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	<title>new york times &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.31</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 08:00:03 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>“Fino a quando Rupert Murdoch continuerà a spendere soldi nel malandato mondo dell’editoria, forse bisognerà trattare con cautela gli eccessi dei tanti declinisti del mondo del giornalismo”  scriveva in prima pagina il <em>Foglio </em>del 2 settembre. Gli articoli (tre in prima pagina e tre nelle pagine interne) non lesinavano applausi e incoraggiamenti a Murdoch: uno dei testi di p. 1 era intitolato “La lezione di Rupert”.<br />
<span id="more-36526"></span><br />
A p. 3 il Foglio spiegava che “prima di chiunque altro Murdoch ha capito che la sfida per l’editoria del futuro sarà quella di creare un organo capace di muoversi con agilità su ciascuno dei binari che le nuove tecnologie offriranno”. Seguivano le cifre: dall’inizio dell’estate il sito <em>Wall Street Journal</em> “aveva venduto 20 mila applicazioni per la tavoletta di Jobs [l’iPad]” incassando “qualcosa come due miliardi e mezzo di dollari”. Nulla di strano, quindi, se recentemente Murdoch aveva fatto un investimento spettacolare: ha acquistato per 850 milioni di sterline “lo stabilimento tipografico più grande del mondo. E’ in Inghilterra ed è grande come venti campi da calcio messi tutti lì, uno a fianco all’altro”.</p>
<p>Forse l’entusiasmo per l’energico editore australiano, affettuosamente soprannominato “il vecchio squalo”, ha preso un po’ la mano agli zelanti redattori: due miliardi  e mezzo di dollari si scrivono, in cifra, $ 2.500.000.000. Se questo è il ricavato della vendita di 20.000 applicazioni (cioè degli abbonamenti allo <em>Wall Street Journal</em> via iPad) se ne deduce che: (2.500.000.000/20.000)=125.000. Caruccio questo abbonamento a 125.000 dollari: forse si tratta di un’offerta speciale della durata di mille anni, supponendo che il nuovo gadget di Steve Jobs duri il doppio di quanto sia durata, fino ad oggi, la stampa fatta di carta e inchiostro.<br />
Altro che declinismo! Questa sì che è fiducia nei giornali, nel futuro del capitalismo e della civiltà occidentale. Bisogna sperare che l’effetto serra, con conseguente aumento del livello medio del mare, non costringa Murdoch a cambiare la testata del suo quotidiano, visto che lo Wall Street Journal prende il nome da Wall Street, una stradina nella parte bassa di Manhattan, che è un’isola non molto alta sul livello del vicino oceano Atlantico. Se necessario, i lettori del 2050 riceveranno uno <em>Wall Bay Journal</em> oppure uno <em>Wall Gulf Journal</em> senza supplemento di prezzo, naturalmente.</p>
<p>Il titolo di pagina 3 del Foglio recitava: “Così Murdoch combatte i professionisti del declinismo giornalistico” e su questo stesso argomento il <em>New York Times</em> ha pubblicato una lunga inchiesta, pubblicata in parte sull’International <em>Herald Tribune</em> del 3 settembre. L’articolo di Don Van Natta, Jo Becker e Graham Bowley spiega che effettivamente Rupert Murdoch continua a “spendere soldi nel malandato mondo dell’editoria” ma si tratta di indennizzi miliardari che ha dovuto sborsare a seguito delle querele per diffamazione, o quanto meno per violazione della privacy, da cui ha dovuto difendersi in Gran Bretagna.</p>
<p>Non si tratta di noccioline: Max Clifford, l’agente di varie celebrità inglesi, ha ricevuto 1 milione di sterline (circa 1.250.000 euro) mentre Gordon Taylor, un dirigente della federcalcio britannica, ne ha ottenuto 700.000, cioè circa 875.000 euro. Ma per quale motivo Murdoch ha dovuto firmare degli assegni milionari? Beh, si tratta di un tema che al <em>Foglio</em> dovrebbe stare molto a cuore: le intercettazioni.</p>
<p>Pare che <em>News of the World</em> (l’equivalente locale dei nostri <em>Chi</em> oppure <em>Novella 2000</em>) avesse l’abitudine di procurarsi i suoi scoop non pubblicando i testi di intercettazioni legali, disposte dalla magistratura (orrore! giustizialismo!) bensì intercettando direttamente le sue vittime. Se ne occupava Glenn Mulcaire, uno sbrindellato investigatore che sembra uscito da un romanzo di Jim Thompson, responsabile di aver manipolato i telefoni di mezza Londra a beneficio del giornale. Mulcaire aveva messo sotto controllo, tra gli altri, i telefoni dei due nipoti della regina Elisabetta, frequente bersaglio di <em>News of the World</em>.</p>
<p>A differenza dell’Italia, dove Fabrizio Corona ha trasformato le sue disavventure giudiziarie in altrettanta pubblicità gratuita, i giudici inglesi prendono sul serio ricatti e violazioni della privacy, quindi Mulcaire ha passato vari mesi in prigione e Murdoch gli ha pagato 80.000 sterline, 100.000 euro, perché tenesse il becco chiuso. Il direttore che gli aveva commissionato il lavoro, Andy Coulson, ha dovuto dare le dimissioni da <em>News of the World</em> ma non è rimasto a lungo disoccupato: è diventato responsabile della comunicazione di David Cameron.</p>
<p>Il nuovo primo ministro era entrato a Downing Street l’11 maggio e nel giro di cinque giorni aveva già ricevuto per un incontro privato Ruper Murdoch. Il tema doveva essere qualcosa di più terra terra delle le elucubrazioni sulla Big Society, che il <em>Foglio</em> pubblica volentieri, perché poco dopo David Cameron criticava gli “sprechi” della BBC (il principale concorrente di Murdoch) e proponeva di tagliare il suo bilancio.</p>
<p>Riassumiamo: in Italia, le intercettazioni che servono a fronteggiarela criminalità dei colletti bianchi sono (cito sempre dal <em>Foglio</em>, del quale ho sottoscritto un abbonamento fino al 2050 sul mio iPad) “barbarie”, “giustizialismo”, “inciviltà giuridica”, “stalinismo”. I magistrati che le ordinano sono “giacobini”, quando non seguaci di Pol Pot o “mentecatti” come li definì il trapiantato pilifero la cui (ex) moglie era azionista di riferimento del <em>Foglio </em>medesimo, assieme a quel Denis Verdini assai interessato ad appalti e costruzioni assortite, oltre che coordinatore del Pdl. I giornalisti che difendono i giudici e rivelano le indagini  sulle varie cricche di regime sono, Giuliano Ferrara dixit, niente meno che “mozzorecchi”.</p>
<p>Non risulta che le intercettazioni di Murdoch, certo utilissime per combattere il declino delle tirature, suscitino la stessa riprovazione, lo stesso sdegno, la stessa indignazione civile tra i redattori del <em>Foglio</em>.  Non abbiamo ancora letto un editoriale di condanna dopo la divulgazione dei risultati dell’inchiesta parlamentare presieduta dal conservatore John Whittingdale sui metodi di <em>News of the World</em>. Ci è sfuggita la manifestazione di dubbi, incertezze, rossori, quando Cameron ha assunto Coulson come responsabile della comunicazione del suo governo. Ma forse la notizia dei processi, delle condanne, degli indennizzi è sfuggita agli attenti studiosi del futuro della carta stampata: doveva essere un malfunzionamento nei loro iPad.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.6</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 09:00:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[angelo aquaro]]></category>
		<category><![CDATA[Brady Campaign to Prevent Gun Violence]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/bonnieandclyde460.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-31108  aligncenter" title="bonnieandclyde460" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/bonnieandclyde460.jpg" alt="" width="460" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/bonnieandclyde460.jpg 460w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/bonnieandclyde460-300x195.jpg 300w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /></a> </p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello </strong></p>
<p>Al Capone? Un chierichetto. Bonnie e Clyde? Due dilettanti. I film di Quentin Tarantino? D’ora in poi li trasmetteranno nei programmi per bambini, al posto di <em>Melevisione</em>. Sì, perché la realtà supera di molte lunghezze la fantasia: secondo <em>la Repubblica </em>di giovedì scorso, negli Stati Uniti ci sono stati, dal 1 gennaio al 24 febbraio di quest’anno, 16.354 omicidi con arma da fuoco (più strangolamenti, accoltellamenti, botte in testa, annegamenti nella vasca da bagno e altro arsenico e vecchi merletti).</p>
<p>Mamma mia!<br />
<span id="more-31109"></span><br />
Tutto nasce, come al solito, con un articolo del <em>New York Times </em>che l’inviato a New York Angelo Aquaro decide di scopiazzare: <em>Fearing Obama Agenda, States Push to Loosen Gun Laws</em>. Nella versione italiana diventa: <em>Obama si arrende alle lobby/l’America riprende la pistola</em>. Il titolo originale sembrerebbe un po’ dire il contrario di quello italiano, e cioè che temendo le restrizioni di Obama alcuni Stati stanno liberalizzando la regolamentazione delle armi. Ma non soffermiamoci sulle quisquilie.</p>
<p>L’articolo di Ian Urbina (NYT) non riporta cifre e si vede che a <em>la Repubblica</em> hanno deciso che ci voleva un po’ di infografica, così hanno confezionato una mappa degli Stati Uniti sotto la quale campeggiano questi numeri: <em>16.354 le persone uccise con arma da fuoco negli Usa nel 2010</em> e <em>109.518 le persone uccise da colpi di arma da fuoco ogni anno negli Usa</em>. Fonte: Brady Campaign to Prevent Gun Violence.</p>
<p>Ora, per quanti spaghetti-western i redattori abbiano visto da piccoli, 16.354 morti in 55 giorni (dal primo gennaio al 24 febbraio) fa 297,34 morti al giorno, cioè 108.531 morti l’anno: neanche nei film di Joe Dante proiettati a nastro 24 ore su 24. E questi sarebbero, per di più, solo gli omicidi con armi da fuoco: il pensionato che ammazza a martellate la moglie, il nipote che avvelena la nonna per ereditare e il ragazzotto portoricano che accoltella il rivale in amore non sono conteggiati.</p>
<p>Guardiamo all’altro numero, cioè alle 109.518 persone <em>uccise da colpi di arma da fuoco </em>ogni anno in America. Ogni anno? Non succede mai che ne ammazzino 109.517 o 109.519? No, caschi il mondo, i regolarissimi americani si sparano sempre nella stessa misura (quest’anno siamo un po’ in ritardo perché, come dicevamo sopra, le vittime nei primi 55 giorni dell’anno darebbero un totale di soli 108.531 morti nei dodici mesi; a meno che non ci sia una tredicesima di ammazzamenti in dicembre, of course).</p>
<p>Già sento le obiezioni del povero Aquaro: <em>Questi sono i numeri del Brady Campaign to Prevent Gun Violence, che volete da me?</em>. Effettivamente, esiste un rapporto di questa organizzazione, molto critico verso Obama per i cedimenti alla lobby delle armi. Peccato che in nessuna delle 29 pagine del rapporto compaiano i numeri citati da Repubblica.</p>
<p>Il rapporto Brady, a dire la verità, non è un modello di precisione, ma le cifre che offre sono queste: 30.000 morti l’anno per le armi da fuoco e 110.000 sparatorie. Ma i 30.000 morti sono la somma approssimativa dei suicidi (16.883) e degli omicidi (12.785) commessi con armi da fuoco e il dato si riferisce al 2006, ultimo anno disponibile. Quindi, gli omicidi di questo tipo negli Stati Uniti sono poco più di 12.000 in un anno, e non 109.518, nove volte di meno di quanto fanfaroneggi Repubblica.</p>
<p>Malgrado accurati sforzi, non sono riuscito a trovare statistiche per il 2010, che dubito esistano vista la lentezza con cui un paese di dimensioni continentali come gli Stati Uniti raccoglie e aggrega le sue statistiche criminali. Però possiamo ragionevolmente ipotizzare che, se la media annuale rimane stabile, siano stati circa 2.000 e non 16.354, otto volte di meno.</p>
<p>Come si è detto, la Brady Campaign parla anche di 110.000 sparatorie, ma questa cifra (simile al precisissimo 109.518 di Repubblica) comprende tutti gli episodi in cui sono state usate armi da fuoco, sia che ne sia risultato un omicidio, un suicidio o un incidente. Soprattutto, l’episodio può essersi concluso con morti, o solo feriti, o nessun danno. Sempre per il 2006, sappiamo che ci sono stati 48.676 feriti da armi da fuoco, il che è un po’ diverso dal parlare di 109.518 uccisioni.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/telefono.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-31119  aligncenter" title="telefono" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/telefono-249x300.jpg" alt="" width="249" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/telefono-249x300.jpg 249w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/telefono.jpg 328w" sizes="(max-width: 249px) 100vw, 249px" /></a></p>
<p>Passiamo da <em>la Repubblica</em> a <em>la Stampa</em>, dove pure troviamo un <em>100.000</em> bello tondo. Si tratta della proposta di Luca Ricolfi, stimato professore di Metodologia della ricerca psicosociale all’università di Torino, di mettere un tetto alle intercettazioni. Il punto di partenza è che <em>forse le intercettazioni sono davvero troppe</em> perché nel 2001 <em>i bersagli intercettati erano 32.000, da allora il loro numero è aumentato sempre, a un ritmo medio del 23% all’anno. Così, in 7 anni, dal 2001 al 2008, sono più che quadruplicati</em>. A suo avviso, i magistrati devono essere liberi di intercettare ma il Parlamento potrebbe <em>riportare gradualmente il numero totale delle intercettazioni a un livello più ragionevole di quello di oggi</em>, appunto 100mila (ora sarebbero 140.000).</p>
<p>Da queste cifre, il lettore è autorizzato a pensare che ci siano 140.000 cittadini i cui telefoni sono sotto controllo e forse gli verrà il dubbio che i magistrati-spioni ascoltino le conversazioni di tutti, magari per curiosità morbosa. Peccato che le cose non stiano esattamente così: sono 140.000 le utenze telefoniche su cui, in un momento o nell’altro dell’anno, è stato esercitato un controllo e questa cifra è il frutto dell’abitudine di mafiosi e camorristi di cambiare continuamente le schede dei cellulari, al limite usandole una volta sola, proprio per evitare di essere intercettati. Quindi le persone ascoltate sono un numero assai più ristretto e le portinaie di via Po non devono temere per la loro privacy.</p>
<p>Ma, si chiede Ricolfi, <em>com’è possibile che in un distretto di corte d’appello il rapporto fra bersagli intercettati e procedimenti penali sia 15 volte più alto che in un altro</em>? Già: com’è possibile che a Taormina si faccia il bagno 15 volte di più che a Madonna di Campiglio?</p>
<p>Così, partendo dalla premessa che <em>le intercettazioni sono davvero troppe</em> il nostro commentatore arriva facilmente a una proposta di questo tipo: fissare <em>uno stock di intercettazioni nazionale affidando al Consiglio superiore della magistratura o a un organismo indipendente il compito di ripartire tale stock fra i 29 distretti giudiziari</em>.</p>
<p>Facile immaginare cosa succederebbe in Procura a Palermo:<br />
<em>&#8211; Dottore, in città si dice che Totò O’ Assassin&#8217; abbia sciolto nell’acido la figlia di Beppe O’ Animal&#8217;: uno sgarro. Avviamo le intercettazioni</em>?<br />
&#8211; <em>Maresciallo, scherziamo? Abbiamo già consumato quasi tutto lo stock dell’anno e siamo solo in giugno. Ho dovuto chiedere in prestito alla procura di Aosta un pacchetto da un mese di intercettazioni, promettendo di restituirle l’anno prossimo. No, no, niente intercettazioni: veda se salta fuori qualche testimone oculare, piuttosto</em>.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.4</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 08:00:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/sylvester-the-cat-wallpaper.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-30344" title="sylvester-the-cat-wallpaper" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/sylvester-the-cat-wallpaper-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/sylvester-the-cat-wallpaper-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/sylvester-the-cat-wallpaper.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p style="text-align: right;">Su bambini, da bravi, fate la reverenza</p>
<p>I giornali italiani hanno dei problemi con i felini. Due settimane fa su “Nazione Indiana” ho segnalato il caso dei ghepardi rimpinzati di frittelle di carnevale, oggi vorrei attirare l’attenzione degli amici degli animali sull’incipit di questo articolo di Maurizio Molinari da New York (<em>La Stampa </em>del 10 febbraio): <em>Dopo falchi, tartarughe e orsetti lavatori Central Park vanta anche tre coyotes. I primi ad avvistarli sono stati alcuni studenti della Columbia University. I felini si aggiravano vicino a un edificio all’incrocio fra Broadway e la 119° Strada…</em>. Felini? I coyotes, <em>felini</em>? <span id="more-30343"></span></p>
<p>Caro Molinari, questo è un felino e si chiama Gatto Silvestro.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/silvestro1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-30345" title="silvestro1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/silvestro1.jpg" alt="" width="123" height="240" /></a></p>
<p>E questo invece è un coyote (<em>Canis latrans</em>), ribattezzato Wile E. Coyote.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Wile_E__Coyote_and_Road_Runner.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-30346" title="Wile_E__Coyote_and_Road_Runner" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Wile_E__Coyote_and_Road_Runner-300x170.jpg" alt="" width="300" height="170" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Wile_E__Coyote_and_Road_Runner-300x170.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Wile_E__Coyote_and_Road_Runner.jpg 480w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Il fatto che siano tutti e due della scuderia Warner Brothers e della ineguagliabile generazione di cartoons degli Anni Quaranta non autorizza a confonderli. [A <em>La Stampa</em> adorano i felini]</p>
<p>La notizia più interessante della settimana è però un’altra: la versione italiana di un articolo del New York Times, tradotta (si fa per dire) dal <em>Sole 24Ore </em>dell’11 febbraio. Prima di tutto, occorre complimentarsi con l’anonimo titolista: l’articolo originale di Jack Tierney aveva un titolo un po’ criptico: <em>Will You Be E-Mailing This Column? It’s Awesome</em> mentre la redazione del Sole, dove tengono in permanenza Lucio Battisti al massimo volume, ci mette un poetico <em>Tu leggile se vuoi, le emozioni</em>.</p>
<p>L’articolo riferisce di una ricerca sulla lista dei pezzi del <em>New York Times </em>più trasmessi via mail dai lettori ai loro amici; due studiosi dell’università della Pennsylvania hanno scoperto che gli articoli lunghi sono più distribuiti di quelli brevi e che gli articoli scientifici, a volte anche molto specialistici, sono i più gettonati.</p>
<p>Il problema nasce poche righe più sotto quando il traduttore automatico (eh, sì, al Sole sono ossessionati dalla tecnologia) mette insieme questa frase: i lettori <em>vogliono condividere articoli che ispirano reverenza, un&#8217;emozione che i ricercatori hanno deciso di prendere in esame non appena si sono accorti di quanti articoli di scienza figuravano nell&#8217;elenco</em>.</p>
<p>Più avanti si legge: <em>Possono ispirare reverenza il Grand Canyon, un&#8217;opera d&#8217;arte, una teoria grandiosa o una magnifica sinfonia</em>. Uno degli autori della ricerca definisce la reverenza come <em>un&#8217;emozione di auto-trascendenza, un senso d&#8217;ammirazione e d&#8217;elevazione davanti a qualcosa di più grande di sé</em>, un qualcosa che <em>ci fa sentire piccoli in un mondo immenso</em>.</p>
<p>Reverenza? RE-VE-REN-ZA?</p>
<p>Da quando bevo solo caffè decaffeinato ho i riflessi un po’ lenti e quindi sono andato sullo scaffale per vedere se il significato di reverenza che avevo in mente io, <em>inchino</em> o qualcosa di simile, era condiviso dal dizionario. Il <em>Devoto-Oli</em> non ce l’ho più, vittima del désherbage della settimana scorsa, ma ho salvato un <em>Dizionario Enciclopedico Sansoni</em> che, alla voce <em>reverenza</em> scrive <em>vedi: riverenza</em> e qui mi dice:<em> Osservanza rispettosa, ossequio, timore religioso</em>. Il secondo significato è <em>inchino, genuflessione</em>.</p>
<p>Ora, poiché né l’osservanza rispettosa, né l’ossequio, né gli inchini o le genuflessioni possono essere considerati <em>emozioni</em> mi viene il dubbio che qualcuno, da qualche parte, abbia preso <em>una topica marca leone</em> (il copyright è di Primo Levi: <em>la Chiave a stella</em>). E poi: davanti al Grand Canyon scattano l’osservanza rispettosa, l’ossequio, gli inchini, le genuflessioni? Vi concedo anche il <em>timore religioso</em>, non ci siamo lo stesso.</p>
<p>Vado a rimestare nel <em>New York Times</em> dell’8 febbraio e trovo<a href="http://www.nytimes.com/2010/02/09/science/09tier.html?em"> l’originale in inglese</a>, che recita: <em>readers wanted to share articles that inspired awe, an emotion that the researchers investigated after noticing how many science articles made the list</em>. <em>Awe</em>, ecco cos’era. Mi riarrampico sulla libreria e cerco una copia che ho nascosto in doppia fila del dizionario <em>Webster</em>, il quale definisce <em>awe</em> come <em>un’emozione che mescola venerazione, timore e meraviglia</em>. E, in effetti, sentimenti come venerazione, timore e meraviglia insieme ci scuotono, ci fanno tremare le vene ai polsi. Niente a che fare con la<em> reverenza</em>.</p>
<p>A difesa del traduttore automatico Google posso dire che <em>awe</em> non ha un corrispettivo preciso in italiano, soprattutto per la presenza della <em>meraviglia</em> nel significato inglese. Però nulla avrebbe impedito a una matricola iscritta al primo anno di Lingue di usare, in questo contesto, <em>meraviglia</em> per descrivere l’atteggiamento dei lettori del <em>New York Times</em> di fronte a un’articolo di astronomia. O magari <em>stupore, sgomento, soggezione</em> oppure una qualche perifrasi che non facesse pensare agli inchini e alle genuflessioni.</p>
<p>Il Grand Canyon suscita appunto meraviglia e sgomento, una sensazione di essere piccoli di fronte all’universo, non timore religioso, inchini o genuflessioni.</p>
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