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	<title>narrativa argentina &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Islario fantastico argentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Oct 2023 05:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Salvador Gargiulo</strong> e <strong>Gonzalo Monterroso</strong>  <br /> Contrariamente ad altre geografie più accomodanti, dove il semplice fatto di gettare un seme viene ricompensato nella primavera dell’anno seguente, in molte delle nostre isole questo patto non viene osservato. Ricoveri di uccelli e di lupi, aperte alle inondazioni, scoscese, circolari, sterili, desertiche. Tutti aggettivi che sembrano escludere l’essere umano, allontanarlo con tutti i mezzi di cui si avvale la natura.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Salvador Gargiulo </strong>e <strong>Gonzalo Monterroso<br />
</strong></p>
<p><em>Introduzione</em> (Salvador Gargiulo)</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-105490" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/cop-islario-fantastico-argentino-72dpi.jpg 397w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />La nostra toponimia insulare, opportunamente studiata, ci sorprenderebbe per il suo pessimismo. Le isole, come gli esseri umani, portano il nome che si meritano, e molte di esse certificano lo stupore che provocarono ai loro primi visitatori, cioè coloro che le hanno battezzate. Desolación (Desolazione), Soledad (Solitudine), Peligrosas (Pericolose), Inaccesibles (Inaccessibili), Decepción (Delusione), sono alcuni dei nomi sopportati dalle nostre isole più onorate, le quali, stando a certi illustri marinai, “non parlano e non capiscono il linguaggio degli esseri umani”. Affermazione che contiene in sé una verità abissale che ben potrebbe applicarsi a molte delle nostre isole: la loro indifferenza.<br />
Contrariamente ad altre geografie più accomodanti, dove il semplice fatto di gettare un seme viene ricompensato nella primavera dell’anno seguente, in molte delle nostre isole questo patto non viene osservato. Ricoveri di uccelli e di lupi, aperte alle inondazioni, scoscese, circolari, sterili, desertiche. Tutti aggettivi che sembrano escludere l’essere umano, allontanarlo con tutti i mezzi di cui si avvale la natura. Isole indomite, selvagge, che anche nei secoli XX e XXI sembra che esigano il diritto di passaggio a chi vuol posarvisi il piede.<br />
Il mito, la sua disposizione al fantastico, si tesse a partire da queste condizioni. Non c’è niente di più propenso alla leggenda che una casa abbandonata in mezzo a un’isola deserta. Niente è più suggestivo di un faro decrepito sulla cima più alta di un’isola assediata dalla nebbia. Gli esilii più crudeli hanno il sapore di queste afflizioni. La ragione pretende anche una certa dose di cinismo quando considera che le isole sono anche diretti sinonimi del Paradiso.<br />
L’Eden è un’isola, Saint Marteen, Margarita, e tutte le isole che formano l’arco del mar dei Caraibi sono paradisi.<br />
Paradisi ardenti e inferni gelati. D’altronde, nell’immaginario argentino le isole quasi non esistono. Per noi non ci sono isole, tutto si riduce a pampa e montagna, a fiumi senza sponde, a deserti in altitudine e in pianura. Non si dovrebbero aggiungere le isole a questo inventario, perché, in realtà, non esistono. E questa è la misura in cui cresce il loro paradosso e si afferma il loro mistero. Su molte di esse si può arrivare solo affittando un battello. In altri casi, per sbarcare si richiede uno sforzo del quale può dar conto solo un marinaio sperimentato. In tanti parlano di quanto sia bella l’Isla de los Estados, ma nessuno, o pochissimi, la conoscono. Ci sono isole occulte, bracci di terraferma che si dicono isole, paesi insulari di pianura, ma le isole propriamente dette sono poche. Alcune sono abbandonate, miserrime parenti di leggendari paradisi turistici, germogli di terra in mari infami, alcune sferzate dal vento, altre minute ed ermetiche. Isole di clausura, orgogliose della loro mezza paginetta di storia. Di esse si sa poco o niente: sono tacche su un planisfero fisico, senza un toponimo che le tenga a battesimo. Isole perdute, lontane, proibite, funeree. Oppure con un loro simbolo impresso, come le Malvine. Ed ecco che un islario di terraferma – con la pampa come succedaneo del mare – può essere considerato anche più reale di quello che riguarda esclusivamente le nostre acque.<br />
Dunque, un islario argentino potrà ridursi all’evocazione di viaggiatori illustri o sfrontati, a un inventario faunistico monotono e prevedibile, a un’ispezione della flora cespugliosa, a uno scartafaccio sulle rocce sedimentarie o, nel migliore dei casi, all’elenco di ruderi che a suo tempo furono fabbriche di guano, depositi, nascondigli. E fari. Forse questi ultimi, vivi e morti, sono i più illustri abitanti delle isole. Dopodiché il quadro è completato dall’abbandono e dalla solitudine. Un islario argentino è dunque ancora da scrivere. Si tratta di storie minime: le isole rifuggono dalle frasi concatenate: preferiscono le parole isolate per intonare la loro triste canzone. Per questo abbiamo scelto di abbordare ciascuna isola in punta di piedi e interrogarla a bassa voce per ascoltare i suoi segreti, la sua squallida biografia. E non abbiamo lesinato su toni e registri: ci troverete citazioni di viaggiatori, dialoghi fortuiti, chiacchiere, materiali d’archivio, documenti e notizie pescate in vecchi libri, abbordaggi metodici ed eleganti sbandate. Ma è inutile spingere tali ricerche oltre queste pagine. Su ciò che non fu mai scritto non si può mentire. Perciò in queste pagine non tutto è vero e non ci sono menzogne. Le leggende hanno da guadagnare dalla fantasia, ma soltanto a partire da qualcosa di radicalmente vero. Tutte queste isole compaiono nelle carte, ma quel che accade nei loro territori cavalca tra verità e menzogna, fra testimonianza e buona fede. Un buon lettore saprà capire cosa intendiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Isola del Cerrito </em>(Salvador Gargiulo)</p>
<p>L’isola del Cerrito è la storia biblica raccontata a rovescio. All’inizio fu la discordia. Poi il paradiso. Prima la civiltà, poi la foresta. Come un quadro di Piranesi o una piramide Maya divorata dalla selva.<br />
Il primo uomo bianco che raggiunse l’isola fu Alejo García, nel 1521. Sopravvissuto della spedizione di Juan Díaz de Solís, risalì il Paraná cercando la Sierra de la Plata (i Monti dell’Argento). Giunto alla confluenza con il fiume Paraguay, si prese qualche giorno di riposo nel Cerrito, ma in seguito trovò la morte per mano degli indios Payaguaes.<br />
Due secoli più tardi Cerrito fu una base operativa nella guerra della Triplice Alleanza, la più dura e sanguinaria di cui si abbia memoria nel nostro Paese.<br />
Peraltro, un tocco fantastico è stato posto dalla fondazione, nel 1926, dell’ospedale modello Màximo Aberastury, per malati di lebbra. Come una specie di “Montagna incantata”, l’ospedale e le sue dépendances furono costruite nella zona più alta dell’isola, mentre le adiacenze furono occupate dagli alloggi per i familiari. Cerrito divenne così un chiostro su un’isola, la ridotta di una società maledetta da Dio e dagli uomini.<br />
Il lebbrosario funzionò dal 1926 al 1967. Alcuni abitanti del posto lo ricordano come una colonia arcana e fosca, con guardie e cimitero privati. Rodolfo Walsh passò qualche giorno nel Cerrito e lì scrisse il suo reportage “L’isola dei risuscitati”.<br />
Nel 1967, dopo aver guarito più di cento pazienti, l’ospedale chiuse per sempre le sue porte. Rimasero nel passato chimere, battaglie e lebbrosi. La vegetazione tornò a impadronirsi di quanto l’uomo aveva usurpato. Oggi l’isola del Cerrito non ha niente da invidiare a un paesaggio di Rousseau. “Destinazione preferita dai pescatori e spiagge di sabbia bianca” ripetono con insistenza i cartelli promozionali del turismo. Come se la morte non l’avesse mai toccata. Come se fosse fuggita lontano, stanca di devastare l’isola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Isole dell’Iberá </em>(Gonzalo Monterroso)</p>
<p>Si è sempre immaginato che anticamente il fiume Paraná seguisse il corso dell’Iberá e, dopo averlo abbandonato, abbia lasciato una sequela di lagune, pantani e paludi che nella stagione delle piogge straripano in tutte le direzioni verso boschi e giuncheti, dando origine ai fiumi della provincia di Corrientes. Nell’immensa pianura sommersa certe piante galleggiano e sembrano isole: l’aguapé (pontederia), l’irupé (piattone acquatico) il vistoso vassoio rotondo che D’Orbigny elogia come parente della ninfea francese. Gruppi di pontederie solidificate intorno a una malta di terra e radici diventano spesso grandi zattere che navigano alla deriva spinte dalla corrente. Per questo motivo Martin de Moussy annotò nel suo Atlante: “Reunion de lacs, de marais e d’Iles noyées quelques unes sont flottantes”. (Insieme di laghi, paludi e isole inondate, alcune delle quali sono flottanti). Il suolo leggermente convesso verso sudovest convoglia le acque dell’Iberá come anticamente avrebbe indirizzato il Paraná. Il diplomatico e commerciante Woodbine Parish ritiene che qualche collegamento sotterraneo riempia le lagune dell’Iberá in corrispondenza con le periodiche piene del Paraná. Le sue esplorazioni conducono a supporre l’esistenza di una etnia di pigmei che, secondo la tradizione, avrebbe vissuto sulle isole che si trovano al centro della laguna (etnia che il viaggiatore inglese vorrebbe mettere in relazione con certe prodigiose formiche che costruiscono nidi conici a prova di acqua).<br />
La presenza di un’isola inaccessibile nel ginepraio acquatico dell’Iberá è condivisa anche da D’Orbigny. Nell’estate del 1826, il naturalista francese – contrariamente alle informazioni di Azara, che egli ritiene di seconda mano – esplora una parte dell’Iberá attrezzandosi con una carovana di carri anfibi. Gli indios delle vecchie missioni che accompagnavano la carovana ritenevano impossibile raggiungere il centro della laguna, dove credevano ci fosse terra asciutta, e che l’unico individuo che ci era riuscito aveva raccontato che l’isola era popolata da animali selvatici. Dicevano che durante le prime guerre delle Missioni alcune tribù guarany avevano attraversato le paludi e avevano popolato le isole dell’Iberá, da dove intraprendevano spedizioni di saccheggio nelle vicinanze di Corrientes.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: i testi che precedono, rispettivamente di Salvador Gargiulo e Gonzalo Monterroso, sono tratti (il primo è un frammento dell&#8217;introduzione) dall&#8217;opera a otto mani &#8220;Islario Fantastico Argentino&#8221; (gli altri autori sono Alejandro Winograd e Alberto Muñoz), pubblicato recentemente <a href="https://tarka.it/tarka-shop/libri/viedellaseta-libri/islario-fantastico-argentino/">dall&#8217;editore Tarka</a>, nella traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, e curata da Alessandro Gianetti. </em><br />
<em>Utili informazioni sull&#8217;opera si possono trovare, oltre che nei due prologhi, anche <a href="https://escritoresdelmundo.art.blog/2021/06/01/a-proposito-de-islario-fantastico-argentino-por-miguel-vitagliano/">qui</a>:</em><br />
<em>&#8221; &#8230; Siguiendo el modelo de los antiguos bestiarios –hasta en la elección tipográfica de su impecable edición-, Islario describe en su primera parte cada isla del territorio argentino, las del mar como las de los ríos, las del presente y las que se cayeron de los mapas, las islas ínfimas, las buscadas sin éxito, las soñadas, las proyectadas. Y en la segunda, ofrece registros y relatos expedicionarios sobre el Delta del Paraná. Saber de una isla es, en definitiva, una invitación a emprender un viaje para encontrarla, o para dejar atrás la que habitamos como cualquier Robinson. Ese albur es conocido por los autores de Islario, Alejandro Winograd, Gonzalo Monterroso, Alberto Muñoz y Salvador Gargiulo, cuatro como los puntos cardinales y los vientos, que tiran a la suerte la brújula para que algún lector se anime a perderse en su propio mapa. &#8230;&#8221; </em></p>
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		<title>Acqueforti spagnole</title>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Acqueforti-spagnole_ritaglio.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-87074" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Acqueforti-spagnole_ritaglio.jpg" alt="" width="257" height="378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Acqueforti-spagnole_ritaglio.jpg 346w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Acqueforti-spagnole_ritaglio-204x300.jpg 204w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Acqueforti-spagnole_ritaglio-250x368.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Acqueforti-spagnole_ritaglio-200x294.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/Acqueforti-spagnole_ritaglio-160x235.jpg 160w" sizes="(max-width: 257px) 100vw, 257px" /></a>SANTIAGO DI COMPOSTELA – CITTÀ TRISTE, SENZA ALBERI, CHE SI RALLEGRA D’INVERNO SOTTO LA PIOGGIA<br />
(“El Mundo”, 6 ottobre 1935)</p>
<p>Il Medioevo. Sì, il Medioevo, con le sue vaste zone di ombra e pietra, così lo immaginiamo dopo aver letto una cronaca e aver chiuso gli occhi.<br />
Gelido, ascetico.<br />
Galizia, la bucolica, si cancella al giungere dinnanzi alle mura di cinta di Santiago di Compostela. La violenta presenza della città medievale è così intensa che di colpo ci si dimentica che nel mondo esistono ancora città allegre. Si volta la testa, spaventati, come se il mondo finisse qui, lungo questi confini granitici, tra i quali, alle tre del pomeriggio si potrebbe uscire nudi per strada senza che nessuno se ne accorgerebbe. I caseggiati di pietra, grigi, di tre piani, con ampie scale scure, sembrano un pretesto per riempire lo spazio che lasciano i quarantasei edifici religiosi, monumentali e sinistri. I negozi, sotto i portici contorti, sembrano tane, molti banchi sono di granito, ed è inutile cercare la folla sotto le arcate levigate dal vento o a cassettoni. Solitudine. Solitudine di morte, di spopolamento, di noia e di penitenza.<br />
Dico che Santiago di Compostela gela il cuore. Strade oblique e in pendenza, con nomi taciturni: Angustia,<br />
Lagarto, Pescadería Vieja, Ànimas, Sal–si–puedes, Calderería. Mostruosi cubi di pietra, lisci, con alte finestre e inferriate, porte verdi, scudi di armi sulle facciate, pale d’altare con bambini scrostati che gettano saette di oro finto, vergini scolorite sulla groppa di un asinello, illuminate lateralmente da fanali di ferro, appesi, come impiccati, a catene, e una farfalla che brucia al sole in un bicchiere d’olio. E poi stemmi, campane che suonano, tuoni, pilastri di pietra al centro della carreggiata, irregolare, morse cancellate dall’ossido dei secoli. Nei buchi dei muri ciclopici, immagini di tortura e sofferenza sorvegliano una porta verde. Di fronte a un fanale di ferro, un santo con un pugnale piantato nella gola e la palma del martirio nella mano. Le gronde sporgono orizzontalmente da altissimi muri di pietra, teste di iena col busto di donna. Dove si guarda, figure abominevoli, segregate, dietro le sbarre come nelle gabbie dei leoni, bare di pietra, rilievi di monaci, la barba con gli anelli come i re assiri.</p>
<p><em>Neanche un albero.</em></p>
<p>Nelle fughe, tra i blocchi di pietra, qua e là c’è una macchia, lilla o viola. Un pon–pon sinistro nato da un prato. Ai fianchi della cattedrale, si apre una piazza con una gradinata talmente larga che sembra entrare in mare, e il mare è una pianura di pietra, e non c’è un solo albero nel cuore della città signorile, e questa piazza, tutta lastricata e chiusa da un lungo muro e da portici di fronte, è la Plaza de los Plateros con piccole vetrate dove, nell’ombra, brillano intagli di argento, oggetti religiosi e, nel punto più alto del lungo muro di ferro, scendendo una scala di pietra come se si attraversasse un corridoio, si scopre un’altra piazzetta lastricata dove non c’è un solo albero, come se il verde fosse sacrilegio qui, dato che tutto è di pietra, e al centro c’è una fontana di pietra con cavalli di pietra, con le colombe che beccano nelle giunte, tra una lastra e l’altra, o dentro gli occhi delle statue. Ovunque cadano gli occhi, ferro o pietra, e se si alza la testa, non si vedono cime di alberi, solo torri piramidali di pietra, annerite dal muschio e dai liquami degli uccelli, e scudi di pietra, squartati, con corone orizzontali. E il vento corre in questo deserto pietroso, sinistro, come se soffiasse nella città degli spettri, che qui ci devono essere, stipati sotto i portici che coprono i vicoli, e le stesse persone si perdono come fantasmi sotto gli archi, perché le colonne, rotonde o quadrate, e gli archi delle colonne sono di pietra, e il sole sembra un sole di pioggia, un sole bagnato e triste, venuto forse dal purgatorio, e tutto così crudele, che i ferri verdi, i fari agli angoli, e i monaci che si perdono tra le arcate, e le macchie del sole livido, il rintocco delle campane ci fanno pensare a un’umanità consacrata esclusivamente agli offici della penitenza religiosa, inginocchiata, solo inginocchiata.</p>
<p><em>La città silenziosa</em>.</p>
<p>Ed è inutile che i bambini ridano, incorniciati dalle ciclopiche arcate, ed è inutile che le donne passino con luccicanti vestiti a fiori. La morte ha esteso così il suo impero a Santiago di Compostela che le voci umane risuonano fuori dal tempo, come quelle degli uccelli in gabbia, che ogni volta che cantano, dal loro carcere, ci ricordano che non dovrebbero stare lì dentro.<br />
Silenzio. I clacson delle macchine non suonano, nemmeno gli altoparlanti delle radio, o i grammofoni, e neanche il chotis madrilegno, o i canti dei ciechi con la chitarra, o le orchestre di strada degli ebrei tedeschi. Silenzio, spegnimento, morte. Dicono che Santiago in inverno rivive con l’allegria degli studenti. Ma è d’inverno che in questa città piove ogni giorno, finché la pietra da grigia non si fa nera, così che, se Santiago, ora, in estate, è buio come un purgatorio, in inverno deve sembrare un sepolcro, il sepolcro dei vivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questo magnifico pezzo fa parte della magnifica raccolta &#8220;Acqueforti spagnole&#8221; (il titolo originario è ben diverso: &#8220;Aguafuertes, Gallegas Y Asturianas&#8221;) di Roberto Arlt, pubblicato recentemente da Del Vecchio, nella traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti)</em></p>
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		<title>Sobre Mascarò</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/01/15/sobre-mascaro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 06:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marino Magliani]]></description>
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		<title>Il paese degli uomini umidi (e una prefazione di Adrian N. Bravi)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/21/letti-da-un-soldo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Adrian N. Bravi]]></category>
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					<description><![CDATA[Il paese degli uomini umidi è situato dietro il sole, in un angolo del mondo sbiadito dall’oblio. Vuoto e desolato dorme il suo metafisico male di abulia sotto un’eterna cappa di muschio verniciato da poco e fresco di rugiada. Rugiada: lacrima versata da un ricordo che respira nella buia alcova dell’anima come una farfalla di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-76782" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-250x375.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo-160x240.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Letti-da-un-soldo.jpg 427w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Il paese degli uomini umidi è situato dietro il sole, in un angolo del mondo sbiadito dall’oblio.<br />
Vuoto e desolato dorme il suo metafisico male di abulia sotto un’eterna cappa di muschio verniciato da poco e fresco di rugiada.<br />
Rugiada: lacrima versata da un ricordo che respira nella buia alcova dell’anima come una farfalla di luce.<br />
Nessuna geografia contiene il profilo del paese degli uomini umidi, perché il paese degli uomini umidi è uno stato dell’anima. Uno stato di tristezza senza rimedio dove i giorni appendono manifesti di noia e le ore dicono con la loro monotonia che la vita non vale la pena di essere vissuta.<br />
Terra senza orizzonte: paese degli esiliati, dei poveri diavoli ai quali il mondo ha voltato la faccia. Persino il sole&#8230;<br />
Complice del destino, che con un vento tragico ha spazzato via il baluginare dell’ultima speranza, il sole gli ha voltato le sue spalle ombrose, negandogli la profilassi spirituale dei suoi raggi.<br />
L’allegria è straniera nel paese degli uomini umidi, di quelli che hanno smarrito l’intatto serpeggiare della risata nel labirinto del dolore.<br />
Da quando è morta mia madre ho iniziato ad appuntarmi medaglie di amarezza per ottenere la cittadinanza nel paese degli uomini umidi.<br />
Sul confine della gioventù ho abbandonato il contrabbando di ingenuità e mi sono tuffato nell’acqua benedetta sulla cui superficie si rifletteva la mia infanzia.<br />
Prima ero un cittadino del mondo che si rinnova. Adesso sono un abitante della pozzanghera dimenticata. Del paese indifferente, della terra degli uomini umidi.<br />
La mia tristezza è autentica. E questo vale molto. Più ancora oggi, che il mondo si intristisce quando glielo ordina il calendario.<br />
Ora che le stelle si frantumano contro l’angustia che mi impicca l’anima, ascolto sorpreso il faticoso sospiro di un ricordo.<br />
Perché io un ricordo ce l’ho. L’ho esibito come un passaporto per diventare inquilino nel paese degli uomini umidi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: il racconto che precede è contenuto nel volume &#8220;Letti da un soldo&#8221; pubblicata da poco da Arkadia nella collana Xamaica 2, nella traduzione di Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani, con una postfazione di Luigi Marfè; il volume comprende tutti i racconti della raccolta &#8220;Camas desde un peso&#8221;, e una selezione da &#8220;El alma de las cosas inanimadas&#8221; e da &#8220;La rueda del mulino mal pintado&#8221;;</em></p>
<p><em>qui di seguito la prefazione di Adrian N. Bravi:</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Durante gli anni Venti a Buenos Aires inizia un processo inedito di ristrutturazione e di ripensamento sociale. Sono gli anni in cui la città vive una crescita esponenziale della popolazione, in particolar modo dovuto alla migrazione. La periferia, quel fuori ampio e desolato, diventa più visibile; per certi aspetti, centrale e dominante rispetto al resto. È un processo iniziato alla fine del XIX secolo, ma nei primi del Novecento, in particolar modo dopo la Grande Guerra, subisce una grande intensificazione. Buenos Aires si trasforma in una città cosmopolita, cambia il profilo culturale e il tessuto urbano. La letteratura accoglie questo processo attraverso la lingua e le nuove estetiche che entrano nel panorama letterario. Nascono nuove poetiche e, allo stesso tempo, il suburbio, per conto suo, diventa lo scenario per eccellenza. Non più un’alterità che minaccia i costumi tradizionali, ma qualcosa che entra a far parte di un immaginario. Si potrebbe dire, scrive Beatriz Sarlo in Una modernità periferica, che «gli scrittori fondano il sobborgo a partire da particolari ibridazioni estetiche e ideologiche». Quindi, di conseguenza, prendono vita nuovi soggetti sociali: il migrante, il bordello, la malavita, i contrabbandieri, i vagabondi che dormono nei Letti da un soldo, come I cinque personaggi che Enrique González Tuñón descrive e affresca nel primo racconto che apre la raccolta.<br />
In questi anni la città vede confrontarsi nello scenario letterario due gruppi contrapposti: Florida e Boedo (entrambi prendono il nome da due strade rappresentative: Florida, centrica, lussuosa e cosmopolita; Boedo, invece, è una strada di sobborghi, di boliches, notturna). Alvaro Yunque, uno degli scrittori più rappresentativi di Boedo scriveva: «Quelli di Boedo volevano trasformare il mondo, a quelli di Florida, bastava trasformare la letteratura. I primi erano rivoluzionari, gli ultimi, avanguardisti». Erano due modi di vedere e di percepire la città e le sue trasformazioni. Gli autori di Florida guardavano all’Europa e a tutti i movimenti di avanguardia; gli autori di Boedo, invece, avevano come riferimento sia la Russia di Dostoevskij che quella di Gor’kij e Maiakovskij. Uno cercava una nuova espressione letteraria e l’altro parlava il lunfardo.<br />
In questo contesto sociale si inserisce Enrique González Tuñón, nato a Buenos Aires nel 1901 e morto prematuramente a 42 anni, fratello maggiore del poeta Raúl González Tuñón. È stato un narratore, un rinnovatore dello stile giornalistico, ha scritto per il teatro, ha scritto anche tanghi, tra cui Pa’l cambalache, registrato nel 1929 da Carlos Gardel. Il poeta César Tiempo, che era nato in Ucraina a inizio del ’900, ha detto di Enrique González Tuñón: «Preferirà circondarsi di ladri e di teppisti, dormire in alberghi orribili, quando ha un peso per il letto, o nei banchi delle piazze; cantare la Tosca nei più improbabili caseifici, visitare le compravendita dove si trafficano i vestiti dei cadaveri e, abbandonato da ogni pietà, sognare, dalle profondità dei porcili – come gli eremiti posseduti dal demonio – con la gloria fatta donna o viceversa». Basterebbe questa descrizione per poterlo immaginare come un personaggio uscito da un romanzo di Roberto Arlt o come un iconoclasta della bohème di Buenos Aires, con i tratti di un anarchico romantico. A metà degli anni Venti si era affermato nel panorama letterario porteño e nel 1927 il giovane Borges aveva recensito con entusiasmo il secondo libro pubblicato da Enrique González Tuñón, L’anima delle cose inanimate.<br />
Letti da un soldo esce nel 1932 da Manuel Gleizer, un emigrato russo che nel 1922 aveva fondato una casa editrice, la quale aveva pubblicato molti libri importanti, tra cui L’idioma degli argentini di Borges (prima di quella data Gleizer vendeva biglietti della lotteria a Villa Crespo, vicino al fiume Maldonado che stabiliva uno dei limiti della città). Letti da un soldo è uno dei libri più riusciti di Enrique González Tuñón ed è una fortuna che oggi veda la luce in quest’ottima traduzione. È composto da cinque racconti che si intrecciano tra di loro, di ispirazione dostoevskiana (tenendo conto che le traduzioni spagnole dei romanzi russi hanno fornito sistemi di riferimenti agli scrittori rioplatensi di quell’epoca). Racconta la storia di cinque cialtroni che dividono una stanza in un tugurio di Buenos Aires chiamato “La Pignatta Misteriosa”, sottosuolo di una città che accoglie i marginati a un centesimo. Si tratta di una sorta di locanda evocata anche dal fratello Raúl e da altri scrittori dell’epoca. Un luogo dove molti intellettuali, che non appartenevano a quell’ambiente, potevano incontrare i marginati del bassofondo porteño.<br />
Enrique González Tuñón ha nei confronti di questi personaggi uno sguardo privo di ogni sorta di giudizio, come quando introduce Il Mancino, uno dei cinque coinquilini: «Verso sera lasciava il ricovero e, con le mani nelle tasche di un soprabito nocciola, andava a piazzarsi all’angolo tra Corrientes e Talcahuano, o all’angolo tra Victoria e Salta, in attesa di un cliente disposto a strapagare la cocaina che lui e la Nucha avevano tagliato col bicarbonato». Il disagio sociale diventa il filo conduttore di tutte queste storie, in cui la vita è sempre in bilico e ogni giorno tocca lottare contro la miseria nella fatale ricerca di un piatto di zuppa o di un bicchiere di vino. La prematura morte di Enrique González Tuñón, però, ha contribuito a far dimenticare un po’ la sua opera, quella dello scrittore che conosceva meglio di chiunque la intimità della città, i suoi infiniti segreti e le storie che oggi fanno parte di quella mitologia che abbiamo imparato ad amare nel tempo.</p>
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		<title>Horacio Quiroga: la vita come un crimine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Oct 2017 05:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mauro F. Minervino Esiste su Horacio Quiroga un giudizio lapidario, e forse un po’ malevolo, formulato da J.L. Borges nel 1945: «Ha scritto racconti che aveva scritto meglio Kipling». Non esattamente una riduzione, però. Essere secondi a Kipling non avrebbe dovuto offendere il talento letterario di nessuno, specie se una simile graduatoria fosse stata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro F. Minervino</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/marino_rumba_lettura_cop.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-69985" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/marino_rumba_lettura_cop.jpg" alt="" width="250" height="293" /></a>Esiste su Horacio Quiroga un giudizio lapidario, e forse un po’ malevolo, formulato da J.L. Borges nel 1945: «Ha scritto racconti che aveva scritto meglio Kipling». Non esattamente una riduzione, però. Essere secondi a Kipling non avrebbe dovuto offendere il talento letterario di nessuno, specie se una simile graduatoria fosse stata stilata da un genio della letteratura universale come Borges.<br />
In realtà già il «New York Times», in un articolo del 25 ottobre 1925, salutava Quiroga come ´il Kipling sudamericano». Si trattava, quindi, anche per lo stesso Quiroga, di un riconoscimento ben più che gradito. Infatti Kipling, assieme a Poe, Maupassant e Čechov, sono esplicitamente, il lettore ne troverà conferma anche leggendo queste sue pagine di racconti, i maestri amatissimi («come Dio stesso») che Quiroga richiama puntualmente in pagina in tutti i suoi racconti. Tuttavia, Quiroga, tutt’altro che un epigono, rivolta a suo modo i modelli di questi narratori e li adatta al suo mondo, alla geografia e alla temperatura sentimentale e morale del Nuovo Mondo, ai rigori e ai misteri animistici e ribelli delle foreste tropicali e delle pampe umide. A dire la verità Conrad con i suoi racconti di epica marinara sta agli oceani, all’epopea del mare e alla moralità della vecchia Europa coloniale, come Quiroga starà invece alla torrida e brutale natura del continente sud americano, alla mescola del sangue, agli intrichi vitali dei suoi popoli impulsivi e malinconici, alla vita indominabile delle insidiose e impenetrabili foreste pluviali, al fluire inarginabile dei grandi fiumi amazzonici come il Paraná. Quiroga – che una volta abbandonate Montevideo e Buenos Aires, vivrà buona parte della sua vita lontano dalle grandi città e a contatto con la selva –, capisce che si può prendere l’arte europea del racconto e spostarla di civiltà, trapiantandola e rimetterla con i piedi per terra nell’humus sfarzoso e venefico dell’<em>altrove</em> naturalistico e sociale rappresentato da una civiltà ibrida e ancora aurorale com’era quella dell’america ispanica. “Quiroga cerca <em>l’altro</em>, tanto nel fantastico e nell’orrore quanto nella vita di frontiera e della selva, nell’uomo e nelle belve, nella natura e in città. Sempre sul margine. All’esterno nel mondo, all’interno nel sentire e nello scrivere” (Ernesto Franco).<br />
Non è certo un caso che, oramai a distanza di quasi un secolo da fatti e circostanze biografiche, il lascito letterario di Horacio Quiroga sia unanimemente riconosciuto come il patrimonio di un maestro maggiore della forma breve e del racconto metafisico; il narratore che più di chiunque altro ha influenzato intere generazioni di grandi scrittori sudamericani, da Juan Rulfo a Julio Cortázar.<br />
Al di fuori della tradizione letteraria ispano-americana, è ancora oggi abbastanza inspiegabile come la sua opera sia stata finora così trascurata in un paese come l’Italia.<br />
Questa raccolta magistralmente tradotta e curata da Marino Magliani e Luigi Marfè, e qui proposta nella collana Itaca da Pellegrini Editore, colma così finalmente una grave lacuna nel distratto panorama dell’editoria italiana, proponendo in volume i racconti che formano la silloge quiroghiana de <em>Il delitto dell’altro</em>.<br />
Si tratta di racconti di una misura perfetta, intessuti di “amore, follia e morte”, in cui si alternano atmosfere decadenti e crepuscolari, balenanti fra delirio e incubo, le stesse esperienze ai confini della scienza, della natura e del mistero in cui Quiroga ha saputo dar forma ad altrettante, accurate, strutture letterarie tramate di passioni umane sfuggenti e di sentimenti perturbanti. Come la solitudine, il sentimento del tempo e il senso di morte, l’ironia amara, follia e l’incubo, l’esorbitanza delle forze naturali, inconciliabilità dell’eros (discretamente misogino, fu seduttore sempre sedotto da donne fatue, spesso troppo giovani e appariscenti).<br />
Nel gioco funambolico di passioni e insanabili contrasti vitali di cui si nutrì – tradizionalista e conservatore ma innamorato della modernità e dell’esattezza scientifica, appassionato di cinema e di divi del cinema, fotografo dilettante e ciclista, sperimentatore di galvanoplastica, malinconico e fanatico della velocità di auto e motociclette sino al rischio della vita propria e altrui, collezionista di pelli di anaconda e misogino recluso in angolo primitivo alla selva amazzonica – nella biografia di Quiroga campeggia su tutto l’ombra sinistra della morte. Come accade per il racconto che dà il titolo a questa raccolta, <em>Il delitto dell’altro</em>, la vicenda stessa di Quiroga è quella di una vita disseminata di morti e di epiloghi spesso tragici e violenti. Nel 1902, Quiroga aveva ucciso, per errore, con un colpo di pistola partito accidentalmente, uno dei suoi migliori amici, lo scrittore Federico Ferrando. La sua vita, ne fu sconvolta, e sarebbe restata per sempre avvolta dalla semioscurità della tragedia e dal ripetersi luttuoso del caso.<br />
Già di morte violenta, quando Quiroga aveva solo pochi mesi, era morto il padre, vittima di un altro fatale incidente con le armi da fuoco. Poi perderà anche il patrigno, che si spara un colpo in testa. La prima moglie Ana María, da cui ebbe due figli, nel 1915, dopo una lite furiosa, si avvelenò. Sbagliò il veleno, e morì dopo otto giorni di agonia. Infine, risposatosi in seconde nozze, a cinquant’anni sconta l’infelicità della relazione con una ragazza di vent’anni, mentre la figlia di primo letto, amica e coetanea di questa, gli muore suicida. Come se quella della tragedia nella vita di Quiroga fosse una porta sempre accostata sull’abisso.<br />
Un epilogo tragico, e nel contempo araldico, a cui non sfugge il sigillo che lo stesso autore vorrà posare sul finale della sua vita: il 19 febbraio 1937, Quiroga, saputo di essere malato terminale di un cancro alla prostata, si uccide a Buenos Aires ingerendo una capsula  di cianuro.<br />
Non lasciò nessun commento, nessuna morale, o indizi, prove che potessero favorire alcuna interpretazione dall’esterno al gesto finale di quella sua vita condotta sul margine, sempre spericolata e triste.<br />
Aveva già scritto prima tutto quello che c’era di scrivere; nulla tranne il suo stile: “la bellezza, e la farsa su noi stessi…, la facoltà di presentarsi a se stessi diversamente da ciò che si pensa, e ammettere che sia possibile”.<br />
Quiroga sapeva bene che tutte le vite hanno lo stesso valore, e che in fondo ìla differenza fra gli umani e le tigri è solo una questione di cuore”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questa è l&#8217;introduzione di Mauro F. Minervino alla traduzione della raccolta di racconti di Quiroga &#8220;Il delitto dell&#8217;altro&#8221;, a cura di Marino Magliani e Luigi Marfè, e pubblicata di recente da <a href="http://www.pellegrinieditore.com/banner-cinema.html?page=shop.product_details&amp;category_id=10&amp;flypage=bookshop-flypage.tpl&amp;product_id=1214">Pellegrini Editore, </a><a href="http://www.pellegrinieditore.com/banner-cinema.html?page=shop.product_details&amp;category_id=10&amp;flypage=bookshop-flypage.tpl&amp;product_id=1214">nella collana </a><a href="http://www.pellegrinieditore.com/banner-cinema.html?page=shop.product_details&amp;category_id=10&amp;flypage=bookshop-flypage.tpl&amp;product_id=1214">&#8220;Itaca Itaca&#8221;</a></em><em>, diretta dallo stesso Minervino </em></p>
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		<title>Monologo dello scapolone (da Aguafuertes porteñas)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Sep 2014 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Acqueforti di Buenos Aires]]></category>
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		<category><![CDATA[alberto prunetti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Arlt Mi guardo il pollice del piede e godo. Godo perché nessuno mi infastidisce. Come una tartaruga, al mattino, tiro fuori la testa da sotto il guscio di coperte, e muovendo il pollice del piede, compiaciuto, mi dico: “Nessuno mi disturba, vivo solo, tranquillo e grasso come un arciprete ingordo”. Il mio lettuccio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Arlt<a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/09/24/monologo-dello-scapolone-da-aguafuertes-portenas/roberto-arlt-acqueforti-di-buenos-aires/" rel="attachment wp-att-49000"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49000" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Roberto-Arlt-Acqueforti-di-Buenos-Aires-172x300.jpg" alt="Roberto Arlt, Acqueforti di Buenos Aires" width="172" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Roberto-Arlt-Acqueforti-di-Buenos-Aires-172x300.jpg 172w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Roberto-Arlt-Acqueforti-di-Buenos-Aires.jpg 258w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" /></a></strong></p>
<p>Mi guardo il pollice del piede e godo.</p>
<p>Godo perché nessuno mi infastidisce. Come una tartaruga, al mattino, tiro fuori la testa da sotto il guscio di coperte, e muovendo il pollice del piede, compiaciuto, mi dico: “Nessuno mi disturba, vivo solo, tranquillo e grasso come un arciprete ingordo”.</p>
<p>Il mio lettuccio è onesto, una piazza, e ringrazio. Potrebbe usarlo comodamente il papa o l’arcivescovo.</p>
<p>Alle otto del mattino entra in camera la padrona della pensione, una signora grassa, calma e materna. Mi fa due massaggi alla schiena e sul tavolino posa la tazza di caffelatte e il pane imburrato. La padrona mi rispetta e mi stima. La padrona ha un pappagallo che dice: – Ajuá! Te ne sei andato? Buona fortuna. – E confortandomi, il pappagallo e la padrona mi fanno ben capire quanto sia ingrata la vita per chi ha moglie e, oltre alla moglie, una caterva di figli.</p>
<p>Sono dolcemente egoista e non mi sembra una brutta cosa.</p>
<p>Lavoro il giusto per vivere, senza fregare nessuno, e sono pacifico, timido e solitario. Non credo negli uomini e meno ancora nelle donne, anche se questo non mi impedisce a volte di avere rapporti con loro, perché l’esperienza si perfeziona attraverso l’incontro (e del resto non c’è donna che, per pessima che sia, indirettamente non ci faccia del bene).</p>
<p>Mi piacciono le giovinette che si guadagnano da vivere. Sono le uniche per le quali nutro grande rispetto, anche se non sempre sono splendori di donne. Mi piacciono perché esprimono un sentimento di indipendenza che è il credo della mia vita.</p>
<p>Quelle che mi piacciono più di tutte, però, sono le donne che non si truccano. Quelle che si lavano la faccia, ed escono con i capelli umidi, con quella sensazione di pulizia interna ed esterna che a uno, senza farsi scrupoli, verrebbe voglia di baciar loro i piedi.</p>
<p>Non mi piacciono i ragazzi, fatte alcune eccezioni. In tutti i piccoli, quasi sempre si scoprono i tratti della furbizia paterna, per questo li preferisco a una certa distanza, e la penso come la maggior parte della gente, che si trova d’accordo nel dire: «Che ragazzi, sono una meraviglia!», anche se è una menzogna.</p>
<p>Faccio il bagno ogni giorno, inverno ed estate. Un corpo pulito è la base dell’igiene mentale.</p>
<p>Credo nell’amore quando sono triste, mentre quando sono contento guardo certe donne come se fossero le mie sorelle, e mi piacerebbe poterle fare felici, anche se non posso nascondermi che un pensiero del genere è davvero una sciocchezza, già che è impossibile che un uomo faccia felice una sola donna, immaginiamoci tutte.</p>
<p>Ho avuto diverse fidanzate, e ho scoperto in esse solo l’interesse per il matrimonio. Naturalmente dicevano di amarmi, ma poi amarono anche altri, il che dimostra come la natura umana sia sommamente instabile, sebbene le sue azioni vogliano ispirarsi a sentimenti eterni. Per questo non mi sono mai sposato.</p>
<p>Tra chi mi conosce, ben pochi dicono che sono un cinico; in realtà sono un uomo timido e tranquillo, che invece di fermarsi alle apparenze cerca la verità, perché la verità è la sola via per una vita degna.</p>
<p>Molta gente ha provato a convincermi a metter su una famiglia, e alla fine ho scoperto che questa gente sarebbe stata molto felice se non avesse avuto una famiglia.</p>
<p>Sono servizievole nella giusta misura e a patto che il mio egoismo non si senta offeso, anche se sono convinto che l’anima dell’uomo sia fatta in modo tale che ci si dimentica prima del bene ricevuto che del male patito.</p>
<p>Come ogni essere umano riconosco in me molte meschinità, delle quali farei volentieri a meno, ma alla fine mi sono convinto che un uomo senza difetti sarebbe insopportabile, perché non darebbe l’occasione al prossimo di parlare male di lui, e l’unica cosa che non si perdona mai a qualcuno è la perfezione.</p>
<p>Ci sono giorni in cui mi sveglio e sento dentro tutta una delicatezza. Allora mi annodo scrupolosamente la cravatta ed esco e guardo teneramente le curve delle donne. E ringrazio Dio per aver creato un essere, una creatura così bella, che con la sola sua presenza, ci emoziona e ci fa dimenticare tutto ciò che abbiamo avuto dal dolore.</p>
<p>Se sono di buon umore, compro un giornale e mi informo su cosa è successo nel mondo, e ogni volta mi convinco di quanto sia inutile il progresso se il cuore dell’uomo continua a essere duro e acido come lo era il cuore degli umani mille anni fa.</p>
<p>Al crepuscolo torno alla mia camera da monaco, e mentre aspetto che la cameriera (una ragazza rozza e sempre irritata) apparecchi la tavola, “sotto voce” canticchio <em>Una furtiva lagrima</em>, oppure <em>Addio, del passato bei sogni ridenti</em>…</p>
<p>E il mio cuore sprofonda in una pace meravigliosa e non mi pento di essere nato.</p>
<p>Non ho parenti, e siccome ho rispetto per la bellezza e detesto la decomposizione, mi sono iscritto alla società di cremazione, perché il giorno in cui io morirò il fuoco mi consumi e, come unica traccia del mio passaggio puro sulla terra, non resti che pura cenere.</p>
<p>(con il gentile consenso dell&#8217;editore Del Vecchio, pubblichiamo questo racconto della bellissima raccolta di Roberto Arlt &#8211; che riprende pezzi scritti per il quotidiano El Mundo &#8211; uscita nel 1933, e ora tradotta da Marino Magliani e Alberto Prunetti; il libro è uscito questa settimana)</p>
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