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	<title>narrativa italiana &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Aberrazioni in forma di tetramerone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alice Pisu]]></category>
		<category><![CDATA[Danilo Soscia]]></category>
		<category><![CDATA[mamma mostro]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alice Pisu </strong> <br /> La dorsale che attraversa l’opera risiede nel culto della forza rigeneratrice della morte, in un continuo ricorso alle forme della creazione e al caos che racchiudono.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alice Pisu</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121644" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75.jpg" alt="" width="380" height="597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75-191x300.jpg 191w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75-150x236.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/07/9791255481478_0_0_536_0_75-300x471.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Nell’ultimo romanzo scritto prima della morte e pubblicato postumo, <em>La palude definitiva</em>, Giorgio Manganelli compie un’allucinata ricognizione di un luogo in cui è difficile entrare e impossibile uscire, non rappresentabile su una mappa, dove sentirsi escluso dal consorzio umano. Dotata di una sua magnificenza, tra farfalle di putredine che si levano in volo, grumi di insetti galleggianti, vermi decomposti in filamenti erbosi, la palude è uno spazio polimorfo e ambiguo. Investe di innumerevoli favole drammatiche chi, nell’attraversarla, è divorato da interrogativi sulla reale natura degli spettri – forse gli abitanti dei cenotafi? – che sostano sulle soglie del suo corpo.<br />
Nel disegno unitario alla base di <em>Mamma mostro</em> (Nutrimenti), Danilo Soscia rivela la necessità di penetrare tale palude manganelliana con racconti dove confluiscono rimandi disparati – Shakespeare, Perrault, Boccaccio, Chaucer, Poe, Kafka, Hoffmann, Landolfi, Buzzati  – e suggestioni che fondono gotico contemporaneo, new weird, realismo, fantascienza, ritratto sociale, riscrittura del mito. Con un profondo studio dell’orrore, l’autore ispeziona la miserevole complessità umana entro lo schema del tetramerone: l’incedere narrativo è cadenzato da quattro sezioni/giornate da dieci racconti con una precisa evoluzione, dalle storie di non-morti, di mutanti, di spettri, l’approdo è il libero orrore.<br />
L’opera si inserisce in una produzione composita ma coerente dello scrittore, che già dal suo esordio con <em>Gli dei notturni</em> (minimum fax) tradiva una fascinazione per l’onirocritica greca nella tendenza a reimmaginare forme di misticismo con ricorrenze che avrebbero caratterizzato anche la produzione successiva alle quaranta ipnografie, come lo scheletro narrativo, lo sguardo diacronico, lo scandaglio del legame originario tra morte e immaginazione. Il conflitto col tempo, ritenuto da Lovecraft il più potente e fruttuoso soggetto nell’ambito dell’espressività umana, è favorito nelle storie di Soscia dal bilico di verosimile e assurdo perché, come sostenuto dall’inventore dei miti di Cthulhu, è necessario garantire “un accurato realismo in ogni fase del racconto salvo per ciò che concerne il fatto meraviglioso di cui tratta” (<em>Note su come scrivere racconti fantastici</em>).<br />
In <em>Mamma mostro</em> l’elogio dell’abominio assomma un gusto epico per l’ibrido e per il trascendente inserito in una meditazione sulla matrice tragica dell’esistenza, resa con pagine memorabili sulla solitudine, sul senso di alienazione contemporanea, sull’incertezza del vivere senza lavoro e senza casa, sul ricatto dei ruoli sociali predefiniti, sulla labilità delle relazioni, sui miti dell’infanzia, incistate in storie di orripilanti metamorfosi, di allucinazioni e varchi dell’ignoto. Ogni racconto spalanca voragini su un immane vocio proveniente da un tempo e da uno spazio sconosciuti, in qualche misura riconoscibile da chi legge per la natura della sua irruzione sulla pagina con elementi ordinari come un telefono, un mazzetto di banconote o una fotografia, resi strumento di connessione con l’irrealtà che infettano il noto in modo irrimediabile.<br />
Il sentimento detonatore è la nostalgia per un tempo anteriore vissuta da soggetti soggiogati da una fatale idealizzazione dell’infanzia, alla ricerca vana dell’origine della malinconia e, per questo, puniti con efferatezza, come accade a chi torna nel borgo della giovinezza e viene sbranato dalla bottegaia di fiducia, o chi viene fagocitato nell’incubo permanente della madre di una creatura acquatica leggendaria. Destino comune anche a chi torna nella casa natale alla ricerca della collezione paterna di elenchi telefonici internazionali per poi essere travolto, nel sollevare la cornetta del telefono di una casa chiusa da decenni, da un nugolo di voci che all’unisono pronunciano il suo nome in infinite lingue diverse; o a chi riconosce la propria grottesca immagine infantile nel tatuaggio mutante che aveva appena realizzato sulla schiena di una centenaria.<br />
Ogni storia ne riscrive innumerevoli altre nel dare una nuova veste a noti personaggi letterari, dalle vicissitudini di una Griselda contemporanea all’ironia della sorte affrontata da Barbablù, dal destino di Shahrazād andata in sposa a un vampiro di Mumbai, al viaggio macabro di una novella Lisabetta da Messina (<em>Decameron</em>, IV, 5) divenuta Lisabetta da Amsterdam che, ignara della presenza della testa di suo padre nel vaso di basilico, inizia un viaggio macabro originato da un indirizzo appuntato su alcune banconote.<br />
Nel muoversi costantemente tra modelli esemplari e copie imperfette, Soscia rimpasta con passo epico la tragedia antica e il dramma, attua visioni allucinate che contraffanno gli archetipi come accade in <em>Racconto d’inverno</em>, dove il lupo shakespeariano attratto da due giovani corpi uniti in un amplesso ne divora uno e ne sceglie un altro da portare in dono alla madre (un’anziana chiusa in una casa di riposo) per poi ritrovare le sembianze umane e rincasare nel suo monolocale.<br />
La dorsale che attraversa l’opera risiede nel culto della forza rigeneratrice della morte, in un continuo ricorso alle forme della creazione e al caos che racchiudono. Emblematico il ricorso a Zóphanías (uno dei dodici profeti minori dell&#8217;Antico Testamento della Bibbia e del Tanakh ebraico) come nome dato al feto in grembo alla giovane cameriera islandese, ‘guardiana del nulla’, rimasta incinta di un anonimo avventore del bar. Quella presenza infestante si palesa nei sogni della donna, prima come bozzolo animale ricoperto di peli lunghissimi, poi feretro seguito da un corteo funebre di cani.<br />
“Almeno nei sogni, suo figlio non c’era più. In fondo a tutto c’erano sempre i sogni. Uno dei posti migliori dove andare ad abortire”.<br />
Affine a Pynchon e  Borges nel giocare sui dislocamenti ontologici, Soscia opera continue proiezioni retrospettive di nuovi miti e sapienti riscritture dei classici entro un tempo nuovo, interessato non tanto al mero effetto anacronistico ma a celebrare il limitare dei mondi. Travalica epoche e risale a storie di leggendari faraoni, demiurghi che pur sentendosi i più grandi creatori delle loro stirpi hanno rinunciato a comprendere il senso delle cose; sposi divenuti spettri che generano un neonato dalle dita atrofizzate di un granchio a cui si riveleranno a decenni di distanza tramite una foto; illustri scrittori come Jan Potocki colpiti da una morte paradossale; artisti tormentati come Vincent Van Gogh che dialogano con il proiettile che gli sfonda lo sterno; embrioni insidiosi simili a idrocefali dotati di branchie e chele polidattili; mostri che popolano fabbriche abbandonate e che si rivelano gli unici dotati di un residuo senso di compassione umana.<br />
La prosa affilata di Soscia esalta le descrizioni fisiche di oggetti ordinari, spazi domestici segnati in modo irrimediabile da una decadenza che invade ogni cosa. I costumi, le abitudini, gli ambienti restituiscono un senso di repulsione non ridotto a mera parabola sopranaturale ma inserito entro un’estetica della decadenza in quaranta vividi ritratti di senza patria smarriti tra le rovine che, al pari dell’unico sopravvissuto di un sotto-esercito lincantropizzato, si sentono irrimediabilmente guasti. Nell’enfasi sull’orrore, nell’attrazione per l’ignoto, nella fascinazione per la dissoluzione, con <em>Mamma mostro</em> Danilo Soscia invita chi legge a lambire la soglia e godere dell’istante che anticipa il disfacimento orrifico come una catarsi.<br />
“Arriva per tutti, prima o poi, un demone che ti mangia la vita. Devi solo fuggire, se ne hai la possibilità, e attendere altrove una morte più equa. A meno che non sia tu stesso il demone. In quel caso la tua morte sarà degna di una storia”.</p>
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		<title>Nora e noi genitori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Bagnasco]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[pallavolo]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Claudio Bagnasco </strong>  <br /> In quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Bagnasco</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-121148" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed.jpg" alt="" width="380" height="391" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed.jpg 415w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-292x300.jpg 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-408x420.jpg 408w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-150x154.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/06/unnamed-300x309.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Nora cammina a passi lenti verso la zona di servizio facendo rimbalzare la palla in terra una, due, tre volte, sempre tre, poi si volta verso il campo, l’arbitro fischia e c’è un attimo, prima di lanciare la palla verso l’alto e prendere la rincorsa per battere, in cui osserva il piazzamento delle avversarie ma no, non è così, Nora nel silenzio del palazzetto, con le compagne, l’allenatrice, le avversarie e noi genitori che attendiamo l’esito della sua battuta, e quanto sa essere micidiale la sua battuta, in quell’attimo Nora tiene il peso del mondo intero nello sguardo, proprio a me doveva capitare la responsabilità di essere la più forte, sembra che si domandi, e nello sguardo di Nora, assieme alla paura di sbagliare, c’è quella di riuscire, perché se fa un <em>ace</em> noi genitori ne vogliamo un altro, e un altro, e un altro ancora, così da poterci immedesimare il più a lungo possibile nella sua bravura e nei suoi quattordici anni, e chissà se Nora ne è consapevole o se è soltanto una ragazzina introversa oltre che una promessa della pallavolo, chissà cosa esiste davvero e cosa proviene dalla fantasia fuori allenamento di noi genitori, comunque ogni volta che Nora fa un punto sorride ma dà l’impressione di chiedere scusa, scusa se non ne farà un altro subito dopo, o magari scusa se il punto fatto da lei è un punto sottratto alle avversarie, e quando sbaglia una palla eccolo di nuovo il peso del mondo intero nello sguardo, come mai già tutta quella malinconia, da dov’è che arriva, ma è la tua, Nora, o la nostra, e il motivo per cui nella rappresentativa regionale hanno convocato Lucia e non Nora è che Lucia è più appariscente, mica più forte, esulta senza ritegno dopo ogni punto, incita le compagne, tenta salvataggi impossibili, secondo un padre che durante le partite introduce un nuovo argomento di discussione ogni due minuti, è il suo modo di gestire la tensione, <em>Lucia ha gli occhi della tigre</em>.<br />
Nora, invece, ha gli occhi del cucciolo abbandonato, un cucciolo che per non soccombere alla solitudine ha imparato a difendersi meglio di chiunque altro però quel difendersi dà l’idea di non bastarle, anche dietro i colpi eseguiti con più maestria si intravede un’insoddisfazione, e dietro l’insoddisfazione la tentazione di arrendersi, come se Nora giocasse aspettando l’attimo in cui le sue battute, le sue schiacciate, i suoi muri, le sue finte non saranno più sufficienti a proteggerla oppure l’attimo in cui non riuscirà più a battere schiacciare murare fintare alla sua maniera, o siamo noi genitori a saperlo, a sapere che le cose finiscono, che i quattordici anni muoiono, e poi i sedici, e i venti, e i quaranta, finché rimane la sopravvivenza, sei tu o siamo noi, Nora, e cosa è successo veramente quella domenica pomeriggio, stava per iniziare il terzo set della finale del torneo estivo, avrebbe dovuto esserci lei in battuta, mentre le cinque compagne rientravano in campo Nora è andata con i suoi soliti passi lenti ma non verso la zona di servizio, è scesa per le scale che conducono agli spogliatoi, ai bagni e all’uscita posteriore del palazzetto, qualcuna ha fatto rotolare la palla laggiù dove Nora comincia a prendere la rincorsa per battere ma Nora non rispuntava, l’allenatrice e un paio di compagne sono andate a cercarla e la palla stava sempre là, quanta desolazione esprime una palla a terra in fondo a un campo di pallavolo, no, non una palla, la palla che avrebbe dovuto fare tre rimbalzi, che avrebbe dovuto essere colpita da Nora, ancora un <em>ace</em>, Nora, ancora un <em>ace</em>, torna, Nora, batti, regalaci altri punti dei tuoi, ma Nora non sarebbe rientrata in campo e non l’avremmo più ritrovata, tra noi genitori c’è chi sostiene che abbia fatto una brutta fine, chi giura che ha firmato per una squadra professionistica del Brasile, chi incolpa non si capisce bene di cosa la madre stravagante, mai che gli adulti riescano a mettersi d’accordo sulla verità, e intanto la tua bravura e i tuoi quattordici anni, Nora, figlia perduta, eroina sognata, non ci sono più, non ci saranno mai più.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rapporto #29</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/06/06/rapporto-29/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:38:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Maria Spinelli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Fabrizio Maria Spinelli</strong> <br /> Quando hanno chiuso la finestra il rumore del montacarichi non ha cessato di pulsarle nel lobo frontale. È girata verso il muro. Gli dà le spalle. Si dondola con il sedere, come se il bacino fosse un’altalena di ossa che trasporta anni di rimozioni sedimentati in un movimento ossessivo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Fabrizio Maria Spinelli</strong></p>
<p style="padding-left: 160px;">Gaudium.<em> Nulla me dies non amantem viderit</em><br />
Ratio. <em>Age igitur. Lude, insani, sonno letare. Experrectus flebis</em></p>
<p style="padding-left: 160px;">Petrarca, <em>De remediis utriusque fortunae</em></p>
<p>Quando hanno chiuso la finestra il rumore del montacarichi non ha cessato di pulsarle nel lobo frontale. È girata verso il muro. Gli dà le spalle. Si dondola con il sedere, come se il bacino fosse un’altalena di ossa che trasporta anni di rimozioni sedimentati in un movimento ossessivo. Gli uomini comunemente interpretano questo atteggiamento come qualcosa di sessuale. Le mettono le mani tra le gambe, cercano un sesso pronunciato, pronto al rapporto. Lei lascia fare. Pensa a quanti l’hanno toccata. Per un momento si eccita, poi torna a sentire il ronzìo del montacarichi. Lui le guarda le scapole ed è attento ad evitare ogni contatto. Crede che lasciarle i suoi spazi gli garantisca una sorta di immunità. C’è qualcosa di gratuito nella devozione che prova. Poche ore prima (erano a tavola) lei gli aveva detto che concorreva al ruolo di padre dei suoi figli. Ora non riesce a guardarlo in faccia. Vede la pila di libri sul comodino, le pareti ottanio, ma non ricorda il suo volto. Lui le vorrebbe chiedere cosa si è frapposto tra loro, quale frase o gesto abbia creato questo fossato di pochi centimetri ma profondo un’esistenza, dietro il quale, lui, si dice, prova a rispettarla. Non è una zona di bassa pressione coniugale, ma l’interruzione netta e improvvisa di una trasfusione verbale ed emotiva (solitamente conversano per giorni, così a lungo che finiscono per scambiarsi di sesso). Lei ha bisogno e non ha bisogno della sua insistenza. Il picco sonoro di un aereo che attraversa il cielo basso, mischiandosi alle frequenze del montacarichi, le fa sbattere il reticolo dei vasi sanguigni contro il buio interno delle palpebre improvvisamente chiuse, spirali simili a se stesse, può notare il disegno simil dendritico, simil elettrico, di quelli che crede essere neuroni e la rimandano alle venature delle piante da interni che gli ha regalato per la casa che non sa ancora se sarà la loro. L’arco delle sue dipendenze disegna traiettorie non euclidee. L’atterraggio di un volo fantasma, lungo una linea appena aperta per rendere la città dove abita e dove è cresciuta più facilmente raggiungibile ai turisti, fa roteare i suoi pensieri intorno a un asse che pare potersi sfaldare da un momento all’altro. Sente il suo corpo attraversato da un flusso, è un oggetto che la corrente porta a riva, un globulo, ha l’impressione che il suo capo dia colpi contro la testiera del letto, vi sbatta con un ritmo cadenzato. Può sentire il sangue bagnarle i capelli appena lavati, la pelle sfarinarsi e il legno martellare direttamente la carne morbida del cervello. L’uomo che è certa di amare rimane a pochi centimetri da lei, attende qualcosa che lei, in quel momento, non è in grado di dargli. Pensieri intrusivi si ramificano mentre assaggia, dal dito indice, il sangue che ha preso a colarle sui lineamenti del viso. È dentro una chiesa, una mattina presto di due anni prima, e non si regge in piedi. È seduta al tavolino di un bar in una città straniera, con la persona che rappresenta per lei l’autorità, secondo un transfert che si annoia anche di verbalizzare, la domanda di legittimazione che l’accompagna da quando è bambina. Riflette su quanti danni procura una sessualizzazione precoce. Ha introiettato così profondamente il desiderio maschile che ne saggia la sua estensione con uno sguardo e lo domina.  Le pareti le sia avvicinano, chiudendola in una morsa, mentre le dimensioni delle lenzuola da cui è coperta paiono allargarsi sempre più. Il verbo <em>tralappiare</em> è composto da tralasciare + acchiappare. <em>Non son io il borghese che</em>. La porta della stanza da letto non permette una corretta apertura dell’anta sinistra dell’armadio che lui le vorrebbe destinare. Il livello di ossigeno nell’aria è troppo basso. Il suo respiro si fa affannoso e rumoroso come un motore. Il sangue prende a scorrerle lungo il seno, ed è certa di non essere lei, o almeno, non propriamente lei, ad essere stesa in quel letto, in quel momento, potrebbe esserlo, ma non lo è, e non le riguarda quanto accade, è accaduto o potrebbe accaderle. Un medico le ha detto che non avendo lei il fallo, e avvertendone la mancanza, vuole essere lei il fallo. Chiama questo una messa in maschera. <em>Il desiderio di avere sta alla domanda di essere</em>. Ciò le ricorda una conversazione di pochi giorni prima, in cui lui le aveva detto che ciò che più gli piaceva era scrivere saggi, che ciò che gli consentiva di vivere era scrivere sostanzialmente di altri per pura compensazione. Lei non vuole compensazioni. Vuole tutto. Adesso vorrebbe sentire che non sente. Vorrebbe sentire il sentimento di qualcosa che non prova. Che tutto questo vuoto, questo non provare, avesse una forma intelleggibile. È certa di non avere messo lei quella foto sui social dove spegne le candeline, e si sente la sua voce, la voce di lui, che le chiede di esprimere un desiderio. Che è stato lui, se no chi altro, a mettere quell’altra foto dove lo si vede di spalle, mentre fuma, un maschio ossuto, trasandato e privo di talento come tanti, il suo aspetto vampiresco, la sta controllando, di questo ne è certa, come è certa che lui, in fondo, non la ami, perché non fa un solo movimento verso di lei, ora, che si sente perduta e al contempo lo esclude, perché non la tocca, perché non le fa sentire la sua mano, ridicolmente piccola, sui nei e le lievi cisti arrossate della sua schiena. Lei pensa che lui ha scopato un’amica comune in quello che vorrebbe diventasse il loro letto, ed entrambi glielo tengono nascosto. Ha avvertito chiaramente che l’erezione di quella mattina non era destinata a lei, o non propriamente a lei. Lei vorrebbe essere sempre il mediatore. Può pensare il corpo di lui con un’altra, a patto che sia lei a desiderarlo. Non sopporta che la sua voce sia mutata. E lui, con tutta quella tenerezza e il rispetto e la dolcezza, con tutta quella pantomima del maschio innamorato, che non è davvero innamorato, la sta mutando. I suoi livelli di comprensione non sono mai stati così chiari. La nettezza che assume è parte di quei livelli. Sta mentendo a se stesso per mentire a lei. Le formiche che si muovono sul pavimento formano una spirale e sono direzionate dalla sua mente. Lo ha visto piangere spesso, anche per lei, mentre lei non ha mai pianto, almeno fino al momento in cui questo racconto è stato scritto. Questa nuova lucidità si frantuma in decine di pensieri che la trascinano di getto in una confusione che non saprebbe definire se non come strutturale. Lei fa suo lo sguardo con cui immagina di essere guardata dalle persone che la legittimano, ridefinendo cosa è in base a ciò che mostra loro. La macchia che ha visto sulle scale mentre saliva nella loro casa è una medusa col mestruo. Il membro di lui ha una merlatura singolare, che le ricorda una foca grassa. Ma è proprio questo vincolo a permetterle di essere ciò che è. Si sente risucchiare, come se potesse finire dentro lo scarico del lavandino. A cosa è dovuto il sapore di legno e cellophane in bocca. Percepisce un differente nesso di sequenze e processi. Vede nuvole idrocefale. Ha qualcosa che non le permette di inghiottire. L’uomo che l’ha avvicinata al bar. Saldi capitali famigliari erosi da una sola generazione di infelici. La mail a cui i suoi amici non hanno risposto, quando era allegra. Cosa sarebbe se non disponesse di quello sguardo. PTA è un regista sopravvalutato dagli uomini. Quando fa la doccia ai pesci manca l’ossigeno. Sente il suo corpo evacuarsi. <em>Uno che maledice ferite immaginate più che viste. Ciò che la realtà delle ferite deve significare.</em> La dipendenza è un adattamento. Indossa bene posizionali come maschere. Echi lentamente sanguinano. Comprime cronologie estese in archi ridotti. I soldi del padre che non redimono la povertà di una madre a cui non perdona quella povertà. Una profezia non è una descrizione del futuro ma una guida per il presente. Lo ha scritto nella sua tesi prima di consegnarla. La parola <em>valetudinario</em>. Avverte lo stigma di processi pigmentali inattivi, borbotta senza voce priorità e disastri. Poi il rumore del montacarichi si ferma e lei sente quel silenzio prenderla dalle piante dei piedi e sollevarla e spingerla con ancora più forza contro la testiera. Può vedere le macchie frattali del suo sangue, può vedere i suoi stessi occhi che la scrutano, la pelle vagamente scrotale sopra le pupille. Lui si gira e le nota in faccia un’aria militare, che associa alla sua spietatezza, alla capacità fraudolenta di non provare niente, di dimenticarsi che lui è lì, e respira e sente nell’unguento di un silenzio che li appanna, opacità su opacità, vischioso come un’ostrica, un inferno di pochi metri quadri, ma tremendamente portatile e ricorsivo. Il modo in cui la guarda è già un ricordo. Lei è immobile, con gli occhi spalancati fissa il getto di vernice steso con approssimazione sulla parete (per quanto i suoi occhi siano così fermi da credere non sia una donna ma la fotografia di una donna, lei sente il nistagmo accelerato delle pupille mobili sulla sclera), quando avverte di stare vivendo una simulazione, e il terrore che prova non le permette di accorgersi che lui si è sporto verso di lei. <em>Alla ragazza cadde addosso il modo in cui la voleva descrivere. Lo sguardo del pittore domina sui re che lo guardano mentre vogliono essere raffigurati da lui. </em>Succede che lui le mette una mano sulla gamba, e quel contatto, al posto di risollevarla, le dà la prova che quanto pensa è vero. Un attestato di nullificazione. Intempestivo e sgradevole come una citazione usata a sproposito. Sono le dita di un estraneo quelle che sfiorano la parete esterna della coscia. Mani che hanno toccato, nello stesso modo, altre donne. Gambe che sono state cinte, in modo più significativo, da uomini perduti nella memoria. Ha bisogno di farsi i peli. Da quanti giorni non rientra a casa, non ha una giornata come si deve. Le mani di lui sono mani generiche. Sente che non rappresentano un destino, ma un mero accidente che deve sciogliere. Mani prive di significato di un uomo privo di significato. Mani collettive che accelerano il flusso dei pensieri lesionati. Dov’è la plausibilità di una sigaretta in bocca. Il suo personale poligrafo dell’interno non ha intenzione di fermarsi. Una marea sizigiale. Tocchi di carbonato staccatesi da torri minerali. L’annuncio su Facebook della morte di un proprio caro. Le mani sono dei raggi X che le perforano il femore. Come fargli capire che. Non è in grado di scostarsi, né di parlare. Gli leverebbe la mano, se solo ci riuscisse, se solo ciò non prevedesse l’esplosione della sua rabbia, che non è nelle condizioni di tollerare. Ogni suo gesto implicherebbe un discorso. <em>Vengano, non luminose e leste, ma dignitose, le ore che restano. </em>Chiederebbe spiegazioni inservibili, si affannerebbe in prolusioni, analisi, atti di accusa. Lui guarda la sua mano non sortire alcun effetto su di lei che, semplicemente, sta scivolando via lungo un’inclinazione destinata a farsi perpendicolare. Si chiede se la sua tolleranza non sia solo una profilassi, una guaina che attutisce un attrito che quella stessa difesa contribuisce a produrre. Vorrebbe imporsi. Vorrebbe non avere tatto (vorrebbe, con quella mano, prenderle a pugni la pleura, causarle un dolore che la costringesse a prestargli attenzione, i suoi polmoni gli appaiono come due minuscole sacche per l’ossigeno). La sua sensibilità è una maschera che rende più sottile i modi di una sopraffazione. Sta soffrendo, e vuole solo che la sua sofferenza cessi. Forse il suo rispetto è una strategia per evitare il dolore più che un ascolto. L’egoismo tipico dei depressi ad alto funzionamento. I suoi pensieri e la sua indecisione sono utili a non vedere che ciò che dice di amare in quel momento non esiste. Amare non è la parola giusta. Il tempo trascorso da quando la sua mano si è mossa per toccare la sua gamba non ha una durata. Trascorre nel passato remoto e nel futuro prossimo. Confonde la menzione con il richiamo. Lei sente che il sangue che ha perso le impedisce di respirare, che la sua faccia è stata morsa da un cane. <em>Tutto questo recitare non significava che fosse in corso una rappresentazione; significava il suo contrario</em>. Deve avere un aspetto orribile. Deve aspettare un avere orribile. Il montacarichi riparte, azionato da una mano invisibile. Azionato dalla sua mano sulla sua gamba. Vorrebbe tagliarsi le gambe. Si taglierebbe le gambe piuttosto che levargli la mano e iniziare un discorso. Che lui tocchi quelle gambe, ma che non siano sue, o perlomeno, non attaccate al suo tronco. Il sogno turpe del moncherino esposto. Il desiderio ripete sempre la domanda. Si vede calata con le funi su una tavola di marmo, facendo segno di procedere con le fettine con la cura delle carni scelte. Il suo cristallino è pieno di corpi vaganti. Una nevicata di ossa. Non mettere la poesia nella prosa. La prosa lasciata dentro l’armadio la cui anta è ostacolata dall’apertura della porta. La scala ripida che le permette l’accesso in quella casa dove è venuta a morire dissanguata. Passeggiano insieme nel Millecinquecento. Con disappunto. Conversano per seicento anni. <em>Perché un tempo sono già stati fanciullo e fanciulla e albero e rapace e anche pesce muto dal mare</em>. Le lenzuola si gonfiano delle parole non pronunciate, come una medusa, come una foca grassa, come in una scena prestampata, come il passaggio dalla scrittura a mano alla stampa. Il senso si comporta come un liquido che assume la forma del suo contenitore. Il suo disperdersi ostinato. La pioggia che inizia a cadere sul cotto del balcone. Come si raffigura la pioggia senza un vetro su cui sbatte. Da giorni i voli per la sua città sono interrotti. Il sangue le tocca la punta dei piedi, attraversa il coprimaterasso e macchia il legno del letto e il pavimento e scivola al piano di sotto.</p>
<p>Quando tende la mano verso la sua. Non perché lo voglia ma perché è l’unico modo di farla finita. È già finita ma non resta che finire. La tende verso la sua pazienza e la sua ostinazione che suppliscono a un significato, che bilanciano un’epoca. Gira il viso e lui le nota delle macchie sul volto che attribuisce a un’alimentazione che privilegia grassi insaturi. Che privilegia i termini delle procedure e il sentimentalismo. Sebbene effetti-soglia nella distinguibilità di eventi temporali successivi cambino da modalità percettiva a modalità percettiva, c’è un carattere locale della simultaneità che supplisce al divario tra tempo fisico e tempo dell’esperienza. Non sanno se le loro mani arriveranno mai a sfiorarsi. Se lui le ritrarrà alla prima pressione digitale. Perché ce l’ha con lei. Perché non sa misurare il tempo della sua assenza, e non glielo perdona come non si perdona un’infedeltà. Agendo loro non modificano ciò che accadrà ma lo fanno accadere. E fare accadere qualcosa nel futuro non significa alterarlo. Ma loro non agiscono ancora. Gli eventi occorrono tutti nello stesso tempo. La mano di lei è congelata nella strada che la separa da quella di lui. Se arriveranno a toccarsi saranno ancora intrecciate, alla fine e all’inizio di questo racconto che lui vorrebbe scrivere e sta in effetti scrivendo, e vorrebbe pubblicare in aria come le dita di lei potrebbero pubblicare le sue. Se lui rimarrà lì sarà ancora lì e assumerà la forma di questo rimanere. Il battere e il levare. Ed è in quel momento che prende una decisione che lo precede di un migliaio di anni mentre la pressione della pioggia è il viso di un periodo, una congettura sul loro tempo insieme.</p>
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		<title>Un marsupio di pietre e di terra</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/21/un-marsupio-di-pietre-e-di-terra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 05:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Carabba editore]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[Liguriana]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Marino Magliani </strong>  <br /> Scoprii così che ogni vallata era un marsupio di pietre e terra, di paesi e di parole e che io l’andavo abitando. Il fondovalle era il marsupio. Il marsupio era il fondovalle.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marino Magliani</strong></p>
<p><em>il testo che segue è tratto dalla parte iniziale del racconto lungo del narratore <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Marino_Magliani">Marino Magliani</a> &#8220;Fondovalle&#8221;, pubblicato di recente dalla <a href="https://editricecarabba.it/">casa editrice Carabba</a>, che ringraziamo</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119759" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001.jpg" alt="" width="380" height="592" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001.jpg 411w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001-270x420.jpg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001-150x234.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/Magliani-Copertina-DEF_page-0001-300x467.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></p>
<p>Poi, c’era il marsupio. Una parola che non avevo mai usato e avrei imparato solo col tempo. Conoscevo l’entroterra, tutto composto di vallate una accanto all’altra, dalla spalliera delle montagne al mare, con i suoi costoni, i suoi vallonelli interni, i torrenti, e un giorno la scrittura mi insegnò a vedere e cercare parole nuove. Scoprii così che ogni vallata era un marsupio di pietre e terra, di paesi e di parole e che io l’andavo abitando. Il fondovalle era il marsupio. Il marsupio era il fondovalle.<br />
Lo riconoscevo lentamente. Era una specie di luogo interno, ben definito e spopolato, l’unico mondo, in quanto privato, che mi apparteneva interamente. La notte assomigliava a una camera, piena di luna e di listelli di persiana. Io ancora non lo sapevo, ma intuivo avesse anch’essa la forma di un marsupio.<br />
La questione verbosa, sia chiaro, la potevo risolvere da solo. Anzi era la sola questione che non potevo spartire con nessuno. Le parole, in dialetto e in italiano, davano un senso alla mia incapacità, al sentirmi pienamente inadatto alle diverse proposte di lavoro e ai diversi aspetti del mondo del lavoro. E nello stesso tempo riuscivano a farmi accettare da un buon numero di cose mute, come la campagna ulivata e gli orti, i muri intatti. Ciò che intendo è che i muri con la pancia, prossimi a crollare, non mi ferivano se mostravano una possibile frattura tra me e la natura, al contrario, attraverso il racconto e le parole, persino nell’eccezionalità sintetica di un dirmi «belin», le parole esaltavano in me una quota di ingegno.<br />
Uno scrittore ligure, di un paesino di fondovalle come il mio, ma più di frontiera, pur non avendo mai rialzato un muro, si occupava di queste questioni, tra il lirico e il pratico, diventando una specie di guru, di santone in grado di esercitare fascino, di costruire la sua poetica della decadenza. L’avrei voluto conoscere e mi chiedevo se anche a me non fosse riservato un destino simile. Ma io non scrivevo, non lo facevo ancora, l’avrei mai fatto? Sentivo, tuttavia, senza mai aver eccelso nelle materie umanistiche – o in altre – che mi attendeva un destino, una missione. Un giorno mi convinsi a confessarlo ai miei genitori. Fu verso agosto, durante un pranzo. Non lo sarei diventato o non lo avrei fatto, non c’era niente da fare o non c’era da fare niente, che è diverso, semplicemente ero lo scrittore di quella valle e lo sarei stato persino di un insieme di vallate, rigorosamente senza mai scrivere nulla.<br />
Mio padre disse «belin», mia madre inclinò la testa e trattenne, mi pare di ricordare, un meschin.</p>
<p>Per il resto dell’estate, il pomeriggio prendevo un asciugamano e andavo a un laghetto. L’agitazione dell’acqua piena di girini e di una vita da osservare sotto la pelle dell’acqua mi dava un senso di movimento, era l’impressione di far parte di un mondo frenetico, di avere per me e per quel mondo un’occupazione. Senza saperlo esercitavo per ore l’occhio, mi descrivevo la ruvidità del paesaggio come se ne stessi elaborando la poetica, il corso dell’acqua mi accoglieva e mi chiedeva di realizzare un impianto botanico e zoologico, collocare tutti quegli animaletti anfibi in una storia. Abbassavo un filare di americana che attraversava il torrente, e quando l’uva non bastava a togliermi fame e sete, tornavo in paese. Immagino che mio padre avvertisse il rumore dei miei zoccoli come io sentivo le sue ciabatte e i gambali infangati. A casa facevo una faccia da lavoratore stanco, come se avessi faticato a qualche prosa, e in effetti a qualcosa del genere avevo lavorato.</p>
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		<title>SU LA TESTA</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/18/su-la-testa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[deriveapprodi]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura working class]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Baldrati </strong> <br /> Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><em>Il racconto che segue dello scrittore romagnolo Mauro Baldrati, fa parte della raccolta &#8220;La sagra delle anime perdute&#8221;, pubblicata recentemente dall&#8217;editore <a href="https://deriveapprodi.com/libro/la-sagra-delle-anime-perdute/">Derive Approdi</a>, che ringraziamo; ogni testo è preceduto da una &#8220;scheda introduttiva&#8221; e da una fotografia, entrambe dell&#8217;autore</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-119573" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-615x1024.jpg" alt="" width="380" height="632" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-615x1024.jpg 615w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-180x300.jpg 180w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-768x1278.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-252x420.jpg 252w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-150x250.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-300x499.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001-696x1158.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Baldrati_Sagra_anime_perdute_COP_page-0001.jpg 833w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /><br />
&nbsp;<br />
SCHEDA INTRODUTTIVA</p>
<p>La seconda avventura del camionista-gruista Trapattoni, questa volta giù dal camion a sbadilare in uno scavo. Come ha detto qualcuno in un commento sotto al racconto, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/04/18/il-lavoro-fa-male-mobbing-2/">pubblicato su Nazione Indiana</a> nell’aprile del 2006: “Finalmente gli altri hanno preso quella decisione che lui non riusciva a prendere”.  Nella foto: il rapper Papa Ricky.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-119624" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg.jpeg" alt="" width="427" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg.jpeg 427w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg-200x300.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg-280x420.jpeg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg-150x225.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/04/paparicki.fuckjpg-300x450.jpeg 300w" sizes="(max-width: 427px) 100vw, 427px" /></p>
<p>SU LA TESTA</p>
<p>Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “Non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere a dare una mano”.<br />
Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. <em>Dare una mano</em> è lo spauracchio di tutti i camionisti. È dura, negli scavi. Si sgobba, ci si cuoce al sole, ci si congela nella nebbia invernale. E poi si è gli ultimi degli ultimi, senza uno straccio di prospettiva. I capicantiere, che non spostano un chiodo, si prendono tutto il merito e soprattutto intascano il premio di produzione. In cantiere si è pagati poco, non si avanza nella carriera, a meno di non fare parte di una delle mafie vincenti. Piuttosto che concedere una qualifica a un operaio fuori dalle mafie i vertici della cooperativa lo lasciano morire d’inedia nello scavo. E questo vale anche per gli autisti e per gli operatori di ruspe, pale, scavatori. Il capobastone è il Carnivoro in persona: o si è nelle sue grazie o si è destinati a sopravvivere in uno stato di inferiorità, senza mai avanzare di qualifica, fino alla pensione.<br />
Salgo sul pulmino di una delle squadre in partenza. Sono tutti ferraresi e rovigotti, come la maggior parte degli operai del resto. Il capocantiere è il Zambaldo (il rospo, in dialetto), soprannome attribuito dal Carnivoro ovviamente. Non so perché: non ha un volto rospesco, assomiglia piuttosto a una scimmia. Ma Il Carnivoro ha una visione tutta sua della fisiognomica, e nessuno si sognerebbe di metterla in discussione.<br />
Il cantiere è a Mezzalega, un misto edilizia-infrastrutture. Per la verità la parte edile, la costruzione di un grande capannone industriale, è quasi terminata, ed ora si stanno completando gli impianti: gli allacciamenti, le canalizzazioni, i pozzetti.<br />
Vengo assegnato allo scavo dell’Enel. Devo stare di fronte alla benna dello scavatore e controllare che non vi siano cavi o tubi che si potrebbero tranciare. Nessuno conosce esattamente i tracciati preesistenti dei fili della luce, o dei tubi del gas. Si procede a tentoni, e non appena c’è qualcosa di sospetto, un blocco di calcestruzzo per esempio, il manovale dello scavo, cioè io, va a controllare col badile o col piccone.<br />
Dopo mezz’ora arriva il camion che deve caricare la terra che lo scavatore asporta durante lo scavo. È quel pellagroso dell’Ortolano. Si piazza di fianco al tracciato, sulla destra, a portata del braccio della macchina. Quel puzzone però non spegne il camion, e siccome la marmitta è a sinistra mi scarica in faccia i gas di scarico.<br />
Cerco di attirare la sua attenzione, urlo: “O’ scemo, spegni quel camion!”, ma L’Ortolano, che si è subito stravaccato con la musica a tutto volume, non sente, o fa finta di non sentire. “Spegni il camion!” urlo di nuovo, sbracciandomi. Niente. Fa il sordo e il cieco. Mi avvicino alla cabina, caccio un pugno sulla portiera. L’Ortolano mi guarda coi suoi occhi piccoli, acuminati. Abbassa il vetro elettrico. “O’ Trapattoni che cazzo fai? Sei fuso?”.<br />
“Sei fuso te” grido, per farmi sentire nel frastuono dello scavatore, del camion e della musica di Gigi D’Alessio che esce dall’impianto stereo. “Spegni quel camion, ho la marmitta in bocca!”. L’Ortolano sghignazza. “Urca, come sei delicato Trapattoni. Che cazzo spengo, lo scavo è piccolo, non vedi che mi devo fare avanti ogni minuto? Cosa vuoi, che abbia solo il da fare di accendere e spegnere perché te sei delicato?”.<br />
“Fai come ti pare! Io non posso respirarmi i gas della tua marmitta fino a sera!”.<br />
L’Ortolano ghigna, dice “Trapattoni, io dico che te sei troppo delicato per fare questo lavoro” e tira su il finestrino.<br />
Sono schiumante di rabbia. Prendo una pietra, se non spegne il camion gliela scaglierò contro la cabina. E chi se ne frega se spaccherò il vetro. In quel momento arriva il Zambaldo, che grida: “Ma cosa succede qui, perché lo scavo è fermo?”.<br />
Indico il camion con la mano che stringe la pietra. “Quell’asino dell’Ortolano non spegne il camion, guarda un po’ dov’è la marmitta!”.<br />
Il Zambaldo guarda il camion, lo scavo, guarda me. Non è un tipo bilioso il Zambaldo, non perde mai la calma. Procede in silenzio, tiene un profilo basso. Ma intanto fa correre gli operai come matti, gli aspira il sangue, il midollo.<br />
Si rivolge all’Ortolano, dice: “E spegni quel camion, va là”. L’Ortolano tira giù i piedi dal cruscotto, abbassa il vetro e scaglia la cicca di sigaretta nello scavo. “Come faccio” dice, “devo avanzare ogni minuto. Cosa accendo e spengo per la bella faccia di questo qui?”. Il Zambaldo sbuffa, allarga le braccia. “O’ Trap, non puoi sopportare? Vedi pure che si deve spostare di continuo”.<br />
Lascio cadere la pietra a terra. La rabbia mi è passata ma sono deciso a risolvere questa storia. Mi bruciano gli occhi e la gola con lo scarico del camion. “Perché non provi a scendere qui dentro? Ho la marmitta in bocca, non vedi?”.<br />
Il Zambaldo continua a lanciare occhiate allo scavo, al camion, fa la faccia lunga. Si gratta il mento, borbotta tra sé. Probabilmente sta imprecando a bassa voce. “O’ sentite, voi due, cercate una soluzione perché lo scavo non può fermarsi”.<br />
Una soluzione. L’unica possibile è che L’Ortolano spenga il motore, ma non lo farà mai. E non avrà problemi con nessuno. È il superfavorito del Carnivoro, è un intoccabile, può fare quello che vuole.<br />
“Senti un po’” dico, “non si può respirare questa roba, lo capisci? Se quello scemo non spegne vengo fuori dallo scavo. Poi fai quel cazzo che ti pare”.<br />
Il Zambaldo guarda per l’ennesima volta lo scavo, guarda il camion, borbotta. Lo sento che bestemmia, che dice: “Te Trapattoni se non spacchi le palle non sei contento”. Poi lancia occhiate in varie direzioni e dice, rivolto all’Ortolano: “Allora mettiti a sinistra dello scavo, così la marmitta spara dall’altra parte”.<br />
L’Ortolano sembra riflettere intensamente su quella proposta, poi sospira, guarda in alto e dice: “Vacca troia, te Trapattoni devi andare in montagna, a fare le passeggiate, mica qua in cantiere”. Si ricompone con lentezza esasperante, ingrana la marcia e fa il giro dello scavo, piazzandosi alla mia destra. Così va meglio. Sento ancora la puzza della marmitta, ma almeno è dalla parte opposta. È tutto quello che posso ottenere. O così o me ne vado a casa.</p>
<p>Lavoriamo allo scavo tutta la mattina, poi andiamo a mangiare in una piccola mensa e all’una si riprende. Lo scavo si è fermato, lo scavatore deve spostare dei tubi di cemento, che è un lavoro che probabilmente avrei fatto io con la gru, se il mio camion non fosse in officina. Il Zambaldo mi manda dentro al capannone, a “dare una mano ai pavimentisti”.<br />
Qui la situazione è peggiore, molto peggiore. Stanno realizzando un pavimento speciale, che si crea in opera con un cemento mescolato con una sostanza a base di cristalli di quarzo; viene steso da due operai col badile e tirato a livello con la staggia. È un lavoro delicato, perché l’impasto, che viene preparato da un operaio che ha come unico compito quello di aprire i sacchi per rovesciarne il contenuto in una betoniera, deve avere una consistenza perfetta, altrimenti si formano dei grumi che rendono difficoltoso il tiraggio.<br />
Il problema è la polvere: il materiale a base di quarzo è finissimo, e si spande nell’aria come un aerosol. Sembra che nel capannone sia scesa la nebbia.<br />
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.<br />
Io, sempre io. Io devo protestare. Da solo.<br />
Vado dal Zambaldo. Mi sembra di non avere più forze, di essere svuotato, rassegnato. Eppure non posso respirare quella roba tutto il pomeriggio. Questa è l’unica certezza.<br />
“Che fai qui Trapattoni?” dice il Zambaldo, sorpreso di vedermi fuori dal capannone.<br />
Inspiro una boccata d’aria. “Senti, là dentro è impossibile stare senza una mascherina. Il quarzo fa una polvere pazzesca”.<br />
“Cosa?” esclama il Zambaldo, guardando verso il capannone con le sopracciglia aggrottate.<br />
“Sì. Quella roba si spande nell’aria, c’è da prendersi la silicosi là dentro. Tra l’altro nessuno ha la mascherina, mi sembra una cosa assurda”.<br />
“Che? La silicosi? Ma che cazz&#8230; Porco cane, Trapattoni, ma come fai te a creare dei problemi tutti i minuti? Ma ti rendi conto?”.<br />
“Senti, ci vuole la mascherina. Non è possibile una cosa così, devi capirlo. Va’ dentro a vedere”.<br />
Il Zambaldo sbarra gli occhi. “E dove me la prendo una mascherina adesso? Ma lo sai cosa stai dicendo Trapattoni?”.<br />
“Sì che lo so. E ti dico anche: ma come si fa a non avere le mascherine in cantiere?”.<br />
“Come si fa?” sbotta. “Sai quante cose mancano qua dentro, attrezzi, macchine? Ascolta, Trapatttoni” dice, calmandosi di colpo, abbassando lo sguardo a terra. “Quello è un pavimento ad alta resistenza. I pavimentisti mi hanno chiesto due omacci per preparare la roba, perché da soli non ce la fanno. Sono venti centimetri di spessore, capisci? E devono finire entro stasera, perché domani cambiano cantiere. Se non finiscono come facciamo? Siamo nella merda, siamo!”.<br />
In quel momento una voce nasale, inconfondibile, arriva dalle nostre spalle. È lui, il Presidente della coop in persona, detto Johnny Profumo, perché dicono che abbia il vezzo di deodorarsi ogni mattina e si lascia dietro la scia. Non l’ho mai visto di persona, ma solo in fotografia, e in televisione, mentre stringeva la mano a Massimo d’Alema durante un convegno su L’etica del lavoro: i valori della cooperazione. “Che cosa succede qua?” Fa un passo verso di noi coi piedini che calzano un paio di scarpette con la frangia, muove con grazia le manine femminili che reggono una cartella di pelle. “Va tutto bede?”.<br />
Il Zambaldo guarda a terra, sbuffa. Sta pensando come introdurre il problema, cioè io. Lo precedo, ormai sono lanciato. “Il fatto è, Presidente, che c’è da lavorare dentro al capannone senza mascherina, e c’è una polvere di quarzo incredibile”.<br />
Johnny Profumo strabuzza gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga e guarda il capannone. “Ah. E perché sedza bascherida?” dice, e rimane con la bocca aperta, come dopo ogni frase che conclude. Il Presidente è famoso anche per le sue adenoidi: sono così grandi che gli impediscono persino di respirare.<br />
Il Zambaldo si gratta la testa. “Non ne abbiamo. Giovedì Roberto in magazzino era senza”. Probabilmente è una balla. È impossibile che il magazziniere Mercalli, uno dei pochi personaggi normali qua dentro, fosse senza maschere.<br />
“Oh” fa Johhny Profumo. Si è avvicinato ancora, adesso sento l’olezzo di acqua di colonia. “E dod si può risolvere id qualche bodo?”.<br />
Il Zambaldo allarga le braccia. “E come, Presidente? Sai che problemi abbiamo qua. I pavimentisti hanno bisogno di due omacci, io gliene ho dato uno. Stasera devono cambiare cantiere, e se non finiscono il pavimento siamo nella merdaccia. E siamo già in ritardo sui tempi lo sai anche te”.<br />
Johnny Profumo ondeggia. Voglio prevenire la sua richiesta, ovvia, di sopportare fino a sera per cause di forza maggiore. Le sue cause, e del Zambaldo, non le mie. Ci sono io nella merda, non loro. “Sì, ma è impossibile lavorare là dentro senza una mascherina” dico. “Presidente, va’ a vedere. Tra l’altro anche quelli là non dovrebbero”.<br />
Il Zambaldo sbotta, mi interrompe. “Ma cosa vuoi Trapattoni, quelli sono artigiani, sono cazzi loro”. Non è così. Lui è il responsabile del cantiere, lui deve obbligare chi ci lavora a usare i sistemi di sicurezza.<br />
Johnny Profumo intanto strabuzza gli occhi, lancia occhiate verso il capannone che non so definire se di puro terrore o di assoluta ferocia. “Questo ragazzo ha ragiode” dice. Tira fuori dalla cartella un piccolo telefono portatile e compone un numero. “Bercalli, sodo io. Badda subito, ba subito, delle bascheride qua a Bezzalega&#8230; cosa?&#8230; Dod b’idteressa se dod c’è uda bacchida, ho detto subito!” Fa una pausa, dice una serie di “sì” e “do”, poi si arrabbia, dice “dod b’idteressa! Preddi la tua bacchida e viedi qua subito!” Poi chiude il telefonino e lo rimette nella cartella. “Tutto a posto” dice, ma non vi è traccia di sollievo nella sua voce: gli occhi continuano a roteare dietro le lenti, e la faccia è una maschera di marmo. “Staddo arrivaddo le bascheride”.<br />
Il Zambaldo allarga di nuovo le braccia, sospira. “Bene” dice. “Allora Trapattoni, intanto che arrivano&#8230; vedi quei sacchi di plastica?”. Indica un cumulo di sacchi vuoti, quelli che proteggono i bancali di cemento. “Va’ là e bruciali”. Bruciare la plastica. Altra porcheria. Fa un fumo pestilenziale, e libera nell’aria delle sostanze cancerogene.<br />
“Bruciare quella enorme mucchia di plastica? Ma che schifo!”.<br />
Il Zambaldo resta come paralizzato. Come se non credesse alle sue orecchie. Ma forse davvero non crede alle sue orecchie. Non ribatte, lancia un’occhiata sfuggente al presidente Profumo, che per un attimo strizza gli occhi dietro le lenti.<br />
“No ma te Trapattoni…” borbotta, e scuote la testa, cercando di riprendersi, di credere alle proprie orecchie. “Te, Trapattoni, ma che cazzo sei venuto a fare qui? Vuoi bloccarmi il cantiere, cos’è che vuoi boia d’un giuda?”.<br />
Il Presidente profumo finge di frugare nella sua borsetta di pelle e pesta i piedini nella polvere. Gli occhi diventano piccoli dietro le lenti. Per un attimo mi sembra di captare un afrore più intenso del solito, come se il suo corpo avesse appena subito un subbuglio cellulare, intensificando verticalmente la temperatura.<br />
“Ma che diavolo, la plastica è altamente cancerogena, scarica la diossina, non si può fare, lo vieta una disposizione della Sanità Pubblica”.<br />
Non sono proprio sicuro di questa affermazione, forse l’ho letto da qualche parte, comunque è un vero schifo e la butto là.<br />
Ancora una manciata di secondi di paralisi. Mi sembra che la faccia del Zambaldo si stia gonfiando, gli occhi stiano per uscire dalle orbite.<br />
“E secondo te” insorge, “come dovremmo fare coi sacchi? Dove li sbologniamo? Ma lo sai che non basta neanche un camion a quattro assi per trasportarli tutti? E dove poi? Spesso li sotterriamo, ma qui non c’è spazio, non vedi?”.<br />
Sotterrarli. Un’altra di quelle brutture immani. Lo so. Conosco punti del territorio bolognese dove sono seppelliti centinaia di sacchi vuoti.<br />
Sto per commentare anche questa, anche se mi sto pentendo, mi pare di oltrepassare il limite della loro sopportazione. Ma il Zambaldo mi previene, intanto che il presidente Profumo, forse già oltre, fa: “Idsobba, vediabo di risolvere id qualche bodo. Adesso io vado là da…” e non capisco le ultime parole, fatto sta che si gira e ne va saltellando con le scarpine leggere nel ghiaino puntiforme del vialetto.<br />
“Fai una cosa Trapattoni: li vedi quei sacchi pieni? Ecco, spostali uno per uno a due metri sulla destra. Poi riportali sul bancale. Fai così fino a sera. Questo è quello che puoi fare finché non arrivano le mascherine, boia d’un giuda!”.<br />
E se ne va anche lui, dietro al presidente Profumo.</p>
<p>Alla sera arrivo a casa alle sette. Ho fatto due ore di straordinario, per aiutare i pavimentisti albanesi, che sono ancora in cantiere, a tentare di finire il lavoro. Ho detto loro di mettere le mascherine, ma non mi hanno neanche risposto. È gente taciturna, dura, che lavora senza un attimo di pausa per dieci, dodici ore di fila, compresi il sabato e la domenica.<br />
Mia moglie è in piedi nel minuscolo soggiorno con un foglio in mano. Continua a leggere mentre mi tolgo gli scarponi e la tuta, che lascio cadere sul pavimento. Poi me lo porge. È un telegramma della cooperativa. All’inizio non riesco a capire il contenuto, devo rileggerlo: “Siamo spiacenti di comunicarle che il suo periodo di prova non ha avuto esito positivo. Non è quindi possibile riconfermare la sua assunzione a tempo indeterminato. Può passare dal nostro ufficio personale eccetera”.<br />
Rimango col foglio in mano, senza parole e senza fiato. Ma che significa? Che mi hanno buttato fuori? Ma com’è possibile? Il mio periodo di prova non è ancora concluso, mancano due mesi. Quindi mi hanno cacciato prima del tempo. Ma come ha potuto il Zambaldo, in così poco tempo, non più di tre ore&#8230; O sarà stato il presidente? Sono incredulo, in stato confusionale. Devo sedermi sul divano, per non perdere l’equilibro.<br />
“È meglio così” dice mia moglie. “Sono contenta. Avresti dovuto farlo prima”.<br />
“Cosa?” dico, quando riesco a riprendermi, e a capire il significato delle sue parole. “Ma&#8230; ma&#8230; è un grosso guaio invece. Cosa faremo adesso?”.<br />
“Qualcosa faremo. Ma è meglio. Tornavi sempre nervoso, la notte dormivi male, ti lamentavi. Portavi a casa del negativo, della sofferenza. È una benedizione del cielo”.<br />
Già. Una benedizione. È accaduto ciò che non avevo il coraggio di fare accadere. Adesso sono di nuovo in strada, di nuovo senza lavoro. Accartoccio il foglio, lo lancio nel cestino vicino al lavello della cucina. “Non abbiamo un quattrino” dico, con voce grave. Un caos di sentimenti contrastanti si agita in me. Sollievo, paura, rabbia, incredulità. Di nuovo in strada&#8230;<br />
“Ce la faremo. Tra un po’ mi metterò anch’io a cercare”.<br />
“Tu? Tu devi badare a lei”. In quel momento mia figlia si sveglia. La sollevo dalla culla, la prendo in braccio. Mi molla un pugno sul naso.<br />
“Io sono contenta. Chiederemo dei soldi ai genitori, per un po’. Ma è una liberazione. Se non fosse arrivato il telegramma ti avrei chiesto io di licenziarti”.<br />
La piccola si mette a piangere, protende le braccine verso sua madre. Probabilmente vuole mangiare. Gliela passo. Mi stendo sul divano, fisso un punto del soffitto. È una liberazione ha detto mia moglie. È vero. Non dovrò più vedere il Carnivoro ogni mattina e ogni sera, né gli autisti cortigiani, né quei capicantiere&#8230; Intanto potrei andare al sindacato e denunciarli per mobbing&#8230; macché. Il delegato sindacale è uno dei più schifosi imboscati di tutta la mafia là dentro, non mi appoggerebbe mai.<br />
E poi, chi se ne frega?<br />
La cooperativa stradini e muratori è il passato adesso. È la Tenebra, il Buio, ed è alle mie spalle.</p>
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		<title>John Fante e Arturo Bandini. Il romanzo di una vita di strade e di polvere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/03/john-fante-e-arturo-bandini-il-romanzo-di-una-vita-di-strade-e-di-polvere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 06:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[castelvecchi]]></category>
		<category><![CDATA[Editrice Morcelliana]]></category>
		<category><![CDATA[John Fante]]></category>
		<category><![CDATA[Mauro Fancesco Minervino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Scholé]]></category>
		<category><![CDATA[strade]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Mauro Francesco Minervino </strong>  <br /> Solo la strada, come la scrittura, contiene “l’intera storia”, il fiotto umano del tempo che scorre via come fenomeno liberato dalla dialettica tra finzione e verità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Fancesco Minervino</strong></p>
<p><em>quello che segue è il capitolo “La diritta via” del saggio di Mauro Minervino &#8220;<a href="https://www.morcelliana.net/collane-schole/saggi/le-strade-la-vita-9788828407331.html">Le strade, la vita. Storie, luoghi, antropologie</a>&#8220;, pubblicato di recente da Scholé (<a href="https://www.morcelliana.net/">marchio dell&#8217;Editrice Morcelliana</a>), che ringraziamo</em></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118942" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-704x1024.jpg" alt="" width="380" height="553" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-704x1024.jpg 704w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-768x1117.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-289x420.jpg 289w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-150x218.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-300x436.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_-696x1012.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/61yevBeqq4L._SL1454_.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" /></em></p>
<p style="padding-left: 80px;">Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle nella biblioteca di Los Angeles, nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva un rapporto con me, con le strade o con la gente che le percorreva. Poi, un giorno, presi un volume e capii di essere arrivato in porto. Cominciai a leggerlo e mi parve di che mi fosse capitato un miracolo, grande, inatteso.</p>
<p>Così Charles Bukowski, alla ricerca di uno stile narrativo in prima persona, racconta l’incontro folgorante, del tutto casuale, con Arturo Bandini, protagonista di <em>Chiedi alla polvere</em>, il capolavoro di John Fante, pubblicato nel 1939 ma rimasto sconosciuto al grande pubblico fino alla fortunosa ristampa del 1980, sollecitata proprio da Bukowski che del libro scrisse una prefazione entusiastica, al punto da dichiarare di Fante: «Lui è il mio Dio».</p>
<p>Il pretesto narrativo offerto dal racconto autobiografico dell’esperienza della strada che compare tra gli elementi centrali nella narrazione di John Fante, si affronta principalmente nel romanzo <em>La strada per Los Angeles</em>, che rappresenta il primo fondamentale incastro della saga autobiografica di Arturo Bandini. A Los Angeles, Fante vive in alberghetti fatiscenti e spesso per strada, alterna la sua attività di scrittore a lavori precari come il lavapiatti, il fattorino d’albergo, l’operaio nelle fabbriche di scatolame di pesce. Anche se in ordine cronologico <em>La strada per Los Angeles</em>, più volte rifiutato dagli editori e poi uscito postumo, rappresenta il secondo capitolo della saga autobiografica dell’aspirante scrittore Arturo Bandini, completata da <em>Aspetta primavera, Bandini </em>(1937), <em>Chiedi alla polvere </em>(1939) e <em>Sogni di Bunker Hill </em>(1982). Questo romanzo-trilogia, scritto da fante a partire dal 1933 ma pubblicato postumo nel 1985, racconta le vicende di un giovane italo-americano Arturo Bandini, avventuriero e aspirante scrittore, e rappresenta un’esplorazione dei suoi sogni, frustrazioni e ambizioni nella Los Angeles degli anni ’30. Bandini è impegnato a rincorrere il successo in un viaggio per le strade di questa enorme metropoli-mondo, in cui il protagonista esplora la sua crescita e il suo sviluppo come narratore. Un’esperienza mobile e avventurosa che getta le basi per la creazione del personaggio di Arturo Bandini e per l’esplorazione di temi chiave nella narrativa di Fante.</p>
<p>Da quando negli USA fu riscoperto da Bukowski negli anni ’80 il romanzo divenne un bestseller, un cult della letteratura americana con milioni di copie vendute anche in Europa. Tradotto per la prima volta in Italia da Elio Vittorini nella celebre collana “Medusa” di Mondadori, già nel febbraio 1941, il romanzo passò però quasi ignorato col titolo <em>Il cammino nella polvere</em>. Molti anni dopo, quando una nuova generazione di artisti, principalmente californiani, e di scrittori come Pier Vittorio Tondelli aveva ormai riconosciuto in Fante un maestro, l’editore Marcos y Marcos propose una nuova traduzione, affidata a Maria Giulia Castagnone, del suo romanzo-culto. Nel 2003, l’edizione in allegato al quotidiano «la Repubblica», con la distribuzione in edicola, raggiunse tirature e vendite da capogiro e nessuno si stupì più della ennesima consacrazione italiana del narratore “dimenticato” più famoso del mondo. «Anch’io come Bukowski ho scoperto John Fante prendendo per caso un volume dallo scaffale di una libreria, e come lui ne sono rimasto folgorato. <em>Chiedi alla polvere </em>è un romanzo dalla struttura semplice, con pochi personaggi, ma è un libro intenso e ricco di suggestioni che non si dimenticano», ha scritto il critico e americanista italiano Angelo Cennamo.</p>
<p>Con il suo prepotente ibridismo linguistico e la sua ricca e caotica problematicità antropologica e sociale, il romanzo di Fante è un documento letterario vivo e incandescente, scaturito da un’esperienza alienante come quella migratoria; e la strada, tutte le strade percorse ossessivamente da Arturo Bandini all’interno del complesso e labirintico palinsesto simbolico che disegna il romanzo rappresentano il <em>luogo comune </em>in cui si imprime la forma mobile di questo processo fondamentale di ibridazione. La strada è la spaziatura di un miraggio, opaco o sfavillante a seconda degli stati d’animo, in cui si producono sradicamento, smarrimento, conflitto, bramosia, speranza; dalla strada sorgono le molteplici traslazioni culturali e le identità provvisorie a cui i personaggi fondamentali forgiati da Fante per popolare la sua celebrazione mobile della vita, vengono sottoposti di continuo come a una serie continua di ordalie. Il loro posto nel mondo sembra solo quello, la strada e la sua impermanenza, solo quella è la destinazione certa: «Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti».</p>
<p><em>Chiedi alla polvere </em>racconta la storia di un giovane scrittore di origini italiane (l’autore italo-americano era figlio di emigrati abruzzesi), alter ego di Fante, che dal Colorado si trasferisce a Los Angeles in cerca di successo, di donne, di sesso. «Non è colpa tua, ecco cosa pensi; tu sei nato povero, figlio di contadini miserabili, la tua città natale ti ha respinto perché eri povero, costringendoti ad andare ramingo per le strade di Los Angeles». Quella del viaggio e delle peripezie affrontate nel corso di questo passaggio dallo scrittore alter ego è un espediente letterario al quale ricorrono molti autori nordamericani, basti citare il Daniel Quinn della <em>Trilogia di New York </em>di Paul Auster; il Nathan Zuckerman di Philip Roth o l’Hank Chinaski dello stesso Bukowski. Arturo Bandini è un girovago, uno spiantato, caratterizzato da comportamenti rovinosi e sprezzanti, è maniacale e molto sicuro di sé ma senza ispirazione. Vive di espedienti e ha infatti pubblicato un solo racconto dal titolo bizzarro: <em>E il cagnolino rise. </em>I pochi dollari guadagnati gli sono finiti e non sa più come pagare il fitto della camera dove alloggia, e neppure come nutrirsi decentemente senza dover ricorrere a penosi stratagemmi del tipo rubare il latte da un camioncino mentre il garzone è impegnato a fare il giro dell’isolato.</p>
<p>Vagabondando per le strade della città, il «mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto», Arturo in cerca di esperienze, conosce in una delle sue scorribande una giovane cameriera messicana, Camilla Lopez, e intreccia con lei una difficile e tormentata storia d’amore, passionale e burrascosa, incongrua e faticosa come la sua esistenza. Su entrambi gli amanti incombe lo spettro della precarietà, della povertà e dell’infima condizione sociale. Camilla sopravvive facendo la cameriera in una birreria. Bandini se ne innamora spericolatamente, ma sul più bello gli manca la giusta passione per possederla. Come quella sera al mare – nella scena più poetica del romanzo – quando tutti e due, nudi, nuotano tra le onde dell’oceano al chiaro di luna. Camilla è una ragazza misteriosa, attratta da Bandini ma innamorata di un altro uomo che però di lei non vuole saperne. E proprio quando Arturo sembra averla conquistata definitivamente, lei scompare di nuovo come inghiottita dal deserto. La storia è un continuo rincorrersi, tra strade caotiche e periferie polverose, con la ragazza che precipiterà fatalmente in un destino di droga e autodistruzione. Può essere che qualcuno l’abbia tirata su e l’abbia portata in Messico. Può darsi sia tornata a Los Angeles e sia morta per strada o in una stanza sudicia di qualche motel ai margini di una highway. Nessuno da allora l’ha più vista.</p>
<p style="padding-left: 80px;">Così l’ho intitolato <em>Chiedi alla polvere</em>, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo senza speranze alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro.</p>
<p><em>Chiedi alla polvere </em>è il romanzo sommario di tutte le vitali passioni di Arturo Bandini. Quella per la scrittura lo spingerà di continuo per le strade di Los Angeles in cerca di vita da mettere sulla pagina. E sempre la strada lo porterà ad una disperata inconciliante e fervente conoscenza amorosa: «Ecco che parto, ed è una sensazione bella e dolce e calda, morbida, deliziosa, delirante»; dalla mobilità della strada sorgono gli incontri che porteranno Bandini a intrecciare con la sua giovane cameriera messicana una relazione fatta di ossessione, di fughe, tradimenti e ferite immedicabili. Camilla la sbeffeggia e la denigra, ma alla fine Arturo è l’unico che se ne prenderà cura quando lei si annienterà per un altro.</p>
<p>Fante ha la grande capacità di parlare di cose profonde in modo apparentemente leggero: l’amore non corrisposto, le strade di un mondo ostile ed estraneo, il senso di sradicamento, la paura del futuro, il razzismo e le ingiustizie sociali, il senso di colpa legato al peccato, le difficoltà dei rapporti tra uomini e donne, le inquietudini della gioventù che esce per strada non per ritrovarsi ma per perdersi.</p>
<p>«Muovendomi con il traffico, mi domandavo quanto altri come me prendevano la strada semplicemente per sfuggire alla città. Giorno e notte, la città formicolava di traffico ed era impossibile credere che tutte quelle persone avessero una ragione purchessia per guidare», scrive è John Fante, nel libro <em>Sogni di Bunker Hill</em>, l’ultimo romanzo del ciclo su Arturo Bandini, dettato dallo scrittore alla moglie, poco prima di morire. Fante ha scritto dal quartiere di Bunker Hill quasi tutti i suoi libri, sotto la funicolare di Angel’s Flight, tra le case vittoriane dello storico distretto di Downtown LA, scenografia prediletta dalle pellicole noir degli anni Cinquanta. Arturo Bandini in <em>Chiedi alla polvere</em>, resta ad osservare la città dall’hotel St. Paul, percorrendo le vie di Bunker Hill, da solo: «vagavo per quelle strade e m’impregnavo di loro e della loro gente, come fossi fatto di carta assorbente», insieme alle sue fantasie, pronte per essere messe sulla pagina, per diventare materia del suo primo romanzo: «Bandini, assurdamente impavido, che non teme nulla se non l’ignoto in un mondo di stupefacente mistero. Sono risorti i morti? I libri dicono di no, la notte grida di sì».</p>
<p>Non si capiscono le ambizioni di Arturo Bandini, i suoi sogni di Bunker Hill, le sue velleità di scrittore, la sua esigenza di liberarsi dell’ossessione per una città rinchiudendola in una pagina, se non si comprende la sua incorreggibile e calamitosa ossessione per quel regno della polvere della metropoli che sono le strade: «Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia».</p>
<p>Il Bandini dalle facili disperazioni e dagli altrettanto rapidi entusiasmi, quello ansioso di vita, quando questa sembra sempre nascondersi altrove, «fame di vita in una terra di polvere, fame di cose da fare e da vedere», lo si ritrova solo a patto di incontrarlo sbandato e delirante in mezzo a una di quelle lunghissime strade americane, infinite come la morte, che si annuncia come una calamita con la paura del deserto: «Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare». Più di ogni cosa conta il viaggio, la prova della strada. Basta poter illudere ancora una volta la fuga, anche se quella che abbracci è l’unica strada, e non vedi vie d’uscite, e non ha più neanche speranze di arrivare alla fine: «a quelli che sono rimasti a casa potrete sempre mentire, tanto non amano la verità, non vogliono conoscerla, preferiscono credere che, prima o poi, anch’essi vi raggiungeranno in paradiso». La strada è la scena indispensabile di quella “poetica della solitudine” sorretta da una prosa mimetica che come la strada è superficie imprevedibile e visionaria in cui Fante/Bandini sprofonda in se stesso, stabilendo attraverso la strada una relazione univoca e paranoica con il mondo esterno, con il presentimento sempre incombente della fine, e della sua inutilità che sommerge tutti: «ora sono vecchi e stanno morendo sotto il sole e nella polvere calda delle strade».</p>
<p>E tuttavia, «Non tiratevi mai indietro di fronte a una nuova esperienza. Vivete la vita fino in fondo, prendetela di petto, non lasciatevi sfuggire nulla». Tutta la polvere che si alza e ricade sui marciapiedi della vita viene dalle strade. «Ero arrivato in autobus ed ero tutto impolverato. Strati di polvere del Wyoming, dello Utah e del Nevada mi si erano depositati fin nei capelli e nelle orecchie». Dalle strade sale il richiamo incessante e caotico della vita, seducente e mendace sino alla sua consunzione finale, il pulviscolo ardente della vita e lì anche quando il mondo esterno non si accorge di nulla, o fraintende completamente questa passione incenerita: «Arturo, va’ a cercarti un lavoro. Va’ là fuori a cercare ciò che non troverai mai». È emblematico in questo senso l’episodio in cui Bandini si invaghisce sfrenatamente di una donna che indossa un cappotto rosso, una sconosciuta incontrata per strada. Inizialmente la segue, e quando riesce ad avvicinarla gli manca il coraggio di farsi presente e scappa di nuovo via, su quella stessa strada.</p>
<p>Nel <em>Prologo </em>che Fante scrisse per la prima edizione americana della trilogia, scritta nel 1939 ma rimasta a lungo inedita, c’è una nota in cui lo scrittore spiega con la stessa voce di Arturo Bandini la sua esperienza e l’importanza generativa della strada nella sua scrittura narrativa: «Così l’ho intitolato <em>Chiedi alla polvere</em>, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro».</p>
<p>E infatti la caratterizzazione ossessiva del quartiere della città è offerta attraverso la strada e la polvere, soprattutto nei capitoli <em>Sei </em>e <em>Sette</em>: «Mi diressi verso la mia stanza, su per le scale polverose di Bunker Hill […]. Polvere, vecchie case e vecchia gente seduta alle finestre, vecchi che uscivano traballando dalle porte, e che si trascinavano lungo le strade buie […]. Con la polvere di Chicago, di Cincinnati, di Cleveland sulle scarpe».</p>
<p>Arturo scende in strada; non può fare altro se vuole scrivere, se vuole vivere, se vuole innamorarsi. Arturo Bandini è pur sempre Arturo Bandini, dovunque vada o vorrebbe andarsene, e sempre si rimette in viaggio per andare o tornare a Los Angeles, la città dove conducono tutte le sue strade, le strade che penetrano il labirinto di questa nuova “città eterna”. Alla fine Bandini dopo averlo così faticosamente e dolorosamente concluso prende il manoscritto intero del suo romanzo e lo scaraventa rabbiosamente nel deserto; lo lascia lì a consumarsi. Altre strade, altra polvere, per sempre.</p>
<p>Solo la strada, come la scrittura, contiene “l’intera storia”, il fiotto umano del tempo che scorre via come fenomeno liberato dalla dialettica tra finzione e verità. L’unica cosa che resiste alla polvere, alla fine di una strada, è il sogno. E Fante lo sapeva bene, lui che non ci ha mai rinunciato: «uscì per la strada con la profonda soddisfazione che gli veniva dalla convinzione d’essere il padrone della terra».</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Lo spazio del passato</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/23/lo-spazio-del-passato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Arkadia Editore]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[rovereto]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Nardon]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118158</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Walter Nardon </strong>  <br /> Zangrando si muove dunque consapevolmente in un’autobiografia-da-farsi che diventa un gioco di specchi nel quale si riconosce il lavoro dello scrittore, chiuso fra un protagonista che non riesce a raccontare per intero la sua storia... ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Walter Nardon</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118488" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75.jpg" alt="" width="380" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788868516314_0_0_536_0_75-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Di norma in un’autobiografia è la voce narrante ciò che imprime il ritmo agli avvenimenti, ordinandoli secondo la singolarità dell’esistenza; è il suo timbro emotivo a rendere inconfondibile la storia ben più che gli eventi in sé, tanto che perfino una vita priva di grandi soprese può risultare, in forza di quest’unica qualità, più che avvincente: il passato si piega secondo le risorse dell’intuizione, la distensione dell’animo rivela la sua sintassi interiore. Tuttavia, non sempre le cose vanno in questo modo; per quanto la geografia – almeno in tempo di pace – giochi un ruolo minore nella ricostruzione del nostro passato rispetto agli oggetti, agli incontri o alla successione degli istanti a cui emotivamente la nostra coscienza è rimasta legata, alcuni luoghi o eventi remoti sembrano promettere garanzie imprevedibili, anche quando non riescono a mantenerle. A volte, infatti, può sorgere la convinzione che siano i luoghi a certificare un’esistenza o, per meglio dire, che contribuiscano in modo determinante a definirne l’identità.</p>
<p>È questo il caso al centro del romanzo <em>I padri si saltano</em> di Stefano Zangrando, uscito da poco da Arkadia. Ne riassumo in breve la vicenda. Durante il lockdown del Covid, il narratore, un insegnante le cui ambizioni di scrittore sono state soffocate dalla scuola, riceve fortunosamente via social una richiesta di aiuto che si traduce nell’incarico di mettere per iscritto l’autobiografia di un ex-deejay altoatesino, ora riparato a Cagliari in una barca, Eritreo Scheinwindl, che a Berlino si esibiva col nome d’arte di “Magra Sorte”. Il narratore vive a Rovereto con Erica e la loro figlia undicenne Asia.</p>
<p>Durante gli incontri telematici via Meet il narratore raccoglie le confessioni di Eritreo il quale, più che raccontare la propria storia, appare fin da subito preoccupato di ricostruire una genealogia familiare accidentata, dalle influenze più varie (austriache, sarde; il bisnonno è chirghiso). Così, più che il racconto di un’esistenza, il lavoro del narratore prende la piega di una ricerca in cui la genealogia – e i luoghi che la costellano – danno l’impressione di offrire alla vicenda umana di Eritreo una garanzia di coerenza altrimenti incerta, evanescente quanto il suo corpo, visto che si dice afflitto da un male che lo porterebbe ad autodissolversi. Nel corso delle chiamate, Berlino (il luogo in cui dodici anni prima Eritreo ha incontrato il narratore), la bisessualità, una molestia giovanile, la scoperta del rock, lo spaccio, la musica elettronica, il travestitismo e la donna che gli ha cambiato la vita assumono rilievo in forza dei contesti in cui sono inseriti, più che per ciò che hanno lasciato nella continuità della coscienza, come se il racconto del protagonista non fosse che un omaggio a quei vari contesti. Il narratore riporta gli eventi, li riassume di seguito, in un lavoro estenuante di trascrizione che coincide, di fatto, col romanzo.</p>
<p>Mentre cerca un profilo nella vita di Eritreo, che non si mostra mai del tutto a fuoco neanche in video, il narratore è costretto a rivedere anche la propria condizione, a partire dalle difficoltà con Erica, che soffre il lockdown più di lui e che non riesce a sentirsi partecipe del compito – peraltro ben retribuito – di venire a capo di questa storia. Sempre più immerso nella vita dell’ex-deejay, il narratore si ritrova straniero nei suoi spazi quotidiani: i suoi gesti, sia verso Erica, sia nei confronti della figlia si fanno troppo volontari, impacciati. La quotidianità della scuola, come altri affetti familiari vengono relegati sullo sfondo: la sua vita si sta allontanando da Rovereto e infatti, non appena possibile – con uno stratagemma un po’ meschino che gli consente di saltare gli esami di maturità – il narratore segue la sua impresa e la sua possibilità espressiva fino in fondo, ossia fino al porto di Cagliari.</p>
<p>In questo libro ritornano i temi cari all’autore: gli scambi transfrontalieri fra Alto Adige e Austria, Berlino capitale del mondo tedesco e insieme metropoli e laboratorio internazionale. Ritorna anche la ricerca sull’identità, che era già al centro del libro precedente di Zangrando, <em>Fratello minore. Sorte, amori e pagine di Peter B.</em> (Arkadia, 2018); ma se nel caso di quel romanzo-inchiesta la sorte di Peter, il più sfortunato esponente della famiglia Brasch, non richiedeva un supplemento di documentazione perché – per così dire – questo compito era già stato svolto dall’anagrafe e dalla Storia, nel caso di Eritreo Scheinwindl il romanzo sembra costretto a fornirla, oltre che dal punto di vista genealogico, anche da quello storico istituzionale: qua e là ritornano in breve la guerra, l’opzione etnica, la difficile coabitazione fra gruppi diversi, il terrorismo altoatesino. Su ciò che è rimasto al centro della vita di Eritreo, andando a costituire quel nucleo di affetti e di preferenze che ne hanno segnato non i singoli eventi, ma la durata, rimane il silenzio, sia che si tratti di reticenza, nella sua confessione, sia che questo derivi da qualche indiscrezione folgorante ed ellittica da parte di qualche amica sarda, ad esempio su un’altra donna che a Bologna ha giocato un ruolo determinante nella sua vita. Il romanzo non presenta mai la voce di Eritreo per intero, rompendo deliberatamente il racconto in più punti; altrettanto frammentarie risultano le opinioni dell’inafferrabile interlocutore sul tramonto dell’Occidente nel XXI secolo e sulla mancanza di un’alternativa concreta al capitalismo. Se parla a più riprese del bisnonno e del nonno, raccontando anche della madre Cecilia e accennando alla linea femminile – a cui Erica per principio darebbe maggiore spazio – lascia nell’ombra il padre; del resto, come recita il titolo del libro, in certe circostanze e per ragioni che il libro stesso chiarisce, questo passaggio si salta. Eritreo sembra più incline a parlare di ciò che gli è remoto, ciò di cui non ha fatto esperienza, che della sua vita, una scelta certo motivata, ma che non facilita la stesura di un’autobiografia.</p>
<p>Zangrando si muove dunque consapevolmente in un’autobiografia-da-farsi che diventa un gioco di specchi nel quale si riconosce il lavoro dello scrittore, chiuso fra un protagonista che non riesce a raccontare per intero la sua storia e un narratore che è costretto a raccontare la vita di un altro. Spostando l’attenzione sul narratore e sulle sue mosse – dopo aver aperto alla possibilità di un incontro con Eritreo – nella seconda parte Zangrando imprime al libro un passo meno analitico e più spedito.</p>
<p>E qui, all’inizio quasi inavvertitamente, le scelte del narratore si sovrappongono passo dopo passo a quelle di Eritreo, nella ricerca dell’autenticità (e di una voce) che si corona paradossalmente proprio nei luoghi dove il protagonista del racconto ha deciso di fermarsi e che in talune circostanze induce il narratore a identificarsi a tal punto in Eritreo da condividere gli spazi che questi ha occupato e, in un caso, ad abbracciarne perfino un amore. Al di là delle ipotesi finali un po’ stravaganti, il narratore sembra riconoscere, nel confronto col suo doppio, una parte di sé incoerente e sovrabbondante con cui è costretto a fare i conti, una parte che intuisce viva anche in diversi frangenti successivi. I luoghi che hanno ospitato le varie azioni, invece, come durante i mesi più duri della pandemia, rimangono testimoni indifferenti e inesauribili.</p>
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		<title>Il mondo dipende da chi lo racconta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/09/il-mondo-dipende-da-chi-lo-racconta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Feb 2026 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[albania]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Svevo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[Ruska Jorjoliani]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong> <br /> Questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118492" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-654x1024.jpg" alt="" width="380" height="595" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-654x1024.jpg 654w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-768x1202.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-981x1536.jpg 981w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-268x420.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-150x235.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-300x470.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923-696x1089.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/9788899028923.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Grazie a dio forse, e quindi raramente, abbiamo l’impressione che non tutto sia perduto. Per esempio che quella del narrare non sia un’arte ormai delusa o esausta, solo preda di calcoli residuali, ma una predestinazione insegnata più che altro dal vento, come era nei toni svitati del cantore prescelto quella sera attorno al fuoco.</p>
<p>Sicuro che esagero, ma mi sono venuti i toni elegiaci nel leggere <em>Ardesia</em>, della georgiana (ma da tempo vive a Palermo) Ruska Jorjoliani, da lei scritto in italiano e stampato da Italo Svevo (16 euro). Un piccolo libro in cui la protagonista, assai contigua alla narratrice, torna dall’Italia al paesino natale dove si trova per caso ad assistere alla riesumazione, la ricerca in un campo incolto delle ossa perdute del bisnonno, un irrequieto, un ribelle, un delinquente, forse un tagliagole. Assieme ai resti riaffiorano man mano i ricordi di quello che per lei era invece “un angelo custode e un compagno di giochi” e, siccome diceva Balzac il caso non visita mai gli stupidi, quello scavo, la traslazione si trova ad assumere il modello quasi solenne di un coro funebre, uno <em>zari</em>, che nella tradizione locale è per i maschi mentre qui è lei da sola a intonarlo, appassionato e rivoltoso assai più che mesto o struggente.</p>
<p>In Georgia, nella sua vasta terra del confine, tra coloro che sono ancora vivi e il Gran Paese dei più persiste un doveroso, dignitoso e per lo più laico scambio continuo, non solo nella settimana invernale in cui vengono invitati e accuditi nelle case; e l’ardesia è nei muri delle abitazioni ma pure nelle pietre che ricoprono i morti, “segna il varco, il passaggio da un mondo all’altro, la trasformazione, e persino il nome con cui la si designa, <em>ka</em>, ha la brevità e il fascino di certe parole fondative”.</p>
<p>Per quanto riguarda la trama potremmo fermarci qui. Basta e avanza perché si proceda alla lettura. Ma, ci si potrebbe chiedere, come mai le categorie scadenti del veromile realistico, del servile, vero <em>sine qua non</em> delle odierne scritture italiche, qui non hanno presa? Per come la vedo io la caratteristica fondamentale di una storia è il narrare e non il suo contenuto, vale a dire che il necessario contenuto è il veicolo del racconto, non il racconto il veicolo del contenuto. Questo libro è perfettamente attuale, cammina tra i b&amp;b della moderna economia turistica locale e le truffe promesse dai <em>bitcoin</em>, i bistrot e i cocktail (“il tutto un po’ mischiato, sconnesso”), eppure sembra provenire dall’epoca in cui raccontare storie si occupava di una cosa evidente: che esiste il tempo e la nostra vita è vissuta in quanto tempo. Quando raccontare storie significava occuparsi del tempo e esperire che la nostra vita ha un termine, e così quella di coloro che amiamo e che si portano via per sempre il loro mondo. Significava accettare la tristezza di questa finitudine, in questo caso poi indissolubilmente intrecciata al particolare <em>sense of humor</em> di quella parte di mondo: “Quasi che il riso e il pianto siano stati distribuiti nel mondo in quantità precise, un tot a testa; il riso molto meno rispetto al pianto, e se c’è un’eccedenza del primo bisogna subito far quadrare i conti. Il georgiano in questi casi cerca di negoziare: «Perdonami, Dio, se rido. Non mi chiedere gli interessi per questo piccolo credito. Ripianerò il bilancio con il prossimo pianto». Ma non è mai un buon debitore.”</p>
<p>Neppure questo libro lo è. In questa sorta di instabile “taumatropio che ruotando crea l’illusione del movimento delle immagini”, l’indagine delle reminiscenze si svolge tutta all’aperto, a ribadire l’assunto cruciale che lo scrivere non procede dall’interno, ossia dall’alto della presunzione dei pensieri, del dominio della scena, bensì dall’esterno verso l’interno, e solo nel finale infatti, in un tempo sospeso nel “penultimo atto del giorno”, la protagonista verrà riaccompagnata a casa. E perché ancora quel tempo non è determinato dal contenuto ma dal narrare, e la storia è una storia perché ce ne ricorda altre, e se lo fa non è solo attraverso i fatti ma per i toni, la sua voce, cioè a dire quel congegno infallibile che ogni volta ci riporta al remoto, al condiviso. In questo modo la narrazione torna ad avere la sua funzione primaria come luogo di convergenza, un dispositivo che è parte di una ricerca fantastica che ci lega affettivamente agli altri, del bisogno di storie che l’umanità ha sempre avuto.</p>
<p>Questo è il modo per avvicinarci bravamente a ciò che abbiamo perso, quelle figure da leggenda caucasica, burbanti, stravaganti e piene d’umori, il bisnonno come classico eroe-bandito (“Quelli come lui non hanno una tomba, ne ero convinta. Non muoiono. Al massimo, in certi periodi di grande siccità, evaporano”: i georgiani tutti ancora figli del leggendario capo pagano Kartlos); alla vitalità che emana dalla totalità del carattere dell’individuo e a noi giunge come esasperata, e così la sofferenza di chi si mette in gioco senza limiti eppure, a brandelli, instilla ancora fiducia. Ed ecco che tornando ad essere quello che è sempre stato il narrare può ancora offrirci un’opportunità, è l’occasione incolta degli universi che convivono, e tanto basta a tutt’oggi per rappresentare qualcosa di sovversivo.</p>
<p>Sembra che il Mondo Nuovo che ci si impone creda di esistere soltanto nella cancellazione, nell’annullamento del passato, pare che solo così trovi le sue folli ragioni. Pure con il suo svelto montaggio finale (sola concessione forse alle scuole creative), assieme alle figure sbiadite questo piccolo libro ci ricorda che la letteratura ha il compito e il senso di continuare la tradizione del narrare, perché, checché ne dicano gli ignavi, noi possiamo sostenere la prova della nostra vita solo raccontando. E la domanda poi se ciò sia naturale o acquisito è, specie in questi tempi, solo irrilevante.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Faccio vestiti con le foglie</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/12/13/faccio-vestiti-con-le-foglie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Dec 2025 06:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Foglie]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[parma]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Pioli]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Tito Pioli</strong>  <br /> La conoscono tutti a Parma la chiamano SiviaSfoglia lavora come spazzina nel giardino pubblico di Parma guarda sempre in basso tutti i giorni perché raccoglie le foglie secche in basso c’è la vita dice a tutti]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tito Pioli</strong></p>
<p><em><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117582 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/sevre_1169-2537_2013_num_22_1_T5_0056_0000_4.png" alt="" width="273" height="575" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/sevre_1169-2537_2013_num_22_1_T5_0056_0000_4.png 273w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/sevre_1169-2537_2013_num_22_1_T5_0056_0000_4-142x300.png 142w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/sevre_1169-2537_2013_num_22_1_T5_0056_0000_4-199x420.png 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/sevre_1169-2537_2013_num_22_1_T5_0056_0000_4-150x316.png 150w" sizes="(max-width: 273px) 100vw, 273px" /></em></p>
<p>La conoscono tutti a Parma la chiamano SiviaSfoglia lavora come spazzina nel giardino pubblico di Parma guarda sempre in basso tutti i giorni perché raccoglie le foglie secche in basso c’è la vita dice a tutti<br />
Un giorno SilviaSfoglia ha visto quanti senzatetto dormivano sotto gli alberi durante il freddo inverno quasi ogni platano c’era un senzatetto un albero un senzatetto e allora SilviaSfoglia ha pensato ma perché buttare via queste foglie quando possono servire a qualcosa a qualcuno<br />
SilviaSfoglia ascolta in cuffia la canzone Me llaman calle perché lei è sempre in strada lungo i viali del giardino pubblico di Parma<br />
“Non servono a niente le foglie secche” gli urlano nelle orecchie a SilviaSfoglia dei giovani e ridono e calciano le foglie in segno di disprezzo<br />
Silvia invece pensa che le foglie secche siano esseri viventi e addirittura trova un nome per tutte le foglie secche che incontra e le chiama Lucia Alessia Simona Paola Giulio Germano Antonio Luca<br />
Ogni foglia un nome proprio<br />
Ogni albero un senzatetto<br />
Ora SilviaSfoglia con le foglie secche fa per i senzatetto gonne fa cappelli da donna fa camicie intesse sciarpe e i senzatetto la guardano attorno al fuoco mentre lavora per loro quasi fosse una Dea una statua che può salvarli dal freddo e dalla morte<br />
Solo a Parma fanno i vestiti con le foglie secche per i senzatetto<br />
Al giardino pubblico di Parma se andate tutti la conoscono SilviaSfoglia<br />
Spesso SilviaSfoglia sembra incinta perché si riempie la pancia di foglie incinta delle foglie incinta del mondo e qualche bestia umana prende la rincorsa e con la testa punta la pancia di SilviaSfoglia vuole farla abortire<br />
Ma SilviaSfoglia non ha paura lotta è incinta tutto l’anno delle foglie e partorisce colore decine di volte l’anno<br />
Delle volte SilviaSfoglia deve litigare con i vigili  e urlare che dicono che le foglie secche sono da buttare e che non servono a niente e che se continua così qualcuno la denuncia<br />
La spazzina non ha paura di nessuno raccoglie centinaia di foglie e fa vestiti adesso sono sue figlie le foglie secche<br />
E’ arrivata la lettera di licenziamento del Comune per SilviaSfoglia che non fa il suo dovere ora è una disoccupata una fallita  ma per i senzatetto è una Dea una Fortuna una davanti cui pregare la seguono mentre lei corre lungo i viali del giardino pubblico ogni giorno SilviaSfoglia fa un vestito per una donna senza tetto per un uomo senza tetto per un bambino che ha freddo<br />
SilviaSfoglia è utile alla terra  come le foglie secche<br />
Me llaman calle me llaman SilviaSfoglia fo vestiti con le foglie per i senzatetto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L&#8217;immagine: Figura antropomorfa (cultura Chancay), Musée de la Manufacture de Sèvres</em></p>
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		<title>La cerimonia del possibile</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/01/116882/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Nov 2025 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Camurri]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Timeo Edizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong>  <br /> Il libro, o la cerimonia, o la danza, è tutto innervato su immagini prensili, allucinogene (“l’allucinazione è una malattia sacra”), serpenti, montagne, il labirinto, fino al rito comune del falò finale. Immagini che producono altre immagini. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-116886" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_.jpg" alt="" width="350" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_.jpg 427w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/81noMT09m6L._SL1500_-300x450.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />L’antico filosofo Sesto Empirico diceva che chiunque cerca qualcosa arriva a questo punto: o dice che l’ha trovata, e che non si può trovare, o che ne è ancora in cerca. Tutta la filosofia è divisa in questi tre generi, diceva.<br />
Se questo è vero, <em>La vita che brucia</em> di Edoardo Camurri (<a href="https://timeo.store/products/la-vita-che-brucia">Timeo Editore</a>, 18 euro) appartiene certamente al genere numero tre. Con una particolarità: il <em>Qualcosa </em>si trova ad ogni istante durante il cammino, ed anche nell’attualità del rendere partecipi gli altri delle proprie scoperte, perfino con l’urgenza di avvertire di una possibilità che si è intravista.<br />
Un libro di filosofia dunque, non però nel senso corrivo e ormai quasi unico di esibizione culturale, bensì “la filosofia, in questo libro, sarà un fenomeno atmosferico, un discorso che scaturisce e si sviluppa nella vita di un giorno, seguendo e sentendo il percorso del sorgere e del tramontare del Sole, dalla notte all’alba”.<br />
Il libro si trova a fare un dittico con <em>Introduzione alla realtà</em>, uscito l’anno scorso per lo stesso editore e ne è in qualche modo il dispiegamento nel pensiero. Se nel dirlo fosse possibile dimostrarne l’umiltà, si tratta di un ricco libro sapienziale mosso, appunto, da un’urgenza, un’urgenza di dire accorata e a tratti commovente ma soprattutto nitida e rigorosa, che riguarda una possibilità che abbiamo e che si potrebbe perfino definire spassionata, nel senso che come possibilità c’è sempre stata, per l’essere umano, quella di diventare se stesso. L’uomo è l’unico essere vivente che ha la possibilità, o l’onere, di diventare se stesso, ai gatti o alle antilopi non passa nemmeno per l’anticamera. Se si tratti di destino, di un privilegio oppure di una condanna si è dibattuto a lungo nei millenni, anche se serve a poco chiederselo, perché il dato di fatto è che l’uomo può superare l’aporia del diventare quello che è già, e magari trarne dei vantaggi.<br />
Qui è il racconto di una giornata che comincia dall’alba e odora forte di eterno ritorno. Trae spunto dal tempo ciclico per una rinascita, se non è parola brutta anzi “sciagurata”, o una meditazione se non è parola brutta anch’essa e soprattutto se serve a <em>Qualcosa</em>.<br />
Non si può che partire dalla sofferenza che è la vera trama nel tessuto della nostra vita, è ciò che non puoi nascondere se vuoi dare valore al <em>Qualcosa</em> che fai o che sei. Come sappiamo se tentiamo di ignorarla diventerà una cosa mostruosa, una paura molto profonda radicata nel corpo e nella mente, farà ulteriori danni. “È il dolore che proviamo che ci fa essere chi siamo”, è forse questo il famoso stile di una vita, il modo in cui ci barcameniamo, ed è anche forse la ragione necessaria per ogni tentativo filosofico: bisogna trovare un modo o una maniera per convivere con il dolore. Forse l’antico detto popolare Siamo nati per soffrire è stato tràdito male, forse l’originale era Siamo nati per sopperire.<br />
Nel libro infatti si ripercorre con la propria voglia un cammino già fatto da tanti altri, si rifà a modo proprio tutta la strada costeggiando e anzi corteggiando l’indicibile, ci accompagna fino alle soglie dell’indicibile, perché oltre ci si va solo con l’esperienza personale. Non si può spiegare, solo sperimentare.<br />
Si tratta così di un’esperienza, “l’espressione di un’esperienza”, basterebbe questo al giorno d’oggi a tacciare il libro di sovversivo, avendo l’avventatezza di presentarsi come un richiamo, un appello, persino una preghiera, in un Mondo Nuovo che ci si è imposto senza quasi che ce ne accorgessimo e che ha fatto dell’esperienza diretta uno dei suoi nemici giurati.<br />
Quindi il tentativo di comunicare un&#8217;urgenza, insieme alla possibilità di un mutamento di visione che è forse la cosa più lontana dal nostro orizzonte, da quello che crediamo ci sia utile e necessario.<br />
Viviamo in un’epoca, molto più di altre, in cui ogni mutamento del rapporto con la realtà viene considerato pericoloso per l’ordine costituito, quindi vengono definiti realisti soltanto coloro che accettano l’esistente come dato di fatto immodificabile. Questo era già il terreno di lotta identificato nel primo libro del dittico, in cui la Realtà in questo senso veniva definita addirittura “uno stato di polizia”.<br />
E viviamo anche in un’epoca in cui vige sempre più un equivoco micidiale: la pretesa e proditoria coincidenza tra Realtà e Verità, fonte primaria e motivazione principe a ben vedere degli assolutismi e totalitarismi crescenti nel mondo: vale a dire che ciò che è reale, o percepito o fatto percepire come tale è vero, falso tutto ciò che non è reale. E questo proprio mentre si celebra la pare definitiva perdita di privilegio del vero nei riguardi del falso.<br />
Nonostante tutto restiamo convinti di avere saldo un controllo delle operazioni, diciamo così, anche quando risulti un bel po’ sgangherato con l’invasione nelle nostre teste dei <em>device</em>, e nonostante gli scienziati cognitivisti ci avvertano che non esiste alcun centro di diramazione permanente nel nostro cervello, di come quindi il nostro famoso Io sia in definitiva soltanto virtuale. È una finzione certo a cui è assolutamente necessario credere, ma altrettanto assolutamente rimane una finzione, anche a ristretto rigore di logica.<br />
Ognuno di noi ha in testa una mappa della realtà che non solo crede vera, cioè perfettamente aderente a quello che c’è fuori, ma crede che coincida con quella degli altri. In realtà, e al contrario delle avventurose mappe di Borges, esse non coincidono in nessun caso.<br />
E insomma qui si racconta un processo di liberazione mimetico del pensiero, si indice una cerimonia che sa solo una cosa: un mutamento di prospettiva è possibile, ed è allo stesso tempo radicale e naturale: “Siamo partiti dal sussulto dell’essere, dalla sofferenza come sensazione primaria, e siamo alla ricerca di una liberazione possibile – anche attraverso la comprensione e il ragionamento – dal dolore che caratterizza la vita”. Una cerimonia rituale fatta con le parole dettate dal cuore: un processo che si disidentifica subito dal tempo della logica lineare e si reidentifica con quello ciclico, magari così ci abitua meglio all’impermanenza di ogni cosa al mondo, noi compresi, e anche alla forza insita nella ripetizione.<br />
E si fa luce la necessità di un addestramento, ne abbiamo assolutamente bisogno come di una strategia per uscire dall’inganno, ma il libro fa già parte dell’addestramento, in questo senso è una guida, un manuale per orientarsi.<br />
C’è una frase che unisce i due libri del dittico: “Nessuno deve rimanere indietro”, che in <em>Introduzione alla realtà</em> viene definitita “una legge spirituale universale e necessaria come, nel mondo fisico, la forza di gravità”. È il modo della compassione da cui parte e per la cui ragione si dipana il racconto, ma non come un’ansia sentimentale, è più quel modo della compassione di stampo orientale che proviene dalla possibilità appunto, e dal piacere si potrebbe addirittura dire, di poter vedere le cose da più punti di vista e quindi anche da quello dell’altro. La compassione è l’aprire le mani del pensiero, della visione rigida che ci vuole arroccati, di quella illusione ottica della coscienza che ci fa credere separati dal resto. È la percezione reale che tutto quello che incontro diventa parte del mio corpo.<br />
Quella frase però coincide ad esempio con il voto del bodhisattva buddista, il rinunciare a liberarsi fino a che non sono liberi tutti gli altri, e così diventa anche un trucco, un <em>upaya</em> si direbbe in sanscrito, l’espediente perché nell’addestramento l’io non si accorga del risultato raggiunto, serve affinché non possa farlo. Per giungere al risultato quindi bisogna che l’ego non raggiunga il risultato, bisogna che il soggetto non se ne accorga: ecco l’unico modo per aggirare l’egosistema.<br />
Il libro, o la cerimonia, o la danza, è tutto innervato su immagini prensili, allucinogene (“l’allucinazione è una malattia sacra”), serpenti, montagne, il labirinto, fino al rito comune del falò finale. Immagini che producono altre immagini. Questa per esempio: “Come il cacciatore che spara in cielo agli uccelli e ritorna a casa soddisfatto col suo bottino di volatili, così la nostra vita non è altro che la predazione di tutti i pensieri che sono in volo nel cielo della nostra coscienza”, ossia il nostro ordinario modo di pensare consiste nel pensare di afferrare la cosa pensata, quindi una tautologia inconsapevole, inesausta, spiritata, la condanna a una mente delusa. È un&#8217;immagine che fa venire in mente la possibilità che abbiamo di abbandonare quella caccia per dedicarci al bird-watching: se lo facciamo a lungo, come una disciplina (una parola che già da molto tempo abbiamo lasciato alla destra, coi risultati orripilanti che solo potevano scaturirne), se lo facciamo a lungo ci possiamo accorgere di quanto noi siamo, anche, parte di quel pomeriggio nella vita del cielo e nella vita di ogni singolo uccello.<br />
Incontriamo durante il cammino molta tradizione filosofica occidentale, ad esempio nei dialoghi che sono il mezzo più sicuro per non raggiungere conclusioni se non momentanee, e su su traverso la meraviglia dei frammenti eraclitei fino alle sorgenti orientali, fino al capitolo finale: la possibilità, la rivelazione avviene per mezzo di tre semplici righe tratte dal Ṛgveda (una immagine, anche qui, perché persino ove si tratti di percorsi di pensiero gli orientali preferiscono descrivere piuttosto che spiegare). Dunque: appaiono due uccelli che sono molto amici e stanno sul ramo di un pìppala, albero sacro dell’India, l’albero della chiaroveggenza: uno dei due mangia, l’altro semplicemente guarda. Uno è la verità di un Io che si identifica con se stesso e quindi agisce, l’altro sa bene che è una finzione. Siamo nella via mediana del buddismo, o nel non-due dei cinesi: vale a dire ci dice che possiamo essere, allo stesso momento e, è meglio ribadirlo, proprio nello stesso, la verità assoluta e quella relativa, nello stesso tempo io posso essere pienamente convinto di essere me e pienamente consapevole che è una finzione. Ed ecco la possibilità che subito avvertiamo come comoda, naturale, di come sia l’attività normale per la nostra mente, mentre quella precedente ci appare ora solo inutile e dolorosa.<br />
Ne scaturisce un tipo di attenzione che, dando fiducia all’intuizione, diviene man mano una speciale qualità di percezione delle relazioni tra noi e le cose del mondo.<br />
Ecco che un altro giorno inizia.</p>
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