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	<title>neve &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La neve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jan 2023 06:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Marco Durante]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Walser]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Marco Durante</strong> <br />
Il coro dei bimbi intonava adesso, lontano, “Stille Nacht”. Si sentì stanco. Una stanchezza leggera, aggraziata, deliziosa. E profonda, quieta, misteriosa. Una sensazione singolare, nuova, mai percepita prima.]]></description>
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<p></p>



<br /><center><img loading="lazy" class="alignnone" alt="1walser" src="http://www.suave-est-nus.org/1walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/>&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" alt="4walser" src="http://www.suave-est-nus.org/4walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/><br />
<small><em>Herisau 1956</em></small></center>
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<p></p>



<p class="has-text-align-center">di ⇨ <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/paolo-marco-durante/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Paolo Marco Durante</a></strong></p>



<div class="wp-block-columns">
<div class="wp-block-column" style="flex-basis:25%"></div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:50%">
<p class="has-background" style="background-color:#dfecf8"><small>[<em>Ho descritto fatti reali e provato anche a immaginare, mescolando: ne è venuto fuori un misto di verità e menzogna, come sempre d’altronde, nelle cose che facciamo. Percorrere sentieri del possibile, se non sempre del plausibile. Da questo, comunque, mi sono lasciato irretire e trascinare in un gioco pieno di rischi, che però non voleva essere irrispettoso, né presuntuoso né, tantomeno, arrogante. Provare l’emozione, la vertigine, il privilegio, concesso solo a chi scrive e a chi recita, di vivere altre vite, le vite degli altri.</em>]</small></p>
</div>



<div class="wp-block-column" style="flex-basis:25%"></div>
</div>



<p>Esiste al mondo qualcosa di più bello della neve? Si può immaginare una meraviglia più meravigliosa di una fitta, lenta, silenziosa nevicata? E un’attesa più santa, quando il cielo promette e tutto sta per accadere? E si può pensare a una gioia più intensa e più pura di quella dipinta sul volto di un bimbo appoggiato al vetro di una finestra quando i primi fiocchi cominciano a scendere?</p>



<p>Eccoci lì &#8211; immobili, fermi e zitti per non sentire noi stessi &#8211; ad avvertire la musica celestiale dei fiocchi che calano sul mondo e che si assestano piano, con garbo e accuratezza, l’uno su l’altro, l’uno su l’altro… Una mobilità immobile, incessante, lontana. Una pace ovattata, una quiete imperturbabile, totale, senza paragoni possibili. E un’indifferenza letale, implacabile.</p>



<p>Il mondo &#8211; se ancora il mondo esiste &#8211; è distante, inaccessibile. L’uomo è solo,&nbsp; dimenticato, sperduto in uno spazio straordinario, straniato nel possente, opaco, grandioso silenzio, nel prodigioso non colore, mortale, della neve.</p>



<p>Una gioia antichissima, prenatale. Una calma armonia, una beatitudine indicibile, insondabile. E una commozione intensa come una vertigine.</p>



<p>Nello stesso tempo un’ansia lieve, una tenue sofferenza che si insinua, qualcosa di inappagato, di inestricabile, di irraggiungibile. Nel paesaggio stupefacente e caduco, sotto la candida, precaria coltre, pare si debba nascondere qualcosa di smisurato, si debba concretare qualcosa di formidabile, fragile, fuggevole.</p>



<p>Cosa ci può essere di più bello del camminare in un campo innevato, nella luce velata del primo meriggio, il giorno di Natale?</p>



<br /><center><img loading="lazy" class="alignnone" alt="2walser" src="http://www.suave-est-nus.org/2walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/>&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" alt="3walser" src="http://www.suave-est-nus.org/3walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/><br />
<img loading="lazy" class="alignnone" alt="5walser" src="http://www.suave-est-nus.org/5walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/>&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" alt="6walser" src="http://www.suave-est-nus.org/6walser.gif" style="border:4px solid #000000;" width="320" height="240"/><br /><small><em>Herisau 1956</em></small></center>

&nbsp;



<p class="has-white-background-color has-background" style="margin-top:0px">La passeggiata era iniziata subito dopo pranzo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Il paesaggio, stranoto, era dunque irriconoscibile: morbido, smussato, amichevole, evanescente, spettrale. Anche malsicuro però, rischioso, un suo abbraccio più stretto avrebbe potuto… Era bello, bello da far paura, bello da morire. Non c’era possibilità di raffronto, con null’altro al mondo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Mentre i passi avanzavano piano, sprofondando leggermente in quel morbido sogno, si stava impadronendo della sua anima un senso di acuta e quieta distanza dalle cose mentre il cuore palpitava sommesse emozioni prossime a sconfinare in un’infantile idea di santità&nbsp; della terra.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">C’era un laghetto lì da presso. In realtà nulla più di un minuscolo stagno, circolare. Non era ancora del tutto ghiacciato. La lastra di gelo, partendo dalle basse rive, si espandeva come una ragnatela cristallina lasciando però il centro della pozza in balia dell’alito stesso dell’acqua che si increspava impercettibilmente ricevendo i fiocchi che scendevano pacati, sereni. E rassegnati a morire, annullandosi sulla superficie liquida, rinunciando ad opporvisi. Lì dunque si dissolveva quella unicità irripetibile, quella molteplice, infinita, geometrica singolarità incomparabile, come le generazioni nel tempo, una dopo l’altra, una dopo l’altra.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">La passeggiata riprese dopo quella sosta che aveva rivelato il quieto sacrificio.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Scricchiolava quella sconfinata moltitudine di particelle d’acqua ghiacciata sotto i passi che sprofondavano con dolcezza. Un abete si scrollò di dosso il candido mantello con un fruscio lieve, <em>wuff…</em>, un soffio di sollievo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Si levò dalla coltre bianca un nugolo di fringuelli che rapidi s’innalzarono su, su dove avrebbe dovuto trovarsi il cielo e più quelli salivano più a lui sembrò di precipitare in basso, di sprofondare in una candida vertigine che lo avrebbe inghiottito.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Era giunto sul vasto prato davanti all’Abbazia. Il grande rosone splendeva della luce all’interno come se invece fosse il sole, sparito dal mondo, a farlo risplendere. Sulla destra il cancello del camposanto.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">La neve aveva smesso di scendere. Dopo aver tuttavia già uniformato il paesaggio, smussandone le asperità, spegnendone le lame affilate, le cuspidi aguzze che sotto la coltre immacolata si erano chetate. Ora tutto appariva gentilmente e dolorosamente morbido per quel bianco remissivo, mansueto.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Dall’interno della chiesa giunsero voci di bimbi, un coro natalizio, cantavano “<em>O Tannenbaum”</em>.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Le punte di lancia del cancello erano diventate placide e inoffensive. E buffe, come bonari batuffoli d’ovatta sui rami dell’abete addobbato.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Si voltò indietro, a guardare ancora una volta le ultime case del paese. Osservò a lungo il fumo uscire dai comignoli, che si condensava e subito si perdeva nell’aria gelida, e svaniva.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Vide due corvi levarsi dai campi di neve con un volo pesante, faticoso, due cupi pensieri. Il fumo dei comignoli e due corvi. Lo schiocco delle nocciolaie, che però non si vedevano. E le cose, le altre cose. Tutte le altre cose. Il cielo, le nuvole, la nebbia leggera che accarezzava tutto. Gli alberi, il bosco, il paese che adesso era lontanissimo. Le montagne, il resto del mondo, i mari, i fiumi, le isole, tutto, tutto. Avrebbe voluto scrivere una storia su ognuna di quelle cose, tante storie su tutte le cose del mondo, una per ogni cosa. E sulla neve. Sull’aria di neve che si sente ancora prima che scenda. Sul profumo di neve che tutti conoscono ma che nessuno sa descrivere. Su quel cielo da neve invisibile e opaco e su quelle silenziose promesse. Sulla panchina, lì vicino allo stagno. La panchina coperta di neve, curiosa e arrotondata dalla bianca materia che l’ha trasformata in un oggetto allegro, paffuto e inutile, sul quale non puoi sederti ma che fa simpatia.</p>



<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser.jpg" alt="" class="wp-image-100836" width="560" height="576" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser.jpg 746w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-291x300.jpg 291w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-150x154.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-300x309.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-696x717.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/robert-walser-408x420.jpg 408w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /><figcaption>Robert Walser</figcaption></figure></div>



<p class="has-white-background-color has-background">Tutta quella neve! Scrivere una storia per ogni cristallo, in omaggio alla sua indicibile irripetibilità. Raccontare &#8211; ma come? &#8211; la stabile precarietà della coltre bianca, gli equilibri impossibili su un tetto, su un ramo, su una foglia, su un lampione, su un fil di ferro, sui suoi baffi, sui suoi capelli, sulle ciglia, minuscole perle che trasformavano la vista in un regno fatato. E il tonfo attutito di quando la gravità vinceva su quella vita inattuabile, sulla poesia. Fino a quando, anche per questa volta, sarebbero rimaste per terra solo le ultime chiazze ingrigite di tutto l’antico immacolato splendore, a testimoniare che un altro anno è passato.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Proprio in quegli ultimi giorni gli era accaduto di ripensare al romanzo di uno scrittore italiano, che aveva letto, tanti anni prima. Parlava di un uomo, un prete, che si sentiva come un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. Gli erano rimaste impresse, quelle parole. Anche lui si era sempre sentito così, un vaso di coccio. Ma proprio in quel pomeriggio, durante quella passeggiata avventata, imprudente, proprio in quell’esatto momento, si era reso conto di come quella sensazione che si era portato in spalla, oneroso fardello, per tanti anni, fosse stata invece ingannevole. Aveva compreso ora, ora soltanto, che in realtà i vasi di coccio erano loro, gli altri, anche se mascherati dietro ridicole armature di tolla. E come lui fosse invece non certo un vaso di ferro ma un’ampolla di cristallo, finissimo, lucente, sfavillante. E fragile, sì, fragile e fugace come tutte le cose che contano davvero.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Il coro dei bimbi intonava adesso, lontano, “<em>Stille Nacht</em>”.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Si sentì stanco. Una stanchezza leggera, aggraziata, deliziosa. E profonda, quieta, misteriosa. Una sensazione singolare, nuova, mai percepita prima.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Da lontano sembrò che s’inginocchiasse.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">In mezzo all’immenso prato bianco adagiò l’ampolla di cristallo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">La neve, che aveva ripreso a scendere fitta, copiosa, ricoprì la fragile ampolla, in poco tempo, sapientemente, e allora rimase soltanto una morbida ondulazione del manto candido, a ricordo.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Quella morbida ondulazione era adesso in perfetta armonia con la terra e col cielo che intanto s’era riempito di opache minuscole stelle.</p>



<p class="has-white-background-color has-background">Lo trovarono i bimbi.</p>



<p class="has-text-align-center"><em>Herisau, 25 dicembre 1956</em></p>



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<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser.jpg" alt="" class="wp-image-100828" width="450" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser-300x297.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser-150x148.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/01/walser-425x420.jpg 425w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /><figcaption>Robert Walser. Herisau, 25 dicembre 1956</figcaption></figure></div>



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			</item>
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		<title>La regina della neve (seconda parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Dec 2014 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[christian birmingham]]></category>
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		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[hans christian andersen]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[nord]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Scarinci]]></category>
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					<description><![CDATA[nella versione quasi fedele di Viviana Scarinci (la prima parte si può leggere qui.) Principi, principesse e ragazze virili Per farla breve Gerda, grazie all’aiuto del corvo e della sua fidanzata viene condotta a una verifica per lei emotivamente distruttiva: il ragazzo che ha sposato, come le ha riferito il corvo, la più intelligente delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>nella versione <em>quasi </em>fedele di <strong>Viviana Scarinci</strong></p>
<p><em><strong>(la prima parte si può leggere<a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/12/03/la-regina-della-neve-prima-parte/"> qui.</a>)</strong></em></p>
<p><figure id="attachment_49921" aria-describedby="caption-attachment-49921" style="width: 400px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-49921 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9.jpg" alt="birmingham9" width="400" height="246" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9-300x184.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/birmingham9-80x50.jpg 80w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption id="caption-attachment-49921" class="wp-caption-text">Christian Birmingham</figcaption></figure></p>
<h1>Principi, principesse e ragazze virili</h1>
<p>Per farla breve Gerda, grazie all’aiuto del corvo e della sua fidanzata viene condotta a una verifica per lei emotivamente distruttiva: il ragazzo che ha sposato, come le ha riferito il corvo, la più intelligente delle principesse disponibili sul mercato delle fiabe, è Kay? A differenza di quel che si dice in giro, non è che ci sia tutta questa disponibilità di vere principesse e Gerda questo lo sapeva bene. Possibile che proprio Kay avesse trovato quel favoloso connubio di intelligenza e nobiltà in una donna, e che ciò lo avesse reso principe?</p>
<p>La scena che conduce Gerda a questa verifica è di una bellezza pari solo a quella raccontata nel mito di Eros e Psiche: condotta furtivamente nei pressi della stanza più segreta del castello che custodisce il talamo dei neosposi, Gerda deve attraversare uno  strano e popolato corridoio, prima di entrare nella camera da letto. Sono i sogni degli sposi a popolare quel corridoio limitrofo al sonno: cavalli purosangue, cacce, dame, cavalieri da cui Gerda fu circondata in un attimo. Oddio, pensò, i sogni di Kay potrebbero essere questi … Ma quando Gerda alzò la lampada, esattamente come fece Psiche per finalmente <em>vedere</em>  se il suo uomo fosse un mostro o l’amore, lei sapeva già in cuor suo che quelli non potevano essere i sogni di Kay. E infatti principe e principessa erano solamente principe e principessa: due giovani gentili e generosi che quando seppero, invece di cacciare a pedate quella strana ragazza  che si era introdotta nottetempo nei loro sogni, la rivestirono di tutto punto e le regalarono una carrozza per andare dove volesse, e ai suoi due fratelli di volo, corvo e cornacchia, ritennero giusto restituire pari libertà.<span id="more-49919"></span></p>
<p>Ma Gerda è soprattutto un’esule e il nuovo apparecchiamento principesco non è destinato a durare molto. Appena fatta un po’ di strada la nostra subì un’imboscata da parte di briganti che però qui somigliano, invece che a manigoldi d’altri tempi, a orchi, anzi a orchesse. Infatti la più scatenata, quella che subito propone alla banda di fare fuori Gerda per impadronirsi di tutto quel ben di Dio che le avevano donato i principi, è una vecchia brigantessa barbuta che ha per figlia una ragazza assai virile. É il vero capo della banda. Per la verità la ragazza virile è un personaggio molto affascinante, forse il più fascinoso di tutti. Sembra una ragazza viziata e prepotente ma presto vedremo che l’autorità che Andersen le accorda non le arriva dalle sue velleità intimidatorie, né dall’essere figlia di un’orchessa che stravede per lei.</p>
<p>Subito, con prepotenza maschile della peggior specie, la ragazza precisa alla banda, madre compresa, che Gerda è il suo giocattolo e che quindi solo lei può farne quello che vuole. Del resto la fanciulla virile ama così, e lo dimostra a Gerda trattandola come tutto l’esercito di animali piccoli e grandi che tiene imprigionati, qualcuno rinchiuso, qualcun altro recluso per mezzo soltanto del terrore che incute. É il caso di una bellissima renna lappone finita chissà per quale oscura via in mano a  quella ragazza.</p>
<p>Uno degli aspetti più avvincenti di questa bambina animale, figlia di brigante, è una forma di rapacità totalmente innata che trapela dal suo essere, che se da una parte la rende un personaggio non spendibile in termini di civiltà e decenza, dall’altra la partecipa di un istinto acuminato rivolto egualmente a cose, animali e persone che, insieme a una sincera sfrenatezza, la fa apparire un personaggio davvero  portentoso, quanto regine seppur della neve e principesse, non si sognerebbero neppure.</p>
<p>Questa  ragazza che Andersen rappresenta facendo scelte narrative modernissime, è il personaggio della storia che Gerda subisce di più. Sia in termini di paura che di fascinazione. Tuttavia neanche la fanciulla virile riuscirà a  fermare Gerda che stavolta è davvero vicina alla meta. Ancora una volta sono gli animali a dare a Gerda una traccia riguardo la sparizione di Kay: Gerda è a letto con la fanciulla virile ed è spaventata. Quella ragazza ha sempre per compagno un coltello, ma non si sa se lo brandisce per giocare o minacciare. Si è già fatta raccontare tutta la storia due volte, come se la vita di Gerda fosse solo una favola. E adesso pretende che Gerda dorma insieme a lei, dopo il racconto. Gerda non sa se morirà o sarà amata, e per la prima volta  è perfettamente consapevole di quanto siano equidistanti entrambe le possibilità, come fossero le due facce di una moneta che a un certo punto del proprio viaggio è necessario spendere per intero.</p>
<p>Infatti è proprio a questo punto della storia che i palombi, gli unici animali della brigata che sembrano vivere insieme a quella strana gente per scelta, le rivelano che hanno visto Kay, lo hanno visto passare su una  slitta insieme alla regina della neve, probabilmente diretto con lei in Lapponia. Sì, la Lapponia il posto che, per una coincidenza molto curiosa, è anche il luogo d’origine della povera renna che la ragazza virile tiene prigioniera per motivi che non sappiamo e che pure minaccia col coltello, in quanto anch’essa evidentemente, come Gerda, le è estremamente cara.  È  dalla renna che finalmente apprendiamo qualcosa di importante sulla regina della neve, qualcosa che non somiglia a una chimera o al vagheggiamento innamorato di qualche giovane poeta: la regina della neve è una donna in carne e ossa che vive in Lapponia d’estate, che è originaria non di un paese delle fiabe ma di un luogo vero, l’isola di <em>Spizberg </em>o forse <em>Spitsbergen</em>, ossia le isole Svalbard! Possibile? A ogni buon conto Kay non è sparito, non è morto, ma si trova, forse per sua scelta o forse no, in un luogo vero. E alla luce di questa rivelazione, diventa fondamentale per Gerda capire se Kay è costretto prigioniero all’estremità più gelida del mondo o se in un modo o in un altro si trovi lì come di ritorno a casa.</p>
<p>La mattina successiva, tutto è cambiato. Gerda si risveglia in un letto in cui non è stata uccisa, se la più giovane dei briganti, non solo decide di lasciarla andare, ma le assegna come guida  la renna, l’unico essere al mondo  che possa condurla dove la bambina desidera veramente andare. Senza una lacrima, e con molta ironia, la fanciulla virile compie il gesto più nobile dei tanti che abbiamo visto fin qui:  lascia andare le due creature che le sono più care, e insieme a loro forse l’unica possibilità che una orchessa abbia di differenziarsi  dalla brigata turpe che capeggia. Lo fa consapevolmente e senza l’aria di sacrificarsi, diventando così uno dei personaggi più difficili da dimenticare sebbene il destino di Gerda fosse tutt’altro dal brigantaggio.</p>
<h1>La visione gotica</h1>
<p>Che cos’è una fiaba? Che funzione svolge nell’immaginario di ognuno di noi? Volendo lasciare indisturbate nelle loro sedi le spiegazioni di natura antropologica, sociologica, etnica, la domanda resta quella relativa al legame che ha la fiaba con la poesia, o meglio  con l’integrità della persona di cui la poesia è espressione. Karen Blixen, un’altra grande narratrice danese che tra realtà e poesia ha saputo intessere una vera e propria <em>araldica</em> (Nadia Fusini) delle casistiche umane, nelle sue fiabe per adulti rappresenta in filigrana un doppio del reale, un’ultrarealtà che mette finalmente a dimora il seme dell’invisibile dentro il risaputo, rompendo attraverso il linguaggio l’immobilità che talvolta imprigiona i destini, iniziando così il lettore all’imprevedibile. Sortilegio che la Blixen applicò in primo luogo alla sua vita, utilizzando la scrittura come vero e proprio <em>orientamento</em> occulto della sua vicenda personale. Tutto lascia supporre che anche per il suo connazionale Andersen le cose non stessero diversamente, se è vero che un poeta, e Andersen fu soprattutto questo, rimane sempre una sorta di amante rifiutato. Uno sguardo che dal margine del suo isolamento attenta per mezzo della poesia, alle infinite apparenze con cui l’amatissima <em>realtà </em>si mischia, senza che lui la possa quasi mai  toccare.</p>
<p>Gerda in groppa alla rena viaggia ormai ad altissima velocità verso la sua meta. Ormai sembra che più nulla la ostacoli, neanche i falsi destini che di  volta in volta le si sono frapposti e hanno tentato di trattenerla in storie che non le appartenessero. A questo punto Gerda ha a che fare con due donne che Andersen definisce solo mediante l’area geografica di cui sono espressione. La prima è la donna lappone che vive in una casa la cui porta è quasi sotterrata, frigge il pesce e ascolta con partecipazione le storie delle due creature che le si parano di fronte: una renna parlante, e una bambina intirizzita. E senza stupore, e senza soprattutto antipatici protagonismi, scrive su un pezzo di baccalà, una lettera, forse di raccomandazione, a quella che a tutti gli effetti si dimostra poi una collega finlandese, superiore gerarchicamente per chiaroveggenza. La donna lappone e la donna finlandese sono due streghe.</p>
<p>Così sempre in groppa alla renna Gerda raggiunge l’altra strega che naturalmente già sa tutto. Già sa che a questo punto la storia è finita. Ma né Gerda, né la renna né Kay ancora lo sanno. La finlandese che vive in una casa senza porta e caldissima a dispetto del clima del suo paese, ha la pelle sporca, chissà perché. E legge probabilmente per finta. Legge il pezzo di baccalà inviato dalla collega. Legge da un altro foglio lettere incomprensibili. Quando la renna ingenuamente le chiede se non ha qualche pozione che renda Gerda più forte della donna che le ha rubato il fidanzato, la finlandese sa che nulla che possano dire o stabilire in quel momento ha più alcune senso. E allora si inventa la solfa che grazie ai meriti accumulati durante il viaggio e grazie alla sua purezza di spirito, Gerda è già più forte della gelida maliarda. Molto affrettatamente poi, si sbarazza dei due, dando indicazioni alla renna di condurre Gerda a un cespuglio che segna l’inizio del giardino di un castello di ghiaccio. Lì Kay non è rinchiuso e vive momentaneamente da solo, dato che quella che avrebbe dovuto essere la sua carceriera, se n’è andata per un po’ in Italia, attratta dai fumi del vulcano Etna, che desidera morbidamente imbiancare essendo quello il vulcano più ganzo d’Europa.</p>
<p>Anna Maria Ortese scrive “senza la retorica, nulla di serio o di vero può esser detto, mancando quel <em>falso </em>che è misura e supporto del vero”. Spesso, negli scrittori profondamente collusi con l’<em>irreale</em>, con la favola, con una visione <em>gotica</em> dell’umano, come lo fu Andersen, il depistaggio che questi <em>poeti</em> operano falsificando attraverso il linguaggio, le piste insignificanti, piuttosto che l’ordito di una trama realistica, compone una visione lussureggiante della pura verità. Un tipo di verità che rende assai vero quello su cui una scena quotidiana, di primo acchito silenziosa, risulta magicamente reticente.</p>
<p><figure id="attachment_49922" aria-describedby="caption-attachment-49922" style="width: 634px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-49922 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end.jpg" alt="Vladyslav Yerko" width="634" height="446" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end.jpg 634w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/yerko-snow-end-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 634px) 100vw, 634px" /><figcaption id="caption-attachment-49922" class="wp-caption-text">Vladyslav Yerko</figcaption></figure></p>
<h1>… e vissero tutti più o meno felici e contenti</h1>
<p>Gerda finalmente incontra Kay. Incontra non il bambino rapito dalla strega più potente del mondo, ma un ragazzo mezzo assiderato, chino da chissà quanto tempo sulla possibilità di comporre un unico lemma. Chiuso da quattro pareti gelide, tanto estraniato da tutto che neanche la riconosce. Certo possiamo anche credere che invece le cose stessero letteralmente come le scrisse Andersen, cioè che la regina della neve partendo per l’Italia, fosse certa che il ragazzo lasciato solo con il suo gioco fatto di tutte le lettere dell’alfabeto, non sarebbe mai stato capace, così assiderato e abbandonato, di evadere, componendo la parola eternità e acquisendo con ciò di colpo l’età adulta, un paio di pattini nuovi e la libertà. O magari possiamo anche ritenere che la responsabilità di tutti questi avvenimenti Andersen l’avesse liquidata a monte con la premessa dello specchio diabolico infranto che aveva deturpato momentaneamente il cuore e la vista del nostro giovane poeta. Ma cosa cambierebbe? Dopo che i due si sono ritrovati, Kay finalmente piange e lava via ogni scheggia diabolica dal suo corpo.</p>
<p>Quasi tutti i personaggi di questa storia, dopo che accade la catarsi del ritrovamento, escono dalle loro vite con sollievo e possono cambiare i destini dentro cui erano costretti perché tutto si compisse. La renna è un maschio che intanto si è sposato e offre ai due ragazzi il latte dai seni della sua giovane signora. Si viene a sapere che il corvo, amico fraterno di Gerda, è passato a miglior vita. Che principe e principessa, dopo l’incontro con la nostra eroina, hanno preso la via del mondo, probabilmente stufi di una favola che li voleva così banalmente buoni e belli. E le due streghe, la lappone e la finlandese , salvata la sorte di quella ragazza sbandata, si sentirono libere di tornarsene due vecchie contadine assai materne, che semplicemente parteggiavano per bonomia nordica in favore della gioventù. Ma più di tutti è la ragazza virile che, finalmente diventata l’avventuriera generosa e solitaria che ci aspettavamo, con una frase lapidaria rivolta a Kay, dice quasi tutto ciò che resta da dire: “Vorrei sapere se lo meriti, che una corra fino alla fine del mondo per te!”</p>
<p>C’è un’altra favola di Andersen incredibilmente significativa che a ben guardare possiede molte tessere che combaciano con questa storia. <em>L’uomo di neve</em> parla di un giovanissimo uomo che similmente a Kay, essendo fatto di neve, ne possiede apparentemente tutte le caratteristiche: il legame con il gelo che cristallizza le sue possibilità di vita in un arco di tempo brevissimo e impossibile da eludere, la capacità di vivere con gli elementi della natura una sorta consanguineità esangue che gli fa intendere la lingua degli animali e l’alternanza di sole e luna, senza davvero capirli, e soprattutto, l’ingenuità delle creature votate a un sogno soltanto. L’uomo di neve nella breve parabola della sua esistenza, si sente sempre strano ed è una sensazione che non sa spiegarsi, che gli fa venire in cuore uno strano languore che scrive Andersen “tutti gli uomini conoscono, se sono fatti di neve”. L’unico desiderio, l’unico sogno dell’uomo di neve è la dissolvenza attraverso il calore di una stufa, impossibile da raggiungere perché è qualcosa che sta agli antipodi del suo gelo eppure che egli sente intimamente propria.</p>
<p>Difficile alla fine immaginare Gerda e Kay, che sono diventati nel frattempo la donna e l’uomo che abbiamo visto, tornare alla loro città, e sedere per gioco sulle loro seggioline di bambini. Una volta di fronte l’uno all’altra, difficile che fossero potuti rimanere lì fermi per sempre in un idillio irrealistico che Andersen prima di tutti, non avrebbe consentito che durasse più del tempo di un frettoloso lieto fino. Andersen avrebbe continuato a raccontarli per sempre, come in effetti ha fatto cambiando di continui titoli e svolte alla sua pirotecnica ricerca della pura verità, attraverso le figure che attribuiva a se stesso e agli altri. Lo avrebbe fatto per sempre, perché come Kay col suo unico lemma, Andersen sapeva fin troppo bene che la ricerca di se stessi “è come se uno stesse lì seduto a esercitarsi su un pezzo senza poterlo mai terminare, sempre lo stesso pezzo. Ha un bel dire che se la caverà, non ci riuscirà mai, per quanto suoni!”</p>
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		<title>La regina della neve (prima parte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2014 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[arthur rackham]]></category>
		<category><![CDATA[eleanor vere boyle]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[hans christian andersen]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[nord]]></category>
		<category><![CDATA[Viviana Scarinci]]></category>
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					<description><![CDATA[nella versione quasi fedele di Viviana Scarinci &#160; Molto spesso nelle favole di Andersen, come nelle favole di molti altri narratori,  c’è qualcosa di importantissimo da recuperare. Qualcosa che forse neanche c’era stato segnalato all’inizio della storia ma che sappiamo comunque perduto e che può anche non essere evidente. Lo intuiamo, ma  non è  chiaro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>nella versione <em>quasi </em>fedele di <strong>Viviana Scarinci</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Molto spesso nelle favole di Andersen, come nelle favole di molti altri narratori,  c’è qualcosa di importantissimo da recuperare. Qualcosa che forse neanche c’era stato segnalato all’inizio della storia ma che sappiamo comunque perduto e che può anche non essere evidente. Lo intuiamo, ma  non è  chiaro in che modo sia la causa di tutto. Ne Il brutto anatroccolo ad esempio ciò che il pulcino ha perso prima dell’inizio della storia è la specie cui appartiene, e noi, come lui non lo sappiamo fino alla fine, grazie alla magistrale tessitura in cui Andersen, come se fossimo quel pulcino, ci impiglia facendoci patire lo stesso smarrimento del protagonista, il quale non trova la sua identità, e insieme a quella, il suo bene,  in nessuna circostanza che il destino gli propone. Ne <em>La regina della neve</em> è un bambino a perdersi e non sono un papà o una mamma che lo stanno cercando ma una bambina come lui che è l’unico essere umano ad avere qualche speranza di poterlo recuperare. Nel caso de <em>Il brutto anatroccolo</em> anche il destino per un lungo periodo sembra ignorare l’identità del pulcino. Non sembra curarsi di lui, come se lo stesso destino potesse agire efficacemente solo su quelle vite che abbiano avuto modo di rinvenire al di là delle numerose falsificazioni, il loro vero atto di nascita. Nella storia che stiamo per raccontare sembra che il destino sia la personificazione di quella stessa città che James Hillman ci descrive come incurante di noi finché qualcuno o qualcosa si faccia carico di recuperare il  bambino che abbiamo smarrito.<span id="more-49915"></span></p>
<p>********************</p>
<p>quando mai c’è, <em>per quel che ne sappiamo</em>, una cosa senza di noi? Chi è attore di linguaggio, ma amoroso di figure, deve pur compiere con parole quel che vede, facendolo rinascere dalla sua lingua. <strong>Nanni Cagnone</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nelle fiabe c’è spesso un convegno al quale messaggeri meravigliosi hanno convocato e condotto. Poi, giunti al luogo non c’è nessuno: “una fratta selvaggia oscura e vuota”. Ciò significa soltanto, in quelle fiabe, “Ti aspetto più avanti” (<em>ascende superus, duc in altum, Lc 14,10- 5,4</em>). Dove? Nessuno lo sa; più avanti. <strong>Cristina Campo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><figure id="attachment_49916" aria-describedby="caption-attachment-49916" style="width: 500px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-49916 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham1.jpg" alt="snowqueen_rackham1" width="500" height="229" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham1.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham1-300x137.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-49916" class="wp-caption-text">Arthur Rackham</figcaption></figure></p>
<h1>Il diavolo</h1>
<p style="text-align: justify;">All’inizio de <em>La regina della neve</em>  Andersen dà un annuncio solenne che ci fa pensare che l’autore non si stia rivolgendo soltanto a un pubblico di piccoli lettori. Andersen ci avvisa che alla fine di questo lungo racconto noi ne sapremo molto di più sul diavolo e del suo potere sul mondo. La prima storia delle sette che compongono quel meraviglioso romanzo che è <em>La regina della neve</em> infatti è un antefatto, il motivo cioè che causerà  le disavventure di una bambina e di un bambino per via  di un incidente occorso a uno strumento diabolico. La seconda cosa sorprendente che apprendiamo riguarda un aspetto della vita intima del  diavolo, frequentato di rado anche dalla letteratura per adulti, cioè quello di come impiega il suo tempo libero. Infatti lo vediamo impegnato per diletto, come un qualsiasi hobbista, nella costruzione dilettantistica  di un oggetto. Ma siccome è il diavolo, non sta facendo decoupage, ma sta fabbricando uno specchio che di ogni cosa riflette  il contrario se questa è dritta, il rovescio  se questa è  bella, la sua perversità  se questa è amata.</p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che all’inizio lo scopo principale di questa impresa diabolica era soltanto la derisione. Ad esempio  un pensiero buono diventava qualcosa di ridicolo, qualcosa che faceva ridere.  Per un po’ fu sufficiente questo per divertirlo, ma poi dopo quella domenica pomeriggio in cui inventò lo specchio, il diavolo, che era un cattivo maestro, tornò alla sua classe di cattivi studenti e più allegro del solito, raccontò il suo esilarante fine settimana, così tutti i suoi studenti diabolici andarono in giro a raccontare che finalmente un miracolo al contrario era in grado di mostrare veramente come fossero gli uomini e il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Io sono il dio nelle cui mani gli uomini pongono i loro desideri” scrive Gustav Meyrink, parlando per bocca di Lucifero.  La tentazione si può dire che per un diavolo costituisce le basi del mestiere in quanto è la premessa di ogni dannazione sua e altrui ma è anche l’irriverenza che sta alla base di tutti i moti indipendentisti dell’anima. Per cui accadde che gli studenti del diavolo furono tentati di mettere alla prova la straordinaria malignità dello specchio risalendo con quello alla mano tutte le gerarchie del bene al solo scopo di ridicolizzarle. Ma finché si trattò di cherubini alati ricciuti e paffutelli,  lo specchio si limitò a sghignazzare rendendoli deformi, però quando la risalita dei goliardi arrivò un po’ più in alto, lo specchio non resse alla visione pervertita degli arcangeli e tanto si agitò che scivolò dalle mani degli studenti per precipitare fin sulla terra frantumandosi in mille pezzi, schegge e polveri che si dispersero ovunque nel mondo diventando il mondo, anche un po’ fatto delle stessa sostanza di quello specchio.</p>
<p style="text-align: justify;">I ghiacci non si trovano solo al colmo delle altezze ma sono anche al colmo della profondità. Sotto la terra, sotto l’acqua, sotto il fuoco dell’inferno, c’è il nono cerchio dantesco, l’ultimo, che è fatto di ghiaccio ed è riservato ai traditori. Qui, di ghiaccio e non di fuoco è la casa di Lucifero. Un luogo in cui nulla è abbastanza fermo, assoluto, cristallizzato, compresa l’intenzione del male. Questo è l’antefatto di una storia che già dal principio smette apparentemente di riguardare il diavolo per diventare la narrazione del viaggio iniziatico che  una ragazza  e un ragazzo compiranno in questo mondo danneggiato da uno specchio diabolico, separatamente, forse non tanto per ritrovarsi alla fine, come sembra lo scopo dichiarato del viaggio.</p>
<h1>Kay</h1>
<p><figure id="attachment_49917" aria-describedby="caption-attachment-49917" style="width: 464px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-49917 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham2.jpg" alt="snowqueen_rackham2" width="464" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham2.jpg 464w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/snowqueen_rackham2-232x300.jpg 232w" sizes="(max-width: 464px) 100vw, 464px" /><figcaption id="caption-attachment-49917" class="wp-caption-text">Arthur Rackham</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ebbe inizio in una città che è il luogo del destino per eccellenza. Ma che è anche un posto in cui di rado c’è spazio per i giardini, specialmente nei quartieri più degradati o quelli in cui la gente va solo a dormire e ci lascia i figli per forza di cose da soli o guardati da altri. Siccome Gerda e Kay non avevano un giardino in cui poter giocare, decisero di eleggere a giardino un paio di vasi pensili sospesi tra i loro due balconi che non si sa se per caso o perché il diavolo volle così, erano dirimpettai. I due ragazzi erano felici grazie a quel giardinetto pensile che d’estate era coloratissimo e profumato di rose, a cui si affacciavano per guardarsi d’inverno, e per guardare la neve che cadeva. Kay era innamorato della neve, lo era da sempre senza sapere perché. La neve per Kay, era qualcosa che gli apparteneva anche da prima di quando d’inverno si affacciava alla finestra chiusa per giocare ai segni con Gerda che lo aspettava all’altra finestra, mentre i fiocchi turbinavano tra loro come uno sciame di api bianche, la cui regina però tardava a comparire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma passò qualche stagione e la regina comparve. Accade quando arrivò un inverno particolarmente freddo. Si susseguirono molte settimane in cui la città pareva così chiusa dalla morsa del gelo da sparire sotto montagne di ghiaccio. E ogni giorno verso le cinque cominciava a nevicare prima piano poi sempre più turbinosamente, come fa la neve che non perde mai leggerezza anche quando è violenta. Verso le cinque Kay usciva per non perdersi quello spettacolo tutto intabarrato, ma con la testa e il naso scoperti perché gli pareva che così, vedendo meglio quel candore, potesse fiutare anche il profumo bianco e un po’ mischiato alla polvere diabolica dello specchio, come tutte le cose del mondo ormai.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse, quel profumo gli pareva così buono e ricercato, anche per via della malia dello specchio, che per quanto cattiva e indegna, non ci dimentichiamo che era una magia ispirata dal padre di tutte le tentazioni. É più probabile che fu così che Kay si ritrovò una scheggia di specchio nell’occhio, e peggio, un’altra che passando dal naso gli raggiunse il cuore, seguendo una di quelle traiettorie improbabili e perverse che solo il caso, o il diavolo in persona, sanno direzionare come peggio non si potrebbe. Secondo Andersen invece Kay si buscò questo malanno un giorno d’estate mentre leggeva un libro insieme alla sua Gerda per cui a un tratto il loro giardino sospeso gli apparve quale era, cioè un paio di vasi striminziti abbarbicati tenacemente su un balcone di periferia, e Gerda soltanto una mocciosa. Forse, come spesso accade, erano vere tutte e due le cose. Forse l’inverno prima, insieme ad essere colpito dalle schegge impazzite dello specchio, Kay era rimasto folgorato su quella stessa strada da una donna che come scrive Andersen “aveva gli occhi fissi come due stelle chiare, ma in essi non c’era pace né tranquillità” e la cosa peggiore fu che quella donna, bella come Kay non ne aveva mai viste, in quell’occasione fece cenno proprio a lui di seguirlo, come se lo conoscesse da sempre. Ma Kay non riuscì a raggiungerla, perdendosi man a mano che la tempesta di neve aumentava. Così l’estate successiva, è probabile che leggendo l’ennesimo libro insieme a Gerda, non si fosse per niente dimenticato di quell’episodio, perciò fu da quel momento che la sua amica cominciò ad avvertire quanto Kay fosse cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Andersen ci dice che Kay faceva giochi più “seri”, giochi adulti che Gerda non capiva, come quello di imitare gli altri cosicché non si capiva più se Kay era Kay o solamente uno qualunque che faceva cose qualunque o si metteva al microscopio ad analizzare per ore un fiocco di neve ritenendolo, diceva, la forma più bella che la natura avesse inventato, perfetta e assoluta, come non lo sarebbero mai state le loro rose nei vasi. Gerda era preoccupata, più passava il tempo, più Kay diventava distante, finché ancora una volta arrivò l’inverno. E con l’inverno Kay riprese l’abitudine a uscire dopo le cinque aspettandosi da un momento all’altro che nevicasse. Ma la neve non arrivava e Kay divenne sempre più nervoso finché un giorno, alla fine di febbraio poco prima delle cinque, cominciò a cadere: i primi fiocchi impercettibili che non sembra neve, sembra acqua o quello che chiamano nevischio che non c’entra niente con gli impareggiabili fiocchi con cui la neve è capace di fare silenzio intorno, solo perché arriva nei luoghi come fanno le grandi dame o i grandi spiriti. Kay corse a rotta di collo giù per le scale come se avesse il sentore che finalmente l’ora e il luogo dell’appuntamento con il suo destino fossero giunti, e aveva ragione perché quando lo sciame bianco della neve infittì comparve pure la regina. “Abbiamo fatto una bella corsa!”, disse la regina a Kay con uno strano sorriso. “Ma che freddo, vieni, ficcati nella mia pelliccia d’orso”, e lo disse come se anche per lei con Kay si fosse trattato di riaprire un discorso che in realtà non s’era mai interrotto. Poi la regina della neve baciò Kay, e lo baciò di nuovo e infine disse: “Adesso non ti bacerò più, perché finirei per farti morire”, ma mentiva e lo baciò ancora e ancora.</p>
<h1>Gerda</h1>
<p>Andersen riferisce che Gerda, disperata, partì alla ricerca di Kay. Ma noi possiamo solo testimoniare che Gerda partì. Ora se partì verosimilmente alla ricerca del suo amico del cuore, chi può dirlo? Gerda partì perché non c’era più motivo di restare in quella città. E poi di un viaggio, nonostante le nostre intenzioni, si può sapere solo quale sia il punto di partenza. Quindi Kay forse era morto o forse stava solo capendo chi fosse l’uomo che aspettava di diventare a rischio della sua stessa vita. Allora Gerda decise di calzare un paio di scarpette rosse, che aveva comprato dopo la scomparsa di Kay e che Kay non si sarebbe mai potuto figurare come le stessero bene ai piedi, qualora fosse veramente morto o fosse diventato il principe consorte della neve, che poi era la stessa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle scarpette rosse erano per Gerda una cosa della massima importanza, erano le prime scarpe che avesse scelto da sola e le aveva scelte rosse con un’audacia che stava solamente cercando il modo di comunicarsi a Gerda come una delle sue virtù più risolutive. Un’altra famosissima favola di Andersen riguarda proprio un paio di scarpette. <em>Scarpette rosse</em> racconta il desiderio che le scarpe suscitarono in una ragazza e la responsabilità che ebbero riguardo la sua fine tragica.  Sicuramente le scarpe da donna, erano un elemento che Andersen considerava fondamentale e allo stesso tempo viveva in modo contraddittorio. Che Andersen amasse le scarpe femminili è dimostrato dalla sua attenzione verso le credenze e verso la religiosità dei suoi luoghi d’origine, che attribuivano alle scarpe rosse un valore altamente seducente e perciò demoniaco. Ma la posizione controversa del poeta danese al riguardo emerge ancora meglio dal suo genio che lo conduceva spesso a un vero e proprio contraddittorio interiore, espresso da trame che andavano molto oltre la trasposizione di una tradizione orale o scritta<strong>. </strong>Ad esempio un’evidenza della malcelata antipatia di Andersen verso la più che nota sproporzione biblica tra esiguità della colpa e crudeltà del castigo, ci viene dalla sottilissima ironia che ammanta una favola meno famosa di <em>Scarpette rosse</em> ma altrettanto interessante, che si intitola <em>La ragazza che calpestò il pane</em>. Questa è la storia di una fanciulla che per non sporcarsi le scarpette fiammanti, getta in terra e calpesta come un zerbino il pane, destinato a sua madre poverissima. Chiaramente l’universo le si scatena contro e lei finisce istantaneamente morta ammazzata  e gettata in un inferno che somiglia a quel nono girone di cui sopra. Sempre in questa favola però compare a mescolare  singolarmente le carte  del destino ancora una volta una figura femminile incredibile che appartiene alla sfera intima di Satana: la sua bisnonna. Questo personaggio molto rispettato nota subito che la ragazza che ama su tutto le sue scarpe nuove, è molto ben predisposta a peccare. E la vuole avere per cariatide in casa, la stessa casa di Lucifero che qui, più che lo spaventoso satanasso che tutti sanno, appare un tenero nipote che vive ancora con la bisnonna più ciarliera che gli inferi ricordino.</p>
<p>É calzando quelle stesse controverse scarpe rosse che Gerda,  prima di partire per il suo viaggio, uscì dalla città e si recò un’ultima volta al fiume, che era l’unico luogo da  cui aveva sempre avuto risposte.</p>
<h1>La donna esperta di magia</h1>
<p><figure id="attachment_49918" aria-describedby="caption-attachment-49918" style="width: 303px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-49918 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/eleanor-v.boyle_snowqueen3.jpg" alt="eleanor v.boyle_snowqueen3" width="303" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/eleanor-v.boyle_snowqueen3.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/eleanor-v.boyle_snowqueen3-227x300.jpg 227w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /><figcaption id="caption-attachment-49918" class="wp-caption-text">Eleanor Vere Boyle</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Arrivata al fiume Gerda fece una cosa incomprensibile: prese le scarpe rosse  e le gettò in acqua, forse perché il sacrificio della sua audacia le parve una cosa necessaria al fine di riavere Kay. Ma si sbagliava e il fiume con un gesto tranquillo gliele restituì. Allora Gerda finse di non capire, prese una barca, arrivò a largo e getto di nuovo le scarpe in acqua. Fu qui che il fiume prese posizione, visto che Gerda non voleva intendere. L’acqua si inventò una corrente abbastanza forte da far perdere a Gerda il controllo della barca. Il fiume così le impose di iniziare il suo proprio viaggio. Prima Gerda ebbe paura, su quella barca trascinata non si sa dove con indosso solo le calze ma poi la paura passò perché cominciò a guardare le sponde del fiume e vide un paesaggio tanto bello quanto sconosciuto, così sconosciuto da apparire familiare, come solo accade a quello che incontriamo la prima volta e ci dimostra che esistono parentele con luoghi e persone molto più radicate di quelle che conosciamo fin dalla nascita. E infatti la barca si fermò davanti a una casetta immersa nella campagna solitaria, Gerda scese senza paura e bussò a quella porta. La donna che aprì si trovò davanti una bambina senza scarpe con l’aria di aver pianto più lacrime di quanto a quell’età se ne abbia a disposizione. Però non vide solo quello, perché la donna era una strega e sapeva tutto, non proprio come sa tutto  il diavolo, ma quasi. “Una bambina così bella era da tanto tempo che la sognavo”, disse la vecchia tra sé, “Adesso vedrai come ce la intenderemo bene noi due”. E sospingendo dolcemente Gerda dentro casa, chiuse la porta  a chiave.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è da dire che la strega che accolse Gerda in casa non era cattiva. Lo era solo un po’, come lo sono quelle persone  che sono disposte a rubare e ingannare non per abitudine, ma solo se qualcosa o qualcuno piace loro tantissimo. E Gerda a quella strega piaceva da impazzire tanto che decise di ingannarla purché restasse quanto più a lungo possibile con lei. Allora si servì della magia. Mentre Gerda dormiva, dopo aver mangiato straordinarie ciliegie magiche, la vecchia uscì di casa e con un colpo del suo bastone costrinse ogni rosaio del giardino a tornare per intero sottoterra come rimangiandosi i fiori, la gemmazione, il fusto, le spine in modo che le rose non potessero ricordare a Gerda nulla del giardino  condiviso con Kay, né del misterioso disgusto per le rose che aveva colto il ragazzo poco prima di sparire. E poi dal giorno successivo seppe dare a Gerda la piacevole abitudine di essere pettinata a lungo dalle mani di una strega, mani  che a volte reggevano un pettine fatato che smemorava, cosicché Gerda si trovò senza passato nella casa di un giardino fatato di cui per incantesimo le sembrò di essere la padrona.</p>
<p>Ma Gerda era destinata a non essere padrona di nulla, né tanto meno a dilettarsi di stregoneria, come la sua ospite. É a questo punto che successe una cosa che la strega non era stata in grado di prevedere, poiché la vecchia  era insuperabile  in fattucchierismi e manipolazioni, meno capace quando si trattava d’essere previdente: la strega si dimenticò di far sparire l’ultima rosa rimasta in casa, quella che pendeva dal suo cappello. Così quando Gerda una sera, molto tempo dopo il suo arrivo, si prese la briga di osservare meglio la sua ospite, si accorse che le pendeva dal capo proprio una rosa dello stesso colore di quella che Kay le aveva indicato con disgusto prima di sparire. Bastò quello a farle ricordare improvvisamente tutto. Ma non disse nulla, e di notte quando la strega finalmente si addormentò, uscì nel giardino per  piangere  tutto il tempo che aveva perso imprigionata in quella falsa estate. Qual era la vera stagione oltre la siepe del giardino fatato della strega? Si chiese, mentre finalmente  ritornava la sua audacia a renderla capace di tutto. Allora le rose che  non poterono più trattenersi dallo stare sottoterra, le dissero: “Noi sottoterra ci siamo state, là ci sono tutti i morti, ma Kay non c’era”. Il cancello del giardino era chiuso, ma fu a quelle parole dette dalle rose che Gerda alzò il gancio e ancora una volta a piedi nudi, trovò la via della fuga.</p>
<h1>Intermezzo</h1>
<p>Come ho sentito dire una volta da una persona molto saggia, le favole devono essere raccontate ai bambini perché racchiudono tutti i destini possibili che la vita può riservare a una donna e a un uomo, e narrarle ai più giovani può dare loro il senso delle infinite possibilità che da grandi potranno attuare. Ma secondo Andersen, certamente, le fiabe avevano anche il potere di rammentare agli adulti ciò che  a qualsiasi età fosse loro sempre e ancora possibile. A questo fine, il nostro poeta e favolista sapeva bene che  l’effetto più potente in una favola lo sortisce non tanto la storia di un destino, quanto l’uso di un  linguaggio  che improvvisamente infranga l’ostinazione tutta adulta di ogni alfabeto interiore che costringe all’immobilità. Del resto la parola è il più potente dei nomi. Una sorta di battesimo della realtà di cui ogni persona conserva facoltà per sempre. <em>Una volta messa in moto la mente, non solo si pronunciano parole, ma cielo e terra si fondano sull’intenzione, in un passaggio acrobatico subitaneo e trascendente </em>scrive James Hillman. Per cui i dialoghi più pregnanti, può capitare che i personaggi di Andersen, li abbiano con un oggetto, col fiume, con un rosaio o un animale. Lieh Tzu in un’antichissima favola taoista che si intitola <em>Bestia o uomo</em> asserisce che “coloro che si somigliano nello spirito possono differire nella forma, e coloro che si somigliano nella forma possono differire nello spirito”, azzerando le differenze testimoniate dai corpi visibili di animali e uomini in favore di identità spirituali magari  non evidenti, ma fondamentali nel dipanarsi del grande gioco della vita di ognuno. É proprio questo aspetto <em>bestiale</em> e del tutto realistico delle profondità umane che Gerda affronta nella quarta e nella quinta storia de <em>La Regina della neve</em>.</p>
<p>Scappata dal giardino eternamente estivo della strega, Gerda corre a piedi nudi verso l’inverno,  e  in mezzo alla neve, incontra inaspettatamente un amico, o forse di più, un fratello. Il primo indizio di certe fratellanze a posteriori è che due appena si parlano  si capiscono, pur provenendo da regioni totalmente estranee e separate. Infatti, l’essere che darà conforto a Gerda, malgrado un’evidente difficoltà linguistica, e che le dirà di aver visto probabilmente Kay, incoraggiandola a continuare la ricerca, è un corvo.</p>
<p>Abbiamo già visto in Gerda la capacità di dialoghi soprannaturali: il fiume che la consiglia sulle scarpe, le rose che fanno il tifo per lei pure da sottoterra e ora il corvo che le racconta di un giovanotto molto somigliante a Kay che ha appena sposato la principessa presso cui la sua fidanzata cornacchia è a servizio. A pensarci bene, la piccola Gerda non si sa di chi sia figlia, né di quale paese la sua stirpe sia originaria. Sappiamo che è innamorata di un giovane poeta che nutre una passione monomaniacale per la neve, quando lei ne nutre una un po’ più sana per lui e con ciò insieme toccano il limite della lingua condivisa. Sappiamo che la strega si invaghisce di lei, ma le streghe sono strani esseri e la parte di bestia che serbano nel cuore serve loro solo per ingannare,  perciò anche quella parlata con la strega risulta una lingua monomandataria che assicura solo i diritti di uno.  Gerda è sola come il brutto anatroccolo, non ha neppure la consapevolezza di una specificità che la indichi a se stessa, finché non incontrerà il corvo che, sebbene per eccesso di zelo la conduca verso un buco nell’acqua, le dona, come spesso accade nell’incontro con un simile, una consapevolezza fondamentale riguardo la sua vera natura. Sì, Gerda non sarà mai una principessa, come dimostrerà l’atteggiamento diversamente felice con cui Andersen ritrae la vera principessa che abita la prossima porzione di storia, ma non di meno la nostra è portatrice di uno spirito così alato che la renderà capace di percorrere quello che degli altri è il mondo più segreto: i loro sogni.</p>
<p><em><strong>(CONTINUA)</strong></em></p>
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		<title>La più grande nevicata dal 1956</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco &#160; &#160; Perciò l’acqua preferisce la delicata neve, che l’aiuta ad avverare la sua speranza piú segreta: quella di fissare la forma di tutto ciò che non è acqua, le case, i prati, le montagne, gli alberi. Julio Cortazar &#160; Ci vogliano le apocalissi per riempire le scalette dei programmi televisivi &#8211; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/12/la-piu-grande-nevicata-dal-1956/neve-2/" rel="attachment wp-att-41646"><img loading="lazy" class="alignleft size-thumbnail wp-image-41646" title="NEVE" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/NEVE1-100x100.jpg" alt="" width="100" height="100" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/NEVE1-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/NEVE1-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 100px) 100vw, 100px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Perciò l’acqua preferisce la delicata neve, che<br />
l’aiuta ad avverare la sua speranza piú segreta:<br />
quella di fissare la forma di tutto ciò che non è<br />
acqua, le case, i prati, le montagne, gli alberi.<br />
<em>Julio Cortazar</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci vogliano le apocalissi per riempire le scalette dei programmi televisivi &#8211; così dopo avere battuto le molteplici piste della crisi economica e del naufragio della nave da crociera, vengo urgentemente spedito nelle estreme ramificazioni montane della regione Lazio, questa volta oltre Frosinone, per intervistare gli abitanti di Ripi, un pugno di case e capannoni sommerso dalla neve.</p>
<p>Con i ragazzi della troupe, un operatore, un fonico, siamo partiti in fretta e furia da Roma.</p>
<p>Abbiamo infilato l&#8217;autostrada, ci siamo persi ripetutamente dentro Frosinone &#8211; un posto lievitato rispettando le ferree regole del cemento, del disordine, dell’arroccamento &#8211; abbiamo imboccato la Casilina verso Napoli, l&#8217;abbiamo persa credendo di averla smarrita per sempre, per poi riprenderla senza consapevolezza dopo qualche chilometro, consegnando i nostri destini nelle mani della provvidenza, cioè don Sergio, un prete dei paesini a sud-est di Frosinone, la nostra guida in queste terre sconosciute.</p>
<p>Don Sergio ha i capelli a scodella, il pizzetto da maresciallo, lo sguardo opaco ma vivo, l&#8217;aria stazzonata da curato di campagna – l’avevo già visto in una versione spenta e bidimensionale seguire e dialogare in studio lungo il lento monotono fluire di una diretta, ma qui i suoi globuli rossi sussultano di un’energia che non sospettavo, tutt’altro che il classico vaso di coccio in mezzo ai più classici vasi di ferro. Insieme alle pecorelle smarrite, ha spalato la neve dalle strade per giorni. Mi mostra il palmo delle mani, e i segni sono tutti evidenti. Come sono evidenti i segni dell&#8217;isolamento sulla pelle della prima coppia che mi presenta, due vecchi contadini con i figli lontani e una quasi centenaria a carico &#8211; una signora ischeletrita, gli occhi due biglie lucide, le narici infilate dai tubicini di plastica trasparente attaccati a una bombola di ossigeno, che appena ci vede entrare con la telecamera a tracolla rintocca il suono acuto di due parole, ammutolendo subito, non fiatando più per tutto il tempo, come se si fosse esposta oltre misura davanti a dei perfetti sconosciuti, Aiutatemi aiutatemi, o Salvatemi salvatemi, non ricordo se l&#8217;una o l&#8217;altra, non vorrei aggiungere ulteriore dramma.</p>
<p>Piazziamo le luci e la telecamera &#8211; e Silvana, una signora con le ciocche più nere dell’attaccatura dei capelli, due maglioni uno sull’altro, la divisa ufficiale di chi calpesta lo sfrigolio di queste terre congelate, dietro l&#8217;incalzare del punto interrogativo dei miei quesiti televisivi, mi racconta che per cinque giorni la cosa più terribile di tutte non è stato il traboccare della neve per strada e la campagna, né la più immacolata prigionia tra le mura sterminate della neve cresciuta intorno di sessanta centimetri, quanto la mancanza di corrente, senza corrente elettrica in un attimo si è avverato il grado zero della civiltà umana, si è lavata con la neve bollita, ha cucinato con la neve disciolta, ha acceso un fuoco di carta per sghiacciare l’acqua dal serbatoio, ha impastato pane e pizza per sé e i vicini con la farina rimasta, ha percorso tre chilometri con la neve al ginocchio per andare a comprare le medicine in paese per la madre quasi centenaria che ora ci fissa come se non capisse niente e allo stesso modo comprendesse l’origine remota di questo dolore, stretta stretta nelle coperte come un involtino: è così che finiscono i vecchi, involtini nell&#8217;involuzione del tempo precipitato nei corsi e ricorsi della storia, senza luce acqua gas. Alla fine dell&#8217;intervista, Silvana ci offre il caffè e la crostata alla marmellata, ed è buona, e io la bacio ringraziandola prima di uscire, così come stringo la mano del marito di Silvana che si è appena tagliato la sommità del naso con un pezzo di ghiaccio staccatosi da un cornicione, mani grandi calde enormi, mani dalla pelle ruvida e screpolata &#8211; un tessuto che ricopre le mani di altra gente che poi incontrerò per strada, il rivestimento consumato dei contadini del basso Lazio.</p>
<p>Usciamo fuori, completamente esposti alle spirali del gelo e del disastro, e il marito di Silvana indica una casa: guardate, quelle finestre, dice, anche loro sono andati avanti con le candele accese. Da qui cerchiamo di riprendere quel lumicino e custodirlo nello scrigno di un beta, ma ci riusciamo a stento, poi desistiamo.</p>
<p>Don Sergio dice che ci stanno aspettando. E noi seguiamo la sua macchina con la nostra, infiliamo le strade perforando con i fanali il nero delle strade deserte e il bianco di cumuli di neve spettrale, fino ad arrivare su uno spiazzo davanti ad una casa dove si sono dati appuntamento un paio di famiglie al completo, uomini donne ragazzi vecchi, una trentina di persone in tutto. Prima di intervistarli, don Sergio, senza alcuna precauzione, mi passa il telefonino. La voce di un uomo padre di famiglia di un bambino piccolo e di uno piccolissimo mi precipita dentro le ansie di questi giorni nevosi, e prima di qualsiasi cosa si scusa di non poter essere tra le altre persone, per poi rivelare anche dal suo particolare punto di vista la condizione di un essere umano assalito dalla natura e abbandonato dalla protezione civile. Cerco di essere più gentile e comprensivo che posso, dicendogli che proveremo a raccontare tutto, anche se ho a disposizione un servizio di appena due minuti.</p>
<p>Don Sergio taglia la telefonata, e io assumo il ruolo del regista. Scruto la corteccia del viso dei vecchi, l’operatore mette in spalla la telecamera, il fonico direziona l’asta del microfono. Dico a trenta persone mai viste prima di disporsi a semicerchio sotto la luce del neon &#8211; da dieci minuti è tornata la corrente &#8211; e loro annuendo e sfidando il freddo e rendendo silenzioso tributo non all&#8217;autorità del ruolo che incarno, ma alla telecamera accesa, si allineano muti, senza fare rumore, come se decina centinaia migliaia di programmi televisivi subiti dalla più tenera età avessero tracciato da qualche parte all’interno delle loro calotte craniche le istruzioni per disporsi perfettamente preparati e utili davanti al mio preparato e utile cospetto.</p>
<p>Con il microfono acceso, tutto si fa pulito. Prendono parte uno a uno, sgrammaticano l’italiano senza complessi, parlano accordando i toni e i semitoni dell’amarezza &#8211; della rassegnazione nessuna traccia, dietro il canneto fitto delle loro parole non tramonta mai l’ambizione, a tratti gioiosa e spensierata, di un’esistenza governata dalla giustizia. Più che la loro storia – i raccolti distrutti, i capannoni sventrati, la carne sghiacciata e persa, il bagno di neve sciolta bollita davanti al camino, il sonno condiviso nell&#8217;unica stanza riscaldata, l&#8217;agonia dei malati di ulcera e diabete, la carenza del sale per sciogliere la neve, i lunghi percorsi con la neve abbondantemente oltre le caviglie &#8211; mi sorprende la forma degli esseri umani qui riuniti, tutti robusti e rotondetti, la pelle rossa non per il freddo ma per furibonda irrorazione sanguigna, contadini e figli di contadini che non credo sappiano quanto incidano lo spread e le agenzie di rating sulle loro risorse, né quanta parte del loro immaginario sia formulato da gente che ruota la propria età intorno ai capisaldi del brunch e del briefing, uomini donne ragazzi che trascinano la vita oltre l&#8217;asticella di questi tempi disastrosi, riscoprendo il senso primo della comunità, la condivisione materiale dei beni e la condivisione immateriale del calore, un calore buono giusto umano, il calore fisico tutto terreno della parola amore, almeno fino a quando la neve non finirà di crollare dal cielo e il sangue non si stabilizzerà su temperature quotidiane.</p>
<p>Fino allo scorso Natale, quando giocavano a tombola, i vecchi pescando dal mucchio tiravano fuori il 56, la neve a Roma, riferendosi all&#8217;anno del millenovecento più prolifico in fatto di neve e ghiaccio e fratture scomposte. Forse non realizzano ancora, quel numero si è convertito nel 12 degli anni duemila, ma questa ultima cifra fatica a cristallizzarsi tra i ricordi &#8211; nelle prossime ore è annunciata un&#8217;altra nevicata, e il cielo non è altro che la superficie bianca minerale su cui ognuno può distinguere le previsioni del proprio oroscopo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>nengue&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 20:29:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Tellini]]></category>
		<category><![CDATA[François Couperin]]></category>
		<category><![CDATA[georg buchner]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Rigoni Stern]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[verticalismi&trasversalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Wallace Stevens]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Orsola Puecher</b><br /><br />Estrapolata da uno dei molti telegiornali del blizzard, l’apparizione, per uno strano caso sobriamente commentata, fra le nevi dei Monti Sibillini, l’epifania di questo signore molto anziano, diritto, elegante come un alpinista degli anni ’20, astratto, ironico e per nulla spaventato, che riprende orgoglioso il suo pellegrinaggio verso la meta del paesino di Corbar]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;">di <strong>Orsola Puecher</strong><br />
<center></p>
<div style="width:467px;" class="alignleft"><iframe loading="lazy" class="alignleft" width="467" height="241" src="https://www.youtube.com/embed/ws6tFOB8c00?rel=0" class="" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center><br />
&nbsp;<br />
&#8220;<em>Tutto per lui era così piccolo, così vicino, così bagnato;<br />
avrebbe voluto mettere la terra accanto a una stufa</em>.&#8221;<br />
<small>Georg Büchner LENZ 1835<br />
ed. Adelphi trad G. Dolfini</small><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('audio');</script><![endif]-->
<audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-41648-1" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Couperin.mp3?_=1" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Couperin.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/Couperin.mp3</a></audio></div>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Times New Roman';">François Couperin &#8220;Deuxième Leçon de Ténèbre&#8221;</span></center><br />
Estrapolata da uno dei molti telegiornali del <em>blizzard</em>, l&#8217;apparizione, per uno strano caso sobriamente commentata, fra le nevi dei Monti Sibillini, l&#8217;epifania di questo signore molto anziano, diritto, elegante come un alpinista degli anni &#8217;20, astratto, ironico e per nulla spaventato, che riprende orgoglioso il suo pellegrinaggio verso la meta del paesino di Corbara, dove ci tiene a precisare non c&#8217;è nessuno ad aspettarlo, è testimonianza di un perduto senso della vita, della misura del sopravvivere con pochi mezzi e pochi drammi che ha caratterizzato intere generazioni nella lotta contro gli elementi naturali e le avversità.<br />
Ha ragione Anna, dall&#8217;Aquila, che, assistendo al decadere di ciò che ancora per miracolo stava in piedi della sua città, in certi nostri <em>bollettini della neve</em>, alla mia mail:</p>
<blockquote><p>From: <strong>Orsola Puecher</strong><br />
To: <strong>anna tellini</strong><br />
Sent: Saturday, February 11, 2012 7:40 AM<br />
Subject: sibillino<br />
&nbsp;<br />
anna un&#8217;altra metrata di neve per <em>l&#8217;inverno del nostro scontento</em><br />
ho estrapolato da un tg questo personaggio incredibile che ne è il protagonista assoluto<br />
mi piacerebbe riuscire a scriverne</p></blockquote>
<p>risponde</p>
<blockquote><p>Re: sibillino<br />
DA: <strong>anna tellini</strong><br />
A: <strong>Orsola Puecher</strong><br />
Messaggio contrassegnato<br />
Sabato 11 Febbraio 2012 9:16<br />
&nbsp;<br />
L&#8217;aristocratica eccentricità vestimentaria, nonchè l&#8217;irenica serenità del tratto, me lo porrebbero come vessillo del distacco, della voluttà di perdersi: in breve, un &#8220;Into the wild&#8221; in salsa sibillina&#8230;</p></blockquote>
<p>E allora lo metto qui con antica funzione apotropaica, che stasera spaventi un po&#8217; e allontani la tormenta che ci assedia come non mai, levigando ogni cosa in creste di neve a dune di deserto, e che ci fa sentire al centro di un grande ghiacciaio di nevi perenni. Che ci rassicuri, in questa che sarà davvero un lunga notte bianca, che non è niente di trascendentale questa neve, come vuole farci credere ogni inviato che si rispetti di tutte le televisioni del <em>regno della retorica giornalistica</em> che ha i suoi <em>innevati</em> da raccontare e va per i paesini sepolti a caccia di <em>casi umani</em> e immancabilmente il suo sarà <em> un viaggio nel nulla</em>, o <em>nella morsa del gelo</em>. Se manca la luce per qualche black out, non si trattiene dallo sventolarci che siamo al grado zero della civiltà e altre amenità. L’intervistato di solito dignitosamente dice poche parole, offre malvolentieri all’invadenza della telecamere interni modesti, con stufe a bombola. Dove si sta accampati con gli anziani, imbacuccati. Panni appesi ai raggi del tubo della stufa economica a legna. Piastrelle di cucine modeste, non di design. Abbigliamento non tecnico e sovrapposizioni di scialli e scialletti e berretti. Ma lui insiste <em>ma come avete fatto a stare senza luce e riscaldamento?</em> E se, dignitoso, il padre di una bimba di dieci giorni gli risponde che si sono chiusi in cucina e hanno acceso tutti i fornelli della stufa a gas e si son stretti l’un all&#8217;altro ad aspettare, pare non accontentarsi e riprende la caccia al dramma da esibire e violare.<br />
Nessun grado zero di civiltà. Fino a non molti anni fa si viveva così, come in questi giorni la neve ci sta facendo ricordare.</p>
<blockquote><p><em>Lo so che è ridicolo. Ho il negozio sotto casa. Ma quando arriva il tempo, devo accumulare lo stesso. Salame, vino, legna. La paura che l&#8217;inverno porti miseria mi abita dentro. Ne ho passati troppi a tribolare: guerra, lager, fame nera, amici portati via dal gelo. Se faccio provvista affronto al meglio la stagione del riposo, della lettura, del raccoglimento. Anni fa la neve mi isolò per giorni, rimasi senza luce e telefono. Fu magnifico. Ero felice, tranquillo, non c&#8217;era tv. I fiocchi cadevano senza rumore. Avevo legna, farina bianca, lardo, formaggio, e una storia da scrivere. La finii al lume a petrolio. Era la Storia di Tonle. La neve, l&#8217;istinto del lupo, la voglia di perdersi nei boschi di casa, sull&#8217;Altopiano di Asiago, mettere ancora gli sci di fondo , lasciare che il fiato ti geli la barba. II tempo, anche, del narrare.</em><br />
&nbsp;<br />
⇨ <a href="http://www.jolefilm.it/files/index.cfm?id_rst=7&amp;id_elm=282" target="_blank"><strong>Mario Rigoni Stern</strong><br />
intervista di Paolo Rumiz<br />
La Repubblica<br />
24/9/2006 Corvara [Bolzano]</a></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<center><img loading="lazy" class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/11.gif" alt="11" width="298" height="223" />&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/44.gif" alt="44" width="298" height="223" /><br />
<img loading="lazy" class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/33.gif" alt="33" width="298" height="223" />&nbsp;<img loading="lazy" class="alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/2-2.gif" alt="2-2" width="298" height="223" /></center><br />
&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:300px;">
    <audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-41648-2" preload="none" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/cage.mp3?_=2" /><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/cage.mp3">https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/cage.mp3</a></audio></div>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Times New Roman';">John Cage <em>A Valentine Out of Season</em></span></center><br />
&nbsp;<br />
<img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-41652" title="nengua" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/nengua.png" alt="" width="379" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/nengua.png 379w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/nengua-189x300.png 189w" sizes="(max-width: 379px) 100vw, 379px" /><br />
<em>Nengue</em>&#8230; nevica&#8230;. dicono qui nel dolce dialetto centro italico: traccia del latino <strong>ningere/ninguere</strong> [<em>nevicare</em>] che restava nell&#8217;antico accusativo di <strong>nix</strong>, <strong>ninguem</strong> poi diventato <strong>nivem</strong>, perdendo con quell&#8217;enne questo suo sonoro, ninnnante, scorrere ininterrotto di fiocchi. <em>Fa la neve&#8230;</em> si dice. Ma chi la faccia tutta questa neve quest’anno è davvero un mistero. Da una settimana, da quando sono nati i tre gattini bianchi come <em>nengue</em> della gatta Mizzi, non fa altro che nevicare. Ci si muove, ci si ferma. I pettirossi si posano vicinissimi a caccia di briciole e bacche d&#8217;alloro. La volpe si avvicina alle case, di notte. Si mettono le catene, si tolgono le catene. Si è a volta a volta bloccati, come si chiudessero i ghiacci dello stretto di Bering. Si sta chiusi a spiare dalla fessure di porte e finestre fino al <em>disgelo</em>. Non una macchina che passa, bianco e silenzio. Poi si scappa a far provviste esagerate nelle pause. Salutando chi incontri come si provenisse da luoghi remoti, da solitudini di mesi, infagottati in ridicoli abbigliamenti in cui si stenta a riconoscersi.<br />
Aspettando che <em>&#8216;rnengui</em> e poi <em>snengui</em>.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 200px;"><strong><em>L’uomo di neve</em></strong><br />
&nbsp;<br />
di <strong>Wallace Stevens</strong><br />
&nbsp;<br />
Si deve avere una mente d’inverno<br />
Per ammirare la brina e i ramoscelli<br />
Dei pini incrostati di neve;<br />
&nbsp;<br />
E aver patito il freddo per lungo tempo<br />
Per accorgersi dei ginepri arruffati di ghiaccio,<br />
Degli abeti ruvidi nel distante scintillio<br />
&nbsp;<br />
Del sole di Gennaio; e non immaginare<br />
Alcun lamento nel suono del vento,<br />
Nel suono di poche foglie,<br />
&nbsp;<br />
Che è il suono della terra<br />
Spazzata dallo stesso vento<br />
Che sta soffiando nello stesso luogo vuoto<br />
&nbsp;<br />
Per chi ascolta, chi ascolta nella neve,<br />
E, un nulla lui stesso, guarda<br />
Il nulla che lì non c’è e il nulla che c’è.<br />
&nbsp;<br />
<small>[trad. Orsola Puecher]</small> <br />
&nbsp;<br />
&nbsp;</p></div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante «All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;» Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica. La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
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		<title>El boligrafo boliviano 20</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/12/28/el-boligrafo-boliviano-20/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 07:30:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[nuoto]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Mignano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Silvio Mignano Trovate il perimetro dell’allegria, la superficie della libertà, il volume della felicità&#8230; Quest’altro poi è un po’ troppo difficile per noi: Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati? Gianni Rodari, problemi di stagione 11 giugno 2008 Il taglio della mano precipita, coltello opaco che fende il fluido, generando un’esplosione silenziosa di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/fiocco-2.jpg" alt="" title="fiocco-2" width="227" height="201" class="alignleft size-full wp-image-12907" />di <strong>Silvio Mignano</strong></p>
<p><em>Trovate il perimetro dell’allegria,<br />
la superficie della libertà,<br />
il volume della felicità&#8230;<br />
Quest’altro poi<br />
è un po’ troppo difficile per noi:<br />
Quanto pesa una corsa in mezzo ai prati?</em></p>
<p>Gianni Rodari, <em>problemi di stagione</em></p>
<p><em>11 giugno 2008</em></p>
<p>Il taglio della mano precipita, coltello opaco che fende il fluido, generando un’esplosione silenziosa di sfere tralucenti che mi vengono incontro, catturando e sparandomi in faccia la luce obliqua dell’ultima parte del giorno. Quattro, la destra, la sinistra, cinque, la destra, la sinistra, sei, torsione dello sternocleidomastoideo, la bocca si apre a cercare l’aria, l’arco della bracciata segue il disegno del compasso e affonda davanti ai miei occhi, subito raggiunto – o meglio, sostituito – dall’altro avambraccio. <span id="more-12906"></span><br />
Seguo la linea gialla della corsia tracciata sul fondo azzurro della piscina. È la quarantesima vasca, sbaffi di nuvole biaccose sul ceruleo pulito oltre le vetrate della cupola piramidale da Louvre, polvere in sospensione sulle diagonali di luce che attraversano l’ambiente riscaldato, umidità piacevole, appena stagnante, sui dorsi delle quattro o cinque persone che si riposano in costume sulle piastrelle del bordo.<br />
Altre bollicine, mazzi di perline iridescenti che fioccano dal basso verso l’alto e in orizzontale, puntando alle clavicole. Come una strana nevicata liquida.</p>
<p>Neve a quattromila metri, una cosa normalissima a pensarci bene, tanto più che sta entrando l’inverno. Neve abbondante sul Gran Paradiso, sul Plateau Rosa, primi fiocchi sui passi dolomitici, chiusi il Gavia e lo Stelvio, transitabili con uso di catene il Rolle e il San Pellegrino.<br />
Qui un po’ meno, sull’altopiano tropicale. Più su, dove le montagne vere – sembra assurdo fare questa distinzione – si arrampicano fino a cinquemila e poi a seimila, seimilacinquecento, luccicano per tutto l’anno nevai compatti, glassa zuccherosa che ci osserva da lontano e scuote il capo in sincronia con lo sviluppo dei miti, Illimani il Signore dell’Acqua, Wayna Potosí il Signore della Pietra, Illampu il Signore della Luce, e Mururata, il dio ribelle dalla testa mozzata.<br />
Oggi invece ci siamo svegliati con i fiocchi che cadevano spessi e compatti su tutto il pianoro di El Alto: ce l’hanno raccontato, a noi che viviamo quasi nel fondo dell’avello che precipita giù lungo i gironi de La Paz e non abbiamo avuto la fortuna di vederli di persona. Le notizie scendono, scivolano a valle, parlano di una città, lassù, trasformata in un campo bianco che trasfigura l’architettura altegna, copre la polvere delle strade, incornicia le casette di mattoni a vista, disegna ville e sentieri sulle aiole e gli spartitraffico stopposi.<br />
I contrafforti della nevicata ci sfiorano, rocce spolverate di zucchero a velo incombono a bordo valle che sembra quasi di poterle toccare, come la testa di ghiacciai morenici. Il telegiornale apre con la notizia, evidentemente inconsueta: mostra colonne di pacegni che vanno in pellegrinaggio sui passi andini che chiudono l’imbuto della città, per ammirare da vicino la neve, mescolandosi ai turisti che scendono dai pullman o dalle grosse jeep.<br />
La vecchietta che vende pochi pacchetti di gomma da masticare, biscotti al cioccolato e qualche torrone, stendendo la mercanzia su un telo poggiato per terra, all’angolo della nostra piazzetta, se ne sta accoccolata, rinchiusa dietro un usbergo di coperte e mantelle, la testa piccola nascosta da un cappello di lana, la fronte incartapecorita e bruciata dal gelo.<br />
«Fa molto freddo», osservo passandole accanto e chiedendole un pacchetto di gomme, «Come fa a resistere?».<br />
«Sì, mi’hijo, si gela, però hai visto la neve, hai visto com’è bella? La bellezza, mi’hijito, è la bellezza la cosa più importante. E’ un regalo della Pachamama, e che cosa te ne importa di tutto il resto, scusa?».<br />
(Non deve aver mai letto Keats, non ne ha bisogno).</p>
<p>Adesso sono quarantaquattro vasche, se stiro il collo tra una bracciata e l’altra lo sguardo davanti a me arriva fino in fondo alla piscina, un tubo di tante sfumature azzurre, oltremare, cobalto, cianotiche, indaco, esplosioni di luce bianca, l’ombra del mio corpo sotto di me, un siluro o un’otaria allungata, sfratta in pezzi di materialità smontata.<br />
Era un’altra lontananza, più profonda, quella che sperimentavo nel mare dell’infanzia o in quello della maturità, il Tirreno o il Caribe, la vista che rifiutava di fermarsi e scappava metri e metri davanti al petto e alle spalle protese, proiettandosi sul tappeto di velluto della sabbia, grigi ocra che perdevano la loro guerra con il verde più profondo, e allora dalla steppa di smeraldo, Veronese, vescica o cinabro ci si aspettava che prendesse corpo un mostro, la sagoma di un pesce spada o di un barracuda, e invece ne usciva fuori appena un’ombrina o un piccolo banco di pesci angelo, incuriositi dalla nostra goffaggine mammifera.</p>
<p>Timmy si chiama proprio così, un nome nordamericano, da cartone americano, come quello dei Padrini magici che ha visto qualche volta, a casa di una zia che vive in centro e che ha una televisione decente. Però, nome a parte, Timmy ha una faccia inequivocabilmente quechua-aymara e viene da Achachicala, un quartiere arrampicato in verticale a metà dell’autostrada che porta all’aeroporto di El Alto, senza strade asfaltate, dove ci si sposta soprattutto lungo scalinate ripide e strette su cui si affacciano i numeri civici delle stamberghe di legno, di adobe e quando va bene di mattoni rossi.<br />
Timmy è riuscito a salire fin quassù, alla Cumbre, dove la città si perde a cinquemila metri e non si capisce se ci si trovi più su o più giù dell’altopiano, smarriti nella vertigine dell’imbuto in basso e del massiccio del Wayna Potosí in alto, oltre il laghetto di melma grigioverde e il grande arco scuro della diga.<br />
Timmy è un bambino delle Ande ma non aveva mai visto la neve, prima d’ora. Come del resto non ha mai visto il mare. Però sa che cosa siano, l’una e l’altro, gliene parlano a scuola, quando riesce ad andarci, di solito nel turno serale, dopo aver lavorato in plaza San Francisco lucidando le scarpe per un boliviano alla volta. Non è nemmeno proprietario della cassetta di legno con le spazzole e le creme, quelle appartengono all’imprenditore che le distribuisce in affitto, in cambio della metà dei guadagni.<br />
Affonda le mani annerite nella neve, Timmy, ridendo sotto lo sguardo incuriosito di una coppia di svedesi biondi. Adesso ha visto anche la neve, gli manca il mare, quello che ancora appartiene ai boliviani, come gli hanno insegnato a scuola, anche se è stato perso in una guerra centoventinove anni fa.<br />
Per fortuna Timmy non conosce nemmeno la guerra.<br />
Il mare almeno può provare a immaginarlo, da quella parte, oltre le Ande, una massa di fluido azzurro che si spande come la macchia di lucido da scarpe nero sulla neve, e che si spacca in gorgoglii tralucenti, come quando la mano cade di taglio sulla corsia della piscina, ferita dalle lame dell’ultimo sole.</p>
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		<title>E poi con questa poesia ho fatto un aeroplanino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Mar 2008 18:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[coltelli]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[marco simonelli]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[poesia americana]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[zachary schomburg]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Zachary Schomburg traduzione di Marco Simonelli PIENO DI COLTELLI 1) La sua schiena è piena di coltelli. Sulle lame sono incise delle scritte. 2) La notte dorme a faccia in giù nel suo perimetro di gesso. 3) Ha dei problemi con i metal detector. 4) Alle feste di compleanno c&#8217;è sempre qualcuno che gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://4.media.tumblr.com/tumblr_kqw6gcZRgL1qziagko1_400.jpg" /></p>
<p> di <strong>Zachary Schomburg</strong> traduzione di <strong>Marco Simonelli</strong></p>
<p><strong>PIENO DI COLTELLI</strong></p>
<p>1) La sua schiena è piena di coltelli. Sulle lame sono incise delle scritte.<br />
2) La notte dorme a faccia in giù nel suo perimetro di gesso.<br />
3) Ha dei problemi con i metal detector.<br />
4) Alle feste di compleanno c&#8217;è sempre qualcuno che gli chiede educatamente <em>scusi, mi passerebbe un coltello per tagliare la torta al cioccolato?<br />
</em>5) Preferisce stare con le spalle al muro, al ristorante si siede ai tavoli nell&#8217;angolo.<br />
<span id="more-5543"></span>6) C&#8217;è un investigatore che lo chiama per fargli delle domande sulle scritte. E, anche: un biografo, una donna che vuole girare un documentario, il curatore di un museo, sua madre. <em>Non riesco a leggerle,</em> risponde, <em>ce le ho sulla schiena</em>.<br />
7) A nessuno passa in mente che lui voglia togliersi i coltelli dalla schiena.<br />
8) Quasi tutte le scritte sono illeggibili. Una, comunque, è scritta in francese.<br />
9) Ogni Halloween si traveste da vittima di un brutale omicidio. Una volta ha provato a travestirsi da balena ma era un problema giustificare i coltelli.<br />
10) Indossa sempre il solito vestito insanguinato.<br />
11) Quando cammina fa il rumore di un albero con tutte le foglie morte ancora attaccate.<br />
12) I suoi coltelli sono sicuri per i bambini, a patto che non ci salgano sopra.<br />
13) Al parco vede la sua ombra. Sposta il corpo affinché i coltelli si allunghino sull&#8217;ombra degli altri. Inizia a farlo tutte le sere. Le ombre dei suoi coltelli sembrano tènere braccia spalancate.<br />
14) Sulla sua schiena non c&#8217;è più posto.<br />
15) Durante un viaggio a Parigi si innamora e ci resta qualche anno. Si esibisce per strada con i più famosi mimi.<br />
16) I coltelli gli servono per rimanere tutto intero. Sono le scritte che lo uccidono lentamente.<br />
17) È difficile abbracciarlo quando piange.<br />
18) Morirà in tarda età e il dottore dirà, <em>è chiaro, è stato pugnalato brutalmente e ripetutamente. Mi dispiace,</em> dirà poi il dottore alla persona rimasta fuori, <em>ma temo che non ce la farà.</em></p>
<p><strong>E POI CON QUESTA POESIA HO FATTO UN AEREOPLANINO</strong></p>
<p>Stamattina sono andato nel campo accanto all&#8217;aeroporto per riposarmi sulla neve. Ho guardato le nuvole spostarsi come ghiaccio nell&#8217;Artico. Gli aerei si perdevano in quel ghiaccio fino a sparire. Comparivano, atterravano. Poi mi sono alzato e ho fatto un cuscino di neve e ho tracciato col dito un rettangolo grande su per giù come un letto matrimoniale. Con un cumulo di neve ho fatto un comodino.</p>
<p><em>Ecco la mia camera</em> mi sono detto. Sono stato per ore a guardare gli aerei.</p>
<p><em>Mi serve un salotto.</em> Ho fatto una poltrona di neve. Poi ho fatto uno scaffale per metterci il televisore e poi il televisore. Ho costruito la cucina e il bagno.</p>
<p>Il vento si era alzato quindi ho costruito le pareti e il tetto e poi ho fatto una finestra per guardare gli aerei. Mi sono sdraiato sul letto. Mi sono seduto in poltrona. Ho provato a cucinare.</p>
<p>Mi sono detto <em>Ho bisogno di una donna.</em> Allora ho iniziato a fare una donna di neve di fronte all&#8217;ingresso che avevo creato. Per prima cosa le ho fatto piedi e gambe perfette – il ginocchio sinistro era piegato dietro il destro. Riusciva appena a stare in piedi. Le ho fatto una minigonna e i fianchi perché potesse tenerla su. Le ho incrociato le braccia proprio sotto i seni. Le ho fatto gli occhi grandi e una lunga frangia. Poi l&#8217;ho chiamata Marlene. Ho immaginato che Marlene mi chiedesse cosa facevo nella vita.</p>
<p><em>Sono un architetto famoso</em>, le ho detto. <em>Guardati intorno, per Dio</em>. Ma lei non diceva una parola. Ho sentito un aereo che girava in tondo.</p>
<p><em>Fabbrico aeroplani.</em> Marlene era fatta di neve.</p>
<p><strong>FULL OF KNIVES</strong></p>
<p>1) His back is full of knives. Notes are brittle around the blades.<br />
2) He sleeps face down every night in a chalk outline of himself.<br />
3) He has difficulties with metal detectors.<br />
4) At birthday parties, someone might politely ask, <em>May I borrow one of those knives to slice this chocolate cake?<br />
</em>5) He likes to stand with his back to walls. At restaurants, he likes the corner tables.<br />
6) There is a detective that calls him to ask about the brittle notes. Also: a biographer, a woman who&#8217;d like to film a documentary, a curator of a museum, his mother. <em>I can&#8217;t read them,</em> he says. <em>They&#8217;re on my back</em>.<br />
7) It would be a mistake for everyone to assume he wants the knives removed.<br />
8) Most of the brittle notes are illegible. One of them, even, is written in French.<br />
9) Every Halloween, he goes as a victim of a brutal stabbing. Once, he tried going as a whale, but it was a hassle explaining away the knives.<br />
10) He always wears the same bloody suit.<br />
11) When he walks, he sounds like a tree still full of dead leaves holding on.<br />
12) It is ok for children to count on his knives, but not to climb on them.<br />
13) He saw his own shadow in the park. He moved his body to make the knives reach other people&#8217;s shadows. He did it all evening. In the shadows, his knives looked like soft outstretched arms.<br />
14) His back is running out of space.<br />
15) On a trip to Paris, he fell in love and ended up staying for a few years. He got a job performing on the street with the country&#8217;s best mimes.<br />
16) The knives are what hold him together. It is the notes that are slowly killing him.<br />
17) He is difficult to hold when he cries.<br />
18) He will be very old when he dies and the Doctor will say, <em>he was obviously stabbed, brutally and repeatedly. I&#8217;m sorry</em>, the Doctor will say to a person in the room, <em>but he&#8217;s not going to make it.</em></p>
<p><strong> </strong><strong>I&#8217;VE SINCE FOLDED THIS POEM INTO AN AIRPLANE</strong></p>
<p>This morning I walked to a field near the airport and rested in the snow. I watched the clouds shift like ice in the artcic. The planes would take off and disappear into that ice. They would appear and land. I soon sat up and made a pillow out of the snow, and I drew a large rectangle with my finger roughly the size of a double bed. Then I shaped the snow into a bedside table.</p>
<p><em>This is my bedroom</em> I said. I lay there for hours watching planes.</p>
<p><em>I need a living room</em> I said. I made a chair of snow. Then I made a stand to set a television on, and then I made a television. I built a kitchen and a bathroom.</p>
<p>The wind grew stronger so I built walls and a roof and then I made a window to watch the planes. I lay in the bed. I sat in my chair. I tried cooking.</p>
<p><em>I need a woman</em> I said. So I started to make a woman out of the snow beyond the front steps I had created. First I gave her perfect feet and perfect legs – the left knee was bent and hiding the right. She knew just how to stand. I gave her a mini-skirt and the hips to hold it up. I crossed her arms just underneath her breasts. I gave her big eyes and long bangs. Then I named her Marlene. I pretended Marlene asked me what I did for a living.</p>
<p>I said <em>I&#8217;m a great architect. Just look at this place for Christ&#8217;s sake</em>. But she didn&#8217;t say anything. I heard a plane circle.</p>
<p><em>I make airplanes.</em> Marlene was made of snow.</p>
<p><em>Tratto da:</em> The Man Suit <em>(Black Ocean, Boston, 2007)</em></p>
<p><em>Zachary Schomburg ha pubblicato</em> The Man Suit <em>(Black Ocean Press 2007), collabora con la rivista online </em><a href="www.octopusmagazine.com"><em>Octopus</em></a><em> e con la casa editrice </em><a href="www.octopusbooks.net"><em>Octopus Books</em></a><em>, è curatore della </em>The Clean Part Reading Series<em>, e dottore di ricerca a Lincoln, presso l&#8217;Università del Nebraska. Il suo secondo libro,</em> Scary, No Scary<em>, uscirà nel 2009.</em></p>
<p><em>Immagine: Dave McKean, Travels</em></p>
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		<title>La prima neve della tua vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Feb 2007 11:05:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Gianni Biondillo [il post di Giorgio Vasta, qui sotto, m&#8217;ha fatto tornare in mente una poesiola che scrissi alcuni anni fa. La riporto qui come fosse un commento al suo bellissimo pezzo.]  19.12.2001 venti mesi Imbufalita, improvvisa, sulle fronde sparute sull’asfalto accaldato e sui cofani, le luci, i cartelli, d’incanto (inaspettata e divina) ieri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" id="image3296" style="width: 308px; height: 163px" height="163" alt="neve.gif" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/02/neve.gif" width="308" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>[<em>il post di Giorgio Vasta, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/02/08/avere-figli/" target="_blank">qui</a> sotto, m&#8217;ha fatto tornare in mente una poesiola che scrissi alcuni anni fa. La riporto qui come fosse un commento al suo bellissimo pezzo.</em>]</p>
<p align="right"> 19.12.2001</p>
<p align="right">venti mesi</p>
<p align="right"><span id="more-3297"></span></p>
<p>Imbufalita, improvvisa,<br />
sulle fronde sparute<br />
sull’asfalto accaldato<br />
e sui cofani, le luci, i cartelli,<br />
d’incanto (inaspettata e divina)<br />
ieri notte cadde<br />
la prima neve della tua vita.</p>
<p>E fu subito stupore, sospetto,<br />
per noi sporgenti<br />
sull’orrido baratro del davanzale<br />
a gelarci le mani<br />
a scompigliare le chiome imbiancate<br />
delle pianticelle dormienti,<br />
e fu subito insondabile<br />
miracolo dei sensi,<br />
esplorazione archetipica del prodigio.</p>
<p>Io c’ero e cannibale divoravo<br />
I tuoi occhi insaziabili.<br />
Ladro mi arricchivo<br />
del tuo primo surreale paesaggio,<br />
della tua bellezza raggiante<br />
elargita e dispersa<br />
alla gloria degli elementi.</p>
<p>Io c’ero, a raccogliere<br />
la tua meraviglia fioccante<br />
a serbarti per il futuro immemore<br />
il tuo scialo emotivo,<br />
enorme e perduto<br />
ed ora, per il mio scippo amoroso,<br />
tuo per sempre.</p>
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