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	<title>Neo Edizioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cometa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Cometa]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Merlini]]></category>
		<category><![CDATA[Gregorio Magini]]></category>
		<category><![CDATA[Neo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gabriele Merlini Non lavorare. Non aspettare. Non invecchiare. Questi «i tre comandamenti dell&#8217;ebrezza» in cui ci imbattiamo a circa un decimo della lettura: fidandomi abbastanza dell&#8217;autore, li prendo per buoni. Però l&#8217;ebrezza sembra che sia uno stadio più o meno passeggero ed è complicato esimersi dall&#8217;avere una professione, evitare ogni forma di attesa o [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gabriele Merlini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-73661 size-thumbnail" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Copertina-COMETA-Gregorio-Magini-Neo-Edizioni-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Copertina-COMETA-Gregorio-Magini-Neo-Edizioni-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Copertina-COMETA-Gregorio-Magini-Neo-Edizioni-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<ol>
<li><i></i><i>Non lavorare.<br />
</i></li>
<li><i></i><i>Non aspettare.<br />
</i></li>
<li><i></i><i>Non invecchiare.<br />
</i></li>
</ol>
<p>Questi «i tre comandamenti dell&#8217;ebrezza» in cui ci imbattiamo a circa un decimo della lettura: fidandomi abbastanza dell&#8217;autore, li prendo per buoni.<br />
Però l&#8217;ebrezza sembra che sia uno stadio più o meno passeggero ed è complicato esimersi dall&#8217;avere una professione, evitare ogni forma di attesa o assicurarsi l&#8217;eterna giovinezza. Allora meglio affrontare il naturale corso delle cose utilizzando altre modalità tra quelle proposte al lettore dai personaggi di <i>Cometa</i>, seconda prova narrativa di Gregorio Magini per <i>NEO edizioni</i>: ironia, disincanto, una strana forma di passione e slancio verso faccende più o meno assurde. Talvolta sobri, mediamente imprigionati nelle proprie ossessioni, riflessivi. <span id="more-73660"></span><br />
Gli anni dell&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza, la prima età adulta, il liceo, l&#8217;università, le relazioni sentimentali, le scelte occupazionali e le passioni di una variegata, caotica umanità a diramarsi nel corso di tre decadi di storia. Esperienze riconducibili sotto vari aspetti a colui che le ha messe su carta quindi poco usuali ma, c&#8217;è da augurarselo, buone per dirci qualcosa di sensato sul periodo che stiamo vivendo. (Ai tempi ci saremo aggrappati al termine <i>Bildungsroman </i>e forse ancora calza però, annusando la repulsione dei protagonisti di <i>Cometa </i>per le schematizzazioni, la pignoleria e il sarcasmo che dimostrano, meglio mettere da parte le classificazioni e andare nello specifico evitando scivoloni dei quali poi pentirsi è un attimo.)</p>
<p>La prima parte di <i>Cometa </i>si intitola <i>Pseudologia fantastica </i>e già questo aiuta a definire un paio di faccende degne di nota ossia l&#8217;infanzia, per chiunque desideri riviverla a distanza di anni, inevitabilmente si ripresenta sospesa, un materiale fumoso ma dettagliato, una mitologia inquietante di fatti verificabili, reali e fittizi. Un memoriale, la <i>Pseudologia fantastica</i>, in cui si mescolano i primi ricordi sessuali di un neonato – accaduti o meno, poco importa – alle peripezie che ogni bambino vive durante le elementari. Il rapporto con il compagno ritardato, i momenti ludici, gli spogliarelli nei bagni oppure in classe – «normalmente avremo passato il tempo a scambiarci le figurine parlando di Top Gun, e giocando a mosca cieca o al Mago Mangiafrutta. Invece&#8230;» – con dinamiche familiari complesse, filtrate dagli occhi inesperti ma non semplicistici di un preadolescente destinato nel breve a cambiare radicalmente pelle («avevo sempre odiato quelli che si vestivano come Rimbaud, tuttavia mi dissi: se c’è qualcosa che non va, non puoi cercare la soluzione nelle cose che ti piacciono, perché sono le cose che già fai. L’unico modo per superare se stessi è fare qualcosa che ci fa schifo.»)<br />
L&#8217;entrata in scena della coscienza civica, il liceo e la facoltà – «la politica dal basso, a cavallo del millennio, era divertente» annuncia un membro del <i>FAP </i>o <i>Frenocomio Autogestione Perenne </i>– poi la laurea. L&#8217;abbandono del nido, l&#8217;epopea dei viaggi e le salutari musate in giro per il continente. «Mi restava solo una certezza: il futuro era nell&#8217;Europa. Annunciai al nonno che partivo per il Gran Tour della fica. Mi diede un bacio in fronte e mi alzò la paghetta da ottocento a mille e duecento euro al mese.»</p>
<p><i>Anelli di crescita</i>, la parte successiva del testo, è insieme uno sviluppo della <i>Pseudologia fantastica </i>e una svolta, specie per il peso crescente di tematiche personali e al tempo stesso universali: computer, MS-DOS, programmazione, <i>Lotus 1 2 3 </i>– «perché si chiamano dischetti se sono quadrati?» –, videogiochi (non male l&#8217;esergo da <i>Monkey Island</i>: «premi CTRL + W per vincere», efficace metafora del presente.) Attorno ai protagonisti il mondo dei progressivi miglioramenti tecnologici che dal Commodore 64 ci hanno condotto alla rete, ai social e le app, entità immateriali vive e pulsanti utilizzabili come grimaldello per forzare nella storia il limite tra reale e fantastico e, persino nei brani in cui <i>Star Trek</i>, <i>Wing Commander</i>, <i>Space Quest III </i>potrebbero apparire semplici fondali ludici, eccellenti strumenti per delineare il pollaio dei trenta-quarantenni cui ancora abitiamo, un virtuoso mix tra nostalgia del passato e proiezioni nel futuro.<br />
Frasi che spingerebbero qualsiasi lettore a fermarsi pensieroso cercando un dizionario adeguato – «scrisse uno scraper in grado di quantificare l&#8217;impatto attrattivo/repulsivo generato da un commento su Slashdot, mappando i grappoli di thread su un toy model gravitazionale semiclassico» – ma che in <i>Cometa </i>funzionano per una caratteristica ammirevole sebbene rara nella gran parte delle lettere nostrane: la certezza di quanto prendersi troppo sul serio sia uno sport assurdo e, al netto delle disquisizioni, ancora l&#8217;ironia rimanga cosa buona se usata con cervello.<br />
(«La regola che mi sono dato è non cercare mai di fare ridere» mi spiega Magini, a occhio stiracchiando le gambe sotto il microscopico tavolino. «Cioè sfrutto il mio umorismo involontario.» Ovviamente non gli credo. «Me l&#8217;hanno detto gli altri che <i>Cometa </i>fa anche ridere, io non me ne ero accorto quando scrivevo.» Piccola pausa. Temo sia evidente il disappunto. «Diciamo che quando mi hanno fatto notare che era un libro buffo ho iniziato a valorizzare gli aspetti buffi, ma senza capire a mia volta perché erano buffi.»)</p>
<p>Ironia e ricerca, <i>plot </i>solido e flusso di coscienza, <i>Cometa </i>sceglie di misurarsi con più registri e ne esce meritoriamente integro; un romanzo ancorato al reale ma non solo – il virtuale, come ogni ossessione, può inglobare e cambiare prospettive salvo poi risputarti a terra con violenza – diretto e ricercato (i capitoli rimanenti si chiamano <i>Epidharmide</i>, <i>Storia di un corpo umano </i>e <i>Entropussy.</i>) Un lavoro nel quale la rilettura dei modelli letterari – il <i>memoir </i>che sfocia nell&#8217;immaginifico, le digressioni, le contaminazioni new-weird e il grottesco humour delle <i>bizzarro fiction </i>anglosassoni – non è puro esercizio di stile ma punto di partenza per sperimentare forme di narrazione che, almeno da queste parti, davvero suonano nuove e, in periodi di prove letterarie sbandierate ovunque come rivoluzionarie, senza dubbio preziose.</p>
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		<title>La madre di Eva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jan 2018 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[La madre di Eva]]></category>
		<category><![CDATA[Neo Edizioni]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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		<category><![CDATA[silvia ferreri]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Silvia Ferreri ha scritto un libro molto potente. NEO. Edizioni, che solitamente non usa tirarsi indietro nelle sfide, l’ha recentemente pubblicato. “La madre di Eva” è un romanzo struggente e lucidissimo, che racconta un’esperienza particolare, in un giorno particolare. Eva, la protagonista, vuole smettere di essere Eva, vuole cambiare sesso, vuole diventare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-71689" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/0001-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/0001-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/0001-768x1097.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/0001-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/0001.jpg 1434w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" />di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p>Silvia Ferreri ha scritto un libro molto potente. NEO. Edizioni, che solitamente non usa tirarsi indietro nelle sfide, l’ha recentemente pubblicato. “La madre di Eva” è un romanzo struggente e lucidissimo, che racconta un’esperienza particolare, in un giorno particolare. Eva, la protagonista, vuole smettere di essere Eva, vuole cambiare sesso, vuole diventare uomo. Decide perciò di sottoporsi all’operazione che le consentirà di realizzare il suo desiderio, e di diventare finalmente se stessa, o meglio se stesso. <span id="more-71688"></span>La madre, che &#8211; come scrive Ferreri &#8211; è quasi un archetipo del ruolo materno, sceglie di accompagnare sua figlia in quest’avventura, e parte con lei alla volta della Serbia, dove un illustre chirurgo, il dottor Radovic, sopperirà a quello che potremmo definire un errore genetico, una sorta di scambio amniotico delle possibilità della natura. Eva non sarebbe mai dovuta essere Eva. Eva non ha mai voluto essere Eva. E così, lasciando cadere ogni tabù, abdicando ad ogni remora, in ostinata opposizione col suo stesso istinto, assistiamo allo spettacolo doloroso e commuovente di una madre che si siede pazientemente davanti alla porta di una gelida sala operatoria, e resta lì immobile per ore, a distanza di sicurezza, a guardare il corpo di sua figlia steso su un tavolo e pronto ad essere inciso in più punti, rigonfiato, rivestito, modificato. In questo libro c&#8217;è molto più di quello che non venga detto, in realtà. In superficie, c&#8217;è una madre che guarda, che pensa, che ricorda, che soffre, che spera. C’è una madre che parla per tutte le quasi duecento pagine del romanzo. E che trascina il lettore sempre più in profondità. La penna di Silvia Ferreri è affilatissima, lucida, molto precisa ma altrettanto empatica e viscerale, e riesce a toccare molte corde con pochi semplici tratti feroci.</p>
<p>Di seguito, un estratto.</p>
<p>A volte mi chiedo se avessi potuto interrompere questo viaggio prima. Se possa farlo ora. Immagino di entrare nella sala operatoria e fermare tutto, di strappare il bisturi dalla mano di Radovic, di staccare i tubi e urlare di farla finita, di lasciarti in pace. Lo spettacolo è finito, il teatro chiude. Ridatemela così com’è. Mezzo uomo e mezza donna. Un tronco di pelle e ossa. Ma ormai è tardi. Il viaggio è cominciato e non ci sono fermate intermedie. La recita va avanti. Irreversibile è una parola da cui non si torna indietro.<br />
Siamo salite su questo treno insieme e il treno è partito quel giorno in cui, sfinita dal dolore, dalla paura, e dalla vita, ho detto <i>sì</i>. Da quel momento si viaggia in una sola direzione. Nessuno entra, nessuno esce.<br />
Sono stata molto tempo fissa a guardarlo il treno davanti a me, immobile sulle rotaie, eravamo lì, ferme, incastrate. Speravo che partisse senza di noi. Il treno dei freak, degli scherzi della natura. Mi avevi portata lì dove volevi essere. Dove tu vedevi un nuovo inizio, io vedevo un baratro. Stavo in piedi, affacciata sul vuoto. E quel <i>sì</i> non lo volevo pronunciare. Sapevo che era l’ultima frontiera, l’iniziio da cui non si torna. Ma sapevo, come mai avevo saputo prima, che nulla ti avrebbe fermata.</p>
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		<title>Su &#8220;Il giorno che diventammo umani&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2014 08:10:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[il giorno che diventammo umani]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Neo Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[paolo zardi]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Leggere Paolo Zardi, per me, è stata una sorpresa. Sono su internet a fare zig zag tra i vari siti di letteratura che reputo solitamente più attendibili, e trovo un titolo che all&#8217;improvviso cattura la mia attenzione: “Il giorno che diventammo umani”. Eh, chissà quando toccherà a me, mi viene da pensare, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/zardi.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-47204" alt="zardi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/zardi-210x300.jpg" width="210" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/zardi-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/zardi.jpg 240w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Leggere Paolo Zardi, per me, è stata una sorpresa.</p>
<p style="text-align: justify">Sono su internet a fare zig zag tra i vari siti di letteratura che reputo solitamente più attendibili, e trovo un titolo che all&#8217;improvviso cattura la mia attenzione: “Il giorno che diventammo umani”.</p>
<p style="text-align: justify">Eh, chissà quando toccherà a me, mi viene da pensare, col sorrisetto a mezza bocca. La firma della blogger non la riconosco, l&#8217;immagine di copertina ha un che di languido e pietrificante insieme che sembra promettere fuochi artificiali, oppure solo un (altro) lungo pomeriggio soporifero? Sfondo blu notte, un  primo piano di bambina col pigiama rosso fuoco che dorme di profilo, a mani giunte, capelli raccolti dietro l&#8217;orecchio, sembra una giovane madonna asburgica intenta a galleggiare nella placenta ittica dell&#8217;oblio volontario, stato a cui invero forse solo gli adulti riescono ad ambire con così tanta tenacia. Gli adulti, cioè, dopo essere (loro malgrado) diventati “umani”. Sarà questo che intende l&#8217;autore, con quel titolo così apparentemente assurdo?<br />
La casa editrice è la Neo., ho già letto libri interessanti e ben curati da loro, m&#8217;incuriosisco, scrivo subito una mail e chiedo se per caso mi mandano il libro, l&#8217;incipit della recensione non è affatto male, ma aspetto ancora un poco prima di farmi un&#8217;idea, la grande madre editoriale sembra essere sempre incinta, molto spesso senza il suffragio di una reale motivazione, staremo a vedere.</p>
<p style="text-align: justify">Mi arriva il libro e lo lascio per qualche giorno sulla scrivania, in cima alla pila di tomi e tomini che m&#8217;ero ripromessa di leggere per la settimana, il mese, chissà, non c&#8217;è mai abbastanza tempo per fare tutto, vita inumana.<br />
Riprendo il lavoro al pc che mi fa bruciare gli occhi ogni sera, la nausea della retroilluminazione, e per caso mi imbatto nuovamente in un racconto di Paolo Zardi, un inedito stavolta, scritto per rispondere simpaticamente a una giornalista, che lo sfidava a scrivere un testo che non trattasse né di morte né di sesso né di atroci fobie. (E perché mai?)</p>
<p style="text-align: justify">Lo leggo celermente, mi incuriosisce ancora una volta, dove l&#8217;avevo messo, quel libro? Lo rintraccio, sposto la patina di polvere e i due post-it gialli che avevo incollato sulla madonnina dormiente, incrocio le gambe e inizio finalmente a diventare umana.</p>
<p style="text-align: justify">Di venti racconti si compone questa raccolta, ma a me ne basta uno solo, il primo, uno dei più caldi e raggelanti incipit che io abbia letto negli ultimi anni, scritto da un autore contemporaneo, vivente, italiano, classe 1970: “<i>È risaputo che le puttane di colore non danno mai il culo</i>”.</p>
<p style="text-align: justify">Sulle prime, la femminista sopita che è in me inizia a gridare sangue e vendetta, ma guarda un po&#8217;, un altro maschio in crisi ormonale che non sa come sublimare le sue voglie represse, che è convinto di risolvere i drammi del suo piccolo mondo erotico spiattellandole su carta.</p>
<p style="text-align: justify">Poi torno indietro, alla prima pagina, leggo la dedica del libro: “<i>A mia madre</i>”. Sta a vedere che ha pure un cuore, il pentito. L&#8217;esergo è una citazione di Charles Darwin sull&#8217;evoluzionismo, parla della delicata interazione fra i lombrichi e la formazione spontanea della crosta terrestre, che si materializza “<i>in ogni contrada discretamente umida</i>”.</p>
<p style="text-align: justify">Paolo Zardi ha capito qualcosa, allora, mi dico, quell&#8217;attenzione alla composizione superficiale, quell&#8217;indugio sulla consistenza “<i>discretamente umida</i>” deve averlo colpito molto, anche il tono che annunciava la deflorazione sarà dunque principalmente provocatorio? Diamogli una chance.</p>
<p style="text-align: justify">Ricomincio a leggere, già con l&#8217;animo lievemente mutato, e da lì le prime 50 pagine sono tutto un fiato corto: si passa da un amplesso violento e incredibilmente tenero a un male incurabile che inizia a deturpare il corpo partendo proprio dal suo fulcro nodale, il cervello. Pranzi di famiglia mancati, salubri promesse procrastinate, sparizioni inattese e altrettanto inaspettate redenzioni: devo già prendermi una pausa da Paolo Zardi, troppa umanità può anche incutere un po&#8217; di timore, di primo acchito.</p>
<p style="text-align: justify">Non si tratta tanto di witz e trovate voyeristiche, ma di una vera e propria letteratura di vita.</p>
<p style="text-align: justify">Nei giorni successivi quelle parole continuano a ronzarmi in testa, la costruzione così meticolosa delle frasi più ossute e taglienti, lo scavo d&#8217;introspezione mai ammiccante o esasperato, la resa gnomica dell&#8217;attualissima condizione di angoscia esistenziale, di spaesamento del vivere quotidiano, e insieme un attaccamento viscerale, marmoreo, quasi altezzosamente ostinato nei confronti dell&#8217;umanità, dei suoi aspetti più ferali e primordiali.</p>
<p style="text-align: justify">Gli istinti atavici, molecolari, ricondotti così sapientemente dentro narrazioni brevi e fulminanti, aggressive e meditabonde insieme, sono quanto di più affascinante si possa ricercare nella letteratura oggi, a parer mio. E di questo procedimento, Zardi si rivela un ottimo esempio.</p>
<p style="text-align: justify">Le restanti 150 pagine le leggo quindi tutte in una volta, in una girandola ellittica che mi fa perdere e riacquistare il contatto con la più autentica materialità, fuori e dentro la pagina scritta, e così finalmente la spiegazione del titolo mi appare del tutto limpida, nella sua ineluttabilità.</p>
<p style="text-align: justify">Questo libro ha il grande merito di risultare una sorta di agnizione al quadrato, sia perché raccoglie in sé la moltitudine di agnizioni di cui si rendono partecipi i singoli personaggi raccontati, sia perché, esattamente come accadrebbe con un collage di spiccato stampo umanista, il lettore percepisce con chiarezza quel sentimento in nuce confuso e poi via via stoicamente decisionista che si definisce nel gergo comune come “presa di coscienza”.</p>
<p style="text-align: justify">Un genitore che guarda i figli con occhi diversi, un compagno che rivaluta le relazioni amorose, una creatura che reagisce o s&#8217;abbandona concretamente al dolore, ma senza mai rassegnarsi alla vera fine. La morte, in questo libro, funge da grande protagonista assente.</p>
<p style="text-align: justify">Non è un caso, perciò, se l&#8217;ultimo racconto, sviluppato in prima persona, tre pagine vergate fitte con un unico punto fermo, quello finale per l&#8217;esattezza, suona proprio come un autentico richiamo alla gioia della vita, dopo averne necessariamente toccato con mano, occhi, bocca e anima tutte le peggiori sfaccettature.</p>
<p style="text-align: justify">Forse i lombrichi darwiniani siamo noi, forse sono invece le inevitabili asperità dell&#8217;esistenza, ma una cosa è certa: l&#8217;umidità della scrittura di Paolo Zardi si sente eccome, nelle lacrime lancinanti e commosse, negli umori del sesso, nei liquami fetidi del corpo, nei sudori ardenti dei desideri.</p>
<p style="text-align: justify">Diventare umani, nostro malgrado, anche in letteratura, si può e si deve.</p>
<p style="text-align: justify"><i>Fissò il lampione che dondolava sopra la strada, oltre al muro di recinzione; e poi guardò le piante, e l&#8217;erba, e gli parve di vedere, per un attimo, tutte le bestie che strisciavano in quel giardino, trascinando la loro fame instancabile da una foglia all&#8217;altra, e quelle che se ne stavano infilate dentro la terra da giorni, da mesi, per sfuggire ai loro insaziabili predatori, e quelle intente a costruire trappole mortali per le loro prede: da quanti miliardi di anni andava avanti quella lotta abominevole? Per quanto tempo sarebbe continuata? Poi, girandosi verso il salotto, vide la cagna assopita, le stampe alle pareti – c&#8217;era anche quella di Mirò &#8211; , le centinaia di libri allineati nella libreria, il baluginio azzurro della televisione, il divano che aveva scelto con sua moglie in un sabato pomeriggio di novembre, un cesto accanto alla poltrona con i giocattoli dei suoi nipotini e improvvisamente capì cos&#8217;era la vita – era quell&#8217;ammasso confuso di cose e, insieme, i suoi occhi che lo guardavano; e la morte era qualcosa che riguardava solo lui, e la sensazione, impossibile da condividere, di esistere. Poi, sulle scale per salire in camera, sentì che non voleva morire: che sarebbe stato disposto ad accettare che tutte le piante e tutti gli animali sparsi per il mondo finissero di colpo, se questo gli avesse garantito un giorno di vita in più.</i></p>
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		<title>Ritratto di Signora con cane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 23:33:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Abu Ghraib]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
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		<category><![CDATA[Raffaella Antonelli]]></category>
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					<description><![CDATA[da Palace of the end di Judith Thompson trad. Raffaella Antonelli Erano nudi. E allora? Sono nudi ogni volta che fanno la doccia. E con ciò? E ridevo di me che indicavo il pistolino di quegli uomini? Beh, mi venga un colpo se quella è stata la cosa peggiore che gli è successa ad Abu [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/abughraib_wideweb__470x3960-copy.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/abughraib_wideweb__470x3960-copy-300x252.jpg" alt="abughraib_wideweb__470x396,0 copy" title="abughraib_wideweb__470x396,0 copy" width="300" height="252" class="aligncenter size-medium wp-image-27061" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/abughraib_wideweb__470x3960-copy-300x252.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/abughraib_wideweb__470x3960-copy.jpg 470w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>da <a href="http://www.neoedizioni.it/neo/catalogo/palace-of-the-end/">Palace of the end</a><br />
di<br />
<strong>Judith Thompson</strong><br />
<em>trad. Raffaella Antonelli</em></p>
<p>Erano nudi. E allora? Sono nudi ogni volta che fanno la doccia. E con ciò? E ridevo di me che indicavo il pistolino di quegli uomini? Beh, mi venga un colpo se quella è stata la cosa peggiore che gli è successa ad Abu G. Gli sarebbe piaciuto.<br />
Ma io non sono quel tipo di donna, ok? Io rispetto gli uomini e le loro parti intime e non ho mai riso del pisello di un uomo. Ma questi non sono uomini, sono terroristi.<br />
Avevano l’intelligence. Sapevano chi stava per far saltare in aria chi, e per quanto mi riguarda io stavo facendo quello che c’era da fare, raccogliere l’intelligence e, secondo la loro cultura, io che rido dei loro piselli è molto peggio che picchiarli. Un sacco peggio. Li stavo soltanto addolcendo un po’, come mettere burro duro ad ammorbidirsi sul davanzale. Facevo quello per cui mi stavo esercitando. È vero che me la ridevo ma quello era UN SERIO-LAVORO D’INTELLIGENCE.</p>
<p>E sono molto fiera che la piramide di gente nuda È STATA UNA MIA IDEA.</p>
<p>Veramente, era la prima cosa che mi è venuta in mente quando sono entrata in quella prigione e ho visto quegli uomini tutti uguali. So cosa potrebbe essere divertente: UNA PIRAMIDE UMANA DI PRIGIONIERI COMPLETAMENTE NUDI. Perché, sapete, sono sempre stata portata per la coreografia. Quando vedo la gente che balla mi viene voglia di sistemarli.<br />
<span id="more-27062"></span></p>
<p>Forse a loro non gli è piaciuto ma hanno imparato qualcosa di utile se insegnano ginnastica a scuola o dirigono una squadra di ragazze pon pon.</p>
<p>Noi non ci divertivamo, cercavamo di buttar giù il morale dei terroristi.</p>
<p>E ha funzionato. Abbiamo ottenuto delle informazioni.</p>
<p>E l’altro…</p>
<p>Portare quel tizio in giro al guinzaglio?<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/tortu2.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/tortu2.jpg" alt="tortu2" title="tortu2" width="261" height="147" class="alignleft size-full wp-image-27063" /></a></p>
<p>Beh, mi ha dato della cagna.</p>
<p>Sì, l’ha fatto, proprio come tutti voi coglioni su internet. Come tutti quegli stronzi a Fort Ashby.<br />
Sapeva un po’ d’inglese e mi ha dato della cagna, e così per una volta nella mia vita ho potuto vendicarmi. Pensi che sono una cagna? Pensi che sono una fottuta cagna, scimmione? Andiamo a farci una passeggiata. Vuoi venire a fare una cazzo di passeggiata? E Charley e gli altri se la ridevano. Non avevo mai fatto ridere nessuno prima, non sono una persona divertente, e cazzo far ridere la gente è fortissimo. Stavano ridendo, si stavano divertendo, così mi hanno detto: « Mettilo al guinzaglio». Mi fanno troppo ridere gli sketch tipo quelli del “Saturday Night Live”, tipo “Oh Dio, c’è da portare fuori il cane… Ehi, Mamma? Hai portato fuori il cane? Henry? Henry, hai portato il cane a fare una passeggiata? Nessuno ha portato il cane fuori porca troia. Lo porto io. Dai cane, cazzo di un cane… Non sei stato bravo oggi, niente biscottino”.<br />
E lo tiro… e mi ha sorpreso quanto il collo umano è diverso da quello dei cani. Con i cani puoi tirare forte e non vengono, non è così con gli uomini, quelli hanno il collo morbido.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/PALACE-OF-THE-END-NEO-EDIZIONI.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/PALACE-OF-THE-END-NEO-EDIZIONI-210x300.jpg" alt="PALACE-OF-THE-END-NEO-EDIZIONI" title="PALACE-OF-THE-END-NEO-EDIZIONI" width="210" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-27060" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/PALACE-OF-THE-END-NEO-EDIZIONI-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/PALACE-OF-THE-END-NEO-EDIZIONI-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/12/PALACE-OF-THE-END-NEO-EDIZIONI.jpg 827w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" /></a></p>
<p><strong>Nota dei curatori della Neo Edizioni, giovane casa editrice abruzzese, per NI</strong></p>
<p>Per la prima volta tradotta in Italia arriva un’opera della scrittrice canadese Judith Thompson. Il libro intitolato Palace of the end, si articola in tre monologhi ( con testo a fronte ) che hanno come sfondo il conflitto in Iraq. A parlare sono tre persone realmente esistite ma le loro caratterizzazioni e le cose che dicono rispetto agli eventi bellici sono frutto dell’immaginazione dell’autrice.<br />
“Le mie piramidi” ruota attorno alla vicenda di Lynndie England, soldatessa americana fotografata su una montagna di prigionieri iracheni nudi nel carcere di Abu Ghraib. Famoso lo scatto in cui è ritratta mentre porta un prigioniero al guinzaglio.<br />
“Harrowdown Hill” è ispirato alla vicenda di David Kelly, biologo inglese chiamato ad indagare sull’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Pochi giorni dopo aver testimoniato circa l’infondatezza del dossier presentato dal governo Blair, il biologo fu trovato morto. Le autorità ritennero si trattasse di suicidio ma ancora non si è fatta piena luce sulla vicenda.<br />
“Gli strumenti della bramosia” narra, infine, la storia di Nehrjas Al Saffarh, attivista irachena e moglie di un quadro del partita comunista oppositore del regime di Saddam Hussein. La donna, imprigionata e torturata negli anni ’70  nel “Palazzo della fine”, muore sotto i bombardamenti americani durante la prima guerra del Golfo.<br />
La forza di “Palace of the end” sta nella sua lucidità, nella sua semplicità, nella sua straziante durezza. È un libro in cui la denuncia emerge spontanea. Nonostante il testo sia pensato per una messa in scena teatrale, conserva una potenza narrativa straordinaria. Con questo libro, nel 2008, Judith Thompson ha vinto il “Susan Smith Blackburn Prize” per la migliore opera in lingua inglese scritta da una donna.  </p>
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