votata al cinismo e alla disuguaglianza. La scrittura diventa spazio critico, urlo misurato contro le storture del potere, contro l&#8217;appiattimento dell&#8217;etica, contro la spettacolarizzazione della violenza. Mentre persiste intatto l’amore per il creato: «ancora m’innamoro della vita», «incantata mi perdo nel- / l’acqua e nel pensare».</p>
<p>Più rarefatta, e elegiaca la sezione <em>Puntuale ti presenti</em>. Dove il dolore non cede mai al lirismo facile. Il “tu” che arriva, puntuale, è la morte, il lutto, ma anche il tempo che porta via, che sottrae.</p>
<p>La parola poetica si piega a questa assenza, la abita, ne fa spazio della memoria e della fedeltà. Non si cerca consolazione: si accetta la mancanza e la si trascrive. Si tratta di scrivere nel vuoto, ma senza mai abbandonare la dignità del gesto.  Anche quando tutto si svuota, resta il rito della parola, come atto minimo di permanenza. Anche futura: «E chissà dove andrà questa testa / così piena / dove riprenderanno vita le / visioni / che lì sono catturate / come si manifesterà la mia allegria».</p>
<p>A suggellare la raccolta con una estrema concentrazione l’appendice con i <em>Landays</em> e gli <em>Haiku</em>. I Landays, distici brevi e mordenti nati nella tradizione pashtun femminile, si trasformano in epigrammi di resistenza, laceranti e orgogliosi:</p>
<p>«rossa una mano sul fianco / bianca stupivi di tanta ferocia».</p>
<p>Due soli versi per dire corpo, stupore, sangue, violenza. Due versi per dire il mondo.</p>
<p>Gli Haiku, invece, rovesciano l’energia in una sospensione contemplativa:</p>
<p>«Sul mio viso vento e pioggia / sogno calore e riposo / scrutando la notte».</p>
<p>La poesia diventa qui soffio, paesaggio interiore riflesso nella natura, ma non smette di interrogare la realtà. È uno sguardo silenzioso e vigile, che raccoglie la fugacità delle cose per offrirle, senza commento, al pensiero. Di chi ancora conosce l’incanto della vita.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Overbooking: Cetta Petrollo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/03/01/overbooking-cetta-petrollo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Mar 2025 06:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Concetta Petrollo]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Cavalera]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Nadia Cavalera</strong><br />E allora, ecco la poesia di vita. Non un rifugio astratto, ma un percorso concreto, un intreccio di memoria, affetti e pensiero critico. Un modo di abitare il tempo, radicandolo nella storia e aprendolo alla speranza della solidarietà.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-111634" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Petrollo_Guardaroba.png" alt="" width="1128" height="709" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Petrollo_Guardaroba.png 1128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Petrollo_Guardaroba-300x189.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Petrollo_Guardaroba-1024x644.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Petrollo_Guardaroba-768x483.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Petrollo_Guardaroba-150x94.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Petrollo_Guardaroba-696x437.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Petrollo_Guardaroba-1068x671.png 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/02/Petrollo_Guardaroba-668x420.png 668w" sizes="(max-width: 1128px) 100vw, 1128px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Guardaroba di poesia per custodire la vita</strong><br />
di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Nadia Cavalera</strong></p>
<p>La poesia è infinita, mutevole, onnipresente. Esiste in tante forme quante sono le vite che abitano questa terra. E, che lo si voglia o meno, essa rivela sempre la vera natura di chi la genera. Può essere autentica o artefatta, spontanea o manipolata, ma resta comunque lo specchio della vita di chi la esprime. Perché – e non mi stancherò mai di ripeterlo – poesia e vita sono due facce della stessa medaglia.</p>
<p>Poesia è l’estrinsecazione in libere azioni che il soggetto cerca di fare della propria esperienza, che va dalla nascita alla morte. Poesia è la definizione della vita, un soffio tra le due estremità, un mosaico fragile e potente di attese, errori e invenzioni, che io chiamo, semplicemente, senza volontà di sminuirlo, “passatempo”.</p>
<p>Ma scrivere – e vivere poeticamente – non è solo un atto individuale. È anche un gesto di connessione, uno scavo interiore che diventa ponte verso gli altri. Nessuno porta la propria vita da solo, ci ricorda Hölderlin. La poesia è quindi una forma di solidarietà, un’azione concreta per costruire legami in un mondo sempre più frammentato. Eppure, questa solidarietà è spesso dimenticata, lasciando l’umanità in una condizione di precarietà che la spinge, oggi più che mai, sull’orlo del baratro.</p>
<p>Le parole, unite in un abbraccio globale, sono le uniche armi di difesa concesse per resistere. Un sogno? Un’utopia? Forse, o certamente. Ma senza sogni, non c’è lotta. Dobbiamo crederci, dobbiamo impegnarci, perché solo coltivando la parola possiamo preservare un mondo che non sia preda del denaro, che distrugge le sane radici ovunque penetra, come ricorda anche Simone Weil, ma lo domini e cerchi di risvegliare quei preziosi principi fondati sul rispetto, sulla cura, sulla consapevolezza.</p>
<p>E questa cura deve partire dal mondo vicino a noi, dalla realtà quotidiana che ci circonda. Osservarla, raccontarla, custodirla: questa è la cifra stilistica e umana della scrittura di Cetta Petrollo., poeta e narratrice da oltre quarant’anni. Compagna del &#8220;novissimo&#8221; Elio Pagliarani, ha fatto della parola uno strumento di identità e resistenza. Con orgoglio, ha rivendicato la specificità delle donne della sua generazione, cresciute con la consapevolezza di una diversità da affermare, piuttosto che da omologare a modelli maschili.</p>
<p>Ma il suo sguardo non si limita alla denuncia. Nella contemporaneità, coglie il rischio di una perdita della fierezza femminile, inghiottita da dinamiche consumistiche. La sua è una generosità che non si misura in denaro o beni materiali, ma in tempo, attenzione, ascolto. Una pratica costante di partecipazione alla vita degli altri, dai grandi intellettuali fino ai lavoratori più umili. Un atto di cura autentico e concreto.</p>
<p>A testimoniarlo è la sua corposa auto-antologia, &#8220;GUARDAROBA. Tutte le narrazioni e le poesie 1979/2021&#8221; (Zona, 2024, con introduzione di Loredana Magazzeni). Già dal titolo, che coniugato al femminile, “la guardaroba” (come era in origine, comprendendo pure l’attuale “guardarobiera”) indica non solo la stanza di un’abitazione per lo più arredata di armadi dove si conservano vestiti, biancheria e roba simile, ma anche la persona che attende alla loro custodia. “Guardaroba” è dunque l’insieme di abiti vari, di lenzuoli, asciugamani, coperte, tovaglie, coperte, centrini, pizzi e merletti di casa Petrollo («La casa è la mia più recente identità, il centro intorno a cui ruota tutto il resto») ed è Petrollo stessa, loro attenta vestale. Che ce li presenta nelle forme varie della sua scrittura, spaziando dagli  epigrammi, ballate, stornelli, haiku e sonetti (apprezzati dacché al Laboratorio diretto da Pagliarani nel 1978 aveva scoperto «che la gabbia metrica e la costrizione della rima e delle sillabe servivano a contenere l’effusione sentimentale, a rendere meno dilagante l’io, a solidificare la scrittura rendendola lontana dallo sfogo umorale e privato») alle ricognizioni in dialetto romanesco; dalle molteplici favole notturne e non agli intensi e coinvolgenti recitativi d’amore, alle cronache di artisti e intellettuali nell’Italia del secondo novecento; dalla scrittura deformata per una presa in diretta delle storie rumene ai delicati lasciti poetici, dedicati al nipotino.</p>
<p>Il suo registro è sempre vibrante: colloquiale e familiare, brillante e musicale, a tratti ironico, a tratti giocoso, ricco di leggerezza.</p>
<p>Petrollo, nata Maria Concetta, e divenuta Cetta, per «ghiribizzo nordico» della madre «dettato dall’amica bolognese» e tale rimasta tra le possibili varianti (Concettina-Tina-Cetta-Connie-Concezion-Cetty): «due sillabe puntate e puntute ma con la a finale che non si schioda. No, non si schioda». Ebbene Petrollo ha fatto della parola la sua casa. Ma non si è limitata a raccontare esperienze: le ha custodite, protette e trasformate in un atto d’amore per le persone, gli animali, i luoghi e perfino gli oggetti.</p>
<p>Tra questi, i libri occupano un posto speciale. Dal 1978, quando ha iniziato a lavorare in biblioteca, li ha considerati creature vive, da curare come si curano le cose più preziose: «Ero così felice! Toccare con le mani i volumi per un lavoro che, secondo me, era importantissimo, sapere cioè se stavano dove la scheda indicava che fossero, se erano in buone o in cattive condizioni, proprio come avrei fatto a casa mia, solo che questi erano libri di tutti e questi tutti si fidavano così tanto di me da darmeli in consegna e aspettare che io mi prendessi cura di loro!»</p>
<p>La gioia della cura è sempre sottesa in questa testimonianza di vita vissuta («Mi porto dietro il mio passato / Con qualche tarlo antico / Che a ogni primavera si rinnova») perché «Quando si cura la vita, non si può pensare ad altro». Non ci «si schioda».</p>
<p>E allora, ecco la poesia di vita. Non un rifugio astratto, ma un percorso concreto, un intreccio di memoria, affetti e pensiero critico. Un modo di abitare il tempo, radicandolo nella storia e aprendolo alla speranza della solidarietà.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Con testi</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Cetta Petrollo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fiore di rosa</p>
<p>quanto cara mi sei</p>
<p>mente orgogliosa!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Del cibo faccio a meno</p>
<p>ed anche degli ossequi</p>
<p>c’è un punto interno</p>
<p>fra il respiro e il ventre</p>
<p>e quella sono io tranquillamente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Mi porto dietro il mio passato</strong></p>
<p>Mi porto dietro il mio passato</p>
<p>Con qualche tarlo antico</p>
<p>che a ogni primavera si rinnova</p>
<p>sottotraccia il profumo nella casa</p>
<p>di quando noi eravamo.</p>
<p>Così fa la ginnastica</p>
<p>il cassetto rivelando</p>
<p>le pipe ancora calde</p>
<p>(e cenere mai buttata).</p>
<p>Vorrei dirlo per tutti</p>
<p>ma non sono capace</p>
<p>e lo dico per me</p>
<p>e per un pedigree</p>
<p>che faccia storia.</p>
<p>Ancora trent’anni al secolo</p>
<p>(già sorpassato</p>
<p>da questo tavolino d’antiquariato).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Vico Palla</strong></p>
<p>Mi dice che la odia. Me lo dice troppo. Fra di noi una bottiglia di</p>
<p>vino, due bicchieri. Fra le mani ho un riccio di mare, bruno, lucido.</p>
<p>Pieno di aculei robusti. Lo tengo saldamente. Quando voglio ho polsi</p>
<p>forti e dita brunite, si confondono con le spine.</p>
<p>Il menu è scritto col gessetto sulla lavagna e lui e il mio compagnuccio.</p>
<p>Cosa vuoi che sia caro. Fammi aprire questo riccio. Non ho coltelli</p>
<p>dietro. Meno male che non vedi che ho il corpo nudo.</p>
<p>Ho una capanna per tutti i miei mari.</p>
<p>Le acciughe fritte di vico Palla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Amicizia</strong></p>
<p>Certe volte parliamo della morte. La morte si è infilata verso una</p>
<p>passeggiata per piazza De Ferrari. Dove eravamo danzanti, barcollanti.</p>
<p>Lei più giovane. Io quasi sua mamma.</p>
<p>Certe volte parliamo di camere ardenti e di percorsi che furono nostri,</p>
<p>a tratti portate da treni lenti come diligenze che attraversano il deserto</p>
<p>del cuore.</p>
<p>Certe volte parliamo di torri e di mare e di burrasche e di questo</p>
<p>mare di sassi simile, dissimile ai nostri.</p>
<p>Certe volte parliamo di biglietti che volarono da lui a lei da lei a</p>
<p>me, provenienti da percorsi invernali mai superati, una pioggia d’amore</p>
<p>sempre uguale.</p>
<p>Certe volte ci scambiamo versi che furono da lui a lei da lui a me.</p>
<p>In un andare errabondo che non vogliamo dimenticare.</p>
<p>Certe volte parliamo di lui.</p>
<p>Del suo corpo, del suo modo d’amare, del suo incistarsi nei buchi</p>
<p>Dell’abbandono.</p>
<p>Certe volte ancora lo amiamo.</p>
<p>Ci ritroviamo nella stessa casa dell’esistenza. Che è sua. Che è nostra.</p>
<p>Certe volte ci teniamo per mano.</p>
<p>Amicizia fra donne. Passione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>All’epoca che le fanciulle 16 (racconti serali)</p>
<p>E finalmente il cielo aveva iniziato a prendere un ritmo, un ritmo</p>
<p>tranquillo dove le lune andavano e venivano e le stelle si muovevano e</p>
<p>il respiro si alzava e sollevava, il respiro di tutto il cielo verso la spiaggia</p>
<p>e dal cielo continuavano a srotolarsi racconti come scie luminose</p>
<p>che si allungavano e ad ogni scia si mostrava un percorso di vita sicché</p>
<p>dai cassetti esse tiravano fuori le storie, storie piene di immagini e</p>
<p>stavano lì a vita spalancata a raccontare le storie ad ascoltare quelle altre</p>
<p>di storie che piovevano dal cielo in ispidi, scontrosi, percorrenti,</p>
<p>amorevoli, talvolta irosi, racconti serali.</p>
<p>Che la pioggia di racconti era poi una pioggia d’amore.</p>
<p>Che certo non è che si mostri subito una vita.</p>
<p>Non si impara subito una storia.</p>
<p>Con pazienza.</p>
<p>Né è facile raccontarla.</p>
<p>Con pazienza.</p>
<p>Ma certo tenendosi per mano sotto un cielo che respira può essere</p>
<p>più semplice.</p>
<p>Oppure meravigliosamente complicato.</p>
<p>Può essere tutto.</p>
<p>E il vento determinato dell’avvio le lascia sulla porta di casa con lo</p>
<p>zaino sulle spalle.</p>
<p>Perché le fanciulle osano ascoltare le storie.</p>
<p>Chiusura delle sedici fanciulle sotto al cielo.</p>
<p>Inizio del viaggio.</p>
<p>Che scivola verso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mio nipote si sposerà a Farfa</p>
<p>in una bella giornata di sole.</p>
<p>Non so se potrò partecipare.</p>
<p>Forse, se il mio stomaco</p>
<p>me lo permetterà</p>
<p>ed io darò il permesso</p>
<p>a me stessa di arrivare al secolo.</p>
<p>(A dire il vero non so nemmeno</p>
<p>se si sposerà e se sposerà</p>
<p>un uomo o una donna</p>
<p>ma credo che in fondo parteciperò).</p>
<p>Per questo lascio</p>
<p>la mia impronta calda</p>
<p>su questa panchina di pietra</p>
<p>di fronte all’Abbazia.</p>
<p>Perché la pietra è intelligente</p>
<p>e io sono seduttiva</p>
<p>(la pietra conserva la memoria</p>
<p>e mio nipote si siederà</p>
<p>su questa pietra</p>
<p>a Farfa, un giorno</p>
<p>in una bella giornata di sole).</p>
<p>Disegni sul muro bianco</p>
<p>ridendo senza paura</p>
<p>dico basta ma senza convinzione</p>
<p>e penso che non farò</p>
<p>mai ridipingere il muro</p>
<p>che resterà li come il segno</p>
<p>delle crescite</p>
<p>e mi terrà compagnia</p>
<p>quando sarà difficile alzarsi</p>
<p>il mondo divenuto solo una casa</p>
<p>ma quanto chiassosa</p>
<p>quanto colorata</p>
<p>con i segni ardimentosi</p>
<p>sopra il letto.</p>
<p>La bella pelle dell’amore</p>
<p>risplende</p>
<p>così abbiamo passato l’equinozio</p>
<p>e la bella pelle dell’amore</p>
<p>risplende</p>
<p>risplende tranquilla senza fretta</p>
<p>mentre solo su un fianco</p>
<p>dimostra il suo bilico</p>
<p>la bella pelle dell’amore.</p>
<p>Intanto mi hai tenuta</p>
<p>nella bella pelle dell’amore.</p>
<p>(Amor che dato sia</p>
<p>casto mi prende)</p>
<p>[…Ì  il corpo si ritrae sponda seconda</p>
<p>alla fase seconda della luna orgasmo che non sarà</p>
<p>e io me ne starò distesa</p>
<p>incinta di parole?</p>
<p>Ma s’è aperto il passaggio</p>
<p>corrispondenza del sé</p>
<p>corrispondenza del sé riscaldandosi l’aria</p>
<p>appena appena sulla brace del camino</p>
<p>riscaldandosi l’aria</p>
<p>(il tuo ascolto è un porto</p>
<p>dove passo e ripasso</p>
<p>allentando gomene)</p>
<p>(valve che nuovamente riapro</p>
<p>nuove valve ogni volta)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Aprilie</em></p>
<p>Pasqua</p>
<p>Roma 3 aprile</p>
<p>In pasticerie di Lepanto sono uova di pasqua grandi con tule rosa,</p>
<p>azuro, tuti colori, in bar, alimentari e fermata metro e poi uova picole</p>
<p>di ciocolata quale costa come una giornata a fare pulizie, baby sitter o</p>
<p>in cucina alo Spiedo come mia cugina Dorina picolina quale pulisce</p>
<p>verture e pela patate poi mete divisa rosa con fioco dietro e serve a tavola</p>
<p>seria e non parla, senza prattica, senza permeso, a paura, e clandestina,</p>
<p>vuole fare atrice.</p>
<p>Veramente non vivo con lei, dormo lontano in camera con mobili</p>
<p>in grande palazo dopo Ostiense in posto dove arivano due metro, due</p>
<p>tram anche li per’o sono uova di Pasqua.</p>
<p>Mafalda chiede come sono uova di Pasqua da voi? Colorate?</p>
<p>Uova di pasqua in mio paese sono rosse! Alcune fanno anche uova</p>
<p>ricamate con prezemolo, prima prezemolo sopra, poi cipola rossa in</p>
<p>acqua e uova diventano bianche e rosse come ricamate come la lenzuola</p>
<p>quale Mafalda mete su leto. Ricamano a Botosani? A Botosani</p>
<p>no ma insegnano a lavorare terra. Anche in America dice Mafalda credo</p>
<p>non ricamano ma fanno scuola in fatoria con galine e io o visto gallo</p>
<p>grandisimo in aula di Universita quela volta che Ettore fa turne.</p>
<p>Pure mia mama Pasquina non a lenzuola ricamate a Sant’Arcangelo</p>
<p>quela volta niente ciocolata, solo uova sode da fare Pasqua cento anni</p>
<p>fa, quasi, di questa che Pasquina e morta gia da vent’anni.[…]</p>
<p>Chi l’avrebbe detto</p>
<p>Chi l’avrebbe detto</p>
<p>nel duemiladiciassette</p>
<p>vado parlando dei tuoi libri</p>
<p>e quel brutto inventario</p>
<p>che li descrive tutti</p>
<p>con i prezzi che mi dettavi</p>
<p>diventa la cosa più bella</p>
<p>che noi si sia mai fatta.</p>
<p>Acquisto slarghi d’anima.</p>
<p>La luce radente di via Margutta</p>
<p>si allunga verso questa</p>
<p>nostra periferia.</p>
<p>Un crepuscolo (un’alba?)</p>
<p>alla Carrà.</p>
<p>I decenni si distendono</p>
<p>proprio come le dediche</p>
<p>le legature in marocchino.</p>
<p>E quella lì che strillava</p>
<p>per i soldi della spesa</p>
<p>ora va incontro alla moglie</p>
<p>giovane e le dice</p>
<p>“ecco! Vedi?”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Avanguardia Vintage: l&#8217;intervista</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/04/15/avanguardia-vintage-lintervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Apr 2024 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[francesco muzzioli]]></category>
		<category><![CDATA[gruppo 63]]></category>
		<category><![CDATA[Gruppo 70]]></category>
		<category><![CDATA[Lamberto Pignotti]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Cavalera]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=107519</guid>

					<description><![CDATA[a cura di di <strong>Nadia Cavalera</strong> <br />"C’è un brano di Kafka che dice che la scrittura deve essere come un’ascia, che rompe uno strato di ghiaccio. Per cui, sostanzialmente, al povero lettore gli diamo, come dire, delle botte sulla testa."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107521" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-03-24-à-10.06.34.png" alt="" width="674" height="389" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-03-24-à-10.06.34.png 674w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-03-24-à-10.06.34-300x173.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Capture-décran-2024-03-24-à-10.06.34-150x87.png 150w" sizes="(max-width: 674px) 100vw, 674px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>RICORDI ALL’ALFABETO</strong><br />
Incontro con <strong>Lamberto Pignotti</strong> e <strong>Francesco Muzzioli</strong><br />
a cura di <strong>Nadia Cavalera<br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;"><em>Modena, 12 novembre 2017</em></p>
<p>NADIA CAVALERA<br />
A come avanguardia? Cominciamo con l’avanguardia. Si direbbe che tu prenda un po’ le distanze dall’avanguardia, anche se a me sembri proprio un poeta d’avanguardia che ne abbia, assolutamente, pieno diritto.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Bisogna mettersi in testa che cosa può significare questa parola. Cosa si intende in arte per avanguardia? In particolare ovviamente quelle forme d’arte che cercano di prendere le distanze dal gruppo, dal “grosso”, per spingersi in avanti a trovare il “nuovo”. E va benissimo. Se poi come avanguardia si intende qualcosa e poi viene, come dire, omologato e standardizzato anche dalla moda e dal mercato, a quel punto l’avanguardia diventa una cosa che serve per …per i grandi media, per i giornali in Europa e altrove, anche per le riviste d’arte, ma non va bene. Sulla parola avanguardia, avevo preso le distanze da tempo. Già nel primo convegno del gruppo 70 che è stato nel 63, in cui c’era anche Umberto Eco. E sia io che Umberto si dice che non solo è morta l’avanguardia, ma è morta anche l’arte, in quanto l’arte muore nel momento in cui la presenti, cioè appena si prospetta una novità, qualcosa che rompe quella che chiamavo la tradizione o tardizione perché appena il messaggio avviene è come se fosse classificato e quindi?</p>
<p>Se questa cosa l’hai fatta in questo momento, nel momento successivo, in teoria ovviamente ti fa vedere quello che hai fatto. Prendo allora le distanze dall’arte che viene fatta in questo momento come avanguardia, ma prendo la distanza da quello che ho fatto in questo momento io come artista, io come poeta. Cioè quella cosa che tu hai fatto secondo me, ti deve apparire già di antiquariato. Perché? Perché appunto l’arte o la poesia, la cultura eccetera non va considerata come una cosa progressiva, ma come un processo, un processo che contempla dei fatti, che sono in divenire e dei fatti invece in cui ci sono dei ritorni, per cui certe volte (non so, ne parlavamo anche per telefono), ci sono delle situazioni nel passato prossimo o remoto, che sono molto più attuali di quello che viene considerato, fra virgolette, “avanguardia” oggi.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Sentiamo la posizione di Francesco.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>L’ho espressa già tante volte… Per me la parola avanguardia ha un risvolto polemico, soprattutto nel momento in cui sentiamo dire da tutte le parti che l’avanguardia è impossibile. Se tutti continuano a dire che l’avanguardia è impossibile, allora bisogna farla. In questo senso mi sento obbligato a sostenerla, poverina, visto che è attaccata da tutte le parti. Proprio così, perché da una parte, il postmoderno dice che non ci può più essere niente di nuovo, tutto è già stato fatto, e dall’altra i neotradizionalisti accusano l’avanguardia di aver aperto la porta al postmoderno rovinando la grande arte del passato. Quindi è presa a cannonate da tutte le parti. Dopodiché è ovvio che avanguardia è una parola che tiene insieme tante cose, tante tendenze anche molto diverse tra loro. Ci sono i futurismi di ogni tipo, italiani, russi, eccetera eccetera, il dadaismo… E anche negli anni Sessanta… è giusto che Lamberto rivendichi la priorità dei verbovisivi del Gruppo 70 sul Gruppo 63, segnalando che non c’è solamente quel nucleo dei Novissimi e degli autori a loro vicini. In quel periodo ci sono anche altri autori che non sono entrati nel Gruppo 63, c’è tutto un discorso più ampio da fare. Dopodiché mi sembra importante che esista un ruolo alternativo nell’ambito dell’arte e della scrittura, che siamo soliti chiamare avanguardia letteraria. Poi certo c’è il problema del postmoderno, c’è questa teoria, portata avanti da più versanti, che dice che ormai il mondo è tutto unificato è non ci sono più sacche di resistenza. Dopodiché la storia è ricominciata. Ma questo mondo così globale è solcato da tante contraddizioni, per cui forse è ancora possibile insinuarsi dentro di esse in modi combattivi. Personalmente io, se vogliamo andare sulla metafora militare,</p>
<p>mi sento di appoggiare non tanto il gruppo che sta più avanti del grosso che sta arrivando, che sta vincendo, quanto invece vedo l’avanguardia nella figura dell’<em>infiltrato</em>, che è stato paracadutato oltre le linee. Paracadutisti che stanno lì in territorio nemico… e non sanno quando gli altri arriveranno.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>E se arriveranno …</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Quando sbarcherà il proprio esercito? Sbarcherà? E quindi mandano messaggi preoccupati.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Bella questa metafora. È proprio rispondente alla realtà.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>L’assicurazione in quei molti non c’è più, il gruppo è diventato arduo da costituire nell’individualismo imperante, però ci sono artisti che separatamente portano avanti discorsi che non sono omologati al resto della situazione.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>E questo è il bello. Eccoci alla B, il bello appunto…Che cos’è il bello per te?</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107522" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Lamberto-Pignotti-Bernini-1975.-Courtesy-lartista-e-Galleria-Artivisive-Roma-min.jpg" alt="" width="830" height="579" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Lamberto-Pignotti-Bernini-1975.-Courtesy-lartista-e-Galleria-Artivisive-Roma-min.jpg 830w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Lamberto-Pignotti-Bernini-1975.-Courtesy-lartista-e-Galleria-Artivisive-Roma-min-300x209.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Lamberto-Pignotti-Bernini-1975.-Courtesy-lartista-e-Galleria-Artivisive-Roma-min-768x536.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Lamberto-Pignotti-Bernini-1975.-Courtesy-lartista-e-Galleria-Artivisive-Roma-min-150x105.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Lamberto-Pignotti-Bernini-1975.-Courtesy-lartista-e-Galleria-Artivisive-Roma-min-696x486.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Lamberto-Pignotti-Bernini-1975.-Courtesy-lartista-e-Galleria-Artivisive-Roma-min-602x420.jpg 602w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/03/Lamberto-Pignotti-Bernini-1975.-Courtesy-lartista-e-Galleria-Artivisive-Roma-min-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 830px) 100vw, 830px" /></p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Certo… però prima volevo dire che sì, posso condividere quello che Francesco ha detto. La metafora del paracadutista va benissimo. Io qualche volta però, molto ironicamente, mi definisco “genio guastatore” (ho proprio il distintivo). Il genio guastatore, sì, è anche quello che prepara l’avanzata, ma è soprattutto (e questo è molto importante) quello che distrugge i ponti per il “grosso” che sta arrivando. Il grosso per noi, nell’arte, è il sistema, cioè l’ordinamento consolidato.<br />
Allora il problema dell’avanguardia è quello non solo di andare avanti, ma di non farsi raggiungere.</p>
<p>Le volte che l’avanguardia si identifica col nuovo…il nuovo è bellissimo. Però il nuovo è pericoloso perché se ne appropriano quelli della pubblicità, i media, eccetera. La moda in particolare, ha bisogno del nuovo, ma ha bisogno del nuovo come ricetta. Il pericolo nostro, cioè quello che abbiamo relativamente alla poesia visiva e ad altre forme d’espressione, è di essere stati un ufficio studi o un laboratorio di sperimentazione che ha fatto comodo a quelli che venivano dietro. Io qualche volta, anni fa, ho fatto delle trasmissioni televisive su avanguardia e cinema, avanguardia e pubblicità, per la Rai, che avevano coinvolto anche Argan e Dorfles. In quella circostanza siamo andati a fare delle interviste a pubblicitari come Testa, Sanna, Pericoli, Pirella e altri, che hanno ammesso di essere debitori alla Poesia Visiva, perché aveva dato loro delle sollecitazioni, delle suggestioni. Quindi, il problema è quello non solo di andare avanti ma di guardarsi alle spalle. Appunto per questo mi riferisco al ruolo del “genio guastatore”, colui che fa saltare i ponti alle spalle.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Ed è difficilissimo. Come fare ad andare avanti e impedire che altri ti vengano dietro&#8230;</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Prendendone coscienza! Perché tanto ti raggiungono. L’immagine più aderente è quella non di uno ma di due serpenti che reciprocamente si mordono la coda. Da una parte la comunicazione di massa che attinge all’arte più avanzata, dall’altra la cosiddetta avanguardia che si serve dei media per capovolgere il sistema. Il problema è: chi mangia prima la coda dell’altro?</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Per questo quelli del Gruppo 63 suggerivano poi di non farsi capire, proprio per ostacolare il sistema nel non farsi comprendere.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Io ti racconto una cosa mia personale. Quando frequentavo il Gruppo 63 non portavo mai le mie ultime cose, portavo le penultime. Questo accadeva e accade tutt’ora perché l’ostensione non fa parte dei miei interessi, tanto che dimentico di comunicare le mie ultime ricerche. Anche di recente mi capita di trovare reperti di miei lavori inediti e inutilizzati che addirittura dimentico, non per trascuratezza o gelosia ma perché l’agire creativo è sempre un flusso vitale che muove in avanti e indietro.</p>
<p>Hai visto il mio libro <em>New Vita Nova</em>? Ebbene, quel testo stava lì da qualche anno. Cioè ho diversi lavori, anche lontani nel tempo, magari poi li rivedo. Insomma, no? Mi succede qualche volta di fare delle cose che io stesso intuisco, ma non capisco. L’ultima volta quello che ho portato da te, al Premio, io lo avevo lì dagli anni 70. Queste son belle immagini mi son detto e le ho utilizzate.</p>
<p>Però, in qualche modo le ho attualizzate. Certe volte non riesco a farlo. Probabilmente non è un fatto solo mio, credo sia dell’artista in particolare che usa quel che gli capita così spontaneamente.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Per intuito?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Sì e mi sembra strano. Ti faccio un esempio. Ero a Firenze, a San Frediano, fra artigiani e bottegai e mi chiedevo che cosa erano quei profumi di legname, di cere, di vernici, cosa erano quelle vetrine caotiche dei cartolai, dei merciai; mi interessavano senza sapere perché. Poi ho capito, insomma, che invece poteva essere quella cosa che tempo dopo è stata chiamata, variamente, New Dada, kitsch, insomma, il brutto, le pessime cose di buon gusto.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Cos’è… Gozzano?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-107524" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/pignotti-1968-istruzioni-per-l-uso-1-208x300.jpg" alt="" width="208" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/pignotti-1968-istruzioni-per-l-uso-1-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/pignotti-1968-istruzioni-per-l-uso-1-150x216.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/pignotti-1968-istruzioni-per-l-uso-1-300x433.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/pignotti-1968-istruzioni-per-l-uso-1-291x420.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/pignotti-1968-istruzioni-per-l-uso-1.jpg 693w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" />Mi sorprendo io stesso di sentirmi legato ad una cosa che non so. È una cosa vecchia, mi dico, come mai? Magari dopo un certo tempo puoi anche teorizzare questa cosa. Io posso essere stato incolpato per esempio di avere scritto le <em>Istruzioni per l’uso degli ultimi modelli di poesia</em> nel ‘68, perché quel libro è stato preso come un ricettario per fare poesie visive. Ma non è, non è più la poesia visiva di avanguardia degli anni sessanta. Allora c’era stato il surrealismo, il dadaismo, eccetera eccetera. No, invece la consapevolezza era che quella roba lì, rifatta a distanza di anni, che pure qualche volta era fatta bene, non era stata ancora inquadrata bene. Cioè era stata presa come arte, invece il problema consisteva nel non prenderla come arte. È un altro, un altro codice. Per questo qualche volta io oscillo tra definirmi poeta o artista.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Ti senti stretto in una sola definizione?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>No, ma è come per la parola avanguardia, quando la uso mi riferisco a quanto già detto, ma non escludo che la parola significhi la stessa cosa che intende chi ho di fronte. È qualcosa sicuramente che anche a me deve sfuggire. Quando io andavo a fare lezione, avevo ovviamente uno schema, arrivavo lì, e mi accorgevo che quello che avevo scritto il giorno prima non mi soddisfaceva più. Facevo un’altra lezione partendo da quella. Per qualcosa di istintivo, non di consapevole.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Sì, ecco ti autoaggiorni in continuazione. È un aggiornamento continuo.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Ripeto, non lo faccio perché sono un artista ma perché mi annoio.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>E quindi ti superi.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Lo facevo con la stessa, più o meno, poesia aggiornata.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>La spinta è quella.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Ecco, come ne usciamo? Col superarsi di continuo insisto. E poi quello che ho detto ultimamente, mi sembra, al museo del Novecento a Firenze: tanto l’arte non va capita, va fraintesa.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>È bella questa. Deve essere sempre uno stimolo per una interpretazione personale.<br />
LAMBERTO PIGNOTTI<br />
Come uscirne? Non so. Ecco perché non mi hanno dato il Premio Nobel.<br />
NADIA CAVALERA<br />
Beh, ci si può pensare ancora. Come funziona il Nobel? C’è qualcuno che lo suggerisce?<br />
FRANCESCO MUZZIOLI<br />
Bisogna essere tradotti in svedese.<br />
NADIA CAVALERA<br />
Tu sei tradotto in svedese?<br />
LAMBERTO PIGNOTTI<br />
No.<br />
FRANCESCO MUZZIOLI<br />
C’erano noti autori che si facevano tradurre in svedese in quanto aspiranti Nobel.<br />
NADIA CAVALERA<br />
Ah, e chi era, chi era? Vorrei saperlo.<br />
FRANCESCO MUZZIOLI<br />
Si dice il peccato e non il peccatore.<br />
LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Va bene, nel ‘58 io ho scritto sul <em>Quartiere</em> un articolo “No Bel”, in occasione della consegna del premio a Salvadore Quasimodo, che oggi è stato quasi dimenticato ma non è un poeta così brutto come lo si dipinge oggi. In quell’occasione ho escluso la mia candidatura.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Anche tu Francesco prendi le distanze da Quasimodo?</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Insomma, ora non lo so, c’è di peggio.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Forse la valutazione è stata un po’ ingiusta</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Poi ci sono sempre reazioni al Nobel.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Infatti anche Dario Fo non era accettato da tutti.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Certo. Il buffo è che la questione dello specifico letterario emerge solamente quando si è toccati nel portafoglio, per cui quando vince Dario Fo, allora insorgono “ah, non è letteratura!” Ma allora? Non si discute mai di che cosa sia la letteratura, la si dà per scontata, finché non viene fuori qualcuno che ti porta via il premio!</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>E tornando al bello, allora?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Beh, guarda, ieri sera ho letto una cosa…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>L’autoaggiornamento continuo…</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107526" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Pignotti_segun_Pignotti.jpg" alt="" width="325" height="448" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Pignotti_segun_Pignotti.jpg 325w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Pignotti_segun_Pignotti-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Pignotti_segun_Pignotti-150x207.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Pignotti_segun_Pignotti-300x414.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Pignotti_segun_Pignotti-305x420.jpg 305w" sizes="(max-width: 325px) 100vw, 325px" />Stavo sfogliando il catalogo di una mia mostra alla Galleria Clivio intitolata <em>Il mondo? Dove?</em> (2017) e ho trovato una mia poesia che dice: “Tornerò indietro per vedere se erano belli quei luoghi che da sempre furono indicati con questo attributo”. E allora mi viene da pensare che bisogna tornare a vedere se quelle cose che sono state definite belle possano ancora reggere….</p>
<p>Accanto alla poesia c’è una fotografia che immortala una ragazza con uno sfilatino di pane che si volta indietro a guardare una grande palizzata di legno alle spalle. E che cosa nasconde? nasconde gli Uffizi. A me è venuto in mente questo rapporto, tornare indietro a cosa? Sì, bisogna tornare indietro per vedere se certe opere, comprese quelle che stanno agli Uffizi, sono belle o no, se quelle che stanno fuori sono meglio di quelle che stanno agli Uffizi. Insomma, io da giovane, d’estate, quando m’annoiavo andavo agli Uffizi, tanto non c’era, non c’era nessuno, mai. Purtroppo, era un modo di fare le vacanze. Non è che andavo a vedere i quadri, andavo a vedere le cornici, oppure i cieli e come erano conservate le cose. Ebbene una volta davanti all’<em>Annunciazione</em> di Leonardo che è una tavola, trovo due forellini con la segatura dei tarli. Vado dal custode glielo comunico e lui venne tranquillamente a pulirla con uno straccio. Bene, quando si trattò di mandare l’<em>Annunciazione</em> a Pechino, la si inviò in un’apposita bacheca sottovuoto spinto. Dove sta la considerazione del bello? Il bello è quello del custode degli Uffizi, il mio, quello della speciale bacheca? L’idea del bello cambia con i tempi, come nel caso di Quasimodo?</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Tutto è relativo.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Ma si, sicuramente. Però non ci si può riferire alla relatività con quella frenesia e accelerazione che hanno caratterizzato il discorso sul postmoderno, da cui lo stesso Derrida ha preso le distanze. In un mio saggio critico, a suo tempo, avevo stigmatizzato quell’accelerazione frenetica fin dal titolo che ironicamente si domandava: “e dopo il neo-post-moderno che cosa?”.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Beh, potrebbe anche adombrare proprio questo cambiamento, un modo come un altro per indicare il cambiamento. È qualcosa che viene dopo e quindi è qualcosa anche di nuovo.</p>
<p>Bisognerebbe però inventare dei nomi per ogni cambiamento, sarebbe più giusto, altrimenti si rimane nel generico post. A me per esempio non piace l’indicazione generica di neoavanguardia. L’avanguardia è una cosa e deve essere quella sempre. Poi si caratterizza in forme diverse, a secondo i periodi e deve avere un altro nome, secondo me, ben preciso. Ecco, preferisco dire <em>I novissimi</em>, <em>la poesia visiva degli anni 60</em> nella seconda ondata di avanguardia …</p>
<p>Prima però avevi nominato qualcosa che iniziava con la lettera C. Non ho preso nota e mi è sfuggito. Quale ricordo può cominciare con la lettera C?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Non saprei…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>E tu Francesco?</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Beh, a proposito di formule a un certo punto, io ho provato a lanciare la catamodernità.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>È quasi K eh.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Un po’ certo, sì, però non ha attecchito e quindi ormai ho rinunciato.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Il catamoderno è stata un’esperienza importante. Puoi ricordarne i tratti essenziali?</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>È derivato dal moderno, ovviamente; però invece del post- il cata- parla del basso, di questa discesa verso il basso. Portare la modernità fino in fondo.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Forse non ha avuto fortuna perché ricordava catacomba, catastrofe, cataclisma. Come idea, insomma, è quella diciamo, della vecchia talpa di Marx.<br />
FRANCESCO MUZZIOLI<br />
Sì con varie sfumature.<br />
NADIA CAVALERA</p>
<p>Oddio, ma nemmeno a me stanno venendo parole con la C. Passiamo quindi alla D.</p>
<p>La prima parola che ti viene in mente con la D a cosa la colleghi subito?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Dolce, dolcezza.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>La situazione più dolce che hai vissuto?</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Hai fatto poemi con i dolci? Eat Art?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Eat Art…Ho fatto Chewing gum, Ostie di poesia da deglutire e Sweet poems; performance più o meno dolci…Ma nella vita &#8230;.le donne forse…Però in realtà ora penso proprio ai dolci. Perché io da piccolo ho sofferto molto della mancanza dei dolci durante il tempo di guerra, quindi ne andavo proprio alla ricerca. Mi fanno schifo, letteralmente, i ragazzi di oggi che li aborriscono, non so come facciano. Per me il dolce era proprio il non plus usa della felicità perché mi mancava. Tipo i bambini che rubano il vasetto della marmellata, o ingoiano lo zucchero a cucchiaiate. Passando ad altre situazioni, sì ricordo il “Dolce stil novo”.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>E dolce, per Dante, secondo te che accezione particolare aveva?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>L’accezione per lui non era sempre dolce, nel senso che da una parte c’era l’amore dolce della <em>Vita Nova</em>, ma dall’altra non era così dolce quella sua virtuale Beatrice, che insomma, non voglio dire che ne facesse di tutti i colori, ma poi neanche lui ne pensava bene, dato che sogna che lei gli mangia il cuore, cosa che nel Medioevo usava.  Pensa a Boccaccio, a quante ragazze gli viene propinato il cuore dell’amante.</p>
<p>Quindi ecco sì il dolce nell’ambito dell’arte, della poesia, anche quella del dolce stilnovo, con varie accezioni.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-107527" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/muzzioli.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/muzzioli.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/muzzioli-150x225.jpg 150w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />NADIA CAVALERA<br />
E tu Francesco…<br />
FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Dolce, o amaro… Che l’arte debba essere dolce, non so fino a che punto possa dirsi.</p>
<p>Ecco, piuttosto, ci sarebbe da tornare anche sul bello: dolce… bello. Il problema, appunto, di una certa estetica proveniente dal passato, peraltro, perché la si può far risalire fino alla <em>Poetica</em> di Aristotele con, per esempio, la questione dell’equilibrio, l’arte vista come equilibrio, quindi armonia, quindi, appunto, il suono dolce, il suono armonico, la proporzione.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Dolce come equilibrio.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Sì, la sezione aurea, per esempio. La sezione aurea esattamente è una matematica del bello, dopodiché invece è chiaro che la bellezza è storica, che è legata alle culture. Anche i nostri stessi parametri cambiano durante la nostra vita, durante i cambiamenti della società. Da cui la modernità, questa modernità da spingere fino in fondo a un altro tipo di estetica. Io la chiamo l’estetica dello strano. Pensando allo straniamento di Šklovskij che dice appunto che l’arte deve farci vedere le cose, quindi deve rompere l’abitudine. Possiamo dire quello diceva Lamberto sul grosso che è pericoloso. È il senso comune, sostanzialmente. E quindi anche la dolcezza&#8230; Che dolcezza c’è in Kafka? Forse sì, c’è, ma sotterraneamente, una dolcezza anche nell’onirismo kafkiano. Però poi chiaramente c’è un’arte che si presenta semmai sotto forma di crudeltà. E in fondo, anche nei confronti del suo fruitore, non c’è benevolenza.</p>
<p>C’è un brano di Kafka che dice che la scrittura deve essere come un’ascia, che rompe uno strato di ghiaccio. Per cui, sostanzialmente, al povero lettore gli diamo, come dire, delle botte sulla testa.</p>
<p>E questo appunto, comporta il fatto che ci sia una resistenza nei confronti di questo tipo di arte, che oggi tendenzialmente si tende a rinchiudere nel 900, per dire poi che il 900 è finito. Evviva, finalmente possiamo goderci un’arte di intrattenimento che però, tra l’altro, quest’arte di mercato, bisogna vedere fino a che punto rispetta quei canoni di bellezza del passato. Perché a loro volta i cultori della tradizione si lamentano, dicono, ma com’è brutta questa narrativa… Come scrivono male questi scrittori…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Visto che hai tirato in ballo il 900 puoi darmi, Lamberto, un giudizio sul 900? Un tuo parere complessivo?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Ma … c’è il primo 900, c’è il 900 dei futuristi, ma c’è il 900 anche degli scapigliati, c’è il secondo 900 dei novissimi, c’è quello della poesia visiva. Ma ad ogni modo, diciamo col senno di poi, che il 900 ha rappresentato forse più specificamente cosa si intenda per avanguardia. Insomma, questa parola di avanguardia prima del 900 non esisteva, quindi in qualche modo…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Quindi, potremmo dirlo, il secolo dell’avanguardia.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Seppur riscattando come abbiamo fatto, la parola avanguardia, perché il concetto di avanguardia, come dire, è un denominatore comune delle ricerche artistiche dei poeti del 900 quindi perché no? Insomma, ecco, uno può dir male del Novecento, accidenti… socialmente e politicamente almeno il Novecento è più quello delle grandi guerre, della rovina dell’Europa; questa Europa oggi avrebbe potuto fare la vita di pacchia se non avesse fatto due guerre mondiali. Invece no, si è proprio autodistrutta masochisticamente con queste due guerre.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Allontanando la possibilità di una qualche felicità. E per te cos’è la felicità?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Beh, quello là, l’amore.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>In generale quando dici Felicità, a che cosa pensi? La prima cosa è amore?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Agli amori,</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Quindi la felicità è legata agli amori.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Sì, ma per me possono essere vari i momenti di felicità. Per esempio quello che noi stiamo facendo ora probabilmente non è solo una chiacchierata. Ma una forma d’arte. Anche sorbire o assaggiare il tuo brodo vegetale durante un pranzo d’artista, no? Quindi per me la felicità è varia, tutto ciò che mi piace mi dà felicità. Ovviamente incontrare degli amici come oggi. O piacevoli incontri al femminile.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Ieri eri particolarmente felice con l’assessora Guadagnini, palesi avances sul palco.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>No, m’ha fatto piacere di trovare un rappresentante ufficiale della cultura, che sia anche una rappresentante della bellezza. Beh sì io ovviamente preferisco la bellezza femminile, preferisco le veneri agli apolli. E poi penso, ecco che sostanzialmente, quando si parla di bellezza, si identifichi la bellezza, in arte, al femminile. Magari forse sto buttando giù come un’overdose questa mia impressione, ma penso che la bellezza sia femminile.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Ma credo che si desuma anche da quei tuoi lavori che hai fatto dal 72 al 78.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Beh sì, bene o male, ho usato diciamo delle belle ragazze. Ma per un altro motivo.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Forse, però, per recuperarle e quindi toglierle dal loro ruolo.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Le hai anche un po’ cancellate…</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Insomma, sì le ho cancellate…anche perché io preferisco la venere di Milo che non è intera, cioè…</p>
<p>se fosse rimasta integra o intera, praticamente sarebbe stata meno affascinante.</p>
<p>Ecco allora a me piace molto la bellezza imperfetta, cioè odio la bellezza quando è troppo. Quando è, come dire, pronunciata, ostentata, la trovo offensiva per cui in effetti diciamo che non solo nell’arte ma anche nelle donne reali preferisco che non ci sia una bellezza da rotocalco cinematografico.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Perché quella è piatta, poco significativa. La bellezza va scoperta.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Sì, ecco, a me piace la bellezza espressiva e nell’immagine femminile preferisco quella che è espressiva sì, ma che nella sua espressione abbia un qualcosa di deficitario. Ecco la Venere di Milo è un non plus ultra. Mozzate è meglio.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Un’incitazione a sfregiare, le donne vanno mozzate?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>No, ci mancherebbe; nell’arte comunque amo molto le donne intere, amo molto anche Monna Lisa&#8230;</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Potrebbe essere che così, deficitaria, la donna sia più gestibile? Forse una bellezza statuaria blocca? E l’uomo ha bisogno di sentirsi superiore, per affermarsi meglio?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>No, questa è un’interpretazione cattiva. Un oltranzismo pessimista. Può anche essere. È come per una bella poesia, serve talora essere decisamente brutta… un mio verso di centomila anni fa più o meno diceva questo: la teoria potrebbe dar significato alla poesia più brutta del mondo, almeno come estremo di una serie. Cioè se è veramente brutta, rientra nelle cose estreme. È come la maglia nera all’ultimo classificato nella competizione ciclistica del Giro d’Italia. Ambìta da chi non ha alcuna prospettiva di arrivare primo. Almeno si fa notare. Sai quante volte ho notato delle poesie proprio per la loro bruttezza?</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Un primato nuovo, quello della bruttezza. Bruttezza, Eh? Abbiamo parlato del bello e della bruttezza no.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>La bruttezza non è l’opposto del bello.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Può essere ostica.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>I “Novissimi” in particolare esprimono l’idea della comunicazione negata, cioè “io non voglio comunicare con te perché sei uno stronzo”. Invece noi della poesia visiva, non escludevamo la comunicazione. Ritenevamo che si potesse comunicare con la stessa modalità e lo stesso linguaggio dei media ma in maniera diversa.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Rivoltargli contro lo stesso linguaggio.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Per dirgli… sei uno stronzo.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>E qual è la differenza? Fra i novissimi, grosso modo, non tutti (Balestrini era diverso da Pagliarani…) e noi? Il nostro primo convegno “arte e comunicazione” verteva proprio su questo: si può comunicare, solo che bisogna comunicare in modo diverso. La funzione della comunicazione non è intransitiva ma è transitiva. Io non voglio escludere il lettore, ma lo voglio trascinare dentro.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Ma poi sono addivenuti a questa posizione anche i Novissimi. Prima erano più intransigenti, poi no. L’ultimo Sanguineti era molto comunicativo.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Sì. sì, ma dipende, ci sono degli esperimenti che hanno sostanzialmente uno scopo provocatorio per cui sono irripetibili. In parte alcune cose di Balestrini… Per esempio, il suo primo romanzo, <em>Tristano</em>, che è fatto mescolando queste stringhe narrative, per cui certamente tu lì non ti ritrovi nessuna storia, ma semplicemente dei pezzi che non combaciano mai. Oppure sì, forse il <em>Laborintus</em> di Sanguineti, ecco. E su altre cose, certamente tutto Pagliarani non è diciamo che sbatta la porta nei confronti della comunicazione. Io, però, toccherei un punto che per la lettera i andrebbe bene: l’ironia.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Ecco, sì sì bene.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Perché c’è questa definizione di Lamberto come “genio guastatore” nell’utilizzo delle forme della comunicazione di massa, ma vorrei precisare una cosa, cioè che in quel momento il linguaggio della poesia era il linguaggio degli ermetici, sostanzialmente Ungaretti, Montale…</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI<br />
Il neorealismo anche.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>C’era un po’ di neorealismo ma in poesia cosa conta?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>La distanza sociale.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Poi, Quasimodo lì che si era un po’ politicizzato, “come potevamo noi cantare”, sì, va bene, ma con gran retorica. Far entrare le comunicazioni di massa a quel punto è effettivamente far compiere alla poesia l’assorbimento di un linguaggio non poetico. C’è un’operazione esattamente di aggiornamento del linguaggio. Però, appunto, questo viene fatto attraverso l’ironia. Questo è anche un distinguo dal futurismo perché il futurismo nel primo 900, dice in fondo la stessa cosa, no? Voi parlate come se andaste ancora in carrozza, ma ci sono le automobili, ci sono gli aerei, ci sono le navi transoceaniche. È vero? La stessa cosa dice il Gruppo 70, il mondo è cambiato, ci sono le merci, c’è la televisione, c’è la pubblicità. Però, mentre il Futurismo è tecnolatrico, loro sono ironici in questa operazione, quindi in questo senso “dite al fruitore che è stronzo” perché gli dite quello che lui vede nelle comunicazioni di massa, ma attraverso questo montaggio straniante e l’uso dell’ironia. Vorrei sentire appunto Lamberto, perché poi l’ironia è pure una forma che può avere diversi modi di presentarsi, no? Ultimamente ho rivisto il nostro noto personaggio immortale quando prende in giro Schulz al Parlamento europeo, e quando il Parlamento europeo si ribella, lui dice, ma voi non capite l’ironia. Quella è un tipo di ironia che serve in qualche modo per difendersi e per dire le cose peggiori, ma con una via di fuga in modo tale da non essere poi sanzionati. L’ironia polemica è un’ironia mordente… Nel caso dei verbovisivi è sottile perché appunto l’immagine è quella, però ritagliata, contrapposta ad un’altra, montata poi insieme alla parola, perché appunto si fa poesia visiva e quindi c’è un’intersemiosi, si usa il linguaggio e si usa l’immagine. C’è un intervento che dovrebbe poi costituire la presa di coscienza, no? ma vorrei sentire Lamberto su questo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107528" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/gruppo-70-jpg_1519148092.jpeg" alt="" width="1237" height="1119" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/gruppo-70-jpg_1519148092.jpeg 1237w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/gruppo-70-jpg_1519148092-300x271.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/gruppo-70-jpg_1519148092-1024x926.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/gruppo-70-jpg_1519148092-768x695.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/gruppo-70-jpg_1519148092-150x136.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/gruppo-70-jpg_1519148092-696x630.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/gruppo-70-jpg_1519148092-1068x966.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/gruppo-70-jpg_1519148092-464x420.jpeg 464w" sizes="(max-width: 1237px) 100vw, 1237px" />LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Sull’ironia, certo. Anche questa è una cosa che ci differenzia dal primo 900, cioè dal futurismo, che è di per sé serioso, noi no. Ci siamo mostrati, in genere sempre in maniera accattivante, non per nulla io presentando, mi sembra, la prima antologia di poesia visiva, in una delle prime cose scritte parlavo di cavallo di Troia. Bisogna entrare nella Cittadella del nemico, dicevo…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Anche la serie dei francobolli credo che rispondessero a questo intento.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Tutta la poesia visiva, anche quella verbale, tecnologica, no? Essa nasce dalla poesia, prima dal connubio dei linguaggi, “la poesia me lo dice prima, la poesia me lo dice meglio” che era una forma pubblicitaria, non mi ricordo di quale prodotto. Infatti in <em>Nozione di uomo</em> c’è tutta quella parte che si chiama <em>L’industria poetica</em>, che prende proprio origine dagli slogan della pubblicità. Cosa che per esempio non mi è stata perdonata dal Gruppo dirigente di Mondadori che ha fatto le note di copertina. Ne parlano male perché io parlo male della poesia, quando dico “poesia con rispetto parlando”. Ma ovviamente ne parlavo così per far reagire i lettori. Anche qualcosa che ho letto ieri era sul fatto di presentare un tipo di poesia che non è quello, che ne so della televisione.</p>
<p>NADIA CAVALERA<br />
Una spoesia insomma.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI<br />
Per esempio Duchamp quando fa i baffi alla Gioconda non è che irride Leonardo, ma quelli che vanno a vedere la Gioconda pensando di trovarla nella forma conosciuta. Ah sì? e io ti faccio i baffi. Questo discorso non era la polemica contro il Rinascimento o contro Leonardo ma contro la massificazione della Gioconda.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Per svegliare il pubblico, lo spettatore.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Sì, certo, certo sì.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Toglierlo dall’assuefazione.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Quanto ai premi Nobel a Fo e Bob Dylan, in effetti, posso dire che non sono piaciuti neanche a me, però è vero che si è svecchiata l’idea di letteratura. La letteratura non è solo quella cosa che sta nella pagina o nel libro, ma può essere altro. Non amo né Bob Dylan, né Dario Fo, fino a un certo punto. Dario Fo mi piaceva per una cosa, perché era nato nel 1926 come me. Certo ha scritto e recitato delle cose favolose, no? Quei suoi linguaggi inventati sono strepitosi. No, la letteratura di Fo diventa un’altra cosa, diventa canzonetta, diventa sberleffo e quindi bene, in questo senso.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>C’è lo svecchiamento, comunque.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Quanto all’ironia di cui si parlava prima, non si tratta solo di ironia, ma di autoironia.</p>
<p>Era un concetto che non piaceva molto a Vittorio Sereni e ai redattori di Mondadori nel cui ambito però sono usciti prima gli scritti sulla “Poesia tecnologica” e poi due miei libri. Da Sereni, Vittorini, Montale e altri, ho ricevuto nel ‘61 anche un premio il “Cino del Duca”, che era di un milione di lire.</p>
<p>NADIA CAVALERA<br />
Però…e che hai comprato con quel milione?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI<br />
Comprai la Treccani che costava mezzo milione, e poi mezzo milione l’ho investito in titoli pubblici.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Ah, quindi li hai investiti innanzitutto in cultura.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>La Treccani, per me era cosa sacra. La Treccani è legata ad un altro ricordo, alla Biblioteca Nazionale di Firenze in cui si potevano incontrare verso la fine della Seconda Guerra Mondiale e subito dopo, le “Parole in libertà” Futuriste, i collages cubisti e dadaisti, dei libri sul neo-positivismo, certe pagine dell’<em>Ulisse</em> di Joice, dei testi di psicanalisi, qualche riproduzione dei pittori surrealisti. Confesso di aver scritto sui muri “viva la psicanalisi, viva il surrealismo”.</p>
<p>Correvano gli anni ‘42, ‘43, ‘44…arrivai alla Biblioteca Nazionale di Firenze a diciassette anni, un anno prima che vi potessero accedere gli studenti. Mi ero fatto fare un permesso da un mio professore, Luigi Fallacara, un poeta che compare fra i nomi del primo Novecento, a partire da Lacerba, e siccome ero anche piccolino di statura quando entrai mi fermarono gli addetti. Fu così che incominciai a sfogliare libri. Per farla breve, mi sono trovato sottomano le opere sia delle avanguardie letterarie e artistiche, sia i primi saggi che arrivavano su quelle stesse avanguardie. Ricordo, ad esempio, un libro illustrato bellissimo uscito nel 1938 di Christian Zervos proprio sulle avanguardie, <em>Histoire de l’art contemporain</em>. Queste le mie fonti di ispirazione. Si, erano gli anni in cui Alberto Arbasino ha poi sostenuto che bastava un salto a Chiasso per informarsi; ebbene io questo salto lo facevo quasi ogni giorno nelle biblioteche di Firenze: La Nazionale, ma anche la Marucelliana. Avendo questi supporti e queste inclinazioni scrivevo anche parole di un insolito tipo e facevo un atipico genere di “disegnini”. Li chiamavo “disegnini”. Soprattutto nell’estate quando mi annoiavo, tratteggiavo certe cose che poi ho scoperto essere post-surrealiste, post-dadaiste, post-futuriste… Parallelamente ho cominciato a buttar giù delle frasi che potevano anche sembrare, o erano poesie…</p>
<p>NADIA CAVALERA<br />
I tuoi primi passi nella poesia…</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI<br />
Ma nel ‘44 ero stato chiamato alle armi come tutti i ragazzi che avevano 18 anni. Allora, c’era la Repubblica di Salò. Io non mi presento. Renitente alla leva mi rifugiai nello studio di mio padre, posto all’interno di un ex conventino, dove si erano rifugiati altri pittori, scultori, artigiani; erano tutti antifascisti. Si trattava insomma di un covo di partigiani; vi si stampava clandestinamente «L’Unità». La fortuna volle che abbandonassi quel posto tre giorni prima che facessero irruzione i fascisti. Il tutto si trasformò in una vera e propria strage, testimoniata da una lapide. Ne ricordo ancora la data: 17 luglio 1944. Diverse persone furono coinvolte, tra cui un bambino di nove anni. Per la cronaca in quei giorni, in quel conventino, si trovava con il padre e lo zio, anche la giovane Oriana Fallaci che faceva la staffetta partigiana.</p>
<p>Come si può dedurre da quello che ti sto dicendo, mi faccio poco scrupolo di obbedire alla consecutio temporum, alla successione e all’ordinamento di tempi e avvenimenti. Come al solito tendo a procedere di palo in frasca, accostando parole che si facciano vedere e immagini che si facciano leggere.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Suggestivo.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Forse però possiamo aggiungere una cosa alla lettera F, il fumetto; perché giustamente tu ricordavi i francobolli, e c’è una tecnica che Lamberto ha usato ricorrendo al fumetto, dove non è più importante che l’immagine sia presa dalla pubblicità, dal linguaggio moderno, ma a essere decisiva è la forma fumetto. Mediante il fumetto, il linguaggio che si aggiunge e che fa parlare l’immagine (ovviamente muta di per sé) lo fa con funzioni di abbassamento parodico. Questo straniamento che abbassa il livello della comunicazione lo ricordo non solo nei francobolli, ma anche nella <em>Biblia Pauperum</em>, che mi colpì molto quando la vidi in una presentazione.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI<br />
Ah se lo vuoi ho le copie, posso fartele avere.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI<br />
Ringrazierei molto, perché effettivamente lì c’è il testo sacro spiegato ai semplici e con questi momenti straordinari demistificanti al massimo. Tant’è vero che poi, dopo avere assorbito il Pignotti, a me capita spesso di trovarmi nelle pinacoteche e di vedere l’arte, soprattutto quando è abbastanza banale, soprattutto in certe immagini sacre con espressioni molto artefatte, con gli occhi dei fumetti pignottiani. Ti ho introiettato in un certo senso e ti ringrazio per questo perché è una medicina, appunto rispetto all’arte troppo stereotipata e vanagloriosa.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>L’argomento mi interessa molto. Come hai trattato i primi versi della Genesi?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Non mi ricordo più&#8230; ma tutto cominciava con un messaggio pubblicitario.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Neppure la nascita dell’uomo?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>No, ma c’è Dio padre come regista e Cristo come uomo politico che parla al popolo.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>C’è l’ironia, anche nei riguardi della fu pop-art, credo.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>I fumetti e le foto a me servivano in quel libro per dire che è una forma di narrazione, perché in genere si concepisce l’arte visiva come qualcosa di statico.</p>
<p>Ogni quadro sarebbe, è inteso, come una storia fermata nel tempo, invece cosa prospettano e hanno di bello il fotoromanzo e i fumetti? La narrazione. E quindi mi interessa sì la poesia visiva, ma anche la narrazione, per questo sul romanzo ho detto diverse cose, già dal 1965, quando le portai a Palermo.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Al convegno sul romanzo sperimentale.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>La narrazione è tante cose, non solo il romanzo. In uno dei miei pseudo fotoromanzi appare Marx che dice “sì, sì, verrò”. Durante il ‘68 a Berlino in un Manifesto venne usato Marx in una maniera simile alla mia. Probabilmente non era conosciuta quella mia opera, però è andata così…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Coincidenze che sorprendono. L’arte è nell’aria, come già la poesia per qualcuno. E deve stimolare la meraviglia nello spettatore, nel fruitore. Che altro? M…M come meraviglia… La tua più grande meraviglia.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Quando mi è apparsa quella che sarebbe poi diventata mia moglie.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>L’avevo immaginato.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>L’ho conosciuta a casa di amici. Vado a casa loro e trovo questa ragazza, carina, ci siamo messi a parlare, lei sapeva già del gruppo 63, e poi era molto ironica. Mi ha colpito insomma. Ecco, questo è il momento. E poi ovviamente dopo qualche tempo, ci siamo rincontrati. Quindi ci siamo trovati bene e frequentati. Pensa che le prime volte che andavo con lei in albergo, seppure non si usava, le chiedevano la carta d’identità perché pensavano fosse minorenne. Sembra più giovane della sua età. Allora io avevo 45 anni, lei ne aveva 30. Sembrava una ragazzina, appunto una minorenne. Ancora oggi è molto giovanile.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Credo di averla vista una volta a Bologna ad un convegno sul gruppo 63. E tu, Francesco, vuoi ricordarci il tuo incontro con Carmela?</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Dovrei parlare? Dell’incontro con mia moglie?</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Certo. Non ne sappiamo nulla.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-107529" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/1586334172610_Ungaretti-fiumi.jpg" alt="" width="1200" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/1586334172610_Ungaretti-fiumi.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/1586334172610_Ungaretti-fiumi-300x150.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/1586334172610_Ungaretti-fiumi-1024x512.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/1586334172610_Ungaretti-fiumi-768x384.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/1586334172610_Ungaretti-fiumi-150x75.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/1586334172610_Ungaretti-fiumi-696x348.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/1586334172610_Ungaretti-fiumi-1068x534.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/1586334172610_Ungaretti-fiumi-840x420.jpg 840w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" />FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Noi ci siamo conosciuti in una biblioteca, giusto per rimanere in tema. Sì, però, vorrei parlare anche di un altro incontro, quello con le avanguardie, mi sembra interessante, perché spesso quando appunto vedo che nel pubblico si è lontani da questo tipo di testo, mi chiedo sempre, ma io come ho fatto? Come è successo? Come mai? E quindi ricordo che fu attraverso la televisione. Perché io da giovane, a scuola mi ero un po’ fissato, diciamo sugli ultimi autori, perché a scuola non si studiano mai. E il mio ultimo era Ungaretti. Io stavo lì, diciamo nell’ultima classe del liceo con quest’Ungaretti, quando a un certo punto vedo <em>L’Approdo, </em>una trasmissione televisiva. All’epoca c’erano delle trasmissioni culturali in orario abbastanza accettabile. Dove c’era la presentazione dei Novissimi e lì ho avuto questa rivelazione: ma allora c’è qualcuno dopo Ungaretti.  Poi naturalmente ci sono stati tutti gli eventi del 67, del 68, naturalmente.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Che anno era quando hai visto questa trasmissione?</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Non ricordo più bene, sarà stato forse proprio il 67, nell’ultimo anno del Liceo. Poi è necessario che questi incontri casuali fruttifichino, ci vuole una spinta che porti a voler capire delle cose. Che attorno ti dicono che non vanno bene, no, e tu per tigna ti metti da quella parte, dalla parte sbagliata sostanzialmente.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Ci vuole la predisposizione ad un’altra collocazione.</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI<br />
Ci sarebbe, alla lettera R, la parola rivoluzione. Oggi si parla di rivoluzione, l’anniversario della rivoluzione, ma purtroppo tutti i nostri problemi stanno nell’assenza di una rivoluzione anche per i giovani, cioè come fanno ad appassionarsi? Noi abbiamo avuto questo secondo momento, che poi si è rivelato anche questo poco rivoluzionario, è stata una rivoluzione fallita, però indubbiamente lì abbiamo maturato questa utopia. Quando manca questa spinta, la prospettiva del futuro, gli impulsi si possono incanalare. Oggi per i giovani qual è? Cambierà questo sistema? Loro non ci credono più. Mi pare che questo sia un punto importante anche per le avanguardie artistiche. Come fanno senza spinte rivoluzionarie? Dopodiché poi è vero che, nella storia, rivoluzione sociale e rivoluzione artistica non si sono mai incontrate, forse non si possono incontrare.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>C’è stata l’esperienza di Majakovskij…</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Majakovskij si è suicidato però, e all’inizio pure lì… I dirigenti gli dicono: gli operai non vi capiscono. C’è un brano dove Majakovskij risponde all’Ufficio della Cultura e dice che mettere gli operai in grado di capirlo è una operazione politica.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Ma ci può essere una rivoluzione pacifica.<br />
FRANCESCO MUZZIOLI<br />
Sì, indubbiamente, ma è ancora più difficile.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Perché la rivoluzione può essere una risoluzione temporanea che sembra efficace ma poi tutto rientra. Come invece creare una rivoluzione che possa essere pacifica? Non fare dei morti e basta. Una rivoluzione che possa anche stabilizzarsi in una realtà accettabile?</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Il problema della democrazia, come tu sai (sei intervenuta di recente in maniera polemica su questo tema), è di superare i propri limiti, altrimenti se tutti sono uguali, ma alcuni più uguali di altri è una democrazia sbagliata. Forse perché il demo è poi questa società ristretta…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>È ristretta molto ristretta ma c’è democrazia oggi?</p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Democrazia e rivoluzione. Occorre metterle insieme.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>No, io vorrei riallacciami al discorso di prima. Brutalmente, volevo dirti che io non sono rivoluzionario, non credo alla rivoluzione violenta. No, davvero. Penso a tutto il 68, tanto per dire. Io credo alla rivoluzione del linguaggio, per me solo questa è valida. Non credo alla rivoluzione messa in scena da quei nostri amici come Fortini, Raboni che si prestavano ad iniziative per far finta di fare rivoluzione. No assolutamente a quella rivoluzione, con l’orario, che dice sì, ci sto fino ad un certo punto, ma all’una e mezzo, arrivederci e grazie, torno a casa. No, no. Il poeta fa la sua rivoluzione col linguaggio.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Bella questa descrizione. Impiegati della rivoluzione col cartellino. Meglio puntare è vero sulla rivoluzione del linguaggio.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Sarà un caso che i poeti più rivoluzionari del 900 sono di destra? Marinetti, Pound, Celine sono di destra, però fanno la rivoluzione. Perché se tu riesci a far parlare diversamente il cosiddetto popolo, quella è la rivoluzione. Cioè devi far cambiare se vai come intellettuale, poeta. A questo proposito avrei tanto da dire, ma si svicolerebbe un po’ troppo. Solo questo. Nel 68 avevo dato luogo a Firenze, a una serie di manifestazioni sperimentali a cura dell’Associazione degli Artigiani, dal titolo “Situazione 68”, da farsi nel dicembre di quell’anno, una letteraria e una pittorica. Quella letteraria era diretta da Anceschi, quella pittorica da Dorfles. Avevano aderito tutti i poeti sperimentali (Balestrini, Sanguineti, Leonetti, Di Marco, Giuliani)…. e gli artisti più avanzati (Kounellis, Paolini, Mattiacci, Fabro, Ceroli…).</p>
<p>Ma è arrivata l’estate calda del ‘68 e si ritirarono quasi tutti. E chi venne, venne a dirne male perché disse, la rivoluzione è quella che si fa in piazza. Io ce l’ho ancora questi documenti di “Situazione 68”, manifestazione che doveva dare l’idea di quello che si intendeva o si poteva fare. Erano stati coinvolti, come ho detto, i maggiori poeti e i maggiori pittori del momento, e altri che poi sarebbero venuti fuori. Avevano aderito tutti e invece poi per certi finti barricaderi non si è andati avanti. Per me ad ogni modo la rivoluzione deve essere quella che fa cambiare, come dire, la <a href="https://www.google.com/search?sca_esv=eecfb1e247dfd8d4&amp;sxsrf=ACQVn0_3YZQbtUgjgzqRusiDxGMjGECgjA:1708019638346&amp;q=weltanschauung&amp;spell=1&amp;sa=X&amp;ved=2ahUKEwiig8D-9K2EAxWQYPEDHcZFCOYQkeECKAB6BAgJEAI">weltanschauung</a> o lo Zeit Geist, come chiamarla?</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Bene, e questa infatti è la filosofia alla base del mio progetto etico-linguistico, per il quale propongo di cambiare la parola umanità con umafeminità per garantire la presenza della donna (con -fem) nella parola che indica l’insieme delle donne e degli uomini. Ma tu non usi molti neologismi, mi pare.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Beh sì, nella poesia tecnologica, ce ne sono.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Più che neologismi, mi sembrano nomi presi dal quotidiano che prima non comparivano nelle poesie e che invece compaiono nelle tue.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Dal quotidiano ho preso la classica coppia di “maschio e femmina” e l’ho trasformata, nel titolo di un mio libro “femminista” in <em>Marchio &amp; Femmina</em>. Io ho sempre odiato la figura maschile tradizionale. Sarà che sono cresciuto con le donne. L’estate andavo a Forte dei Marmi da mia zia che era una seconda mamma. L’aiutavo nelle faccende e facevo parte di una banda di bambine che andavano a rompere le scatole ai maschi. E forse le due guerre mondiali, se fosse dipeso dalle donne non ci sarebbero state. Così la società fatta dalle donne non sarebbe stata così aggressiva. Io non solo non sono aggressivo, ma neppure competitivo.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Non tutti gli uomini sono aggressivi per fortuna, ma quelli che dettano le leggi sì.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Sto sulla difensiva, faccio contropiede e controllo l’avversario. E così sin da piccolo. Io non ho mai corso con gli altri, non ho mai fatto caso agli altri. Facevo i miei giochi e poi erano gli altri che finivano col fare i miei. No, io non andavo a fare i loro giochi. Me li inventavo i giochi.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Eri un trascinatore, insomma.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Siccome i miei studi li finanziava la zia, alle superiori io ho fatto ragioneria, e sono un ragioniere, poi dottore commercialista, ma non so fare le somme. In questa sezione di ragioneria, siamo partiti in 44 e il secondo anno eravamo 16. Questi 16 hanno cominciato a leggere Ungaretti, a sapere cosa era il futurismo e non si faceva nulla di finanziario. I docenti, per fortuna erano intelligenti.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Li trascinavi tu in questo discorso?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Il termine “trascinatore” mi sembra eccessivo. Non posso negare però che certe mie idee, che certi miei comportamenti hanno avuto particolare attenzione. Ho avuto l’attenzione spesso da persone che avevano idee diametralmente opposte alle mie. Emblematica in tal senso è stata per me la stima di Argan. Durante gli anni scolastici, a cui prima accennavo, avevo la stima affettuosa del mio temutissimo professore di matematica, materia in cui non sono mai stato capace di fare un compito scritto. Trascinatore forse no, ma neppure competitivo. Non sono competitivo, e neppure aggressivo e se corro, non è perché devo vincere. Mi farebbe anche piacere, ma lo faccio per mettermi alla prova. L’unica gara che io concepisco è quella del primato dell’ora, vincere contro me stesso. Di cosa fa quell’altro non me ne frega nulla o quasi. Anche con le ragazze era la stessa cosa. Se a me piaceva una ragazza, che piaceva anche a un altro, lo lasciavo fare. Se è più bravo di me, pensavo con un certo fastidio, se la prenda lui. Non insistevo. Peraltro ho sempre evitato di essere il primo della classe…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Sei in gara solo con te stesso. Bella questa immagine di te solitario intento a eseguire i tuoi giochi, e questi compagni di classe che facevano più letteratura che matematica…Stavi dicendo che in classe si faceva più letteratura, che matematica. Avevi un percorso segnato.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Sì, ma era una classe particolare in tempo di guerra, si poteva fare un coretto ritmato sui banchi e ballare il tip tap sulla cattedra. Mio padre poi era pittore, e qualcuno si era messo a dipingere come lui; venivano a casa mia, che allora diventava una specie di centro studi alternativo.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>È rimasta una domanda, sospesa sul collezionismo. Che cos’è per te il Collezionismo? Come mai c’è quest’ansia collezionista anche in te? E che io condivido (forse si vede anche dai lumi e gattini intorno).</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Mi interessano le cose curiose, non però il collezionismo.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Che cosa ti incuriosisce?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Mazzi di vecchie carte da gioco, dischi a settantotto giri, libri d’artista, libricini minuscoli magari della dimensione dell’unghia di un pollice, oggetti in forma di libro, carillon; ma sono partito dai santini perché mia nonna aveva un libro di preghiere dove c’erano questi santini. Mia nonna era una che stava tutto il giorno a leggere di arte in Toscana. Peraltro mi chiamo Lamberto, perché a Firenze c’è Via dei Lamberti, via Lambertesca e cose così…è un nome tradizionalmente fiorentino.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Una nonna molto legata alla storia della città.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Certo, ma…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>Parlavamo di collezionismo.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Ah, ecco allora la prima forma di collezionismo sono state le immaginette devozionali. Ma guarda quanto sono belle mi dicevo…</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>I santini. E quanti ne hai?</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>Non è la quantità che conta. Ho dei santini, alcuni veramente belli a vedersi, proprio belli, altri li vedo legati all’inizio della storia delle avanguardie. Il collage e il fotomontaggio nascono dai santini. C’erano monache che facevano questi lavori, incollavano di tutto, non solo carta, ma anche perline, pagliuzze dorate, stoffe e piccole fotografie. È nell’ambito del dadaismo che il fotomontaggio è diventato una forma d’arte, derivato da certe stampe popolari, che le avanguardie, appunto, guardano con altri occhi.</p>
<p>NADIA CAVALERA</p>
<p>…erano oggetti normali, comuni, insomma, che vengono trasformati in oggetti artistici.</p>
<p>LAMBERTO PIGNOTTI</p>
<p>A guardarli oggi certi santini sembrano anticipare addirittura l’arte povera, il concettuale…Io conservo un santino con dei fiori secchi incollati che dicono raccolti sull’orto di Getsemani, un altro con listarelle di legno che dicono di provenire dalla croce di Cristo. Per l’occhio del fedele la cosa non è simbolica, ma reale. Dipende dalla lettura che se ne fa. Non solo nei santini l’arte sacra può essere letta come pornografica: le estasi e i tormenti di qualche santa vergine seminuda sconfinano alquanto in amori sacri e profani.<br />
NADIA CAVALERA<br />
Ma io non li conoscevo sotto questa forma. Li devo riconsiderare. Ma passiamo per concludere alla lettera V. V come valore?<span style="text-decoration: line-through;"><br />
</span>LAMBERTO PIGNOTTI<span style="text-decoration: line-through;"><br />
</span>Valore, direi ma non mi evoca niente.<span style="text-decoration: line-through;"><br />
</span>NADIA CAVALERA<span style="text-decoration: line-through;"><br />
</span>E Venezia?<span style="text-decoration: line-through;"><br />
</span>LAMBERTO PIGNOTTI<br />
Niente. Ciao Venezia&#8230;. Niente, non so.<br />
NADIA CAVALERA<br />
Francesco cosa ti evoca la lettera V?<br />
FRANCESCO MUZZIOLI</p>
<p>Io direi Voce. La voce ci porta a considerare l’altro ramo dell’opzione verbovisiva che è la poesia sonora. <span style="text-decoration: line-through;"><br />
</span>NADIA CAVALERA<br />
La voce. Sì, è vero, voce.<br />
FRANCESCO MUZZIOLI<br />
La poesia sonora è l’altro ramo, parallelo alla poesia visiva. Forse Lamberto l’ha praticata meno, attraverso la performance, però, è stato anche vicino ai poeti sonori. Anche la poesia sonora è stata eminentemente sperimentale, sia nel versante del vocalizzo puro e dell’uso delle parti meno significative della parola, sia nell’avvicinarsi al teatro. Credo che la lettura a voce sia diventata un veicolo possibile della poesia. La poesia se resta nel libro ormai è, come si dice, lettera morta e quindi certamente i poeti penso siano stimolati alla recitazione; certo la lettura a voce può essere fatta (e spesso è fatta, effettivamente) in modi banali, però è comunque un veicolo importante. Attraverso il video, per esempio, si potrebbero certamente realizzare delle presentazioni utili a farla vivere, nella voce, la poesia.<br />
NADIA CAVALERA<br />
Molto praticata dagli anni 80 in poi. Penso di sì, potrebbe essere quello l’aggiornamento della poesia futura.<br />
FRANCESCO MUZZIOLI<br />
Dopodiché, succede che gli attori fanno un servizio ai poeti non sempre buono, perché quando l’attore va a leggere la poesia, siccome non è pagato, non l’ha mai provata. Aggiunge la sua tecnica e non sempre capisce quello che sta leggendo. Appunto, si dovrebbe passare attraverso gli autori… E forse gli autori stessi, stanno guadagnando in vocalità, mi sembra. Si torna all’origine. Perché la poesia nasce certamente orale, nasce insieme alla musica.<br />
NADIA CAVALERA<br />
Magrelli, se non ricordo male, sarebbe contrario, lui dice che la musica è una protesi della poesia, che la poesia dovrebbe già contenere praticamente musicalità all’interno.<br />
FRANCESCO MUZZIOLI<br />
Sono d’accordo ma diciamo che la musica potrebbe funzionare da supporto.<br />
NADIA CAVALERA<br />
Certo, si dovrebbe ritornare alle origini. Poesia e musica.</p>
<p><figure id="attachment_107530" aria-describedby="caption-attachment-107530" style="width: 1059px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-107530 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Capture-décran-2024-03-24-à-10.39.48.png" alt="" width="1059" height="719" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Capture-décran-2024-03-24-à-10.39.48.png 1059w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Capture-décran-2024-03-24-à-10.39.48-300x204.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Capture-décran-2024-03-24-à-10.39.48-1024x695.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Capture-décran-2024-03-24-à-10.39.48-768x521.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Capture-décran-2024-03-24-à-10.39.48-150x102.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Capture-décran-2024-03-24-à-10.39.48-696x473.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Capture-décran-2024-03-24-à-10.39.48-619x420.png 619w" sizes="(max-width: 1059px) 100vw, 1059px" /><figcaption id="caption-attachment-107530" class="wp-caption-text">John Samborn e Gianni Toti, 1987. Archivio La Casa Totiana gestione Poetronicart</figcaption></figure></p>
<p>FRANCESCO MUZZIOLI<br />
Sì, attraverso il video si potrebbe andare verso una sorta di arte totale, come ha fatto Gianni Toti con i suoi esperimenti di videopoesia, in anni, tra l’altro, in cui quella cosa era molto pionieristica. Quindi forse potrebbe essere un modo anche per impattare un pochino sul pubblico. Che ne dici, Lamberto?<br />
LAMBERTO PIGNOTTI<br />
Personalmente non pratico quella che viene definita poesia sonora. Ho fatto però delle letture con Gianni Fontana e Tomaso Binga. Al tempo del Gruppo 70 ho registrato in cassetta delle “poesie auditive”, con voci, rumori, musiche di consumo e messaggi pubblicitari, in cui appariva anche la voce del Papa Paolo VI, e anche quella di Celentano. Con il Gruppo 70 abbiamo fatto per alcuni anni, dal ‘65 in poi uno spettacolo chiamato <em>Poesie e no</em> che cominciava con la sigla dell’Eurovisione. L’abbiamo fatto anche a Spoleto, nel 1966, nella stessa Piazza in cui recitò Ezra Pound. Questo spettacolo, che non rientra nella poesia sonora, lo abbiamo eseguito in diverse sedi, anche all’estero, anche alla Rai. Da una trasmissione radiofonica ho registrato anche delle mie poesie lette da Vittorio Gassman in modo deludente perché non aveva capito dove stavano le virgole. Ad ogni modo io penso che la lettura di una poesia sia preferibile, non quella di un attore, ma quella del poeta che l’ha scritta. Lui sa dove spezzare la lettura, dove riprendere fiato, dove fare una pausa. Del resto la poesia è nata con i gesti, con la vocalità, magari con qualcosa che oggi è definito performance. Qualcosa che un tempo la Pizia o la Sibilla cumana, andavano cantando e scrivendo sulle foglie affidate al vento…</p>
<p>NADIA CAVALERA<br />
E al vento affidiamo noi queste parole di ricordi perché li semini lontano a rigenerarsi ancora. Grazie.</p>
<p style="text-align: left;">
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La crozza col cappellino e l’ombrellino</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/03/03/la-crozza-col-cappellino-lombrellino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Mar 2018 06:35:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Cavalera]]></category>
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					<description><![CDATA[Monologo di Nadia Cavalera Democrazia? Democrazia…E che cos’è? Secondo la definizione corrente è «la forma di governo basata sulla sovranità popolare, in grado di garantire a ogni cittadino pari libertà e i medesimi diritti civili, politici e sociali, oltre alla partecipazione in piena uguaglianza dell’esercizio del potere pubblico». Una seppur parziale realizzazione della isonomia propugnata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Monologo di <strong>Nadia Cavalera</strong></p>
<p>Democrazia? Democrazia…E che cos’è?<br />
Secondo la definizione corrente è «la forma di governo basata sulla sovranità popolare, in grado di garantire a ogni cittadino pari libertà e i medesimi diritti civili, politici e sociali, oltre alla partecipazione in piena uguaglianza dell’esercizio del potere pubblico». Una seppur parziale realizzazione della isonomia propugnata da Hannah Arendt?<br />
Pari libertà per tutti…pari uguaglianza per tutti, nella gestione del pubblico potere.<br />
Alexander Dubcek incalza: «La democrazia non è solamente la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni».<br />
Che belle parole, che possono essere smentite punto per punto per mio sommo disappunto.<br />
Parole dunque. E nei fatti?<br />
Forse aveva ragione Lenin quando diceva che<br />
«la democrazia è uno stato che legittima la sottomissione della minoranza alla maggioranza, ed è paragonabile ad un’organizzazione istituita per l’uso sistematico della forza di una classe contro l’altra, di una parte della popolazione contro l’altra».<br />
Però a ben pensarci questo poteva andare bene un secolo fa. Quando comunque la maggioranza aveva sempre ragione e la minoranza non aveva la forza di reagire e subiva soltanto.<br />
Ma ora, che le nebbie si stanno definitivamente diradando, vediamo che quella maggioranza di cittadini non esiste, non conta niente ed è stata assorbita in un gruppo di potere, che decide secondo i propri piani, per i quali non c’è bisogno neppure di voti di approvazione.<br />
Se proprio di maggioranza vogliamo parlare indichiamo quel gregge di spettatori passivi che segue, tra mance varie, il capetto di turno, e la minoranza una massa di topi decerebrati che rosicchiano le briciole, volendone altre ed altre ancora.<br />
Tutti soggetti passivi. Come mai? Lavaggio del cervello ad opera della pubblicità, che non è solo quella classica ma è quella che si esercita in tanti altri modi occulti. Ha ragione Noam Chomsky: «La propaganda è in democrazia quello che il randello è in uno stato totalitario». Tutti randellati dunque.<br />
Un popolo stordito manipolato, sradicato da quei sani valori che ancora potrebbero servire da leva per una ripresa. Un popolo orientato solo a perseguire un qualche beneficio personale (in rapporto alla capacità di ogni singolo di appropriarsi indebitamente di quanto più possibile), potrebbe essere redento da giuste leggi, è vero. Ma come muoversi, quando sono proprio queste leggi che prendono le debite distanze dai soggetti, volendoli tenere in quello stato, sottovuoto mentale?<br />
Le leggi sono lontane dal popolo, lontane dalla sua coscienza, reperto obnubilato. Così che, in maniera evidente ormai, senza neppure sotterfugi, le leggi vengono imposte dall’alto.<br />
Per mantenere l’illusione della libertà, si spendono milioni per indire i referendum popolari, che vengono sistematicamente ignorati. E per meglio domare il popolo ribelle lo si priva del lavoro, gli si toglie in parole povere la base della dignità, l’unica condizione che gli permetterebbe di pensare ad una qualche generale uguaglianza.<br />
E la disoccupazione e il precariato, nella salsa perenne dell’aleatorietà, impazzano.<br />
Questa è la democrazia? Forse sarebbe più corretto chiamarla oligarchia<br />
Democrazia è una parola simile a poesia. Di essa si dice di tutto e di più senza conclusione alcuna. Per puro indottrinamento sciorinato in ogni qualsivoglia intrattenimento.<br />
Per me?&#8230; è un reperto archeologico dei greci più creativi (i produttori di logos, circolanti nel bios politikos – ah la polis che grande fregatura!), che, a caccia di personale eccellenza, già allora vollero manipolare l’opinione pubblica, facendo passare per “popolo intero” ciò che era solo una parziale realtà, l’indicazione di un ceto, la modificazione della fratria per scalare il potere e entrare nella bulè.<br />
Non indicava certo il popolo tutto. E le donne dov’erano? e i meteci? e gli schiavi?<br />
Va bene, ammettono i capoccioni, non erano tutti tutti, ma almeno hanno cominciato l’autodeterminazione. Ah deo gratias! E gli uomini autodeterminandosi, autodeterminandosi continuamente, nei secoli dei secoli, sono finiti dove? sotto i piedi del capitalismo, che elargisce falsa libertà, quel tanto per poter essere ligi consumatori e permettere alla piovra di sopravvivere alla grande.<br />
Conoscevano bene i Greci il potere del linguaggio e giù a coniare quella parola, che poteva andare bene allora, ma coccolarsela ancora dopo due millenni e mezzo è il colmo. Fa vomitare. Tra tanti filosofi e politici nessuno riesce a pensare di meglio? Nessuno riesce a definire una forma nuova di governo? Se proprio siete antiquari rispolverate il comunismo, che sempre più giovane è. Certo con ritocchi, ok, ma sempre meglio di questo sconcio corrente.<br />
Democrazia…una crozza col cappellino e l’ombrellino, che ancora i filosofi si pettinano, scartando proprio il comunismo che ben altre soluzioni porterebbe.<br />
Non credo sbagliasse Andrzej Majewski quando ha detto che «Il più grande e geniale truffatore di tutti i tempi è stato l’inventore della democrazia». Truffatore sì.<br />
E giocate, giocate ancora con questo fantoccio senza anima, accontentatevi di scrivere migliaia di libri per pochi e senza tanta immaginazione, con la conseguenza del trionfo tronfio del capitalismo.<br />
«Niente e nessuno, neanche la democrazia, può proteggere l’umanità dalla sua propria follia» ha scritto qualcuno.<br />
E lo credo bene.<br />
Primo: l’umanità non è folle. Folle è solo quel gruppetto di maschi che dominano imponendo le loro scelte economiche di puro mercato al resto di quella che andrebbe chiamata finalmente, nel rispetto della componente femminile, umafeminità (neologismo per uomini e donne insieme, n.d.r.).<br />
Se ne fregano di qualsiasi possibile ostacolo. Lo aggirano con le parole quindi lo annientano.<br />
Secondo: non può un fantasma verminoso, vuoto e roso fermare alcunché, anzi è stato creato apposta per permettere al gruppetto di folli violenti di fare quello che vogliono.<br />
La democrazia non esiste. Solo apparenza. Anzi la flatulenza di putrefatta effervescenza.<br />
E già lo sapeva bene, nel secolo breve, Mussolini: «I Regimi democratici &#8211; diceva &#8211; possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano.»<br />
E Gore Vidal: «La democrazia dà la sensazione di poter scegliere».<br />
Illusione dunque, sensazione come impressione.<br />
Certo qualcuno potrebbe obiettare che stiamo meglio che nei Paesi Islamici.<br />
Ma questo non mi consola proprio.<br />
A parte il fatto che una parodia di democrazia può essere anche più pericolosa di una chiara dittatura perché anestetizza i cittadini, toglie loro la volontà di agire, di difendersi, a me come vivano altre culture non interessa. E comunque bisogna vedere i punti partenza.<br />
Se consideriamo i nostri e i loro, i risultati, credetemi, sono identici.<br />
Immobili loro e immobili noi. Loro sulla teocrazia, che almeno si capisce cos’è, e noi a cincischiare con ‘sto straccio di parola.<br />
Democrazia… Tra i composti con -crazia, per indicare una forma politica, è l’unica parola insulsa. Infatti se teocrazia, aristocrazia hanno ancora un senso: potere gestito dalla religione l’uno, e potere in mano ai migliori l’altro (si fa per dire, più spesso sono i peggiori moralmente, capaci delle più obbrobriose nefandezze). E persino ginecocrazia, potere in mano alle donne. Ma …democrazia..per carità!<br />
Anche Monarchia o Oligarchia hanno ancora un senso valido, per una forma di stato.<br />
Oligarchia sarebbe poi la condizione attuale con ‘sta mascherata democratica.<br />
Viviamo in una società oligarchica, gestita dal potere finanziario, che non può permettere libertà reali ma solo virtuali.<br />
Permesso ribellarsi, ma senza speranza alcuna di cambiamento. Uno sfogo saltuario per mantenere tutto come prima. E di questo sono testimonianza svariati movimenti, valvole di sfogo controllate, preventivate, programmate.  Non certo prova della forza degli ideali democratici. Che se così fosse stato, un miglioramento avremmo dovuto vederlo. Invece niente di nuovo, tutto rientrato (come nel ’68), dopo il movimento di “Occupy Wall Street”, dopo la “primavera araba”, dopo la “rivoluzione degli ombrelli” dei ragazzi di Hong Kong.<br />
Si può discutere il carattere centrale dell’economia, ma non certo osare pensare di cambiarlo, è questo il monito. Più che dimostrazione della forza eversiva dell’autonomia e dei suoi ideali democratici, sono sfoghi previsti e castrati in tempi rapidi.<br />
In democrazia il popolo è bastonato su mandato del popolo. È la pratica certosina dell’autoinganno, direbbe Carmelo Bene.<br />
Siamo in pieno neo-liberismo: il potere dei cittadini trasloca sempre più nelle mani dei privati, di pochi privati.<br />
La sovranità popolare è stata confiscata dalle lobby economiche che usano i partiti burocratizzati, fantocciati. Siamo in postdemocrazia. Per taluni. Che non hanno neppure la fantasia di trovare un altro nome. Eppure trovarlo è ineludibile se veramente si vuole creare un’altra realtà. Il nome la determina.<br />
Che fare dunque davanti a questa che per Georges Bernanos è un’invenzione degli intellettuali, e per Leonardo Sciascia una presa per i fondelli?  «Il popolo, la democrazia [&#8230;] sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all&#8217;altra e tutte le parole nel culo dell&#8217;umanità » .<br />
Che bella soddisfazione!<br />
Ma il culo dell’umanità è colmo. Eliminare la parola democrazia è d’obbligo. Così come quella di “politica”. La polis oggi è inconcepibile. Se proprio si vuole mantenere la terminologia greca, rifacciamoci all’astu, la piazza e location dei lavoratori.<br />
Basta con questa falsa crazia del popolo, ma che politici accorti, quali per me potrebbero essere solo gli astutici (gli operatori pubblici che vengono dall’astu e si muovono per l’astu) puntino su programmi che privilegino il lavoro, che è l’unico modo per dare dignità all’umafeminità.<br />
Da decenni io auspico una nuova forma di governo. Le ho dato anche un nome: ERGOCRAZIA: Potere al lavoro  (ergon in greco, n.d.r.)<br />
Ai sopravvissuti alle manipolazioni e ai possibili loro degni rappresentanti il compito arduo ma inderogabile di realizzarla.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Su &#8220;L&#8217;età estrema&#8221; di Romano Luperini</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/08/16/su-leta-estrema-di-romano-luperini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2009 05:55:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[L'età estrema]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Cavalera]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[romano luperini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nadia Cavalera L’anticamera della morte Chi volesse solo distrarsi, svagarsi, non lo legga. “L’età estrema” (Sellerio, 2008) di Romano Luperini non è per nulla divertente, nel senso etimologico originario (e quindi poi nella comune accezione odierna), ma anzi è convergente, nel senso che non storna, non allontana, ma concentra, in maniera spietata, l’attenzione del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> di <strong>Nadia Cavalera</strong></p>
<p><em>L’anticamera della morte</em></p>
<p>Chi volesse solo distrarsi, svagarsi, non lo legga. “L’età estrema” (Sellerio, 2008) di Romano Luperini non è per nulla divertente, nel senso etimologico originario (e quindi poi nella comune accezione odierna), ma anzi è convergente, nel senso che  non storna, non allontana, ma concentra, in maniera spietata, l’attenzione del lettore sull’assillo principale di ogni essere umano (che ne abbia coscienza o no), e, secondo me, anche di ogni essere vivente (sebbene non si sia ancora in grado di dimostrarlo): la morte. Inevitabile per tutti.  E così angosciante per qualcuno, come l’io narrante di questa storia, da volerla anticipare. «Mi agito mi muovo mi precipito in posti lontani. Fuggo la morte e mi accorgo di correrle incontro», (p.12)<br />
<span id="more-20445"></span><br />
È la morte  che aleggia stagnante, asfissiante tra le pagine di questo racconto lungo, diviso in tre parti (corrispondenti ai mesi di settembre, ottobre, novembre), e 20 quadri diaristici, composti da un anziano docente universitario in trasferta in America, nel decimo anniversario del crollo delle Torri gemelle.  Dove trova «le bandiere di un paese in guerra. Non più trionfali gonfie di orgoglio ferito», come dieci anni prima «ma come rassegnate a una testimonianza, a documentare un lutto e una necessità ». In una nazione che appare sempre più, secondo l’amico Robert, un «gigante caduto nelle sabbie mobili, con  il suo stesso peso che lo fa affondare sempre di più»<br />
È l’anno fittizio del 2011.</p>
<p>«Prima a Robert, poi tocca a te. Prima uno, poi l’altro. Prima i tuoi genitori, poi i tuoi fratelli, gli amici, i coetanei. A uno a uno. Sino al tuo turno», confermerà, in seguito più esplicitamente, dinanzi all’agonia di Robert stesso, il protagonista/autore (la componente autobiografica è innegabile), in piena crisi di ruolo (tant’è che, da insigne critico indulge sempre più a praticare l’ambito creativo), e fisica, per l’incalzare galoppante della senescenza, parte finale, estrema appunto, della vita, e anticamera della sua conclusione. Cui, nello sfondo, fa da perfetto pendant allegorico precostituito (incapace di sviluppi inattesi, dell’auspicato movimento rigenerativo), lo sfacelo ideale e materiale del mondo circostante. In preda, in questi anni tristi, al relativismo più bieco, alla globalizzazione più feroce, all’arroganza sfrenata delle classi dominanti, che contano sull’«efficienza del denaro e dell’organizzazione» per costruire, secondo loro, «l’eleganza, la raffinatezza della civiltà e della cultura» mentre permane  la soggezione impotente  delle classi succubi, in balia degli altrui giochi finanziari, stordite dal consumismo infiocchettato di perversi passatempi, manipolate costantemente nelle loro menti, e tenute sotto controllo con inoculazioni sistematiche del seme della paura. Antrace, influenza dei polli, terrorismo a gogò, pandemie varie, stragi di Stato, nubi tossiche. Come quella che compare anche in questo resoconto di viaggio, e che costringe tutti al  trasferimento nei centri appositi di isolamento.</p>
<p>Non il protagonista (per un «residuo di abitudine di andare contro corrente come un tic una sfida che ripeto da sempre»), che preferisce restare chiuso nel Residence EUGENIA, alle prese con l’invasione di resistentissimi forse onirici scarafaggi verdi («sopravivranno all’uomo») mentre  vede morire fuori, dopo una prima fase di supposta bellicosità, colombi  e gabbiani . Quando potrà uscire, scoprirà altri animali morti: topi, cani anche la foca che all’inizio del racconto s’aggirava tra i detriti del litorale. Saprà di uomini morti.</p>
<p>Orribilmente sfregiato nelle sue possibilità di sopravvivenza, sul baratro dell’ estinzione esso stesso, è un mondo irriconoscibile per chi, animato da una reale speranza di cambiamento, ha aderito agli ideali del Sessantotto, per vederli poi negli anni sfilacciarsi, sino a mutare e ridursi a forme egotistiche aberranti. Che non risparmiano certo il mondo accademico. Ne è esemplare conferma il “brillante” personaggio di Giorgio, il collega di  Los Angeles, che si fa scivolare tutto addosso («E la fine del mondo e io sto bene perché dovrei lamentarmi?»), anche la sparizione, ad opera della CIA,  di un suo valido assistente pakistano, pur di ottemperare al suo cinismo, fatto di rincorsa al successo, di partite a calcio nei campus (pur nel disastro incombente), moglie in carriera peraltro insoddisfatta, cene in ville con grandi vetrate, piscina e tuffi in discorsi razzistici, spruzzati da plateali dichiarazioni di non appartenenza politica, per la mancanza, si sostiene, di una proposta convincente, che comprenda tutta la realtà e spieghi con chi stare.</p>
<p>Di certo il protagonista non sta con Giorgio. I suoi discorsi lo inquietano in quanto lontani dalla sua sensibilità. «La voce di Giorgio mi attira e mi mette in allarme. Viene da un mondo che mi è estraneo che è cambiato senza di me in cui non riesco a riconoscermi. Un mondo con cui è impossibile competere o lottare perché non offre appigli e come una superficie liscia e compatta che sfugge ad ogni presa. ».</p>
<p>Rapportarsi con questa generazione che si posiziona al di là «della disperazione e della speranza » è impossibile. E se proprio costretto a un qualche pur minimale confronto, come nella gita in montagna con l’aitante collega,  meglio addirittura schermirsi  dietro la sua condizione di anziano: «Uno della mia età dovrebbe passeggiare in riva al mare leggere prendere il sole su una panchina». Che si direbbe accettata, mentre resta intollerabile Già dall’incipit: «La vecchiaia è un’appendice  in fondo al ventre. Un involto nei pantaloni, un ingombro rattrappito sul legno della panchina».  Tanto più che  si è insediata nel suo corpo subdolamente senza che lui se ne accorgesse: «Giorno dopo giorno impercettibilmente mi ero trasformato, a mia insaputa ero diventato un altro».</p>
<p>Tutto è cambiato nel soggetto interessato. La rappresentazione di sé, ancora giovanile non corrisponde alla percezione degli altri. «In me interno ed esterno non si corrispondevano più». E ancora: «Era cambiata l’idea che gli altri vedendomi si facevano di me era cambiato il modo in cui mi vedevano le donne e io ancora non mi ero accorto. Ero diventato vecchio e non lo sapevo. La mia vita non valeva più come prima invecchiando la vita perde valore».</p>
<p>Per gli altri, ma anche per lui. Si vede nudo allo specchio. Deformato: ventre gonfio, cazzo moscio pendulo incapace anche di pisciare, festoni qua e là di pelle vizza, capelli radi biancogiallastri come unti. La dentiera in mano. È la piena autosvalutazione. Ed è un fatto, la verità, non certo un’interpretazione con cui cincischiarsi futilmente.</p>
<p>L’autore, preso atto che il proprio orizzonte si è ridotto pericolosamente, vede la fine vicina.<br />
Di qui quell’aria pesante, plumbea di cui dicevo in apertura e che è, per me, l’elemento caratterizzante. Intossica tutte le pagine e non riesce ad essere rarefatta neppure dall’inserimento nella trama di un’avventura sessuale del vecchio prof con una giovane donna, già sua amante in passato ed ora moglie di Giorgio: Claudine, per lui «non solo la bellezza ma il coraggio non solo la ragione ma la passione», inseguiti per tutta la vita. Non giova ad alleggerire il clima neppure la conseguente procreazione di un’altra vita. </p>
<p>La figura di Claudine, sebbene l’autore le riservi, a piè sospinto, termini di luce, non schiarisce minimamente la scena. Non s’impone. Per fortuna. La banalizzerebbe. Rimane al racconto come la vecchiaia al protagonista: un elemento posticcio, un ingombro, il tributo pagato al bisogno di messaggi di speranza, tranquillizzanti, col rischio dell’avverarsi dell’incubo, ricorrente nel protagonista, di essere una scimmia che scrive o dipinge l’autoritratto: un altro narciso.</p>
<p>Il racconto si salva in positività nel suo essere realistica inclemente testimonianza personale. Nel suo tragico nichilismo sostanziale. Riaffermato dalla conclusione. Lui sulla spiaggia, inchiodato sul ramo di un albero contorto che cresce in orizzontale. Prostrato nella sabbia, come lui nella vita. Come la città alle spalle (nonostante le forme geometriche razionali), persa in un mondo che non riesce ad ergersi dalla sua condizione di degrado.</p>
<p>Sotto un cielo «vuoto e buio», il protagonista guarda l’oceano, futuro ignoto, in posizione apparente di resistenza estrema, ma in realtà senza più voglia di agitarsi, di fuggire, di lottare, ma solo di sparire. In flash tra Munch e Kirchner , il corpo è piegato in avanti, la testa fra le mani, i gomiti sulle ginocchia. Favorendo, come già l’America di Robert, l’affondo dei piedi nella «polvere di sabbia». Del presente nel suo continuum inarrestabile. È  pronto a morire. </p>
<p>(ROMAMO LUPERINI, <em>L’età estrema</em>, Palermo, Sellerio, 2008)</p>
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