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	<title>natura &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Buche (sillabario della terra # 17)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/10/25/materialismo-sillabario-della-terra-14/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Oct 2023 05:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Le buche che cercano pateticamente di parare alla nostra ignoranza dei suoli, così vicini a noi, così esiziali, diventano quindi una metafora dell’impossibilità di sapere tutto del mondo vivente al quale apparteniamo.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-105382" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-300x202.jpg" alt="" width="300" height="202" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-150x101.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1-624x420.jpg 624w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/10/Image20_rid-1.jpg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Fin dall’inizio del Novecento gli studiosi hanno constatato che nella terra possono riconoscersi livelli orizzontali diversi, che sono stati chiamati orizzonti. Questi si sono differenziati nel processo di gestazione del suolo, al contatto con l’atmosfera, e con il contributo di radici e organismi di vario tipo, partendo dal materiale minerale, roccioso o sciolto. I tempi delle complesse alterazioni e metamorfosi che conducono alla formazione della terra sono lenti, rapportati alla scala umana, ma pur sempre molto più brevi di quelli della geologia. Ogni orizzonte ha in genere uno spessore di trenta-settanta centimetri, per intenderci, anche se ne esistono di molto sottili e di molto spessi.</p>
<p>L’orizzonte superiore è più ricco di sostanza organica, e quindi più scuro, e di vita, mentre in quello soggiacente dominano in genere le colorazioni del ferro, da rosse a giallastre, a seconda dei climi e degli ambienti. Spesso è presente più in basso un orizzonte di transizione alla roccia, o insomma ai materiali minerali di partenza. A seconda della natura di questi, del clima, della vegetazione, i tipi e i loro caratteri sono però diversissimi. In ogni caso sono sempre presenti una frazione organica, anche se minima, radici e organismi viventi: qui sta differenza con il regno minerale.</p>
<p>In mancanza delle inappellabili particolarità anatomiche di ogni specie vegetale o animale, in mancanza insomma di meglio, tutte le classificazioni pedologiche utilizzano come criterio principale la tipologia e la successione di orizzonti. Ogni classe di suoli ha una data sequenza di orizzonti con date caratteristiche. Alcune di queste sono legate a impoverimenti, o al contrario in arricchimenti, a seguito anche di traslocazioni di sostanze e di elementi operati dall’acqua che drena nel suolo.</p>
<p>La prima cosa che facciamo noi pedologi, una volta aperta una buca che ci permette di avere davanti tutta la sezione verticale della terra, è vedere quanti orizzonti ci sono, e di che sorta. A parte i colori, le differenze riguardano caratteri visibili a occhio nudo, quali la porosità, l’organizzazione spaziale e la quantità di pietre, o anche rilevabili al tatto, quali la consistenza. Anche l’abbondanza e l’andamento delle radici fornisce utili informazioni. Poi naturalmente le analisi di laboratorio effettuate sui campioni prelevati permettono di andare molto più in profondità.</p>
<p>Certe volte gli orizzonti si riconoscono molto facilmente, in particolare quando hanno colori molto contrastati. In quel caso un’occhiata è sufficiente per definire il tipo di suolo, e non possono esserci dubbi. Altre volte invece le colorazioni nella sezione sono molto simili, e anche gli altri caratteri non mostrano a prima vista differenze. Bisogna osservare allora da vicino come stanno le cose, aguzzando la vista e punzecchiando la terra servendosi del coltello che ogni pedologo ha sempre con sé. Un po’ alla volta si constata insomma che quella che sembrava una superficie indistinta ha una stratificazione, con livelli diversi. La sezione che si ha davanti va comunque ripulita per bene, con una scopettina o un coltello: anche il miglior specialista non vede nulla, se rimane sporca.</p>
<p>Per definire i colori usiamo le tavole Munsell. Ogni pedologo ha con sé questo libretto plastificato con le pagine irte di tassellini di tinte diverse, ciascuno corrispondente a una data sigla. E lo custodisce gelosamente: i raggi del sole o peggio ancora qualche goccia possono rovinarlo per sempre. Prendiamo un pezzettino di terra, lo inumidiamo, cerchiamo il colore che più si avvicina, e annotiamo il relativo codice. Ma naturalmente la percezione dei colori varia da persona a persona, anche senza considerare i daltonici, quindi questa definizione non è al cento per cento oggettiva. In alcuni Paesi avanzati si usano dei colorimetri elettronici, ma pure quelli danno parecchi problemi.</p>
<p>Diversi altri caratteri vengono ponderati con metodi altrettanto empirici. Per quantificare la porosità e la percentuale di pietre, due elementi fondamentali, si usa una stima visuale, che vale quello che vale. Si potrebbero impiegare mezzi infinitamente più precisi, che esistono, ma sarebbero molto costosi, per il tempo e/o per le strumentazioni che richiedono. Nella pratica è impensabile un loro utilizzo corrente, ci si accontenta di un dato approssimativo.</p>
<p>La stessa identificazione degli orizzonti non è poi così certa, quando le differenze di colore e di aspetto sono minime, o anche i limiti che li separano invece di essere netti sono sfumati. Io ho posto il confine tra due orizzonti a tanti centimetri dalla superficie, ma un collega potrebbero metterlo più su o più giù, o addirittura considerare un solo orizzonte quelli che per me erano due orizzonti. In tanti casi si tratta di una graduale variazione, più che di una netta stratificazione, a dispetto della nostra griglia interpretativa, che ci obbliga a mettere da qualche parte dei limiti.</p>
<p>Certo, le analisi di laboratorio danno invece risultati molto precisi, e lì non è in gioco la soggettività umana. E anche l’attività biologica, e in particolare dei vari microrganismi, può adesso essere misurata con grande esattezza, avendo i fondi necessari. Il problema qui è la grandissima variabilità di ogni parametro, anche a distanza molto ravvicinata: a far bene bisognerebbe avere pletoriche misurazioni, in modo da ottenere affidabili valori medi. Nella pratica, visti i costi del campionamento e ancor più delle analisi, i dati disponibili sono sempre ridicolmente pochi.</p>
<p>La nostra conoscenza dei suoli, che sono una delle componenti principali dell’ambiente e dei sistemi ecologici, se non quella in assoluto più centrale, dipende quindi da procedure che hanno grossolane incertezze. O anche sono molto impegnative in termini di tempo e costi, e quindi sono utilizzate di rado. Siamo convinti che la nostra arma invincibile, la Scienza, possa sviscerare qualsiasi segreto, ma i suoli sono conosciuti molto male. Rimangono sostanzialmente un buco nero.</p>
<p>Come lo rimane però gran parte della natura, a ben vedere. Avremmo tutto quello che occorre per studiarla nei dettagli meno accessibili, correndo dietro alle sue infinitissime e spesso stravaganti volubilità, ma dobbiamo limitarci a ciò che ci è più vicino o che per le ragioni più svariate riteniamo più importante. Schiere di biologi e naturalisti si danno da fare, ma ci vorrebbe ben altro. Occorrerebbero infiniti tecnici, infiniti mezzi, ottenuti anch’essi con enormi impatti ambientali, infiniti quattrini. E il vantaggio, anche senza limitarsi a un bilancio strettamente economico, sarebbe forse relativo. Con il nobile intento di limitare i nostri danni, distruggeremmo ancora di più.</p>
<p>Le goffe buche mediante le quali i pedologi cercano pateticamente di parare alla nostra ignoranza dei suoli, così vicini a noi, così esiziali, diventano quindi una metafora. Dell’impossibilità di sapere tutto del mondo vivente al quale apparteniamo, della inerente parzialità di ogni approfondimento, della sua beffarda casualità, della distruzione che accompagna ogni forma di conoscenza. Ci fatica ammetterlo, ma siamo limitati, come sono limitati gli strumenti, spesso a doppio taglio, spesso distruttivi, che ci costruiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Riduzionismo (sillabario della terra # 13)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/09/13/riduzionismo-sillabario-della-terra-10/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Sep 2023 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Alfonso Draghetti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giacomo Sartori </strong>  <br /> Fino a tempi molto recenti i suoli venivano rispettati senza conoscere la loro diabolica complessità. Per buon senso, visto che davano il cibo agli uomini e ai loro animali. Per intuito.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-104907" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/riduzionismo_vecteezy_old-farmers-spray-fertilizer-or-chemical-pesticides-in-the_10508292_407-300x200.jpg" alt="" width="400" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/riduzionismo_vecteezy_old-farmers-spray-fertilizer-or-chemical-pesticides-in-the_10508292_407-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/riduzionismo_vecteezy_old-farmers-spray-fertilizer-or-chemical-pesticides-in-the_10508292_407-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/09/riduzionismo_vecteezy_old-farmers-spray-fertilizer-or-chemical-pesticides-in-the_10508292_407.jpg 448w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Fino a tempi molto recenti i suoli venivano rispettati senza conoscere la loro diabolica complessità. Per buon senso, visto che davano il cibo agli uomini e ai loro animali. Per intuito. E certo fino alla prima metà del secolo scorso per gli strascichi della visione organicista, spazzata via da tempo dai modi di vedere delle società capitalistiche, ma che aveva nel mondo contadino più difficoltà a morire. Lì resisteva la consapevolezza che l’uomo fa parte di una rete di relazioni più grande di lui, non è isolato, non può fare qualsiasi cosa, non padroneggia tutto. E poi nella terra doveva pur risiedere un qualche mistero, se essa era capace di quel perenne miracolo, se si prendeva il compito di accogliere le nostre spoglie quando la nostra vita finiva.</p>
<p>Ci siamo in seguito messi a trattarla come fosse un semplice substrato, un supporto passivo sul quale applicare le tecniche più appropriate per generare nel corto termine i profitti maggiori: una materia morta e stupida, per dirla con le parole di Cartesio. La giovanissima chimica agraria aveva scoperto nella prima metà dell’Ottocento che la pianta ha bisogno soprattutto di azoto, fosforo e potassio, e che prende questi elementi minerali per mezzo delle radici: si è quindi cominciato a ritenere che si dovesse mirare a aumentarne la riserva del suolo, mediante l’apporto di concimi chimici. Senza prendersi la briga di considerare gli altri fattori in gioco, e ottenendone immediato vantaggio.</p>
<p>Per paradosso questo è successo proprio mentre si cominciava a capire, utilizzando la stessa arma delle sperimentazioni scientifiche, quanta e quanto varia vita albergasse la terra. L’attività microbiologica nel suolo è stata messa in luce infatti a partire dall’ultimo scorcio dell’Ottocento, in contemporanea con i primi utilizzi e l’ascesa delle concimazioni chimiche. Pur rendendosi conto che tutto quello che succedeva nella terra era dovuto al lavoro dei batteri e dei funghi, fino all’apparire delle tecniche genomiche, in questi ultimi decenni, i biologi non avevano strumenti per arguire nei dettagli chi c’era e cosa faceva: la maggior parte dei microbi non si lasciavano isolare e coltivare, come si dice in gergo. Ma insomma si sapeva che tutti i processi che sfociano nella cessione degli elementi minerali alla pianta sono svolti da organismi viventi: sono biochimici, non chimici.</p>
<p>Ha prevalso però la credenza che si trattasse di restituire in forma inorganica il maltolto (questo sì in forma inorganica, perché le piante vogliono quella). Una interpretazione completamente fantasiosa, che si è rilevata profondamente dannosa per i poveri suoli. L’apporto di elementi minerali con i concimi chimici inibisce infatti la maggior parte dei suoi processi biologici, tra i quali proprio quelli della naturale cessione degli elementi stessi alla pianta. Il risultato immediato c’è, perché le colture ricevono pur sempre il nutrimento di cui hanno più bisogno, ma la terra soffre e smette di lavorare, diventa un peso morto, uno zombie sempre più dipendente, come tutti i drogati, dai suoi fornitori. E per quanto si faccia attenzione una gran parte degli elementi somministrati finisce nell’ambiente, creando enormi problemi.</p>
<p>L’aumento delle produzioni agrarie mondiali è stato però impressionante, facendo mettere in sordina i danni, e anzi apparendo come un passo fondamentale nel progresso dell’umanità. Ancora adesso la cosiddetta <em>Rivoluzione verde</em> della seconda metà del secolo scorso è considerata dai più una magnifica e intoccabile prova delle capacità umane, e della Scienza, un esempio da seguire. Senza considerare che i buoni risultati produttivi, lasciando stare i drammatici guasti ambientali, li ha dati solo nelle terre migliori. Ha fallito invece completamente in quelle con limitazioni, contribuendo anzi al loro degrado. E ha causato una drammatica perdita di sostanza organica, il capitale alla base della loro fertilità, nei suoli di gran parte del Pianeta.</p>
<p>Colpisce ragionando a posteriori la simultaneità dell’acquisizione delle conoscenze e del loro occultamento. Per la sua natura la scienza è divisa in domini che sono quasi compartimenti stagni, anche quando l’oggetto di studio è lo stesso, quindi la cosa non è poi così difficile: si tratta solo di marginalizzare le discipline indisciplinate. In tanti altri campi la chimica aveva grandi e assai decantati successi, certo questo contava molto. E soprattutto nell’industria, la quale diveniva sempre di più il modello a cui riferirsi, la via vincente che anche la natura doveva seguire, se voleva imboccare anche lei la via del progresso. Ma certo aiutava anche la semplicità della visuale, così vicina alla contabilità a partita doppia, con le due colonne delle entrate e delle uscite.</p>
<p>La miopia con la quale si rappresentava la terra, perdurata per più di un secolo, è stata pilotata dalla scienza stessa, e a dispetto che le prove sperimentali, quindi scientifiche, che quel modello fosse sbagliato diventassero sempre più numerose e schiaccianti. Si propagandava una terra di natura solo chimica, senza sostanza organica, senza vita, senza interrelazioni di organismi, che non ha corrispettivo nella realtà. Spesso si parla di riduzionismo, ma è forse una definizione troppo clemente, che non rispecchia la sua anima farlocca e fuorviante, di esasperato stampo meccanicistico, agli antipodi degli oggettivi funzionamenti. Agli strapotenti gruppi che dominano il mercato dei concimi chimici, e ora anche delle sementi e dei pesticidi, e che hanno la mano anche sulla ricerca scientifica e tecnologica, e sui governi, faceva però comodo restare aggrappati a quel modo di vedere le cose, e sono riusciti a far sì che esso non fosse detronizzato, o anche solo scalfito.</p>
<p>La scienza è partita una volta per tutte per la tangente nell’euforia del secondo dopoguerra, dopo qualche decennio di tentennamenti, durante i quali alcune voci anche molto prestigiose hanno cercato di mettere l’accento sulla complessità di ogni ambiente coltivato e di ogni terreno. In Italia quella in particolare dell’agronomo più prestigioso e più conosciuto nel suo tempo, Alfonso Draghetti, il quale rispolverando l’impostazione organicista del passato, aveva una visione della terra e delle coltivazioni molto ecologica e attuale.</p>
<p>Chi dà per scontato che la scienza abbia una esse maiuscola e sia sempre infallibile, o anche solo saggia, dovrebbe tenere presente questa sua sbandata tutt’altro che anodina nella storia recente dell’agricoltura, che è diventata così centrale nei rapporti tra uomini e ambiente. Il vero problema è che la scienza, con la costellazione di tecnologie innovative che le sciama attorno, ha molta difficoltà a rappresentare la complessità della terra, per il suo modo di funzionare e per le sue necessità epistemologiche ha bisogno di separare i vari comparti e le varie problematiche e di trattarli separatamente, anche laddove  tutto è interrelazione.</p>
<p>Pure le soluzioni tecnologiche che ci vengono proposte adesso, più accorte e seducenti ma pur sempre miopi e incuranti della variabilità delle terre e dei territori, e poco attente nei fatti ai processi ecologici e ai consumi energetici nascosti, vanno quindi prese per le pinze. Senza mai dimenticare che quasi sempre hanno tendenza a riflettere gli interessi di giganti globali, a andare dove le spinge l’economia che non contabilizza i danni ambientali e non sanno cosa vuol dire inventare modelli adatti alle varie situazioni. Bisogna invece riuscire, è uno dei caposaldi dell’agroecologia, a metterle al servizio delle varie realtà, sempre ancorate nella terra, con tutte le sue complicazioni e bizze, e degli espedienti poco impattanti adatti a ognuna di esse.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Anno naturale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/03/14/anno-naturale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2022 06:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[luca baldoni]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Luca Baldoni</strong><br />
Esistono creature che solo d'aria e luce
riescono a nutrirsi, come questa Tillandsia
per ultima arrivata tra le altre sul balcone,
pianta senza radici o aerea o epifita,
proveniente dai fianchi rocciosi delle Ande
o sospesa in inganni di foreste pluviali;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Luca Baldoni</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>TILLANDSIA</em></p>
<p>Esistono creature che solo d&#8217;aria e luce<br />
riescono a nutrirsi, come questa <em>Tillandsia</em><br />
per ultima arrivata tra le altre sul balcone,<br />
pianta senza radici o aerea o epifita,<br />
proveniente dai fianchi rocciosi delle Ande<br />
o sospesa in inganni di foreste pluviali;</p>
<p>e il miracolo nasce nei lanosi tricomi<br />
ovvero tricopompe che coprono le foglie,<br />
portentosi organi che i sali minerali<br />
nell&#8217;aria galleggianti assorbono nei pori,<br />
e in saggia commistione concorrono batteri<br />
azotofissatori che accolti tra le fronde,<br />
ripagano dimora con chimica cattura<br />
di organici composti, vaporizzata linfa,</p>
<p>e tu così sospesa in pneumatiche spirali<br />
da tutto sollevata, stellata e filiforme,<br />
creatura intelligente che sfida la sua forma<br />
fisiologia perfetta che eccede convenzione,<br />
le leggi del tuo regno: natura che prevede</p>
<p>lo scarto, l&#8217;eccezione – il verso di sé stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>SEMINA DI PLUTONE</p>
<p>Ricercati ogni inverno in questa regressione,<br />
macerati in te stesso sino a dissoluzione</p>
<p>perché esistono profondità senza rumore<br />
dove la materia frolla in stallo cellulare,<br />
nel tratto dell&#8217;ellissi più tardo a rivoltarsi<br />
degrada su sé stessa per fradice reazioni,<br />
nella curva più interna fermenta nel torpore</p>
<p>quando il tempo sbanda, non sembra ripartire;</p>
<p>ogni anno fai il punto su questo assorbimento<br />
vivo disfacimento: semina di Plutone.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>CICLO DI ORIONE</p>
<p>Signore della notte: divino cacciatore<br />
Orione tempestato nella volta invernale,<br />
le membra luminose risorte ad ogni morte<br />
riscuotono lo spazio in gesta siderali</p>
<p>rossastra Betelgeuse la prima che risplende<br />
distingue la figura, l’enorme spalla spinge,<br />
Bellatrix la guerriera glaciale l&#8217;arco tende,<br />
sopra Rigel e Saif le gambe poderose<br />
imprimono la curva, l&#8217;ascesa avventurosa,<br />
tre astri allineati la snella vita conta,<br />
si innesta qui il pugnale, il sesso tuo stellare<br />
nella grande nebulosa gonfio e risplendente</p>
<p>il firmamento accusa inerme la tua forza<br />
ti seguono i due cani fedeli alla tua impresa,<br />
Sirio canicolare basso sull&#8217;orizzonte<br />
e il Minore festante, più alto nella fuga<br />
per primo sfida il vuoto, le spalle ti protegge,</p>
<p>e ti risucchi dietro quest&#8217;empito di cielo<br />
un vuoto nel tuo moto rivolto sempre avanti</p>
<p>mentre in opposizione senza tregua ti attende<br />
Aldebaran gigante rossa fiammeggiante<br />
l&#8217;occhio del fiero Toro che contro ti si avventa<br />
a contrastare te che vinci, che ancora sempre<br />
come ogni altra notte di alte gesta splendi:</p>
<p>lo blocchi, lo batti, sotto terra lo respingi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>BIANCO</p>
<p>Ho anche una finestra che dà dall&#8217;altra parte<br />
e supera le cime degli alberi del viale:</p>
<p>e oltre vedo l&#8217;ampio arco degli Appennini,<br />
e in fondo, a Ovest, dorso a dorso, le ripide<br />
faglie delle Apuane – e proprio l&#8217;altro ieri<br />
di notte ha nevicato, e al mattino le vette<br />
di luce acuminate si ergevano nel sole</p>
<p>fissando l&#8217;infinito mi svuoto di piacere,<br />
mi penso lassù in cima a contemplare il bianco</p>
<p>un monaco scintilla su rupi himalaiane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>CAVALCATA NOTTURNA NEL CIELO D&#8217;ESTATE</p>
<p>L&#8217;Orsa la conoscerai: col caldo si solleva<br />
fiera sull&#8217;orizzonte, splende tutta la notte<br />
sigillo di stagione nel cielo dell&#8217;estate,</p>
<p>dalle Puntatrici puoi schizzare a settentrione<br />
cinque salti e saprai la gemma di Polaris<br />
da cui discende l&#8217;asta del Carro più leggero,<br />
s&#8217;insinua tra le due flessuosa e sibilante<br />
la coda segmentata del Draco primordiale</p>
<p>e nella regione confinante, a levante<br />
rorida Cassiopea in forma di farfalla,<br />
Perseo che si appressa con urla di conquista,<br />
e su in diagonale Andromeda s&#8217;allunga,<br />
scomposta nel terrore santifica l&#8217;eroe<br />
le braccia in alto getta verso il cavallo scosso<br />
Pegaso neroalato che accorre in suo soccorso</p>
<p>verso il colmo dell&#8217;arca considera scattante<br />
del Cigno la saetta che fende il firmamento,<br />
mira alle quattro stelle, l&#8217;Aquila che rosseggia,<br />
e collegate a Vega tracciano quell&#8217;immenso<br />
triangolo d&#8217;estate, diadema interstellare<br />
che da sempre per mare accompagna i marinai<br />
e in curva verso Ponente sopra l&#8217;orizzonte<br />
risorgerà Arturo, la stella più pulsante<br />
di Boote, il bovaro che pensieroso spinge<br />
il punto di partenza, il Carro risplendente,<br />
chiamato in antico anche Elice, elica</p>
<p>perché è circumpolare e rivolge su sé stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.passiglieditori.it/anno-naturale-2"><strong>Poesie tratte da: Luca Baldoni, <em>Anno naturale</em> (Passigli, 2021)</strong></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scrivere la natura. Note su Antropologia del turchese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/11/13/scrivere-la-natura-note-su-antropologia-del-turchese/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2020/11/13/scrivere-la-natura-note-su-antropologia-del-turchese/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Nov 2020 06:01:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_86798" aria-describedby="caption-attachment-86798" style="width: 750px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-86798" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/ellen-meloy-1024x538.jpg" alt="" width="750" height="394" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/ellen-meloy-1024x538.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/ellen-meloy-300x158.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/ellen-meloy-768x403.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/ellen-meloy-250x131.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/ellen-meloy-200x105.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/ellen-meloy-160x84.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/11/ellen-meloy.jpg 1200w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption id="caption-attachment-86798" class="wp-caption-text">Ellen Meloy</figcaption></figure>
<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>Negli ultimi mesi mi sono trovata, per scelta e destino, in vari sensi spaesata, ovvero ho perso il mio luogo, anche se il luogo resta sempre là. In termini pratici ho traslocato, portandomi dietro il gatto, trasferendomi in un’abitazione situata proprio all’opposto rispetto al luogo lasciato, nella geografia della mia città. Traslocare non significa soltanto svuotare una casa e insediarsi in un’altra: significa staccarsi da una quotidianità di relazioni con esseri di varia natura, dagli umani al torrente, dagli olivi al bosco, dagli animali ai tetti che si fanno compagnia. Certo, portiamo in noi i luoghi amati. Diventano un pezzetto della carne che conosciamo come conosciamo le nostre braccia. Ma siamo lontani. Ci dobbiamo abituare alla distanza. Quando poi il trasloco avviene con un animale legato al territorio come il gatto tutto si complica. Il mio gatto non può vivere fra le mura di un appartamento. Insieme ci siamo avventurati nell’incolto attorno alla nuova casa, un passo, una zampa, una corsa nell’erba, un’intera ora separati, poi un’intera mattina, con la porta sempre aperta. Qualche difficoltà, qualche disorientamento, e poi il prevalere del gioco e della fiducia. Ecco, talvolta possiamo dire di aver stretto un legame con un luogo o con un animale quando sappiamo giocarci, quando sperimentiamo la leggerezza fino al ridicolo, quello che altri osservatori potrebbero definire follia. A volte non è la profondità dell’affetto, ma l’intensità del gioco a renderci una dimensione familiare. Accade con gli umani, con gli animali, con i luoghi. Accade che ogni stereotipo, perfino quelli positivi, di sacro terrore o rispetto, cada e cominci il dialogo di parole sciocche come di limpida intesa.</p>
<p>Riconosco con sollievo questa necessità di colloquiale leggerezza con quanto chiamiamo natura, nei saggi di <strong>Ellen Meloy</strong>, singolare scrittrice americana, di cui è finalmente disponibile un libro, <a href="https://www.edizioniblackcoffee.it/libri/antropologia-del-turchese/#:~:text=Sinossi,legame%20si%20logorava%20nel%20tempo."><strong><em>Antropologia del turchese. Riflessioni su deserto, mare, pietra e cielo</em></strong>, pubblicato da Black Coffee nella traduzione di Sara Reggiani</a>.<br />
In “Spose fedeli”, uno dei saggi che concludono il libro, leggo:</p>
<blockquote><p>Se c’è una cosa che mi spinge a scrivere di natura è il fatto che fin troppi suoi amanti sono talmente occupati a esprimere meraviglia o mostrarsi abbattuti dalla vittoria dell’avidità umana sulla necessità di preservarla, da esserci dimenticati che la natura sa anche essere un’inesauribile fonte di ilarità. Personalmente adoro le stravaganze, gli enigmi, i misteri, ossia la sostanza di cui è fatto il paradosso. E poi il piacere. In presenza degli ungulati mi comporto in modo insensato. Instauro un legame patologico con i colori. Gioco con la sabbia. Sono drogata del sesso fra i pioppi, dell’aspetto sadomasochistico di un <em>Echinocerus</em> – un cactus rivestito da una guaina di aculei coronata di vellutati fiori di un delirante rosso scarlatto – di quella solitudine che deriva dall’allontanamento dalla società, dell’esplorazione là dove gli umani scarseggiano, del concetto di umanità stesso, pur sapendo che questa esplorazione non mi condurrà a risposte definitive, che l’unica certezza che al massimo avrò sarà quella di essere sola con un branco di pecore selvatiche a farmi compagnia. E quando rido avverto il tanto temuto arrivo della follia, una sublimazione che confina col dolore. È l’equivalente di ammazzarsi dalle risate.</p></blockquote>
<p>Dunque si può stare davanti al paesaggio senza una qualche attitudine mistico-reverenziale, che mentre l’esalta l’allontana, allargando il solco e la dicotomia fra umano e naturale, come se appunto fossimo fatti di chissà quale altra sostanza rispetto al posto in cui soggiorniamo. Lo straordinario che viene dal fuori geografico stabilisce contatti con l’ordinario dei nostri cinque sensi, cinque strumenti per comprendere, assorbire e restituire terre.</p>
<blockquote><p>Ora mi domando se la percezione sensoriale non sia dunque l’unico mezzo di cui disponiamo per tracciare una mappa interiore del mondo. Che cosa ci dicono i sensi in certi paesaggi tanto da indurci a evitarli o a reclamarli come nostri?</p></blockquote>
<p>E ancora:</p>
<blockquote><p>Che siate a casa vostra o in territori ignoti non esistono guide migliori del peso dell’aria, il comportamento della luce, la forma dell’acqua. Tutto ciò che vi serve sapere riguardo a un luogo lo troverete in una pietra, una piuma, una foglia, un ciuffo di pelo, e nel modo in cui l’uomo ne ha fatto tesoro o scempio.</p></blockquote>
<p>Questi estratti delineano lo spirito con cui attraversare il libro, collezione di saggi dove si incontrano il deserto del Sudovest americano, il fiume Colorado, le lagune dello Yucatan, questioni genealogiche alle Bahamas, storie di donne bizzarre nel deserto, animali e piante con i loro desideri, comportamenti, stranezze. Tutti gli scritti, però, ci riguardano, una volta deciso di cedere allo sguardo di Meloy, che va dall’appunto diaristico al memoriale, perché ruotano attorno al tema del qui e dell’altrove, annullando il distacco del mero osservare, e insistendo sull’abitare. Quanto e come abitiamo un posto, quanto ne siamo abitati? Come accade che una geografia ci risponda più di altre, al punto da porsi come pietra di paragone quando viaggiamo? Ogni testo sembra nascondere la domanda: perché questo ecosistema composto del vivente, delle memorie di chi ci è passato, dei richiami ad altri luoghi, ha a che fare con me? Quale scambio avviene fra noi?</p>
<p>Il deserto o il fiume o il colore turchese delle pietre dure divengono il nord della bussola, mentre la presenza dell’umano in loro non si attua tanto nell’esserci fisicamente immerso quanto nel sapere che esistono come esiste il corpo, fino a dimenticarcene. I saperi botanici ed etnologici dell’autrice non servono dunque per insegnare qualcosa dei paesaggi, quanto per intessersi più a fondo nell’intreccio di una realtà stratificata, dove le cose non esistono semplicemente per essere codificate, ma imparano a coabitare superando sia la visione antropocentrica che quella idealizzata e nostalgica della natura come fonte del bene sull’orlo della sparizione.</p>
<p>Dalla brughiera nebbiosa e aspra emerge in mio aiuto un verso di Emily Brontë: “Sono più felice quando più lontana”. Se ricomporre un paesaggio sulla pagina è un atto che avviene a distanza dall’oggetto della narrazione, è perché nella lontananza la storia acquista chiarezza, può essere custodita, dona alle parole rapidamente annotate su un taccuino lo spazio-tempo necessario per farsi vedere anche agli altri, a chi cerca le ragioni di un’erranza come di una sosta prolungata in certi luoghi. Riflettendo sul luogo ancestrale e partendo da un cestino artigianale, un’opera Yokut, gruppo etnico nativo della California centrale, ereditato dall’autrice per via matrilineare, la Meloy dice che gli Yokut “parlavano degli anni definendoli mondi”. Facciamo un salto in questo tempo-mondo. C’è un mondo nel quale il nostro corpo è piccolo, elastico, in divenire vorace, sono gli anni dell’infanzia. C’è un mondo nel quale il nostro corpo diviene una collina all’apparenza arida, rugosa, ma che sa ancora ospitare piccole vite nelle sue buche e nei suoi anfratti. È il tempo dell’anzianità. Traiamo questi mondi fuori dalla nostra immaginazione sensoriale, quando si fanno più fragili sull’orizzonte: “Forse per conoscere meglio un posto che ci è familiare, dovremmo prima estraniarcene”.</p>
<p>Ma quante cose possono dirsi luogo? Per esempio un colore. I nativi del Sudovest, ci racconta la scrittrice, donavano la loro pietra più preziosa, la turchese, al bene più prezioso delle loro terre, l’acqua. La pietra poteva essere lasciata presso sorgenti, polle, rivi. Blu che si riunisce al blu, un amuleto da indossare (e perdere), che ha le sfumature della vita quando corre nel rosso-arancio del deserto. Blu quale acqua e memoria familiare, come accade all’autrice rievocando l’esperienza di un campeggio in viaggio con i genitori e i fratelli da bambina, Meloy, si sofferma sul blu delle piscine nell’Ovest americano, case private, motel, su cui il padre aveva posto un divieto che ovviamente non faceva che aumentare il desiderio. Scrive:</p>
<blockquote><p>L’Ovest è così pieno di blu da darti l’impressione di potertici tuffare, cosa che appunto da piccola avevo cercato più volte di fare. Il blu mi sembrava un bel posto in cui andare, un Paese in sé, superiore, imperturbabile, dove non eri costretto a parlare con nessuno.</p></blockquote>
<p>In questo blu l’autrice traccia un percorso a nuoto fra la California e lo Utah, passando dalle piscine ai canyon, ricucendo la storia personale, fluida, cangiante, ritornante, alla solidità della roccia desertica, alla sabbia che riempie le orecchie durante innumerevoli notti all’aperto. Il confine fra autobiografia e descrizione naturalistica viene trasceso. Questo, a dire il vero, succede nell’esistenza di ogni camminante, che percorra valli e monti o che si limiti al solito tratto della passeggiata serale. Per scrivere del paesaggio e del luogo non ci si può semplicemente sedere e osservare. O meglio occorre osservare fino a tal punto da sparire dentro l’osservato e vedersi aprire vie impossibili che rovesciano il tempo nello spazio. Ci si può imbattere nella via del sognare, per esempio, ricordando che i Mohave,</p>
<blockquote><p>come altre culture sorte sul fiume Colorado, tenevano in grande considerazione i sogni. Qualsiasi capacità o potere che avessero di prevedere le proprie sorti, in amore, in guerra, o nel gioco d’azzardo, venivano loro dai sogni. I sogni plasmavano la vita, e narrarli li trasformava in veri e propri viaggi. In quei viaggi il sognatore camminava verso una meta, si nutriva, si fermava a riposare, incontrava creature, vedeva luoghi importanti: il sogno dunque era una sorta di diario di viaggio del Mohave in cammino.<br />
I sogni tramandati oralmente diventavano miti, o “canti sognati”. Il racconto poteva subire delle modifiche. Trama e tonalità erano fluide, e ben poco accadeva oltre al viaggio in sé. Per raccontare la propria storia si cantavano i nomi delle cose, le sorgenti, le rocce, le piante, gli animali, le stelle, i monti, i fiumi. Per raccontare la propria storia si metteva una cartina in musica. Si dava voce a un’area geografica.</p></blockquote>
<p>Ripensando il valore del sogno come viaggio rivelatorio e ancora di più incantatorio: grazie al sogno siamo cantati dentro un paesaggio, che a tratti è quello quotidiano, a tratti è quello trasfigurato dalle nostre visioni più intime. Oppure, per il più banale degli incidenti che per un po’ obblighi all’immobilità, ci si può addentrare in questioni di parentela che ben oltre la linea di sangue ci legano ad altre donne, da luogo a luogo. Così, nel saggio “I jeans di Tilano”, Meloy si ritrova cucita per i capelli al tetto dalla spillatrice con cui cerca di appuntare del feltro, e coglie l’occasione per riandare con la mente alle donne ottocentesche che scelsero di traslocare nel deserto. In Australia, nel Nord Africa, in America. Abituati come siamo alla serietà e ai toni solenni quando si trattano le questioni di genere come quelle ecologiche, l’approccio può apparire singolare. Eppure non è così che avvengono le epifanie? Momenti di connessione e autenticità, mentre stavamo facendo altro, magari qualcosa di banale che non ci piace evidenziare nel nostro diario. Muovendomi verso un paesaggio a me più prossimo, Meloy è il tipo di persona che di un cammino nel bosco non viene a dirmi solo dell’assenza o presenza di tracce, della luce del crepuscolo fra i rami, ma, con la medesima passione, del terreno su cui si scivola, cadendo ridicolmente e scoprendo una tana di bestia misteriosa. Ancorata al tetto della sua casa nel deserto quindi esplora le capanne, le case, le stanze delle donne che nel deserto forgiarono se stesse.</p>
<p>O in “Scivolare sulla seta”, ci rende partecipi di un’avventura in kayak sul Colorado, per sapere alla fine e “all’ennesima notte sul fiume”, di non sapere nulla, di avere “l’obbligo di non lasciare questo fiume”. Di assecondarne la forma. “E forse allora imparerò qualcosa”.<br />
Non parla in queste righe del fiume con toni diversi da quelli che useremmo trattando della nostra persona fisica e mentale, quell’essere che non possiamo abbandonare fino alla morte, se scegliamo di esistere. Per alcuni l’esistenza, con il suo caos di momenti sbagliati, bellezza e verità, parole a sproposito e silenzi ingombranti, avviene mentre il paesaggio non si limita a guardarci, ma coopera (a volte ci tollera e noi lo tolleriamo), ci mette alla prova, si stanca o si prende gioco di noi. E questo ben prima e oltre la consapevolezza.</p>
<p>Esco da questo libro rientrando nella mia vita spaesata. Nel suo stupore che sta nella robinia che mi impedisce il passo, mentre cerco di far coraggio al gatto ed è invece lui a confortarmi, tornando indietro ad aspettare che mi liberi. <em>Non saremo mai amiche</em>, dico alla robinia. Ma al tempo stesso mi attraggono le sue lunghe spine. Digito il nome di Ellen Meloy, scopro che è morta all’improvviso nel sonno, a 48 anni, nella sua casa. Chissà cosa resta di lei in quella geografia, oltre i suoi scritti, cosa resta di noi in ogni geografia cui apparteniamo. Riapro le pagine del saggio “La mia vita animale”, leggo:</p>
<blockquote><p>Quando abbiamo costruito la casa, io e Mark abbiamo incanalato l’acqua piovana che si raccoglie sul tetto di metallo in delle tubature che riemergono ai piedi di alcuni giovani pioppi piantati in precedenza. Pioggia, neve disciolta, condensa – ogni goccia d’umidità presente sul tetto – ora scivola in canali di scolo e tubi di drenaggio, che passando sotto terra scendono a valle e forniscono acqua agli alberi. Una mattina sorprendo una volpe grigia a scavare vicino all’estremità di uno di questi dotti. Agitando le zampe come una forsennata solleva nuvole di terra rossa neanche avesse deciso di proseguire i lavori avviati dal picchio e spuntare finalmente in Cina. Nella tubatura si è acquattata una lepre dalla coda nera. La volpe è grande quasi quanto un coyote, con le zampe rosse di terra, il pelo argentato e lucido, e il lato superiore della coda bordato di nero. La osservo da tre metri di distanza e nel silenzio della lepre lei mi guarda dritto negli occhi. <em>Pensi di restare lì impalata o mi aiuti ad acchiapparla?</em></p></blockquote>
<p>Forse alla fine l’essenza di un coabitare relazionale, che sistemi le nostre fratture, ricomponga le eredità e le lasci andare, è tenere la domanda sul significato di una vita ecologica aperta, mentre un pensiero o una voce ci arriva nella testa e nello spirito. Non tormentarsi nel volere la risposta. Chiedersi piuttosto, fra lo scherzo e l’estrema serietà: “Chi ha parlato?”</p>
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		<title>Appunti estivi</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Aug 2019 05:01:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p><strong>Land’s End &#8211; Cornovaglia</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80167" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg" alt="" width="545" height="409" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-250x188.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-200x150.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-160x120.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12-400x300.jpeg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.12.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 545px) 100vw, 545px" /></p>
<p>Così la terra finisce nel granito a picco sull’oceano. Là sotto le onde coprono e scoprono scogli aguzzi, la rovina di imbarcazioni e vite nei secoli. Le leggende dicono che fossero le streghe, sedute sulle sporgenze e le rocce di Land’s End, a far naufragare le navi e poi inviare i loro famigli canini a divorare le anime dei marinai annegati. Le possiamo immaginare accovacciate a parlare nel vento. In realtà nessuna strega di quelle finite nei documenti processuali è stata condannata per naufragi o altri cataclismi. Semmai per la morte di un cavallo da tiro, la malattia di un vicino, lo spegnersi di un neonato, una vacca che smette di dare latte – e ancora meglio se per vari di questi accadimenti, accumulati negli anni in cui la strega si costruisce la reputazione. Ma sulla scogliera le paure quotidiane incontrano il mito: la strega umanissima presta il corpo alla sua controparte soprannaturale dagli occhi spiritati color della tempesta. Questo è un punto mediano. Fra la terra e l’oceano. Fra l’acqua e la roccia. Nonostante i turisti, i camminatori, i surfisti che si dirigono alle piccole baie sabbiose come Sennen Cove, questo luogo non può essere addomesticato. Le rocce prendono nomi suggestivi, come la Irish Lady, un grande scoglio che sembra una creatura ammantata, rivolta all’Atlantico. Una dama irlandese nel senso fatato: una Banshee che geme e ammonisce, il cui sembiante è appena riconoscibile e sembra un drappo, una creatura di stracci svolazzanti e solenni. O i sedili dei giganti, i volti del tale o del tal altro, quasi scolpiti con un’intenzione dalle correnti. Ma nelle correnti non vi è nessuna intenzione che non sia loro stesse. La scogliera è una soglia. Sono già stata qui, vent’anni fa esatti, per l’eclissi di sole: con pochissimi soldi, lo zaino dell’inter-rail, trascorsi la notte nel sacco a pelo poco distante dai picchi, al riparo nella brughiera. Allora volevo solo andare altrove, con la bussola interiore puntata a nord, a queste lande che poi negli anni ho visitato spesso e abitato. Oggi imparo a stare sulla soglia come chi torna.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-80168 aligncenter" style="letter-spacing: 0.8px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-1.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<blockquote><p>Viaggiare verso la regione sconosciuta è spesso viaggiare verso casa,</p></blockquote>
<p>dice Tallis la ragazzina protagonista del libro che ho con me, <em>Lavondyss</em> dell’inglese Robert Heldstock. Cerco le parole e le storie del libro nella propaggine di occidente dove mi trovo. Il nome Lavondyss è il risultato di un incontro fra due isole leggendarie: Lyonesse e Avalon. Terre dove eroi e profeti toccati dalle fate dormono in attesa di un sogno che li riporti all’origine. Lavondyss è la foresta primigenia nata dalla congiunzione di sogno e paesaggio, dove la protagonista si spinge alla ricerca del fratello maggiore, smarrito anni prima in questi luoghi senza tempo o meglio – luoghi dove il tempo non scorre come siamo abituati a pensarlo, ma alterna rinascite, trasmutazioni cicliche del medesimo spazio e dei suoi ospiti che possono svanire o viaggiarci dentro. La forza del libro sta nei nomi che la ragazzina dà ai boschi e campi e terre lavorate che circondano il suo luogo natio: viaggerà sempre dentro di loro, attraverso ere diverse, indietro o avanti, attraverso corpi diversi – di donna, di vecchia, di legno e linfa. E i nomi sono incantesimi infantili e potenti: Vecchio Posto Proibito (Old Forbidden Place); Campo del Trovami Ancora (Find Me Again Field); e poi Landa dello Spirito Uccello (Bird Spirit Land), ovvero la landa sospesa fra la vita e la morte, fra la caduta del corpo e quel volo che fantastichiamo proprio dell’anima, non senza qualche sgomento. I nomi sono la nostra immaginazione che ci iscrive nei luoghi ed è difficile pensare a cosa siano prima di essi. Anche un campo senza nome per noi, quasi inconsapevolmente, può divenire il Campo Innominato o Innominabile, manifestando tutta la sua potenza.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80170" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg" alt="" width="385" height="513" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-2.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 385px) 100vw, 385px" /></p>
<p>Raccolgo una grossa piuma di gabbiano: la scogliera è una Bird Spirit Land. Gli uccelli marini sono i residenti elettivi, capaci di farsi portare su dal vento, gracchianti, predatori di altri piccoli uccelli, uova e pesci, raccolti a decine là sotto, su uno scoglio. Mi risuona dal libro la definizione che Tallis dà degli sciamani, prima di divenire lei stessa qualcosa di molto simile a una sciamana che ha attraversato paura, dolore e sconfitta:</p>
<blockquote><p>Sono custodi e maestri di conoscenza. Conoscenza dell’animale nella terra. Nella visione, nella storia, nella scoperta dei sentieri.</p></blockquote>
<p>Conoscenza dell’animale nella terra: con questa intuizione viene tradotta l’esperienza estatica, ovvero l’andar fuori di sé, all’oltremondo, che sorge metamorfico sulle tracce familiari di questo dove siamo. Non si tratta di andare via, ma di trovare vie, di immergersi, di ripercorrere, di stabilire punti di contatto con il noto, mentre siamo alla ricerca dell’ignoto. Conoscenza dell’animale nella terra &#8211; ovvero osservarlo fino a non sapere più nulla di lui, a non avere più pregiudizi, liberarlo dagli apparati simbolici. Sono già stata qui, dicevo, eppure non è qui che torno: sono diversa e il luogo è diverso. Ci cammino portando in lui la terra che anche io sono diventata, cerco di liberarmi da tutte le mie aspettative e perfino dai ricordi. Mi attrae ed entusiasma la prossimità dell’oceano poiché provengo dai monti e dalle colline, dall’interno che nel mio caso è anche un altro paese, a sud.</p>
<blockquote><p>Esultanza è il recarsi<br />
Dell’anima di terra al mare,<br />
Oltre le case &#8211; oltre i promontori,<br />
Nella profonda Eternità &#8211;</p></blockquote>
<p>scriveva Emily Dickinson. E io so che ha ragione. Immagino sempre l’odore del mare, a un certo punto, mentre cammino in alto verso il mio bosco appenninico preferito. Immagino il suo cielo non interrotto. In “Poetry and the Mind of Indirection” un saggio all’interno di un altro libro che ho con me, Jane Hirshfield dice che:</p>
<blockquote><p>per vedere il mondo davvero, abbiamo bisogno di una consapevolezza  che si sia immersa in molto altro rispetto all’umano &#8211; che abbia viaggiato lontano dal domestico, dal familiare, dai limiti angusti dell’io. Nell’avviarsi su un simile sentiero, le difficoltà e durezze sono tutto quanto ci è promesso, tuttavia la conoscenza acquisita in un simile viaggio non è necessariamente tragica.</p></blockquote>
<p>E ancora il poeta californiano Robinson Jeffers scrive:</p>
<blockquote><p>Dobbiamo dislocare le nostre menti da noi stessi;<br />
in-umanizzare un po’ le nostre prospettive, e divenire certi<br />
come la roccia e l’oceano da cui sorgemmo.</p></blockquote>
<p>Conia il termine <em>unhumanize</em>, in-umanizzare, ovvero guardare al mondo stupiti, recuperando quella che chiamiamo intimità, là, nelle sostanze elementali che formano e sostengono. In questo modo procede la lingua poetica e la possibilità di stare dove in effetti stiamo, invecchiamo e torniamo bambini, quasi senza saperlo.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-80169 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg" alt="" width="365" height="487" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.11.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /></p>
<p>Che cos’è la fine della terra? Una punta, uno scoglio, uno sprofondamento, una mancanza, una presenza altra che modula le voci nell’aria, un nome per domare l’indomabile. Una regione sconosciuta se decidiamo di non prendere il sopravvento. Una forma di esilio: non sono con gli altri che qui camminano come me, come me scattano foto, come me cercano forse il punto d’incontro fra il loro mondo e il mondo. Provenienza e approdo. Un silenzio che parla continuamente e assomiglia all’oblio. E nell’oblio un’interezza incomunicabile.</p>
<p><strong>Torri – Appennino pistoiese </strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80171" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg" alt="" width="430" height="426" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1024x1015.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-300x297.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-768x761.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-144x144.jpeg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-250x248.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-200x198.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-160x159.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43.jpeg 1333w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /></p>
<p>Ho preso casa in montagna nel mio paese paterno per tutta l’estate. Mi trasferisco qui quando non lavoro o non ho impegni di comunità nell’altro paese, a valle, dove abito. Nei mesi di giugno e luglio, durante la settimana, siamo pochissimi: i residenti che non arrivano a dieci e altri dalla città, per lo più pensionati. Da casa, in alto, raccolgo tutti i suoni. Sto finendo di scrivere alcune poesie su una montagna dove si sono rifugiati gli animali, fuori dal tempo, che significa sia in un tempo remoto che in uno a venire. Nella montagna gli animali parlano. Al di là sorge l’oceano o l’oltremondo. Come raccoglierò le loro voci?</p>
<p>Nel pomeriggio mi incammino verso il bosco sulla cima, al Prataccio. È un luogo che conosco bene: un rifugio per vagare, scrivere, leggere, suonare qualche strumento, stare così a far niente, scrutando l’abetaia o attraversando la faggeta che conduce a Forravernio e alle rocce interne, dove ci si affaccia su altri paesi occhieggianti nella macchia verde – Campaldaio, ad esempio. Ancora i nomi – come fai a sapere che la fine di un corridoio di faggi con le rocce esposte al sole è Forravernio? Che significa? Quanti Forravernio ci saranno nell’Appennino? O Casetta Bruciata o Collina o Lagacci. Ai margini della strada, prima di raggiungere l’entrata del bosco, crescono erbe e fiori, fra cui mi soffermo sull’iperico; i fusti alti del verbasco che sono le sentinelle dei boschi come mi ha insegnato la mia amica erborista Cecilia; la digitale bianca che spunta all’ombra, quasi alla fine del percorso, in un punto dove mi fermo per ascoltare il vento. Si forma un vortice d’aria fra gli abeti, che porta l’odore degli aghi e delle cortecce. E naturalmente dei merli, dei cuculi, delle cince che si mescolano qui alle foglie, sfuggono ai rapaci: il gheppio o la poiana. Anche se lo raccontassi molte volte questo specifico tratto di strada resterebbe un segreto: cosa sentirebbe qualcun altro? Come potrei convincerlo del potere che c’è qui? Non potrei e non dovrei. Non sono la traduttrice del vento. Sono un’ospite di lunga data, però – forse per questo a volte riesco a cavarne dei versi, delle parole. Questo tratto ultimo di strada stretta è la mia attesa, prima di riemergere sul burrone e sotto la calura, arrivare ai sassi dove ci si arrampica, si battono le mani per scoraggiare le vipere, ci si addentra, nasce il sentiero.</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-80172 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-1024x945.jpeg" alt="" width="440" height="406" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-1024x945.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-300x277.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-768x709.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-250x231.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-200x185.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21-160x148.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.21.jpeg 1432w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<blockquote><p>Qual è la natura di questo momento? Chiede la poesia e non abbiamo tregua finché la domanda non trova soluzione. Poi viene posta, di nuovo,</p></blockquote>
<p>ancora Jane Hirshfield in un saggio sull’originalità. La natura dell’Appennino, della saggezza che cerco. Della solitudine densa di rumori e ogni rumore una domanda che ha in sé la risposta. Mi scopro a pensare che l’udito conta più della vista, che nel paesaggio siamo in attesa di decifrare una lingua: quanto vediamo è secondario, serve a calare la sostanza nella forma, ma la sostanza è il suono. Suono composto di tutte le vite che poi gli occhi si impegnano a riconoscere. <em>Prima ascolta, poi guarda. Anzi vedi.</em> Dicono le piante e canta quell’uccellino di cui non riconosco il verso. Ascolta per non essere più soltanto te.</p>
<blockquote><p>Sono colui che è vissuto nel proprio tempo<br />
senza essere sé. Sono il minore della famiglia<br />
degli uomini e degli uccelli, ho cantato assieme a tutti gli altri</p></blockquote>
<p>Leggo questi versi di una poesia di Arsenij Tarkovskij un giorno in cui è calato il freddo &#8211; piove e io resto a casa, con la finestra aperta perché la nebbiolina dai monti si sparga anche sul tavolo. Come si può vivere nel proprio tempo senza essere sé? È un bene o un male? È una perdita o una grazia? O entrambe? Anche io voglio essere la minore di questa famiglia da cui sono circondata. La più piccola, quella che non sa e per questo può ancora ricordare tutto. Mi viene in soccorso Libera, la bambina protagonista di una fiaba di Matteo Meschiari, <em>L’ora del mondo</em>, uscita a inizio estate. Figlia di tutto e di nessuno, è nata senza una mano, un difetto che può farne un’anomalia nella società, ma che ne fa una sciamana nel mondo dello spirito. Tutti gli sciamani erano toccati dalla diversità o dalla deformità, segno elettivo della loro prossimità allo straordinario nel quotidiano. Libera vive nell’Appennino modenese. Ne condivide l’antichità, pur restando una ragazzina, ha in sé i segni del luogo e di tutte le storie non scritte o dimenticate. Pastori di anime, semidei dai tratti teriomorfi come l’Uomo-Somaro, suo maestro che solo nella morte si ricompone completamente nell’animale; dei alteri e sprezzanti come una lince furtiva; creature-albero che mutano per sopravvivere e tramandare. Nell’Appennino, come in Lavondyss, si apre una regione ignota che conosceremmo bene, se solo volessimo svegliarci. Perché esso ci compone tanto quanto la carne o il respiro o l’osso, esso è tutto quello che amiamo. Ci sono Sedi e luoghi piccoli dove nascondersi dalle potenze, ci sono segreti e doni e pericoli che sono anche amici da tenere a distanza. Ho pensato che sapevo quello che stava accadendo a Libera, non perché io sia selvaggia come lei, ma ancora per quell’insieme di sillabe, quel vocabolo così importante &#8211; Appennino. Dove sono. Di cui ho nostalgia. Dove, per assurdo, sogno la costa estrema, l’odore del salmastro, la riva a nord, l’oceano. Dove posso rivivere tutte le mie mitologie &#8211; inventate, presunte, reali. Dove essere dimenticata e divenire montagna.</p>
<blockquote><p>Loro sono i Pastori. Quando un’anima viene presa o lascia il suo corpo arrivano i Servitori Notturni. E la portano via.<br />
E dove lo portano?<br />
All’Albero Nero.<br />
Non mi piace.<br />
Non ti piace? Chissà quante volte l’hai visto ma non te lo ricordi. Io invece mi ricordo bene di te. La Neanderthal che non è scampata all’incendio della foresta. L’arvicola uccisa dal falco. La cerbiatta presa dal cacciatore villanoviano. La figlia del cacciatore e la nipote della nipote di sua figlia. La matriarca dei cinghiali con i suoi cento discendenti ai Taburri. La neonata morta di peste a Sant’Anna nel 1633. La cagna del dottor Bertocchi a Frassinoro. La gatta di Beata Monterastelli a Ospitale. E Libera la Selvaggia di genitori ignoti.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80173" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg" alt="" width="440" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-908x1024.jpeg 908w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-266x300.jpeg 266w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-768x867.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-250x282.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-200x226.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1-160x181.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-1.jpeg 1418w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>Questo dice il Mezzo Patriarca arboreo alla bambina, lei stessa luogo di incontro per le vite oltre i legami temporali. È vero che in noi risuonano più esistenze, che possiamo sentirci profondamente vicini a creature altre, sensibili a epoche remote, richiamati da paesi molto oltre l’orizzonte visibile, e non sappiamo spiegare perché. Lo si avverte in modo nitido lasciando in disparte l’umano, muovendoci verso il posto primigenio, ai primordi della nostra stirpe, qualsiasi essa sia. Con il sangue e le memorie familiari e i volti, si alzeranno in nostra difesa il greto del torrente, il rovo, la saltabecca, le case diroccate, gli occhi di una bestia boschiva, quel certo prato, quel preciso masso che ricopre appena una buca. Da cosa ci difenderanno? Non dal terrore, dai malanni, dalla morte. Dalla nostra impazienza.</p>
<p><strong><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80174" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg" alt="" width="430" height="573" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-18.25.43-1.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /> </strong></p>
<p><strong>Regione interna del Penwyth, Cornovaglia</strong></p>
<p>Prendiamo l’autobus verso l’interno a poche miglia dalla costa. Siamo io e mia madre, la sua seconda volta in Cornovaglia, la mia quinta. Scendiamo nel piccolo villaggio di Madron, il cui nome rimanda a un presunto santo cristiano che ha incorporato qualche divinità celtica femminile. C’è una sorgente sacra qui, sgorga direttamente dalla terra in un boschetto: l’ho letto qualche mese fa in un libro di Sharon Blackie, che potrebbe rientrare nella categoria eco-femminismo, <em>If Women Rose Rooted</em>. L’autrice racconta che oggi il luogo è dismesso, pur se segnalato. Ci incamminiamo, è abbastanza facile trovarlo. Prima della fonte i soliti alberi a cui sono stati legati nastrini colorati, braccialetti, foglietti con preghiere e desideri. Se ne incontrano tanti nei luoghi sacri o magici dell’isola britannica. Ripenso a St. Nectan’s Glen, più a nord-ovest in questa stessa contea, o alla collina fatata ad Aberfoyle, nell’interno della Scozia.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80177" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg" alt="" width="425" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-820x1024.jpg 820w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-768x959.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-250x312.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie-160x200.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/women-rooted-blackie.jpg 1080w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></p>
<p>La fonte è prosciugata. Siamo già state avvertite da un gruppo di inglesi, arrivati qui con l’auto: “Spero non siate assetate. Non c’è più nulla”, ci ha detto l’uomo con tono sarcastico, di chi in fondo non ha molto interesse in ciò che ha visitato. Lo registro con fastidio. La fonte è protetta da una piccola cappella aperta, formata da quattro mura di pietra al cui interno ci si può sedere. Secondo la leggenda era custodita da nove vergini, nove donne dedite alla terra e ai suoi segreti. Ma ora l’acqua non sgorga – la calura eccessiva, il cambiamento climatico, l’incuria dell’umano odierno, per lo più curioso, incapace di capire perché nascono miti sulle fonti nel bosco, sugli alberi che le vegliano. Mi viene la tristezza, non scatto nemmeno una foto col cellulare. Riprendiamo il cammino verso Lanyon Quoit, uno dei dolmen della regione. Questa parte di Cornovaglia è ricca di monumenti megalitici e del loro mistero: a cosa servivano? Conosciamo le storie, la sorte che hanno avuto con l’arrivo del cristianesimo, ma sull’origine antica ci sono solo ipotesi non verificabili – essi sono lì da prima della scrittura, cancelli che si aprono per la nostra immaginazione. Tombe, templi, osservatori per le stelle. Penso alle Merry Maidens verso Land’s End, diciannove pietre disposte in cerchio. Le fanciulle allegre, dice il nome non senza un’ironia perfida. Questa è la leggenda cristiana. Diciannove fanciulle trasformate in pietra per aver osato danzare la domenica. Che assurdità.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80175" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg" alt="" width="440" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-1024x973.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-300x285.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-768x730.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-250x238.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-200x190.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23-160x152.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-16-at-14.57.23.jpeg 1526w" sizes="(max-width: 440px) 100vw, 440px" /></p>
<p>La brughiera intorno è rialzata rispetto alla strada dove camminiamo, tenendoci vicine ai margini per evitare le rare auto. Ovunque, sui cigli, rovi, e nei rovi le more che cominciano a maturare. Le cogliamo: molte hanno un retrogusto aspro, dovuto alle vicinanza della costa. Mi ricordo quando da bambina ci inoltravamo fra i boschi con barattoli e pentolini di latta, alla ricerca di more, mirtilli, lamponi, fragole. Mangiarle così, dai rovi o dalle piante, era una grande soddisfazione: lo è ancora, anche se mi capita poco sulla mia montagna, perché… le lamponaie, i roveti e i mirtilli sono quasi del tutto spariti. Più facile che colga more camminando fra i paesi a valle, dove alcuni rovi sono stati piantati e hanno proliferato, e naturalmente ogni volta che viaggio in questi paesi d’estate: non manco mai di mangiarne mentre camminiamo, è quasi un rito. Accetto il cibo della terra come un dono.</p>
<blockquote><p>(…) io credo che le vere specie di bacche costituiscano la nostra frutta selvatica, paragonabile a quella più rinomata dei tropici, e per quanto mi riguarda non scambierei altri frutti coi loro, perché il punto non è semplicemente ricevere una nave carica di qualcosa che si può mangiare e vendere, ma anche considerare il piacere che si ricava dalla raccolta.</p></blockquote>
<p>Scrive Henry David Thoreau in un prezioso saggio, <em>Mirtilli</em>, che ho letto recentemente. Parla del mirtillo americano, certo, ma io lo paragono alle mie more e ai miei lamponi, al rovo che ho avuto nell’orto della casa materna per molte estati. Quando seccò mio nonno impiegò un giorno intero a sradicarlo – pianta tenace, difensiva, generosa. Penso spesso alla poesia che ricerco come a un rovo, carico di spine, di frutti asprigni e dolci. Continua Thoreau:</p>
<blockquote><p>Mangi le bacche nei terreni aridi su cui crescono non per soddisfare un appetito, ma con la stessa naturalezza e semplicità con cui i pensieri ti sgorgano nella testa, come se fossero esse stesse cibo per la mente, essiccato di per sé, e senza dubbio in grado di nutrire il cervello.</p></blockquote>
<p>Il suo elogio delle bacche è un inno al gratuito, allo scambio, al godere della natura, all’apprendere nei suoi campi come nella più entusiasmante delle scuole, portando rispetto per coloro che ci camminavano prima di noi, per le altre vite senza prezzo. Imparare a riconoscere chi abita un luogo. Cercare i nomi originari, come, nel caso americano, quelli dati dai nativi alle piante e non quelli importati dai vocabolari greci e latini d’Europa. Addentrarsi. L’opera è anche una condanna al sistema moderno, dove vale solo ciò che è monetizzabile: i bambini nei campi e nei boschi a tingersi le mani di succo violaceo sono roba da sciocchi, da passeri, da animali invisibili. Ma la natura ha vie che riescono ad aggirare i nostri interessi… quasi sempre.</p>
<blockquote><p>Non facciamo caso al pettirosso che becca un mirtillo come invece facciamo quando il volatile visita il nostro ciliegio preferito, e la volpe si aggira nei campi soltanto quando siamo lontani.</p></blockquote>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80176" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.39.31.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Quante cose accadono mentre non siamo lì, non siamo presenti! Eppure sono proprio queste le cose che dovremmo sforzarci di raccontare. Come? Tornando a immergerci, a scrutare l’orizzonte, a percepire i rumori, a scomparire nel giallo o nel verdastro dei campi. Bacche – cibi delle fate. Se ne mangi nulla sarà più come prima, sarai perduta, perduta! Per sempre incantata dagli esseri del crepuscolo, che intrecciano nodi nei crini del cavalli e cavalcano lepri. Quegli stessi esseri che si aggirano tra i megaliti di cui nessuno sa più cosa fare, se non scattare una fotografia. Quegli esseri che aspettano nei miei boschi, sull’Appennino, anche se nessuno ci crede. Raccolgo i frutti, li assaggio, mi perdo con consapevolezza.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80178" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg" alt="" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.52.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Lanyon Quoit non è lontano, ma sotto il sole del mezzogiorno è una conquista: io e mia madre pranziamo lì. Siamo sole per un po’. I turisti sono nei villaggi pittoreschi dei pescatori, sulle spiagge, nei locali della costa – le dico che è normale: anche quando ho viaggiato nelle regioni più a nord e interne della Cornovaglia ho incontrato poca gente. Certo le persone arrivano a piccoli gruppi durante la giornata, spesso in auto e per pochi minuti. Non si paga un biglietto. A volte penso sia questo, in una società distorta dove il valore è dato dal costo, non dall’esperienza, a rendere un posto poco invitante. Arrivano due coppie di stranieri, poi una famiglia locale con il cestino del pic-nic. Noi vorremmo raggiungere Mên an Tol, la pietra forata, il monumento megalitico più singolare della zona, che sappiamo non molto distante. Potremmo riprendere la strada asfaltata, ma cerchiamo la scorciatoia nella brughiera, che vediamo indicata sulla nostra cartina topografica.</p>
<p>Una coppia francese ci soccorre: vengono proprio da lì. Ci indicano la direzione, ci dicono che sì, c’è una specie di sentiero, sommerso dalla sterpaglia. Ci avviamo ed è una piccola avventura. Il paesaggio sembra sempre uguale a se stesso e racconto a mia madre che i folletti che abbondano nei negozi di souvenir, quali portachiavi o calamite, i pixie, piskie, pesky, pigsy, e via dicendo, non sono affatto innocui  omini, buoni come ricordo delle vacanze: è qui che vivono, dispettosi e irascibili, mimetizzati, pronti a condurre fuori strada il viaggiatore che incautamente metta il piede sulla loro zolla. Io ho i miei amuleti, le dico, scuotendo i braccialetti, e quindi a noi non succederà niente. Mia madre scuote la testa, rassegnata. Arriviamo al rudere della vecchia miniera di Ding Dong: sotto la torre, in una buca nella pietra hanno gettato di tutto fra lattine e confezioni di plastica. Qualche cornacchia svolazza, chissà se prova rabbia verso di noi. Molto distante scorgiamo la sagoma di un cairn, un’antica tomba, ma è tardi e non pensiamo di raggiungerlo.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80179" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg" alt="" width="435" height="580" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-767x1024.jpeg 767w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-768x1025.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-250x334.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2-160x214.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-13-at-17.49.10-2.jpeg 1199w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></p>
<p>Ci sono tre sentieri striminziti dietro la miniera – mia madre conduce decisa, seguendo la sua cartina. Attraversiamo altri sterpi, un piccolo fosso segnalato sulla mappa. E in pochi minuti –la pietra forata. Una giovane coppia di francesi si aggira per lì. Li guardo: lei è incinta e a me viene un sorriso. Mên an Tol, che significa proprio “pietra forata”, è formato dai resti di un monumento dell’Età del Bronzo, forse era una vera a propria struttura, un tempio o una tomba, di cui la pietra poteva essere l’ingresso. Ma la verità è che non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è quello che ho letto tanti anni fa nei testi di Mircea Eliade sulla storia delle religioni e in altri libri di tradizioni celtiche. Passare attraverso la pietra per nove volte, con un giro antiorario, garantiva alle donne di restare incinta o di portare a termine felicemente la loro gravidanza, ed era un atto curativo per varie malattie, soprattutto deformità e rachitismo. Vado a memoria, ma non credo di sbagliare. La pietra rinsalda, fortifica, fissa e aggiusta quanto è fragile. Salutiamo la coppia. Quando restiamo sole passo anch’io per il foro e così fa mia madre. La giornata è splendida, l’orizzonte ampio, siamo nel passato ancestrale dell’umanità ed esco dai miei libri, dalle suggestioni che mi hanno guidato fin qui, esco, metaforicamente, come rinascendo dal foro in una pietra circolare. Dimentico quello che so. Cerco quello che sono e dove le due realtà si incrociano. Da una parte della pietra questa brughiera sollevata che si estende in una coda fino agli scogli e all’oceano e rovi di more ai margini; dall’altra una lamponaia sepolta, dei faggi magici, un bosco che a volte risuona come le onde, lassù, nel centro dell’Appennino.</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-80182" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-768x1024.jpeg" alt="" width="445" height="593" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-768x1024.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-225x300.jpeg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-250x333.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-200x267.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51-160x213.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/WhatsApp-Image-2019-08-02-at-21.09.51.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 445px) 100vw, 445px" /></p>
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		<title>Leggere Wendell Berry o dell&#8217;essere parte della terra che abitiamo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Mar 2017 06:02:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni  Ho conosciuto Wendell Berry poeta attraverso il regalo di amici. Era l’autunno del 2015 e insegnavo il corso Italian Life and Culture a un gruppo variegato di studenti californiani, di età compresa fra i diciannove e i settant’anni, accompagnati nella loro avventura italiana dai due insegnanti di fotografia e letteratura contemporanea italiana, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho conosciuto <a href="http://www.lindau.it/Autori/Wendell-Berry"><strong>Wendell Berry</strong> </a>poeta attraverso il regalo di amici. Era l’autunno del 2015 e insegnavo il corso <em>Italian Life and Culture</em> a un gruppo variegato di studenti californiani, di età compresa fra i diciannove e i settant’anni, accompagnati nella loro avventura italiana dai due insegnanti di fotografia e letteratura contemporanea italiana, Kate e Scott. Proprio loro, prima di salutarci nell’ultima settimana del corso, mi hanno regalato un libro che tengo molto caro, uno dei <a href="http://www.truenortheditions.com/wordpress1/one-poem-books/"><strong>One Poem Books</strong></a> curati da Kate, che conteneva le sue fotografie e <a href="https://www.youtube.com/watch?v=AREkf9mPAt8"><strong><em>The Wild Geese</em></strong></a> una poesia di Berry. Questo regalo racchiudeva e sanciva quanto abbiamo vissuto insieme in meno di tre mesi ben oltre il contenuto delle lezioni: la scoperta e l’attenzione per la diversità dell’altro, la storia dei paesi che non è mai unica, una nuova e antica premura dei rapporti fra di noi e con il tempo e i luoghi di cui, consapevoli o meno siamo responsabili. Soprattutto, quando mi capita fra le mani, ripenso alla nostra gita all’Orsigna, sulle montagne pistoiesi, alla visita al caniccio per essiccare le castagne, al <a href="http://brunelleschi.imss.fi.it/itinerari/luogo/EcomuseoMontagnaPistoieseMolinoGiambaBertoViaCarbone.html">Molino d Giamba</a>, il pranzo con i prodotti locali, le parole di alcuni dei più giovani guardando i monti bruniti: “Vorrei vivere qui per sempre”. Potrei dire che, senza che ci abbia mai ragionato su, un castagno per me è casa. Ma vedere luoghi familiari attraverso lo sguardo stupito di altri riempie di uno strano orgoglio, un sentimento di riconciliazione per mezzo della condivisione. Siamo qui ora, parliamo lingue differenti, ma il nostro sentimento è simile, una forma di gratitudine verso la terra su cui sostiamo, che possiamo ancora conoscere con le nostre mani o i racconti che passano dai boschi al lavoro umano e che una tenace minoranza della nostra specie tenta di preservare.</p>
<figure id="attachment_67509" aria-describedby="caption-attachment-67509" style="width: 550px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-67509 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/il-molino-di-giamba-fosso.jpg" alt="Molino di Giamba, Orsigna" width="550" height="412" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/il-molino-di-giamba-fosso.jpg 550w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/il-molino-di-giamba-fosso-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /><figcaption id="caption-attachment-67509" class="wp-caption-text">Molino di Giamba, Orsigna</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Nello stesso periodo la mia vita si radicava in un modo insospettato nella frazione collinare dove vivo  dall’ottobre del 2013, data del mio rientro dall’Inghilterra. Si radicava o forse si ritrovava: l’area da cui provengo è comunque questa, la mia bisnonna era nata in un borgo vicino; io sono cresciuta  poco più a valle nella casa materna; a  qualche centinaio di metri più in alto, sull’Appennino, si trova invece la casa paterna – il mio passato e il mio presente quali luoghi collegati da una strada con un nome proprio: Riola. Territorio e comunità sono pian piano diventate la mia concretezza quotidiana. Queste sono le cose minime che mi accadono:  i rapporti di vicinato non sono più una mera formalità; gli anziani del posto formano la mia altra famiglia,  le loro vicende e i prodotti dei loro orti mi entrano in casa;  fare la spesa nelle due uniche botteghe non è un lusso, ma un altro essere parte di un paese e non farlo morire. Quando c’è una festa ognuno contribuisce come può, quando qualcuno muore tutti, indipendentemente dalla fede personale, si ritrovano davanti e dentro la piccola chiesa… e quando il paese ti accetta dovrai accettare che il tuo campanello sia una semplice decorazione o un capriccio per i corrieri postali: qua si vocia da strada a finestra, non si suona. Non voglio cadere in un ritratto edulcorato, ma è certo che vivere in un simile territorio aiuta nell’immaginare, addirittura amare, la gente “per come dovrebbe essere”, parafrasando una celebre frase di Adorno, poiché inesorabilmente parlare di loro è dire di noi, attraverso una trama sottile di storie passate e presenti che si incontrano accidentalmente, poi sempre più secondo una volontà precisa, une responsabilità che ci tiene insieme nelle nostre solitudini.</p>
<figure id="attachment_67501" aria-describedby="caption-attachment-67501" style="width: 560px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-67501" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/santomoro-foto-boh.jpg" alt="Santomoro, Valle delle Due Buri" width="560" height="420" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/santomoro-foto-boh.jpg 972w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/santomoro-foto-boh-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/santomoro-foto-boh-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /><figcaption id="caption-attachment-67501" class="wp-caption-text">Santomoro, Valle delle Due Buri</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">È grazie a queste due vie che mi è sembrato prima utile, poi necessario avventurarmi nei libri di <strong>Wendell Berry</strong>, scrittore, poeta, agricoltore che si occupa di agrarianismo e territorio, dove il territorio è soprattutto l’insieme dei vivi e dei morti che abita, a volte da generazioni, un luogo, serbandone la memoria nei corpi e nei gesti.  Berry è una figura singolare, radicale e coerente nei temi della sua scrittura come della vita – definisce se stesso il contadino pazzo, è profondamente cristiano, ma in aperto contrasto con un certo attivismo bigotto, con l’intolleranza che le chiese stesse  vedono bene di promuovere. Forse perché i valori spirituali che lo scrittore persegue sono la compassione, la fiducia, il senso di responsabilità verso se stessi e la terra, il “nostro unico mondo” come recita il titolo di una sua raccolta di saggi.  E se la sua visione resta antropocentrica lo è in modo molto disincantato – gli esseri umani di cui scrive sono fragili, vengono da un mondo che scompare, un mondo ideale e concreto insieme, dove il provvedere alla propria sussistenza non coincide affatto con lo sfruttamento della natura fino al suo esaurimento (come se esaurendo lei non esaurissimo anche noi stessi), ma con la fatica di imparare dai ritmi naturali, lavorare e conoscere una terra come una comunità, sapere che senza di lei siamo molto poco, spiritualmente infelici, mutilati. In “Suolo e salute”, uno dei saggi contenuti in <em><a href="http://www.lindau.it/Libri/Mangiare-e-un-atto-agricolo"><strong>Mangiare è un atto agricolo</strong></a>,</em> scrive Berry che <em>“La natura è il valore ultimo del mondo reale e di quello economico” </em>– sembra un’affermazione quasi scontata, ma non lo è quando si è perso di vista la nostra provenienza, quando non siamo più in grado di tracciare mappe affettive dei luoghi, quando la nostra memoria non viene più distillata nell’esperienza, nel tempo, nel racconto dei simili, quando pensiamo la natura come un grande magazzino di scorte inesauribili, senza il minimo interesse per i cicli e le stagioni, senza la cura per la terra, le piante, gli animali che in silenzio hanno cura di noi – ci mantengono in vita. Aggiunge:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il benessere è un aspetto contemporaneamente qualitativo e quantitativo, e richiede al tempo stesso benevolenza e quantità sufficiente. È inclusivo (è sinonimo di integrale) perché non esclude nulla. Ed è, senza alcun compromesso, locale e particolare. Riguarda il sostentamento di luoghi, creature, menti e corpi umani specifici”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Nella corsa al globale Berry è uno di quelli che sta dalla parte della lentezza e del particolare, dunque dei legami profondi tra un umano e l’altro, tra un umano e il suo abitare.  È una scelta che proviene da una formazione culturale, ambientalista e letteraria consolidata in America &#8211; è impossibile non pensare ai trascendentalisti, al Thoreau del selvatico e della vita nei boschi, anche se nel nostro autore è il coltivato, la cooperazione evidente fra umano e suolo a emergere -, ma anche dal fondersi della scrittura con il lavoro agricolo: lo scrittore ha infatti di sua volontà lasciato la carriera accademica per far rientro nel Kentucky, riprendere l’attività di famiglia, coltivare i campi. Questo lo rende credibile e affascinante: il suo pensiero e l’utopia della scrittura devono ogni giorno fare i conti con la difficoltà dell’addomesticamento di una terra, della restituzione di sé a un luogo e a coloro con cui viene condiviso.  Nelle sue parole:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il regionalismo cui personalmente aderisco potrebbe essere definito soltanto come vita locale consapevole di sé stessa. Tende a sostituire ai miti e agli stereotipi su una regione la conoscenza specifica della vita del luogo in cui un individuo vive e intende continuare a vivere. Riguarda la vita tanto quanto riguarda la scrittura, ma riguarda la vita prima di riguardare la scrittura. Il tema di questo genere di regionalismo è la consapevolezza che la vita locale, per la sua qualità ma anche per la sua continuità, dipende in modo complesso dalla conoscenza locale”.</em> ( Da “Il tema regionale” in <a href="http://www.lindau.it/Libri/La-strada-dell-ignoranza"><strong><em>La strada dell’ignoranza</em></strong></a>).</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67502" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes.jpg" alt="wendellberrybyguymendes" width="580" height="588" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes-296x300.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes-768x779.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendellberrybyguymendes-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Abitare un territorio, come scrivere, ha a che fare con la realtà perché si nutre dell’antico nodo fra i viventi, del senso di reciprocità di tutte le cose, dell’essenziale. Non siamo fatti per i grandi centri e i grandi spazi, ci possono attrarre, possiamo visitarli, possiamo errare al loro interno, ma perfino il concetto di nomadismo, come lo percepiamo oggi, viene da un fraintendimento: storicamente, antropologicamente i nomadi non sono i senza fissa dimora, sono piuttosto quei popoli che si sono adattati alla loro terra, viaggiandoci dentro e spostandosi a seconda delle stagioni e del clima, che non hanno tracciato confini e reclamato proprietà, perché istintivamente consapevoli del confine di rispetto, conoscenza o addirittura devozione che la natura traccia in noi. Sono, in altre parole, i primi regionalisti: si muovono sulla terra d’origine imparando a difendersi da lei e a coglierne i doni come dobbiamo fare con il nostro corpo e le sue molte possibilità, i suoi vari tradimenti. Gli esseri umani tendono naturalmente alla dimensione del villaggio, hanno bisogno di ritrovarsi in piccoli gruppi che superano la famiglia, che a volte includono gli alberi, le piante coltivate, il paesaggio attorno. Allora in quel mondo noto perché curato, amato, recuperato, non solo il terreno torna fertile e non viene devastato dalla società della produzione e del consumo a tutti i costi, anche le persone tornano fertili, più capaci di sviluppare il settimo senso, che a me piace chiamare il senso della grazia. La grazia del mondo che è, di chi mantiene i saperi antichi, di chi impara non a vincere, ma a tornare – che vuol dire, forse, accettare che la parola io diventi noi, “fare comunità”, come scrive ancora Berry in un pezzo bellissimo, qualcosa per cui</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“la gente non ha bisogno di centri d’incontro, strutture ricreative e tutto il consueto armamentario commerciale per la valorizzazione della comunità. Ha bisogno invece di coltivare l’affetto, la collaborazione e la fiducia nel prossimo. E non è facile. Sappiamo bene che nessuna comunità si muoverà in quella direzione senza sforzi o difficoltà, ma sappiamo anche che quegli sforzi e quelle difficoltà racchiudono più speranze di tutte le meravigliose ricette per espandersi e arricchirsi sfornate dalle università e dalle grandi aziende private negli ultimi cinquant’anni”.</em> (Da “In difesa della piccola fattoria” in <em>Mangiare è un atto agricolo</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Coltivare, insomma, l’intimità con chi ci capita accanto, decidere che vogliamo riconoscere qualcuno, che oltre al progresso o al regresso ci sono altre vie laterali, circolari, vie che uniscono famiglie e persone, che riconducono le analisi di studiosi e accademici alla sostanza di cui siamo umilmente fatti, non al grande progetto, ma al crescerle davvero quelle zucchine negli orti, al tacere di più o parlare con più convinzione perché il nostro interesse è l’interesse dell’altro, perché ciò che ci trattiene dall’esprimere sentenze o che ci spinge a esporci è di volta in volta la paura di ferire l’amica o l’amico, il compaesano, o il desiderio di dire ciò che lei, lui non sa dire. Non ho paura di suonare ingenua – anche io credo come Berry che sia inestimabile il valore di ciò che si conosce tramite la compassione, tramite lo sforzo costante di metterci al pari, di avvertire l’importanza di ognuno e che ognuno è infine piccolo, poca cosa, leggero, come sono leggeri i disprezzati insetti che tutto trasformano. Ma i piccoli quando si uniscono sanno essere sciame indistruttibile, specialmente se difendono la loro provenienza. Così l’autore invita a “<em>una rivolta dei piccoli produttori e consumatori locali contro l’industrialismo globale delle corporation”</em> e continua:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Penso davvero che esista la speranza che una rivolta di questo tipo sopravviva e abbia successo, e che possa avere una considerevole influenza sulle nostre vite e sul nostro mondo? Sì, lo penso davvero”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">È una rivolta che non avviene solo attraverso il lavoro agricolo, ma anche nella parola – i tempi fagocitanti, l’iperproduttività, il mercato, sono forze che alienano l’individuo dalla natura del suo corpo come da quella del suo linguaggio, portandolo a esprimersi per slogan e formule, per commistioni di lingue diverse, apprese male e digerite peggio, per condanne e giudizi invece che per frasi meditate, capaci di esprimere spirito critico, ragionevolezza, l’ironia di un dialogo aperto con l’altro e col mondo. Nel suo saggio “In difesa della lingua” (<em>La strada dell’ignoranza</em>), scrive:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“la competenza linguistica – la padronanza della lingua e la conoscenza dei libri – non costituisce un ornamento, ma una necessità. Si tratta di una conoscenza priva di praticità soltanto dal punto di vista del profitto facile e del potere immediato. Una prospettiva più ampia dimostrerà che soltanto questo genere di competenza può preservare in noi la possibilità di un giudizio fedele su noi stessi, la possibilità di correggerci e rinnovarci.  Senza di essa restiamo alla deriva nel presente, tra i relitti del passato, nell’incubo del futuro”. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Restiamo nell’inconsapevolezza e in un coro senza voce, dove nessun volto è identificabile, nessun vincolo autentico di amicizia può essere stretto. Proprio dal bisogno di raccontare storie corali, che resistono anche quando chi le ha composte invecchia e muore, nascono i romanzi di Wendell Berry, una serie dove ogni libro corrisponde alla vicenda di un abitante del villaggio fittizio di Port William nel Kentucky, ispirato a Port Royal, luogo d’origine dell’autore. Ogni romanzo ci dona un punto di vista diverso su un mosaico di gruppi familiari uniti nella famiglia comunitaria. Le parabole che abbiamo alla fine non sono ritratti di esseri umani vincenti, ma minoritari, di quelli che verranno classificati come nostalgici, ostinatamente attaccati al passato e all’asprezza della terra, condannati a morire. Eppure io resto convinta che i messaggi più duraturi sono quelli sottili, che migrano da singolo a singolo, che sembrano non penetrare le masse, che hanno il rumore dell’acqua dei torrenti presso cui capita di prendere dimora: sempre lì, sempre fruscianti e indispensabili, anche se dimenticati. È la vecchia <a href="http://www.lindau.it/Libri/Hannah-Coulter"><strong>Hannah Coulter</strong></a> che scelgo per concludere. Dice Hannah che la comunità si compone dei vivi e dei morti e che <em>“i vivi hanno il dovere di proteggere i morti”</em>. Il dovere di far spazio al loro silenzio, di chinarci sulle radici che da loro si diramano e ci sostengono e divenire forti: i protettori di quello che è stato, i protettori del primo pezzo d’erba su cui abbiamo camminato, della prima storia ascoltata, mandata a mente. È in questo che siamo più grandi delle nostre minuscole vite, quando le proiettiamo nell’eredità – non dei possedimenti e delle onorificenze, ma dei veri beni materiali: l’amore, la solidarietà, il ricordo dove il passato non era, ma <em>è</em>, dove siamo restituiti ai luoghi del nostro potenziale, i luoghi dove ci immaginiamo e ci modelliamo migliori, come si restituisce la cenere di una persona cara allo zoccolo del cavallo più amato, alla polla e al sole, al suolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-67498" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner.png" alt="wendell_berry_banner" width="882" height="382" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner.png 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner-300x130.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner-768x333.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/wendell_berry_banner-1024x444.png 1024w" sizes="(max-width: 882px) 100vw, 882px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>***</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti i libri di Wendell Berry sono pubblicati in Italia da <a href="http://www.lindau.it/Autori/Wendell-Berry">Lindau</a>. Ringrazio Edoardo Rialti che per primo mi ha messo in contatto con la casa editrice e Francesca Ponzetto dell’Ufficio Stampa per la sua gentilezza e il suo entusiasmo.</strong></p>
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		<title>video arte #28 &#8211; carlo casas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2014 08:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Carlo Casas, End Trilogy, 2002-08.  (Proiezione video multicanale: cliccare due volte sull&#8217;immagine, qui e nel sito di arrivo.)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.carloscasas.net/film/end-trilogy/" target="_blank"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-47773" alt="carlo casas" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/carlo-casas.jpg" width="499" height="331" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/carlo-casas.jpg 499w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/carlo-casas-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/carlo-casas-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 499px) 100vw, 499px" /></a></p>
<p><span style="line-height: 1.5em">Carlo Casas, </span><em style="line-height: 1.5em">End Trilogy</em><span style="line-height: 1.5em">, 2002-08. </span></p>
<p>(Proiezione video multicanale: cliccare due volte sull&#8217;immagine, qui e nel sito di arrivo.)</p>
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		<title>Matrimonio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Sep 2012 09:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[costituzione italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni In Italia in questi mesi stiamo assistendo ad uno strano, risibile e ipocrita dibattito su ciò che dice effettivamente la nostra Costituzione, promulgata il 1 gennaio 1948, sul matrimonio civile. Da una parte c’è chi sostiene, Costituzione alla mano, che &#8211; essendo tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge &#8211; e poiché [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-43621" title="anelli" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/anelli.jpg" alt="" width="249" height="246" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/anelli.jpg 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/anelli-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 249px) 100vw, 249px" />di <strong>Franco Buffoni</strong></p>
<p>In Italia in questi mesi stiamo assistendo ad uno strano, risibile e ipocrita dibattito su ciò che dice <em>effettivamente</em> la nostra Costituzione, promulgata il 1 gennaio 1948, sul matrimonio civile.<br />
Da una parte c’è chi sostiene, Costituzione alla mano, che &#8211; essendo tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge &#8211; e poiché la Repubblica promuove l’uguaglianza e le pari opportunità, anche i cittadini omosessuali devono poter stipulare tra loro il contratto denominato matrimonio civile.<br />
Dall’altra parte si risponde che l’articolo 7 della Costituzione parla di “famiglia naturale” basata sul matrimonio.<br />
In linguistica, si sa, non esiste il “verbo”, non esiste l’<em>ipse dixit.</em> E la linguistica applicata al diritto è una scienza empirica, relativistica. Perché le lingue, come le società, sono in costante trasformazione. I termini, dunque, non posseggono un significato letterale determinato. I significati letterali non sono che i significati stabiliti da una pratica interpretativa. Qualcuno potrebbe replicare che i significati coincidono con le intenzioni degli autori dei testi: in questo caso si parla di teoria intenzionalistica dell’interpretazione, contrapposta alla teoria letteralistica.<br />
Dall’altra parte, dicevo, si risponde che l’articolo 7 della Costituzione parla di “famiglia naturale” basata sul matrimonio. A questa risposta i primi replicano che la Costituzione non parla mai di matrimonio esclusivamente tra un uomo e una donna. E a questa replica i secondi rispondono che la Costituzione lo dà per sottinteso.<br />
Eccoci nel cuore dello scontro tra teoria intenzionalistica e teoria letteralistica dell’interpretazione. Nel caso dell’articolo 7 la lettura intenzionale è dei giuristi di area cattolica, quella letterale è dei giuristi – come Stefano Rodotà – di area laica. Ma le posizioni potrebbero scambiarsi su un altro articolo, trasformando i cattolici in letteralisti e i laici in intenzionalisti, secondo le rispettive convinzioni ed esigenze.<br />
E’ in questi casi che occorrono sensibilità, intelligenza e capacità di guardare lontano.  Perché altrimenti non se ne esce, come è evidente ripercorrendo gli estremi del dibattito.<br />
Dapprima, da parte cattolica, si sostenne che gli animali, che sono “naturali”, non praticano l’omosessualità. Da parte laica si è allora dimostrato scientificamente che la natura non disdegna affatto l’omosessualità; che in molte specie l’accoppiamento omosessuale è un dato di consuetudine anche in presenza di individui del sesso opposto, e non solo in cattività; e che in altre specie vicine all’homo sapiens il sesso è slegato dal ciclo riproduttivo: e che questo punto è fondamentale per i diritti degli omosessuali: la separazione tra sessualità e procreazione.<br />
Da parte clericale si è allora replicato che, se gli animali praticano dei comportamenti “bestiali”, questo non giustifica l’uomo che li imiti.<br />
E da parte laica: come si può negare che la pulsione omosessuale sia “naturale”? E’ forse stata creata in laboratorio?<br />
Significativa al riguardo la mostra <em>Against Nature?</em>, proveniente da Oslo e ospitata dal Museo di Storia Naturale di Genova, che presentava in modo rigorosamente scientifico gli studi sui comportamenti omosessuali di oltre millecinquecento specie animali, dagli invertebrati ai mammiferi. La mostra era partita in sordina, ma venne alla ribalta quando le organizzazioni cattoliche protestarono perché il progetto era stato inserito nel catalogo didattico per le scolaresche. (Interessatissime, per altro, alle storie delle balene maschio che si comportano vistosamente da femmina per evitare i combattimenti; dei trichechi che si coinvolgono in giochi erotici omosessuali; dei pinguini reali tra i quali un maschio su cinque preferisce un partner dello stesso sesso. E dei fenicotteri, che si organizzano in coppie di maschi per allevare il doppio dei cuccioli, o dei cigni che creano coppie fedeli nel tempo sia etero che omo.) Magnus Enquist, etologo dell’Università di Oslo, per nulla turbato dalle polemiche, osservò: “Ci sono cose che vanno contro natura molto più dell’omosessualità, cose che soltanto gli umani riescono a fare, come avere una religione o dormire in pigiama”.</p>
<p>Come inquadrare la questione nell’ottica della sensibilità, dell’intelligenza e della capacità di guardare lontano? Per esempio, impostandola in questo modo:<br />
<strong>I.</strong> Parlare di “omosessualità” tra gli animali è scorretto, significa antropomorfizzarli, attribuendo loro intenzioni decisamente umane.<br />
<strong>II.</strong> Le persone omosessuali devono acquisire rispetto sociale e diritti <em>non</em> perché si dimostra scientificamente che i loro comportamenti esistono in natura, ma perché amano e si amano come persone.<br />
<strong>III. </strong>Quindi, sia il ricorso da parte clericale al concetto di omosessualità contro-natura, sia la replica che si tratta di comportamenti largamente diffusi in natura, non sono argomentazioni convincenti perché il problema è interamente umano, cioè etico.<br />
<strong>IV.</strong> E’ inutile appellarsi al non umano per giustificare l’umano. Solo la cultura ha il compito di compiere scelte etiche, cariche &#8211; per l’appunto &#8211; di una forza culturale.<br />
<strong>V.</strong> E’ la parte più avanzata della filosofia del Novecento che considera obsoleto come categoria di pensiero il diritto naturale. Siamo ormai una specie troppo poco “naturale” per parlare di che cosa è naturale. La Sapiens-sapiens è diventata tale proprio perché si è distanziata dalla natura, dalla animalità. Per gli appartenenti alla Sapiens-sapiens, oggi, “naturale” dovrebbe essere l’accentuazione di educazione, gentilezza, civiltà: umanizzare il mondo, diceva Rilke. E che cosa è più gentile, umano, civile, di una promessa d’amore, di un patto di solidarietà, di un “contratto” stipulato solennemente tra due persone? E sottolineo <em>persone</em>.</p>
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		<title>I diari di Rubha Hunish. Anteprima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 08:45:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8895227506/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8895227506&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-38005" title="I DIARI DI RUBHA HUNISH 2011 Galaad Edizioni" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/I-DIARI-DI-RUBHA-HUNISH-2011-Galaad-Edizioni-201x300.jpg" width="201" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/I-DIARI-DI-RUBHA-HUNISH-2011-Galaad-Edizioni-201x300.jpg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/I-DIARI-DI-RUBHA-HUNISH-2011-Galaad-Edizioni-686x1024.jpg 686w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/I-DIARI-DI-RUBHA-HUNISH-2011-Galaad-Edizioni.jpg 1659w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" /></a><em> Dall&#8217;11 febbraio 2011 torna in libreria<a href="http://www.davidesapienza.net/rubha.html"> <strong>I Diari di Rubha Hunish</strong></a>, pubblicato per la prima volta nel 2004 da Baldini e Castoldi e riproposto in versione aggiornata e accresciuta dalle <strong><a href="http://www.galaadedizioni.com/">Edizioni Galaad</a></strong>. Il libro, piuttosto anomalo per il panorama italiano, raccoglie esperienze di viaggi tra le Alpi, le Highlands Scozzesi, le Ande ed il Grande Nord, terra magnifica ed in estinzione, seguendo l&#8217;insegnamento per cui ogni viaggio è un momento sospeso: siamo sottratti nelle vite intorno che ci attraversano. Gli Inuit dicono che diventare sciamano significa diventare mezzo nascosto: metà umano, metà nel mondo degli spiriti, dove si osserva a lungo, prima di parlare. Succede anche a chiunque abbia viaggiato almeno una volta, con il pensiero-paesaggio terso nell&#8217;occhio, ancora prima di comprendere. Auguro a questo libro tutto il bene possibile.(f.m.)</em></p>
<p>di <a href="http://www.davidesapienza.net/"><strong>Davide Sapienza</strong></a></p>
<p><strong>10 aprile 2006. Iqaluit, Nunavut. Non sono invisibile.</strong></p>
<p>Ci siamo diretti da Iqaluit verso Tar Inlet, dunque verso Est. Da lì abbiamo proseguito verso Sud-Est. La pista era chiara nella mente di Lootie: dovevamo sfociare sulle acque ghiacciate del fiume Qiarrullituuq (“il posto delle foche”, come lo chiama lui), una volta percorsi circa cinquanta chilometri.<br />
E lì si aprì davanti a noi una visione sconvolgente e maestosa: niente può prepararti a questo dispiegamento di potenze bianche, le muraglie di ghiaccio create dalla marea sul Qiarrullituuq Inlet. Il nostro continuo è un zigzagare tra figure e profili impossibili, lastre di ghiaccio multicolore, fogli di vento divenuti neve e quindi il mare aperto – ancora ghiaccio solido – che diventa l’orizzonte, la strada aperta verso la Groenlandia.<span id="more-37997"></span><br />
Lootie ha fermato la carovana e mentre si faceva merenda ha preso il coperchio della scatola di legno che utilizza come baule per il suo <em>qamotiq</em> e lo ha usato come bersaglio per esercitarsi al tiro ma non prima di avermi passato il binocolo per vedere, in fondo all’insenatura, alcune foche solitarie che mai avrei riconosciuto da quella distanza, a occhio nudo. Solo allora mi è stato chiaro che stavo per partecipare a una battuta di caccia alla foca del figlioccio di Meeka, Lootie, il cacciatore Inuk di Iqaluit.<br />
Nessun nome, qui, viene dato per caso: perché è evidente che per questa gente muoversi con disinvoltura, senza ausili satellitari, significa conoscere la terra palmo a palmo. E la loro terra è andare sul mare ghiacciato verso l’<em>ice floe</em>, quella massa effimera e grandiosa, sfuggente ma tanto forte da farti da guida durante la caccia tra i ghiacci.<br />
L’Inlet è lunghissimo, e lo testimoniano i circa sessanta chilometri percorsi dalla partenza sino al bizzarro monumento di ghiaccio, compresso e schiacciato dalla forza immane della marea. Un percorso che abbiamo interrotto con un pranzo nell’ombelico del mare ghiacciato, in attesa di ciò che chi, come me, non è un cacciatore, non può capire. Eravamo ben coperti, in attesa che il sole arrivasse allo zenith. Era difficile vederlo, impossibile fissarlo e impossibile sfuggirne l’azione sugli occhi. E se il sole scalda, a meno trentacinque gradi stare coperti resta un affare necessario da concludere presto, quando sei fermo, in piedi sul mare ghiacciato. E mentre non mi accorgevo dell’errore madornale che avevo commesso lasciando a casa gli occhiali da ghiaccio, la <em>snow blindness</em> lavorava, come ho scoperto poi, prima di andare a dormire la sera e sino al giorno seguente.<br />
Una volta ripartiti, Lootie ha individuato un buco per la respirazione della foca ma, nonostante l’attesa, lei non è riemersa. Era come se sapesse. Poi è iniziata la caccia. Da lontano, sulla neve infinita, ogni punto nero è una foca. Ci si avvicina a centocinquanta metri e si cerca di sparare prima che si rituffi nel buco. Ma di buchi ce ne sono un’infinità e Lootie, come ogni cacciatore, conosce bene il metodo geniale escogitato dall’animale: «La foca ne prepara una certa quantità poco prima che il mare inizi a ghiacciare e tiene a mente dove li ha fatti per poter uscire a respirare».<br />
Dunque la foca cura il suo prezioso oblò nel ghiaccio per respirare, ne usa diversi per proteggersi dall’uomo, dagli orsi, dai corvi, dal lupo. C’è grande attività in queste infinite distese, apparentemente ferme e immote. I sessanta chilometri percorsi sino a queste piccole isole che sbucano a fianco della Baia di Frobisher erano tutti percorsi da altissime muraglie di neve, che sono il saliscendi della marea, la <em>sijja</em>, che ieri arrivava a un’altezza di circa dieci metri. Ma al ritorno, nel pomeriggio, la muraglia era già dimezzata. Questa sensazione di inesplicabilità e ineluttabilità è difficile da capire sino a quando non ci sei proprio sopra con il corpo. Improvvisamente ti senti marinaio di un vascello completamente fuori dal tuo controllo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ghiacci-d.s..jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-medium wp-image-38006" title="ghiacci d.s." alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ghiacci-d.s.-300x192.jpg" width="300" height="192" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ghiacci-d.s.-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/ghiacci-d.s..jpg 720w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Con lo <em>skidoo</em> avverti il mutamento da come cambia la guidabilità del leggero mezzo su questo terreno piatto – che non è poi così piatto quando il mare torna nell’insenatura e alza il ghiaccio inerme e monumentale. Ecco perché ci sono punti meravigliosamente disastrati, dove sembra di osservare un sito archeologico fatto di ghiaccio: forme impensabili che sembrano disegnate – e volute – da una mano superiore.<br />
Lootie era molto concentrato sulla caccia. Da una certa distanza abbiamo visto i corvi aggirarsi su qualcosa che abbiamo intuito essere una carcassa e, quando Lootie si è avvicinato a bassa velocità per capire meglio, abbiamo visto un piccolo di foca, un <em>whitecoat</em>, ucciso sul ghiaccio.<br />
Questo animale era stato svuotato dai corvi ma anche e soprattutto (secondo Lootie) dal lupo artico, che ha lasciato le sue enormi impronte sulla neve. Nell’osservare per la prima volta in vita mia una scena simile, ho visto disegnata la mappa di una gerarchia naturale che non mi pare legittimo giudicare. Gli animali fanno con onestà ciò che noi umani facciamo utilizzando l’inganno e andando a caccia del superfluo.<br />
L’avvicinamento sino al mare aperto e queste prime ore sull’Inlet, dopo l’attesa delle settimane precedenti, che mi aveva preparato a non dare nulla per scontato, mi hanno immerso nel mistero della caccia e dell’uomo, del rapporto ancestrale con il cibo, qualcosa che per noi è così distante, remoto, teorico, da aver sovvertito ogni senso, creato opinioni supportate da elementi parziali e intrisi di nevrosi con le quali ognuno, nel mondo occidentale, si confronta ogni giorno pensando che siano la normalità. E normalità non sono.<br />
Ho pensato alle parole di Meeka quando, durante un’uscita <em>on the land</em> nel primo giorno che avevo trascorso sull’isola di Baffin, mi aveva spiegato la differenza del nome che si dà all’animale quando è vivo rispetto a quando <em>era</em> vivo: perché nello stato in cui abbiamo trovato quel <em>whitecoat</em> un Inuk lo vede solo come cibo, consapevole che lo spirito del giovane animale è rimasto con il mare. Pensando a queste e altre cose che Meeka mi aveva spiegato, non ho potuto evitare un profondo senso di straniamento. Ma non ce n’era il tempo. La vita doveva andare avanti.<br />
E quando Lootie ha avvistato un piccolo che la madre, dall’interno del buco nel ghiaccio ha cercato di trascinare sotto, la scena è stata repentina. Con un movimento rapido e preciso Lootie aveva già preso il cucciolo. Si è girato e senza cercare scuse mi ha detto: «Detesto fare questo»; poi ha cominciato a immergerlo nel buco per attrarre la madre. Ma la madre, guidata da un elementare istinto di sopravvivenza, aveva già capito che sarebbe stato inutile provare a salvare il suo cucciolo e si è rifiutata di uscire. Se lo avesse fatto, avrebbe trovato solo la canna del fucile del cacciatore e dunque la morte. Lootie, Meeka e la moglie di Lootie hanno iniziato a starmi vicino, come se volessero proteggermi ed essere sicuri che io potessi <em>condividere</em> questo momento così importante per la loro identità di Inuit nel terzo millennio.<br />
Ho ripensato alla sosta di pochi minuti prima. Durante il pranzo siamo rimasti in piedi, girando intorno alle slitte al traino per stare in movimento. Lootie mi ha offerto un pezzo di grasso di <em>caribou</em> congelato, che da principio ho scambiato per uno strano formaggio proveniente dal supermercato di Iqaluit. Invece, quel cibo buonissimo mi ha scaldato con un’energia impetuosa e insolita. Il gelo per combattere il gelo, come nelle terre del Sud si usano spezie e cibi piccanti per combattere il caldo.<br />
Lootie è un uomo davvero unico. Una persona semplice e molto intelligente, capace di vedere e capire tutto quello che accade intorno a lui. I suoi occhi si muovono tra le invisibili ondulazioni del terreno ghiacciato come i movimenti occulti del mare sottostante. Si muovono come l’acqua tra i coralli, trovando sempre una via per tornare.<br />
Osservando l’immensa implacabile distesa, a un certo punto ho notato un <em>crollo</em> di formazioni del ghiaccio di marea, il punto di incontro delle acque dell’Inlet con quelle del mare aperto. E allora ho anche pensato che intorno al promontorio poteva esserci il modo di rientrare a Iqaluit verso Ovest. L’ho chiesto a Lootie: «Giusto, bravo. Solo che non si può. È troppo pericoloso. Il ghiaccio ormai non è più affidabile e c’è troppa acqua aperta. La gente muore per queste cose». Poche parole sempre dritte al punto, sempre efficaci.<br />
Dopo aver ucciso il piccolo della foca che gli era sfuggita per la seconda volta, Lootie è rimasto attorno al <em>breathing hole</em> per alcuni minuti. Dopo un silenzio assorto, ha parlato alla foca, prima in Inuktitut e poi in inglese, guardandomi: «E allora va bene mamma, ci rivediamo qui alla stessa ora l’anno prossimo, te lo prometto». Mi ha guardato ed è scoppiato a ridere.<br />
Qui non c’è spazio per le sfumature dell’intelletto avulso dalle regole della Terra. Questi sono i momenti in cui ogni giorno si svolge la storia più antica dell’uomo dei ghiacci. È una situazione che ho il privilegio di vivere e che non riesco a condannare: fossi io a fare per il gusto di provarci quello che Lootie fa per sopravvivere, sarei certamente nel torto. Ma se vivessi qui, credo che mi adatterei a questa vita: ancora non ho visto crescere grano, sul ghiaccio.<br />
La caccia, con quel sorriso, per oggi era finita. Lootie ha indicato la via del ritorno, un grande bianco con la terra alle spalle. E poi ha cominciato a dirigere la carovana davanti all’isola di Nurataarusiq, <em>il posto della caccia buona</em>. Da lì ci siamo diretti a Est e dopo aver ritrovato la stretta pista in cima all’insenatura abbiamo ripreso la via del Nord. Il passaggio sulle rovine delle correnti che si incontrano proprio qui, dove lavorano incessanti al ritmo della <em>sijja</em>, è stato indimenticabile. E per qualche volontà misteriosa non ho scattato neppure una foto, nonostante le decine di scatti di questa lunga giornata che ha profondamente modificato i percorsi sui quali distendo i canali della mia percezione.<br />
Lootie si è poi fermato per farmi vedere un’isola, a una certa distanza da noi. Ha cominciato a raccontare, in quel modo che hanno loro, noncurante della cronologia e della consequenzialità temporale. Ha ricordato un drammatico episodio degli anni Settanta: «Eravamo qui al nostro <em>out post</em>, lo vedi laggiù? Si chiama Upingivik. Eravamo tanti Inuit in tanti campi diversi. Dall’Inghilterra e dalla Germania arrivavano sino a qui con le navi per comperare direttamente da noi le pelli di foca. Conosco ogni angolo di questo mare di ghiaccio, le sue montagne e ogni isoletta. Qualche giorno fa ho trovato moltissimi resti di piccoli di foca. Sono gli orsi che ne uccidono e ne mangiano in quantità. Questa è una zona di orsi polari. Una volta eravamo su quell’isola, e abbiamo mangiato carne di foca avariata. Siamo stati malissimo, svuotati dalla diarrea, quasi tutti morti. Solo uno non è sopravvissuto. Eh…». E questa volta il sorriso vispo si smorza in una lontana visione di gioventù. L’Inuk ha la vita davanti e intorno, mai alle spalle.</p>
<p><em><strong>Immagine da The White Journey. Altre fotografie di Davide Sapienza: <a href="http://www.facebook.com/album.php?id=1438517604&amp;aid=94374#!/album.php?fbid=1685638267652&amp;id=1438517604&amp;aid=94374">qui</a>.</strong></em></p>
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		<title>Stili di vita alternativi. Nella Valle degli Elfi: intervista a Mario Cecchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 14:50:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Questa è la prima parte di una lunga intervista a cura di Giuseppe Moretti, pubblicata sul numero 35 di Lato Selvatico. L&#8217;intervista è qui riproposta quasi integralmente, con pochi tagli e modifiche e spero sia il primo articolo di una serie dedicata all&#8217;esperienza degli ecovillaggi e dei felici esperimenti di vita comunitaria, che sussistono nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em></em><em></em><em>Questa è la prima parte di una lunga intervista a cura di Giuseppe Moretti, </em><em>pubblicata sul numero 35 di <strong><a href="http://selvatici.wordpress.com/2009/09/21/lato-selvatico-n-35/"><em>Lato Selvatico</em></a></strong>. L&#8217;intervista è qui riproposta quasi integralmente, con pochi tagli e modifiche e spero sia il primo articolo di una serie dedicata all&#8217;esperienza degli ecovillaggi e dei felici esperimenti di vita comunitaria, che sussistono nel nostro paese. Questi possono essere condivisibili o meno, ma è certo che testimoniano della possibilità di altri modelli sociali, per un&#8217;esistenza se non migliore almeno più coerente con i propri principi e con la propria intrinseca diversità. (fm). </em><br />
<span id="more-24117"></span></p>
<p><img src="http://farm3.static.flickr.com/2480/4009187415_49e0bdb91a.jpg" alt="" /></p>
<p>di <strong>Giuseppe Moretti</strong></p>
<p><em>Mario Cecchi è un anziano del “movimento comunitario italiano”. Il suo nome è indissolubilmente legato alla Comunità degli Elfi, di cui fu tra i  fondatori nei primi anni ’80, una delle comunità italiane più longeve ed in continua espansione. A quasi trent’anni di distanza la Comunità comprende più di una mezza dozzina di insediamenti, tutti sull’Appennino Pistoiese. Mario, vive in quello di “Avalon” e oltre a lavorare per l’autosufficienza della comunità nei campi, orti, negli uliveti e nei boschi, tiene i contatti con il più ampio mondo alternativo, infatti è attivo sia nel movimento Rainbow che nella Rete degli Ecovillaggi, nella Rete delle Comunità Intenzionali, nei nuovi contadini del C.I.R e nella Rete Bioregionale. </em></p>
<p><strong>Raccontaci come sei diventato Mario degli Elfi.</strong></p>
<p>     Il mio approccio alla terra ha inizio nella primissima infanzia. Vivevo a Genova con i miei genitori ma, d’estate, finita la scuola, venivo affidato ai miei nonni che vivevano in campagna, in condizioni simili alle nostre di adesso: un’ora di cammino a piedi dalla stazione dei treni, riscaldamento e per cucinare a legna, senza luce elettrica. Lì stavo bene, ero libero, quando potevo aiutavo nell’orto, a fare il fieno, a fare le fascine per la capra e i conigli, nella vendemmia ecc.<br />
     Mio nonno mi aveva preparato degli attrezzi proporzionati alla mia statura e, per me, lavorare era un divertimento, non ero costretto come i figli dei contadini. A volte, per stare in compagnia, non avevo altro modo che lavorare con loro. Lavoravo con gioia, gratificato dall’apprezzamento degli adulti. Era anche un sentirmi utile per la comunità in cui vivevo.<br />
     Mio nonno aveva una fattoria piccolina: 1 mucca, 1 maiale, 1 capra, 6 ettari di terreno, equamente distribuito per soddisfare tutte le necessità della famiglia, tanto che non comprava quasi nulla tranne il sale e l’olio. Per averli si recava una volta al mese in paese, il giorno del mercato, così aveva occasione di scambiare opinioni e pettegolezzi con i suoi amici. Era per lui un giorno straordinario, poiché il resto del tempo lo impegnava esclusivamente in campagna a lavorare, con un ritmo molto lento, ma costante. Il tempo libero era dedicato oltre che a riposarsi all’osservazione: molte delle sue conoscenze derivavano dall’osservazione della natura. D’estate si alzava alle 4 del mattino, appena cominciava ad albeggiare, poi si recava nell’orto a fare i lavori pesanti poiché di giorno faceva troppo caldo e dopo pranzo era solito riposare almeno fino alle 4. Costringeva anche me a dormire, sebbene non ne avessi voglia, e spesso scappavo per andare in giro nonostante la calura.<br />
Di quell’epoca ho un ricordo meraviglioso, ero affascinato da tutto quello che mi circondava: gli animali, la natura, il senso di libertà e di intima soddisfazione; cosa che spariva quando ritornavo in città ed ero costretto ad andare a scuola, racchiuso tra quattro mura, tutte le mattine, per imparare cose che non mi interessavano. Spariva la gioia e l’appetito, cominciava la ribellione, il rifiuto, l’apatia.<br />
     Da lì il passo è stato breve, ritornare a vivere in campagna è stato come ricongiungermi alla mia infanzia felice, all’autogestione del mio tempo, ad organizzare il lavoro e gli spazi come più mi piace, senza un padrone, condividendo tutto con gli amici che poi sono diventati gli Elfi.</p>
<p>   <strong>  E gli Elfi chi sono, come e perché sono nati e come sono organizzati?</strong></p>
<p>     Gli Elfi sono nati nel 1980, da un gruppo di quattro persone che, stanche della vita cittadina e di scelte a metà, decisero di andare a vivere a <strong>Pesale (nome elfico Gran Burrone)</strong>, un paesino abbandonato dell’<strong>Appennino tosco- emiliano</strong>, a ottocentottanta metri d’altezza, raggiungibile solo a piedi. Subito ci fu il contrasto con i carabinieri, che  intimarono loro di andarsene e diedero il foglio di via obbligatorio alle persone presenti durante la perquisizione. Questi, invece di rinunciare nei loro propositi, raccolsero qualche centinaio di firme a loro favore tra la popolazione dei paesi limitrofi, ed ottennero dal proprietario un foglio che legittimava l’occupazione, in attesa di poter un giorno comprare il terreno. Così il magistrato revocò i fogli di via e l’occupazione si estese in poco tempo ad altri villaggi della zona: <strong>Piccolo Burrone, Case Sarti, Pastoraio</strong>.<br />
     Gli altri tentativi da parte del comune e della comunità montana di integrare in un progetto produttivo ed istituzionale la comunità, sono stati sempre respinti dagli Elfi, che tenevano in grande considerazione la propria autonomia ed autosufficienza. Per interloquire con le istituzioni, non come singoli ma come aggregazione, gli Elfi hanno creato due associazioni: “Il Popolo Elfico della Valle dei Burroni”, associazione di tipo non riconosciuta, retta da un comitato di gestione, e “Il Popolo della Madre Terra”, associazione di utilità sociale senza scopo di lucro.</p>
<p>     Dal lontano 1980, gli Elfi si sono diffusi in tutta la montagna, hanno riabitato le case abbandonate, da ruderi le hanno trasformate in case comode e confortevoli, consone al loro stile di vita: senza strada, elettricità, gas. Utilizzano per la cucina e il riscaldamento il fuoco a legna ed illuminano con i pannelli solari e le candele.<br />
     Nell’arco della loro esperienza hanno dato alla luce più di centoventi elfetti (il più grande ha ora ventitre anni), che riempiono di allegria quei luoghi altrimenti condannati alla desolazione, se non fosse per la presenza degli Elfi, che li abitano, li amano, li custodiscono, li coltivano, e li hanno fatti ritornare alla loro antica dimensione vitale.<br />
I rapporti con la gente intorno sono di buon vicinato, frequenti sono gli scambi di cortesie e gli aiuti reciproci, anche se per un periodo durato più di dieci anni c’è stata una guerra senza esclusione di colpi con i cacciatori della zona, che si sono sentiti defraudati di parte del loro territorio di caccia, dalla presenza massiccia degli Elfi. Per fortuna ora è da parecchio tempo che non accade nulla e sembra che la ragione abbia prevalso sull’intolleranza. Molte persone ci stimano per la scelta coraggiosa che abbiamo fatto, ma a nostro avviso ci vuole più coraggio a vivere nelle città, in quegli appartamenti di pochi metri quadri, soffrendo d’inedia e di solitudine, assillati dal problema economico, sempre in fretta per arrivare in tempo; che a vivere in libertà in mezzo ai boschi, cibandosi dei frutti freschi della terra.<br />
     Gli Elfi adesso sono più di duecento persone distribuite in trenta ubicazioni, tra villaggi e case sparse. Hanno mantenuto il loro stile di vita frugale pur non mancando loro nulla dell’essenziale. Non si sono lasciati intrappolare dalle mode e dalla tendenza imperante del consumismo. Una strada lunga cinque e più chilometri a piedi in mezzo ai boschi li separa dalla “civiltà”, i loro figli frequentano con buoni risultati la scuola media o superiore di Pistoia o Porretta, la scuola elementare la fanno a casa; non si sentono assolutamente isolati o fuori dal mondo, anche se conducono una vita diversa e non accettano la logica della competitività o del massimo profitto, del lavoro-consuma-crepa, dello sviluppo illimitato a discapito della Madre Terra e della natura umana.<br />
     Nessuno ha un lavoro fisso, alle spese della comunità e dei villaggi si rimedia con gli introiti ricavati dalle pizze che sfornano durante i festival o le manifestazioni a prezzo politico, per le spese individuali ognuno provvede da sé,  salvo chiedere un contributo alla Valle quando non riesce a guadagnare abbastanza per far fronte ad una necessità contingente. Vige un rapporto di fratellanza e di reciprocità tra tutti gli Elfi e non Elfi che vengono a trovarci: basta inserirsi nell’onda magica della condivisione che esiste nella natura dell’uomo, quando non è traviato dall’individualismo e dall’egoismo della società attuale, che ha eletto il denaro a suo unico Dio e si è dimenticata i valori spirituali ed umani alla base della convivenza “civile”, almeno dal nostro punto di vista.<br />
     Le decisioni vengono prese con il consenso di tutti, mai con votazioni a maggioranza, ma tramite il cerchio, la forma di come ci si dispone per parlare, a dimostrazione che non esiste un capo, ma che siamo tutti equidistanti dal centro, sede del potere o del grande Spirito. Si attua un meccanismo di discussione e confronto che coinvolge tutti i membri interessati della comunità, si parla uno alla volta quando arriva il “Bastone Sacro della Parola”, che gira in senso circolare sino a che non si dipanano tutte le questioni e si raggiunge l’accordo (che non implica l’unanimità – qualcuno può anche dissentire inizialmente, ma ciò non blocca la decisione degli altri). Questo metodo è sempre stato utilizzato all’interno del cerchio degli Elfi senza mai avere una forma codificata, ma funzionando sulla fiducia, poiché le persone sono stimolate a parlare dal cuore e non secondo un calcolo.<br />
     Una storiella che rappresenta molto bene il succo della vita e il modo di pensare Elfico è: …..un uomo d’affari vide con fastidio che il pescatore, sdraiato accanto alla propria barca fumava tranquillamente la pipa.</p>
<p>&#8211;<em> Perché non stai pescando? Domando l’uomo d’affari<br />
&#8211; Perché ho già pescato abbastanza pesce per tutto il giorno.<br />
&#8211; Perché non ne peschi ancora?<br />
&#8211; E cosa ne farei?<br />
&#8211; Guadagneresti più soldi. Allora potresti avere un motore da attaccare alla barca per andare al largo e pescare più pesci. Così potresti avere più denaro per acquistare una rete di nailon, e avendo più pesca avresti più denaro. Presto avresti tanto denaro da poterti comprare due barche o addirittura una flotta. Allora potresti essere ricco come me.<br />
&#8211; E a quel punto cosa farei?<br />
&#8211; Potresti rilassarti e goderti la vita.<br />
&#8211; Cosa credi che stia facendo ora?</em>                   </p>
<p>(tratto da <a href="http://www.illibraiodellestelle.com/edizioni/?big=6397">“Elogio alla Semplicità” di John Lane, edizioni Il Libraio delle Stelle</a>)</p>
<p>   <strong>  Qual è il significato del modo di essere elfico nella moderna società di oggi?</strong></p>
<p>L’esperienza degli Elfi ha un’importanza che travalica il suo stesso marginalismo, perché si propone (per il fatto stesso di esserci) come modello di società post-industriale, post-capitalista, sostenibile, compatibile con l’ambiente e vivificante per l’uomo stesso.<br />
     In un periodo storico ancora dominato dall’avidità capitalista, che sta distruggendo l’ecosistema terrestre mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie umana, si fa strada un altro paradigma fondato sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla solidarietà, sulla cooperazione e sull’evoluzione spirituale dell’essere umano, come valori fondamentali per una nuova rinascita in tutti i campi della vita sociale. Mentre un modello di “sviluppo”, un certo tipo di “civiltà” e di “progresso”, sono destinati al collasso ed andranno incontro ad una crisi senza precedenti, dall’altro lato si sta affermando una coscienza ed una ri-conoscenza delle antiche leggi di natura e della spiritualità connessa, che presuppongono un rispetto degli equilibri naturali ed un’interazione che tiene conto delle necessità biologiche di ogni specie, per il mantenimento della biodiversità.<br />
    L’uomo non è il padrone assoluto del pianeta, ma ne è ospite gradito o inopportuno (Questo dipende da noi, adesso, alle soglie della catastrofe ecologica, sappiamo che tipo di impatto ambientale abbiamo prodotto!). “Se vuoi preservare la vita sulla terra insegna ai tuoi figli ad amare tutti gli esseri dal più grande al più piccolo, e ricorda sempre loro che l’uomo è soltanto un filo nella matassa della vita.* (1)<br />
     Da li parte la valutazione che noi Elfi non siamo più gli utopici hippy avventurieri fuori dal mondo e dalla storia, ma un baluardo di resistenza culturale, umana e naturalistica che incarna il bisogno della terra e del genere umano per una riconciliazione. La terra non parla, ma si esprime in altri modi ancor più eloquenti, e diventa comprensibile per ogni individuo non completamente accecato dal denaro (uguale potere), che ora ci sta chiedendo di cambiare strada, cambiare il nostro stile di vita, il nostro atteggiamento mentale, oltre che il nostro sistema economico, politico e sociale.<br />
     Quindi noi non abbiamo fatto altro che incarnare questo bisogno creando una microsocietà fondata su altri valori, quali l’uguaglianza tra i sessi, la condivisione dei beni e dei mezzi di produzione, l’annullamento dei ruoli, la famiglia allargata, la centralità della terra, della montagna e della “contadinità”, quali risorse primarie per risolvere i bisogni elementari, ma anche quali valori intrinseci di un corretto rapporto uomo-natura e cultura, nella salvaguardia e nella gestione dell’ambiente in modo da preservarlo per le generazioni future. Una microsocietà in cui vengono rispettati i principi elementari degli uomini/donne quali la parità di diritti (e doveri) e la partecipazione alle scelte della comunità attraverso un processo decisionale che coinvolge tutti i membri in una discussione franca e pacata (senza lo stress dell’urgenza o dell’emergenza).<br />
     Una microsocietà dove gli anziani trovano una loro naturale collocazione nel tramandare i saperi e rendendosi utili come possono, e i bambini non vengono manipolati fin dall’infanzia per le esigenze di una società competitiva e produttivistica, ma vengono  invece rispettate le loro inclinazioni ed i loro tempi di apprendimento, dando pari importanza allo sviluppo intellettuale e pratico.<br />
Nella creazione di un’altra economia si privilegia il baratto, lo scambio o il dono, che non seguono leggi di mercato bensì il valore d’uso, quando l’affettività o la relazione amicale non superano anche il rapporto dare-avere.<br />
     L’economia svolge una funzione minima in quanto ogni comunità tende verso la propria autonomia ed autosufficienza, oppure consuma prodotti provenienti da una zona vicina, in modo da sprecare meno energia per il trasporto e poter esercitare un controllo sulle merci (filiera corta). Poiché è importante sapere da dove viene  il cibo, come è prodotto e perché: dalla scelta consapevole si può orientare il mercato e la produzione verso un’etica di rispetto dell’ambiente e dei diritti umani (Pensare globalmente, agire localmente).<br />
     Per ridurre l’impatto ambientale è necessario eliminare lo spreco, ogni materia è fonte di energia e va utilizzata fino al limite del suo ciclo, mentre in questa società viene scartata come rifiuto e distrutta negli inceneritori, anche se ancora valida, quando potrebbe essere data ai non abbienti o alle popolazioni del sud del mondo.<br />
     Tante e tali sono le contraddizioni e le ipocrisie della società attuale che oramai ci vuole poco a riconoscere gli errori (viste le conseguenze), ma è difficile cambiare poiché il sistema politico-economico-militare delle multinazionali del potere è entrato ovunque, con qualsiasi mezzo per scardinare o corrompere la vita sana e naturale delle comunità locali (&#8230;). Tuttavia quando la coscienza collettiva dell’umanità  avrà raggiunto la consapevolezza che non è possibile continuare così &#8211; e i cataclismi che la natura mette in atto ce lo faranno capire &#8211;  allora, se saremo ancora in tempo, cambieremo il nostro stile di vita e non daremo più retta all’illusione del progresso e dello sviluppo illimitato. La natura e la pazienza hanno un limite. Un modo diverso di vivere è possibile, anzi già esiste…<br />
     “O Madre cosmica, Madre amata, tu permetti la nostra vita nel tuo corpo, grazie perché mi dai l’opportunità di essere qui, grazie perché mi alimenti, grazie perché mi proteggi” (2)</p>
<p>(1)(2) <em>le citazioni sono tratte da <a href="http://www.bioguida.com/la-via-delle-parole-libri/la-donna-dalla-coda-d-argento.html">“La donna dalla coda d’argento” di Herman Mamani, editore Mondatori</a>.</em></p>
<p>   <strong>  Ci puoi parlare dei Rainbow gathering, del movimento degli Ecovillaggi e del CIR, di cui sei membro attivo. Cosa li differenzia e cosa li accomuna?</strong></p>
<p>      La <strong><a href="http://utenti.lycos.it/rainboworrior/">famiglia Rainbow </a></strong>propone un nuovo modo di vivere. Senza tanti ideologismi o teorie si basa su una visione di vita armonica in cui tutte le diversità possono coabitare, come i colori dell’arcobaleno, appunto. Non c’è competizione, ma l&#8217;amore è quello che ci diamo reciprocamente quando ci incontriamo nei raduni dell’arcobaleno.<br />
     Si cerca un posto che abbia le caratteristiche adatte, selvatico, lontano dalle strade, raggiungibile solo a piedi in un’ora, un’ora e mezzo di cammino, con legna secca e acqua a sufficienza, una piana dove incontrarci, una buona relazione con la gente: i pastori o i proprietari del luogo che ospita l’incontro. Quando un gruppo di persone è andato a vederlo e ha dato il consenso, allora viene comunicato ai “focalizzatori” (una decina in Italia), che diramano l’informazione ai simpatizzanti, che a loro volta faranno risonanza.<br />
     Nell’incontro non si fa commercio, ognuno porta quello che può, la spesa per ogni necessità viene sostenuta dal “cappello magico”, raccolta di soldi effettuata a fine pranzo, dove ognuno mette a suo piacimento. Non ci sono capi né organizzatori, ognuno è promotore e porta il suo contributo, la propria energia, esperienza e conoscenza. Tutto si fonde nell’armonia del gruppo. Come nel calderone delle verdure che unendosi assieme vanno a preparare dell’ottimo minestrone (…) Ognuno si porta la propria ciotola e sacco a pelo, può trovare ospitalità nei tepee della famiglia, se non ha tenda propria; ci si arrangia e si impara a vivere semplicemente anche con le risorse del selvatico che il luogo offre, attribuendo maggior importanza alle relazioni, all’affettività ed al rapporto con la Madre Terra, che non al materialismo fine a se stesso, sinonimo del possedere. Siamo tutti fratelli e apparteniamo alla stessa Madre Terra e, grazie alla nostra cultura, non faremo mai la guerra.<br />
     Per cambiare il mondo, trasformiamo noi stessi, questa è la migliore rivoluzione che si possa fare, ed il maggior contributo che possiamo dare.<br />
     La <strong><a href="http://www.mappaecovillaggi.it/">R.I.V.E (Rete Italiana Villaggi Ecologici)</a></strong> è un’associazione di promozione sociale, con una struttura verticistica, ma in pratica funzionante come organizzazione orizzontale, in cui ogni ecovillaggio partecipa attraverso una o più persone delegate. E’ importante che chi vi partecipa dia una continuità di presenza agli incontri, in modo da consentire una miglior crescita del gruppo. L’organo sovrano è l’assemblea dei soci, che si riunisce una volta all’anno per ratificare tutte le decisioni prese dal consiglio direttivo oltre che il bilancio, l’ingresso o la recessione dei soci. Possono farne parte come sostenitori anche singoli ed enti.<br />
     Ormai la R.I.V.E ha superato il decennale di vita, nel tempo si è consolidata l’amicizia tra i membri e grazie agli incontri si è raggiunto un ottimo livello nella comunicazione e nel prendere le decisioni. Questo è stato possibile poiché abbiamo scelto di fare le riunioni con un facilitatore esterno, il quale ha la capacità, grazie alla sua formazione ed al potere che noi gli riconosciamo, di mantenere la discussione entro i tempi ed i binari prestabiliti, favorendo il confronto e la sintesi. Altrimenti, le decisioni vengono prese col metodo del consenso, che ho spiegato sopra.<br />
     Esistono varie tipologia di ecovillaggio, ma tutte coniugano quattro dei filoni fondamentali dell’esistenza: ecologia, comunità, cultura e spiritualità, e si caratterizzano a seconda dell’importanza che diamo ai singoli fattori. In ognuno di questi filoni l’ecovillaggio cercherà criteri e soluzioni nuove per vivere insieme conformemente alle proprie necessità, nel rispetto della persona e della dialettica interna, su basi paritarie di solidarietà e fratellanza.<br />
     L’ecovillaggio è quindi un laboratorio, un luogo di sperimentazione dove si privilegia il bene comune e individuo e comunità collaborano tra loro, interagiscono reciprocamente fino a trovare il giusto equilibrio.<br />
     Il CIR è nato durante la fiera dell’autogestione a San Martino in Rio (RE) nel ’95. Un gruppo di rurali si è incontrato ed ha dato origine al bollettino che ha preso, appunto, il nome di <strong><a href="http://www.cir.splinder.com/">CIR (Corrispondenze e Informazioni Rurali)</a></strong>, che è lo strumento di divulgazione e di propagazione della rete creatasi intorno al progetto di mettere insieme ed organizzare un bagaglio di conoscenze, vissuti e produzioni del “popolo contadino”.<br />
“Un popolo che viene da molto lontano ed ha l’ambizione di andare avanti”.<br />
     Ogni anno si fanno un paio di incontri in posti sempre diversi, e in quella sede ci si organizza per dare il nostro apporto alle battaglie più importanti contro le biotecnologie o contro le multinazionali del transgenico: Monsanto, Novartis, Bayer etc..,che minacciano la preservazione dell’ambiente, la biodiversità, la salute umana e del pianeta.<br />
     Ha cercato di sollevare la pietra sui <strong>“beni comuni”</strong> propugnando il ritorno alla terra, l’affidamento ai giovani delle terre demaniali e di <strong>uso civico</strong>, il ritorno alle comunità rurali e al localismo quale unica fonte per la salvaguardia del territorio, per arrivare all’autosufficienza, alla sovranità alimentare, allo scambio e all’autoproduzione delle sementi, al rapporto diretto tra produttore e consumatore.<br />
     Ma, l’impegno sociale-pratico-organizzativo di partecipare alle iniziative che vanno sempre più aumentando, si scontra con la realtà quotidiana di chi vive sulla terra e abbisogna della sua presenza costante ogni giorno o quasi, quindi, per molte persone è stato ed è difficile mantenere una costanza nell’attivismo se non a discapito della propria vita. Per questo e per altre contraddizioni sorte in seno al gruppo promotore, il CIR si è molto indebolito sebbene rimanga pur sempre valido e sentito l’intento, tant’è vero che si sono create diverse filiazioni o aggregazioni simili a livello regionale.<br />
     La diversità tra un organismo e l’altro consta proprio nella modalità di approccio alle tematiche, che pur essendo simili per tutte e tre le reti, occupano ognuna uno spazio diverso rispetto alle esigenze espresse dalle persone.<br />
     Il Rainbow è principalmente un incontro estivo prolungato anche per più di un mese, ed un incontro primaverile organizzativo breve. Il CIR è sempre due volte all’anno per un tempo breve, 3 o 4 giorni, ma con una finalità di intervento nelle battaglie politiche in difesa della ruralità ecologica. La R.I.V.E, si occupa principalmente della rete degli ecovillaggi o delle comunità esistenti o in formazione, promuovendone la nascita e lo sviluppo. Sono reti simili ed è giusto quindi che comincino a collaborare tra loro.    </p>
<p>    <strong> Fra le tante cose ti occupi anche dei cosiddetti “usi civici” delle terre, un antichissimo ordinamento giuridico che garantisce il diritto di coltivazione, pascolo, legnatico, e raccolta dei frutti selvatici su certe aree alla gente che ne ha bisogno per la propria sopravvivenza. Purtroppo, pur essendo un diritto tutt’ora valido, pochi oggi ne sono a conoscenza, lasciando così ampia libertà alle amministrazioni pubbliche di farne l’uso che vogliono. A che punto è il movimento per la riappropriazione degli usi civici, ci sono speranze per il futuro di quei giovani che vogliono ritornare alla terra facendo affidamento su questi usi, sanciti giuridicamente, ma burocraticamente così difficili da ottenere?</strong>     </p>
<p>È vero, fra le tante cose di cui mi occupo, vi sono anche gli usi civici. Inutile ripetere cosa sono, lo hai già accennato nella domanda. L’importanza che io attribuisco agli usi civici è quella che attribuisco ai “beni comuni”, in antitesi con la proprietà privata e con la proprietà pubblica, dello Stato o delle Regioni, che si comporta alla stessa maniera di quella privata. I beni comuni sono beni condivisi, vanno gestiti insieme a tutti i residenti o  gli aventi diritto. Ne esistono di diverse specie e, a seconda della Regione, assumono nomi diversi: Laudo, Universalitas, Comunanze etc. Hanno un comune denominatore: per utilizzarli vanno stabilite delle regole, che devono essere approvate, condivise da tutto il popolo residente.<br />
    Non si possono vendere né alienare, ed è per questo che esistono tutt’oggi, altrimenti sarebbero finiti in pasto agli innumerevoli sciacalli. Infatti, così è stato per tanti usi civici che sono stati usurpati dalla speculazione privata o dai comuni, laddove il popolo che li usava non c’è più, si è disperso, dimenticandosi dei suoi diritti su quelle terre.<br />
     La <strong>legge Serpieri del 1927 </strong> ha riconosciuto la legittimità di quelli esistenti, ma ha impedito la costituzione di nuovi. In deroga a questa legge noi abbiamo chiesto di poter collocare sotto tale forma giuridica le terre da noi occupate o comprate, ma l’iter è parlamentare e quindi non se ne parla nemmeno con la sensibilità politica che c’è oggi. Chiunque sia a conoscenza di dove tali diritti permangono, può farne richiesta (prendendo la cittadinanza nel comune) di utilizzo e vantarne il diritto d’uso insieme agli altri residenti: poiché può essere un erede degli eredi, degli eredi… di chi li utilizzava.<br />
     La loro natura è agro-silvo-pastorale: erano stati concepiti per la sussistenza del popolo “minuto”, e tali devono rimanere per impedire le speculazioni.  Dove sono stati considerati adatti per l’edilizia, state tranquilli li hanno già utilizzati in tale senso, privatamente o tramite appalti comunali. A nulla sono valse le istruttorie intentate dai vari commissari “ad acta” per gli usi civici. Sono rimaste lettera morta, nonostante la legislazione in materia: il codice degli usi civici, che andrebbe fatto rispettare, ma la giustizia è quella che è, siamo in uno stato di diritto quando fa comodo ai potenti, in uno stato che abiura il diritto, anzi usa dei codicilli per insabbiare lo stesso, quando nuoce ai loro interessi. Così nell’agropontino, nel Lazio, sono state costruite più di 200 case abusive, ma le denunce rimangono infossate nello stagno della burocrazia. I giovani, che speranze volete che abbiano: dovranno seguire l’iter burocratico e scontrarsi con l’apparato politico-istituzionale, con quali risultati? Provate ad immaginare: uno su mille forse ci riesce.    </p>
<p><em>(continua)</em></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: l&#8217;entrata del villaggio di Avalon. Fotografia presa dal blog <a href="http://selvatici.wordpress.com/"><strong>Selvatici</strong></a></em></p>
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