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	<title>Nenad Veličković &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Balk Clubbing</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 10:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Nenad Veličković]]></category>
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					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendic (note di lettura sul libro, Sahib di Nanid Veličković) “Saragevo”, cosi in modo sbagliato, pronunciavano il nome della città quelli che per primi si sono recati a Sarajevo, all’inizio della guerra: i giornalisti e i membri delle varie organizzazioni internazionali. Molti, ancora prima che venissero là, o giù (perché per definizione quelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/clubmed-copy.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/clubmed-copy-242x300.jpg" alt="clubmed copy" title="clubmed copy" width="242" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-26464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/clubmed-copy-242x300.jpg 242w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/clubmed-copy.jpg 399w" sizes="(max-width: 242px) 100vw, 242px" /></a><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong><br />
(note di lettura sul libro, Sahib di <a href="http://www.edizionicontroluce.it/component/virtuemart/?page=shop.product_details&#038;flypage=flypage_new.tpl&#038;product_id=35&#038;category_id=1">Nanid Veličković</a>)</p>
<p><em>“Saragevo</em>”, cosi in modo sbagliato, pronunciavano il nome della città quelli che per primi si sono recati a Sarajevo, all’inizio della guerra: i giornalisti e i membri delle varie organizzazioni internazionali. Molti, ancora prima che venissero là, o giù (perché per definizione quelli che sono diversi dal mondo civile sono sempre giù) si prendevano per “gli esperti” della nostra storia, dei nostri costumi e della situazione politica in Bosnia ed Erzegovina.<br />
Viaggiavano per il mondo in comitiva, in giro per guerre e  conflitti come quei vacanzieri che frequentano i villaggi turistici sapendo che in qualsiasi posto del mondo essi vadano, troveranno sempre le medesime condizioni, un identico contenuto, mentre oltre il recinto ci saranno i <em>locali</em>, anch&#8217; essi identici, dappertutto. Da un momento all’altro anche noi bosniaci siamo diventati “locali”, “indigeni” e assai presto ci siamo accorti che l&#8217;erronea pronuncia del nome della città era la cosa meno grave che potesse accaderci.<br />
<span id="more-26460"></span><br />
Quello che non sopportavamo erano i pregiudizi e gli stereotipi con cui <em>loro </em> venivano giù da noi  e che ci rinviavano puntualmente ogni volta: i giornalisti a mezzo stampa, e i politici e i diplomatici nei loro &#8220;reports&#8221; internazionali. Il nome Bosnia come una lunga, incurabile malattia, ce lo trascinavamo dietro all&#8217;epoca dei fatti e  ancora oggi, a quindici anni dalla fine della guerra, sembra non volerci abbandonare.<br />
“<em>Il vero cavaliere è colui che combatte per una causa già persa”</em>, frase  pronunciata uno dei personaggi del libro “Sahib”,  esprime, credo in modo appropriato come si senta la maggior parte dei bosniaci oggi: stanno combattendo una battaglia persa in anticipo.<br />
L’incomprensione, tra i bosniaci e i membri dell’eterogeneo gruppo che rappresentano <em>la comunità internazionale</em>, è  la principale protagonista del libro “Sahib”. Tramite i due personaggi chiave, lo scrittore Nenad Velickovic, descrive la tragica e insieme comica condizione della Bosnia attuale. </p>
<p><em>“Qui chiamano la mentalità, quello che è per noi un disturbo mentale”,</em>chiosa un giovane inglese Sahib, giunto in Bosnia per una missione umanitaria. Sahib è il nomignolo che gli ha affibbiato il suo autista bosniaco che invece si chiama Sakib  nome musulmano abbastanza comune a Sarajevo.<br />
Ed è proprio a partire dai  nomi dei protagonisti che l’autore comincia a costruire una storia pregna  di contraddizioni, dove fa da sfondo la presunta superiorità occidentale da una parte e un paese conservatore e retrogrado dall&#8217;altra.  “Sahib”, ovvero “ padrone”, era il nome che in segno di rispetto impiegavano gli indiani per i dominatori inglesi.  I due personaggi a causa del lavoro che svolgono, trascorrono molto tempo insieme. Non c’e tanta stima tra di loro, non si capiscono bene ma con il passare di tempo si crea un’amicizia particolare che scatenerà una serie di situazioni comiche, fraintendimenti, incomprensioni e vittimismi.<br />
Sahib, l’inglese, è cinico, ignorante e razzista e rivela da subito come lo scopo  della sua missione a Sarajevo sia tutt&#8217;altro che umanitario:</p>
<p><em>“Ti ho già detto che la nostra missione qui non è aiutare le vittime di guerra in Bosnia, ma far tornare i rifugiati dalla Comunità Europea dove loro risiedono e vivono già da troppo tempo sfruttando gli aiuti sociali”, afferma Sahib, e poi: “I nostri governi si aspettano da noi rapporti completi, non risultati.&#8221;</em></p>
<p>Il suo autista, Sakib, bosniaco cerca di esaudire ogni desiderio del suo padrone, esagerando con le attenzioni al suo ospite- cosa tipica per un bosniaco &#8211;  al punto di farsi del male. La satira di Veličković  è tagliente, fa male, ma non  cattiva. La sua percezione è fantastica.  Ridicolizza i miti falsi, svela le falsità della politica, mostra l’assurdità dei cliché, svela i pregiudizi e gli  stereotipi mimetizzati. Nenad Veličković  non giudica, ma non perdona neanche.<br />
 Senza pietà fa i conti con i propri connazionali e con la stessa Bosnia . Ad esempio scrive, per bocca d’un inglese, di uno dei posti sacri di Sarajevo, nel cuore della città vecchia:</p>
<p>“<em>La piazza dove oggi ho bevuto un tè, in una parte della città che si chiama Bascarsija, mi ha ricordato  Venezia. Non per la grandezza, ma per la puzza dei picconi”.</em></p>
<p>Per quelli che non conoscono la mentalità bosniaca, e specialmente, quella della gente di Sarajevo scrivere una cosa del genere potrebbe apparire un sacrilegio, eppure per quanto possa essere sporca e puzzolente, Nenad Veličković adora la sua Bosnia.<br />
Il vero bersaglio della critica feroce dello scrittore bosniaco è proprio  la limitatezza mentale della società di massa occidentale,  e la sua politica di colonizzazione del resto del mondo dissimulata dietro la retorica della liberazione e della democratizzazione dei popoli.</p>
<p><a href="http://www.edizionicontroluce.it/component/virtuemart/?page=shop.product_details&#038;flypage=flypage_new.tpl&#038;product_id=35&#038;category_id=1">Nenad Velickovic</a>,  scrittore bosniaco:”Sahib”<br />
Edizioni Controluce, 2009). L&#8217;autore è già conosciuto in Italia per &#8220;Il diario di Maja&#8221; e &#8220;Il padre di mia figlia”.</p>
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