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	<title>neorazzismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un brusio di fondo &#8211; Giorgio da Genova e lo sterminio dei rom a Radio 24</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Nov 2014 17:00:45 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[David Parenzo]]></category>
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		<category><![CDATA[libertà di espressione]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di manifestazione del pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
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					<description><![CDATA[        di Mariasole Ariot La vita oscilla/tra il sublime e l&#8217;immondo/ con qualche propensione/per il secondo. E. Montale  Della parola come mangime E&#8217; sera. La rotellina della radio cerca una stazione, la montagna riduce i segnali, non la trova, ricerca. Poi d&#8217;improvviso le parole fuoriescono dalle casse come un rigurgito. Schizzano ovunque, non si piegano, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-49930" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/davide-racca-224x300.jpg" alt="davide-racca" width="224" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/davide-racca-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/davide-racca.jpg 512w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" />        di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em> La vita oscilla/tra il sublime e l&#8217;immondo/</em><br />
<em>con qualche propensione/per il secondo.</em><br />
E. Montale</p>
<p> <strong>Della parola come mangime<br />
</strong></p>
<p>E&#8217; sera. La rotellina della radio cerca una stazione, la montagna riduce i segnali, non la trova, ricerca. Poi d&#8217;improvviso le parole fuoriescono dalle casse come un rigurgito. Schizzano ovunque, non si piegano, restano nella direzione della lama. E&#8217; una lama che ride, che dice il peggio con un ghigno. Mi fermo, raggelo.</p>
<p><em>&#8211; Qualcuno c’ha detto, qualcuno ha scritto, l’avete cassato, l’avete tolto, l’avete buttato via dalla trasmissione. Noi non lo facciamo questo, e ce lo abbiamo qui in carne e ossa, caro Parenzo: Giorgio da Genova. Io voglio capire da Giorgio da Genova se veramente vuol fare dei rom mangime per gli animali?</em></p>
<p><em>&#8211; Un campo di concentramento, un autocompattatore, da una parte entrano zingari, dall’altra esce <strong>mangime per maiali</strong> .</em><br />
<em>Il <strong>Mein Kampf</strong> se non sbaglio, dice: un animale se lo addestri cambia, uno zingaro non cambia.</em></p>
<p>Ho un conato, lo trattengo. La voce che domanda è di Giuseppe Cruciani. E&#8217; radio24, La Zanzara: &#8220;l&#8217;attualità senza tabù, senza censura&#8221;.<br />
I minuti passano. Cruciani e il compagno della radio cotinuano la scenetta con una gag che non ha nulla di ridicolo – piuttosto di pietoso e osceno, che appunto esonda, esce dalla scena inondandola: Parenzo l&#8217;indignato-che-resta indignato-ma-resta, Cruciani l&#8217;uomo delle spallucce, il &#8220;suvvia, tutti possono dire quello che vogliono&#8221;. E quella scena inondata diventa presto una sostanza vischiosa, umor acqueo in cui tutto si confonde.</p>
<p>Passano altri secondi. I conati non si arrestano, spengo la radio.</p>
<p>Uno può dire quello che vuole – ribadisce Cruciani.<br />
La parola è libera, i filtri scemano, i no non sono ammessi : è la nuova formula del godere ad ogni costo. L&#8217;ascoltatore deve eccitarsi, deve accendersi in un focolaio, deve ascoltare per poi dire, deve dire per poter ascoltare, deve urlare. E ad urlo corrisponde urlo. Perché non è la direzione a contare, non la posizione, non il detto ma la forma di quel detto. I toni devono essere pieni, la violenza deve essere stereotipica, a tratti caricaturale, purché d&#8217;effetto e richiami altri effetti:</p>
<p>chivawa • 7 giorni fa (da <em>Il Fatto Quotidiano</em>)<br />
<em>la zanzara è uno specie di cloaca dove anche chi non è provvisto di cervello può parlare . da genova suggerirei un <strong>bel crematorio</strong> e mi raccomando infilatecelo da vivo. per gli altri soggetti della zanzara <strong>iniezione letale</strong> o sperimentazione di farmaci.</em></p>
<p>Un autocompattatore : da una parte entrano parole, dall&#8217;altra esce un rigolo di sangue, una bava, il resto di uno sputo. Le voci effettate di una presunta libertà di parola. Del resto c&#8217;è già stata un&#8217;altra Casa che della libertà faceva motto e bandiera, un uomo/casa che ci aveva rubato significanti buoni per restituirceli pervertiti e snaturati. Ci siamo abituati allo scempio, al tutto è concesso.<br />
E&#8217; possibile prendere ad esempio il Mein Kampf, è possibile dire il mangime dei maiali, è possibile dire quanto due culi vendano molto più che la parola di una donna, è possibile incitare la violenza degli stati di alterazione di Borghezio, è possibile parlare di</p>
<p>&#8220;sterminio completo di zingari, donne uomini e bambini&#8221;. (di nuovo, Giorgio da Genova)</p>
<p>La parola perde peso, si scarnifica, diventa pretesto di pretesto, un semplice passaggio di saliva che di bocca in bocca finisce col suggerire che sì : è possibile. Che il dire non ha a che fare con l&#8217;etica, che la libertà si confonde con il vuoto troppo pieno dell&#8217;urlo. Si chiedono megafoni, amplificatori del pensiero : perché non è mai abbastanza, non è ancora abbastanza.</p>
<p>***</p>
<p><strong>Dire la parola/dare la parola</strong></p>
<p>Nei giorni seguenti ho cercato in rete.<br />
Scopro che questo dialoghetto è in realtà un secondo round : Giorgio da Genova era già intervenuto qualche giorno prima con le sue tesi sul genocidio.<br />
Quelli de <em>La Zanzara</em> hanno (ovviamente) deciso di ricontattarlo.</p>
<p>Diventa così l&#8217;oltre della spettacolarizzazione : una manovra che coglie un fiammifero per appiccare l&#8217;incendio. Ma l&#8217;incendio non si muove, resta un dire che passa, un discorso da cinque minuti, due chiacchiere da bar, un tweet veloce. Parenzo l&#8217;indignato chiede il numero dell&#8217;ascoltatore per denunciarlo, Cruciani lo blocca, Giorgio chiede non tradirmi, un po&#8217; si ride, un po&#8217; no, un po&#8217; si stride. L&#8217;importante è che tutto punti all&#8217;estremo, che l&#8217;estremo non resti una vetta ma un punto di partenza, un luogo dal quale muoversi per il gusto di muoversi. Nessuna concessione al limite, il limite non esiste, un velo non esiste. Anzi : va strappato. Non per moto di rabbia e indignazione, non per mettere a nudo l&#8217;invisibile ma per rendere visibile l&#8217;osceno che attrae. Lo sguardo e l&#8217;udito concentrati nel verso del piacere.</p>
<p>Dunque c&#8217;è un <em>dire</em> la parola e un <em>dare</em> la parola.<br />
E in quel dare Cruciani è salvo, tutti sono assolti. Non è lui ad aver detto, anzi, ha solo concesso il dispiegarsi di &#8220;un&#8217;opinione&#8221;. Si può passare ad altro. Ai culi che vendono di più, alla Boldrini, uno stacchetto musicale, una nuova alzata di toni.</p>
<p>Se il discorso razzista talvolta <em>smette di essere discorso per diventare azione</em>, anche dare la parola è un&#8217;azione. E&#8217; passare il testimone, agire la scelta. Di quanto spazio dare, se darlo, quanto tempo, se c&#8217;è un tempo, se è necessario, se etico è darlo, se e quando &#8211; per sottrazione &#8211; mettere l&#8217;altro, su cui il discorso razzista agisce, nella posizione del silenzio : è il <em>silencing.</em></p>
<p>Ma l&#8217;etica – che venga <em>après coup</em> o che stia a monte &#8211; ora vacilla. Se quando denuncia riceve l&#8217;accusa di moralismo, là dove tace, incassa il colpo e tace.<br />
Quello che continua a parlare è un brusio di fondo, una <em>zanzara</em>, il fumo passivo di un discorso (mal)mediato che produce mostri e riproducendoli si ripara nella frase, ancor più debole e perversa della prima [<em>uno può dire quello che vuole</em>] e che sottovoce afferma : &#8220;suvvia, in fondo il mostro sta dentro ognuno di noi&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* immagine :<em><span class="_5yl5" data-reactid=".3a.$mid=11416992804267=2db56ab105275d2bc11.2:0.0.0.0.0"><span data-reactid=".3a.$mid=11416992804267=2db56ab105275d2bc11.2:0.0.0.0.0.0"><span data-reactid=".3a.$mid=11416992804267=2db56ab105275d2bc11.2:0.0.0.0.0.0.$end:0:$0:0"> Ein Wort ohne Sinn</span></span></span></em> di Davide Racca</p>
<p>Qualche link utile:</p>
<p><a href="http://www.zeroviolenza.it/rassegna/pdfs/14Nov2014/14Nov201479184684465cdbaafa6eb926ad17a0ee.pdf">Trascrizione completa della seconda conversazione da Il Fatto Quotidiano</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=LDMu7OjI6rQ">Il video completo, l&#8217;audio completo [ dal minuto 1:23 in poi ] </a></p>
<p><a href="http://www.huffingtonpost.it/2014/11/20/rom-termovalorizzati-cristiano-zuliani_n_6190476.html">Sulle dichiarazioni di Cristiano Zuliani</a></p>
<p><a href=" http://www.unipa.it/gpino/Pino,%20Discorso%20razzista.pdf">Giorgio Pino &#8211; <em>Discorso razzista e libertà di manifestazione del pensiero</em></a></p>
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		<title>Migranti, la condanna all’immobilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2014 05:00:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Donatella Di Cesare (Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, un estratto da “Crimini contro l’ospitalità”, il melangolo 2014. Tra denuncia politica e reportage filosofico, questo libro è un viaggio in un centro di identificazione e espulsione, quell’Ade invisibile e nascosto dove vengono relegate le scorie umane della globalizzazione. Ma il viaggio diventa occasione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Donatella Di Cesare</strong></p>
<p>(<em>Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice e dell’editore, un estratto da <a href="http://www.ilmelangolo.com/index.php?page=shop.product_details&amp;flypage=flypage.tpl&amp;product_id=3802&amp;category_id=524&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=59" target="_blank">“Crimini contro l’ospitalità”, il melangolo 2014</a>. Tra denuncia politica e reportage filosofico, questo libro è un viaggio in un centro di identificazione e espulsione, quell’Ade invisibile e nascosto dove vengono relegate le scorie umane della globalizzazione. Ma il viaggio diventa occasione per riflettere sui campi per gli stranieri, sulla retorica ambigua dell’accoglienza. Dove finisce la protezione umanitaria e dove comincia il controllo poliziesco? Lo stato di permanente emergenza ha sottratto gli stranieri al diritto e ha permesso che, in una continuità inquietante con il passato, si materializzasse in Europa lo spettro del “campo”. Il neorazzismo è la convinzione che ciascuno debba vivere nel proprio paese, la reazione alla mobilità degli esseri umani, la pretesa di bandire gli indesiderabili.</em>)</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-48789" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Crimini_contro_l_54005233c5eed.jpg" alt="Crimini_contro_l'ospitalita" width="300" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Crimini_contro_l_54005233c5eed.jpg 511w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Crimini_contro_l_54005233c5eed-194x300.jpg 194w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nel mondo globalizzato il successo si misura con la possibilità di muoversi liberamente. L’immobilità è invece il segno della sconfitta: chi resta indietro è emarginato, escluso dai luoghi che gli altri possono attraversare, confinato a una dimensione locale.</p>
<p>Non stupisce, allora, che il divieto di muoversi rappresenti la punizione più dura, il castigo più crudele, lo strumento più efficace per neutralizzare i soggetti ritenuti pericolosi.</p>
<p>Anche nel passato la segregazione è stata il modo per risolvere il problema posto da tutti coloro che non erano accettati nel corpo sociale: schiavi, stranieri, ebrei, pazzi, malati, lebbrosi, eretici, vagabondi. Il permesso di uscire dai quartieri, in cui erano relegati, prevedeva tuttavia l’obbligo di esibire in pubblico un marchio di appartenenza che li rinviava a uno spazio diverso. La segregazione, cioè l’isolamento spaziale, ha avuto così nei secoli lo scopo di rendere visibile e di perpetuare l’estraneazione dei diversi.</p>
<p>L’idea della prigione nasce da qui. Incarcerare non è che la forma estrema di restrizione dello spazio. Perciò l’internamento è sempre anche esclusione.</p>
<p>Pur nella continuità che lega il CIE alle forme precedenti e coeve di segregazione, c’è però una differenza che non deve sfuggire. Non solo non vi è alcun regolamento, né sono previsti una disciplina formale, un lavoro produttivo o una attività organizzata. Al contrario di altre istituzioni totali, che hanno una finalità riabilitante e mirano alla guarigione, alla reintegrazione o al recupero, sebbene manchino poi spesso il loro obiettivo ufficiale, il CIE non ha altro scopo che il trattenimento e l’espulsione.</p>
<p>La sorveglianza deve assicurarsi costantemente che gli internati, bloccati in quella mortificante sala d’attesa per il terzo mondo, restino dove sono. Non importa quello che fanno; l’importante è, anzi, che non facciano nulla. L’esclusione passa per quel <em>nulla</em> a cui li assegna la <em>condanna all’immobilità</em>.</p>
<p>In questo senso Ponte Galeria, più che a un campo di concentramento, quel laboratorio della società totalitaria, dove si sperimentava la schiavizzazione dell’uomo, appare un campo in cui, nella società planetaria, si mettono a punto le tecniche per smaltire le scorie umane della globalizzazione.</p>
<p>Al rifiuto e all’esclusione si aggiunge dunque, potenziandoli, l’immobilità forzata che, nell’era dell’illimitato, significa negare le libertà globali a una parte dell’umanità. In campi come questi emerge con chiarezza quello che Zygmunt Bauman ha più volte ribadito, e cioè che la globalizzazione al vertice procede di pari passo con la frammentazione e il disadattamento al fondo.</p>
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