<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>Nanni Moretti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/nanni-moretti/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sat, 01 Apr 2023 13:46:03 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Mots-clés__Aprile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/04/02/mots-cles__aprile-ivaldi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2023 05:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[aprile]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[paola ivaldi]]></category>
		<category><![CDATA[simon & Garfunkel]]></category>
		<category><![CDATA[t. s. eliot]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=101012</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi </strong> <br /> Aprile è il più crudele dei mesi: genera/Lillà dalla morta terra, mescola/Ricordo e desiderio]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Aprile</strong><br />
di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Simon &amp; Garfunkel, <i>April come she will</i> -&gt; <a href="https://www.youtube.com/watch?v=PYD-DIggB2k">play</a></p>
<p>___</p>
<div style="width: 640px;" class="wp-video"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('video');</script><![endif]-->
<video class="wp-video-shortcode" id="video-101012-1" width="640" height="360" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Aprile-2-2.mp4?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Aprile-2-2.mp4">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Aprile-2-2.mp4</a></video></div>
<p>___</p>
<p>Da:<i> Il seppellimento dei morti</i>, in <i>La terra desolata,</i> T.S. Eliot (trad. di Mario Praz, Giulio Einaudi Editore, 2007):</p>
<div>Aprile è il più crudele dei mesi: genera</div>
<div>Lillà dalla morta terra, mescola</div>
<div>Ricordo e desiderio, stimola</div>
<div>Le sopite radici con la pioggia primaverile.</div>
<div></div>
<div>
<p style="text-align: center;">___</p>
<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		<enclosure url="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/04/Aprile-2-2.mp4" length="2926076" type="video/mp4" />

			</item>
		<item>
		<title>Una malinconia inconsistente</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/03/una-malinconia-inconsistente-2/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/03/una-malinconia-inconsistente-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jun 2018 05:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[aldo nove]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[malinconia]]></category>
		<category><![CDATA[Michle Mari]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=74277</guid>

					<description><![CDATA[di Helena Janeczek (Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con uno dei redattori fondatori Helena Janeczek. La [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Helena Janeczek</strong></p>
<p>(<em>Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con uno dei redattori fondatori Helena Janeczek. La redazione)</em></p>
<div class="entry-content">
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/malinconia.jpg" alt="malinconia.jpg" width="228" height="280" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" />La “malinconia dei molti” di cui vorrei parlare è, innanzitutto, malinconia nell’accezione più debole, ma anche più diffusa del termine come può testimoniare un qualsiasi dizionario di lingua italiana. Tale “vaga e intima mestizia” figura infatti come voce chiaramente distinta dallo “stato patologico di tristezza, pessimismo, sfiducia o avvilimento, senza una causa apparente adeguata, che rappresenta una della fasi della psicosi maniacale” (1). Non tratterò dunque della malinconia che ha come sinonimo moderno la depressione: né di quella detta reattiva – dove a una causa si potrebbe anche risalire – né tantomeno di quella endogena che lascio volentieri a chi se ne occupa di mestiere.<br />
<span id="more-186"></span><br />
Ma qualcosa che per definizione rimanda alla vaghezza potrà mai essere adatto come oggetto di riflessione, anzi come oggetto tout court? Certo, la malinconia di cui intendo ragionare non è che un sentimento diffuso e fluttuante, o forse ancora più una coloritura del sentimento, una <em>Stimmung</em>. E ciononostante voglio affermare che si tratta di “malinconia dei molti”, vale a dire di un sentimento comune, collettivo. Più precisamente si tratta di un sentimento connesso a un certo tempo storico: un sentimento generazionale, di cui recano traccia i lavori di scrittori e artisti nati o almeno cresciuti nel dopoguerra. Sono questi autori e le loro opere che citerò a testimoniare l’esistenza di una malinconia che più di altre pare legata a cause sfuggenti o scarsamente significative, vaga fino all’inconsistente.</p>
<p>Sembra inutilmente complicato cercare di definire per via teorica la diffusione nel tempo e nello spazio di questa malinconia. Quindi è meglio passare subito agli esempi. Per inciso: se questi sono stati scelti nell’ambito della cultura italiana, ciò non significa che la malinconia di cui recano traccia sia un fenomeno esclusivamente italiano. Potrei trovare altrettanti esempi nella letteratura tedesca contemporanea (che è semplicemente quella che conosco meglio), ma dovrei citare testi non tradotti di autori in buona parte sconosciuti, così come sono quasi sempre ignoti all’estero gli scrittori italiani dei quali parlerò. Questo ha a che fare non solo con le condizioni di mercato cui vanno incontro i “giovani autori”, ma anche con le caratteristiche specifiche della “malinconia inconsistente”, sentimento tanto indifferente ai confini nazionali, quanto, per apparente paradosso, vincolato nella sua espressione a oggetti la cui diffusione reale o portata simbolica è geograficamente limitata.</p>
<p>Non è così per il primo nome che voglio citare, un autore che ha avuto successo anche all’estero e le cui frasi più incisive sono diventate proverbiali non solo fra i suoi fan: Nanni Moretti. Una di queste battute è il grido di dolore lanciato da Michele Apicella in <em>Palombella Rossa</em>: « “Le merendine di quando ero bambino non torneranno più! I pomeriggi di maggio! Mamma!”»(2). Il film, dove attraverso una partita di pallanuoto viene messa in scena una riflessione sul comunismo, rappresenta forse l’opera più vistosamente costruita di Moretti. Ma arriviamo al punto che mi interessa: la coesistenza del rimpianto per le merendine con un pensiero rivolto all’identità di chi si è riconosciuto in certe idee politiche. Nel successivo film, fra giri in vespa per Roma, vacanze alle Eolie e la cronistoria della lotta contro un tumore e contro i medici che sbagliano diagnosi e cure, Moretti, a scanso di equivoci sulla propria ormai manifesta vocazione all’autobiografia (3) (enunciata sin dal titolo <em>Caro Diario</em>), sbotta nel celebre urlo: « “Voi gridavate cose orrende e violentissime e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne!”»(4) all’indirizzo degli attori coetanei che interpretano una sorta di versione italiana del <em>Grande Freddo</em>.</p>
<p>Credo che parzialmente la fortuna di Nanni Moretti come campione della sua generazione – vale a dire, aldilà dei dati anagrafici, del suo pubblico – sia fondata su questa duplicità: le frasi che riflettono un sentimento e una consapevolezza etica e politica comuni e la messa in scena dei propri tic, vezzi e gusti più personali (il famoso narcisismo morettiano) com’è, per esempio, la passione per i dolci diventata un leitmotiv dell’intera produzione. Ci si riconosce non solo in chi grida a Massimo d’Alema “di’ qualcosa di sinistra”(5), ma anche in chi sogna enormi barattoli di Nutella o in chi, sentendo una canzonetta di qualche estate passata, è travolto da una nostalgia spropositata(6): ci si identifica con chi, di sinistra o meno, è portatore della stessa malinconia.</p>
<p>Ha solo pochi anni meno di Moretti (nato nel 1953) il primo scrittore che voglio nominare, uno scrittore in cui, nonostante la coincidenza di età, manca qualsiasi traccia di “impegno”. Michele Mari, nato nel 1955, coltiva anzi una scrittura iperletteraria, alta e a tratti arcaicizzante, in gran parte però piuttosto apertamente basata sull’elaborazione di cosiddetto “materiale autobiografico”. La copertina del libro da cui verrà tratta la seguente citazione raffigura, in perfetta sintonia con il titolo <em>Tu, sanguinosa infanzia</em>, una serie di torte postmoderne, tanto piene di panna e ciliegine finte, quanto sottilmente mostruose: immagine che si appaia perfettamente ai cartelli con i dolciumi giganti sospesi sulla piscina vuota in una visione onirica di <em>Palombella Rossa</em>.</p>
<p><em>“Sorrideva di imbarazzo, mio padre, mentre nel sonno di questa notte mi guardava negli occhi. C’era una porta, di fianco a noi, e quand’egli mi chiese se sapevo cosa ci fosse dietro io risposi che non volevo entrare.<br />
« Non ti ho chiesto se vuoi entrare, ma se sai cosa c’è dietro.»<br />
«Meglio che non lo sappia mai papà, se c’è qualcosa d’ignoto sarà orrendo, se c’è qualcosa di familiare sarà triste.»<br />
Ma tu insistevi, e quando hai addolcito il tuo sguardo di quella luce speciale che mi riconosce uguale a te io non ho più avuto difesa.</em></p>
<p><em>Ora che il sogno è finito ti chiedo perché non l’hai fatta davvero, questa cosa che se io sono stato tanto capace di inventare stanotte avrai ben immaginato tu pure, perché non hai osato quando ce n’era il tempo. Questo vuoto che mi rimbomba dentro, questo lutto che giorno dopo giorno ha contristato i giorni della vita mia, adesso so da dove vengono; adesso so dove fuggiva la parte più segreta dell’anima quando l’osceno mondo mi triturava.</em></p>
<p><em>«Lo conosci?» Mio padre mi stava mostrando un Winchester di cinquanta centimetri. «Acquistato il 20 dicembre 1963 in un negozio di corso Vercelli dai tuoi genitori; consegnato il 25 dicembre 1963 con il seguente biglietto: “A Mike per avermi salvato la vita – Johnny Guitar”; usato ininterrottamente dal 25 dicembre 1963 al 9 maggio 1964.»<br />
«Cosa…cosa successe il 9 maggio?»<br />
«Lo hai perso, ti è scivolato fra le assi di una panchina di piazza Napoli, e quando il nonno si è alzato per tornare a casa tu lo hai seguito senza esitare.»<br />
«È così, che è andata?»<br />
«È così. E queste, le conosci?» Sul palmo della sua mano destra c’erano tre macchinine Mercury lunghe quattro centimetri e mezzo, di ferro massiccio smaltato, una gialla una rossa una verde. Stesi un braccio per prenderle ma lui le chiuse nel pugno. «Acquistate il 18 dicembre 1964 in un negozio di via Foppa da tuo padre per conto dei tuoi nonni; consegnate il 25 dicembre 1964 senza accompagnamento testuale; usate ininterrottamente dal 26 dicembre 1964 al 19 febbraio 1968, giorno di uno sciagurato baratto di cui ti dovresti ricordare.»<br />
Se me ne ricordavo! Si chiamava Federico Colla, aveva un anno più di me e una maledetta mattina mi offrì un gioco delle pulci e uno shangai: me le offrì in cambio, sì, mi fece questa violenza, e io ebbi la debosciatezza di accettare. La sua plastica in cambio del mio ferro! Però…<br />
«Però gliene diedi solo due, di macchinine, perché quella gialla l’avevo persa in un tombino un po’ di tempo prima…»<br />
«E questo ti sembra che cambi qualcosa?»<br />
«No papà, non cambia.»<br />
«Appunto, non cambia. Tanto ti saresti pentito subito anche se gli avessi dato una sola ruota: perché era una ruota Mercury e perché era una ruota tua.»<br />
«Mia, sì, era mia.»<br />
«Non commuoverti troppo, figlio, perché siamo solo all’inizio. Altrimenti come farai vedendo cose come questa» (fra le sue braccia era comparso un fortino fatto di canne di bambù) «o questa» (il libro di Saturnino Farandola,, mezzo slegato) «o questa, o questa, o questa.»<br />
«Fermati, ti prego, pietà.»<br />
«Saturnino Farandola, quanto l’hai amato! Ma questo non ti ha impedito, un giorno, di lasciare che qualcuno si mettesse fra te e lui. Un nonno zelante che correttamente ti chiese, </em>perché te lo chiese, <em>se lo si poteva dare a un cugino piccino quel libro, tanto tu…»<br />
« Non dirlooo!»<br />
«Tanto tu ormai eri “grande”…Vuoi la data, la data esatta del tuo tradimento?»<br />
«Quel cugino, quanto lo ho odiato per quello!»<br />
«Già. E chissà se dopo di lui ce n’è stato uno ancora più piccolo, di destinatario, o se lo ha tenuto sempre con sé, il Saturnino, o se un giorno lo ha buttato nella spazzatura, ci può dirlo?»<br />
«Ma è qua, me lo hai appena fatto vedere.»<br />
«E di queste biglie, cosa m dici? In fondo non chiedevano molto spazio, un sacchettino nell’angolo di un cassetto, eppure, a un certo punto, fine: esse vengono espulse dalla tua vita.»<br />
«Menti! Sono le cose a scomparire, io per quelle biglie sarei morto, come avrei potuto abbandonarle? Le mie biglie…»<br />
«Infatti è così, scompaiono. Tutto il segreto sta nel non distrarsi mai, mai abbassare la guardia…sapere sempre cosa si ha, dove lo si ha… E ciò che hai amato anche un solo mattino, tenertelo stretto fino alla morte. Tenere, tenere, tenere…»<br />
«Non dover mai rimpiangere nulla…»”… </em>(7)</p>
<p>Come Michele Apicella rimpiange le merendine di quando era bambino(8), l’io narrante di questo racconto è schiacciato dallo strazio per la scomparsa di alcuni oggetti che simboleggiano la sua infanzia. Si tratta, in questo caso, di giocattoli e di un libro, tutti però descritti nella loro natura di cose, anzi addirittura di merci (le macchinine Mercury, il meccano nr.5, la dimensione esatta del fucile ecc.; i negozi dove furono comprati). Anche qui, come nel più breve intervento di Moretti, assistiamo a un sogno di regressione, regressione tanto apertamente esibita (Michele Apicella grida “mamma!”), quanto ambigua. E’ il modo di riferirsi ai giocattoli perduti, modalità con la quale il padre fa presa sul figlio, a indicarci con chiarezza che l’io-narrante non è integralmente quello di un bambino: da un lato c’è il terrore infantile del padre strapotente, dall’altro il padre può essere visto come il fantasma di un senso di colpa maturato dall’adulto: la colpa, appunto, di non aver saputo “tenere, tenere, tenere…” gli oggetti dell’infanzia (un’infanzia, tra l’altro, nient’affatto idilliaca, bensì “sanguinosa”); di non aver capito che la loro scomparsa e il rimpianto conseguente mettono a repentaglio l’infanzia stessa. La memoria dell’io-narrante adulto, quindi la sua stessa integrità, si presentano minate dalla perdita di anche uno solo di questi oggetti, direi quasi tragicamente minate, visto che il comportamento “sbadato” del bambino d’allora appare invece perfettamente normale. In altre parole: smarrire il tale giocattolo, smarrire in più il ricordo di averlo posseduto e poi perduto, significa perdere la risposta alla prima delle domande “da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo?” e quindi non saper più affrontare le altre due. Da qui si origina una malinconia apparentemente così sproporzionata alle sue misere cause – la scomparsa di una merendina o di un giocattolo spesso per giunta “povero”(9)- , da poter essere espressa solo attraverso delle “messe in scena” di per sé iperboliche e esagerate.</p>
<p>Certo, il motivo dell’infanzia perduta con gli oggetti che la simboleggiano ha un peso e una centralità diversa nei due esempi fin qui considerati, ma si tratta comunque dello stesso sentimento, di un sentimento, soprattutto, rappresentato con analoghe modalità; in più, anche nel caso del film Moretti, di una componente significativa dell’insieme. Per il resto non saprei quali altre somiglianze trovare in questi autori così diversi sin dalle loro premesse poetiche se non delle affinità casuali e spurie o, alla meglio, “generazionali”, ma in un senso assai più debole: perché non conta il fatto che alcune generazioni di artisti da piccoli abbiano mangiato le stesse merendine oggi non più in commercio, letto gli stessi giornaletti ecc., né, ovviamente, il rimpianto dell’infanzia, motivo fra i più antichi e universali, determina in sé una novità. Quindi, per afferrare meglio la specificità della “malinconia inconsistente”, cercherò di aggredirla da tutt’altra parte.</p>
<p><em>“L’anno che D.D. Jackson si è fatta intervistare da Jocelyn su Telemontecarlo è stato praticamente l’anno più bello della mia vita.<br />
Io, in quell’anno, ci sono andato a letto con D.D. Jackson!!!!<br />
Era il 1981.<br />
Erano anni completamente bui, quelli.<br />
A me, piaceva sempre attraversarli con quell’ansia meccanica, tipo orologio digitale che c’è nelle patatine, che dei miei amici di Varese avevano comperato. Guardi l’orologio e non sai dove cazzo. Tu, comunque, dietro a quel tempo veloce.<br />
Erano anni in cui si limonava di continuo. Oppure no. Erano anni così. Quegli anni, se li ricordo è perché cantanti come i Rockets li hanno fatti diventare un sogno immortale, e non solo i fantastici ragazzi della mia compagnia li conoscevano, ma chiunque comperava i dischi dei Rockets. I Rockets erano la versione maschile di D.D. Jackson; lei, è la bellissima cantante spaziale del mio amore eterno.”</em> (10)</p>
<p>Anche l’io-narrante di questo racconto potrebbe rimpiangere quello che sin dalla prima frase definisce “l’anno più bello della mia vita” (passati dall’infanzia all’adolescenza ci troviamo pur sempre fra i ricordi di giovinezza, comunque terreno classico per l’elegia), ma sembra che il suo sentimento si collochi esattamente all’opposto di quelli incontrati fin ora: euforico, anziché malinconico. L’autore stesso appare essere quanto di più lontano, contrario e incompatibile con quelli citati prima si possa immaginare: Aldo Nove, acclamato o detestato come “cannibale” e, aldilà di questa etichetta, campione di un’estetica “trash” come quella chiaramente espressa dal testo citato.</p>
<p>E’ fantastico, dice Aldo Nove, che la mia adolescenza sia rappresentata da cantanti come D.D.Jackson e i Rockets, da personaggi minori della tv privata, da orologi gadget delle patatine: tutte cose scomparse dalla circolazione ormai da tempo, sebbene il passato rievocato disti dal presente meno di vent’anni. Per una scelta radicale, Nove riduce la sua memoria a un serbatoio di mero “trash” e ne esalta il contenuto al punto tale da applicargli alcune delle formule retoriche più alte: “sogno immortale”, “amore eterno”. Sembra, a prima vista, una mossa puramente provocatoria, tesa a sottolineare per contrasto il carattere assolutamente effimero degli oggetti designati con quelle parole, nonché a svelare quanto siano diventate trite, prive di significato queste ultime. In un mondo “trash” non ha più senso parlare di “sogno immortale” e di “amore eterno” o bisogna accettare che l’amore eterno – ossia il tipico innamoramento fantastico e idealizzante dell’adolescenza – possa davvero equivalere a D.D.Jackson, un nome al quale non associa nulla chi nel 1981, in Italia, aveva qualche anno in più o in meno di Aldo Nove o anche chi, pur coetaneo, frequentava compagnie in cui si ascoltava altra musica.</p>
<p>Per questo credo che, nel suo evidente artificio, Nove stia parlando sul serio, vale a dire che la sua dichiarazione d’amore abbia un fondamento diverso da un analogo uso retorico praticato da avanguardie e neoavanguardie con l’intento di esprimere la loro “critica del linguaggio” nonché di <em>épater le bourgeois</em>. Certo, è da cent’anni ormai che a filosofi, poeti e altri scrittori il linguaggio appare come uno strumento arbitrario privo di verità, in compenso però alleato con il potere, e la coscienza individuale, l’io, si è sfaldato. Ma accanto a questa esperienza estrema e di pochi si reggeva ancora una memoria storica collettiva: basti pensare a quanta parte della produzione poetica delle avanguardie storiche in cui si esprime la famosa disintegrazione dell’io, si offre al tempo stesso come testimonianza della Prima Guerra Mondiale (e anche grazie a questo rimane significativa o semplicemente comprensibile ancora oggi, mentre un racconto come quello di Aldo Nove nasce segnato – cosa inaudita per gli statuti tradizionali della letteratura – da un’inevitabile “data di scadenza” a brevissimo termine).</p>
<p>Che poi Aldo Nove sembra esaltarsi all’idea di confezionare qualcosa di ormai molto simile a uno yogurt mentre un altro – mettiamo Michele Mari – della stessa cosa si dispera cercando di contrapporvi uno stile alto e una memoria drammaticamente ossessionata dal compito di “tenere, tenere, tenere”, conta poco rispetto al problema di fondo, ineludibile sia per gli “archaisti” che per gli innovatori(11). Inoltre anche in Nove emerge chiaramente, anzi con chiarezza ancora maggiore, l’assoluta fragilità della memoria:</p>
<p><em>“Vi ricordate Maria Giovanna Elmi e il Dirigibile? Vi ricordate Mal? Vi ricordate Sammy Barbot? Vi ricordate Stefania Rotolo? Vi ricordate quello con la bocca storta, Enrico Beruschi? Vi ricordate la Guapa? Vi ricordate Tiziana Pini?, Vi ricordate il programma «Buonasera con…»? Vi ricordate l’amore infinito?”….<br />
“Vi ricordate Mennea? Vi ricordate Franca Falcucci? Vi ricordate il mondo di Roberta Camerino? Vi ricordate Zanna Bianca? Vi ricordate Autogatto e Mototopo? Vi ricordate Goran Kuziminach? Vi ricordate Video killed the radio stars? Vi ricordate Barazzuti? Vi ricordate «Tre nipoti e un maggiordomo»? Vi ricordate Elisabetta Virgili? Vi ricordate l’amore infinito?”</em>(12)</p>
<p>Per circa una pagina intera il racconto procede con questo parossismo di domande ripetute, sempre rivolte a un “voi” privo d’identità, creando un effetto che oscilla fra il panico e l’estenuazione. Che poi il tutto si intitoli “La vita è una cosa meravigliosa”, pare una scelta di palese ironia: la vita potrebbe davvero sembrare meravigliosa se almeno una piccola parte dei lettori ricordasse almeno una piccola parte dei nomi snocciolati, cosa già data per improbabile in partenza, altrimenti l’elenco non sarebbe così lungo.</p>
<p>Ritorna sempre la stessa configurazione: la memoria si presenta occupata e invasa dagli oggetti e con questi si confonde. Gli oggetti diventano in sé significanti: sono i veri testimoni dell’esistenza di una memoria individuale e del soggetto stesso cui appartiene. Quindi, pur di potersi considerare tale, il soggetto deve andare a caccia di una pur raffazzonata collettività che confermi e ratifichi il valore simbolico di quegli oggetti. E’ come se ci trovassimo davanti alla proliferazione mostruosa delle “madeleines” di Proust, come se aumentando di numero le “madeleines” tendessero a divorare il mondo ricordato (e il tempo ritrovato) che da loro scaturiva. Alla fine di questo processo resterebbero solo le “madeleines”: destituite, anche se si trattasse di oggetti preziosi, di ogni vero valore dall’accumulo meccanico, e quindi rese sostanzialmente “trash”. Ma anche laddove questo meccanismo non si spinge agli estremi della memoria completamente reificata, genera comunque un senso di inconsistenza che si deposita come fondo di malinconia: e non importa che quest’ultimo traspaia dal furore anacronistico di Mari, dalla nostalgia critica di Moretti o dall’acclamazione dell’esistente espressa da Aldo Nove (ci si può chiedere, invece, se sia giusto ritenere “d’avanguardia”, in più “d’avanguardia critica”, chi anche alla reificazione più banale e quotidiana risponde con un consenso programmatico): persino Nove, infatti, si lascia “scappare” frasi come “erano anni assolutamente bui, quelli”. E in altri testi, trattando la materia del ricordo d’infanzia con i toni di un’incantata elegia lirica, rivela un’insospettata vicinanza ai primi due autori.</p>
<p><em>“Io sapevo che, oltre quel cortile, c’era l’Oriente e tutte le strade avevano l’odore strano delle spezie per l’arrosto in cucina con i cammelli disegnati color cannella che appena scorgevo quando qualcuno lasciava aperto il portone si intravedeva questo mondo dove io ero arrivato buonsapore Bonomelli condimento.<br />
…Nel mondo c’erano l’Africa e l’Asia coperta di malattia e lebbra dei giornali illustrati con i colori diversi che ci sono adesso, leggermente più sbiaditi trattassero di Asia o di Euchessina dentro il negozio in cui mio padre mia madre lavoravano tranne che la notte erano esposti assieme alla brillantina Linetti in via Roma 104. Ogni giorno tornavano lì a lavorare a lavorare saltando a piè pari la notte.”</em>(13)</p>
<p>Sembra dunque impossibile sfuggire allo struggimento provocato dalla mera evocazione dell’”Euchessina” o della brillantina “Linetti”, qualunque posizione poetica, politica o altrimenti ideologica si voglia poi abbracciare a riguardo del proprio passato, presente e futuro in una società consumistica avanzata. Del resto, è sul piacere – o sul bisogno – di ricordare collettivamente, di cementare in un rito pubblico la propria fragile memoria reificata, che si fonda l’immenso successo popolare di trasmissioni televisive come “Anima mia” o la progettazione e il lancio di una sempre più ampia gamma di prodotti che vendono a caro prezzo un “plusvalore” consistente nel ricordarne altri, prodotti appartenenti a un passato prossimo già “mitico”: penso, per esempio, al nuovo “maggiolino” della Volkswagen che sembra una versione disneyiana, vale a dire infantile e regressiva, di quello vecchio.</p>
<p>Per questo credo che fino a quando l’accelerata evoluzione e espansione degli oggetti continuerà a determinare il nostro tempo e il nostro spazio, dovremo, come scrittori, lettori o come persone qualsiasi, fare i conti con il nostro senso di inconsistenza e con il suo corollario di malinconia: cercando di dare un’espressione, un volto adeguato a un’esperienza in cui tutti ormai “siamo uguali, perché siamo diversi”(14).</p>
<p>————————-</p>
<p>Note</p>
<p>(1) Nicola Zingarelli, <em>Vocabolario della lingua italiana</em>, dodicesima edizione, a cura di Mira Dogliotti e Luigi Rosiello, , Zanichelli, Bologna 1998, p.1040</p>
<p>(2) <em>Palombella Rossa</em>, regia di Nanni Moretti, Italia 1989</p>
<p>(3) Segnalo l’interessante rilievo di Gianni Canova, il quale sostiene che proprio da <em>Caro Diario </em>in poi, cioè dal momento in cui rinuncia a qualsiasi tradizionale elemento di finzione come ad esempio quello di interpretare un personaggio chiamato Michele Apicella , il personaggio Nanni Moretti perda in centralità rispetto ai luoghi e alle cose mostrate nel film.<br />
Gianni Canova,<em> Il tramonto del corpo</em>, in «Fucine Mute webmagazine», 1998-1999</p>
<p>(4) <em>Caro Diario</em>, regia di Nanni Moretti, Italia 1993</p>
<p>(5) <em>Aprile</em>, regia di Nanni Moretti, Italia 1998</p>
<p>(6) Il recente, assai ben accolto romanzo d’esordio di David Wagner, giovane scrittore tedesco nato nel 1970, evoca la pace ovattata, profondamente malinconica di un’infanzia dorata, trascorsa fra gli anni settanta e ottanta a Bonn, capitale della BRD, riferendosi alla generazione del protagonista come a “Nutellakinder”, definizione subito riproposta dalla stampa.<br />
David Wagner, <em>Meine nachtblaue Hose</em>, Alexander Fest, Frankfurt 2000</p>
<p>(7) Michele Mari, <em>L’uomo che uccise Liberty Valance</em>, in <em>Tu, sanguinosa infanzia</em>, Mondadori, Milano 1997, pp.17-20</p>
<p>(8) Cfr. anche: “A mia madre piacevano molto le feste, le feste come questa: oggi sarebbe venuta qui. Vale, ti ricordi quando ci comprava le “nugatine”: metà cioccolatino metà caramella. Le “nugatine”, oggi non le fanno più. A ottobre un giorno arrivava a casa e diceva: “indovinate cosa vi ho portato…”. Ma noi lo sapevamo già, erano i primi mandarini della stagione. Ora, invece, ci sono le ciliegie tutto l’anno, le fragole tutto l’anno, ma che ricordi avranno un giorno questi bambini, eh?”, in: <em>La messa è finita</em>, regia di Nanni Moretti, Italia 1985</p>
<p>(9) In un altro racconto di <em>Tu, sanguinosa infanzia </em>una raccolta di “Urania” viene trattata alla stregua di una collezione di incunaboli.</p>
<p>(10) Aldo Nove, <em>Il gusto di tutti i pianeti che ci sono</em>, in «MicroMega», n. 5/96, p.163</p>
<p>(11) Alludo al titolo originale <em>Archaisty i novatory</em> del celebre saggio di Jurij Tynjanov, reso in italiano con <em>Avanguardia e tradizione </em>(Dedalo libri, Bari 1968). La questione di quanto i modelli interpretativi modellati sull’esperienza del modernismo storico siano da rivedere, è tanto appassionante, quanto spinosa e complicata: qui basti soltanto rilevarne l’esistenza.</p>
<p>(12) op.cit, p.166.</p>
<p>(13) Aldo Nove, <em>Bio</em>, in <em>Il ‘68 di chi non c’era (ancora)</em>, a cura di Raul Montanari, Rizzoli, Milano 1998, pp.77-78.</p>
<p>(14) <em>Palombella Rossa</em>, Regia di Nanni Moretti, Italia 1989</p>
<div class="sharedaddy sd-sharing-enabled">
<div class="robots-nocontent sd-block sd-social sd-social-icon-text sd-sharing">
<h3 class="sd-title"></h3>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/03/una-malinconia-inconsistente-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Note Movie : Oh boy</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/11/30/note-movie-oh-boy/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2013/11/30/note-movie-oh-boy/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Nov 2013 17:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[Oh boy]]></category>
		<category><![CDATA[Sophie Brunodet]]></category>
		<category><![CDATA[un caffè a Berlino]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47041</guid>

					<description><![CDATA[Oh boy, un caffè a Berlino di Sophie Brunodet Una giornata storta Ti svegli, non hai ancora indossato i pantaloni, e già ti rivolgono la parola. Non solo, ti vengono poste delle domande così decisive da lasciarti inebetito e silente, tanto da farti persino rifiutare un caffè prima di andar via. “Il caffè”, sarebbe meglio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/oh_poster-420x215-420x215.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/oh_poster-420x215-420x215-300x153.jpg" alt="oh_poster-420x215-420x215" width="300" height="153" class="alignleft size-medium wp-image-47043" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/oh_poster-420x215-420x215-300x153.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/oh_poster-420x215-420x215.jpg 420w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
<strong>Oh boy, un caffè a Berlino</strong><br />
di <strong>Sophie Brunodet</strong></p>
<p><em>Una giornata storta</em><br />
Ti svegli, non hai ancora indossato i pantaloni, e già ti rivolgono la parola. Non solo, ti vengono poste delle domande così decisive da lasciarti inebetito e silente, tanto da farti persino rifiutare un caffè prima di andar via. “Il caffè”, sarebbe meglio dire, dal momento che dopo questo lasciato indietro tutti gli altri li mancherai, come se fino a che non avrai fatto ordine nella tua vita ogni altro appagante pausa alla caffeina ti dovesse essere negata;  come se il tempo per pensare fosse giunto a termine e la privazione del piacere di un caffè fosse lì a fartelo presente; come se il tuo rifiuto fosse stato uno sfacciato affronto alle cose della vita che arrivano quando devono arrivare e ora tu fossi tenuto a ripassare la lezione a suon di privazioni durante quella che non è altro che una lunga, intensa, inemendabile giornata storta. Perdi la ragazza; il tram; la patente; e ogni caffè che tenti di avvicinare. Il bancomat ti trattiene la carta per un conto ormai seccato dalla sua fonte paterna, che improvvisamente vuole sapere cosa ha fatto negli ultimi anni, invece di laurearsi, il suo unico figlio, mantenuto a mille euro al mese, senza interessi.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/01-OH-BOY-un-caffè-a-Berlino-586x329.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/01-OH-BOY-un-caffè-a-Berlino-586x329-300x168.jpg" alt="01-OH-BOY-un-caffè-a-Berlino-586x329" width="300" height="168" class="alignright size-medium wp-image-47042" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/01-OH-BOY-un-caffè-a-Berlino-586x329-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/01-OH-BOY-un-caffè-a-Berlino-586x329.jpg 586w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
Jan Ole Gerster ha scritto e diretto una commedia fresca, semplice, ironica e attualissima, estremamente apprezzata in patria dove ha vinto ben sei premi al German Film Award: miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura, miglior attore, miglior attore non protagonista e migliore colonna sonora. L&#8217;opera è attuale non solo per il fatto che la cosiddetta “giornata no” è cosa davvero umana, sperimentata da sempre e da chiunque in qualunque momento e indipendentemente dall&#8217;estrazione sociale, ma anche perché Oh boy, un caffè a Berlino, tratta specificatamente la “giornata no” di un quasi trentenne del giorno d&#8217;oggi, portando in scena precarietà, orizzonti temporali strettissimi, insicurezza, confusioni e domande molto pressanti nella realtà odierna. E lo fa attraverso un bianco e nero suggestivo, una energica colonna sonora jazz e una fotografia ricca di immagini riflesse, quasi a suggerire la presenza di un intrinseco riverbero di opzioni, punti di vista, significati ed emozioni a ogni singolo attimo registrato dalla telecamera.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="ecce bombo faccio cose vedo gente" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/-w9EBTB8a3Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p><em>Prima c&#8217;era Michele, poi è venuto Drugo. Ora è il tempo di Niko.</em><br />
Quel “ho pensato” che il protagonsita, Niko Fischer (Tom Schilling) risponde al padre che finalmente lo interroga su quello che ha fatto negli ultimi anni invece di laurearsi, richiama alla mente il “giro&#8230;, vedo gente&#8230;, mi muovo&#8230;, conosco&#8230;, faccio cose&#8230;”  del giovane Moretti settantottino, ma rimanda anche a quel meraviglioso fannullone novantottino de Il grande Lebowsy. C&#8217;è qualcosa di entrambi in Oh boy, un caffè a Berlino, ma allo stesso tempo il film tedesco se ne distanzia, mettendo in scena una condizione esistenziale quotidiana propria dei giovani del nostro tempo. Già, perché mentre l&#8217;Ecce bombo è un lungometraggio dedicato a una generazione di delusi giovani isolati, privi tanto di idee quanto di interessi, che devono fare i conti con il fresco fallimento degli ideali rivoluzionari, disfatta emblematicamente rappresentata dal sorgere del sole alle spalle dei ragazzi che hanno atteso l&#8217;alba per tutta la notte guardando dalla parte sbagliata; mentre il Drugo è l&#8217;antieroe per eccellenza della fine del secolo scorso: post sessantottino ormai pacificato e che “la prende come viene”, pantofolaio anni novanta, asociale e pigro, politicamente disinteressato, con due amici e tre sole passioni, il bowling, la marijuana e il white russian; ebbene, rispetto a questi personaggi, il Niko berlinese è ancora qualcosa di differente: è una sorta di somma di entrambi che ha come esito una nuova condizione propriamente attuale. Magari è una ricezione tutta mia, ma quel “ho pensato” fa di Niko non un esempio negativo, simbolo di un&#8217;accidia epocale dei giovani d&#8217;oggi – come altri hanno scritto – , bensì lo rende ai miei occhi un ragazzo ben calato nelle e molto sensibile alle energie del suo tempo: elemento instabile di una realtà instabile e per questo, forse, capace di stare in equilibrio e di vivere momenti di felicità, magari proprio perché l&#8217;illusione di un mondo migliore lui non l&#8217;ha mai vissuta. </p>
<p>Niko non si chiude in casa abbattuto dalle sue sciagure, ma non è neanche un disinteressato cronico in vestaglia come Drugo. Non sbatte la porta in faccia all&#8217;invadenza e alla disperazione del suo vicino di casa ficcanaso e non si autocommisera né col suo amico né in un gruppo di autocoscienza che si parla addosso senza, in definitiva, dire o ascoltare nulla davvero, come fanno Michele Apicella (Nanni Moretti) e i suoi amici. E neanche sfoga le sue frustrazioni approfittando di una grande piccola ossessa ragazza bionda spuntata all&#8217;improvviso dal suo passato. All&#8217;opposto, il protagonista di  Oh boy, un caffè a Berlino è calmo, silenzioso, in meditativo ascolto degli altri che incontra. Dà valore alle persone che gli stanno attorno, alle loro storie, ai momenti che vive con loro e agli insegnamenti che ne trae, manifestando un atteggiamento verso la vita confuso, certo, ma consapevole e attento. E in cambio, almeno così è parso a me, la vita gli fa trovare un accendino a portata di mano per ogni sigaretta maneggiata; doni preziosi come il dolce abbraccio di una nonnina sconosciuta o l&#8217;ultima intima confidenza d&#8217;infanzia di un vecchio testimone della storia del secolo scorso; l&#8217;alba di un giorno nuovo, con i cocci alle spalle, le lezioni apprese nelle scarpe, il sole in fronte (non alle spalle!) e un caffè a portata di mano. Certo, Niko sta in giro, vede gente, si muove, conosce e fa cose, ma non è in preda all&#8217;ansia e all&#8217;insoddisfazione di Michele. Non è in un vuoto cosmico di valori, di entusiasmi, di idee come quello rappresentato da Moretti, dove perfino prendere la decisione di alzarsi dalla sedia del bar e salutare gli amici diventa un compito impossibile e frustrante. D&#8217;altro canto, Niko non si accontenta di una pacata routine pressoché antisociale come fa Drugo, pur condividendo con quest&#8217;ultimo una quasi improbabile leggerezza, che se non può essere definita propriamente serenità, può essere intesa come una pacatezza che lascia libero il passaggio agli interessi e alle passioni che il vivere quotidiano vorrà portare.<br />
<iframe loading="lazy" title="Il Grande Lebowski - Nichilisti?" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/Rt-YqNr95LE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe><br />
<em>Benvenuti nell&#8217;epoca del “si vedrà”</em><br />
“Ho pensato”, dunque, è una risposta che lascia basiti, certo, ma non nego che mi sia comparso un sorriso complice nell&#8217;ascoltare quelle parole. Parole in cui mi sono riconosciuta, parole vere, assertive di una condizione che conosco. Perché è facile dare degli scapestrati disinteressati che vivono alla giornata ai giovani d&#8217;oggi, ma seriamente: chi non vive con un po&#8217; di leggerezza e senso dell&#8217;avventura un&#8217;esistenza difficile, precaria e instabile come, di fatto, è oggi la vita dei più, è destinato alla nevrosi, all&#8217;attacco di panico, alla depressione, all&#8217;immobilità. Il mercato del lavoro da un lato è impantanato in una rovinosa palude che non sa cosa farsene di tutti i giovani laureati e di molti dei suoi attuali lavoratori; dall&#8217;altro richiede persone flessibili e composite quanto a formazione, disponibilità, prospettive. È un&#8217;epoca schizofrenica la nostra: divulga ancora vecchi ideali di realizzazione, mentre richiede a chi voglia riuscire nella vita una plasticità operativa, logistica, affettiva inedita, e al tempo stesso addita come inconcludenti bamboccioni svogliati coloro che improvvisano percorsi “altri” che poco o nulla hanno a che vedere con la pianificazione e la sicurezza. Ebbene, tutt&#8217;altro che inerti sprovveduti privi di ambizioni, spesso coloro che vivono alla giornata e concludono le frasi dicendo “e vediamo cosa succede” – quasi tutti coloro con cui mi rapporto quotidianamente – sono “dei Niko” che oggi sanno sorridere, distrarsi, reinventarsi, andare avanti lungo la strada della vita nonostante imprevisti, mutamenti, insicurezze, senza la minima garanzia di riuscita, realizzazione, salvezza. Gli altri, spesso, lottano contro l&#8217;angoscia delle possibilità infinite di questa fase in cui davvero la libertà sembra essere una condanna capace di togliere il fiato e la felicità pare nient&#8217;altro che un miraggio, mentre il rischio di cadere in un caos disilluso “alla Michele” o di abbandonarsi a uno stallo fatto di canne, white russian e bowling “alla Drugo” è sempre pericolosamente a portata di mano.</p>
<p>Oggi non è più il tempo della pianificazione e delle certezze. Oggi la realizzazione personale assomiglia più all&#8217;apertura di una nuova via che alla scalata di una via attrezzata di spit, che passa dagli studi, al lavoro, alla casa, alla famiglia, come è stato per le generazioni precedenti. Anzi, per stare al mondo, e tentare di starci bene, oggi bisogna essere dei bravi trapezisti: capaci di saltare nel vuoto, sempre pronti a lasciare l&#8217;asta senza alcuna certezza nel fatto di poterla ritrovare. E questo è quello che fa Niko: esce di casa, incontra gente, fa cose, riflette, ma senza essere chiuso in una bolla apatica alla Lebowsky o disillusa alla Ecce bombo. Non si abbatte per tutte le cose andate storte nella sua “giornata no” e nella vita, si lascia bensì sollecitare ed emozionare – facendone tesoro – da tutti gli eventi, le persone e gli imprevisti che gli capitano quotidianamente, senza per questo smettere di agognare la sua tazza di caffè e il suo posto nel mondo, anche se solo per oggi. Domani si vedrà.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="OH BOY, un caffè a Berlino - Trailer Ufficiale Italiano" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/KIeoc_1VEk4?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2013/11/30/note-movie-oh-boy/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una cosa di sinistra (che non arriva mai)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 13:07:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[massimo d'alema]]></category>
		<category><![CDATA[matteo renzi]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi bersani]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40652</guid>

					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Sabato in piazza San Giovanni, Matteo Renzi è stato non molto gentilmente invitato a “dire qualcosa di sinistra”. Per chi fosse troppo giovane per ricordarlo, la frase risale a Nanni Moretti che sbottava vedendo D’Alema a “Porta e Porta”. Sono passati 15 anni. Ma nel partito democratico l’unica novità pare che sia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Sabato in piazza San Giovanni, Matteo Renzi è stato non molto gentilmente invitato a “dire qualcosa di sinistra”. Per chi fosse troppo giovane per ricordarlo, la frase risale a Nanni Moretti che sbottava vedendo D’Alema a “Porta e Porta”. Sono passati 15 anni. Ma nel partito democratico l’unica novità pare che sia diventata applicabile anche al sindaco di Firenze. Sembra, soprattutto, che l’unica alternativa sia quella tra il “vecchio” e il “nuovo”. Poi, una volta compiuta la libera scelta tra Bersani e Renzi, non si vorrà pure pretendere che dicano o facciano qualcosa di sinistra. Il primo mira all’alleanza con l’Udc, porto franco dei topi che fuggono dal Pdl. Il secondo, secondo Michele Serra, sarebbe il nostro Blair giunto con vent’anni di ritardo, ma meglio tardi che mai. Tony Blair, oggi? In tutto il mondo si espandono movimenti che criticano le ricadute del neoliberismo.<span id="more-40652"></span> Persino nella Germania di Angela Merkel, la Spd ha elaborato un programma in materia economico-finanziaria decisamente di sinistra. E qui da noi &#8211; cosa che indicano con evidenza il voto delle comunali e i referendum &#8211; le cose di sinistra non le sta chiedendo solo Nanni Moretti o quelli che tengono alla propria identità politica per ragioni di sentimento o coerenza. Le sta chiedendo chiunque abbia capito – spesso letteralmente a proprie spese e sulla propria pelle – che Berlusconi è stato solo l’esemplare sommo dell’1% che ha eroso a proprio vantaggio le condizioni di vita del restante 99%, così come l’edilizia selvaggia ha eroso il suolo preparando il disastro ambientale. Per questo, l’alternativa tra il “nuovo” e il “vecchio” è un tale cul-de-sac da parere quasi partorita dalla mente strategica di Massimo d’Alema. “Noi non dobbiamo reagire, ma rassicurare”, gli faceva il verso Nanni Moretti. Ormai ci crede solo la leadership, sia nuova che vecchia.</p>
<p><em>pubblicato su</em> L&#8217;Unità, <em>8 novembre 2011.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/11/08/una-cosa-di-sinistra-che-non-arriva-mai/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>26</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>MORATORIA SULLE ENORMITA&#8217;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/12/moratoria-sulle-enormita/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/12/moratoria-sulle-enormita/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jun 2011 08:55:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa cattolica]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[olocausto]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[OMS]]></category>
		<category><![CDATA[piergiorgio paterlini]]></category>
		<category><![CDATA[San Paolo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39245</guid>

					<description><![CDATA[dI Piergiorgio Paterlini Ma da quando tutte le opinioni sono rispettabili? Dopo l’evidenza, dopo l’errore e l’orrore, ci sono idee che il consesso civile mette fuorigioco per sempre. Con o senza scuse nei confronti delle vittime, ma fuori, senza ritorno. E che ci sia sempre qualche spiritosone che ci prova, non per questo si ricomincia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>dI Piergiorgio Paterlini</p>
<p>Ma da quando tutte le opinioni sono rispettabili?<br />
Dopo l’evidenza, dopo l’errore e l’orrore, ci sono idee che il consesso civile mette fuorigioco per sempre. Con o senza scuse nei confronti delle vittime, ma fuori, senza ritorno. E che ci sia sempre qualche spiritosone che ci prova, non per questo si ricomincia tutto daccapo, e non ci si ritiene per questo meno democratici, anzi.<br />
Quando qualcuno se ne esce con la faccenda che l’Olocausto non c’è mai stato, non è che ci mettiamo a discutere con lui o proviamo a convincerlo con le buone. Ne siamo indignati, offesi, scandalizzati.<br />
Insomma, dopo un tot – ma a volte sono secoli – su alcune enormità scatta, se dio vuole, la moratoria.<br />
Non è che se qualcuno oggi se ne uscisse con la teoria che i negri sono bestie, Porta a porta farebbe una bella puntata con Crepet e la dottoressa Matone davanti al plastico della capanna dello zio Tom.  E dai, su.<br />
Basta dunque anche con le cazzate sull’omosessualtà. Che ne abbiamo le palle piene, per dirla tutta. Fine. Stop. Tempo scaduto. <span id="more-39245"></span>Dopo quarant’anni che l’omosessualità è stata cancellata dall’elenco delle malattie mentali (1973), dopo venti che l’Oms ha recepito questa nuova “definizione” (1993) e dopo che – per stare al tema – 50 mila omosessuali sono stati perseguitati dal nazismo e sterminati nei campi, proporrei stop, grazie, basta così.</p>
<p>L’unica malattia che attiene all’omosessualità è l’omofobia. Lo dice la parola stessa: fobia, paura irrazionale, malata, dell’omosessualità. Ma l’omofobia si può curare. Non bisogna avercela con gli omofobi. Sono solo persone cui va impedito di fare del male e che poi vanno curate e aiutate. Ma…  «No! Il dibattito no!» (Nanni Moretti).<br />
Basta, dai. Ce la possiamo fare. Che tempo da perdere non ne ha nessuno.<br />
E basta anche con la favoletta che però la chiesa cattolica ha il diritto di. Non c’è una sola parola in tutto il Nuovo Testamento sull’omosessualità. Anzi no, una c’è. È dove San Paolo fa coming out, nella sua straziante Seconda lettera ai Corinzi.<br />
Altro che otto per mille. E chiedi a Giovanni, e chiedi a Ermenegilda e chiedi a Gianluigi. Sì, chiediglielo, chiedilo a tutti quei ragazzi che non sanno come tenere insieme il loro normalissimo amore con l’appartenenza ecclesiale. Io ne ho conosciuto uno così, uno che a 18 anni si è ammazzato per questo insanabile conflitto interiore, lasciando una lettera che la famiglia ha poi coraggiosamente deciso di rendere pubblica. Mi ci sveglio ancora la notte, e sono passati anni. Ma è qualcun altro che dovrebbe perderci il sonno.<br />
La chiesa cattolica se l’è presa comoda, ma alla fine si è dovuta rassegnare all’idea che la terra giri intorno al sole. Si rassegnerà anche all’idea che un uomo giri intorno a un altro uomo.<br />
Piovonorane.it</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/12/moratoria-sulle-enormita/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Machete, le armi spuntate delle finzione pulp</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jun 2011 06:26:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[martin scorsese]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[pulp]]></category>
		<category><![CDATA[pulp fiction]]></category>
		<category><![CDATA[quentin tarantino]]></category>
		<category><![CDATA[robert rodriguez]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39232</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo ha fatto saltare questo mondo simile ad un carcere, così noi siamo in grado di intraprendere viaggi tra le sparse rovine. Walter Benjamin Una pura formalità. Se è questo che pensate, scordatevelo: per estro, vigore, ritmo, direzione della macchina [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2-300x225.jpg" alt="" title="machete2" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-39233" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/machete2.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
di  <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Poi è venuto il cinema e con la dinamite dei decimi di secondo<br />
ha fatto saltare questo mondo simile ad un carcere,<br />
così noi siamo in grado di intraprendere viaggi tra le sparse rovine.<br />
<em>Walter Benjamin</em></p>
<p><strong>Una pura formalità.</strong><br />
Se è questo che pensate, scordatevelo: per estro, vigore, ritmo, direzione della macchina da presa, uso delle ottiche, taglio delle inquadrature, il montaggio ora morbido e levigato ora nervoso e incrinato, e tutta una serie di spettacolari accorgimenti grafici, <em>Machete</em> è il genere di film che sbaraglierebbe da solo il novanta per cento della produzione nostrana.<span id="more-39232"></span> Se per uno sfortunato caso del destino, il Nanni Moretti di <em>Habemus papam </em>incontrasse in un giorno qualsiasi Robert Anthony Rodriguez, e insieme decidessero di sfidarsi in un duello cinematografico giocandosi tutto, donne case motori e rispettivi conti in banca &#8211; esattamente il tipo di plot per cui alcuni spettatori emettono quella sottilissima varietà di gridolini protetti dall&#8217;oscurità delle sale &#8211; mille a uno vedreste vagare triste solitario y final Moretti lungo le strade e i cavalcavia, elemosinando la vostra pietà non solo per non essere riuscito a muovere le camere con lo stesso candido piglio, ma soprattutto per essere venuto meno alle prove di conoscenza cinematografica &#8211; l&#8217;arcobaleno della storia del cinema che pone sullo stesso arco lo slang della <em>blaxploitation</em>, i duelli spettacolari in punta di spada dei <em>wuxia plan</em>, l&#8217;avventurosa creatività degli horror da due lire, la sporcizia del nastro vhs della prima pornografia di massa, l&#8217;esattezza geometrica dei western, la sgangherata ferocia dei war-movies, lo sguardo nella serratura del pecoreccio italiano, e tanto per chiudere i kolossal, i film d&#8217;autore e le differenti vague che hanno ripetutamente scosso la monotonia stagnante del grande schermo. Le gerarchie estetiche, come ci ricorda l&#8217;ex ragazzo prodigio Robert Anthony Rodriguez, non sono più di questo mondo.</p>
<p><strong>Strade perdute.</strong><br />
Qualcosa però non gira come un tempo &#8211; ed è palpabile. Machete (Danny Trejo) è un uomo avanti negli anni che vagola da una parte all&#8217;altra del confine tra Mexico e Stati Uniti. Ha la pelle butterata, i capelli lunghi neri, i baffi a manubrio, due mani enormemente tozze, una massa muscolare che incute primitivo terrore, sebbene lo sguardo sia buono, e l&#8217;aria da ergastolano del braccio della morte sia suturata punto per punto alla goffaggine dei movimenti, un incedere claudicante buffo impacciato, come se uno scienziato, in un momento di debolezza, avesse incrociato il genoma di Pippo con quello di Ivan Drago. Nomen omen, la sua specialità è l&#8217;uso virtuosistico e vendicativo del machete, ma non è un serial killer, né un assassino mercenario, né uno schizzato investito dall&#8217;aurea del supereroe. Machete è un ex agente federale &#8211; un giorno la moglie viene decapitata sotto i suoi occhi, e da allora cerca riparo, lavoretti per sopravvivere, le tracce degli uomini che hanno compiuto tanto orrore. Per questo la storia della vendetta di Machete è una lunga macabra irritante sequela di teste mozze, mani tagliate, gambe recise, arti e organi spiccati dal corpo. Per quanto sia a tratti divertente, nonostante la per nulla sottile linea rossa della vendetta incroci la storia d&#8217;amore con l&#8217;agente federale Sartana (Jessica Alba), la storia di rivolta sociale organizzata dalla subcomandante Luz (Michelle Rodriguez), la storia di corruzione politica a cui si dedicano anima e corpo il senatore McLaughlin (Robert De Niro) e Michael Benz (Jeff Fahey), la storia del dominio incontrastato del narcotrafficante Torrez (Steven Seagal), la storia della migrazione di anonimi profughi messicani lungo il confine presidiato dalla pistola facile del Tenente Stillman (Don Johnson), il film non è altro che un continuo salto di location e situazioni dove Machete può dar saggio di quanto sia terribilmente padrone di un così bizzarro strumento di morte. Non è un caso, insomma, se in sala, calati nella poltrona, rapiti dallo schermo, troppo civili e perturbati dalla varietà di gridolini emessi dal vostro vicino di posto ogni qualvolta spicchino come piccoli volatili teste e mani da corpi altrui, siate sopraffatti da una parola: videogame. Machete è un videogame anni ottanta: un film a quadri, ogni quadro più complicato e popolato del precedente. Ma la logica che presiede tanta proliferazione narrativa, il turbinio di set situazioni personaggi che culmina nella saturazione esplosiva del finale, l&#8217;un contro l&#8217;altro armati e il prevedibile happy end, resta quella: la legge iperrealista e pornografica del taglione e del machete.</p>
<p><strong>Quei bravi ragazzi.</strong><br />
Una battuta però non ci permette di liquidare così in fretta il film. Soprattutto se la battuta è infilata tra le labbra di Robert De Niro &#8211; ormai un pallido sosia di se stesso. Siamo all&#8217;ultimo quadro, il film sta finendo, le micce narrative accese in qualsiasi parte del film stanno per dare fuoco alle polveri della più classica catarsi, e il senatore McLaughlin, cioè Robert De Niro in persona, imbeccato da Robert Anthony Rodriguez, dice: &#8220;Volete far fuori quei bravi ragazzi? Allora sono con voi&#8221;. E potrebbe filare liscio, il finale. I mitra cantano, le teste saltano, i messicani sparano, i gringos vanno giù, le cisterne avvampano nell&#8217;aria la pirotecnia della benzina esplosa &#8211; eppure quella battuta non smette di girare e stridere tra i pensieri, come se ci avesse recapitato chissà quale scottante verità avvolta nella cartapesta di un film poco riuscito. Perché quella battuta proprio in bocca a Robert De Niro? Come mai nella battuta in bocca a De Niro, con raggelante ironia meta-cinematografica, è messa in scena la sfida totale a <em>Quei bravi ragazzi</em>, il <em>Goodfellas</em> di Martin Scorsese, un film decisivo di uno dei migliori registi della storia del cinema? E cosa c&#8217;entra Martin Scorsese in tutto questo? Tra gli anni novanta e i primi dieci degli anni duemila, la monotonia stagnante del grande schermo è stata scossa dallo tsunami della pulp fiction. Quasi in contemporanea, Quentin Tarantino e Robert Anthony Rodriguez, un film dopo l&#8217;altro, film in alcuni casi divenuti pietre miliari, <em>Pulp Fiction </em>e <em>Sin City </em>in testa, hanno rivoluzionato non solo le forme del cinema, quanto la percezione della storia del cinema. Non è un caso se dal loro passaggio in poi, qualunque spettatore non abbia più remore morali nel guardare film di bassissima lega con i popcorn in mano e l&#8217;aria compiaciuta. Sembra quasi che Tarantino e Rodriguez siano la prova manifesta delle teorie di Slavoj Zizek: nei film, in qualsiasi film, perfino nelle operazioni smaccatamente commerciali, si agita lo spirito del tempo, lo spettro dell&#8217;inconscio collettivo, le acque più scintillanti e torbide della creatività. Se la vendetta è il tema canonico di buona parte della filmografia pulp, con buona pace di chi pensava che il conflitto sociale e il cammino della storia fossero arrivati a un punto morto, a livello estetico è la fusione di elementi stilistici eterogenei la cifra essenziale, la mescolanza sorvegliata e controllatissima di generi sentimenti valori che solo in teoria non potevano stare vicini senza elidersi a vicenda. Fornendoci così l&#8217;immagine fulminante dei corsi e ricorsi storici che ci tocca a abitare. Conflitto e condivisione, conflitto e mescolanza, attaccamento alle proprie abitudini e propensione alle abitudini altrui, desiderio di confini stabili e continui sconfinamenti di campo, il capitalismo avanzato dei territori chiusi e del libero mercato. In una sola parola, globalizzazione. Le forme della tragedia a cui ci avevano abituati registi del calibro di Martin Scorsese e Brian De Palma continuano incessantemente a parlarci, ma hanno poca parentela con l&#8217;allegria disperata da fine dei tempi che respiriamo giorno per giorno. Così, la battuta scritta da Robert Anthony Rodriguez e pronunciata da Robert De Niro &#8211; grandissimo attore e corpo-paesaggio del cinema scorsesiano &#8211; disegna il passaggio di testimone, lo strappo ironico e maldestro del testimone tra vecchi e nuovi maestri del cinema. Bravi ragazzi, in fondo: con gli occhi di ghiaccio, il sangue freddo, la mano ferma, è dall&#8217;inizio della loro carriera che Rodriguez e Tarantino uccidono e omaggiano i propri padri. Ubriacandosi subito dopo, però. Annullando all&#8217;istante qualsiasi senso di colpa.</p>
<p><strong>Face off, le due facce di un assassino.</strong><br />
Ovviamente, non basta &#8211; se Freud andasse al cinema, avrebbe da ridire. Perché sì, da una parte è vero, Tarantino e Rodriguez ne hanno avuto la forza, hanno ucciso i propri padri, si sono misurati con il presente per proiettarsi nel futuro &#8211; ma è vero anche il contrario, forse non hanno eliminato simbolicamente proprio nessuno, e anche da semplici spettatori non è difficile comprendere il lato oscuro della forza. Il cinema pulp ha questo di speciale: possiede due occhi. Contemporaneamente, guarda in avanti con uno, con l&#8217;altro all&#8217;indietro. Se è scontato sostenere che da <em>Le iene </em>e <em>El Mariachi </em>in poi i due registi abbiano disteso un nuovo futuro per il cinema, è altrettanto scontato sostenere che questo scarto in avanti è stato compiuto sia per la spaventosa padronanza tecnica e narrativa del mezzo, sia per la loro disinvolta cinefilia &#8211; una venerazione continua, un amore maturo e viscerale per la più piccola creatura della storia del cinema, al punto da spingere i due registi a citare usare reinterpretare nei propri film sequenze e movimenti già impressi su altre pellicole. È così: la benzina che brucia nel motore del cinema pulp è invecchiata da tanto di quel tempo che lo spettatore medio, e buona parte degli specialisti, fatica a capire da dove arrivi. Ma c&#8217;è di più. Come le altre avanguardie estetiche, oltre riproporre e riformulare movenze e stilemi propri della cinematografia dimenticata o lontana dal mondo occidentale o esplicitamente di serie b, Tarantino e Rodriguez puntano i riflettori sul cinema stesso, il cinema inteso come mezzo, come dispositivo. Se sotto la minaccia di un microfono chiedeste ai due registi cosa sia per loro il cinema, molto probabilmente non ricavereste solo nomi di attori caduti in disgrazia, o di opere introvabili, o di registi impossibili da pronunciare &#8211; con molto affetto, una certa luccicanza degli occhi, sicuramente accennerebbero a tutto quel corredo di errori e intoppi che la pellicola di un film si porta dietro. Bruciature, macchie, righe, capelli, sfocamenti, fuori-quadro, salti audio-video, e altre amenità del genere. Buona parte dei loro film, infatti, perfino in un mondo evoluto come quello del cinema contemporaneo, seguita a portare impresse le stimmate superficiali di un&#8217;epoca inesorabilmente trascorsa. Molto furbamente, direbbe qualcuno, avrebbero elevato il passato a stile, collaborando alla messa al punto del vintage, cioè alla riproposizione di oggetti trascurati e desueti dentro le maglie del mercato &#8211; il ciclo e il riciclo della merce, insomma. Tuttavia, i due registi non sembrerebbero turbati da tanto feticismo. Il corredo di errori e intoppi della pellicola dispiegato nei loro film riporta a galla il cinema così come veniva percepito da un generico spettatore davanti alla proiezione di una pellicola, cioè la loro stessa esperienza di spettatori bambini e poi ragazzi tra gli anni &#8217;60 e &#8217;70 del secolo scorso. Tutto questo pulp, così, poggerebbe su un&#8217;insopprimibile nostalgia dei bei tempi andati. E se la nostalgia è una chiave di lettura delle loro opere, i padri prima sfidati e poi simbolicamente eliminati resistono al loro posto come fantasmi implacabili. </p>
<p><strong>Ritorno al futuro.</strong><br />
Il pulp, così, e buona parte del cinema postmoderno, soffre di questa impasse: guarda avanti, e nello stesso tempo guarda indietro, scatta nel futuro e allunga nel passato &#8211; e in questo doppio movimento finisce per rimanere sul posto, senza andare da nessuna parte. Sembra un destino già scritto, invece tutto deve ancora iniziare. Mai come nell&#8217;ultimo film di Tarantino, <em>Bastardi senza gloria</em>, la riformulazione della nostalgia e delle vestigia del passato si è trasformata in un&#8217;appuntita arma etica. Come se per tutti questi anni Quentin Tarantino avesse ripetutamente riavvolto il nastro della storia del cinema e della sua percezione solo per arrivare in un punto determinato dello spazio-tempo, facendo scattare una colossale vendetta postuma contro Adolf Hitler. È chiaro: non si può accomodare ciò che è stato, né omettere per un attimo la Shoah e tutto il dolorosissimo carico di morti e massacri. Però si può giustiziare un&#8217;ideologia. Se il cinema, dice tra i fotogrammi Tarantino, è stato un mezzo di propaganda politica, ugualmente può diventare una trappola infernale per gli oligarchi e il loro modo distorto di considerare il mondo. Il contrario, invece, per Robert Anthony Rodriguez. Già il finale di Machete somiglia a una dichiarazione di resa. Alla fine del film due titoli annunciano che vedremo presto sugli schermi Machete uccide e Machete uccide ancora. Rodriguez ha attraversato le molteplici forme della nostalgia e della storia del cinema per infilare il punto di non ritorno di un auto-parodia. Non bastano questa volta i graffi della pellicola per allontanarlo dalla prospettiva del fallimento. Così, se è già difficile immaginare un prossimo glorioso futuro per il cinema pulp, rimasto sul posto mentre sfida il paradosso di correre contemporaneamente in due opposte direzioni, ancora più difficile per noi spettatori sostenere questo tipo di presente, del tutto vuoto, molto vintage, very cool, per nulla rischiarato dallo sfarzo dell&#8217;etica e da una qualsiasi urgenza espressiva. Più che il machete, allora, su questa pellicola si è abbattuta la mannaia. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/06/05/machete-le-armi-spuntate-delle-finzione-pulp/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>l&#8217;Agnus Dei di Nanni Moretti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/lagnus-dei-di-nanni-moretti/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/lagnus-dei-di-nanni-moretti/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 09:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[amleto]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[en abime]]></category>
		<category><![CDATA[fandango film]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[habemus papam]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[sacher film]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=38820</guid>

					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Habemus papam di Nanni Moretti racconta la storia di un uomo che, più di ogni altro, deve fare i conti con le proprie debolezze, le proprie incapacità, le proprie passioni. Quelle che gli sono state negate, quelle che lo hanno indebolito, quelle che, pure, gli hanno donato, se non fascino, dolcezza. Quest’uomo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/habemus-papam-locandina-italia_mid.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-38821 aligncenter" style="margin-top: 8px; margin-bottom: 8px;" title="habemus-papam-locandina-italia_mid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/habemus-papam-locandina-italia_mid-208x300.jpg" alt="" width="277" height="399" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/habemus-papam-locandina-italia_mid-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/04/habemus-papam-locandina-italia_mid.jpg 444w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Habemus papam</em> di Nanni Moretti racconta la storia di un uomo che, più di ogni altro, deve fare i conti con le proprie debolezze, le proprie incapacità, le proprie passioni. Quelle che gli sono state negate, quelle che lo hanno indebolito, quelle che, pure, gli hanno donato, se non fascino, dolcezza. Quest’uomo, più di ogni altro, è il ruolo che ricopre. È un Amleto anziano la cui Danimarca è il mondo intero e al quale i ricordi, per il mero fatto di essere il ruolo che gli è stato assegnato, sono stati cancellati. Quest’uomo, senza più ricordi, diventa nessun uomo, quando, per il compito al quale è stato chiamato, per l’esempio che è, dovrebbe essere tutti gli uomini.</p>
<p><span id="more-38820"></span></p>
<p>Il film si apre su un conclave, porporati che camminano recitando una litania e che vengono chiusi nella Cappella Sistina coi loro appunti e le loro penne tutte di plastica argentate per eleggere il nuovo papa. E il papa, dopo qualche fumata nera, che nemmeno pare una indecisione ma solo cerimoniale, viene eletto. È lì, sta, papabile, tra quegli ottanta cardinali ciascuno dei quali spera di non essere il ruolo, l’esempio, colui che indosserà il vestito bianco. Solo che, il novello Pietro, vestito e preparato per la benedizione al balcone, non riesce ad affacciarsi, a guardare la folla. Urla, scappa e va a chiudersi nella Cappella Sistina.</p>
<p>Se il film si fermasse qui, se fosse un corto, sarebbe già un potentissimo loop nel quale chiudersi. Sarebbe il contro esempio, il granello di sabbia che sbiella un ingranaggio dal quale ci si aspetta che ripeta se stesso indefessamente, che rassicura perché ripete se stesso indefessamente, che fa sospettare che il tempo non passi e che dunque nessuno muoia, che l’eternità sia lì a due passi, in Vaticano, dove la benzina costa meno, dove si trovano i medicinali che a Roma non ci sono, dove c’è tutto, anche attrezzi ginnici, anche un cardinale che fa i puzzle, dove ci sarà anche un torneo di pallavolo. Dove sta, come un bambino curioso, uno psicanalista, il più bravo di tutti, a tentare di capire, insieme al papa, e senza parlare di sogni, di sesso, di infanzia, di rimosso, senza chiamarlo per nome, perché l’elezione al soglio di Pietro la ha annichilito.</p>
<p>In un tourbillon di intelligenza, di tenerezza, di umanità, di gesti quotidiani, di piccole follie fresche e spensierate, incredule e incredibili, che tutte scardinano la struttura temporale, facendola diventare spaziale e dunque abitabile (modificabile) e soprattutto attraverso il volto titubante, concentrato e universalmente nonnesco di Michel Piccoli, Nanni Moretti mette in scena una liberazione. L’ineluttabilità sì delle imperfezioni umane, la potenza sì delle nostre debolezze, ma pure la possibilità definitiva, anche al massimo grado dell’esposizione mediatica, di poterle nominare, di condividerle pure.</p>
<p><em>Habemus papam</em> è un film tutto, raffinatamente, spavaldamente, ironicamente <em>en abime</em>. Perché il papa voleva fare l’attore ma non l’hanno preso all’accademia, perché fino a quando puoi recitare una fede? E <em>en abime en abime</em>. Perché il papa è un attore, è Michel Piccoli. Perché Margherita Buy ha quei difetti d’accudimento che tanto ce l’hanno fatta amare sullo schermo ma che qui sono addirittura una teoria psicanalitica. Perché Jerzy Stuhr, attore e regista, con la sua aria polacca, colta e folle, proteggendo l’autocoscienza solitaria del papa appena eletto ne protegge la rappresentazione. Perché Manuela Mandracchia è un’attrice due volte grandissima, nel film e nel teatro di Cechov che ci sta dentro. Perché Nanni Moretti, è sempre sé stesso, ma inedito e più commovente. Perché lo psicanalista che interpreta, il professore, è invero psicanalizzato dai pazienti quando dice Li avverta con urgenza, sono sei anni che non salto una seduta.</p>
<p>Ho amato <em>Illuminata</em> di John Turturro quando, dichiarava <em>Sono nata imperfetta, cresciuta imperfetta, modellata imperfettamente da mani imperfette, se vuoi essere amata da una donna imperfetta, amami, io sono lei</em>, perché siamo tutti imperfetti e tutti innamorati. Ho amato <em>Natura morta</em> di Antonia S. Byatt dove sta scritto <em>Ecco sono io Amleto il danese, e gli manca meno di un atto</em>, perché l’autocoscienza arriva sempre tardi. Ho amato molti altri libri, o cose, in cui ho trovato una declinazione delle imperfezioni, dell’ansia, degli abbrivi comuni alle umane faccende. Alcune di queste cose erano e sono persone, alcune altre non le ricordo nemmeno più. E amo definitivamente <em>Habemus papam</em> di Nanni Moretti che ha trasformato in maniera laica, esatta, delicata, questo “essere comune” in una reale comunione, pure in senso cristiano. Perché non essere, esitare, non resistere, incrinarsi, sorridere improvvisamente e improvvisamente beneficiare della benevolenza o dell’attenzione di uno sconosciuto, e poi perderlo, è qualcosa che tutti conosciamo. E attraverso questo non essere all’altezza, ma più in generale attraverso questo “non essere”, Moretti salva tutto, assolve quasi, e con un passo filosofico, e una narrativa appassionante, con una eco morantiana di <em>Io credo a tutto</em> e con una variazione Pasoliniana su <em>La normalità che ci fece stupendi</em>, trasfonde quel “nessun uomo” in “tutti gli uomini”. E questa è la cosa più liberatoria, più evangelica (quanto sono umani i Vangeli a leggerli da bambini?), che io abbia mai sentito. Ogni uomo ha il destino delle proprie debolezze. Amen.</p>
<p><strong>A latere</strong></p>
<p>1. Senti, ma che tipo di film è, non è che usciti state tutti a parlarne in girotondo, io sto buttato in un angolo, no&#8230; ah no: se poi se ne parla usciti dalla sala non vengo. No, no&#8230; allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto cosí, vicino all’ingresso di profilo in controluce, voi mi fate: “Chiara vieni a discutere con noi dai&#8230;” e io: “andate, andate, vi raggiungo dopo&#8230;” Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non ne parlo, no. Ciao, arrivederci.</p>
<p>2. Io che ho avuto i genitori comunisti e morettiani ho sempre avuto la tendenza ad apprezzare e a emulare chi vuole educare il popolo. Senza farsi notare. Perciò tornerò ripetutamente a vedere questo film. Traghettandoci amici e passanti. Uno alla volta.</p>
<p>3. Cardinale, sono cinquantanni che non si gioca a palla prigioniera. Vorrei dire a Moretti che io nel 1982 ci giocavo ancora. Grazie per avermi fatto capire che cos’è la provincia.</p>
<p>4. quanto fa due alla meno uno? (Trentuno). E Oceania vs. America Latina quanto stanno? (…)</p>
<p>5. Mi fermo, potrei andare avanti per pagine.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/19/lagnus-dei-di-nanni-moretti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>34</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Io, Marilyn Monroe, Shakespeare, Francis Bacon e la bellezza, dopo l’annuncio del grande onanista</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/01/io-marilyn-monroe-shakespeare-francis-bacon-e-la-bellezza-dopo-l%e2%80%99annuncio-del-grande-onanista/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/01/io-marilyn-monroe-shakespeare-francis-bacon-e-la-bellezza-dopo-l%e2%80%99annuncio-del-grande-onanista/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 07:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[bianca]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Guillén]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Zoff]]></category>
		<category><![CDATA[François Rabelais]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Bacon]]></category>
		<category><![CDATA[happy days]]></category>
		<category><![CDATA[heidi]]></category>
		<category><![CDATA[jean claude michea]]></category>
		<category><![CDATA[Marylin Monroe]]></category>
		<category><![CDATA[Nanni Moretti]]></category>
		<category><![CDATA[sonetti]]></category>
		<category><![CDATA[William Shakespeare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=25472</guid>

					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Vorrei sapere chi è stato a un certo punto della Storia, sul finire del XX secolo, a decretare che “Happy days”, la serie televisiva americana degli anni Settanta, ci abbia formato nella nostra adolescenza più della lettura, a volte faticosa, a volte verticale, dei romanzi di Dostoevskij, o a stabilire che una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Vorrei sapere chi è stato a un certo punto della Storia, sul finire del XX secolo, a decretare che “Happy days”, la serie televisiva americana degli anni Settanta, ci abbia formato nella nostra adolescenza più della lettura, a volte faticosa, a volte verticale, dei romanzi di Dostoevskij, o a stabilire che una ballad dei Pink Floyd, grazie alla quale i nostri desideri immaturi si accendevano per qualche minuto come falò benigni in mezzo alle sparatorie del Belpaese della Politica, abbia avuto allora lo stesso peso della nostra lettura di una tragedia di Shakespeare… <span id="more-25472"></span><br />
Vorrei sapere chi è stato quel bellimbusto, quel figlio di puttana, quel genio incompreso e frustrato che per farsi largo tra i palinsensti infernali del paradiso della comunicazione o forse solo per farsi perdonare una lunga striscia di ore passate alla TV a strofinarsi davanti al corpicino della piccola Heidi, ha dettato all’umanità futura la Suprema Equazione: Tutto è uguale a Tutto. O, se si preferisce, nell’autorevole traduzione da uno dei tanti manuali per giovani onanisti di uno dei tanti apparatnik della critica degli inizi del XXI secolo: «Il problema del valore è un problema ormai superato dalla cancellazione effettiva e irreversibile delle divisioni tra cultura alta e cultura bassa, postulata e messa in opera nell’epoca massmediologica postmoderna».<br />
Subito dopo l’annuncio del grande onanista, a una gran fetta dell’umanità non è parso vero di giustificare la propria impotenza, la propria disfatta, il proprio nodo alla gola: Basta con l’Arte, con la Cultura! Basta con l’ardua difficoltà dell’Opera Moderna! Evviva la New Epic Salsa! Evviva la Lap Poetry!<br />
Si è scatenata così una gara, che ancor oggi è in pieno svolgimento, a minimizzare le vette, a innalzare i deretani alle cosiddette pressioni editoriali; a mostrare, di performance in performance, freneticamente i muscoli; a scandagliare, a suon di riflessioni sociologiche, gli abissi recitativi di apolli recuperati sul marciapiede del tramonto da un genio tarantolato del cinema americano; a celebrare sui palchi e in prestigiose riunioni di affiliati all’espressionismo pop i creatori di celebri motivetti su quattro accordi; ad esaminare con i bisturi della neuroestetica «l’apporto esperienziale» della ricezione dei Manga; a coprire con i veli di Maya del <em>New Historicism</em>, per il quale documento e monumento sono la stessa cosa, le vergogne desnude di una letteratura incarcerata nell’ideologia, sia essa yankee, orientalista o Inuit…<br />
Insomma si è scatenata una gara a rinsaldare i bassi ranghi.<br />
Un amico mi parla di <em>Bianca</em>, il film di Nanni Moretti: «Ti ricordo che era il 1983, solo qualche anno prima del grande annuncio».<br />
La scuola in cui insegna il protagonista si chiama “Marilyn Monroe”. Un istituto tanto sperimentale quanto surreale. Chi insegna che cosa? Un professore di storia tiene lezioni sulla musica leggera vicino a un juke-box. Il segretario Edo, un prodigio che non sa né leggere né scrivere, delizia il corpo insegnante al pianoforte. Il preside con piglio manageriale terrorizza un mite professore poco aggiornato con una formula profetica: «Qui non si forma, ma si informa». L’insegnamento della matematica è un’opzione tra una partita a flipper, la pista elettrica e una slot-machine. In ogni classe al posto della foto del Presidente della Repubblica c’è quella di Dino Zoff, allora portiere della nazionale italiana, che l’anno prima, al culmine degli “anni di piombo”, aveva vinto in Spagna i mondiali di calcio.<br />
Ho detto istituto surreale, perché all’epoca si rideva delle enormità che accadevano in quel posto. Si rideva perché si percepiva che la realtà era stata deformata. Deformata e perciò comica. Si rideva e si criticava l’Arte, la Cultura, come quando, tra una puntata e l’altra di “Happy days”, si sfogliavano le avventure di Rabelais e dei suoi personaggi alle prese con quei sorbonardi a cui non riusciva di entrare in testa perché mai qualcuno, invece di studiare i sacri testi, venisse in mente di pisciare da un campanile o di scagliare in mare aperto un intero gregge di pecore.<br />
Ma oggi, dopo il grande annuncio, oggi che le serigrafie di Marilyn Monroe, opera del più influente artista del secondo Novecento, sono appese alle pareti degli hotel a cinque stelle dove s’incrociano di sfuggita i futuri Nobel, oggi che la scuola e l’università, con l’avvallo di eminenti pedagoghi e cognitivisti, sono diventati luoghi di animazione culturale dove si «insegna l’ignoranza» (Jean-Claude Michéa) con tanto di psicoterapeuti di sostegno – proprio come nel film di Moretti –, oggi in cui molti studenti sono convinti che Dino Zoff sia stato Presidente della Repubblica, oggi che a nessuno, nemmeno al «cattivo maestro» Vasco Rossi è stata negata dagli insigni sorbonardi italici una Laurea honoris causa, oggi che il Surrealismo è diventato Doc-Fiction, diventa difficile ridere. E di che cosa?<br />
E diventa persino difficile immaginare che qualcuno di nome Will esattamente quattro secoli fa si sia immaginato nei suoi <em>Sonetti</em>, seguendo a sua volta un’idea immaginata da Platone venti secoli prima, un’esperienza dell’amore e dell’amicizia capace di cancellare – attraverso una nozione di bellezza (<em>beauty</em>), una nozione sessuale ma anche mentale, drammatica ma anche ironica, non solo estetica ma anche etica, in guerra con il tempo ma anche in pace con la perfezione (<em>When I consider every thing that grows/Holds in perfection but a little moment</em>) – le frontiere tra l’amore e l’amicizia, tra l’inclinazione amorosa verso una donna (non importa se bionda o bruna) e quella verso un uomo: <em>A woman’s face with nature’s own hand painted/Hast thou, the master mistress of my passion</em>. Diventa difficile immaginare che una nozione così ricca della bellezza – una parola che oggi pronunciamo temendo di essere colti in flagranza di reato o sprofondando, in mancanza di meglio, in uno dei tanti orfismi d’assalto – abbia potuto concepire un atollo emotivo al di là del genere maschile e femminile (<em>ultrasessuale</em>, come ha affermato una volta Claudio Guillén), oggi che invece che con dei lettori abbiamo a che fare con schiere di procuratori militanti presi a rivendicare l’eccezionalità del loro sesso, come se questo potesse difenderci dall’omofobia, dal machismo, come se questo potesse essere una prova della nostra libertà, quando in realtà è solo la testimonianza della nostra impotenza ad aprire una breccia attraverso il silenzio del passato.<br />
<em>What is your substance, whereof are you made,/that millions of strange shadows on you tend?</em> Qual è la sostanza di un individuo che è allo stesso tempo uno e molti, che può dare vita a tante immagini (<em>And you, but, one, can every shadow lend</em>)? Fino a che punto «l’ombra» dell’essere amato, uomo o donna che sia, può essere colta?<br />
Sono le stesse domande, ad esempio, che i quadri di Francis Bacon, ci pongono attraverso la «distorsione organica» dei loro corpi. E non è un caso che Bacon, nei suoi dialoghi, dove non c’è traccia, né tanto meno rivendicazione, delle sue preferenze sessuali, si rifaccia quasi unicamente a Shakespeare quando parla della bellezza. Bacon, per quanto si sia sentito isolato, non ha mai pensato di giudicare la sua arte come qualcosa di autonomo rispetto all’intera storia della sua arte. Così come la sua nozione di bellezza si richiama a quella di Shakespeare, allo stesso modo per lui l’arte moderna non può risparmiarsi il confronto (lo so, un confronto spesso difficile da accettare) con tutta l’arte precedente. Non che egli abbia rinunciato ad essere un uomo del suo tempo, ad accogliere gli insegnamenti di altre arti, la fotografia, il cinema, a interessarsi della scienza, ad apprendere da quello che gli succedeva intorno.<br />
Solo che Bacon, morto nel 1992, non ha semplicemente dato ascolto all’annuncio del grande onanista che a un certo punto della Storia ha decretato la Grande Equazione, Tutto è uguale a Tutto, privando così l’artista del suo vero rovello: cercare una sua personale gerarchia nel caos degli oggetti e dei temi del mondo. Non si è piegato al ricatto del grande onanista che ha reso l’arte puro <em>décor</em>, uno spazio arbitrario (non ludico, non artificiale, ma arbitrario), dove non è più in gioco la vulnerabilità della condizione umana. Né ha dato ascolto alla logorroica ostentazione degli apparitnik della critica nel presentarci questo ricatto come un dato acquisito, irreversibile, epocale.<br />
Anche Francis Bacon dava importanza all’istinto (parola che torna spesso nei suoi dialoghi), e, come il suo maestro Shakespeare, sapeva bene che non si dà bellezza senza essersi mescolati ai propri umori, senza aver compreso l’essenziale e cruda organicità della vita: «A diciassette anni. Lo ricordo molto chiaramente. Vidi uno stronzo di cane sul marciapiede e d’un tratto capii: ecco cos’è la vita. Mi tormentai per mesi, poi finii per accettarlo».<br />
Solo che il suo istinto, accettati i bassi istinti e il fondo escrementizio di ogni bellezza, restò fino alla fine della stessa sostanza dei sogni. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2009/11/01/io-marilyn-monroe-shakespeare-francis-bacon-e-la-bellezza-dopo-l%e2%80%99annuncio-del-grande-onanista/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>133</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-06-20 23:44:13 by W3 Total Cache
-->