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	<title>narrativa tedesca &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La lingua come sola patria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 06:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Alice Pisu</strong> <br /> Sönmez usa l’espediente della documentata finzione per riprendere la polemica realmente innescata dalla domanda ‘Bisogna bruciare Kafka?’]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alice Pisu</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-118760" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-683x1024.jpg" alt="" width="380" height="570" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-683x1024.jpg 683w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-768x1152.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_-696x1044.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/61jkZ4ZE7TL._SL1500_.jpg 1000w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />“Non mi sono riscattato attraverso lo scrivere. Durante tutta la mia vita sono morto e ora morirò davvero. La mia vita era più dolce di quella degli altri, la mia morte sarà tanto più spaventosa. Lo scrittore in me naturalmente morirà subito, poiché una tale figura non ha terreno, non ha consistenza, non è nemmeno di polvere; è soltanto vagamente possibile nella più folle vita terrena, è solo una costruzione della brama di piaceri. Questo è lo scrittore. Io stesso però non posso continuare a vivere, poiché non ho vissuto, sono rimasto argilla, la scintilla non l’ho trasformata in fuoco, ma utilizzata solo per l’illuminazione del mio cadavere.”<br />
Scrive così Franz Kafka nella lettera a Max Brod del 5 luglio 1922, a cui l’amico risponde quattro giorni dopo notando la loro distanza nell’esperire la scrittura. Secondo Walter Benjamin Kafka ha voluto porre con questa amicizia un punto di domanda accanto alla sua vita (rilevante il volume <em>Un altro scrivere. Lettere 1904-1924, </em>Neri Pozza, per comprendere il complesso legame tra i due, retto più sulle divergenze caratteriali e letterarie che sulle affinità).<br />
Il mondo dei fatti che conta per Kafka – sostiene Brod – è invisibile: la scrittura è una cifra della vita, condensa l’esperienza e la rende possibile. Non c’è opposizione tra le due, come ricorda Ricardo Piglia nell’<em>Ultimo lettore</em>, Sur, “è solo che la vita deve sottomettersi a questa continuità, perché in definitiva questa è l’esperienza per Kafka”. E forse la vera libertà, come suggerisce Raoul Precht, può arrivare per uno scrittore solo quando nessuno lo leggerà più. Quel desiderio, espresso come volontà testamentaria, verrà tradito da Brod, che passerà la sua vita a occuparsi della redazione e della promozione delle opere di Kafka, diventando il suo principale biografo.<br />
Il nuovo romanzo di Burhan Sönmez, <em>Gli amanti di Franz K.</em> (trad. Nicola Verderame, Nottetempo) esplora questo cortocircuito con un’acuta riflessione in forma narrativa sul diritto all’oblio in letteratura, sul significato di fedeltà e tradimento, sul valore della giustizia, sul ruolo del passato in relazione all’identità dell’individuo, aspetti centrali nella sua intera produzione letteraria.<br />
Originario di Haymana, avvocato specializzato in diritti umani, Burhan Sönmez è stato rifugiato politico in Inghilterra per un decennio dopo una violenta aggressione subita dalla polizia turca nel 1996. Attualmente vive tra Istanbul e Cambridge, dove è Senior Member dello Hughes Hall College e del Trinity College. Ogni sua narrazione, pur differente nei motivi espressivi e nelle vicende affrontate, verte sugli effetti sociali dei pesanti abusi di potere (significativo in tal senso il saggio ‘<em>Erdoğan. Un uomo normale’ </em>nel volume <em>Strongmen</em> a cura di Vijay Prashad, Nottetempo).<br />
Affine alla sua intera produzione il racconto del doloroso esilio dai luoghi dell&#8217;infanzia, l&#8217;analisi delle storture del regime, i soprusi delle forze dell’ordine, le ripercussioni sulla politica sulla diffusione della cultura, sulla religione e sulla società. La condizione comune studiata nelle sue opere palesa meditazioni sul significato di patria come infanzia, capace di crescere nel distacco.<br />
Nel suo ultimo romanzo ambientato a Berlino Ovest nel 1968, Sönmez sperimenta l’impianto del dialogo definito dal ritmo incalzante di un interrogatorio tra Ferdy Kaplan (l’omicida di uno studente di Biologia) e il commissario Müller, intervallato da scorci su Parigi e Tel Aviv e ingrandimenti su vicende che illuminano la principale. La scelta formale permette all’autore di definire la tensione apparentemente irrisolvibile tra forze dell’ordine e mondo intellettuale che solleva istanze rivoluzionarie.<br />
Kaplan incarna il conflitto tra influenze diverse. Di padre turco e madre tedesca, entrambi ferventi nazisti, rimane orfano durante i bombardamenti sovietici, viene estratto dalle macerie da suo nonno che prima di morire lo manda dai parenti a Istanbul. Il ritorno in Germania è segnato dalla crescita in un paese distrutto dalla guerra, dai disastri politici turchi, dai tumulti francesi, e trova espressione nella militanza radicale e conforto nella passione letteraria.<br />
La personalità complessa e le diramazioni delle sue radici portano gli inquirenti a battere piste bizzarre, sulla base di accuse pregiudizievoli di xenofobia e antisemitismo.<br />
Una persona non è solo la sua identità, sostiene Kaplan dal penitenziario di Tegel dove è rinchiuso. Nello scagliarsi contro un’istituzione che sembra piegare il diritto a suo piacimento, rievoca casi disparati di manifestazioni contro l’oppressione e le ineguaglianze represse col sangue dalla polizia.<br />
“Si rende conto di dove si trova, commissario Müller? Questo è un carcere, e la storia di questo posto è piena di ingiustizie compiute dallo Stato contro le persone, e non solo sotto il nazismo. E lei, in quanto funzionario dello Stato, viene a parlarmi proprio qui della morte di gente innocente. Annusi queste pareti e sentirà l’odore delle vite marcite degli innocenti”.<br />
Attraverso il caso di Kaplan, Sönmez riflette sugli esiti di discriminazioni continue tra palesi violazioni dei diritti che ledono la visione dell’esistenza e possono portare a maturare una concezione di giustizia riparatrice. La vicenda personale si fa portatrice di istanze collettive, con rimandi a eventi drammatici nei quali rimane coinvolto anche il protagonista, come il pogrom di Istanbul del 1955.<br />
Prende forma una vicenda complessa che innesca domande sul valore della verità. Il crescendo appassionato che delinea il vero obiettivo mancato, Max Brod, porta un commissario a studiare Kafka, le sue opere, la sua vita e il suo periodo berlinese, e un omicida a dispiegare i reali intenti della sua vendetta: punire con la morte l’artefice del crimine letterario verso uno dei massimi scrittori del XX secolo.<br />
Tra i risvolti, il rischio di strumentalizzare l’attentato sulla stampa come ostilità antiebraica verso uno scrittore i cui libri erano finiti al rogo a Berlino la notte del 10 Maggio 1933 con altri ventimila volumi nell’azione nazista intrapresa contro ‘lo spirito non tedesco’. Nell’intento di scovare un’ipotetica organizzazione sotterranea, si indaga anche su voci dissidenti votate alla vendetta: realtà clandestine francesi attive attraverso riviste durante la Resistenza e nei decenni successivi.<br />
Sönmez usa l’espediente della documentata finzione per riprendere la polemica realmente innescata dalla domanda ‘Bisogna bruciare Kafka?’ sollevata nel 1946 dalla rivista comunista <em>Action </em>che quattro anni dopo vede la risposta di Georges Bataille nel saggio <em>Kafka de­vant la critique communiste</em>. Una vicenda complessa in cui si inseriscono numerosi interventi critici, tra cui il pregevole <em>Kafka Pro e contro</em> di Günther Anders (pseudonimo di Günther Stern) oggi ripubblicato da Quodlibet con in appendice la critica di Max Brod del 1951 ‘Assassinio di un fantoccio chiamato Franz Kafka’, la replica di Anders e la controreplica di Brod del 1952.<br />
Anders esorta a interrogarsi sul valore del fallimento per comprendere Kafka. Sönmez riprende idealmente tali assunti nell’assegnare contorni nuovi alla polemica immaginando un senso di colpa talmente lancinante in Brod da spingerlo a boicottarsi. Quella voce pentita trova spazio tramite una lettera che motiva la sua assenza in tribunale: è il pretesto per definire i motivi della sua scelta e il conflitto interiore che dopo l’euforia iniziale lo ha condotto all’infelicità.<br />
“Poiché non gli è stato possibile vivere la sua vita come avrebbe voluto, aveva paura della morte. E così io ho vissuto questa vita al posto suo. […] La sua volontà era simile a quella di un amante che dice ‘Dimenticami’ prima di andarsene, ma non vorrebbe essere dimenticato. Io lo sapevo.”<br />
Si insinuano per voce del protagonista continue riflessioni sul ruolo della lingua, sul significato del nome, sull’identificazione di sé sulla base dell’eredità culturale e sulla possibilità di affrancarsi da essa. Tra due poli all’apparenza opposti il terreno si sposta su questioni letterarie e filosofiche, riflessioni sul destino, sul libero arbitrio che avvicina l’essere umano a Dio, sull’opportunità o meno di pubblicazioni postume che non godono dell’avvallo dell’autore, sulla disobbedienza come forma di protezione, con un parallelo tra il tradimento di Brod a scopo di difesa, e quello di Satana, contrario alla creazione di esseri umani a immagine e somiglianza divina per il rischio di intaccarne l’unicità.<br />
La bellezza dell’opera risiede anche nella vicenda che scorre in parallelo. Un amore lontano irrompe nel presente e destabilizza il protagonista attraverso un disegno capace di sancire un legame imperituro culminato, dopo la lettura di <em>Un artista del digiuno</em>, nel tributo alla vita con l’invio di lettere ai morti. Tale scambio impossibile rimanda al rilievo rivestito dalla corrispondenza come genere in Kafka, in grado di palesare, tra ossessioni e interruzioni, l’esigenza vitale di rendere visibili le connessioni, e di favorire nell’altro la lettura della realtà come sperimentata da lui.<br />
A marcare i tratti dei soggetti narrati sono le reti sociali che hanno contribuito a definirne lo spessore intellettuale, come un dottore che per avvallare la tesi della superiorità della verità sulla paura, sull’amore e sulla morte, cita Immanuel Kant e Louis Aragon.<br />
Sönmez studia l’ineffabilità del vivere attraverso un complesso universo figurativo con ricorrenze dominanti, come l’idea di un impossibile rispecchiamento, la peculiare concezione dell’altrove, la riflessione sulla solitudine attraverso l’immobilità degli oggetti, l&#8217;annullamento del passato e del futuro. Come per Kafka, non si tratta di una scrittura simbolista, ma che si regge sulle metafore per potenziare le suggestioni visive e concepire l’immaginazione come una delle possibilità del reale.<br />
Affine a quanto sostenuto da Simone de Beauvoir – “Nessuno scriverebbe se non avesse, in un modo o nell’altro, sofferto la separazione e non cercasse, in un modo o nell’altro, di distruggerla” – Sönmez celebra il potenziale insito nella distruzione per interrogarsi sulle frontiere della letteratura nel conciliare l’inconciliabile. Con <em>Gli amanti di Franz K.</em> struttura un intenso omaggio a Kafka con un’opera che scruta l’incubo della libertà in assenza di confini tra esistenza e scrittura, e scandaglia i recessi di colpa e pena, la coesistenza del negativo nella visione del vivere, l’abbaglio della coscienza, il valore dell’alterità e la condizione della lingua come sola patria per lo scrittore, dove immortalare uno smarrimento condiviso e attestare l’urgenza vitale di cesura.</p>
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		<title>Quando sento parlare i personaggi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/02/14/intervista-a-antje-ravik-strubel/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Feb 2024 06:00:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cristina Vezzaro]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>Cristina Vezzaro</strong> intervista <strong>Antje Rávik Strubel</strong>  <br /> Lavoro molto con il suono della lingua. Solo quando sento parlare i personaggi inizio a capire chi sono e come sono. Anche la donna blu e lo stile dei passaggi in cui compare sono nati da un dialogo interiore.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cristina Vezzaro</strong> intervista<strong> Antje Rávik Strubel</strong></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-106987" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-212x300.jpeg" alt="" width="300" height="424" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-212x300.jpeg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-724x1024.jpeg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-768x1086.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-150x212.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-300x424.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-696x984.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300-297x420.jpeg 297w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/specchio-Strubel-Ib-300.jpeg 905w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />CV Antje Rávik Strubel, lo scorso anno è uscito in Italia per Voland il tuo </em>Donna blu<em>, vincitore nel 2021 del Deutscher Buchpreis, che ho avuto il piacere di tradurre. La protagonista del romanzo, però, non è la donna blu del titolo. Vuoi raccontarci di lei e di questa scelta?</em></p>
<p>ARV La mia protagonista è Adina, una giovane donna che parte per il mondo in cerca della paura (il riferimento è alla fiaba dei fratelli Grimm, <em>ndr</em>). E il mondo non si mostra esattamente dal proprio lato migliore. Per fortuna c’è però la donna blu, che impersona la bellezza, la speranza. È una figura nostalgica, ed è stata fondamentale per riuscire a scrivere il romanzo.</p>
<p><em>CV Dalle letture che ne sono state date sono emersi soprattutto il tema del </em>me-too<em>, la violenza “sessualizzata”, come la definisci tu, nei confronti delle donne; e la necessità di rilettura dei rapporti Est-Ovest (e del superamento di un’Europa a due velocità) attraverso la ricostruzione di una memoria che integri i crimini dello stalinismo contro l’umanità. Sono entrambi temi politici di grande attualità, ma non sono gli unici del romanzo.</em></p>
<p>ARV No, ci sono anche l’amore, la fiducia e l’interrogativo più antico del mondo: chi sono? E come sono diventata ciò che sono? Il romanzo affronta molti aspetti che prima o poi attraversano le nostre vite. Nella storia d’amore tra Adina e Leonides troviamo poi due personaggi che rappresentano l’Europa odierna. Leonides viene dall’Estonia. Adina dalla Repubblica Ceca. Dopo un’odissea, Adina atterra a Helsinki, dove i due si conoscono. Ho intuito piuttosto in fretta che sarebbe diventato un romanzo sull’Europa. O per essere più precisi: un romanzo che si sarebbe interrogato sul rapporto tra l’Europa dell’Est e l’Europa dell’Ovest. L’ho scritto prima della terribile guerra d’aggressione contro l’Ucraina, quando nessuno in Occidente si occupava più di tanto dei piccoli stati dell’Europa orientale o dei Paesi baltici né del delirio di grandezza di Putin. Lo squilibrio tra Est e Ovest invece a me è sempre interessato, perché io stessa vengo dall’Est. Sono cresciuta nella Repubblica democratica tedesca. Da bambina andavo spesso in quella che allora era la Cecoslovacchia, e questo mi unisce alla mia protagonista.</p>
<p><em>CV Sebbene tu abbia scritto questo romanzo nel corso di otto anni fino alla pubblicazione nel 2021, i temi trattati non potrebbero essere di attualità maggiore. Anche in Italia i femminicidi si susseguono. La violenza contro le donne sembra non conoscere epoche né confini.</em></p>
<p>ARV La violenza contro le donne non ha razza, non ha classe, non ha nazionalità né religione. Però ha un genere. Più o meno in questi termini l’ha definita Rebecca Solnit. Prendiamo un aspetto di cui mi sono occupata durante la scrittura: il mito della donna che mente. Uno degli ostacoli principali per arrivare alla condanna degli autori dei reati è dato dal fatto che alle donne non si crede. Fondamentalmente vengono accusate di mentire. È un elemento che è emerso in modo netto man mano che facevo le ricerche per il romanzo. Storicamente il potere, e con esso il potere di parola, è sempre stato maschile. Le donne non erano considerate alla pari degli uomini, così sono state condannate alla vita privata, al silenzio, non hanno avuto accesso alla vita pubblica, alle professioni, alla cultura. Per cui questo mito della donna che mente è secolare: chi non può parlare o esprimersi in pubblico è ritenuto inattendibile non appena prova a farlo. Sono modelli che tutt’oggi caratterizzano la nostra mentalità e anche la legislazione, modelli difficili da scardinare.</p>
<p><em>CV Storia e letteratura sembrano offrire chiavi di lettura più visionarie della realtà rispetto ai giornali stessi. Hai sempre intravisto nella scrittura questa possibilità?</em></p>
<p>ARV La letteratura offre la possibilità della lentezza. E quindi dell’approfondimento. Quando scrivo, è raro che mi occupi di attualità. Mi interessano piuttosto i grandi temi che riguardano l’umanità nel suo complesso. Come ad esempio quello dei confini che ci poniamo, che consideriamo invalicabili. Fino a 16 anni ho avuto davanti ai miei occhi un confine molto concreto: il Muro. Da lì nasce il mio interesse per il superamento dei confini. Nei miei primi romanzi seguo le tracce di due sistemi un tempo divisi da un confine: la Germania Est e la Germania Ovest. Poi hanno iniziato a interessarmi i confini invisibili. Perché, ad esempio, riusciamo a pensare solo in termini di due generi opposti. Perché determinati tipi di amore sono oggetto di tabù. A interessarmi poi sono anche i confini linguistici, ovvero l’arricchimento reciproco tra le lingue una volta superati gli ostacoli. Anche per questo ho iniziato a tradurre. Lucia Berlin. Virginia Woolf. Non da ultimo credo nell’idea piuttosto antiquata che i libri possano cambiare in meglio il mondo. Solo che i libri sono come sommergibili. Non sempre il loro effetto si fa vedere subito. Ci vuole tempo.</p>
<p><em>CV La tua posizione di scrittrice impegnata è ormai nota: che si parli di femminismo, di situazione nella ex Germania Est in vista delle prossime elezioni politiche o di violenza contro le donne, la tua opinione di intellettuale è richiesta. Come vivi il tuo ruolo di scrittrice impegnata a livello sociale e politico? Ti sembra particolarmente di rilievo considerata la situazione attuale?</em></p>
<p>ARV Dubito che io, in quanto scrittrice, abbia di meglio o di più da dire rispetto ad altri sulla pace nel mondo. Sono però felice che non esista più la figura dell’intellettuale <em>Übervater</em>, un’autorità maschile indiscussa che prende posizione su tutto e tutti, e che si possano invece sentire molte voci diverse. Una certa notorietà offre certo l’occasione – oltre che, mi pare, anche l’obbligo – di esprimere in pubblico il proprio parere. Personalmente intervengo solo se mi sembra di poter dare un contributo concreto. Come all’inizio della guerra d’aggressione della Russia, quando la Germania e l’Italia tardavano ad approvare le sanzioni: in quel momento ho scritto una lettera aperta a Olaf Scholz (uscita sulla FAZ, <em>ndr</em>). Dovevo sfogare il mio malumore, anche perché durante gli otto anni di stesura del romanzo mi era diventato chiaro il monito dei Paesi baltici, perfettamente consapevoli di come Putin stesse riaccendendo il culto di Stalin e pianificando una guerra contro l’Europa.</p>
<p><em>CV Ai tuoi lettori regali in questo libro un’esperienza di lettura “diversa”: al livello di consapevolezza politica e sociale si intreccia una trama che a sua volta si intreccia con la figura della donna blu, che dà il titolo al romanzo. La scelta di non narrare una storia dalla A alla Z offre ai lettori una possibile apertura alla complessità. Cosa ti guida nella scrittura? </em></p>
<p>ARV Mi considero certo un’autrice politica, ma la scrittura è un processo estetico. Ed è vero, i miei romanzi non sono mai narrati in modo lineare, è raro che abbiano un andamento cronologico. Mi ripugna profondamente l’idea di raccontare tutto, di spiegare ai lettori fin nei minimi dettagli cosa devono pensare. È una cosa che mi annoia da morire quando leggo, e quando scrivo voglio innanzitutto divertirmi, altrimenti non potrei occuparmi per anni sempre e solo di un argomento. Nel mio caso bisogna anche saper leggere tra le righe. Lavoro volentieri con gli accenni, le allusioni, motivi che si riprendono, riflessioni sulla narrazione, e mi piacciono anche le contraddizioni, mi piace farmi sorprendere, anche da me stessa. Nei miei romanzi si possono trovare gli influssi più vari, dall’elemento giocoso postmoderno della letteratura americana a quello esistenziale di una Ingeborg Bachmann o di Marlen Haushofer fino allo scetticismo di Joan Didion nei confronti della lingua.</p>
<p><em>CV I piani della realtà, della narrazione e della metanarrazione si intersecano, e ciascuno di loro è caratterizzato da uno stile diverso. Ad accomunarli è però quella “poetica della discrezione” di cui ha parlato la critica tedesca Miryam Schellbach in una delle primissime recensioni uscite in Germania. Come nascono nei tuoi romanzi la voce narrante e le voci dei personaggi? </em></p>
<p>ARV Lavoro molto con il suono della lingua. Solo quando sento parlare i personaggi inizio a capire chi sono e come sono. Anche la donna blu e lo stile dei passaggi in cui compare sono nati da un dialogo interiore. La voce narrante, decisiva in un testo letterario, nasce dall’interazione tra forma e sostanza, un processo che nemmeno a me è del tutto chiaro. È difficile da descrivere. So però di averla trovata quando il ritmo funziona e la voce mi convince.</p>
<p><em>CV Una particolarità di questo romanzo è che spicca in un panorama letterario come quello tedesco, caratterizzato negli ultimi anni dalla tendenza all’auto-fiction e alle letterature della post-migrazione. Qual è la situazione attuale?</em></p>
<p>ARV I testi di auto-fiction vanno per la maggior al momento, ma è una tendenza che non si troverà nei miei libri. Vivo già tutti i giorni con me stessa, perché mai dovrei anche scrivere di me, per quanto in versione romanzata? Mi pare in ogni caso che il ricorso all’Io come voce narrante nella letteratura contemporanea sia piuttosto ingenuo, perché solleva problemi di prospettiva. Continuano a esserci i ben collaudati nonché tradizionali romanzi familiari che abbracciano diverse generazioni. Ed è vero che da qualche tempo c’è più consapevolezza anche rispetto alle tematiche della migrazione e della post-migrazione, spesso mediate a loro volta dal genere del romanzo familiare. Con un leggero ritardo, perfino il <em>nature writing</em> ha conquistato la letteratura tedesca. Una novità è invece data da una consapevolezza queer, femminista, nella letteratura così come nel mondo letterario. Dieci, quindici anni fa, le case editrici, le pagine culturali dei giornali o le istituzioni letterarie erano guidate esclusivamente da uomini, mentre oggi si constata una maggiore diversità nella distribuzione del potere. Nel 2001 sono entrata in un mondo letterario patriarcale ancora fortemente caratterizzato dalla ristrettezza di vedute del dopoguerra della Germania Ovest. Fortunatamente negli ultimi anni la situazione si è vivacizzata. Mi ha fatto piacere, ad esempio, che in Italia e in Spagna <em>Blaue Frau</em> sia stato pubblicato da case editrici fondate da donne (Daniela di Sora, Voland; Silvia Bardélas e Beatriz González, De Conatus, <em>ndr</em>).</p>
<p><em>CV Oltre che in Italia e in Spagna, il libro è uscito in traduzione anche in Finlandia, in Croazia e in Sud America, e uscirà quest’anno anche in Francia. Lo hai presentato in Bolivia, Argentina e in Spagna nell’ambito di diversi festival, oltre che qui in Italia al Salone del Libro e a Festivaletteratura. Dall’incontro con il pubblico ti sei fatta un’idea della lettura che ne viene data nei vari paesi?</em></p>
<p>ARV Mi ha sorpreso constatare come in tutti i paesi ci siano stati spunti di discussione. Perfino in Bolivia. E non solo per la dilagante violenza contro le donne. Anche il tema della società a due velocità, purtroppo, è condivisibile un po’ ovunque. Be’, poi ci sono alcune lettrici che si sono innamorate di Leonides, altre che avrebbero voluto salvare Adina…</p>
<p><em>CV Stai lavorando a un nuovo romanzo?</em></p>
<p>ARV Sto scrivendo un romanzo dai toni più allegri su una giornalista che cade in rovina. È perfetto per un momento come questo, in cui populisti e autocrati assediano i media pubblici per la loro brama egomaniaca di potere. Sarà, in ogni caso, un romanzo più leggero, vivace. Ci voleva, dopo il lavoro difficile, estenuante di <em>Donna blu</em>. Mi succede spesso che dopo un libro voluminoso e complesso abbia bisogno di scrivere un romanzo più frizzante, brioso.</p>
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		<title>La felicità dei mobilifici</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/05/22/la-felicita-dei-mobilifici/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 May 2021 05:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Ingo Schulze</strong> <br />Assieme ad alcuni amici all’inizio del 1990 fondai un giornale che usciva settimanalmente, composizione a piombo, formato da vecchio foglio aziendale, 260 x 325 mm; erano molte, tutt’a un tratto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-91065" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351.jpg" alt="" width="300" height="491" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351.jpg 782w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-183x300.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-626x1024.jpg 626w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-768x1257.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-150x246.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-300x491.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-696x1139.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/9788821110351-257x420.jpg 257w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Assieme ad alcuni amici all’inizio del 1990 fondai un giornale che usciva settimanalmente, composizione a piombo, formato da vecchio foglio aziendale, 260 x 325 mm; erano molte, tutt’a un tratto, le potenzialità inutilizzate. Volevamo accompagnare e promuovere la democratizzazione del paese. A metà febbraio uscì il primo numero. Non avemmo bisogno di un capitale di partenza, poiché l’intera tiratura fu venduta molto prima della scadenza della fattura di stampa. Agli annunci inizialmente volemmo rinunciare, lo spazio ci occorreva per cose più importanti.<br />
La sera del 18 marzo, il giorno delle elezioni della Camera del Popolo, ridemmo delle prime proiezioni. Gli occidentali non capivano proprio niente! A poco a poco tuttavia s’insinuò in noi la verità. Il 2,9 per cento al <em>Neues Forum</em> nel risultato definitivo fu uno shock. Adesso potevamo anche chiudere il giornale. Ma in qualche modo dovevamo pur guadagnare dei soldi e tutti ci eravamo già licenziati due mesi prima. L’aspetto più penoso era che adesso erano proprio i «flauti dolci» dei partiti di blocco a festeggiare la vittoria. Non erano forse stati i peggiori leccapiedi? Il nuovo segretario Lothar de Maiziere non aveva forse parlato, ancora in febbraio, di un «socialismo più caloroso»?<br />
Presto non seppi più cosa scrivere. La maggioranza aveva deciso. La logica dei numeri era diversa da quella delle parole. E cosa potevano le parole contro i numeri? Sempre e ovunque era esclusivamente una questione di numeri! E dunque di soldi. Nella primavera 1990 riflettei per la prima volta sul denaro. Era divertente guadagnare soldi come imprenditore, e per i miei parametri era una quantità di denaro inverosimile. Per altro verso avevo paura di indebitarmi fino alla fine dei miei giorni e dover spedire venti dipendenti all’ufficio di collocamento.<br />
Con l’unione monetaria del 1° luglio 1990 fondammo un giornale di annunci. Invece di battermi per la democrazia, presto ebbi a che fare soltanto con mobilifici di nuova apertura e concessionarie di automobili. Annunci a cadenza settimanale, venti per cento di sconto, per lei un altro dieci per cento, buona collocazione, anzi ottima. Dovevo cercare di soppiantare i cosiddetti concorrenti, che avevano assunto la nostra segretaria e possedevano la nostra banca dati clienti, della quale invece noi sentivamo la mancanza. Li odiavo, tutti quei «concorrenti», perché puntavano a minare la nostra esistenza professionale, anzi la nostra esistenza tout court – come noi la loro.<br />
Fino a poco prima avevamo manifestato a voci spiegate: «Democrazia, ora o mai!», «Libere elezioni!», «Libertà di movimento!», «Stasi in miniera!», «SÌ all’educazione popolare, NO a educazione militare, alzabandiera e Margot Honecker!». Nell’autunno 1989 avevo fatto esperienza di come rivendicazione e prassi potessero combinarsi. Era in gioco il volto umano della società, quindi la dignità di noi tutti, un mondo migliore. Ma che aspetto aveva il mio volto, adesso? Deformato dalla rabbia? In preda al panico? Perplesso? Braccato? Quel che facevo giorno dopo giorno non era forse contrario a ciò che ritenevo buono e giusto? Mi ero mai contorto davanti a un funzionario come facevo adesso davanti al proprietario del più grande mobilificio della regione? Che all’improvviso era diventato il re della regione, nella quale, come praticamente ovunque nell’Est, le grandi aziende avevano dichiarato fallimento, perché come c’era da aspettarsi non erano in grado di pagare salari e stipendi in nuovi marchi.<br />
La cosa più strana di tutta la faccenda, però, è che allora non avrei potuto dirlo come lo sto descrivendo adesso. La narrazione della «svolta» andò diversamente. Si parlò di auto-liberazione, di democrazia anziché dittatura, libertà anziché muro, economia di mercato anziché pianificata ecc. ecc. E non era forse vero? Chi sollevava un qualsiasi dubbio, o era un inguaribile passatista o/e era privo di senso della realtà. Uno sguardo verso est, nei paesi fratelli di un tempo, era pur sufficiente a vedere quanto indicibilmente bene ce la passassimo noi tedeschi orientali. E il mondo intero non voleva e vuole forse vivere come noi? C’era o c’è ancora una qualche alternativa apprezzabile alla nostra <em>way of life</em>? E non aveva forse ragione Francis Fukuyama con la sua ristampa de <em>La fine della storia</em>?<br />
I rapporti di forza nel mondo sono mutati dal 1989/90. Le «normalità» di allora, tuttavia, si sono globalizzate e in tal modo consolidate. Esse condizionano e cambiano il mondo ininterrottamente, sono più efficaci della fine del conflitto fra i due blocchi.<br />
Una di queste «normalità» è un economicismo onnipervasivo, il cui mezzo e il cui fine possono essere individuati nella privatizzazione e nel profitto privato. Da ciò dipende tutto il resto, che ne è guidato e subordinato. Pensare qualcosa che non «renda», che non serva alla crescita, che si sottragga al principio McKinsey e alle quote, è un’opzione risicata e marginale. E tutto ciò viene interpretato come fine delle ideologie, come avvento di una politica conforme al mercato e orientata ai vincoli esistenti. Le mire di profitto private sono considerate normali, si ritiene cioè che abbiano un fondamento nella natura umana.<br />
Un’altra «normalità», connessa alla prima, è la coscienza di aver vinto. L’Occidente è il vincitore! Noi siamo i buoni!<br />
[&#8230;]<br />
Ripensando a quanto io stesso mi sia lasciato abbindolare da questo economicismo, la cosa mi diverte o mi spaventa, a seconda; credevo di essere passato da un mondo costruito sulle parole a uno fatto ormai soltanto di numeri. E su questa base avevo tentato di descrivere l’impressione che ormai nulla mi avrebbe dovuto legare al mondo a parte il denaro. Tutto il resto era subordinato al denaro (o alla crescita o al Pil o al valore azionario), poiché sembrava che con il denaro si potesse fare tutto, nel bene e nel male.<br />
Come giovane imprenditore nel 1990 ricevetti benevole pacche sulle spalle: anche tu ce la puoi fare se ti ci metti d’impegno e ti rimbocchi le maniche. Ma fare cosa? Arrivare in alto, ai soldi e al riconoscimento! Mi sentivo rigettato nella felicità privata, mentre si sarebbe dovuto trattare della felicità di tutti. L’idea, se non addirittura la pretesa che la mia felicità fosse legata alla felicità altrui, che non potessero darsi indipendentemente l’una dall’altra, era contraddetta dalla mia pratica quotidiana. La mia felicità era l’infelicità degli altri. E la felicità degli altri la nostra infelicità. Quella nostra lotta, tuttavia, che cos’era? La felicità dei mobilifici e delle concessionarie? E non approfittavamo forse noi stessi della concorrenza fra le tipografie? Non volevamo scegliere anche noi la migliore di tutte? Insomma, questo sistema non è forse il migliore per tutti?<br />
Assolutamente no! Basta anche solo la constatazione per cui il 60% dei danni ambientali provocati dalla popolazione della Svizzera si trova al di fuori dei confini di quel paese. Per la Germania non sarà tanto diverso.<br />
Se compriamo un computer o un cellulare, di solito conserviamo la confezione oppure smaltiamo il polistirolo nel bidone giallo e il cartone in quello blu, e prima o poi il computer finisce in quello arancione. Ma ciò che è stato necessario per ottenere le varie materie prime per questi oggetti, ciò che è occorso per raccoglierle, assemblarle eccetera, tutto questo si sottrae al nostro sguardo, come anche il percorso degli stessi oggetti una volta richiuso il coperchio del bidone.<br />
Questo significa: sì, abbiamo paesaggi floridi perché abbiamo chiuso e rottamato o venduto i nostri vecchi impianti industriali più inquinanti. Non siamo più noi a dover inghiottire lo sporco, ce lo possiamo permettere, adesso lo inghiottono altri. Per questo la nostra aspettativa di vita è anche più elevata, se poi si è benestanti lo è ancora un po’ di più.<br />
Nel racconto <em>Vecchio scorticatoio</em> di Wolfgang Hilbig si legge: «Era strano che si corresse il rischio di cadere fuori dal mondo se ci s’interessava delle cose più semplici… e magari persino il rischio di sparire dal mondo. Era come se anche gli oggetti più semplici, se solo vi si rifletteva abbastanza a lungo, si estendessero fino alle profondità sotterranee, come se fossero legati con una fibra della loro essenza al male nascosto».<br />
Ciò che Wolfgang Hilbig coglie nel suo valore universale è un’esperienza che ognuna e ognuno di noi può fare ogni giorno, è il doppio fondo delle cose. A volte è sufficiente prendere coscienza delle condizioni in cui vengono prodotti i nostri alimenti. Da lì si può proseguire considerando le condizioni di produzione del cotone della mia camicia e quelle in cui viene cucito il tessuto – per non parlare delle materie prime e dei prodotti di cui necessita la nostra <em>way of life</em> giorno dopo giorno, ora dopo ora. Il bel mondo della nostra merce è sorretto nel profondo da un lavoro massacrante e non troppo diverso dal lavoro schiavile. Basta grattare un poco la superficie – a volte di più, a volte di meno – ed ecco che inizia il viaggio all’inferno.<br />
Se oggi dovessi nominare una delle nuove contraddizioni fondamentali del capitalismo, senza considerare superate quelle esistite finora, forse la definirei il fenomeno dell’89: credersi i vincitori indiscussi della Storia, benché in tutto il pianeta si producano condizioni insostenibili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: È da poco uscito per Marietti 1820 </em><a href="https://www.mariettieditore.it/9788821110351-la-felicita-dei-mobilifici">La felicità dei mobilifici</a><em>, una piccola raccolta di interventi di Ingo Schulze curata da Stefano Zangrando. Pubblichiamo qui un estratto dal primo testo del libro, ringraziando la casa editrice e Zangrando.</em></p>
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		<title>&#8220;Il delta&#8221; di Kurt Lanthaler: storia di una traduzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Mar 2016 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[edizioni alpha beta Verlag]]></category>
		<category><![CDATA[Il delta]]></category>
		<category><![CDATA[Kurt Lanthaler]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa altoatesina]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Zangrando]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Zangrando Fino a pochi anni fa Kurt Lanthaler lo conoscevo solo di fama. Sapevo che era uno dei più noti scrittori sudtirolesi all’estero, che i suoi romanzi pseudo-polizieschi aventi per protagonista un certo Tschonnie Tschenett erano stati poco meno che best seller nei paesi tedeschi. Anche per questo non li avevo mai letti: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Zangrando</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/03/31/il-delta-di-lanthaler/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2/" rel="attachment wp-att-60886"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-60886" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2-150x150.jpg" alt="zangrando_il delta_978-88-7223-239-2" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/03/zangrando_il-delta_978-88-7223-239-2-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>Fino a pochi anni fa Kurt Lanthaler lo conoscevo solo di fama. Sapevo che era uno dei più noti scrittori sudtirolesi all’estero, che i suoi romanzi pseudo-polizieschi aventi per protagonista un certo Tschonnie Tschenett erano stati poco meno che best seller nei paesi tedeschi. Anche per questo non li avevo mai letti: gli studi universitari mi avevano reso tanto snob quanto da giovane ero stato pop, perché avrei dovuto leggere dei quasi-best-seller? Con quei titoli italofili, poi, chissà quanti cliché: <em>Azzurro</em>, <em>Napule</em>…</p>
<p>Mi documentai un po’ meglio quando nel 2011 «il manifesto», grazie a Maria Teresa Carbone, decise di ospitare un mio articolo sulla ricezione della letteratura sudtirolese in Italia negli ultimi anni. A un certo punto in quel testo menzionavo anche i libri di Lanthaler, chiedendomi come mai neppure uno fosse stato tradotto, e in chiusura lanciavo una provocazione: che fossero gli stessi autori sudtirolesi a non interessarsi più di tanto alla diffusione delle loro opere presso i connazionali di lingua italiana? Quando poi l’articolo fu ripreso on line da un blog altoatesino, mi si accusò di aver omesso alcuni nomi, io risposi a tono e ne nacque un putiferio velenoso in seguito al quale, a un certo punto, mi giunse un’e-mail molto cordiale e compita. E bilingue. Era firmata Kurt Lanthaler, e puntualmente contestava la mia provocazione finale.</p>
<p>Fra i libri che mi ero procurato in fase di documentazione non c’erano i pseudo-polizieschi di Lanthaler, che mi ero limitato a sfogliare in una biblioteca tedesca di Bolzano, ma c’era un suo romanzo “a parte” uscito nel 2007 con il titolo <em>Das Delta</em>. Nell’articolo non ne avevo parlato, ma la lettura delle prime pagine era stata una rivelazione. Potevo essere finito in un film di Fellini, o in uno spaghetti-western, o in un capitolo mai pubblicato del <em>Poema dei lunatici</em> di Ermanno Cavazzoni, o una qualunque pagina padana di Gianni Celati – ma in tedesco. Non era l’italianità dell’ambientazione e dei personaggi, erano la poesia degli ambienti, l’atmosfera stralunata, quell’ironia aggraziata&#8230; Non pop né snob, ma popolare e letterario al tempo stesso. Prosa del mondo e bellezza.</p>
<p>Il resto è storia editoriale: traduzione delle prime venti pagine, invio a vari editori e responso pressoché immediato, e positivo, da parte di Aldo Mazza, direttore delle edizioni alpha beta di Merano e considerato dal settimanale sudtirolese «FF» fra i due o tre altoatesini di lingua italiana più influenti della provincia. Conoscevo Mazza, sapevo che aveva un passato da direttore di scuola di lingua, che la sua casa editrice vantava una nota collana di psichiatria chiamata «180» e che qualche anno prima aveva rilevato il catalogo narrativo di un editore locale minore, per dargli nuovo slancio e maggior respiro. In quella collana, fra l’altro, erano apparsi anche autori tedeschi come Helene Flöss o Sepp Mall, tradotti o, nel caso di quest’ultimo, anche come traduttori. Insomma, alpha beta era un editore impegnato, interculturale, molto radicato nel territorio e con l’ambizione di crescere, e l’onorario onestissimo che negoziammo per la traduzione mi convinse decisamente a contribuire all’impresa.</p>
<p>A un certo punto sperammo persino di poter pubblicare il libro assieme a Feltrinelli nella collana «Indies», ma in quel caso la risposta fu chiara e negativa: nonostante il libro fosse stato considerato «molto bello» e la scheda di lettura pervenuta ne avesse tessuto gli elogi sotto ogni aspetto, a quanto pare non aveva sufficiente potenziale commerciale per garantire un tot di vendite all’editore milanese. (Mi chiedo perché debbano essere proprio simili collane a dover rispondere a requisiti commerciali, quando dovrebbe essere il contrario: che il grande editore guadagni il più possibile con i propri titoli commerciali, così da poter sostenere operazioni indipendenti più sofisticate. O no?) Pazienza. Anche se sapevamo di disporre di risorse promozionali pressoché nulle – parlo al plurale, perché fin dall’inizio mi sentii pienamente partecipe all’idea di diffondere il romanzo presso il pubblico italiano – il libro sarebbe uscito solo con il marchio alpha beta. Tuttavia si sarebbe colta l’occasione per rinnovare la veste, ispessendo la copertina e dotandola di risvolti.</p>
<p>Così è stato, e nel suo primo mese di vita editoriale <em>Il delta</em> di Kurt Lanthaler ha venduto qualcosa come cento copie. Pochissimo, certo. Ma se si pensa che non è uscita una sola recensione, che fra i critici italiani ai quali l’ho fatto mandare solo una gentile signora dell’accademia nostrana si è resa disponibile per far ospitare una segnalazione in un mensile di cui è corresponsabile (e non ancora apparsa), che dunque tutto il resto è passaparola, cento copie – oggi – non sono poco.</p>
<p>Ma mi rendo conto che parlare di lettura in questi termini non ha senso, se prima non si racconta qualcosa del libro in sé. Dunque: <em>Il delta</em> è la storia, frastagliata quanto le stesse ramificazioni terminali del Po, di un trovatello di nome Fedele Conte Mamai, il quale, dopo decenni di peregrinazioni attraverso lo stivale e non solo, ritorna a Maierlengo, il suo paese d’origine sul delta. In valigia ha «baccalà e babà, bresaola e bottarga». A trovarlo, da poppante, fu un solitario barcaiolo di nome Bombolo, che lo allevò alla bell’e meglio e dal quale Fedele, cresciuto quanto basta, si allontanerà per girare l’Italia facendo i lavori più diversi: muratore, giostraio, operaio, contrabbandiere e molto altro. Non c’è intreccio, ma incastro e confusione di piani: narrativi, spaziali, temporali. C’è un’Italia provinciale di cui Lanthaler coglie spirito e dettagli, c’è l’arte ingegneristica dell’uomo e della natura, e c’è la lingua: un innesto continuo di apporti dialettali, espressioni idiomatiche e proverbi che nell’originale tedesco deve aver disorientato non poco i lettori d’Oltralpe, ma che in italiano avrebbe avuto tutt’altro sapore, quello di una dichiarazione d’amore per il plurilinguismo nostrano. Ah, e non ho detto che lo stesso Lanthaler, plurilingue com’è di suo, in fase di revisione della traduzione si è rivelato un collaboratore prezioso.</p>
<p>Quando di recente ho tentato di intervistare Lanthaler per un noto sito culturale italiano, la rinuncia è giunta dopo la prima domanda, che recitava: « Più volte ti sei definito “un autore italiano di lingua tedesca”: puoi spiegare questa definizione?»</p>
<p>La risposta di Lanthaler, barocca quanto certe sue pagine, superava le trenta righe; citerò qui solo le prime dieci:</p>
<p><em>per quanto concerne la mia “autodefinizione” (che eventualmente può esser letta come una (auto)provocazione, e mi spiego): </em></p>
<p><em>la maggior parte dei miei testi li scrivo in tedesco. (waere ich 1984 &#8211; was in frage stand &#8211; nach bologna und nicht nach berlin gezogen : waere es, aber das ist spekulation, anders gekommen)</em></p>
<p><em>il resto è qualche piccola poesia por talian e qualcosetta in greco.</em></p>
<p><em>a parte die unwaegbarkeiten solcher bologna/berlino/zufallsentscheidungen (fuer berlin sprach die damals deutlich virulentere off-filmemacher-szene (zumal im zelluloidformat 16mm): de facto bin ich da drin gelandet: als beleuchter/elettricista, erstmal. klassisch) &#8230; a parte also :</em></p>
<p>E così via. Quando ho espresso a Lanthaler la mia incertezza sulla traducibilità e pubblicabilità delle sue risposte se fossero state tutte di questo tenore, mi ha rimandato di ripiego a una mini-intervista fittizia presente sul <a href="http://www.homepage.hispeed.ch/lanthaler/index.html">suo sito</a>, che riporto volentieri a completamento del lacerto soprastante:</p>
<p><strong><em>A domanda risponde. A.d.r.</em></strong></p>
<p><strong><em>Paralipomena dal delta</em></strong></p>
<p><em>(Secondo il vecchio Codice di procedura penale)</em></p>
<p><em> A.d.r.: Per scrivere un romanzo che racconta un viaggio, mi metto in viaggio. Leggendo. (Muoversi fisicamente da un posto all’altro non è tra le mie attività preferite. – Ma non necessariamente perché il posto dove sto mi piaccia.)</em></p>
<p><em> A.d.r.: Spendo un sacco di soldi per scrivere un libro. Comprando libri. (Scrivo libri per guadagnarmi da vivere. È il mio mestiere. Non ho altri.)</em></p>
<p><em> A.d.r.: Che faccio, se non scrivo? Al massimo leggo due righe.</em></p>
<p><em> A.d.r: No. Non me lo può chiedere.</em></p>
<p><em> A.d.r: Perché non ci sono risposte. </em></p>
<p><em> A.d.r.: Alle risposte ci crede colui che non ha domande. Come Lei.</em></p>
<p><em> A.d.r.: Sarà. Ma non mi mette paura. Metta invece un po’ di fantasia. Allora sì che…</em></p>
<p><em> A.d.r.: Nun, da halte ich mich an Gramsci: »Jeder wirklich poetische Text hinterlässt eine Ablagerung von Alltagsverstand.«</em></p>
<p><em> A.d.r.: Infatti, un tornado che passa sopra Αθίνα è un fenomeno. Raro, se vuole. Se poi succede in ottobre … (Dal delta invece non ci è giunta foce.)</em></p>
<p><em> A.d.r.: Pioppi? Allego documentazione fotografica.</em></p>
<p>Ecco, Lanthaler è un tipo così, un po’ dada, un po’ situazionista, molto giocoso, cantastorie attento al ritmo e alla musica della lingua, propria e altrui. Concludo con una delle pagine iniziali de <em>Il delta</em>, un romanzo bello e buono, che spero trovi un po’ alla volta i suoi lettori italiani, anche attraverso questa strampalata finestra su Nazione indiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Vedete, Fedele Conte Mamai è di nuovo qui, dico. Ci è voluto un bel po’ di tempo, era sempre in giro. È quasi irriconoscibile. E tutto è rimasto come una volta, vedo. La piazza, l’edicola, la nebbia e il vento. L’argine, i canali. E di buoi non ce ne sono più già da un pezzo, da nessuna parte. L’ultimo lo vidi non meno di quindici anni fa. Attraversava la strada davanti a uno zoo. Non si capiva se andava o veniva. E da allora mi chiedo da dove arrivino mai tutti i guanciali brasati. Per l’appunto. L’osteria è ancora quella vecchia. Buia, come in passato. E un po’ umida, come allora. Non così inospitale.</em></p>
<p><em> La porta era aperta. Scesi i tre scalini e mi guardai intorno. La volta, i tavolini, il banco corto, basso, eternamente bagnato. Le sedie erano sparse qua e là, come dopo una rissa. Il locale vuoto, come se i carabinieri avessero portato via tutti in una volta. Sul piccolo scaffale, qualche bicchiere. E sopra ogni cosa muffa, polvere, intonaco scrostato. Bene, dissi, attraversai il locale, passai nel retro, lì c’erano i resti cinerei di un falò, freddi. Cos’è successo qui?, dico, sarebbe una novità.</em></p>
<p><em>Mi sedetti al tavolo nell’angolo in fondo, il tavolo per chi arriva dopo. Lo assesto un po’ finché non traballa quasi più, poso la valigia accanto a me.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Oste, sono di nuovo qui. I gà igà i gái.</em></p>
<p><em>Sapete, l’osteria non è mai stata troppo cordiale con gli ospiti, e l’oste, se possibile, ancora meno. Ti portava un bicchiere di vino sul tavolo senza bisogno di dir niente. O mezzo litro. Sempre di quello disponibile al momento. Di caffè ce n’era soltanto nei casi veramente eccezionali, funerali o simili. Due o tre volte l’anno. Quando oltre agli ospiti abituali si trovava all’osteria anche quella parte del paese e dei dintorni che altrimenti ci girava alla larga sprezzante. Gli iniziati, dal canto loro, girano alla larga dal caffè. Di grappa se ne trova sempre, basta uno sguardo muto. L’accenno della mano verso lo scomparto in basso. Un cugino lontano che distillava senza tanto badare alla legge, uno che aveva capito e preso sul serio a tal punto la propria occupazione che ci aveva lasciato le penne.</em></p>
<p><em>Qualunque cosa servisse l’oste, che uno l’avesse ordinata o no, il ringraziamento era sempre il seguente: che bon caffè ca fè. Che buon caffè avete fatto anche oggi, oste. E lui si guarda intorno nella semioscurità dell’osteria, guarda la sua eterna clientela abituale e dice: I gà igà i gái. Hanno legato i polli. E allora parte un giro di risate. La volta dopo il gioco si ripete. Un rituale. Più che un passatempo, un indolente segnatempo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(da Kurt Lanthaler, Il delta, traduzione di S. Zangrando, <a href="http://www.edizionialphabeta.it/it/Book/il-delta/978-88-7223-239-2">edizioni alpha beta</a> Verlag 2015)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La guerra alla guerra di Leonhard Frank</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2014/11/11/leonhard-frank-e-la-guerra/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Nov 2014 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[del vecchio editore]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[I mutilati di guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[Leonhard Frank]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa tedesca]]></category>
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		<category><![CDATA[paola del zoppo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Leonhard Frank (con il gentile accordo dell&#8217;editore, pubblichiamo l&#8217;incipit de &#8220;I mutilati di guerra&#8221;, l&#8217;ultimo fortissimo racconto della raccolta &#8220;L&#8217;uomo è buono&#8221; (1917),  pubblicata ora da Del Vecchio assieme al racconto lungo &#8220;L&#8217;origine del male&#8221; (1915), il tutto nella traduzione di Paola del Zoppo) La “cucina del macellaio” è un ambiente molto ampio, due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Leonhard Frank</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/11/11/leonhard-frank-e-la-guerra/frank_cover_def_luomo-e-buono-1_rid/" rel="attachment wp-att-49696"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49696" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/frank_cover_def_luomo-è-buono-1_rid-199x300.jpg" alt="frank_cover_def_l'uomo è buono (1)_rid" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/frank_cover_def_luomo-è-buono-1_rid-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/frank_cover_def_luomo-è-buono-1_rid.jpg 425w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><em>(con il gentile accordo dell&#8217;editore, pubblichiamo l&#8217;incipit de &#8220;I mutilati di guerra&#8221;, l&#8217;ultimo fortissimo racconto della raccolta &#8220;L&#8217;uomo è buono&#8221; (1917),  pubblicata ora da Del Vecchio assieme al racconto lungo &#8220;L&#8217;origine del male&#8221; (1915), il tutto nella traduzione di Paola del Zoppo)</em></p>
<p>La “cucina del macellaio” è un ambiente molto ampio, due volte più lungo che largo, e dal tetto così basso che il capitano medico, nel suo lungo camice operatorio irrigidito da tutto il sangue umano vecchio e nuovo, può toccare il soffitto con il palmo della mano.</p>
<p>“Un cinema non potevano mettercelo, qui. No, un cinema no”, continua a venirgli in mente. Perché, in fin dei conti, tutte le sue aspirazioni si concentrano nell’unico, inesauribile desiderio di potersi sedere di nuovo in pace in un cinema.</p>
<p>Sul pavimento di lastre di pietra, un pagliericcio accanto all’altro. Su ogni pagliericcio un uomo; su ogni pagliericcio, quello che di un uomo rimane, coperto fin su al mento.</p>
<p>Le mani segate via, le braccia, i piedi, le gambe, galleggiano nel sangue tra ovatta e pus, in una tinozza trasportabile che viene svuotata ogni sera, alta un metro e larga due, posta accanto alla porta nell’angolo. Ordine impeccabile. Non c’è una pagliuzza nelle corsie laterali larghe appena venti centimetri né nella corsia di mezzo. Cinque file di pagliericci.</p>
<p>Il tavolo operatorio coperto di latta zincata sta nella corsia di mezzo.</p>
<p>Si chiudono le finestre. E tre minuti dopo, la macelleria è di nuovo pregna di quel miasma greve e caldo di ferite purulente, cancrenose, di pus, di sangue rappreso, di sudore di morte, di esalazioni del dolore, di acido fenico e di lisoformio, così che a un uomo sano e forte, abituato all’aria fresca, entrando, dopo un minuto girano i colori davanti agli occhi e vacilla il terreno sotto i piedi. Nella cucina del macellaio, poco dietro il fronte, si prestano i primi soccorsi. Rapidamente. Non si perde un istante. Qui si amputa. Nella cucina del macellaio, direttamente dal campo di battaglia, vengono trasportati i feriti che necessitano amputazioni. L’attesa di un quarto d’ora può significare la morte.</p>
<p>Gli amputati che non sono svenuti non dormono, eppure giacciono immobili, completamente inerti e muti, due bulbi febbrili e lucenti nel volto, sono perduti, e già se ne vanno ondeggiando.</p>
<p>Gli altri urlano, si tirano su, si piegano e si contorcono, piangono come gattini appena nati, ridono nel delirio della febbre oppure muovono i corpi mutilati lentamente, ma senza interruzioni.</p>
<p>La vita dei più fortunati si compone di un continuo svenire e tornare in sé e svenire di nuovo. E la puzza stagnante contribuisce. Non c’è molta luce nella cucina del macellaio.</p>
<p>Il capitano medico, dopo una o al massimo due amputazioni deve uscire all’aria aperta perché la sega o il coltello non gli cadano di mano durante l’amputazione seguente.</p>
<p>Ogni giorno vengono portati fuori da quattro a sei morti. Paglia fresca, lenzuola fresche. Feriti freschi. Non una pagliuzza nelle corsie. Ordine. La tinozza nell’angolo si riempie. E la sera, alle sei, puntualmente, viene svuotata.</p>
<p>I pagliericci stanno perfettamente allineati uno accanto all’altro.</p>
<p>Il capitano medico sega.</p>
<p>Nella cucina del macellaio non entrano giornali. Lì si soffre. Lì non ci si interessa alle notizie di vittorie né alle notizie menzognere. Lì ci si interessa alla gamba segata che all’istante l’infermiere ha gettato nella tinozza. Si vuol riavere la propria gamba. Riprenderla in mano ancora una volta. Osservarla, osservarla con attenzione.</p>
<p>– La mia gamba! È la mia gamba. La mia! La mia gamba! – Prima grida che gli ridiano la gamba, poi implora: – Dammela. Per favore, dammela. Dalla a me.</p>
<p>. . .</p>
<p>. . .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Remarque, in &#8220;Niente di nuovo sul fronte occidentale&#8221; è sciroppo di lamponi in confronto a &#8220;L&#8217;uomo è buono&#8221;</em></p>
<p><em>                                                                                                                                                                         F. Glauser</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>In Europa ci sono due uomini, Barbusse e Frank, che provocano questo fenomeno, meraviglioso e terribile, di simpatia umana. Fanno sì che uomini e donne che vivono in luoghi molto differenti possano comprendersi nella distanza, perché si riconoscono uguali nello scrittore: uguali nei loro impulsi, nelle speranze, negli ideali.</em><br />
<em>                                                                                                                                                                            Roberto Arlt</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(La breve biografia di Frank nel risvolto di copertina del volume, molto ben curato: &#8220;Nasce a Würzburg nel 1882 da una famiglia umile. Frequenta la severissima scuola evangelica, in una regione e una città di storia e cultura radicalmente cattoliche, e dopo il diploma di artigiano si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Monaco per diventare pittore. Nel 1910 interrompe la propria formazione per recarsi a Berlino. Frank è una presenza costante nei Caffè e nei circoli artistici, ma non vuole essere parte di nessuna cerchia: ritiene che ogni sistema sia finalizzato al mantenimento del potere e che in ogni cerchia si rischino dinamiche di sopraffazione. Riconosciuta la propria vocazione, dopo alcuni brevi racconti, dà alle stampe il suo primo romanzo, che vince subito il Premio Fontane. “Pacifista della prima ora”, si rifugia in Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale, dove stringe amicizia con Alvarez del Vayo e frequenta gli artisti del Dada e gli scrittori engagé. Tornato in Germania, è controllato dal regime nazionalsocialista e costretto di nuovo all’esilio. Nel 1933 si sposta in Inghilterra, poi in Francia, dove viene internato neicampi di lavoro, poi finalmente riesce a fuggire in America nel 1940. Si stabiliscea Hollywood, scrive per la Warner Bros. E frequenta Thomas Mann, Franz Werfel e gli intellettuali tedeschi ormai di casa in California. Infine si sposta a New York e poi torna in Germania, nel 1950. Ma l’accoglienza non è gloriosa quanto meriterebbe, e decide di spostarsi a Berlino Est, dove può contare sull’apprezzamento dell’amico Johannes Becher. Muore a Monaco nel 1961.&#8221;)</em></p>
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