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	<title>narrativa americana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Dogpatch</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2024 23:00:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Elizabeth McKenzie</strong> (traduzione di <strong>Michela Martini</strong>)<br /> In quegli anni passavo da un ufficio all’altro per sostituire impiegati in malattia, in congedo di maternità, con emergenze familiari o che semplicemente avevano detto “Mi licenzio” e se ne erano andati. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elizabeth McKenzie </strong>(traduzione di <strong>Michela Martini</strong>)<strong><br />
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<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-110267" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/170629_dogpatch_14.jpg" alt="" width="450" height="360" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/170629_dogpatch_14.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/170629_dogpatch_14-300x240.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/170629_dogpatch_14-768x614.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/170629_dogpatch_14-150x120.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/170629_dogpatch_14-696x557.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/10/170629_dogpatch_14-525x420.jpg 525w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
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<p>In quegli anni passavo da un ufficio all’altro per sostituire impiegati in malattia, in congedo di maternità, con emergenze familiari o che semplicemente avevano detto “Mi licenzio” e se ne erano andati. Ero veloce alla tastiera del computer e imparavo facilmente senza bisogno di molte ore di formazione. Come sostituta mi feci un’ottima reputazione nel raggio di tre isolati nel centro di San Francisco negli anni 90’. Uno di questi pullulava di piccole imprese e organizzazioni non profit, un altro di uffici medici e l’ultimo di uffici legali. Prima che me ne rendessi conto, non avevo più ore libere, quasi che tutti stessero pianificando le loro crisi familiari e gravidanze in base ai buchi del mio calendario.<br />
Non direi mai niente di così presuntuoso se si trattasse di qualcosa che m’importava davvero; mi sentirei troppo vulnerabile e superstiziosa. Ma se ripenso a quei giorni, se parliamo di competenze di base in ufficio, non vedo motivo per non vantarmi.<br />
A quei tempi ero single; avevo avuto qualche relazione sentimentale e non avevo urgenza di iniziarne una nuova. Mi piaceva tenermi impegnata con il lavoro, così non dovevo pianificare il tempo libero. Avevo un contratto d’affitto mensile per una stanza a North Beach; a volte saltavo la cena sostituendola con qualche cocktail e ignoravo le telefonate dei miei genitori fuori di testa. Ero giovane.<br />
Al lavoro avevo trasformato la mia capacità organizzativa in un’arte. Non ero pignola in nessun altro ambito e quindi rimasi sorpresa quando i colleghi cominciarono a chiedermi di rivedere il loro lavoro, come se io fossi la pedanteria fatta persona. A volte sentivo di dovermi ribellare a questa reputazione per non passare per una che si fissava sulle piccolezze. Così, per esempio, quando uscivo con gente che avevo incontrato al lavoro, bevevo un po’ più del dovuto, lasciandomi dietro una scia di confusione con la speranza di crearmi delle amicizie autentiche. E sul lavoro non c’erano ripercussioni. Andavo d’accordo con gli impiegati interinali dell’agenzia che lavoravano per risparmiare i soldi per i loro viaggi in Tailandia o per altri obiettivi importanti. Ero molto richiesta. A volte l’agenzia mi toglieva addirittura un incarico per darmene uno con un cliente più importante.<br />
Forse tutto cominciò con Eleanor, una delle addette al coordinamento del personale a TempRight. Era stranamente entusiasta nei miei confronti.<br />
“Cara, hai diverse opportunità per la prossima settimana”, solitamente esordiva così. “Potresti andare a fare una sostituzione da Curtis per due settimane, la ragazza del front office si sposa e se ne va in luna di miele, e loro pagano più degli altri. Oppure potresti farti un mese da Shoreline, l’azienda specializzata nelle banche dati. Ti era piaciuto l’altra volta. Oppure, vediamo, oggi è arrivata una nuova richiesta da Haarton Medical, a questo punto ci faranno sapere giorno per giorno. Ma avere tutti quei bei medici attorno! Quale scegli?”.<br />
C’era una cosa che m’infastidiva. Avevo l’impressione che Eleanor, avendomi vista salire di grado, pensasse che io avessi pianificato di lavorare per TempRight a tempo indeterminato, come se fosse lo scopo della mia vita. D’altra parte i miei obiettivi erano molto vaghi a quel punto. Fare toccate e fughe era diventata la mia specialità.<br />
Un giorno Eleanor mi chiamò per dirmi di un nuovo cliente con sede nel quartiere di San Francisco noto come Dogpatch, una zona industriale a sud di Market Street dove l’agenzia aveva delle mire di espansione. Disse che TempRight voleva mandare me come loro ambasciatrice. Poteva trattarsi di una svolta decisiva per l’azienda. Di certo avrei fatto una bella impressione… come se io mi preoccupassi del buon nome dell’agenzia e volessi addirittura darmi da fare per promuoverla! Ero contenta che TempRight mi stimasse, ma che razza di posto era se consideravano me la loro arma segreta? E avrei dovuto anche accollarmi i loro problemi? Ma non era proprio quello il punto di fare la freelance: essere libera da grane di questo genere?<br />
L’azienda in questione si chiamava Abernathy e produceva lacche e altri rivestimenti. Niente di emozionante. Un mese forse era anche troppo, ma accettai.</p>
<p>***</p>
<p>Il primo giorno di lavoro arrivai in ufficio con largo anticipo, essendo partita presto da casa con i mezzi pubblici perché non conoscevo questa parte squallida e abbandonata della città. La zona era disseminata di lattine e cartacce e, fedele al suo nome di Dogpatch, di cani randagi che annusavano i marciapiedi e frugavano tra l’immondizia in cerca di cibo in uno stato di perfetto distacco. Prima di arrivare all’indirizzo che cercavo, ossia a un edificio in blocchi di cemento adiacente a un magazzino, in successione oltrepassai un vecchio parcheggio coperto, un’officina rumorosa, un bar chiamato <em>La grotta</em> e un centro di duplicazione chiavi. L’ufficio aveva un portone di vetro e una reception ben visibile dalla strada. Quando entrai, mi presentai alla giovane donna seduta allo sportello. Aveva la pelle chiara e una peluria evidente sulle guance. Disse che il suo nome era Melody e questo era un giorno speciale per lei perché Abernathy le aveva dato un posto fisso e un ufficio tutto suo da qualche parte sul retro. A quel punto, arrivò una donna un po’ più avanti negli anni. Mi colpì molto con i suoi capelli scuri ben acconciati, la gonna color smeraldo, la camicetta bianca, un filo di perle, il rossetto rosso, i collant di nylon e le scarpe nere con il tacco. Disse: “Jan Wyatt?  Sono la signora Kennedy. Le chiedo di sedersi, per favore. Mi complimento con Lei per il suo entusiasmo, ma devo chiederle di aspettare.”<br />
Entusiasmo? Che ridere! Mi divertiva l’idea di incoraggiare l’impressione che davo regolarmente in tutti gli uffici. “Certo”, risposi educatamente.<br />
Dopo aver raccolto le sue cose, Melody fece scivolare la sua sedia sotto la scrivania. “Buona fortuna”, mi disse allegramente, e io risposi “Ci vediamo”. Entrarono in un corridoio e poi udii una porta grande e pesante richiudersi dietro di loro.<br />
La reception non era molto interessante, con l’eccezione degli oggetti laccati appesi sul muro dietro alla scrivania: vassoi di legno, maschere e sculture, probabilmente provenienti da diverse parti del mondo. C’era anche una placcanon contenente coleotteri e altri insetti immortalati in manti lucidi. Forse l’articolo più singolare era una rosa rossa, legata a un gancio con un filo invisibile. Era levigata e lucente come vetro, ma quando mi avvicinai, vidi che c’erano i segni di scavo fatti da qualche insetto sul suo lungo stelo verde. Il che mi portò alla sorprendente conclusione che doveva trattarsi di un fiore vero, sospeso nel tempo grazie alla magia dei sigillanti.<br />
Sospettavo che non sarei rimasta a lungo in quel posto. Cominciai a pensare a una scusa per Eleanor, ma poi sentii la porta che si apriva e richiudeva. La signora Kennedy ritornò da me di ottimo umore, come se l’aver scortato Melody verso il luogo che segnava la sua promozione l’avesse ingolfata di una sorta di estasi amministrativa. Quasi senza fiato disse: “Benvenuta ad Abernathy, una delle maggiori aziende produttrici di sigillanti della West Coast! Signorina Wyatt, io lavoro qui da quasi trent’anni. L’azienda impiega oltre cento dipendenti a tempo pieno e anche molti di loro sono qui da parecchio. Lei si occuperà della reception dove risponderà al telefono, smisterà gli ordini, inserirà dati nel computer e si incaricherà di vari lavori di dattilografia. La Sua agenzia ci ha detto che Lei è una delle migliori.”<br />
“Grazie”, dissi io, arrossendo più per l’assurdità del complimento che per il complimento stesso.<br />
Mentre la signora Kennedy descriveva altri aspetti dell’azienda e del mio lavoro, io l’ascoltavo sorpresa dalla sua insolita compostezza e dizione formale. Sembrava una che avrebbe dovuto ospitare cene eleganti a Washington, piuttosto che nascondersi in questo ufficio insulso in una zona malfamata. La ascoltai come se le istruzioni che mi dava fossero una questione di sicurezza nazionale.<br />
L’iniziazione includeva un breve tour del magazzino. La signora Kennedy mi condusse nel corridoio ed estrasse un mazzo di chiavi per aprire la porta che prima avevo sentito chiudersi. Rimasi sbalordita dall’intensità dei fumi che ci circondavano quando entrammo nella fabbrica, che era decisamente più fredda dell’ufficio e immersa in una luce grigia che scendeva dai lucernari sporchi. Nonostante la temperatura, c’erano ovunque segnali di pericolo che allertavano sulle sostanze infiammabili. Macchine gigantesche ronzavano e sferragliavano rumorosamente; nastri trasportatori vibravano spostando i barattoli di metallo sotto enormi cilindri con imbuto, dove venivano riempiti e chiusi da bracci meccanici, etichettati dalle etichettatrici, raggruppati, messi su bancali e poi impilati dai carrelli elevatori in mucchi torreggianti vicino alle banchine di carico sul retro. Ventilatori imponenti ruotavano sul soffitto, ma i fumi riempivano l’aria. Attorno a me c’erano persone di età e sesso indefiniti che indossavano mascherine, cuffie e camici bianchi.<br />
Mentre seguivo la signora Kennedy per il magazzino, di sfuggita le chiesi dove si trovava il nuovo ufficio di Melody. Lei si voltò e disse: “Si trova in un’altra sede. Mi dispiace, ma non potrà parlarle.”<br />
“Va bene”, dissi io, mentre notavo che l’avevo fatta mettere sulla difensiva. Forse aveva pensato che io la criticassi per non aver organizzato un incontro tra me e Melody, che avrebbe potuto addestrarmi come era uso comune presso altri uffici. Forse avevo frainteso Melody quando aveva parlato del suo nuovo ufficio. “Non c’è problema”, rassicurai la signora Kennedy.<br />
Ritornammo all’oasi della reception. Che posto miserabile là dietro, pensai tra me e me. Chissà come faranno gli impiegati a resistere? Presi posto alla scrivania, ricevetti una lista di nuovi clienti da inserire in un database e mi misi all’opera. Da lì non sentivo il frastuono del magazzino.</p>
<p>***</p>
<p>Quel mese mi svegliai ogni mattina contenta di avere un posto in cui andare e altrettanto contenta che presto tutto sarebbe finito. Non sono sicura di poter spiegare lo strano rapporto che avevo con questo tipo di lavoro. Ogni giorno ero consapevole di essere sul precipizio di dover prendere una decisione. In qualsiasi momento, se non fossero stati contenti di quello che facevo, avrei potuto chiedere un lavoro diverso a Eleanor. Se lei avesse detto di no, avrei abbandonato TempRight e mi sarei rivolta a un’altra agenzia. Non ero di proprietà di nessuno ed era proprio quello che volevo. Allo stesso tempo, però, mi piaceva essere desiderata e sapevo che questa era la mia debolezza. Era facile manipolarmi facendomi sentire necessaria. Questo dissidio interiore era una costante, ma in qualche modo mi aiutò a tenermi in riga.<br />
La domanda e l’offerta di sigillanti divenne il leitmotiv delle mie giornate. Per movimentarle un po’ mi concentravo su dettagli marginali nella corrispondenza e nelle polizze di carico, come gli indirizzi ai quali i prodotti venivano spediti: Atlanta, Georgia. Oak Lawn, Illinois. Bisbee, Arizona. Binghamton, New York. Toledo, Ohio. Hammond, Louisiana. Crofton, Maryland. Mi immaginavo le varie città e poi sceglievo quella in cui mi sarei trasferita nel caso qualcuno dicesse che dovevo farlo. (Oak Lawn mi ispirava abbastanza, ma un po’ mi faceva anche pensare a un cimitero). Forse era colpa dei fumi tossici.<br />
Infatti, di tanto in tanto, mi sentivo stordita, e mi chiedevo se i vapori stessero penetrando nell’ufficio e avessero qualche effetto su di me, ma poi la sensazione passava e riprendevo a lavorare. Le mie dita volavano sulla tastiera del computer. A volte mettevo alla prova le mie capacità: memorizzavo una riga che avrei dovuto digitare, poi la scrivevo senza guardare e infine controllavo per vedere se avevo fatto un casino. In genere ci azzeccavo. Altre volte, invece, producevo delle stupidaggini che chiamavo “la lingua dei tasti”. Tutto diventava completamente incomprensibile se spostavo le dita a destra o a sinistra di un solo tasto: YJsmld upi gpt upit trvrmy ptfrt pg zkimr…<br />
I grossisti che si rifornivano da noi regolarmente impararono il mio nome e cancellarono quello di Melody dalle loro rubriche. Al telefono ci scambiavamo vari convenevoli per dare un’anima a transazioni altrimenti molto aride. All’ora di pranzo, andavo dal food truck all’angolo e ordinavo tre tacos con carne di maiale. La prima settimana gironzolai per il magazzino per vedere se tra quelli che respiravano i fumi tutto il giorno alcuni mangiassero insieme all’aperto, ma non era quel tipo di ufficio. Così, iniziai a portarmi dietro un romanzo da leggere o le parole incrociate e a mangiare alla mia scrivania.<br />
La signora Kennedy mi faceva sempre i complimenti per una cosa o per l’altra: un giorno era la sciarpa, un’altra volta la gonna. Una volta mi tirò una frecciatina: “Naturalmente per una giovane non è poi così difficile essere attraente, ma ci vuole una vita intera di scelte intelligenti per esserlo durante la mezza età.” E in effetti sembrava avere molta cura del suo aspetto e si vestiva come Jackie Kennedy con completi in stile Coco Chanel o Oleg Cassini. Anche la sua pettinatura me la ricordava. Pensai che il farsi bella per andare in ufficio per lei fosse un modo per combattere la noia. Altrimenti, come avrebbe fatto a sopportarlo? Trent’anni in quel posto – in realtà in qualunque posto – a gestire l’ufficio e le buste paga?<br />
Mi dispiace dirlo, ma la cosa più strana era che la signora Kennedy sembrava essere sempre circondata da un odore sgradevole. Quando parlava, un lezzo acre e di muffa sembrava emanare non solo dalla sua bocca, ma dal suo intero essere. Mi ricordava qualcosa e, ogni volta che lo sentivo, cercavo di capire quale fosse l’origine di quel fetore mortifero. Un giorno ebbi un’illuminazione: ripensai ad alcune scatole piene di cose mie che avevo lasciato dai miei genitori; a un certo punto si erano bagnate a causa di un’infiltrazione, e quando mi presentai per riprenderle tutto il loro contenuto era stato devastato dalla muffa. Ecco, nonostante la sua eleganza e la sua bellezza, le esalazioni della signora puzzavano di marciume. Mi chiesi se potesse essere affetta da qualche malattia non diagnosticata, un’infermità che divorava le sue viscere. O forse era solo la stagnazione causata da trent’anni passati nello stesso posto?</p>
<p>***</p>
<p>Un giorno arrivò il proprietario dell’azienda, il signor John R. Connelly. Avrà avuto un’ottantina d’anni, con capelli bianco ghiaccio e occhi azzurri ancora più freddi, denti bianchissimi che – nonostante la sua età – sembravano ancora in perfetta forma. Senza dubbio sarà stato un bell’uomo in gioventù e probabilmente si considerava ancora tale. Mi fece un po’ di domande sulle mie origini e sulla professione dei miei genitori, chiamandoli “i tuoi” e facendomi gelare il sangue. Io diedi una risposta vaga ma educata.<br />
Si vedeva che era intenzionato a educarmi, con i suoi modi di anziano saggio.<br />
“Vediamo, signorina, qual è la funzione di un sigillante? Sì, proteggere e preservare. In sostanza ho dedicato a questo i miei anni migliori. Quando ero giovane lavorare in banca era un’attività per galantuomini. Noi abbiamo protetto giovani famiglie e le abbiamo aiutate a diventare indipendenti finanziariamente. Poi arrivò la guerra. Quando finì e pensai a ciò che avevo visto in Europa, mi resi conto di aver assistito alla distruzione elevata a una forma d’arte.” Continuò dicendo che le cose cambiarono nel settore bancario dopo il conflitto. Divenne tutta una questione di crescita e profitto sregolati. Così, quando ebbe l’opportunità di unirsi alla comunità dei produttori di solventi, grazie alla famiglia della sua cara consorte ormai defunta, la accettò con entusiasmo e una visione ampia: la missione dell’azienda lo intrigava. Sigillanti, lucidanti, lacche: proteggere e preservare.<br />
Poi mi chiese di indovinare chi l’aveva ispirato di più nel corso della sua vita, ma io non ne avevo idea. Il tono della sua voce cambiò e disse: “‘I tempi richiedono invenzione, innovazione, immaginazione, decisione. Chiedo a ciascuno di voi di diventare pionieri di questa Nuova frontiera.’ Sa di chi sono queste parole?”<br />
Scossi la testa.<br />
“È un peccato. Sono di John Fitzgerald Kennedy. Una volta incontrai lui e sua moglie. Erano il ritratto perfetto di gioventù, idealismo e bellezza.”<br />
Ebbi un conato di vomito interiore. I miei genitori, che erano dei malcontenti di origini irlandesi, in qualche modo erano riusciti a fare spazio nel loro innato cinismo per il culto dei Kennedy. Per tutta la vita dovetti ascoltare il ritornello <em>Se Kennedy fosse sopravvissuto, tutto sarebbe stato diverso</em>, una scusa per la loro abitudine all’alcolismo, al gioco d’azzardo e ad altri vizi.<br />
“Un momento breve e luminoso”, continuò.<br />
“Ora capisco perché la signora Kennedy sia stata assunta qui”, sbottai io stupidamente.<br />
“Che cosa?” disse lui, appoggiandosi a me.<br />
“La signora Kennedy”, dissi io. “Il suo nome.”<br />
Il suo sorriso era appena accennato, non ero sicura che mi avesse sentito. Mi disse che gli sembravo una brava ragazza ed ebbe la faccia tosta di farmi l’occhiolino mentre lasciava la stanza. Perfino in vista dei novant’anni, un uomo di successo dava per scontato che il mondo e tutto ciò che conteneva fossero a sua disposizione.<br />
Più tardi quel giorno, la signora Kennedy mi disse che gli avevo fatto una buona impressione e allora, per deviare quel complimento superficiale, io ribattei: “Di certo ha la passione per i Kennedy.”<br />
“Sì, è vero.”<br />
“Pensa di essere stata assunta grazie al suo cognome?”<br />
Era una provocazione ridicola, ma intanto i miei giorni in quel posto erano contati.<br />
“Non mi chiamavo Kennedy quando sono stata assunta,” replicò.<br />
“Oh, naturalmente, è il suo cognome da sposata.” A quel punto avrei voluto chiederle se avesse sposato un uomo con quel cognome per far piacere al signor Connelly, ma mi trattenni.</p>
<p>***</p>
<p>Gli anni ’90 furono meravigliosi e terribili per San Francisco. Persi molti amici. D’altra parte, avevo perso di vista così tanta gente che è difficile dire esattamente quanti ne fossero scomparsi per davvero. Il boom tecnologico non c’era ancora stato e l’aspetto della città era ancora strano e pittoresco. Non sono sicura che fossimo davvero in grado di apprezzare i prezzi bassi dei monolocali e il fatto che anche gente non carrierista come me potesse avere ancora un posto in città. Una sera, nel mio locale preferito, raccontai ai miei amici degli strani individui che lavoravano ad Abernathy, ma probabilmente nessuno mi sentì a causa del frastuono.<br />
Il giorno prima della fine del mio contratto, la signora Kennedy fece la sua mossa. “Vieni nel mio ufficio, Jan. È ora di fare una chiacchierata.”<br />
Naturalmente sapevo cosa intendeva, o almeno pensavo di saperlo. Mi avrebbe chiesto se volessi un posto fisso con loro. Ma la cosa non mi interessava minimamente. Sarebbe stato facile dirle che volevo rimanere con TempRight per lealtà, senza dover parlare di quello che davvero pensavo del loro lavoro mortifero.<br />
La seguii lungo il corridoio fino al suo ufficio. Era la prima volta ci entravo. Era un ambiente scialbo, soprattutto considerando la durata della sua permanenza nell’azienda. Aveva una scrivania standard con sopra una pinzatrice, un grosso computer del tipo che si usava allora, una stampante, un vassoio per la posta in arrivo, una tazza che fungeva da portapenne. C’era una pianta da interni presso la finestra, una bromelia con foglie grandi come teste di coccodrillo. E c’era una sedia con sopra impilate riviste di settore e un tavolino su cui si trovava una piccola collezione di ditali, disposti in cerchio su un centrino.<br />
Rimandai l’inevitabile chiedendole informazioni sul signor Connelly. A quei tempi, non si poteva semplicemente cercare qualcuno su Internet.<br />
Le si illuminarono gli occhi. Lo descrisse come un uomo che veniva da un’antica famiglia di banchieri del Midwest, era stato un campione di football negli anni del college in Wisconsin, dove si era laureato in economia. Aveva trovato moglie nei quartieri alti di San Francisco ed era entrato nel settore di vernici e lacche con il suocero subito dopo la guerra, quando il mercato immobiliare in California era in piena espansione. Avevano accumulato una fortuna, ma John R. Connelly era più di un uomo d’affari, mi assicurò. Era un leader, un rotariano, un conservazionista, un anticonformista.<br />
Ebbi la sensazione che fosse stata innamorata di lui, forse lo era ancora.<br />
Dopo di che, disse: “Jan, fammi arrivare al punto. Il tuo contratto finisce domani, ma non può finire così. Tu hai tutto ciò che il signor Connelly – ed io – consideriamo essenziale per garantire il successo di questa azienda. Sono sicura che mi capisci.”<br />
Meglio tagliare la testa al toro il più velocemente possibile. Espressi la mia gratitudine, ma spiegai che ero soddisfatta come impiegata di TempRight.<br />
“Ma l’agenzia ci ha dato il permesso di offrirti un posto fisso. Naturalmente riceveranno una provvigione. Non sapevi che sono anche cacciatori di teste?”<br />
Il suo volto, per quanto più composto che mai, era così pieno di falsità che difficilmente riuscii a nascondere il disprezzo che provavo. Risposi: “Mi spiace, ma non c’è modo che Eleanor si sia accordata su una cosa del genere senza prima chiedere a me. Chiamiamola adesso, chiediamoglielo.”<br />
Mise la mano sul telefono, ma a quel punto mi sentii travolgere da un forte senso di vertigine e rimasi seduta. I fumi delle vernici erano più intensi nel suo ufficio che nel mio.<br />
“Devo uscire di qui”, dissi.<br />
“Signorina Wyatt, per favore”, disse lei con voce lenta e ferma. “Non c’è motivo di litigare. Questa è una grande opportunità per una nella Sua situazione. Non è facile passare da una compagnia all’altra, lo so bene…”<br />
Un attimo dopo, ero di nuovo alla mia scrivania. Mi sentii come se fossi uscita da un banco di nebbia. A poco a poco rimisi a fuoco la realtà. Guardai l’orologio e mi resi conto che era passata quasi un’ora. L’orologio segnava qualche minuto dopo le cinque. Rabbrividii e indossai il cappotto. Cosa era successo esattamente?<br />
Mentre camminavo sul marciapiede mi fermai in una desolante cabina telefonica. Puzzava di urina e l’apparecchio era incrostato di chewing gum. Una borsa unta era stata infilata tra il telefono e la piattaforma di metallo sottostante, e un elenco telefonico penzolava da un cavo sporco di un liquido rosso e appiccicoso come ketchup. Chiamai Eleanor e le raccontai la vicenda, chiedendole se davvero avesse fatto un’offerta ad Abernathy per piazzarmi da loro.<br />
M’immaginavo mi porgesse delle scuse, ma mi sbagliavo. Eleanor mi aveva tradita. Mi disse: “Cara, la signora Kennedy mi ha detto che ti sei trovata bene, che sembravi a tuo agio. Mi dispiace se ho capito male, ma dobbiamo cercare di accontentare questa gente. Vogliamo restare in affari con loro. Per favore, domani ritorna in ufficio a completare il tuo incarico. Okay? Sei la migliore, Jan!”.<br />
Uscii dalla cabina. Fino ad ora mi ero fatta l’idea che Eleanor volesse tenermi per sempre con TempRight. Non avevo mai immaginato che potesse cedermi a qualcun altro in questa maniera. Pensavo che stesse dalla mia parte, quasi come una mentore. Ma che stupida ero stata! Mi ero proprio illusa. Un’altra fregatura. Mi sentii rifiutata, ma anche in trappola. Che poi era anche come mi sentivo in genere, in un modo o nell’altro.</p>
<p>***</p>
<p>E così arrivò il mio ultimo giorno ad Abernathy. Mi presentai in pessima forma. Ero andata a letto tardi, dopo aver bevuto troppo e, in serata, avevo quasi fatto l’errore di chiamare i miei in un momento di debolezza.<br />
Alla mia scrivania trovai un mazzo di rose e una busta con sopra il mio nome. Mi tolsi il cappotto e annusai le rose. Mentre aprivo la busta, mi sentii invadere da una sensazione piacevole. Mi sembrò quasi normale che il biglietto dicesse: <em>Siamo contenti di averti con noi, Jan. Tu sei parte del successo di Abernathy</em>.<br />
Mi sedetti e risi. Non ero più arrabbiata. Provai a mettere insieme i pezzi degli strani eventi che avevano portato a questo malinteso, ma allo stesso tempo mi sentii spiazzata, pronta ad arrendermi. In fondo che importava, ora che mi apprestavo a strisciare in questo posto giorno dopo giorno? Quando la signora Kennedy entrò nella stanza, sembrò più smagliante e più Jackie che mai. Mi diede un abbraccio di circostanza, io trattenni il respiro e sentii il suo scheletro sotto il tailleur rosa. Disse: “Prendi le tue cose, Jan. Vieni con me.”<br />
Vittima della mia insicurezza, obbedii. Dopo tutto, nella religione di TempRight, stavo finalmente raggiungendo uno stato simile al nirvana. Presi la borsetta e il cappotto e le andai dietro. Ritornammo nel magazzino e la seguii a distanza ravvicinata mentre ci aggiravamo tra i macchinari e i lavoratori vestiti di bianco, finché arrivammo dietro a una pila di barili in un angolo lontano. Dietro c’era una porta della quale lei aveva le chiavi. Mi fece entrare per prima.<br />
Si trattava di una stanza piccola e soffocante con finestre dalle tende pesanti e due piccole poltrone. Le pareti e varie porte erano state dipinte di un rosso scuro e tetro. Sembrava la sala d’attesa di un’impresa di pompe funebri.<br />
“Dove siamo?”, chiesi io.<br />
“Siediti, per favore,” disse lei. “Questa stanza ha un posto molto speciale nella storia di Abernathy.”<br />
Poi procedette ad armeggiare con qualcosa sul bancone, forse una teiera, mentre io – tra il divertito e l’indifferente &#8211; aspettavo di essere vezzeggiata. Sul muro c’era un grande ritratto del signor Connelly, giovane e attraente, un mito in divenire.<br />
La signora Kennedy si avvicinò e prese l’altra sedia. Aveva in mano una macchina fotografica. “Jan, stai diventando parte di una grande tradizione qui ad Abernathy. Dovresti esserne fiera. Non offriamo la permanenza con leggerezza. Al contrario. Solo a coloro che hanno le qualità giuste e la grazia naturale che il signor Connelly considera un valore eterno. Ti chiedo di ripetere con me alcune parole che lui ha sempre trovato di ispirazione e che ancora gli fanno da guida. Sei pronta?”<br />
“Devo esserlo”, risposi, non riconoscendo la mia stessa voce.<br />
“<em>Saremo come una città sulla montagna</em>. Vai avanti, dillo”, disse lei.<br />
“Saremo come una città sulla montagna”, ripetei io, mentre lei sollevava la macchina fotografica e mi accecava con il flash.<br />
“Gli occhi di tutti sono puntati su di noi”, intonò la signora Kennedy.<br />
“Gli occhi di tutti sono puntati su di noi”.<br />
“Per favore, ripetilo”, mi disse, mentre scattava altre fotografie.<br />
“Saremo come una città sulla montagna”, dissi. “Gli occhi di tutti sono su di noi”.<br />
“Molto bene. Ancora.”<br />
Di nuovo ebbi un senso di vertigine. “Potrei prendere un po’ d’aria fresca?”, le chiesi.<br />
“Jan, questa è una cosa che le nostre ragazze devono interiorizzare prima di fare l’ultimo passo. È un discorso toccante di John Winthrop, uno dei primi coloni del Massachusetts che vide il potenziale del nostro giovane paese di diventare un faro di speranza per il mondo, una cosa che il signor Connelly ha sempre voluto preservare. Ancora una volta.”<br />
“Noi siamo…”, sbuffai, sentendomi un po’ agitata “… una città in un posto per cani, gli occhi di tutti i cani sono puntati su di noi.”<br />
Ignorò la mia battutina, ma la sua voce cambiò. “Va bene, vieni con me.”<br />
Si alzò, aprì un’altra porta e mi fece entrare. C’era uno spazio sulla destra che sembrava un ibrido tra un negozio di costumi e un laboratorio. “Avanti”, mi disse la signora Kennedy, ma in quei pochi istanti notai diverse cose strane: abiti da donna che pendevano da ganci, parrucche, scaffali pieni di scarpe, un grande tavolo di acciaio inossidabile e, lo giuro, un banco di lavoro con sopra coltelli, altri strumenti e fluidi vari. Vidi persino dei ditali e un grosso rocchetto di filo spesso rosa.<br />
“Di qua, per favore”, disse lei mentre entravamo in una stanza buia e fredda. Chiuse la porta dietro di noi e accese la luce, al che mi si presentò uno degli spettacoli più insoliti che avessi mai visto. Per prima cosa vidi vetrate in grande quantità, come quelle delle vetrine dei musei di storia naturale che contengono creature abilmente imbalsamate e posizionate nei loro habitat. Ma qui dietro al vetro c’erano giovani donne agghindate per bene nell’ambiente di un ufficio, impegnate dietro a scrivanie, accanto a schedari o nell’atto di rispondere al telefono. Indossavano gonne a quadri, twin set e mocassini. Sembravano vere da tanto erano riprodotte nei minimi dettagli. Non avevano l’uniformità tipica dei manichini. Era uno spettacolo macabro ma anche ridicolo. Che tipo di ideale perverso doveva rappresentare? Un altro riferimento dell’azienda all’innocenza perduta della nazione, il feticismo di un pervertito o tutti e due? Ci saranno state almeno venti figure di ragazza in mostra, con gli occhi scintillanti e la pelle lucida e radiosa come la rosa nella reception.<br />
La signora Kennedy disse: “Immagino che tu sia molto impressionata.”<br />
“Cosa vi fa pensare che questa sia una buona idea?”, dissi io senza riflettere, chiedendomi quale delle mie molte scelte sbagliate mi avesse portata in questa situazione grottesca. Mi sentii imbarazzata, la testimone di un segreto indecente.<br />
“Il signor Connelly ha iniziato la collezione anni fa, consapevole dello sforzo che ci sarebbe voluto per trattenere le migliori e le più capaci, e per preservare i suoi ideali contro un futuro incerto. Ma io ho avuto un ruolo importante in tutto ciò. Tra queste giovani ci sono delle privilegiate, che hanno studiato nelle scuole private, e quelle che sono state date in affido, le indesiderate. Quelle che sono passate di mano in mano come un fardello, che non sapevano più di chi fidarsi e si sono sentite deluse e tradite tra una fase e l’altra di relativa calma e di gentilezza occasionale da parte di sconosciuti.”<br />
“Allora è questo che pensa di me?”<br />
“Questo è il motivo per cui un posto fisso è un tale onore. Rappresenta la fine della sofferenza, della solitudine e di quell’assenza di proposito che ti tormenta mentre cerchi di capire che cosa ha in serbo per te la vita. Un posto fisso è davvero la cosa migliore per una come te, Jan. Sarai molto felice qui. Non ci saranno più preoccupazioni, tristezza o paura per te…”<br />
Stavo guardando l’ultima figura nella vetrina, quella con il cardigan blu e la gonna a quadri in tartan Black Watch. Era Melody. Sussultai violentemente. Notai la consistenza della sua pelle sotto la patina lucida e i peli lanuginosi sulle sue guance.<br />
“Non può farlo”, dissi io con voce rauca.<br />
“Che cosa, Jan?”<br />
Cominciai ad allontanarmi da lei e a cercare qualcosa che potessi usare per difendermi.<br />
“Ricordati”, disse la signora Kennedy, “tu sei una giovane donna molto comune, ordinaria.”<br />
Penso di aver urlato a quel punto.<br />
“Cosa ti succede, Jan?”, mi chiese. “Sembra che tu non capisca. Jan? Torna qui. Torna qui!”.<br />
Corsi verso la porta, mentre il tono della sua voce si alzava alle mie spalle. Uscii in fretta dalla funerea stanza rossa e raggiunsi la fabbrica. Ansimavo, avevo l&#8217;impressione di averla scampata per un soffio. Tuttavia, quando arrivai tra loro, senza disturbare nessuno, mi resi conto che gli operai e i macchinari erano impegnati in una danza complicata. Niente, neanche una donna ansimante e terrorizzata, in fuga da una stanza piena di segretarie imbalsamate, poteva fermarli. I camici bianchi degli operai erano immacolati. Le macchine procedevano a un ritmo costante, mentre la luce grigia dei lucernari gettava ombre fredde sul pavimento. I ventilatori sul soffitto ticchettavano, disperdendo i fumi dei solventi per tutto il magazzino. Un enorme tubo di scarico ruggente incombeva sullo spazio come una luna scura. Rimasi affascinata dalla perfetta fluidità del meccanismo e d’improvviso intuii la pace che si poteva ottenere nell’adattarvisi.<br />
Mi voltai per vedere se la signora Kennedy mi avesse seguita, ma ero sola in compagnia di questi zelanti lavoratori. E visto che non mi aveva seguita, la mia fuga sembrò ridicola. Non era determinata ad aggiungermi alla loro collezione? Avevo calcolato male il suo impegno e il suo desiderio, davvero si stava arrendendo così facilmente? Ero ancora una volta così facile da rimpiazzare? A questo punto ero riuscita a padroneggiare il mio respiro e a trovare una fontanella, di cui bevvi l’acqua ghiacciata a grandi sorsi finché mi ritrovai con il palato congelato. Su una parete vicina era montato un orologio marcatempo. Ogni lavoratore aveva il proprio cartellino, sistemato in ordine alfabetico in una rastrelliera grigia e con i timbri che segnavano l’accumulo delle ore lavorative. Fui colpita dall’insidiosa semplicità della cosa. Mi spinsi oltre le varie porte, oltre la reception e finalmente arrivai in strada.<br />
Avevo già usato la cabina telefonica nei paraggi. Avrei potuto entrarci dentro con tutta la potenziale libertà che avevo conquistato. Ero libera di chiamare chiunque, se avessi avuto qualcuno da chiamare. Ero libera di scegliere la mia prossima mossa, se ci fosse stato un posto in cui andare. Chi aveva bisogno di me adesso? La cagnolina randagia e arruffata che si aggirava per la strada? Come avrei potuto avvicinarla? “Vieni qui, cucciola”, chiamai. “Vieni qui. Sei proprio una brava ragazza. Sì, una brava ragazza, ecco cosa sei, vieni da me!”.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>L&#8217;ultimo romanzo della scrittrice americana <strong>Elizabeth McKenzie</strong> s’intitola <em>The Dog of the North</em> ed è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 2023 da Penguin Press. Precedentemente McKenzie ha pubblicato, sempre con Penguin Press, <em>The Portable Veblen</em>, uscito in Italia per Marsilio con il titolo <a href="https://www.marsilioeditori.it/lista-autori/scheda-autore/5411/elizabeth-mckenzie"><em>L’amore al tempo degli scoiattoli</em></a>. Oltre a questi e ad altri tre libri, l’autrice ha firmato saggi e racconti per riviste come <em>The New Yorker</em>, <em>The Atlantic Monthly</em>, <em>The Best American Nonrequired Reading</em> e l&#8217;<em>Pushcart Prize Anthology</em>, ricevendo numerosi premi nel settore.</p>
<p><strong>Michela Martini</strong> ha insegnato lingua e cultura italiana presso la Suffolk University, l’Indiana University, Cabrillo College e la University of California SC. Ha co-fondato e diretto la Dante Alighieri Society of Santa Cruz. Le sue traduzioni dall’inglese all’italiano includono poesie e racconti di autori quali Edoardo Sanguineti, Giorgio Caproni, Gabriella Leto, Patrizia Valduga, Rossana Campo e Emanuele Trevi. Sono apparse in numerose riviste e volumi antologici quali <em>The Literary Review</em>, <em>Poetry International</em>, <em>Gradiva</em>, <em>Catamaran Literary Reader</em>, <em>Chicago Quarterly Review,</em> <em>Journal of Italian Translation</em>, <em>Italian Poetry Review</em> e<em> The FSG Book of 20th-Century Italian Poetry</em>.</p>
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		<title>Nel nome del padre, del figlio e dell&#8217;umorismo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/08/26/104492/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Aug 2023 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Corrado Passi]]></category>
		<category><![CDATA[Emanuele Pettener]]></category>
		<category><![CDATA[John Fante]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa americana]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo americano]]></category>
		<category><![CDATA[saggi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Corrado Passi </strong>  <br /> Pettener, con passione, indaga le cause dell'assenza, durata decenni, delle opere di John Fante dal panorama letterario internazionale. Il maggior imputato di questo scarso successo in terra americana è proprio l'umorismo e la conseguente assenza, nei romanzi di Fante, di un messaggio, di un insegnamento, di una risposta.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-104494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-200x300.jpg" alt="" width="250" height="376" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-150x226.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-300x451.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75-279x420.jpg 279w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/08/9788885723931_0_536_0_75.jpg 536w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></em></p>
<p>di <strong>Corrado Passi</strong></p>
<p><em>Nel nome del padre, del figlio e dell&#8217;umorismo. I romanzi di John Fante</em>, il saggio di Emanuele Pettener pubblicato nel 2023 da Oligo Editore, è un libro a più dimensioni, un bassorilievo scolpito da una luce intensa, californiana, che ne pone in risalto le numerose sfaccettature e ne modella il gioco di chiaroscuri. Pettener, romanziere e docente di Lingua e Letteratura Italiana alla Florida Atlantic University, USA, indaga criticamente gli aspetti peculiari – alcuni dei quali inesplorati o fraintesi dalla critica ufficiale &#8211; di un autore rimasto per troppo tempo nell&#8217;ombra e i cui meriti sono quasi del tutto postumi.</p>
<p>John Fante, nato a Denver, Colorado, nel 1909, figlio di un muratore abruzzese e di una casalinga americana di origini lucane, iniziò a pubblicare negli anni Trenta; per quasi cinquant&#8217;anni, in America, le sue opere furono guardate con diffidenza e solo negli anni Ottanta, soprattutto in Europa, iniziò a crescere l&#8217;attenzione del pubblico e della critica verso la sua vasta produzione letteraria che include generi quali il romanzo, il racconto e la sceneggiatura cinematografica.</p>
<p>L&#8217;umorismo, evocato nel titolo del saggio, è per Pettener il dispositivo narrativo centrale nella produzione di John Fante. L&#8217;autore si riferisce all&#8217;umorismo di pirandelliana memoria, distinto dall&#8217;ironia in quanto basato su quel &#8220;sentimento del contrario&#8221;, avvertito sia dallo scrittore sia dall&#8217;autore, che sottolinea la bipolarità della vita, la sua relatività; l&#8217;ironia, al contrario, implica un inganno, è una figura retorica che sottende una contraddizione fittizia tra ciò che si dice e ciò che il lettore deve intendere. L&#8217;analisi relativa all&#8217;umorismo viene approntata da Pettener considerando le scelte lessicali di Fante, le sfumature del testo, le ambiguità narrative. «In un lavoro umoristico sorriso e amarezza sono quasi simultanei, mentre in un&#8217;opera ironica o satirica sono sempre separati: si ride o si piange…», si legge nel saggio (p.33). Si tratta di un umorismo genuino, insito nella scrittura di Fante, connaturato ad essa: egli, come spiega Pettener, si sofferma sulla realtà non per giudicarla né per ritrarsi, sdegnato; suo intento è cogliere l&#8217;intrinseca contraddizione dell&#8217;esistenza, la sua incoerenza, e narrare con spontaneità e freschezza, generando riso e amarezza insieme, inducendo nel lettore sentimenti diversi, contrari.</p>
<p>Questa tensione dialettica, uno degli elementi portanti di tutta la produzione letteraria di Fante – fatta eccezione per <em>Full of life</em>, pubblicato nel 1952, suo unico successo editoriale e considerato dalla maggior parte della critica il suo peggior romanzo –, si alimenta attingendo ad alcuni topoi onnipresenti nelle sue opere: l&#8217;ambiguità, l&#8217;incongruenza, il ridicolo. Pettener compie un&#8217;operazione precisa e dettagliata che si articola in modo duplice: analizzando in modo comparativo le teorie di alcuni suoi colleghi, critici americani (Fred Gardaphé, Anthony J. Tamburri), e concentrando l&#8217;attenzione sulle caratteristiche antropologiche dei personaggi. Fante, nonostante sia nato in America, è sempre stato considerato, soprattutto negli USA, uno scrittore italoamericano, e questo aspetto ha notevolmente influenzato, in senso negativo, l&#8217;atteggiamento della critica statunitense. Ma l&#8217;italianità dei personaggi di Fante e gli stereotipi etnici ad essa collegati – l&#8217;ingenuità, il desiderio di affermarsi socialmente, il senso di inferiorità, di rabbia e di ribellione nei confronti di una terra straniera spesso ostile, refrattaria all&#8217;integrazione, che soprannominava gli immigrati italiani con epiteti quali <em>Dago</em>, <em>Wop</em> o <em>Guinea</em> – non sono, afferma Pettener, che tratti descrittivo-coloristici: non rappresentano l&#8217;argomento centrale, nucleare della narrazione, costituito invece dalla rappresentazione di un&#8217;America intesa come luogo immaginato, sognato, rappresentato e vivo nella memoria poetica universale; l&#8217;America carica di valenze culturali ed epiche che interessò Cesare Pavese, Italo Calvino e molti intellettuali; la madre dell&#8217;<em>American Dream</em> e della cosmologia letteraria ad esso correlata. Il protagonista di <em>Ask the dusk</em>, Arturo Bandini, seduto al tavolo di un caffè legge la classifica dei migliori battitori d&#8217;America, i campioni della Baseball National League, e si sente orgoglioso che un italoamericano, Joe DiMaggio, tenga alto l&#8217;onore degli italiani: dietro l&#8217;apparente ingenuità di questo pensiero si cela, stratificata, l&#8217;epica del sogno americano, dell&#8217;appartenenza a un mondo divenuto, in poco tempo, archetipo indiscusso e potente evocatore simbolico.</p>
<p>L&#8217;approccio critico di Pettener apre infatti numerose finestre sulla valenza simbolica, epica, del mondo americano inteso quale cosmo generatore di un mito. L&#8217;autore analizza il rapporto fra padre e figlio, un altro topos fondamentale nei romanzi di Fante e predominante in <em>Aspetta primavera, Bandini</em> e <em>Un anno terribile</em>. Il saggio ci riporta alle figure letterarie di Don Chisciotte e di Sancho e alla loro relazione ambivalente. Si tratta di un rapporto simbiotico, di mutuo soccorso, nel quale si realizza una cooperazione immaginativa: il servitore, reduce da avventure e fallimenti e deluso dal male del mondo, nei momenti di crisi che affliggono Don Chisciotte si sostituisce al cavaliere nella produzione visionaria di scenari, di sogni che possano sostenere cavaliere e servitore nel loro viaggio esistenziale. Allo stesso modo, la figura dei padri – Svevo Bandini e Peter Molise – moderni Don Chisciotte italoamericani, anch&#8217;essi ispirati da un sogno originato da racconti e leggende, è fonte di ispirazione per i figli che li seguono così come Sancho segue Don Chisciotte; i figli, moderni Sancho Panza, si ritrovano a perpetuare il cammino dei padri in un&#8217;America irta di ostacoli e di suadenti canti di sirene. La tensione psicologica padre-figlio, ci spiega Pettener, è nelle opere di Fante un riscontro costante; essa si svela attraverso una narrazione epica, eroica. E non si tratta solo di una dialettica padre-figlio ma di un conflitto che si pone su due temporalità più ampie, antropologiche: una è legata alla differenza di età e di esperienze, appunto, e l&#8217;altra è connaturata al fatto di essere figli di due mondi diversi, della vecchia Europa e del Nuovo Mondo. E, afferma Pettener, dietro la trama e l&#8217;intreccio, oltre il paesaggio, traspaiono le forze ancestrali, totemiche, di due culture contrapposte: l&#8217;una è percepita dai protagonisti come tradizione statica, stratificata, e l&#8217;altra quale dimensione onirica, immaginativa e, per questo, attinente alla libertà e <em>all&#8217;american dream</em>.</p>
<p>Grande attenzione è dedicata da Pettener alla figura della madre: egli indaga in modo approfondito le relazioni familiari dei protagonisti in <em>Full of Life</em>, il maggior successo letterario di Fante e il romanzo più discusso e controverso; l&#8217;autore stesso, in <em>Selected Letters</em>, a pagina 294, a molti anni di distanza dalla pubblicazione confessa: «Scrissi <em>Full of life</em> per soldi. Non è un gran romanzo». In esso l&#8217;elemento etnico, privo di un substrato umoristico, è utilizzato per generare curiosità e interesse nel lettore e resta limitato a questa funzione, creando uno scenario perfettamente compatibile con l&#8217;America degli anni Cinquanta, un ambiente caratterizzato da stereotipi quali la casa borghese, la famiglia, il matrimonio e la fedeltà coniugale. Si tratta di valori indiscutibili, fondanti della società statunitense di quel periodo e condivisi dagli immigrati italoamericani che, in essi, riconoscevano gli strumenti indispensabili per il loro riscatto esistenziale e per la conseguente ascesa sociale. Pettener sottolinea alcune scelte stilistiche e narrative di <em>Full of life</em>, attuate dall&#8217;autore al fine di ingraziarsi il pubblico e suscitare riso, simpatia: la madre del protagonista è infatti descritta in modo caricaturale, forzando l&#8217;elemento etnico fino a renderne il profilo melodrammatico; si tratta di una donna priva di istruzione, subordinata al marito, così religiosa da apparire quasi superstiziosa, innocua e bonaria. Un cliché perfetto della donna immigrata di origini italiane che si guarda le mani callose e, confrontandole con quelle delle modelle ritratte sulle riviste patinate, capisce che non potrà mai essere un&#8217;americana. Questa rappresentazione introduce, come in un gioco di scatole cinesi, la presa di coscienza di una nuova identità etnica acquisibile solo a metà: diventare americani in tutto e per tutto, per un immigrato italiano, appare missione quasi impossibile e foriera, in termini generazionali, di futuri sensi di colpa e di inferiorità, una nemesi che marchierà l&#8217;italo-americano per sempre.</p>
<p>Ancora una volta l&#8217;autore si oppone alla critica ufficiale – americana e italiana &#8211; e sottolinea i rischi di un&#8217;analisi talvolta frettolosa, basata su stereotipi e preconcetti, mettendo in guardia il lettore ed esortandolo a mantenere l&#8217;attenzione sull&#8217;umorismo presente in Fante e sull&#8217;utilizzo dello stesso in altri autori quali Knut Hamsun, Charles Bukowski, Sandro Veronesi, Marco Vichi. John Fante confessò fedeltà assoluta a Knut Hamsun, da lui considerato padre letterario, e Bukowski si dichiarò profondamente ispirato dalle opere di John Fante. Nella propria analisi comparativa Pettener approfondisce la scrittura umoristica di Hamsun e di Fante, sottolineando il loro &#8220;divertimento della scrittura&#8221;, &#8220;l&#8217;istinto giocoso&#8221; che ne caratterizza lo stile (pg. 170), l&#8217;aspetto ludico che potenzia l&#8217;intreccio e l&#8217;architettura narrativa. In Bukowski, al contrario, l&#8217;umorismo è spesso assente (fatta eccezione per <em>Pulp</em>), prevalendo il sarcasmo verso il mondo e il disprezzo verso i suoi abitanti; i protagonisti di Hamsun e Fante sono coinvolti dal mondo, ne sono attratti o respinti e la loro scrittura è un mezzo per comprendere la contraddittorietà del mondo; in Bukowski, al contrario, l&#8217;egocentrismo cinico trova forma, sovente, in una scrittura meccanica, priva di quella forza evocativa che in Fante origina vibrazioni, risonanze.</p>
<p>L&#8217;analisi comparativa – riguardante critici, altri romanzieri, John Fante e Dan Fante, figlio di John e a sua volta scrittore – è certamente un punto di forza del saggio ma il valore di questo libro non si riscontra solo in essa. Pettener, con passione, indaga le cause dell&#8217;assenza, durata decenni, delle opere di John Fante dal panorama letterario internazionale. Il maggior imputato di questo scarso successo in terra americana è proprio l&#8217;umorismo e la conseguente assenza, nei romanzi di Fante, di un messaggio, di un insegnamento, di una risposta. La vita di Arturo Bandini, alter-ego scrittore di John Fante e protagonista di quattro dei suoi romanzi – <em>Wait Until Spring, Bandini</em>, <em>The Road to Los Angeles</em>, <em>Ask the Dusk</em> e <em>Dreams from Bunker Hill</em> &#8211; non offre al lettore alcuna verità né lezione di vita. Il successo tardo, spesso postumo, è avvenuto in epoca postmoderna, in un periodo caratterizzato dal crollo della fiducia nelle verità assolute; il riscontro maggiore, da parte dei lettori, si è avuto in Europa, madre storica dell&#8217;umorismo letterario e lontana anni luce, per tradizioni estetiche e antropologiche, da quel paese romantico che è l&#8217;America, tempio della fede nell&#8217;assoluto, nella verità e nelle certezze politiche ed esistenziali. Milan Kundera, al quale sono dedicate alcune pagine del saggio, afferma che ogni romanzo trova la sua ragione di essere nella scoperta esistenziale; che la conoscenza da esso generata non ha a che fare con una verità assoluta ma con l’incertezza, con il dubbio, le ambiguità. Il genere romanzo non offre risposte ma pone interrogativi; non giudica ma rappresenta; non si pone come affermazione dogmatica, apodittica, ma è relativo, ambiguo.</p>
<p>Il saggio di Pettener è, per il lettore, un viaggio circolare. Esso prende l&#8217;abbrivio partendo dalla poetica di John Fante, dalla Los Angeles di Arturo Bandini e, dopo aver attraversato i territori canonici della letteratura novecentesca – e non solo &#8211; approda nuovamente alla costa californiana tracciando itinerari ampi, rigorosi per il procedimento analitico che li sostiene e per la chiarezza di intenti.</p>
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		<title>La memoria di Old Jack</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Nov 2016 06:09:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[comunità rurali]]></category>
		<category><![CDATA[ecologismo]]></category>
		<category><![CDATA[lindau]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa americana]]></category>
		<category><![CDATA[wendell berry]]></category>
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					<description><![CDATA[di Wendell Berry &#8220;La memoria di Old Jack&#8221; è appena uscito nella traduzione italiana di Vincenzo Perna per le edizioni Lindau. Qui tutte le informazioni. Lui la conquistò coi suoi difetti, lei lo accettò come una sorta di «terreno di missione», e il risultato fu il naufragio dell’esistenza di entrambi. Lui la legò a sé rinnegando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di</strong> <strong><a href="http://www.lindau.it/Autori/Wendell-Berry">Wendell Berry</a></strong></p>
<p>&#8220;La memoria di Old Jack&#8221; <em>è appena uscito nella traduzione italiana di Vincenzo Perna per le edizioni Lindau. <strong><a href="http://www.lindau.it/Libri/La-memoria-di-Old-Jack">Qui</a> </strong>tutte le informazioni.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-65858" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/old-jack.jpeg" alt="old-jack" width="275" height="409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/old-jack.jpeg 430w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/old-jack-202x300.jpeg 202w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Lui la conquistò coi suoi difetti, lei lo accettò come una sorta di «terreno di missione», e il risultato fu il naufragio dell’esistenza di entrambi. Lui la legò a sé rinnegando l’energia che in verità lo congiungeva a lei. Lei gli si legò grazie a un’immagine di lui molto al di sopra della realtà – e che Jack, anzi, né capiva né desiderava, e lui le si legò grazie a un’immagine che Ruth, in seguito, avrebbe scoperto essere molto al di sotto di sé. L’ambizione di Ruth sarebbe sempre rimasta per Jack estranea e straniante, esattamente quanto per lei l’ardore e la forza del desiderio del suo compagno. Gli risulta crudele adesso, col senno di poi, rivederli gettare le basi della loro sofferenza futura. Lui era stato uno sciocco – uno sciocco e un ingenuo – a innamorarsi al punto di contemplare la grazia e lo slancio della propria gioventù riflessi negli occhi grigi di una donna, non per amore o desiderio autentico, ma per ciò che oggi sa essere stata paura – paura di ciò che lei istintivamente sapeva essere il suo opposto, addirittura il suo nemico. Lei l’aveva accettato come senza dubbio l’avrebbe persuasa ad accettarlo san Paolo – come una sfida alla speranza e alla volontà. Si trattava di due persone straordinarie, non c’erano dubbi. Se non fosse stato così, se non fossero stati tanto diversi, la loro lotta – perché questo era stato – forse sarebbe terminata prima del matrimonio. Invece fu costretta a proseguire, ad accettare i termini della sconfitta definitiva di entrambi. Ormai Jack era vicino all’estinzione dei debiti, ed era convinto di poterle chiedere la mano. Aveva anche un po’ di denaro da parte. Lo spese interamente, e se ne fece prestare un altro po’, per ridipingere la vecchia casa e rendere la proprietà presentabile e vivace in vista delle nozze. Con l’aiuto di zia Ren e zio Henry, ripulì la casa da cima a fondo, aprì e arieggiò le stanze abbandonate lasciandovi penetrare luce e vento. Spacchettarono, pulirono e rimisero al loro posto sul buffet e nella credenza della sala da pranzo gli argenti e le porcellane che erano stati di sua nonna. Fu un momento di grande spasso per tutti e tre: per Jack, che recitò nel modo più teatrale possibile la parte del promesso sposo inquieto e ignaro delle raffinatezze dei gusti femminili, deridendo quelli che molto spesso erano i suoi reali dilemmi, e per zia Ren e zio Henry nella parte di coloro che sapevano, ma, per ragioni che Jack avrebbe capito soltanto in un secondo momento, avevano deciso di rimanere in silenzio. Mentre spacchettavano le porcellane nella stanza sul retro del primo piano, si ritrovarono per le mani il decoratissimo vaso da notte di suo nonno. «Ecco un magnifico piatto da portata, zia Ren, – diceva Jack. – Me lo immagino pieno di zuppa». «Poveretta, – diceva zia Ren. – Povera testolina bionda». E zio Henry rideva, finché le lacrime agli occhi gli colavano dal naso. «E poi, zio Henry, viene il momento di andare a dormire, sali con lei in camera da letto, ti spogli e t’infili sotto le coperte, questo lo so. E dopo cosa fai?». Jack continuava su quel tenore per farli ridere, ma soprattutto perché era felice e non riusciva a trattenersi. Si preparava a dare a Ruth sé stesso e tutto ciò che aveva soltanto in cambio di lei. Sentiva spalancare dentro di sé gli abissi di una generosità che non aveva mai conosciuto. Durante i preparativi, passeggiava di notte per la casa contemplando quanto avevano predisposto, immaginando l’arrivo di Ruth e la sua approvazione. Una volta sposati, pensava, una volta che l’avesse condotta là e avesse consegnato nelle sue mani la propria casa e la propria vita, la reticenza della donna sarebbe scomparsa. Non avrebbe più dovuto andare sempre verso di lei, attrarla sempre verso di sé imponendole le sue attenzioni, ma lei si sarebbe volta spontaneamente verso di lui, grata di ciò che lui le aveva dato. Si sbagliava in pieno e non se n’era accorto. Le forze che li avevano attratti e con le quali avevano giocato, che li avevano fatti avvicinare, si erano prese gioco di loro, e loro non se n’erano accorti. L’idea lo fa gemere ad alta voce e scrollare la testa. La scuote, si volta, e mentre la visione torna in lui, fissa la strada che sale attraverso il paese come se attendesse soccorso da quella direzione. Ma non riesce a ricacciare indietro il pensiero. È stato ingannato non da Ruth ma dal suo desiderio di lei, talmente intenso da fargli credere a ciò che vedeva e immaginare possibilità inesistenti. E Ruth – un’antica tenerezza sgorga in lui come un torrente in piena ingombro di rottami e detriti – anche Ruth è stata ingannata, da lui, dalla sua stupida decisione di conquistarla acconsentendo alle sue idee sbagliate. Ciò che la donna sperava, forse, non lo sapeva nemmeno lei. Però non c’erano dubbi che non avesse ottenuto quanto aveva sperato. Niente nella sua esperienza l’aveva preparata ad apprezzare – e ancor meno a dar valore – a un uomo come Jack Beechum. Anni prima suo padre aveva aperto un negozio di ferramenta in città, affidando i lavori della propria fattoria a una sequela di fittavoli e braccianti. Gli affari non andavano bene – e sarebbe continuato così fino alla morte e al subentro dei due figli maschi – e in quelle circostanze nemmeno la fattoria. Prima che Ruth nascesse, a ogni modo, l’ambizione di famiglia era già passata dalla terra natia all’attività commerciale nella cittadina di Hargrave, complice il mito della prosperità imminente che aleggiava sulla confluenza dei due fiumi. Ma la prosperità che la cittadina attendeva, in realtà, non derivava affatto dal traffico fluviale sui fiumi Kentucky e Ohio: che se ne rendesse conto o meno, dipendeva già dalla ferrovia – la quale, quando giunse, scansò Hargrave di parecchie miglia. L’attività dei Lightwood, in ogni caso, sembrava promettere loro una comodità e una ricchezza che era impossibile aspettarsi dall’agricoltura, e una volta diretta l’attenzione verso la città non si voltarono indietro. Visto che abitavano poco fuori Hargrave, divennero a tutti gli effetti gente di città. L’abbondanza rurale rappresentata da cucina, orto, frutteto e affumicatoio serviva semplicemente a intrattenere gli ospiti cittadini: commercianti e professionisti, giovani e brillanti ministri di varie chiese. E dunque, quando divenne marito di Ruth, Jack non occupò un vuoto: usurpò il posto di qualche giovane pastore, avvocato o dottore ben istruito, il cui nome e volto madre e figlia forse non conoscevano ancora, ma la cui collocazione era tuttavia già stabilita. Quella figura ipotetica e nebulosa aveva fornito a Ruth il modello da esibire a Jack. Lui non era certo uomo su cui fosse possibile nutrire sogni grandiosi: aveva i piedi troppo piantati in terra. Così le illusioni e le false speranze del corteggiamento non sopravvissero all’intimità del matrimonio, e nel fallimento del corteggiamento fallì anche la loro unione. Dai piaceri ignari della giovinezza, la prima notte di nozze la scaraventò nel martirio della santità sessuale. Quello fu quanto. E quanto sarebbe stato – anche se a lui ci sarebbero voluti anni a darsi per vinto. Il giorno del matrimonio, da parte di Ruth non c’era stato alcun arrivo gioioso, alcuna riconoscente accettazione del luogo e di lui stesso e dei suoi preparativi per l’ingresso della sposa. Una volta conclusi matrimonio e festeggiamenti e allontanatisi dalla folla beneaugurante della casa paterna, infine liberi dai vincoli delle convenzioni e delle cerimonie, era rimasto soltanto un vuoto terribile, in cui entrambi capirono, prima che il calesse percorresse le due miglia di strada sterrata che conducevano al luogo remoto in cui lei aveva accettato di vivere, di essere completamente estranei l’uno all’altra, di non conoscersi affatto. «Spero che la casa ti piaccia», disse lui improvvisamente a disagio, vedendo l’edificio da lontano, come pensava lo vedesse lei per la prima volta. «Oh, sono certa che mi piacerà, – disse lei. – Mi piacerà perché è tua». Ma lei non guardava Jack. Era distante da lui. E lui se ne accorse, e si rese conto che ciò che aveva fatto cominciava a vacillare dentro di sé. «Ma è tua, – replicò. – Non deve piacerti soltanto per educazione». Lei non disse nulla, e lui guidò per un altro mezzo miglio prima di riuscire a parlare di nuovo. «Aspetta e vedrai. Con zia Ren e zio Henry, l’abbiamo rimessa a posto da cima a fondo». Quando raggiunsero l’edificio lui l’aiutò a scendere, si caricò del suo bagaglio e le fece strada in casa. Il sole era basso sull’orizzonte: la vecchia casa, silenziosa come se non fossero là, era piena d’ombre senza forma e dell’odore di vuoto delle stanze a lungo disabitate. Avvertì l’improvviso sconforto della moglie. Posò i bagagli nell’ingresso e aprì la porta di una stanza ai piedi delle scale. «Questo è il soggiorno. Devo andare a occuparmi del cavallo. Torno subito. Tu intanto mettiti comoda». Pochi minuti più tardi, quando tornò dalla stalla e si affacciò alla porta della cucina, Jack trovò Ruth seduta su una sedia scostata dal tavolo su cui zia Ren aveva apparecchiato e coperto con un panno la loro cena di matrimonio. Guardava in basso in campo aperto, in direzione del bosco. Era una sera tranquilla e tiepida di tarda primavera. Jack ne avvertì l’incanto ed entrò in casa piano, arrestandosi appena oltre la soglia. Per un attimo lei rimase immobile. Poi si alzò, si volse e camminò verso di lui senza guardarlo, come seguendo qualche vaga istruzione. «Hai dato un’occhiata in giro? Va tutto bene?». Lei annuì. «Tutto bene». Ma evitava di guardarlo. E continuò a farlo anche quando lui allungò il braccio per attrarla a sé e abbracciarla. Un anno e mezzo dopo, quando Jack vendette il raccolto, tornò a casa e mise il documento di estinzione del prestito nelle sue mani, si ripeté la stessa scena. Sperava che lei gioisse, che si voltasse ad abbracciarlo felice. Sapeva che la donna era consapevole del suo desiderio. Ma lei non ne fu capace. Conscia delle sue mire, non ebbe il coraggio di guardarlo in faccia. A quel punto Jack capì che la moglie provava una sorta di paura morale nei suoi confronti. Aveva imparato a riconoscere quella paura e a percepirla. Capì che il tocco delle sue mani era diventato ripugnante per lei, e capì perché. Le mani di Jack non erano schizzinose, e lei ne aveva conosciuto i modi, la disponibilità a compiere qualsiasi gesto: ad afferrare qualunque presa fosse loro offerta, a castrare e macellare animali, a imporre l’obbedienza a muli e cavalli, a ricoprirsi di qualsiasi porcheria, sporcizia o sangue fosse necessario. Erano mani che non esitavano e non cercavano di blandire. Che facevano con convinzione, e addirittura con entusiasmo, ciò che prima lei aveva visto fare soltanto di malavoglia da mani nere. Jack aveva scelto liberamente di compiere azioni che lei credeva un uomo potesse fare soltanto per obbligo. Che adesso lui la toccasse, posasse le mani su di lei in modo altrettanto aperto e convinto, con lo stesso entusiasmo che manifestava nel posarle su qualunque altra cosa gli garbasse toccare, lei non poteva sopportarlo. Sotto la sua mano, la carne di lei si contraeva. L’avvertiva ritrarsi al suo tocco. Lui la opprimeva. Il suo corpo curvo su di lei nell’oscurità era come una foresta di notte, affollata di vasti spazi e ombre, e grida di creature distanti di cui non conosceva il nome. Rappresentava per lei un mondo del tutto estraneo e isolato. E si sentiva doppiamente sola perché lui non aveva paura di nulla: apparteneva a tal punto al posto in cui l’aveva condotta, che neppure l’isolamento del luogo significava solitudine per lui. Jack era un uomo tutto d’un pezzo, sostenuto da una tradizione cui lei aveva rinunciato, o cui qualcun altro aveva rinunciato per lei prima della nascita – la tradizione di autosufficienza del piccolo proprietario terriero, di fedeltà al proprio luogo d’origine. Il fatto che si trovasse a suo agio in quelle condizioni di vita, e di conseguenza di fronte alle proprie necessità si comportasse in modo del tutto diretto, senza finzioni o eufemismi, lo rendeva alieno agli occhi di Ruth. Lui non faceva caso agli abiti da lavoro che puzzavano di letame, sudore di cavallo e del suo stesso sudore. Lei scoprì con sgomento che d’estate Jack andava in giro senza calze, e in inverno dormiva con la camicia addosso. Glielo fece notare cercando di modificare le sue abitudini, e lui, finché ci riuscì, fece ciò che gli era stato richiesto. Studiò i desideri della moglie e cercò di esaudirli meglio che poteva. Ma era plasmato troppo in profondità per poter cambiare, a meno di obbedire a una deferenza che non nasceva dal desiderio per lei, ma dalla propria delusione. Deferenza che per giunta diventava sempre più superficiale e svogliata, perché, incapace di mascherare la sua disaffezione e disapprovazione per i modi rozzi del marito, lei cercava semplicemente di costringerlo a smettere di essere ciò che era, spingendolo così ad assumere un atteggiamento provocatorio. Ruth invece possedeva la spietata integrità ideologica nata dall’ambizione, la calma severamente ordinata della propria famiglia e delle proprie abitudini. E Jack le minacciava entrambe con la sua sregolatezza, la sua passione per l’oscurità, che lei non provava né capiva, e dunque temeva. Non poteva seguirlo nelle tenebre. Non poteva lasciarsi andare a ciò che non conosceva, a ciò che non vedeva e non prevedeva. Non perché lui le usasse violenza, ma perché le chiedeva di fare violenza a sé stessa: quando la mano rude s’infilava nel corpetto o s’insinuava all’interno della coscia, mentre l’occhio vigile, prima con allegria e poi con trepidazione, scrutava la reazione della donna alla sua mano – tutto le chiedeva di lasciarsi domare, di desiderare ciò che non poteva offrire, di aprirsi a un compimento di cui sarebbe stata in seguito sempre e soltanto un frammento. E così, pur se la mano di Jack procedeva nel suo cammino, esplorava i crepacci e i luoghi più remoti della sua carne ed entrava in lei con la soggezione di un pellegrino, pur se lui penetrava in lei come il conquistatore di una città e la burrasca del desiderio infine lo gettava a riva su di lei, docile e senza forze come un bambino addormentato, lei continuò a trattenere una ricompensa, un dono vitale per sé. Gli negò gli occhi. Come già prima del matrimonio, rimase per lui un continente sconosciuto. Non gli offrì alcun approdo, alcuna via tracciata. Ogni volta che lui si faceva largo verso di lei, avveniva come per caso, come l’ultimo arrivato che brancola nel buio. Le si avvicinava ogni volta con maggiore trepidazione, e sempre maggior fatica. Tra le sue braccia, sorpresa e trattenuta nelle ultime, violente folate del suo desiderio, Ruth si sentiva tradita e vittima: le sembrava che il tetto e le pareti della vecchia casa crollassero, lasciandola esposta alle stelle e all’oscurità distante. Le sembrava di non essere affatto là, ma sola, persa, esule nel mezzo di una landa buia, dove aveva persino terrore di alzare le mani per toccare gli alberi. E restava paralizzata, col timore che qualche creatura o cosa la potesse udire, ad ascoltare il vento e le grida lontane. Lui era la sua croce, e lei lo sopportava con una sottomissione che più tardi gli ha fatto gelare le ossa. Stesi in solitudine uno a fianco all’altra, i due giacevano rigidi e con gli occhi sbarrati come effigi. Fu così che Jack, quando gli consegnarono nel lenzuolo inzuppato di lacrime della madre il corpicino dell’unico figlio maschio, morto, vi scorse il proseguimento di un’infelicità pregressa e familiare.</p>
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		<title>ricorda la ex-moglie di mio fratello?</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2011 06:30:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa americana]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Jack-Vettriano-Sweet-bird-of-youth-study-50x40cm.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-39101 alignleft" style="margin: 8px;" title="Jack-Vettriano-Sweet-bird-of-youth--study--50x40cm" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Jack-Vettriano-Sweet-bird-of-youth-study-50x40cm.jpg" alt="" width="248" height="316" /></a></p>
<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>Dio mio, c’era qualcosa in questo essere ragazzi che la vita domestica e la civiltà stessa non riuscivano a toccare, e spesso potevano diventare pazzi o esasperanti, ma quando perdevano questa componente, i ragazzi come gli uomini, erano spenti. Così a una donna non rimaneva che scegliere fra un ragazzo troppo cresciuto e un piatto maschio americano, ed entrambe le scelte potevano farti diventare matta, ma almeno con il ragazzo la tua follia era più omicida che suicida, come invece avveniva nell’altro caso. Non c’era da stupirsi se gli uomini al bar, o quando andavano a cacciare o a pescare, si chiamavano tra loro ragazzi. Dicevano: vado a bere una birra coi ragazzi, vado a pescare coi ragazzi. E nei loro occhi c’era una luce diversa, una luce di distanze, di fantasticherie e di predilezione, come se stessero srotolando la bandiera per cui avevano prestato servizio quando erano giovani</em>. <em><strong>Voci dalla luna</strong></em> di <strong>Andre Dubus</strong> (Mattioli 1885, trad. di Nicola Manuppelli) è un esterno giorno americano con al centro una famiglia sghemba formata da un padre, un figlio adolescente che vuole farsi prete, un altro figlio più adulto, ballerino che, più o meno, lavora nella gelateria del padre, la moglie del ballerino, ballerina lei stessa, una figlia che vive altrove ed è indecisa – ma non per vizio, per disposizione di sé – tra erba e cocaina, una madre che lavora come cameriera in un bel ristorante fuorimano, lungo una highway, Melissa in camicia di jeans annodata in vita che fuma sul campo da softball e Conroy, il suo cane, che ogni tanto si perde nel buio. Al figlio adolescente e sarà molto difficile rimanere cattolici a casa nostra piace Melissa, e a Melissa lui, il ballerino ha divorziato, il padre quarantasettenne dei due si è innamorato della ballerina, e la sposerà. Il padre dunque sposa l’ex moglie del figlio maggiore. E con <em>È colpa del divorzio</em> il romanzo comincia.<br />
<span id="more-39100"></span><br />
In <em>Voci dalla luna</em> i nomi delle persone, delle cose, dei luoghi e delle geografie ci sono, e sono nomi propri che pure fanno qualche eco, tuttavia ciò che rende questo romanzo difficile da dimenticare è il racconto dei rapporti tra le persone, i luoghi e le geografie che strutturano e complicano, che innamorano e perdono la vita dei personaggi, degli uomini, delle donne e degli adolescenti e dunque anche i nostri. I nostri rapporti di lettori che hanno famiglie o le pensano, o solo, continuano a guardare quelle degli altri. In <em>Voci dalla luna </em>si capisce, come un’esperienza propria, che ci sono cose molto peggiori che amarsi, che <em>due che si amano devono sempre essere egoisti, rivolti uno verso l’altra, girando le spalle al mondo, se vogliono che il loro amore duri </em>che, anche tu, <em>aspetti che troppe cose ti accadano. Sprechi tutto quel cazzo di tempo a pensare</em>.</p>
<p><em>Voci dalla luna</em> è, prima di tutto, un racconto di una quotidianità normale, e nel quale, tuttavia, la normalità, grazie alla prosa essenziale ma sempre accudente di Dubus, ha qualcosa di decentrato. Perché Richie Stowe teme che, se il padre sposa la moglie di suo fratello, non potrà mai essere un buon prete, ha paura che, se Melissa gli offre una sigaretta dal pacchetto che tiene nell’incavo dei seni, non potrà continuare a ignorare il proprio corpo che lievita. Perché Brenda, anche se sta per sposare il padre del suo ex marito Larry, ha imparato che <em>il matrimonio è l’unica condizione che la trattiene dall’essere una puttana</em>, perché Joan, la madre di Larry gli dice <em>(…) quello che mi addolora in te, è che tu non lo fai. Così a volte penso che tu abbia abbastanza talento perché questa sia una maledizione per te e non a sufficienza perché sia una benedizione</em>.</p>
<p>E in mezzo a tante comuni stranezze ed esitazioni, Andre Dubus, senza nessun intento didascalico, educativo, senza alcun giudizio (im)morale, anzi con gli occhi attenti di chi si meraviglia e si strugge per la bellezza varia – e talvolta in avaria delle circostanze – ci lascia intontiti e pieni di possibilità dunque salvi, consolandoci che <em>Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e portare avanti le vite che abbiamo</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cop-Voci-dalla-luna.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-39158" title="cop Grey" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cop-Voci-dalla-luna-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cop-Voci-dalla-luna-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/cop-Voci-dalla-luna.jpg 382w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>A. Dubus, <em>Voci dalla luna</em> (Mattioli 1885, 2011), pp. 134, 17,90 eu.</strong></p>
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