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	<title>nazim hikmet &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mots-clés__Foglie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 06:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Aki Kaurismaki]]></category>
		<category><![CDATA[Foglie]]></category>
		<category><![CDATA[Foglie al vento]]></category>
		<category><![CDATA[Foglie morte]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Prévert]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
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		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[paola ivaldi]]></category>
		<category><![CDATA[serge gainsbourg]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paola Ivaldi </strong> <br /> Foglie _ Serge Gainsbourg, Kaurismaki, Nazim Hikmet]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Foglie</strong><br />
di <strong>Paola Ivaldi</strong></p>
<p style="text-align: right;"><span data-olk-copy-source="MessageBody">Serge Gainsbourg, <em>La chanson de Prévert -&gt; </em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=kh-qmQjuZUk">play</a></span></p>
<p>___</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="luWW_NPD12E"><iframe loading="lazy" title="Foglie al vento - Scena finale" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/luWW_NPD12E?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
<p>___</p>
<div class="x_gmail_default" data-olk-copy-source="MessageBody">&#8220;Foglie morte&#8221; (1961) di Nazim Hikmet, da <i>Poesie d&#8217;amore</i>, Arnoldo Mondadori Editore (2006), traduzione di Joyce Lussu, pag. 115.</div>
<div data-olk-copy-source="MessageBody">_</div>
<div data-olk-copy-source="MessageBody"></div>
<div class="x_gmail_default"></div>
<div class="x_gmail_default">Veder cadere le foglie mi lacera dentro</div>
<div class="x_gmail_default">soprattutto le foglie dei viali</div>
<div class="x_gmail_default">soprattutto se sono ippocastani</div>
<div class="x_gmail_default">soprattutto se passano dei bimbi</div>
<div class="x_gmail_default">soprattutto se il cielo è sereno</div>
<div class="x_gmail_default">soprattutto se ho avuto, quel giorno,</div>
<div class="x_gmail_default">una buona notizia</div>
<div class="x_gmail_default">soprattutto se il cuore, quel giorno,</div>
<div class="x_gmail_default">non mi fa male</div>
<div class="x_gmail_default">soprattutto se credo, quel giorno,</div>
<div class="x_gmail_default">che quella che amo mi ami</div>
<div class="x_gmail_default">soprattutto se quel giorno</div>
<div class="x_gmail_default">mi sento d&#8217;accordo</div>
<div class="x_gmail_default">con gli uomini e con me stesso</div>
<div class="x_gmail_default">veder cadere le foglie mi lacera dentro</div>
<div class="x_gmail_default">soprattutto le foglie dei viali</div>
<div class="x_gmail_default">dei viali d&#8217;ippocastani.</div>
<div></div>
<div>
<div style="text-align: center;">____</div>
<div></div>
<div></div>
<div>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. La prima domenica del mese Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a:  ornellatajani@hotmail.it Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</div>
<div></div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nazim Hikmet *</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/09/08/nazim-hikmet/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 13:20:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[altan]]></category>
		<category><![CDATA[don Chisciotte]]></category>
		<category><![CDATA[mantova]]></category>
		<category><![CDATA[nazim hikmet]]></category>
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					<description><![CDATA[Don Chisciotte Il cavaliere dell&#8217;eterna gioventù seguì, verso la cinquantina, la legge che batteva nel suo cuore. Partì un bel mattino di luglio per conquistare il bello, il vero, il giusto. Davanti a lui c&#8217;era il mondo coi suoi giganti assurdi e abietti sotto di lui Ronzinante triste ed eroico. Lo so quando si è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/altan-1982-chisciotte.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/altan-1982-chisciotte-300x178.jpg" alt="" title="altan-1982-chisciotte" width="300" height="178" class="alignnone size-medium wp-image-8125" /></a></p>
<p><strong>Don Chisciotte</strong></p>
<p><em>Il cavaliere dell&#8217;eterna gioventù<br />
seguì, verso la cinquantina,<br />
la legge che batteva nel suo cuore.<br />
Partì un bel mattino di luglio<br />
per conquistare il bello, il vero, il giusto.<br />
Davanti a lui c&#8217;era il mondo<br />
coi suoi giganti assurdi e abietti<br />
sotto di lui Ronzinante<br />
triste ed eroico. </p>
<p>Lo so<br />
quando si è presi da questa passione<br />
e il cuore ha un peso rispettabile<br />
non c&#8217;è niente da fare, Don Chisciotte,<br />
niente da fare<br />
è necessario battersi<br />
contro i mulini a vento. </p>
<p>Hai ragione tu, Dulcinea<br />
è la donna più bella del mondo<br />
certo<br />
bisognava gridarlo in faccia<br />
ai bottegai<br />
certo<br />
dovevano buttartisi addosso<br />
e coprirti di botte<br />
ma tu sei il cavaliere invincibile degli assetati<br />
tu continuerai a vivere come una fiamma<br />
nel tuo pesante guscio di ferro<br />
e Dulcinea<br />
sarà ogni giorno più bella.</em><br />
<span id="more-8123"></span></p>
<p><strong>Lettera dal carcere a Munevver, 1942</strong></p>
<p><em>Il più bello dei mari<br />
è quello che non navigammo.<br />
Il più bello dei nostri figli<br />
non è ancora cresciuto.<br />
I più belli dei nostri giorni<br />
non li abbiamo ancora vissuti.<br />
E quello<br />
che vorrei dirti di più bello<br />
non te l&#8217;ho ancora detto.</em></p>
<p>*<br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nazim_Hikmet">Nota biografica dell&#8217;autore</a></p>
<p>È uno dei primi poeti turchi ad usare i versi liberi. Hikmet è diventato, mentre era ancora vivo, uno dei poeti turchi più conosciuti in Occidente e i suoi scritti sono stati rapidamente tradotti in diverse lingue.<br />
Condannato per marxismo fu il solo scrittore d&#8217;importanza ad evocare i massacri ai danni degli armeni del 1915 e 1922.<br />
Nato a Salonicco (attualmente in Grecia) da una famiglia aristocratica turca, il nonno paterno Nazim Pascià era stato governatore di varie province, ma anche poeta e scrittore in lingua ottomana. Il nonno materno, figlio di un nobile polacco, era militare in carriera, ma anche filologo e storico. Hikmet era figlio del diplomatico Nazim Bey e dalla pittrice Aisha, amante di poesia francese e specialmente di Lamartine e Baudelaire. Nazim Hikmet studiò nel liceo francese di Galatasaray (Istanbul)passando successivamente all&#8217;Accademia della Marina militare, che dovette però lasciare per ragioni di salute[citazione necessaria].<br />
La sua prima pubblicazione avvenne a diciassette anni in una rivista. Il suo punto di riferimento letterario era il suo insegnante di letteratura e poesia, Yaya Kemal, e altri poeti turchi come Tevfiq Fikret e Mehmed Emin.<br />
Durante la guerra d&#8217;indipendenza, si schierò subito con Atatürk (Mustafa Kemal) in Anatolia e lavorò come insegnante a Bolu. Studiò poi sociologia presso l&#8217;università di Mosca (1921-1928) e diventò membro del partito comunista turco negli anni Venti, dopo aver scoperto i testi di Marx e della rivoluzione sovietica. Conobbe Lenin, Esenin e Majakovskij, che ebbe su di lui un&#8217;importante influenza.<br />
Dopo il suo ritorno clandestino in Turchia nel 1928, Hikmet scrisse articoli, sceneggiature teatrali ed altri scritti. Fu condannato alla prigione per il suo ritorno irregolare ma amnistiato nel 1935. Nel 1938, fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività anti-naziste e anti-franchiste, scontandone 12 in Anatolia, nel corso dei quali venne colpito da un primo infarto. e per essersi opposto alla dittatura di Kemal Ataturk. Fu l&#8217;intervento di una commissione internazionale composta tra gli altri da Tristan Tzara, Pablo Picasso, Paul Robeson e Jean-Paul Sartre a favorirne la scarcerazione nel 1950.<br />
Si sposò con Münevver Andaç, traduttrice in lingua francese e in lingua polacca a cui dedicò diverse poesie. Nel 1951, a causa delle costanti pressioni, fu costretto a ritornare a Mosca (Russia) ma la moglie e il figlio non poterono seguirlo ed egli trascorse il suo esilio viaggiando in tutta Europa. Perse così la cittadinanza turca e divenne polacco. Nel 1960 si innamorò della giovane Vera Tuljakova e la sposò.<br />
Morì il 3 giugno 1963 in seguito ad una crisi cardiaca, uscendo dalla porta della sua casa al numero 6 della via Pesciànaya a Mosca.</p>
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		<title>Un ricordo improbabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 12:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate: Jaufrè passa le notti incapsulato in una botte. Alla primalba s’alza un fischione e lo sbaglia. Poco dopo c’è troppa luce e lui si riaddormenta Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-6254" title="opereitaliane3" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/opereitaliane3-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" /></a><br />
<strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Dirò subito che ho incontrato una sola volta il grande “Jaufrè”, come lo chiamava Montale. Ricordate:</p>
<p><em>Jaufrè passa le notti incapsulato<br />
in una botte. Alla primalba s’alza<br />
un fischione e lo sbaglia. Poco dopo<br />
c’è troppa luce e lui si riaddormenta</em></p>
<p>Quando un incontro importante resta unico, ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio della scena prende un’aria poetica.<br />
Era l’estate del 1982. Credo luglio o agosto. Non avevo ancora diciannove anni. Ero seduto al bar della piccola stazione di San Donà di Piave (l’eterna provincia veneta!). Aspettavo un treno per Venezia, concentrato sulle <em>Poesie d’amore</em> di Nazim Hikmet, il poeta turco, amico di Majakavoskij. Leggevo un rubai (molto tempo dopo ho appreso che si trattava di una forma metrica tradizionale arabo-persiana), scritto da Hikmet nel 1933 a Istanbul, esattamente trent’anni prima di morire stroncato da un infarto sul pianerottolo del suo appartamento moscovita. Estate del 1963. L’estate in cui sono nato. Coincidenze. (La fame di coincidenze è il pane quotidiano della giovinezza). Ne ricordo una quartina:</p>
<p><em>Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa</em><br />
<span id="more-6250"></span><br />
Versi semplici, epici, antichi che cantano ciò che gli antichi poeti hanno sempre cantato: l’amore per la vita, l’inesorabilità della morte, l’amore, nonostante tutto, per la “vita immensa” dopo la nostra morte.<br />
All’improvviso sento risuonare una domanda.<br />
“Poeta?”. Un signore sulla cinquantina, dal volto un po’ sofferente e con un braccio ingessato, si avvicina al mio tavolino e, dopo un momento d’esitazione, si siede.<br />
“Chi io?”, faccio imbarazzato.<br />
“Beh, non vedo in giro nessun altro “giovane Nazim”? Le piacerebbe diventare come lui?”.<br />
“Non saprei. Qualcosa scrivo”, rispondo.<br />
“Sa, ha avuto una vita avventurosa e difficile, battaglie politiche, esilio, condanne, anni di carcere, grandi lontananze, pochi ritorni. Ma è rimasto giovane fino alla fine, in colloquio… Scusi, mi presento, sono Goffredo Parise, forse ha già letto qualche mio libro?”.<br />
“Purtroppo no”. Vorrei sprofondare un chilometro sottoterra. Mi salva il frastuono di un treno merci. Faccio però in tempo a notare nei suoi occhi un lampo di tristezza.<br />
“Forse lei è troppo giovane. Di che anno è?”.<br />
“1963. Proprio l’anno in cui Nazim Hikmet è morto: angina pectoris”.<br />
“Il 1963 è anche l’anno delle Furie”.<br />
“Quali furie?”, domando.<br />
“Il romanzo di Guido Piovene, un romanzo che ho amato molto e su cui ho anche scritto qualcosa. Era piuttosto un sogno. Ma Piovene oggi è dimenticato. Un vicentino come me, ma non proprio uno scrittore italiano… Non lo conosce, vero?”<br />
“Purtroppo no”. Questa volta arrossisco.<br />
Il mio Trieste-Venezia era probabilmente già passato. La persona che doveva venire a prendere Parise e accompagnarlo in auto alla sua nuova casa di Ponte di Piave tardava. Il dialogo durò non so quanto tempo. E sempre con lo stesso schema: il grande “Jaufrè” esponeva il tema: la malizia vicentina (di cui era impregnata l’opera di Piovene), la vita e le case sul Piave, Roma, la fatica dei Sillabari, i premi letterari, lo “Strega” che aveva appena vinto, il “Viareggio” del 1963 che per ragioni politiche Piovene non aveva vinto, la “poesia che va e viene”, la “pigrizia” produttiva dell’artista, le difficoltà del nuovo romanzo, ripreso dopo tanto tempo, “Il faut avoir une idée, mais une idée vague”, come ha detto Picasso, l’ultimo viaggio in Giappone, Kawabata (“Legga assolutamente Kawabata. Ma fra vent’anni”), <em>La casa delle belle addormentate</em>, la giovinezza, la vecchiaia. E il “piccolo Nazim”, che nella sua “vita immensa” e immensa ignoranza, cercava qualche variazione al proprio rossore.<br />
Non c’era ostentazione nelle sue parole. E neppure l’ombra del maestro cerca-discepoli (“la poesia non ha eredi”). Lo scrittore era semplicemente “in colloquio”, cioè era rimasto giovane. “Incapsulato” nella botte di un corpo sofferente, precocemente invecchiato (avrei saputo solo molto tempo dopo delle sue operazioni al cuore, avvenute l’anno prima, dell’insufficienza renale, la dialisi), era in contatto permanente con la “vita immensa, che non vede, non parla, non pensa”, che è oltre la desolazione per la nostra morte, che è amore, nonostante la nostra morte. E se a, volte, il contatto veniva meno, se l’ex cacciatore per “troppa luce” si addormentava, il suo fiuto per la bellezza in ogni caso non lo tradiva: avrebbe sentito “l’odore del sangue” di un artista-fagiano a chilometri di distanza.<br />
Oggi, ad anni di distanza, se non conosco, in fondo, che un solo romanzo di Piovene, ciò si deve al fatto che sono rimasto fedele a quell’unico incontro con Parise, troppo intenso e irripetibile per permettermi di allontanarmi dalla solita fame di coincidenze.<br />
“Piovene, comunque, è uno scrittore importante, ma allo stesso tempo lo sento lontano”.<br />
“Lontano da cosa?”.<br />
“Dalla riserva di caccia dei miei temi”.<br />
“E’ stato se non sbaglio proprio Piovene che, in un’intervista a proposito delle <em>Furie</em>, ha detto: ‘Lo ritengo nettamente il mio migliore romanzo e quello che ha approfondito certi motivi che sono costanti fin dalla mia giovinezza; giacché anche questo vorrei aggiungere: l’uomo si accresce, si accresce per acquisizioni critiche, per indagine intellettuale, ma quello che sono i motivi fondamentali della poetica e anche della poesia di un artista sono sempre gli stessi…’”.<br />
“Sì, è vero, l’uomo s’accresce, s’accresce, ma per quanto il nostro colloquio sia indiretto, silenzioso, gli elementi arcaici della natura, i colli, l’odore dei corpi, le formazioni e le deformazioni della bellezza umana che per la prima volta ci sono venuti incontro, si ostinano a compiere giri concentrici sopra le nostre teste incappucciate. Come folaghe o fischioni che continuiamo a sbagliare per giorni fino a quando non ci addormentiamo…<br />
“Come uno dei temi costanti della poetica e della “poesia” di Piovene: quello della mente che costantemente mente a se stessa senza rendersi conto di mentire”.<br />
“In altre parole: il sentimento della malitia. La tradizione cristiana, i Padri della Chiesa, credo, lo definivano un ambiguo e incoercibile desiderio-repulsione (beh, forse non utilizzavano proprio queste parole…) nei confronti del bene in quanto tale.<br />
“Questo non fa di Piovene uno scrittore cattolico, né uno scrittore veramente religioso, se non di quell’“unica religione possibile” – come ha scritto Parise nella sua presentazione alle <em>Furie</em>: “quella della verità”.<br />
“Sì, l’ho letta. E’ stato cinque anni dopo la sua morte. Forse hai ragione. Ma ricordati che la religione della verità, nell’interpretazione di Parise, era ciò che per Piovene l’uomo moderno ha perduto, ciò in cui non riesce più a credere. E’ cenere di un fuoco che si è spento chissà quando e che ricopre i nostri volti decrepiti”.<br />
“’L’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri’. Queste sono ancora parole di Guido. Fin dai tempi della <em>Gazzetta nera</em>. Che ne pensi?”.<br />
“Non so. Mi chiedo: da dove viene il Male per uno scrittore che non crede in Dio? Dov’è il Male per chi non può cadere nel baratro agostiniano dove ‘nessuno ti confessa’?”.<br />
“Parise diceva che la risposta poteva forse trovarsi tra ‘il tortuoso, labirintico e solitario lavorìo del cervello’, proprio della ‘vicentinità’, intesa come ‘monomaniaca aspirazione al perfetto’ e il centroeuropa di Kafka, in quella zona ‘slavo-tedesca ed ebraica’ ribollente di letture talmudiche e cabalistiche”.<br />
“Detesto l’eterna provincia veneta. Detesto il marchio minoritario per gli scrittori di razza. E non ho mai letto Kafka seguendo interpretazioni talmudiche o cabalistiche. E nemmeno Svevo. L’elemento ebraico, se c’è, è storico: riguarda la situazione nell’epoca dell’assimilazione. E poi dov’è il senso della forma, lo humour in Piovene? Sei proprio sicuro che il suo essere ‘visionario di cose vere’, come il narratore dice di se stesso nelle <em>Furie</em>, coincida con la fusione di reale e inverosimile che per primo Kafka, nella storia del romanzo, è riuscito a realizzare? L’estraneità come chance erotica e la promiscuità spesso comica di Kafka, sei davvero in grado di ritrovarle nei romanzi di Piovene? E il riso di Zeno, che gioca con la propria coscienza, lo senti risuonare tra i colli veneti?”<br />
“<em>La confessione di Zeno</em> è una bouffonnerie”.<br />
“Appunto. Mentre la confessione è per Piovene la forma assoluta, per giungere ad una definizione della propria autenticità, della verità. Non sono sicuro che in essa non ci sia più traccia delle domande agostiniane. Magari attraverso il binocolo de l’esprit géométrique del “giustiziere settecentesco”, per dirla ancora con Parise”.<br />
“Il senso della corruzione dei corpi e dell’immaginazione che li rendi visibili, compensati e “giustiziati” dalla passione intellettuale che li dissolve”<br />
“Sì, ecco. Oppure la necessità dei “fatti”, unita all’impossibilità o difficoltà di accedere al “personaggio romanzesco”: chi sono Angela, Teresa, Antonio, la donna che si chiama “la pianta acquatica” se non rivelazioni di questa impossibilità o difficoltà?”<br />
“La malizia vicentina unita alla malitia, figlia di acedia di Agostino, entrambe figlie illegittime della passione clinica di sezionare con l’intelletto i corpi in eterna decomposizione delle “furie” private, storiche, mitiche”.<br />
“Forse. Ma c’è anche un’altra possibilità: che il Male di Piovene sia ancora quello di Baudelaire, che la sua malitia sia un’ulteriore metamorfosi de l’ennui, che la forma della confessione sia il campo di battaglia di una lotta mortale per trasformare la malitia in qualcosa di positivo. Qualcosa, comunque, che non ha niente a che vedere con lo snobismo”.<br />
“Ma con il decadentismo sì”.<br />
“Mah! La letteratura è tutta decadente! Da Flaubert in poi. Fino a Flaubert rappresentava un tutto: era uno dei rami della vita, della società, come la politica, la Borsa. Poi ha cominciato a perdere la sua supremazia. E da allora continua a vivere o a sopravvivere come Adamo ed Eva in fuga dall’Eden dopo il peccato originale: che per la letteratura è l’aver avuto fino ad un certo momento un carattere universale, poi definitivamente perduto”.<br />
“Parise diceva che Piovene con quelli della sua generazione (Comisso, Gadda) apparteneva alla “last generation”, perché, se ho capito bene, aveva avuto il tempo di assaporare ancora, sia pure in mezzo alle distruzioni e alle guerre, il frutto proibito di quell’universalità”.<br />
“Forse è così. Forse le Furie sono anche la confessione tragica, non rassegnata e violenta, di un definitivo distacco. Un addio al paradiso perduto dell’aspirazione romanzesca di rivelare la totalità del mondo e dell’uomo che coincide con un addio all’inferno delle ombre private, e non solo private, del suo passato. Un duplice sopralluogo ”.<br />
“Sarà… Ma tutto questo parlare di ultime generazioni, inferno e paradisi perduti mi ha messo un po’ di nostalgia. La verità è che sono stanco. Ho sonno. Certo che, incapsulati per l’eternità dentro queste botti, si sta scomodi. Manca l’aria”.<br />
“In compenso il tempo per sparare a folaghe e fischioni è illimitato…”<br />
“Senti Jaufré&#8230;”<br />
“Dimmi Nazim…”<br />
“Ti ricordi Kawabata? <em>La casa delle belle addormentate</em>?<br />
“Sì, certo”.<br />
“Alla fine l’ho letto. E’ stato nell’estate del 1963. Ero a Berlino, quattro giorni prima di partire per Mosca. Da mesi non avevo notizie di mia moglie né di mio figlio. Mi sentivo stanco come ora. Non riuscivo ad alzarmi dal letto. Eguchi, il protagonista, mi ha tenuto sveglio, in vita un’intera notte. La disperazione per la vecchiaia mi è sembrata improvvisamente una cosa remota. E così la mancanza di mia moglie, e di tutte le donne che ho amato. E ho anche pensato che forse solo nel sonno siamo davvero in colloquio con “la vita immensa”, “la vita immensa”, dopo la nostra morte.<br />
“E hai scritto una poesia?”<br />
“No, mi sono ricordato di un rubai che avevo scritto trent’anni prima, ad Istanbul. Vuoi ascoltarne una quartina?”<br />
“Abbiamo tutto il tempo”.<br />
<em>“Finito, dirà un giorno madre Natura<br />
finito di ridere e piangere<br />
e sarà ancora la vita immensa<br />
che non vede non parla non pensa”</em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Amare contro</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/10/16/amare-contro/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Oct 2007 22:06:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[joyce lossu]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[nazim hikmet]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tina Nastasi Ci sono pidocchi attorno a me, e muri. Ci sono ginocchia che si incriccano a ogni piè sospinto e occhi pesti e ricuciti per le cadute. Ci sono schiavitù e vecchiaia sotto il mio cielo: maledetto istinto alla sopravvivenza! Che posso fare? E&#8217; così. E’ la legge delle cose qui sulla Terra. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tina Nastasi</strong></p>
<p><a rel="attachment wp-att-4624" href="https://www.nazioneindiana.com/2007/10/16/amare-contro/joyce-lussu/" title="Joyce Lussu"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/10/joycelussu.thumbnail.jpg" alt="Joyce Lussu" /></a></p>
<p>Ci sono pidocchi attorno a me, e muri. Ci sono ginocchia che si incriccano a ogni piè sospinto e occhi pesti e ricuciti per le cadute. Ci sono schiavitù e vecchiaia sotto il mio cielo: maledetto istinto alla sopravvivenza!</p>
<p>Che posso fare? E&#8217; così. E’ la legge delle cose qui sulla Terra.</p>
<p>E però &#8211; ché c&#8217;è sempre un però da qualche parte -, se davvero potessi dire a cuore aperto quello che penso, allora dovrei dire, necessariamente, che questa legge mi fa uscir di senno dalla rabbia.</p>
<p>Tuttavia &#8211; ché c&#8217;è sempre un briciolo di strada già percorso &#8211; mi avvio ad avere un&#8217;incerta età, mi accorgo che questa legge vale per questa cosa che sono io e vale per le cose che mi accadono.</p>
<p>E la legge dice: c&#8217;è un inizio e c&#8217;è una fine; c&#8217;è un tempo per tutte le cose.</p>
<p>Ma allora &#8211; ché c&#8217;è sempre una mano tesa contro da qualche parte &#8211; anche per me cosa c&#8217;è un tempo. Forse anche tre. Stiamo a vedere.</p>
<p>Ancorché la rabbia resti. E si accovaccia tra le mie mani. E l&#8217;urlo in gola diviene sordo: pesa dall&#8217;alto sul mio torace, polmoni e cuore si fanno piccoli piccoli.</p>
<p>Che posso fare contro il dolore?</p>
<p>Le mie mani si sciolgono da culla della rabbia e si chiudono in un pugno a sostenere il cuore. E il respiro prende e va, liberamente.<span id="more-4623"></span></p>
<p>Adesso l&#8217;urlo è di nuovo a portata di mano: la pura energia del dolore sordo. E io l&#8217;afferro e ci modello sopra una parola e poi un&#8217;altra, ancora una e una ancora.</p>
<p>E&#8217; così che il mio dolore trova la mia voce e si sprigiona: mi cibo di radici e le scaglio contro la legge delle cose qui sulla Terra.</p>
<p>Che altro potrei fare?</p>
<p>Vediamo.</p>
<p>Forse &#8211; ché c&#8217;è sempre un dubbio nascosto fra i cespugli &#8211; posso invitarvi a leggere una lettera. E magari mi scriverete che ve ne pare. Un modo come un altro per perdere questo tempo che ci è dato per nulla. Se vi piace.</p>
<p>Lettera di Nâzım Hikmet a Joyce Lussu:</p>
<p>Cara Joyce,</p>
<p>Mi domandi perché scrivo delle poesie?</p>
<p>Sarebbe più giusto porre la domanda in un altro modo: Perché e come ho cominciato a scrivere delle poesie.</p>
<p>Cerco di ricordare.</p>
<p>Avevo tredici anni. Abitavamo a Istanbul: Mio nonno era poeta, ma ancora oggi non capisco le sue poesie. Il suo linguaggio: scriveva in un turco che si chiama ottomano, ossia formato per il 75 per cento da parole arabe e persiane; anche le regole grammaticali erano arabe e persiane. Le poesie di mio nonno erano dogmatiche, didattiche, religiose. Non le capivo ma ero il nipote di un nonno poeta.</p>
<p>Mia madre era innamorata di Baudelaire e di Lamartine, e li leggeva in francese, perché in quei tempi le traduzioni in turco erano in ottomano, e molto rare. Mia madre conosceva benissimo il francese, ma l&#8217;ottomano lo sapeva meno ancora di me.</p>
<p>Mio nonno, Nâzım Paşa, era poeta e apparteneva alla setta dei Mevlevé, dervisci vagabondi che derivavano il loro nome dal poeta Mevlana. Mia madre adorava Lamartine e Baudelaire, e la poesia, a casa nostra, era sugli altari.</p>
<p>Scoppiò un incendio di fronte alla nostra casa. Era la prima volta che vedevo un incendio. Ne fui stupito ed ebbi paura. Mio nonno, affinché l&#8217;incendio non arrivasse a casa nostra, si mise in piedi davanti alla finestra, brandendo il Corano aperto. L&#8217;incendio si spense, ma non per la forza del Corano, e nemmeno per quella dei pompieri; si spense da solo, dopo aver incenerito la casa che bruciava di fronte a noi. E io, due ore dopo, scrissi la mia prima poesia: <em>L&#8217;incendio</em>. Il ritmo della mia poesia imitava quello della metrica chiusa arabo-persiana che si chiama “aruz&#8221;: mi è restato nelle orecchie sentendo recitare mio nonno. L&#8217; &#8220;aruz&#8221; comporta delle cesure obbligate, che però non sono né sillabiche né toniche; non sapevo allora che vi fossero altri ritmi, o che esistessero i versi liberi. Anche il mio linguaggio era un&#8217;imitazione dell&#8217;ottomano.</p>
<p>Ecco i primi versi</p>
<p><em>Brucia brucia con terribile fracasso</em></p>
<p><em>quel nemico dell&#8217;umanità</em></p>
<p><em>che stringe fra le braccia</em></p>
<p><em>le case le madri gli orfani&#8230;</em></p>
<p>E&#8217; tutto quello che ricordo: sembra quasi che abbia presentito la guerra atomica. E riscrivendo queste righe, mi accorgo tutt&#8217;a un tratto che ero influenzato, più che dalla poesia di mio nonno, da quella di Tefik Fikret. Perché? Non lo so. Forse perché mio padre, che di letteratura non capiva nulla, leggeva qualche volta Tefik Fikret, il nostro primo grande poeta umanista, forse anche un po&#8217; socialista utopista: il nostro primo poeta che scrisse versi contro la guerra e contro la religione. Ma scriveva anche lui in ottomano, per quanto un po&#8217; modernizzato.</p>
<p>La mia seconda poesia la scrissi, mi pare, a quattordici anni. C&#8217;era la Prima guerra mondiale. Mio zio era caduto ai Dardanelli. Ero molto patriota e scrissi un poema sulla guerra. E&#8217; strano. Ricordo benissimo di aver scritto quella poesia, ma non mi viene in mente un solo verso: Ricordo anche che non era scritta in ottomano, bensì in un turco purificato in parte dalle parole arabe e persiane ma ancora molto impacciato; e che scrivevo sotto l&#8217;influsso del poeta Mehmet Emin, il primo che abbia scritto in turco e con metriche tradizionali turche, sillabiche. Mehmet Emin era considerato il poeta del nazionalismo turco.</p>
<p>A sedici anni, credo, scrissi la mia terza poesia. In quell&#8217;epoca un altro grande poeta turco dominava la nostra letteratura. Aveva inventato una lingua poetica tutta nuova e si chiamava Yaya Kemal. Penso che fosse innamorato di mia madre: a casa leggevamo le sue poesie e all&#8217;accademia navale era il mio professore di storia. La poesia aveva per argomento il gatto di mia sorella. Perché? Ora che ci penso, credo che sentissi il bisogno di approfondire le questioni di forma, e per questo avevo scelto un tema neutro, astratto. Feci vedere la poesia aYaya Kemal, e lui volle vedere il gatto. Era un gattino rognoso, di colore incerto. Il grande poeta mi disse: &#8220;Se puoi fare poesia su quella sudicia bestiola, puoi diventare un grande poeta&#8221;.</p>
<p>Adesso capisco che si trattava di tutto un modo di concepire la poesia. C&#8217;era una differenza così grande tra la realtà e quello che avevo scritto:</p>
<p><em>Aveva gli occhi verdi come le onde del mare</em></p>
<p><em>con i suoi peli bianchi sembrava una palla di neve&#8230;</em></p>
<p>Pubblicai la prima poesia a 17 anni. Era stata corretta largamente da Yaya Kemal. Suonava così:</p>
<p><em>Ho sentito un lamento sotto i cipressi</em></p>
<p><em>mi son chiesto, c&#8217;è qualcuno che piange qui?</em></p>
<p><em>o è il vento che si ricorda di un amore passato</em></p>
<p><em>in quel luogo solitario?</em></p>
<p><em>Un tempo pensavo che i morti ridessero</em></p>
<p><em>quando le nere cortine cadon sugli occhi</em></p>
<p><em>ma ora mi chiedo se i morti che amaron la vita</em></p>
<p><em>piangono ancora sotto i cipressi.</em></p>
<p>Nel linguaggio e nella metrica era, almeno formalmente, una poesia che esprimeva le nuove tendenze.</p>
<p>Poi mi sono innamorato follemente di varie ragazze e ho scritto per loro dei versi; poi le questioni che riguardano la coscienza, l&#8217;onore, l&#8217;eternità mi hanno interessato e ho scritto su queste cose. Poi gli Alleati occuparono Istanbul, e io scrissi delle poesie contro l&#8217;Intesa inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia.</p>
<p>A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. Lottava con i suoi cavalli magri, con le sue armi preistoriche, in mezzo alla sua fame e alle sue cimici, contro l&#8217;esercito greco sostenuto dagli inglesi e dai francesi. Ero tutto stupito, ebbi paura, lo amai, lo adorai, compresi che bisognava scrivere tutto ciò in un altro modo. Ma non ne fui capace. Per trovare il modo giusto era necessario, a quanto pare, che passassi nell&#8217;Unione Sovietica.</p>
<p>Era la fine del 1921. Fui mille volte più stupito, e sentii un amore e un&#8217;ammirazione cento volte più forti, perché avevo scoperto, in quel 1921-1922, una carestia cento volte più terribile, e delle cimici cento volte più feroci, e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente, e una immensa speranza, un&#8217;immensa gioia di vivere, di creare.</p>
<p>Ho scoperto tutta un&#8217;altra umanità.</p>
<p>E cominciai a scrivere in un altro modo.</p>
<p>E da allora, non posso non scrivere delle poesie.</p>
<p>Nâzım Hikmet</p>
<p>Stoccolma, 20 dicembre 1961</p>
<p>da Nâzım Hikmet, <em>Poesie d’amore</em>, trad. di Joyce Lussu, fotografie di Robert Doisneau, Mondatori, Milano 2006, pp. 273-277.</p>
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		<title>Nazim e John, II</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/09/29/nazim-e-john-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Sep 2007 08:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[john berger]]></category>
		<category><![CDATA[juan munoz]]></category>
		<category><![CDATA[nazim hikmet]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[[seconda parte di questo a. s.] di Tina Nastasi   (installazione di Juan Muñoz, figura in ascolto, 1991) Un postino tra due uomini che non ci sono più La storia continua attraverso prigioni e speranze strette tra i denti. Quest’estate ho voluto visitare la Risiera di San Sabba, a Trieste. Malgrado l’obiettivo fotografico, ho dovuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[seconda parte di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/09/24/nazim-e-john-i/#more-4486">questo</a> a. s.]</em></p>
<p><strong>di Tina Nastasi </strong></p>
<p align="left"><a title="figura in ascolto" rel="attachment wp-att-4523" href="https://www.nazioneindiana.com/2007/09/29/nazim-e-john-2/figura-in-ascolto/"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/09/listening_figure_1991.jpg" alt="figura in ascolto" /></a></p>
<p align="center"> </p>
<p align="left">(installazione di Juan Muñoz, <em>figura in ascolto</em>, 1991)</p>
<p align="center"><strong>Un postino tra due uomini che non ci sono più </strong></p>
<p>La storia continua attraverso prigioni e speranze strette tra i denti.</p>
<p>Quest’estate ho voluto visitare la Risiera di San Sabba, a Trieste. Malgrado l’obiettivo fotografico, ho dovuto diventare pietra davanti a una piccola teca murata. Custodiva un paio di occhialetti rotondi e un portacipria d’argento: né lenti, né specchi per i subumani. In quel mausoleo dello sterminio (ma che c’entra poi: lì si custodiva il riso!), “fatto di mattoni e silenzio”, né finestre né spifferi, benevoli e messaggeri di qualche mutamento.</p>
<p>Eppure &#8230; eppure, anche di quel presente inesorabilmente votato alla morte, qualche segno silente è rimasto sui muri, primitivo nel tratto permesso da un raro strumento di fortuna, ma degno di un essere umano che morde e stringe la speranza tra i denti e oltrepassa “i limiti della propria reclusione”. Perché? Forse per “sopravvivere alla notte” e “immaginare un nuovo giorno”.</p>
<p>“Una persona con la speranza tra i denti &#8211; dice John &#8211; è un fratello o una sorella che incute rispetto”. E scrive a Nazim come si scrive a un fratello. E scrive a Nazim di Juan Muñoz, un altro fratello incontrato per la strada.</p>
<p>Leggo su Wikipedia cosa si dice di Juan. Era uno che nel corso di un programma radiofonico inedito (Third Ear, 1992) sosteneva che esistono due cose impossibili da rappresentare, il presente e la morte: si può giungere ad esse solo per assenza.</p>
<p>Juan era il secondo di sette fratelli ed era un artista, profondamente. Si dice che abbia prodotto opere di carattere narrativo rompendo con i canoni della scultura tradizionale. Si dice che le sue installazioni spesso invitino lo spettatore a entrare in gioco con esse, e, dimenticando di sentirsi muto testimone, a farne parte con leggerezza.</p>
<p>Nel 1997 Juan e John realizzano una <em>pièce</em> teatrale il cui titolo suona così: <em>Will it be a Likeness?</em> Dura solo 45 minuti.</p>
<p>Juan è morto. Per John anche il giorno può sembrare una lunga notte. E bisogna attraversarla per sopravvivere. E quella notte somiglia, terribilmente somiglia, a una prigione. E allora la poesia e la memoria sono le uniche amiche: allargano le braccia della nostra mente e la portano lontana, altrove.</p>
<p>John scrive a Nazim di Juan: “solo un postino tra due uomini che non ci sono più”.</p>
<p>Ecco il seguito, sempre da (1).</p>
<p><em>Giovedì sera</em>.</p>
<p>Dieci anni fa mi trovavo a Istanbul, nei pressi della stazioni di Haydar Pascià, davanti a un edificio in cui la polizia interrogava le persone sospette. I prigionieri politici li tenevano all’ultimo piano, dove a volte li interrogavano per settimane. Nel 1938 toccò a Hikmet.</p>
<p><span id="more-4520"></span></p>
<p>L’edificio, che non era stato progettato per essere un carcere ma un’enorme fortezza amministrativa, sembrava indistruttibile ed era fatto di mattoni e silenzio. Le prigioni vere hanno un’aria sinistra e spesso trasmettono una sensazione di inquietudine e provvisorietà. Per esempio il carcere di Bursa, dove Hikmet rimase dieci anni, era soprannominato “l’aeroplano di pietra”, per via della sua pianta irregolare. La maestosa fortezza che stavo osservando, vicino alla stazione di Istanbul, aveva invece tutta la sicurezza e la calma di un monumento al silenzio.</p>
<p>Chiunque sia rinchiuso qui dentro e qualunque cosa accada tra queste mura &#8211; annunciava il palazzo in toni misurati &#8211; sarà dimenticato, cancellato dai registi, sepolto nella spaccatura tra Europa e Asia.</p>
<p>È stato allora che ho capito qualcosa della strategia unica e inevitabile della poesia di Nazim Hikmet: doveva superare di continuo i limiti della propria reclusione! I prigionieri hanno sempre sognato la Grande Fuga, la poesia di Hikmet no. La poesia, prima di cominciare, collocava la prigione come come un puntino sulla mappa del mondo.</p>
<p>Il mare più bello</p>
<p>non è stato ancora traversato.</p>
<p>Il bambino più bello</p>
<p>non è ancora cresciuto.</p>
<p>I nostri giorni più belli</p>
<p>non li abbiamo ancora vissuti.</p>
<p>E le parole più belle che volevo dirti</p>
<p>non le ho ancora dette.</p>
<p>Ci hanno presi prigionieri,</p>
<p>ci hanno rinchiusi:</p>
<p>io fra quattro mura,</p>
<p>tu fuori.</p>
<p>Ma non fa nulla.</p>
<p>Il peggio</p>
<p>è quando &#8211; consapevoli o ignari &#8211;</p>
<p>portiamo la prigione dentro di noi &#8230;</p>
<p>In troppi sono stati costretti a farlo,</p>
<p>brava gente, laboriosa, onesta,</p>
<p>che meritava di essere amata come io amo te. (2)</p>
<p>La sua poesia, come un compasso, tracciava dei cerchi, a volte intimi, a volte ampi e globali: solo la sua punta affilata era conficcata nella cella della prigione.</p>
<p><em>Venerdì mattina.</em><br />
Una volta ho aspettato Juan Muñoz in un albergo di Madrid. era in ritardo perché quando la notte lavorava molto perdeva la nozione del tempo. Quando finalmente è arrivato, gli ho detto scherzando che era come un meccanico sdraiato sotto una macchina: vedeva solo il lavoro e nient’altro. Qualche tempo dopo mi ha mandato un fax divertente che voglio leggerti, Nazim. Non so bene perché lo faccio. Forse il perché non è affar mio. Sono solo un postino tra due uomini che non ci sono più.</p>
<p>“Vorrei presentarmi: sono un meccanico spagnolo (solo d’auto, non di motociclette), che passa quasi tutto il suo tempo disteso sulla schiena ad armeggiare con i motori! Ma &#8211; e questo è l’importante &#8211; di tanto in tanto faccio un lavoro artistico. Non che io sia un’artista. No. Ma mi piacerebbe smetterla con questa assurdità di strisciare dentro e sotto macchine unte di grasso, e diventare il Keith Richard del mondo dell’arte. O, se questo non è possibile, vorrei lavorare come i preti, mezz’ora al giorno, vino compreso.</p>
<p>Ti scrivo perché due amici (uno a Oporto e l’altro a Rotterdam) ci vogliono invitare tutti e due nel seminterrato del Boyman’s Car museum e in altre cantine (spero più alcoliche) nella città vecchia di Oporto.</p>
<p>Hanno anche detto qualcosa che non ho ben capito a proposito di paesaggio. Paesaggio! Mi sembra che c’entrassero un viaggio in macchina e il guardarsi attorno, o il guardarsi attorno andandocene in macchina &#8230;</p>
<p>Spiacente signore, ma è appena arrivato un cliente. Perbacco! Una Triumph Spitfire!”.</p>
<p>Sento la risata di Juan, che riecheggia nello studio dove è solo con le sue figure silenziose.</p>
<p><em>Venerdì sera</em>.</p>
<p>A volte ho l’impressione che molte delle più grandi poesie del Novecento &#8211; scritte da donne non meno che da uomini &#8211; siano le più fraterne della storia. E questo non ha nulla a che vedere con gli slogan politici. Vale per Rilke che era apolitico, per Borges che era un reazionario, e per Hikmet, che fu comunista per tutta la vita. Il nostro è stato un secolo di massacri mai visti, eppure il futuro che immaginava (e per cui a volte ha combattuto) prometteva la fratellanza. Pochi secoli in passato hanno avuto una prospettiva simile.</p>
<p>Questi uomini, Dino,</p>
<p>che hanno in mano brandelli di luce,</p>
<p>dove stanno andando</p>
<p>nelle tenebre, Dino?</p>
<p>Anche tu, anch’io, Dino,</p>
<p>siamo tra loro.</p>
<p>Anche noi, Dino,</p>
<p>abbiamo intravisto il cielo azzurro. (3)</p>
<p><em>Sabato</em>.</p>
<p>Forse, Nazim, non ti vedo neanche adesso. Eppure, giurerei che sei qui. Seduto di fronte a me, dall’altra parte del tavolo, sulla veranda. Hai mai notato come spesso la forma di una testa suggerisca il tipo di pensieri che di solito la attraversano? Ci sono teste che indicano implacabilmente la velocità del calcolo, altre che si ostinano a seguire vecchie idee. Di questi tempi molte tradiscono l’incomprensione di fronte a una perdita continua. La tua testa, la sua dimensione e i tuoi stretti occhi azzurri mi fanno pensare che al suo interno ci siano molti mondi con cieli diversi, uno dentro l’altro: è una testa rassicurante, calma, ma abituata al sovraffollamento.</p>
<p>Vorrei chiederti cosa pensi dei tempi in cui viviamo. Gran parte di ciò che credevi stesse avvenendo nella storia, o che dovesse avvenire, si è rivelato un’illusione. Il socialismo come lo immaginavi tu non lo costruiscono da nessuna parte. Il capitalismo delle multinazionali avanza imperterrito, nonostante le contestazioni sempre più accese e la distruzione delle torri del World Trade Center. Questo mondo sovrappopolato diventa ogni anno più povero. Dov’è, oggi, il cielo azzurro che hai visto con Dino?</p>
<p>Sì, risponderai, quelle speranze sono andate in fumo, ma cambia forse qualcosa? La giustizia continua a essere una preghiera di una sola parola, come adesso canta Ziggy Marley. La storia non è altro che un insieme di speranze alimentate, perse, rinnovate. E con le nuove speranze nascono teorie nuove. Ma per chi è vittima della sovrappopolazione, per chi ha poco o nulla, se non qualche volta il coraggio e l’amore, la speranza agisce in modo diverso. La speranza diventa qualcosa da mordere, da mettere tra i denti. Non dimenticarlo, Sii realista. Con la speranza tra i denti, si ha la forza di tirare avanti anche quando la fatica non dà tregua, si ha la forza, se necessario, di trattenersi dal gridare al momento sbagliato, la forza soprattutto di non urlare. Una persona con la speranza tra i denti è un fratello o una sorella che incute rispetto. Chi non ha speranza nel mondo reale è condannato alla solitudine. Il massimo che può offrire è la pietà. E poco importa che questa speranza tra i denti sia intatta o ridotta a brandelli, quando si tratta di sopravvivere alla notte e di immaginare un nuovo giorno. Hai un po&#8217; di caffé?</p>
<p>Vado a prepararlo.</p>
<p>Lascio la veranda. Quando torno dalla cucina con due tazze in mano &#8211; di caffé turco &#8211; te ne sei andato. Sul tavolo, molto vicino al punto in cui è appiccicato il nastro adesivo, c’è un libro, aperto alla pagina di una poesia che hai scritto nel 1962:</p>
<p>Se fossi platano, riposerei alla sua ombra</p>
<p>se fossi libro</p>
<p>leggerei, senza annoiarmi, nelle notti d’insonnia</p>
<p>matita non vorrei esserlo, neppure tra le mie stesse dita</p>
<p>se fossi porta</p>
<p>mi aprirei ai buoni e mi chiuderei ai malvagi</p>
<p>se fossi finestra, una finestra spalancata, senza tende</p>
<p>porterei la città nella mia stanza</p>
<p>se fossi parola</p>
<p>invocherei il bello, il giusto, il vero</p>
<p>se fossi parola</p>
<p>direi il mio amore in un sospiro. (4)</p>
<p>(<em>gennaio 2002</em>)</p>
<p>Note:</p>
<p>1 John Berger, <em>Abbi cara ogni cosa. Scritti politici 2001-2007, </em>traduzione e cura di Maria Nadotti, Fusi orari, I libri di Internazionale, 2007, pp. 28-35.</p>
<p>2. Nazim Hikmet, <em>9-10 pm. Poems</em>, traduzione inglese di Randy Blasing e Mutlu Konuk, Persea Books, Londra, 1994</p>
<p>3. Nazim Hikmet, <em>On a Painting by Abidine, Entitled “The Long March”</em>, traduzione inglese di John Berger</p>
<p>4. Nazim Hikmet, <em>Under the Rain</em>, traduzione inglese di Özen Ozüner e John Berger</p>
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		<title>Nazim e John, I</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/09/24/nazim-e-john-i/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Sep 2007 16:55:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[john berger]]></category>
		<category><![CDATA[nazim hikmet]]></category>
		<category><![CDATA[Tina Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[[ricevo e pubblico molto volentieri questo pezzo da T. N., a.s.] di Tina Nastasi Quando si racconta una storia … A lungo ho frequentato silente e pressoché invisibile il blog di Nazione Indiana. C’è un nome nel gergo della rete per indicare i “guardoni” come me, ma io non lo ricordo perché ritengo di essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[ricevo e pubblico molto volentieri questo pezzo da T. N., a.s.]</em></p>
<p><strong>di Tina Nastasi </strong></p>
<p><img loading="lazy" src="http://web.ncf.ca/ek867/hikmet.jpg" alt="" width="220" height="279" align="left" /></p>
<p align="center">Quando si racconta una storia …</p>
<p>A lungo ho frequentato silente e pressoché invisibile il blog di Nazione Indiana. C’è un nome nel gergo della rete per indicare i “guardoni” come me, ma io non lo ricordo perché ritengo di essere più una tartaruga che una guardona. Lentamente considero e mi muovo nello spazio delle parole. Raramente, ai giorni nostri, mi è stato dato di trovare una porzione di questo tipo di spazio dedicato all’inutilità e all’utopia: Nazione Indiana ne rappresenta, ai miei occhi, un chiaro e limpido esempio.</p>
<p>A lungo, ma con la clessidra del tempo infissa nelle tempie, mi sono chiesta cosa potevo offrire agli arguti lettori che siete tutti voi di Nazione Indiana. Come potevo diventare “noi” con voi? Difficile scegliere una lettura per un primo incontro con dei lettori difficili: le nostre passioni ci dividono.</p>
<p>Per noi contemporanei quel “noi” ha ancora ben poche virtù: più spesso che no, lo rendiamo monarchico a nostra insaputa e lo riempiamo di un “io” che non sa più librarsi nella leggerezza dell’aria (pensieri, idee, sogni e desideri, sentimenti e azioni) e che rimane ancorato, o, meglio, impigliato nelle cose di ogni giorno.</p>
<p>Provengo da una terra straniera e conosco il mare che si rivolge a sudovest. Quest’estate ho gettato uno sguardo verso nordest e ho incontrato le poesie di Nazim Hikmet, ho ascoltato le parole di John Berger.</p>
<p>Se pensiamo che la confusione in cui siamo costretti a vivere oggi, forse come ieri, origina dal far di se stessi ogni ora un partito, in qualche modo ho dato corpo a quel che diceva Vladimir Vladimirovič Majakovskij</p>
<p>«Non ti chiudere nelle tue stanze, partito, rimani vicino ai ragazzi di strada»</p>
<p>In qualche modo, Nazim Hikmet e John Berger sono dei ragazzi di strada, vicini ai ragazzi di strada.</p>
<p><span id="more-4486"></span></p>
<p>Nel 1925 Hikmet organizza a Istanbul il primo teatro operaio, seguendo gli insegnamenti (o capricci?) di quel teatrante russo, Vsevolod Emil’evič Mejerchol’d, che aveva aperto “nuove possibilità di lavorare con e per il pubblico” e che “aveva pagato con la vita queste nuove possibilità”. Le relazioni del poeta con il governo turco sono tutto fuorché diplomatiche: scritti nel suo destino sono la prigione e l’esilio in tutta l’Europa.</p>
<p>Negli anni Quaranta del Novecento Mejerchol’d è morto, il suo Teatro a Mosca è stato chiuso, Hikmet è in prigione e viene interrogato per settimane nell’alto rango di prigioniero politico.</p>
<p>Negli anni Quaranta, alla fine della sua adolescenza, Berger conosce Hikmet (a distanza, malgrado la prigionia, leggendone le poesie) e, superati i quarant’anni, sceglie la sua destinazione (che in fondo, se vi piace, è una pezzo del destino) : Quincy, una piccola comunità fra le Alpi francesi, un semplice villaggio di allevatori e contadini ancorato al passato, e da lì il suo sguardo sul mondo, teso in un continuo viaggiare nomade all’insegna della militanza letteraria.</p>
<p>Sono entrambi due straordinari narratori di storie: sfido a intuire, di verso in verso, di riga in riga, quale strada prenderà la storia. Vagabondi del pensiero e viaggiatori del tempo, solo cinque lustri li separano: una ben misera distanza.</p>
<p>Ascoltate le loro voci e buona lettura a tutti.</p>
<p>5. “Direi il mio amore in un sospiro” (1)</p>
<p><em>Venerdì</em>.</p>
<p>Nazim, ho perso un amico e vorrei piangerlo con te, che hai condiviso con noi tante speranze e tanti lutti.</p>
<p>Il telegramma è arrivato di notte,</p>
<p>soltanto tre sillabe:</p>
<p>“È morto”. (2)</p>
<p>Sono in lutto per il mio amico Juan Muñoz, un artista meraviglioso, scultore e autore di installazioni, morto ieri su una spiaggia spagnola, a quarantotto anni.</p>
<p>Vorrei parlarti di una cosa che mi lascia perplesso. Quando qualcuno muore di morte naturale, che è altra cosa dalla morte per persecuzione, assassinio o fame, la nostra prima reazione è di sconcerto, a meno che non si tratti di una persona che soffriva da molto tempo. Poi si prova un mostruoso senso di perdita, soprattutto se si tratta di una persona giovane.</p>
<p>Spunta l’alba</p>
<p>ma la mia stanza</p>
<p>è fatta di una lunga notte. (3)</p>
<p>Infine arriva il dolore, che si annuncia infinito. Eppure, insieme al dolore, giunge furtivo qualcos’altro, che somiglia a uno scherzo (Juan era un gran burlone) ma non lo è, qualcosa che provoca una sorta di allucinazione, un po’ come il gesto del prestigiatore con il fazzoletto alla fine di un numero, una specie di leggerezza in totale contrasto con ciò che si prova. Capisci cosa voglio dire? Questa leggerezza è un capriccio o un nuovo insegnamento?</p>
<p>Cinque minuti dopo averti rivolto questa domanda, ricevo un fax di mio figlio Yves, che ha appena scritto qualche riga in ricordo di Juan:</p>
<p>Apparivi sempre</p>
<p>con una risata</p>
<p>e un nuovo trucco.</p>
<p>Sparivi sempre</p>
<p>lasciando le tue mani</p>
<p>sulla nostra tavola.</p>
<p>Sparivi sempre</p>
<p>lasciando le tue carte</p>
<p>nelle nostre mani.</p>
<p>Ri-apparirai</p>
<p>con una nuova risata</p>
<p>che sarà un trucco.</p>
<p><em>Sabato</em>.</p>
<p>Non sono sicuro di aver mai incontrato Nazim Hikmet. Giurerei di sì, ma non riesco a trovarne le prove. Credo sia stato a Londra, nel 1954. Quattro anni dopo la sua scarcerazione, nove anni prima della sua morte. Parlava a un raduno politico in Red Lion Square, a Londra. Disse poche parole, poi si mise a leggere delle poesie. Alcune in inglese, altre in turco. Aveva una voce potente, calma, estremamente personale e molto musicale. Una voce che non sembrava uscirgli dalla gola, almeno non in quel momento. Pareva che avesse in petto una radio, che accendeva e spegneva con una delle sue mani grandi e leggermente tremanti. Non riesco a descriverlo bene, perché la sua presenza e la sua sincerità erano talmente evidenti. In uno dei suoi lunghi poemi Hikmet descrive sei persone che in Turchia, all’inizio degli anni Quaranta, ascoltano alla radio una sinfonia di Shostakovič. Tre di loro sono (come lui) in carcere. La trasmissione è in diretta: la sinfonia viene eseguita a Mosca, a migliaia di chilometri di distanza. Mentre lo ascoltavo in Red Lion Square, avevo l’impressione che anche le sue parole arrivassero dall’altro capo del mondo. Non perché fossero difficili da capire (non lo erano), e neppure confuse o stanche (erano temprate dalla resistenza), ma perché le declamava come se volesse trionfare sulle distanze e trascendere infinite separazioni.</p>
<p>Il <em>qui</em> di tutte le sue poesie è altrove.</p>
<p>A Praga passa una vettura</p>
<p>una carretta tirata da un solo cavallo</p>
<p>davanti al cimitero ebreo.</p>
<p>La carretta è carica di nostalgia d&#8217;un&#8217;altra città,</p>
<p>e il carrettiere sono io &#8230;. (4)</p>
<p>Perfino seduto sul podio, prima di alzarsi per prendere la parola, si intuiva che era un uomo insolitamente alto e robusto. Non per nulla lo chiamavano “l’albero dagli occhi blu”. Quando era in piedi sembrava leggerissimo, così leggero da rischiare di volar via.<br />
Forse non l’ho mai incontrato, perché mi sembra strano che a un raduno organizzato a Londra dal movimento internazionale per la pace Hikmet fosse ancorato al palco con delle funi per non farlo decollare. Eppure è proprio quello che ricordo. Appena le pronunciava, le sue parole salivano al cielo &#8211; era un raduno all’aperto &#8211; e il suo corpo sembrava volerle seguire, mentre volavano sempre più in alto, al di sopra della piazza, al di sopra delle scintille dei vecchi tram di Theobalds Road, soppressi tre o quattro anni prima.</p>
<p>Sei in un villaggio di montagna</p>
<p>in Anatolia</p>
<p>sei la mia città,</p>
<p>la più bella e la più infelice.</p>
<p>Sei un grido d&#8217;aiuto, sei il mio paese;<br />
i passi che corrono verso di te sono i miei. (5)</p>
<p><em>Lunedì mattina</em>.<br />
I poeti contemporanei che hanno contato di più nell’arco della mia lunga vita, li ho letti quasi tutti in traduzioni, raramente nella loro lingua originale. Credo che nessuno avrebbe potuto dire lo stesso prima del Novecento. Per secoli si è discusso se la poesia fosse traducibile o no, ma erano discussioni “da camera”. Nel corso del Novecento molte camere sono finite in macerie. I nuovi mezzi di comunicazione, la politica globale, gli imperialismi e i mercati mondiali hanno fatto incontrare in modo indiscriminato e assolutamente senza precedenti milioni di persone e ne hanno separate altrettante. Le aspettative della poesia sono cambiate: sempre di più la poesia migliore ha contato su lettori sempre più lontani.<br />
Le nostre poesie</p>
<p>come pietre miliari</p>
<p>devono segnare la strada. (6)<br />
Nel Novecento, molti versi di nuda poesia sono stati tesi tra continenti diversi, villaggi abbandonati e capitali lontane. Tutti voi, Hikmet, Brecht, Vallejo, Attila József, Adonis, Juan Gelman &#8230; lo sapete bene.</p>
<p><em>Lunedì pomeriggio</em>.</p>
<p>Fu alla fine della mia adolescenza che lessi per la prima volta alcune poesie di Nazim Hikmet. Erano uscite su un’oscura rivista letteraria internazionale, pubblicata a Londra sotto l’egida del Partito comunista britannico. Io ero un suo assiduo lettore. La linea del partito in materia di poesia faceva vomitare, ma spesso le poesie e i racconti pubblicati erano esaltanti.</p>
<p>All’epoca, a Mosca, Mejerchol’d era già stato giustiziato. Se penso a lui proprio ora è perché Hikmet lo ammirava e ne fu molto influenzato quando andò a Mosca per la prima volta all’inizio degli anni Venti.<br />
“Devo molto al teatro di Mejerchol’d. Nel 1925, tornato in Turchia, ho organizzato il primo teatro operaio in uno dei quartieri industriali di Istanbul. Lavorando in quel teatro come direttore e scrittore, ho capito che era stato Mejerchol’d ad aprirci nuove possibilità di lavorare con e per il pubblico”.</p>
<p>Dopo il 1937, Mejerchol’d aveva pagato con la vita queste nuove possibilità, ma a Londra i lettori della rivista non lo sapevano ancora.</p>
<p>Quel che mi colpì nelle poesie di Nazim Hikmet, a quella prima lettura, fu il loro spazio: ne contenevano più di tutta la poesia che avevo letto fino ad allora. Non lo descrivevano, lo attraversavano, scavalcavano le montagne. Parlavano anche di azione. Parlavano di dubbi, solitudine, lutto, tristezza, ma i sentimenti seguivano l’azione invece di prendere il suo posto. Spazio e azione vanno di pari passo. La loro antitesi è la prigione ed è nelle carceri turche che Hikmet, da prigioniero politico, ha scritto metà delle sue opere.<br />
<em>Mercoledì</em>.<br />
Nazim, voglio descriverti il tavolo su cui sto scrivendo. È un tavolo da giardino bianco, di metallo, di quelli che si vedono davanti agli <em>yali</em> sul Bosforo. Si trova nella veranda coperta di una casetta alla periferia sudest di Parigi. La casa è stata costruita nel 1938, come tante altre fabbricate nella stessa zona in quegli anni e destinate ad artigiani, commercianti e operai qualificati. Nel 1938 tu eri in prigione. Un orologio era appeso a un chiodo sopra il tuo letto. Nella sezione sopra la tua, tre criminali in catene aspettavano la loro condanna a morte.</p>
<p>Su questo tavolo ci sono sempre troppe carte. Ogni mattina, per prima cosa, sorseggiando il caffé, tento di rimetterle in ordine. Alla mia destra c’è una pianta in un vaso: sono sicuro che ti piacerebbe. Ha delle foglie molto scure. La parte inferiore ha il colore delle susine selvatiche, sulla parte superiore la luce le ha &#8220;macchiate&#8221; di un colore più cupo. Le foglie sono raggruppate a tre a tre, come se fossero farfalle notturne &#8211; la grandezza è identica &#8211; che succhiano il nettare dallo stesso fiore. La pianta ha dei fiori molto piccoli, rosa e innocenti come la voce dei bambini delle elementari che imparano una canzone. È una specie di trifoglio gigante. Viene dalla Polonia, dove la chiamano <em>koniczyna</em>. Me l’ha regalata la madre di un amico, che l’ha coltivata nel suo giardino vicino alla frontiera con l’Ucraina.</p>
<p>Quella donna ha due occhi di un azzurro straordinario e non può fare a meno di toccare le sue piante quando attraversa il giardino o si muove per la casa, come certe nonne che non riescono a trattenersi dall’accarezzare la testa dei nipotini.</p>
<p>Mia amata, mia rosa</p>
<p>il mio viaggio nella pianura polacca è iniziato:</p>
<p>sono un bambino felice e sbalordito</p>
<p>un bambino</p>
<p>che guarda il suo primo libro con le figure</p>
<p>di uomini</p>
<p>animali</p>
<p>oggetti, piante. (7)</p>
<p>Quando si racconta una storia, tutto dipende da cosa tiene dietro a cosa. L’ordine più autentico è di rado ovvio. Si scopre a forza di tentativi. Spesso facendo e disfacendo. Ecco perché sul tavolo ci sono anche un paio di forbici e un rotolo di nastro adesivo. Non ho uno di quegli aggeggi che servono a tagliare facilmente i pezzi di scotch. devo usare le forbici. Il difficile è trovare la fine del nastro per srotolarlo. La cerco impaziente con le unghie e m’innervosisco. Così, quando la trovo, la appiccico al bordo del tavolo, lascio che il nastro si srotoli fino al pavimento, e lo abbandono lì a penzolare.</p>
<p>A volte esco dalla veranda e mi sposto nella stanza accanto, dove chiacchiero, mangio o leggo il giornale. Qualche giorno fa ero seduto in questa stanza quando qualcosa, muovendosi, ha attirato il mio sguardo. Una minuscola cascata d’acqua luccicante scendeva, ondeggiando, verso il pavimento della veranda vicino alle gambe della mia sedia vuota davanti al tavolo. I torrenti alpini cominciano così.</p>
<p>A volte un rotolo di scotch agitato da uno spiffero della finestra può muovere le montagne.<br />
Note</p>
<p>1 John Berger, <em>Abbi cara ogni cosa. Scritti politici 2001-2007, </em>traduzione e cura di Maria Nadotti, Fusi orari, I libri di Internazionale, 2007, pp. 28-35</p>
<p>2 Nazim Hikmet, <em>The Moscow Symphony</em>, traduzione inglese di Taner Baybars, Rapp and Whiting Ltd, Londra, 1970</p>
<p>3 Ibid.</p>
<p>4 Nazim Hikmet, <em>Ore di Praga</em>, in <em>Poesie</em>, traduzione di Joyce Lussu e Velso Mucci, Newton Compton Editori, Roma, 1972, p. 71</p>
<p>5 Nazim Hikmet, <em>You</em>, traduzione inglese di Randy Blasing e Mutlu Konuk, Persea Books, Londra, 1994</p>
<p>6 Traduzione inglese di John Berger</p>
<p>7 Nazim Hikmet, <em>Letters from Poland</em>, traduzione inglese di John Berger</p>
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