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	<title>Nicola Fanizza &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Del pisciare contro vento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2026 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Blowing in the wind]]></category>
		<category><![CDATA[contro vento]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[sud]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Nicola Fanizza</strong> <br /> A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna! Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-117946" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-1024x731.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-768x548.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-588x420.jpg 588w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-150x107.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-696x497.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-1068x763.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/per-Monologo-bellico_dmuriano.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>A pisciare contro vento prima o poi ci si bagna! Lo sanno bene i marinai che stanno sulle barche e tutti quelli che vivono sulla costa. Da qui l&#8217;attenzione super-sorvegliata degli abitanti del mio Paese ai mutamenti del vento e, per estensione, anche al vento in politica.</p>
<p>Lì hanno davvero fiuto, arrivano sempre prima degli altri. Appena si accorgono che il vento sta cambiando direzione, diventano amplificatori di quel vento.</p>
<p>Tuttavia, per noi bambini negli anni Cinquanta andare sulla Rotonda a fare la pipì contro vento – sfidando le onde –, era comunque un piacere. Da qui – forse – la mia tendenza a collocarmi sempre contro il discorso canonizzato della polis, contro lo spirito del tempo.</p>
<p>Certo tutto ciò ha comportato parecchi raffreddori, tanto è vero che per sopravvivere mi sono trasferito a Milano, una città quasi senza vento. Ecco ciò che, a volte, mi manca del mio Paese è proprio il vento.</p>
<p>Da sempre il fantasma del vento, come mediatore del tempo, è apparso avvolto da un’aura di mistero. Solo i <em>Maestri del vento</em> sapevano individuare il fuoco da cui essi si originavano, possedevano le chiavi d’accesso al cielo, ne conoscevano la mappatura, e soprattutto conoscevano le diverse sfumature della Rosa dei Venti. Possedevano altresì la straordinaria capacità di fiutare e annusare i cambiamenti dal vento: ossia quando il vento stava per terminare il suo giro; o quando, sulla scorta delle prime avvisaglie, era possibile prefigurare a breve l’arrivo della pioggia, di una burrasca, di una forte mareggiata. In questi due ultimi casi si recavano presso le case dei pescatori invitandoli a non salpare l’ancora.</p>
<p>Il primo a parlarci del vento fu il mio nuovo maestro, quando – avevo otto nove anni – frequentavo la terza elementare. Ci raccontò una breve storia che vedeva il vento e il sole come protagonisti di una contesa, il cui oggetto era rappresentato dai vestiti di un contadino: la vittoria sarebbe andata a chi fra i due fosse riuscito a far sì che il contadino si spogliasse. Nel suo racconto il contadino, ricorrendo ai lacci e ai bottoni, era riuscito a resistere al vento, ma nulla poté fare quando fu chiamato a difendersi dai raggi del sole. Il corollario di questa storia era evidente: possiamo difenderci dal vento ma non dal sole.</p>
<p>Quello stesso anno appresi che col vento non si può scherzare, e soprattutto non lo si può sfidare. Ciò avvenne in occasione di un evento tragico che colpì la famiglia di un mio compagno di classe. Il papà di quest’ultimo e due suoi fratelli erano morti in seguito al naufragio della loro barca. La mia classe partecipò al funerale e dopo alcuni giorni venni a conoscenza, attraverso il racconto di mio padre, delle dinamiche che avevano portato alla loro morte. Insieme ad altri marinai, erano andati a pescare nello stesso braccio di mare. Avevano calato da poco le reti quando si accorsero che si stava alzando un vento fortissimo. Mentre gli altri pescatori, paventando il peggio, si erano rifugiati subito in un porticciolo lì vicino, il padre del mio compagno decise di sfidare il vento: perse, infatti, del tempo prezioso per recuperare le reti e così fu travolto insieme ai suoi due figli dalla violenza delle onde del mare.</p>
<p>Così col tempo imparai a temere e, insieme, ad amare il vento. Amavo soprattutto il maestrale. Quest’ultimo rendeva l’aria più fresca e respirabile, e per di più mi consentiva di pensare all’aria aperta. Ritenevo allora che non avrei mai potuto vivere senza sentire la sua carezza sulla pelle. Percepivo quel vento come se fosse un compagno d’avventura; come fosse un antico conoscente, familiare e, insieme, affascinante, che mi prendeva per mano, faceva volare le foglie e la polvere e per pochi istanti mi faceva dimenticare della gravità che mi teneva attaccato alla terra.</p>
<p>Che il vento possa diventare il viatico per entrare in trance estatica lo appresi da mio fratello. Asseriva che nel corso di una notte del mese di settembre era entrato in estasi e che in quell’occasione aveva avuto una visione straordinaria e per molti versi ineffabile. Allo stesso modo di Miranda, la protagonista del film di Peter Weir <em>Picnic ad Hanging Rock</em>, mio fratello si svegliò. Spinto dalla forza del vento che circolava nella nostra casa – le porte-finestre erano aperte –, usci dalla camera che condivideva con me per dirigersi in uno stato di trance verso il salotto. Si trattava di una stanza che conoscevamo appena, anche perché io e mio fratello non avevamo il permesso di entrarvi se non in rare occasioni, nei giorni di festa o quando si avevano degli ospiti. La porta era del resto quasi sempre chiusa, ma quella notte la trovò aperta. Sempre in quella «condizione alterata» di coscienza entrò nel salotto. Qui un attimo dopo l’emozione lo inchiodò sul posto. Gli sembrò di essere entrato in una stanza incantata. Gli scuri erano chiusi e le tende pesanti, di lino verde, tirate. La stanza era inondata da una strana luce color verde-oro<em>,</em> iridescente, irreale. Ebbe l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Restò lì, sul tappeto, immobile, respirando a fatica, fino a quando sentì un brivido caldo nelle sue ossa: cadde a terra e si addormentò. Non ricordava quanto tempo dopo – un’ora o forse più –, il fresco del pavimento lo svegliò e ritornò a letto.</p>
<p>Mi disse che questo accadde una sola volta. La notte del giorno successivo tentò di nuovo di aprire quella porta; era chiusa. Asseriva, inoltre, che non aveva avuto alcun timore. Non aveva neppure il sentimento di commettere un <em>delizioso peccato</em>. Ciò che di quella notte lo aveva attirato era, il calore, la calma e la bellezza; era il salotto, con il divano e le poltrone di velluto verde, era il verde. Il tutto immerso in una luce verde oro. Tranne che a me non aveva mai raccontato a nessuno ciò che aveva percepito in quella stanza. D’altra parte, non avrebbe saputo cosa dire. Si trattava di un evento misterioso!</p>
<p>Alcuni anni dopo aggiunse che, nei momenti di sconforto o quando si era trovato a lottare con lunghe crisi di malinconia, aveva spesso cercato, inutilmente, il <em>viatico</em> che gli avrebbe consentito di entrare di nuovo in quello <em>stato di grazia</em>.</p>
<p>Per quanto mi riguarda, ho proseguito a pisciare contro vento, spesso in silenzio e a volte solo col pensiero. Cosa quest’ultima che avvenne quando avevo appena otto anni. All’inizio del nuovo anno scolastico conobbi il mio nuovo maestro. Proveniva da Matera, di statura regolare, tarchiato, aveva la testa molto grande e i capelli cortissimi. Quando, in occasione del primo appello, apprese che fra gli alunni della mia classe c’era il figlio del sindaco – quest’ultimo era stato inserito solo quell’anno nella classe! –, decise all’istante di designarlo come nuovo capoclasse.</p>
<p>Si trattava di un atto che non mi piacque, poiché tradiva il suo desiderio di ingraziarsi i potenti. Ciò nondimeno la sua si rivelò una scelta azzeccata. Il figlio dell’allora sindaco dimostrò per davvero di essere il più bravo della classe. Ma il mio maestro non poteva di certo saperlo.</p>
<p>Ciò che contribuì a turbare in quello stesso anno il mio animo non fu l’ombra del nuovo maestro, bensì la pusillanimità dell’arciprete. Il Concilio Vaticano II era di là da venire. Anche se mancavano pochi anni, il vento che avrebbe portato la Chiesa a prendere le distanze dal Medioevo nel mio Paese non si avvertiva affatto. Me ne accorsi a mie spese nel settembre del 1959. Poco prima che iniziasse il nuovo anno scolastico, cominciai a frequentare il catechismo presso la Chiesa matrice. Qui vennero creati due gruppi: i ragazzi appartenenti alle famiglie dei professionisti furono inseriti nel gruppo che fu affidato a un’anziana insegnante, che era sempre vestita di nero; i rimanenti – me compreso – furono affidati, invece, alle cure di una giovane catechista. Tuttavia, nel corso delle lezioni, scoprii con triste meraviglia che mentre al primo gruppo venivano dati in dono dei giornaletti colorati, viceversa il mio gruppo era costretto a imparare a memoria e in pillole i fondamenti della dottrina cristiana senza l’ausilio dell’apparato iconografico. Mi rivolsi pertanto alla mia maestra per poterli ottenere. Ma quest’ultima mi disse che i fascicoli erano riservati solo ai ragazzi dell’altro gruppo.</p>
<p>Quella disparità di trattamento mi apparve come un vero e proprio sopruso, come un’ingiustizia. E per di più avveniva col tacito assenso dell’arciprete. Che, benché fosse presente, probabilmente era <em>distratto.</em> La stessa Chiesa mi apparve ingiusta e decisi pertanto di non frequentare ulteriormente le lezioni di catechismo.</p>
<p>La mia indole ribelle, tuttavia, si manifestò tre anni dopo. Nel 1962, col mio ingresso nell’età dell’adolescenza, sperimentai dolorosamente l’ostilità di alcuni venti che non avevo mai conosciuto. Si trattava dei venti di guerra e del vento della modernizzazione. Il fuoco da cui essi si originavano non era reperibile nella natura, bensì in una cultura che legittimava la guerra e di una cultura che dissolveva i vincoli sociali e le relazioni degne. Una cultura che, tuttavia, non era mai appartenuta alla civiltà contadina.</p>
<p>In Italia spirava allora il vento della modernizzazione. Un vento che mirava proprio alla dissoluzione della civiltà contadina. Il dileggio del mondo rurale diventò una scheggia che si conficcò nelle mie carni. I miei compagni di classe, provenienti da famiglie facoltose, stigmatizzavano il lavoro manuale in generale e, in particolare, il lavoro del contadino. Da qui il <em>patèma</em> che investiva il mio animo ogni qualvolta – la domenica o durante le vacanze – mio padre mi portava in campagna a lavorare. Il ritorno a casa per me era un dramma: quando, al crepuscolo, il nostro carro trainato dalla mula entrava nelle strade del Paese, mi coprivo con un sacco per evitare che i miei compagni di classe scoprissero che ero figlio di contadini.</p>
<p>Di fatto, negli anni Sessanta, il mestiere del contadino era poco apprezzato e, insieme, poco remunerato. I lavoratori della terra si accorsero ben presto che la loro strada non passava per il Paese in cui erano nati e si trasferirono in massa nelle città del Nord.</p>
<p>Le ragazze a loro volta non volevano <em>sporcarsi le mani</em>. Preferivano gli impiegati, gli italo-americani, i marittimi, gli operai e giammai i figli dei contadini.</p>
<p>Come tutti i figli dei contadini, non ero capace di difendere il mio mondo, la sua cultura. La scuola di allora e, per molti versi, anche di oggi, era espressione della cultura <em>esclusivamente </em>– nel senso etimologico: che esclude – borghese.</p>
<p>La cultura borghese non è di per sé negativa, ma lo diventa quando esclude le altre. E quella scuola non era in alcun modo disposta a misurarsi con le <em>culture altre</em>: ossia non era capace di accogliere e di confrontarsi con la cultura dei contadini<em>. </em>Era una scuola incapace di riconoscere e valorizzare la capacità dei figli dei contadini di indicare gli alberi con i loro nomi, le loro conoscenze in merito all’irrigazione dei campi, alle diverse erbe, agli uccelli, e alle diverse colture, ecc.</p>
<p>Ciò spiega la loro disaffezione nei confronti di una scuola che li costringeva a vergognarsi delle loro origini, di una scuola che chiedeva loro di <em>integrarsi</em>: ossia di tradire la loro cultura contadina. In quella temperie totalitaria, mi sentivo svuotato dentro, perdevo, giorno dopo giorno, la mia linfa e il mio sangue, diventavo guscio. Io, come altri figli di contadini, rifiutai di integrarmi, e tuttavia non rinunciai agli studi.</p>
<p>Il 1962, con la Crisi dei missili a Cuba, fu anche l’anno in cui si evitò per poco una guerra nucleare e fu anche l’anno in cui ebbe inizio la guerra del Vietnam. Proprio quell’anno, per scongiurare la guerra, Bob Dylan compose <em>Blowin’ in the Wind</em>, una canzone pacifista che terminava così:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia</p>
<p>che troppa gente è morta?<br />
la risposta, amico mio, sta nel vento,<br />
la risposta sta nel vento».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono passati più di sessant’anni da quell’anno e quella speranza continua ad abitare nel vento. Intanto qui a Milano mi è capitato più volte di ripensare alla Rotonda sul mare del mio Paese. E in ognuna di quelle occasioni ho chiesto aiuto al vento per difendermi dalla malinconia!</p>
<p>(n.d.r.: foto di Daniele Muriano)</p>
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		<title>Di Crollalanza D&#8217;Annunzio, un&#8217;amicizia impossibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jun 2022 05:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Araldo di Crollalanza]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele D'Annunzio]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Nicola Fanizza</strong> <br /> Così il Poeta-Soldato si ritrovò probabilmente a fruire gratuitamente non solo dei lavori per la costruzione del Vittoriale, bensì anche dei finanziamenti derivanti dalle economie sugli stessi lavori. Tutto ciò lo si evince da una nota del ministero del Lavori Pubblici. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-97849" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/copertina-208x300.jpg" alt="" width="208" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/copertina-208x300.jpg 208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/copertina-150x216.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/05/copertina.jpg 236w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" /></p>
<p>( è uscito il saggio di Nicola Fanizza <em>Araldo di Crollalanza, Un ministro all&#8217;ombra del duce, </em>ed. Progredit, 2021, euro 20, ne pubblico un capitolo per gentile concessione dell&#8217;editore)</p>
<p>A volere la Gardesana, la strada che avrebbe consentito di raggiungere il Vittoriale, fu Gabriele d’Annunzio. Ne parlò al duce fin dal 23 marzo 1925: «Tu sai che non v’è una salda e rapida via a collegare la liberata Venezia tridentina e la regione lombarda, la veneta, la padana, l’emiliana». Poi un’osservazione: «Le vie fra Bolzano e Brescia, per la Val Camonica, per Val Giudicaria e Val di Ledro, sono troppo lunghe e faticose. Tutte superano i dugento chilometri mentre la distanza tra Brescia e Bolzano in linea d’aria è di 140 e nessuna favorisce l’attività crescente delle città ricongiunte alla madre patria». Ed ecco la sua garanzia: «Ho esaminato con l’attenzione che mi conosci il disegno della nuovissima via studiata dagli ingegneri benacensi Riccardo e Italo Cozzaglio. È compiutamente lodevole».</p>
<p>Deve però arrivare il settembre 1928 perché venga approvata la costruzione del «Meandro», come il poeta denominerà la nuova strada. Il via ai lavori venne dato solo nel febbraio 1929. Quando nel 1930 di Crollalanza diventerà ministro dei Lavori Pubblici, sarà costretto a prendersi cura non solo della strada in salita che portava alla villa di Cargnacco, bensì anche dei lavori inerenti alla costruzione del Vittoriale e di quelli per la casa della madre del poeta a Pescara.</p>
<p>Tale costrizione traspare dalle parole di Onda di Crollalanza, figlia di Araldo, la quale in un’intervista del 2013 dice che suo «padre accontentò d’Annunzio promuovendo la costruzione del Vittoriale anche perché era sollecitato dall’alto, quel monumento si doveva fare […]. Il Vittoriale si doveva fare anche con i suoi eccessi».</p>
<p>Tutto ciò avveniva per esplicita volontà di Mussolini ed era frutto di un tacito accordo fra il duce e lo stesso d’Annunzio: in cambio della sua autoemarginazione dalla scena politica, a partire dal 1924-25, il Poeta-Soldato avrebbe ottenuto diversi privilegi. Così, d’Annunzio otterrà una sorta di stipendio legato alla vendita dei suoi manoscritti allo Stato; percepirà, inoltre, gli introiti legati alla vendita delle sue opere, pubblicate dal Poligrafico dello Stato; e, soprattutto, otterrà i finanziamenti per la costruzione del Vittoriale e per il risanamento della sua casa a Pescara.</p>
<p>Eppure, prima della sua resa, Mussolini aveva temuto che il Comandante potesse passare all’opposizione. Il duce non sottovalutava d’Annunzio, riconosceva le sue straordinarie qualità e soprattutto era consapevole del seguito su cui poteva contare all’interno dello stesso movimento fascista.</p>
<p>Sapeva che il Comandante aveva manifestato il proprio rancore nei suoi confronti: non gli aveva perdonato di averlo abbandonato durante il «Natale di sangue». Il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 aveva dato al governo italiano la possibilità di risolvere la spinosa questione di Fiume attraverso l’uso della forza. Cosa che avvenne nel giorno nella vigilia di Natale quando la Regia Marina bombardò la città. Fu lo stesso d’Annunzio a coniare l’espressione «Natale di sangue» per indicare il lasso di tempo in cui infuriò l’impari lotta tra l’esercito e i legionari. La battaglia durò cinque giorni, morirono 22 legionari, 5 civili e diversi soldati del Regio Esercito. D’Annunzio durante l’assedio coltivò la speranza che Mussolini si spendesse per la causa di Fiume e non vedendolo arrivare se la legò al dito.</p>
<p>Sta di fatto che da uomo politico scaltro qual era, Mussolini non se l’era sentita in quell’occasione di mettere a repentaglio l’esistenza dei fasci di combattimento e la sua stessa carriera politica.</p>
<p>Le loro strade si divisero e continueranno a non intrecciarsi. Un mese dopo la fine dell’impresa fiumana, nel febbraio 1921, d’Annunzio giunse la prima volta a Gardone. Il suo soggiorno sul lago di Garda doveva durare solo alcuni mesi – per completare la stesura del suo ultimo romanzo! –, mentre oggi sappiamo che quella sul Garda sarebbe diventata la sua ultima e definitiva dimora. Allora aveva cinquantasette anni, era mezzo cieco e persino le sue energie erano state fiaccate da cinque anni di attività spossanti. Il tempo della lotta per lui si era concluso a Fiume. Voleva darsi solo all’arte. Scrisse a un amico: «Sono morto a ogni politica».</p>
<p>Il ruolo che egli aveva avuto, con la sua trascinante oratoria, nelle «radiose giornate» di maggio, la partecipazione alla guerra, la «beffa di Buccari», il volo su Vienna, la taglia dell’Impero austro-ungarico sulla sua testa avevano creato intorno alla sua figura un alone di eroismo destinato a protrarsi sin dopo la fine della guerra. La stessa impresa di Fiume e i sedici mesi dell’occupazione della città avevano contribuito ad alimentare lo splendore della sua immagine.</p>
<p>D’Annunzio appariva come un leader autorevole. Godeva di un enorme prestigio sia presso i militari sia presso diversi settori politici: dalla destra nazionalista e fascista alle frange della sinistra estrema. Erano con lui i sindacalisti rivoluzionari come Di Vittorio e persino alcuni comunisti come Antonio Gramsci e Nicola Bombacci.</p>
<p>Non fu certo un caso che nell’agosto 1921 Grandi e Balbo fossero andati a trovarlo al Gardone per offrirgli la guida del movimento fascista.</p>
<p>Quella sarebbe stata per lui l’ultima occasione per giocare un ruolo decisivo nella storia italiana. Il Comandante aveva preso tempo. La proposta poteva anche essere allettante, poteva consentirgli di regolare i conti con Mussolini, il quale nel «dicembre di sangue» lo aveva tradito. Tuttavia, non se l’era sentita di mettersi alla testa del fascismo più retrivo.</p>
<p>Dopo il colpo di mano di Mussolini dell’ottobre 1922, d’Annunzio si era reso conto che con l’avvento del fascismo al potere gli erano rimaste ben poche possibilità per tornare protagonista sulla scena politica nazionale.</p>
<p>Mussolini era riuscito a ottenere la sua neutralità, promettendogli che si sarebbe adoperato per promuovere l’unità sindacale fra la film (Federazione Italiana dei Lavoratori del Mare) e i sindacati fascisti. L’unione sindacale, tuttavia, non si realizzò per l’ostilità dei settori più intransigenti del sindacalismo fascista, i quali non volevano in alcun modo rinunciare al monopolio della rappresentanza dei lavoratori.</p>
<p>D’Annunzio si rese conto di essere stato preso in giro già a partire dal febbraio 1924, quando venne a sapere che il suo amico Giuseppe Giulietti era stato defenestrato dalla guida della film. Fu allora che d’Annunzio cominciò a manifestare il rimpianto e soprattutto la delusione per l’amara conclusionedella sua avventura a Fiume. Sentiva di non avere nulla a che fare con il fascismo.</p>
<p>Mussolini non aveva creato nessun nuovo ordine, non aveva promosso nessuna Lega dei popoli oppressi; la Carta del Carnaro per il duce era rimasta lettera morta, una semplice prova letteraria.</p>
<p>Tutto ciò veniva portato a conoscenza di Mussolini, il quale ritenne possibile che d’Annunzio potesse passare al contrattacco. Le sue parole furono interpretate come un segnale della sua ostilità nei confronti del regime. Da qui il cambiamento della tattica di Mussolini per mettere sotto controllo il Poeta-Soldato. Il duce si era reso conto che non bastavano più le solite promesse. Senza rinunciare a queste ultime, era necessario aggiungere ai riconoscimenti formali (il titolo di principe di Montenevoso) e alle blandizie, capaci di sollecitare la sua vanità, gli interventi più concreti.</p>
<p>D’Annunzio era stato per molti versi il suo maestro. Mussolini aveva condiviso il suo nazionalismo e si era ispirato a lui per quel che riguarda l’estetizzazione della politica. Guardava, però, con diffidenza alla sua parte maledetta, a ciò che si situava nel suo cono d’ombra: le istanze libertarie e di democrazia diretta che il Comandante aveva veicolato attraverso la Carta del Carnaro.</p>
<p>Da qui la sua famosa battuta: «D’Annunzio è come un dente cariato: o lo si estirpa o lo si copre d’oro».</p>
<p>E per d’Annunzio fu scelta la seconda opzione; non era certo pensabile eliminare fisicamente un eroe della grande guerra, mentre era consigliabile neutralizzarlo, favorendolo economicamente nella sua vita dispendiosa.</p>
<p>D’Annunzio chiese e ottenne continuamente per sé e per i suoi familiari e amici tanti piccoli favori. Il duce non poteva non esaudire i suoi desideri. Il Poeta-Soldato era sempre pronto a ricorrere alla solita minaccia che comportava il suo esilio.</p>
<p>A proposito di tali minacce, giova ricostruire quanto accadde nel marzo 1928. La rappresentazione da parte della compagnia di Tommaso Monicelli di alcune opere dannunziane aveva suscitato il biasimo di alcuni predicatori cattolici. Il poeta reagì inviando una lettera a Monicelli in cui denunciava la «persecuzione clericale». La missiva, pubblicata sul «Popolo di Brescia», fu, però, sequestrata dal prefetto per le espressioni giudicate sconvenienti. Subito dopo, l’8 marzo 1928 giungeva a Giovanni Rizzo, il poliziotto che lo controllava, la reazione di d’Annunzio:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Caro amico?</em></p>
<p><em>Accade qualcosa che non esito a giudicare ignobile. Svillaneggiato da grassi predicatori e rivendicato dall’amore del popolo, iersera scrissi una pagina. La pagina è sequestrata. Sa nulla? Se ne lava le mani? Contro il “pilatismo” io sono costretto a chiedere oggi una dichiarazione netta del Capo. La esigo. Si afferma che l’ordine viene dal Palazzo Chigi, dov’è stabilita la pinguedine del cardinale Gasparri. Attendo la dichiarazione per sapere se mi convenga trasmigrare nell’Austria di Monsignor Seipel.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dalla lettera si evince che d’Annunzio fosse a conoscenza delle trattative fra il governo italiano e il Vaticano per pervenire alla Conciliazione. Mussolini a sua volta sapeva che la trattativa stava per concludersi, e non voleva compromettere le trattative iniziate nel 1923 con il cardinale Gasparri a causa di d’Annunzio. Pertanto, si era come al solito giustificato asserendo che si era trattato di un «equivoco», di un «eccesso di zelo» e che il sequestro non doveva essere messo in relazione con la «pressione di vescovi».</p>
<p>D’Annunzio non rimase soddisfatto della risposta di Mussolini. Sospettava che quest’ultimo si fosse adoperato per non far circolare i suoi libri. Per di più, nel mese di giugno dello stesso anno, venne a sapere che la Congregazione del Sant’Uffizio aveva messo all’Indice tutte le sue opere. Mussolini, però, non credeva affatto che d’Annunzio volesse per davvero lasciare l’Italia come aveva lasciato intendere nella lettera che aveva inviato a Rizzo.</p>
<p>Sapeva che d’Annunzio reagiva ai controlli solo quando il morso della censura lo prendeva alla gola e gli impediva di respirare l’aria di libertà a cui aveva volontariamente rinunciato. Così il Poeta-Soldato si ritrovò probabilmente a fruire gratuitamente non solo dei lavori per la costruzione del Vittoriale, bensì anche dei finanziamenti derivanti dalle economie sugli stessi lavori. Tutto ciò lo si evince da una nota del ministero del Lavori Pubblici. Di Crollalanza con tale documento premeva per l’invio di un promemoria a Mussolini per sollecitare se vi fosse la «possibilità di corrispondere a G. d’Annunzio le economie fatte sui lavori del Vittoriale».</p>
<p>Il tema che pervade le prime lettere del carteggio fra d’Annunzio e di Crollalanza non è quello delle «economie», bensì quello, come vedremo fra poco, del «Meandro». Intanto, va precisato che il carteggio, che pubblichiamo in Appendice, è composto da undici lettere e cinque minute di telegramma inviate da d’Annunzio a di Crollalanza; nonché da sei lettere e quattordici telegrammi inviati da di Crollalanza a d’Annunzio.</p>
<p>Di Crollalanza aveva inviato una missiva a Gabriele d’Annunzio già nel novembre 1919, quando gli offrì, inutilmente, la candidatura alle elezioni politiche nel collegio di Bari, ma in quell’occasione non aveva ricevuto alcuna risposta. Lo stesso accadde nel 1928, quando, come podestà di Bari, gli inviò una comunicazione incentrata sulla commemorazione di Niccolò Piccinni in occasione del secondo centenario della nascita.</p>
<p>Lo scambio epistolare vero e proprio fra d’Annunzio e di Crollalanza iniziò solo a partire dal 1° maggio 1930, quando quest’ultimo aveva già assunto la carica di ministro dei Lavori Pubblici.</p>
<p>Il Comandante era solito attribuire nuovi nomi alle persone con cui entrava in contatto. Si trattava di nomi legati alle loro specifiche attitudini o alle loro professioni. E anche la prima lettera che egli aveva inviato a di Crollalanza conferma questa sua particolare disposizione. Il ministro dei Lavori Pubblici, proprio perché era «tutelare della via novissima in salita verso il Vittoriale», gli ricordava le «deità dei <em>Lares viales</em>, tutelari delle antiche strade». E pertanto lo chiamava: «viale».</p>
<p>Dice inoltre che anni addietro aveva italianizzato Will Shakespeare (<em>shake </em>= scuotere, scrollare; <em>spear </em>= lancia) con <em>Guglielmo Scotilancia</em>. E che il suo «nome gli dava una parola ancora più italica e arcaica: <em>Crollalanza</em>».</p>
<p>E tuttavia non si dimenticava di proporre al ministro il nome dell’ingegnere che avrebbe desiderato fosse nominato per la direzione dei lavori della strada che in salita doveva portare al Vittoriale.</p>
<p>Un desiderio che venne subito soddisfatto. Lo apprendiamo dalla lettera di risposta che il ministro dei Lavori Pubblici gli inviò ventitré giorni dopo. Qui, in riferimento alle origini del suo cognome, Araldo chiamava in causa suo padre e suo nonno. I due «appassionati e ineguagliabili» studiosi di araldica avevano già colto nelle loro pubblicazioni l’analogia di cui gli aveva parlato d’Annunzio. Il poeta nella sua lettera aveva toccato un tema che gli stava particolarmente a cuore. Di Crollalanza, pertanto, non si lasciò sfuggire l’occasione per descrivere le origini nobiliari della sua famiglia.</p>
<p>Le lettere e i telegrammi danno conto delle richieste che il Comandante continuamente avanzava e della tempestività con cui il ministro dei Lavori Pubblici lo informava in merito alle determinazioni di legge che il governo assumeva a suo vantaggio.</p>
<p>D’Annunzio riteneva che tali vantaggi gli spettassero, poiché si configuravano come una ricompensa per quello che aveva fatto per l’Italia:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>io ho dato all’Italia non soltanto Fiume e Zara ma tutto il Confine giulio. Questo è accertato con documenti militari e diplomatici, inoppugnabilmente. Questo è storico, se giovi adoperare una parola oggi abusata e, ahi!, insignificante.</em></p>
<p><em>Ora è impedito al Principe di Montenevoso, con spregevoli angherie burocratiche, il compimento dell’opera intrapresa a dimostrazione di una lunga vita operosa e coraggiosa.</em></p>
<p>Il ministro doveva riparare pure i grossolani errori «sentimentali», commessi contro la sua «nobile memoria»: nella ristrutturazione della sua casa di Pescara occorreva:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>lasciare intatte alcune particolarità puerili che sembravano appartenermi come il lento formarsi delle mie ossa, come le lividure e le scorticature segnato ne’ miei urti e ne’ miei capitomboli.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di Crollalanza non era da meno quando ricordava al poeta il «superbo Lungomare Nazario Sauro che io volli costruire per molti chilometri, per gettare le basi della nuova metropoli mediterranea».</p>
<p>Tali considerazioni vengono ignorate dal Comandante. Benché avesse visitato Bari e il suo Lungomare nel dicembre 1931, d’Annunzio nelle sue lettere non ne parla. Forse il suo era un silenzio eloquente!</p>
<p>La visita era avvenuta in occasione del suo viaggio in Puglia per commemorare l’impresa del 4-5 ottobre 1917, quando d’Annunzio con la sua squadriglia aveva spiccato il volo da Gioia del Colle per andare a bombardare la flotta austro-ungarica presso le Bocche di Cattaro. Tra andata e ritorno, avevano volato di notte per quasi mille chilometri e per l’orientamento i piloti si erano affidati alle bussole e forse anche alle stelle.</p>
<p>Il Comandante si era recato presso l’aeroporto di «Gioia della Vittoria» – così il poeta l’aveva ribattezzata –, poiché da quel «campo», con la sua «squadriglia temeraria», doveva raggiungere nuovamente le Bocche di Cattaro.</p>
<p>Nei giorni precedenti alla partenza per Cattaro e in quelli successivi al suo ritorno, d’Annunzio soggiornò nella villa di Tommaso Cassano, ubicata a Cozze (frazione di Mola). Cassano era un grosso proprietario di Gioia del Colle, e la sua famiglia aveva già ospitato il Comandante nel 1917. Chiamato in causa per aver partecipato all’assassinio del deputato socialista Giuseppe Di Vagno, fu assolto nel processo che si tenne nel 1922 presso la Corte d’assise di Trani per «non aver commesso il fatto». Tuttavia, nel secondo dopoguerra, con la riapertura delle indagini, fu rinviato nuovamente a giudizio come complice nell’omicidio. La Corte d’assise di Potenza il 31 luglio 1947 dichiarò, infine, «non doversi procedere» contro Cassano, poiché il reato di «complicità non necessaria» era «estinto» per l’amnistia, promossa da Togliatti.</p>
<p>I due sedicenti amici non avevano la stessa concezione dell’arte. Il ministro si richiamava ai canoni dell’estetica fascista e in questo senso affermava che il Vittoriale rappresentava la «luminosa dimostrazione dell’ineguagliabile maestria creativa di quegli artefici italiani che, senza rinnegare il passato, lo sapevano far vivere nel presente e potenziare nell’avvenire».</p>
<p>Un giudizio, questo, che non poteva essere condiviso dal «trasvolatore di Cattaro», il quale si richiamava, invece, alla paganità come espressione di un ideale di vita intensa e attiva e come culto della forza e della bellezza. In questo senso il poeta vedeva nella «Centrale elettrica» rivana, costruita da Gian Carlo Maroni, un’esaltazione della «Regola della forza». Il suo amico architetto percepiva:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>quel che sentirono ed espressero i Greci o talvolta gli Italiani del Rinascimento e i Francesi del XIII secolo: l’armonia delle masse e dei vuoti, l’eleganza dei rilievi profondi e semplici, la stupenda lotta della luce e dell’ombra in un’architettura immune d’ogni sforzo senza ragione e d’ogni forma plastica che non sia architettonica e quindi necessaria […]. Qui tutte le linee indicano la destinazione di tutte le forze e di tutte le resistenze </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il giovane architetto gardesano aveva partecipato valorosamente al recente conflitto, venendo ferito gravemente. Il suo ruolo nella realizzazione del Vittoriale fu rilevante. Maroni, «Magister de vivis lapidibus» (Io son maestro delle pietre vive) – come d’Annunzio lo chiama indirettamente in causa in una lettera del dicembre 1932 –, era in realtà un occultista. La drammatica esperienza della ferita in guerra e il lungo periodo in cui era rimasto sospeso fra la vita e la morte lo avevano convinto di essere un morto resuscitato. L’architetto era persuaso di ricevere nottetempo la visita di personaggi di altre età e di «poter comunicare in modo telepatico con d’Annunzio».</p>
<p>Quando poi il poeta e il ministro passano dai concetti agli affetti, le loro parole appaiono consunte e logore. Per non parlare della retorica del loro patriottismo: l’amuleto di bronzo regalato da d’Annunzio al ministro diventa simbolo della «Vittoria, che protende dalla prua della nave <em>Puglia</em>»; a sua volta, di Crollalanza rivendica la «passione adriatica» della sua «terra che, nelle alterne vicende della storia, seppe creare la prima e la più grande civiltà italiana».</p>
<p>La comunicazione fra i due presunti amici non è mai autentica. Sia l’uno che l’altro sono incapaci di mettersi in gioco. Sono diffidenti. I loro dialoghi sono sempre formali. L’ipertrofia dell’io di cui sono affetti sia l’uno che l’altro impedisce loro di autoridursi, di far posto all’altro da sé.</p>
<p>La vanità di d’Annunzio – l’«artiere di tutte le arti» – e, insieme, il suo disprezzo per la volgarità emergono in modo particolare dalla lettera che egli aveva inviato, in data 25 luglio 1933, al ministro. D’Annunzio mostra di essere grato nei suoi confronti, poiché aveva avuto il merito di disporre la distruzione dell’«immonda taverna». Quest’ultima disonorava la porta del Vittoriale; ossia d’«un luogo pieno di reliquie adorabili, di cimeli preziosi e di settantamila volumi (raccolta che ormai è fuor d’ogni paragone) ordinati e in gran parte annotati da me».</p>
<p>Particolarmente interessante è l’incipit della lettera che d’Annunzio inviò, nel febbraio 1932, al ministro dei Lavori Pubblici. L’atto con cui il poeta donava una copia del <em>Dantes adriacus </em>a di Crollalanza si configurava come un gesto che probabilmente aveva una connotazione simbolica.</p>
<p>Nel 1921 Adolfo de Carolis aveva inciso per il sesto centenario della morte di Dante una piccola xilografia dell’Alighieri allo scrittoio, cui seguirà un grande ritratto frontale di Dante che medita sulla <em>Divina Commedia</em>. D’Annunzio intervenne per acquistare il ritratto, e lo ribattezzò <em>Dantes adriacus </em>in ricordo dell’impresa fiumana e lo collocò nella biblioteca del Vittoriale.</p>
<p>La xilografia evocava pertanto il suo legame spirituale con Dante – la «santa lampada» – e, insieme, con Fiume, la città di vita. Un’immagine ambivalente: il riferimento a Dante, con la sua predilezione per l’Impero, legittimava la politica imperialistica del duce; l’evocazione dell’impresa di Fiume, in cui era sorta l’internazionale dei popoli oppressi, invece, revocava in causa la stessa politica estera di Mussolini che, con la rivendicazione del <em>Mare nostrum</em>, era ostile al mondo slavo. Tutto ciò può sembrare contraddittorio, genera ambiguità. E tuttavia solo i grandi artisti possiedono la straordinaria capacità di unire gli opposti!</p>
<p>L’ostilità nei confronti della politica estera dell’Italia fascista verrà comunque rimarcata da d’Annunzio nel 1936 in occasione della guerra contro l’Impero etiopico e l’anno dopo, nel 1937, quando si recherà a Verona per manifestare a Mussolini il suo dissenso nei confronti dell’alleanza fra l’Italia e la Germania nazista.</p>
<p>Benché d’Annunzio affermi che il Vittoriale fosse un luogo in cui il «Grazie» da anni era stato «fieramente abolito», la sua relazione con il ministro non stazionava nell’atmosfera del dono, dell’obbligo e insieme della libertà, bensì in quella dell’utilitarismo.</p>
<p>La tendenza a rimarcare la loro amicizia tradisce la fragilità del loro legame, che era ancorato al mero interesse. Non è un caso che a partire dal gennaio 1935, con l’avvento di un nuovo ministro alla guida del dicastero dei Lavori Pubblici, termini anche il loro rapporto epistolare.</p>
<p>Probabilmente non si vedranno mai più. Sappiamo, però, con certezza che l’annuncio della morte di d’Annunzio non commosse Mussolini. Lo dice Galeazzo Ciano, il quale annotò negli appunti del 2 marzo 1938 – il giorno successivo alla morte del poeta – di averne parlato con il duce. Quest’ultimo si era soffermato sul modo in cui gli era stata comunicata la notizia. Il prefetto Giovanni Rizzo gli aveva telefonato, comunicandogli l’accaduto con queste parole: «Duce, ho il dolore di darvi una buona notizia!».</p>
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		<title>Salpa l&#8217;ancora ragazzo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Mar 2021 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento della filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-88289" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/tre-filosofi.jpg" alt="" width="299" height="168" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/tre-filosofi.jpg 299w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/tre-filosofi-250x140.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/tre-filosofi-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/02/tre-filosofi-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" /></p>
<p>Quando i filosofi si diedero la voce!</p>
<p>Fra quelli che fiutano il vento in Italia non troviamo solo i marinai, i giornalisti, i politici, ecc., ci sono anche i filosofi.</p>
<p><em>&nbsp;</em></p>
<p>Sin dalla prima ora di filosofia ho saputo che nella mia vita non avrei fatto altro. Il mio professore di filosofia al Liceo ci affascinava con le sue affabulazioni e le sue conoscenze. Sapeva rispondere in modo esaustivo a tutte le nostre domande. Era davvero bravo! Durante le sue lezioni il prestigio derivante dalla sua immensa cultura diventava il fuoco dai cui si originava uno splendore numinoso che si irradiava sui nostri volti accecati dalla meraviglia. L’esercizio della filosofia e il suo insegnamento mi apparvero, allora, come&nbsp;<em>rituali magici</em>, capaci di aumentare la mia potenza e il mio&nbsp;<em>sex appeal</em>&nbsp;nei confronti delle ragazze. Va da sé che un approccio così ingenuo alla filosofia è esposto a tutti i contraccolpi che la durezza e la fatica dello studio provoca sull’immaginazione. Da qui la delusione che si sperimenta di fronte alle prime difficoltà: leggevo il manuale di filosofia, senza capirci molto; il mio primo docente di filosofia fu chiamato all’Università e, pertanto, rimasi senza il mio&nbsp;<em>cattivo maestro.</em></p>
<p>Durante la frequenza del Corso di Laurea in Filosofia, le cose non sono cambiate. I docenti veicolavano certezze e mai dubbi; erano sussiegosi e supponenti. Guardavano con diffidenza gli studenti stravaganti e si circondavano di adulatori.</p>
<p>Tuttavia, sulla scorta di una&nbsp;<em>lenta impazienza</em>&nbsp;e di un lungo noviziato – mediato dal&nbsp;<em>pathema</em>&nbsp;e, insieme, dal&nbsp;<em>mathema</em>&nbsp;–, ho messo da parte il mio adolescenziale delirio di onnipotenza. Ho capito, finalmente, che&nbsp;chi insegna filosofia – allo stesso modo di chi insegna tutte le altre discipline – lo fa per essere amato.</p>
<p>I docenti di filosofia con cui ho avuto a che fare, negli anni Sessanta e Settanta – sia nell’Università sia nei Licei – erano per lo più dei&nbsp;<em>nipotini di Geymonat</em>. Uno dei&nbsp;<em>topoi</em>&nbsp;del loro immaginario era che per fare i filosofi ci voleva la laurea in Matematica. Di quelli che presero&nbsp;<em>anche</em>&nbsp;la laurea in Matematica, alcuni si ammalarono di scientismo, altri utilizzarono quel titolo come chiave d’accesso all’università, nessuno diventò filosofo!</p>
<p>Ah che tempi! Ed erano davvero bei tempi! Certo, si dice così perché erano i nostri tempi. E comunque ci conviene crederlo! Erano gli anni in cui il movimento del ‘68 si fece promotore di nuove forme di sociabilità e di nuove pratiche di liberazione che consentirono agli operai e agli studenti di prendere per la prima volta la parola.</p>
<p>A fronte della massificazione della scuola, gli insegnanti più motivati si misero in gioco nella prospettiva di creare una scuola critica, capace di formare cittadini sovrani. Gran parte dei docenti di filosofia erano, a quei tempi, per lo più organici ai partiti e per di più avevano una fiducia cieca nelle categorie della vulgata marxista, che sembravano dar conto dell’ordine o disordine presente nella società. Tale fiducia è venuta meno&nbsp;<em>solo&nbsp;</em>col movimento del ’77, che ha consentito, tuttavia, ai filosofi di ritornare a pensare.</p>
<p>A partire dalla fine degli anni Settanta – dopo gli arresti del 7 aprile –, quegli stessi docenti che negli anni precedenti facevano studiare Marx, Lenin e Mao in un baleno e in massa misero nei loro programmi il nazista Heidegger, il&nbsp;<em>pastore dell’essere</em>&nbsp;che voleva trasferire l’immaginario tragico nella&nbsp;<em>Foresta nera</em>, senza rendersi in alcun modo conto che il branco nazista con la sua cieca e feroce violenza non aveva nulla a che fare con la comunità ellenica. Erano convinti – sulla scorta del loro cattivo&nbsp;<em>e</em>&nbsp;maestro – che per pensare in filosofia bisogna farlo in tedesco. Da qui la fascinazione per una lingua&nbsp;«mistica»&nbsp;e, insieme,&nbsp;«magica», capace di trasformarli in filosofi della mutua in cura ascetica.</p>
<p>La filosofia egemone di quegli anni perde i suoi legami con la società, l’economia, la sociologia, la psicologia e diventa discorso consolatorio, rinuncia a cambiare il mondo; tende, pertanto, a disconoscere il conflitto.</p>
<p>Tale disconoscimento è diventato esplicito in questi ultimi anni, grazie agli epigoni della filosofia analitica. Di fatto, oggi, il discorso filosofico rischia di trasformarsi in un discorso squisitamente tecnico.</p>
<p>Non è inutile rilevare che i vescovi nell’età medievale non erano&nbsp;<em>episcopi&nbsp;</em>– ispettori –, poichè il loro compito era, invece, quello di valorizzare la&nbsp;<em>luce</em>&nbsp;che si manifestava nelle nuove forme di sociabilità, attivate dai movimenti che nascevano dal basso. L<em>’homo religiosus</em>&nbsp;(il filosofo di allora) riteneva che la peggiore disperazione era proprio quella di non avere nessuna disperazione; l’accesso alla verità era possibile solo attraverso la cura di sé; l’esperienza tradizionale (il&nbsp;<em>pathema&nbsp;</em>d’animo) aveva una valenza conoscitiva, la stessa&nbsp;&nbsp;bellezza (l’arte) era legata alla verità<em>.</em>&nbsp;Insomma il soggetto si costituiva attraverso una molteplicità di discorsi che dicevano il vero; il discorso profetico, del saggio, del tecnico, dell’artista, del poeta e del&nbsp;<em>parresiates</em>.</p>
<p>Quando, invece, la filosofia diventa&nbsp;<em>solo</em>&nbsp;epistemologia o gnoseologia, finisce col perdere il suo legame con la vita. Si può accedere alla verità solo attraverso la cura di sé e degli altri, solo attraverso le pratiche sociali, solo addomesticando la distanza fra gli uomini. Insomma la filosofia non è solo amore della scienza ma anche&nbsp;<em>scienza dell’amore.&nbsp;</em>Di fatto, nell’economia della nostra vita, gli affetti sono importanti allo stesso modo dei concetti.</p>
<p>Ebbene i filosofi, oggi, – allo stesso modo dei vescovi di allora – sono chiamati a valorizzare le nuove pratiche di liberazione e, insieme, ad attivare nuovi percorsi di conoscenza. Una filosofia che non parli della nostra disperazione, della nostra collera, della nostra vita è una&nbsp;<em>filosofia algida</em>, una filosofia che non vale niente. Allo stesso modo una cultura che non sia capace di evitare la guerra – e noi siamo entrati in guerra contro l’Afghanistan e la Libia – non vale niente.&nbsp;«Salpa l’ancora ragazzo – diceva Epicuro –: e abbandona ogni retorica!».</p>
<p>( questo articolo in forma lievemente differente è apparso ne La poesia e lo spirito il 19/11/2012)</p>
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		<title>Una novella ritrovata di Camillo Berneri</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/03/25/una-novella-ritrovata-di-camillo-berneri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[camillo berneri]]></category>
		<category><![CDATA[Humanitas]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[novelle]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura di Nicola Fanizza Nel 1992, per conto della Famiglia Berneri, furono raccolte in volume le Novelle di Camillo Berneri. Tuttavia ai curatori del libro sfuggì Il primo volo. La novella era apparsa il 1 giugno 1924 sul settimanale «Humanitas» – n. 22/23 –, diretto dal fiero mazziniano Piero Delfino Pesce. (Il merito del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>a cura di Nicola Fanizza</strong></p>
<p>Nel 1992, per conto della Famiglia Berneri, furono raccolte in volume le <em>Novelle </em>di Camillo Berneri. Tuttavia ai curatori del libro sfuggì <em>Il primo volo. </em>La novella era apparsa il 1 giugno 1924 sul settimanale «Humanitas» – n. 22/23 –, diretto dal fiero mazziniano Piero Delfino Pesce. (Il merito del suo rinvenimento va attribuito anche al prof. Domenico Cofano).</p>
<p>La pubblicazione di questo inedito offre l’occasione per ritornare a riflettere su una grande e bella figura di anarchico, autore di scritti originali e ancora illuminanti sul socialismo libertario contrapposto a quello autoritario e sovietico, sulla liberazione della donna, sull’<em>Operaiolatria </em>marxista, che svaluta le lotte e la cultura dei contadini, degli artigiani e degli impiegati.</p>
<p><em>Camillo da Lodi</em> – questo lo pseudonimo che troviamo a volte in calce ai suoi scritti – era nato per l’appunto a Lodi il 20 maggio 1897. In seguito, si trasferì, insieme alla sua famiglia, a Reggio Emilia, dove cominciò a frequentare la Federazione provinciale giovanile socialista, di cui divenne uno dei dirigenti.</p>
<p>Ben presto militò nella frazione rivoluzionaria del Psi. Il suo acceso e intransigente antimilitarismo lo portò però ad avvicinarsi sempre più agli anarchici. Infatti, quando nel 1917 fu chiamato sotto le armi, fu escluso dalla scuola militare e inviato sotto scorta al fronte.</p>
<p>Terminato il conflitto, riprese i suoi studi, laureandosi in filosofia nel 1922 a Firenze, ove fu in rapporto con Gaetano Salvemini, che, con Errico Malatesta, ebbe notevole influenza sulla sua formazione culturale e politica.</p>
<p>Contemporaneamente partecipò all’attività anarchica, collaborando, tra l’altro, a <em>Volontà</em>, <em>Il grido della rivolta</em>, <em>Umanità nova </em>e, dopo l’andata al potere del fascismo, a <em>Fede </em><em>! </em>e <em>Pensiero e Volontà</em>. Quanto al taglio di quegli articoli, può valere quanto scritto nel 1952 dal Salvemini: «Aveva il gusto dei fatti precisi. In lui l&#8217;immaginazione si associava a una cura meticolosa per i particolari immediati nello studio e nella pratica di ogni giorno. Si interessava di tutto con avidità insaziabile. … lui teneva aperte tutte le finestre».</p>
<p>Nel 1926, per sfuggire alla repressione fascista, Berneri è costretto a riparare in Francia. Qui nei suoi scritti prefigura per l’anarchismo un «ruolo autonomo e di primo piano» nella rivoluzione italiana. Il movimento anarchico, con la rivendicazione del federalismo, avrebbe consentito – asseriva il Berneri – di evitare al suo Paese sia la soluzione comunista «dispotico-centralizzatrice», sia la soluzione «moderata».</p>
<p>Dopo il golpe franchista del luglio 1936, lo troviamo in Spagna a Barcellona, dove contribuisce tutte le sue forze all’organizzazione e alla resistenza del regime repubblicano, sostenendo il punto di vista degli anarchici.</p>
<p>Proprio in quanto anarchico, Berneri fu ucciso dagli stalinisti nelle tragiche giornate del maggio 1937. Il suo assassinio avvenne a Barcellona negli stessi giorni in cui vennero uccisi, insieme agli anarchici, molti militanti del Poum, un partito comunista antistalinista.</p>
<p>Diversi studiosi – Gaetano Salvemini, Pietro Adamo e Goffredo Fofi, ecc. – in tempi e modi diversi hanno sostenuto che tra i maggiori responsabili della morte di Berneri ci furono senz’altro alti dirigenti del Partito comunista italiano.</p>
<p>Ciò che è certo è che, con la morte di Berneri, la distanza fra gli anarchici e i comunisti italiani diventò un <em>abisso</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il primo volo  </strong></p>
<p>di Camillo Berneri</p>
<p>Mastro Giovanni si aggira fra i cavalletti. Non può mettere mano al lavoro. Se ne va Carluccio; che lavora così bene che, se restasse con lui, gli lascerebbe la bottega.</p>
<p>Venne smilzo smilzo, con una faccina da fame e le gambine secche secche. Pareva un passerottino ed era imbambolato dalla fame. Ma appena cominciò a lavorare e a guadagnare qualche soldo divenne allegro. Si soffiava sulle dita per poter disegnare, ma anche con le mani intirizzite i disegni erano sicuri e politi. E quando cominciò a maneggiare i colori, che primavera in quello stanzone opaco.</p>
<p>Quando lui sen’era andato, Mastro Giovanni rimaneva estatico a guardar quegli uccelli così veri che pareva dovessero volar via da un momento all’altro, e quei putti così bellini da far venir voglia di prenderseli in braccio.</p>
<p>E ora se ne va. Perché ha messo le ali e vola sicuro. Ed andrà lontano.</p>
<p>Se ne va, Carluccio. Mastro Giovanni vorrebbe lavorare e scuote la testa e si dice: – Vecchio pazzo, o che credevi di tenertelo al fianco fino alla fossa quel ragazzo che lavora meglio di te e di tutti quanti gli artisti della contrada? –</p>
<p>Ma ogni tanto si passa il dorso della mano sugli occhi, e gira su e giù per la bottega, che gli pare vuota e oscura; tanto che va sulla porta a guardar nella strada, per vedere se viene Carluccio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mastro Giovanni gli ha detto: – Carluccio tu diventerai grande. Forse diventerai ricco. Ti auguro questo e quello. Ma ricordati che vai fra la gente che veste di velluto e di raso, e che ci sono più serpi e spine sotto i tappeti che qui, dove ci si conosce tutti.</p>
<p>Questo e tante altre cose gli ha detto Mastro Giovanni. E Carluccio ripensa alle parole del vecchio, ma queste gli ricordano il paese, la mamma che piange; e allora si mette a fischiettare e se ne va al passo di marcia, per la via che è tutta infiorata di biancospino.</p>
<p>E’ pesante, il fagotto. Lo ha preparato sua madre. Lui diceva – Basta, basta – ma lei aveva paura che il suo ragazzo rimanesse senza mangiare, e ha tagliato dei pezzi di formaggio e di pane che c’è da sfamarsi per una settimana.</p>
<p>Gli viene un nodo alla gola a pensare alla madre, e intona una canzone del paese; e cerca di rendere ferma e forte la voce che gli trema e sta per mutarsi in singhiozzi. La strada si snoda ed a ogni svolta si vedono cose nuove. Non è mai andato così lontano, e abbassa la voce quando è vicino alle case; dove c’è gente che non conosce. Al paese, quando passa, lo salutano tutti e lo chiamano a nome, ma qui lo guardano appena. Perché non lo conoscono. Ma gli pare che quella gente non sia così buona come quella del paese.</p>
<p>Lo hanno messo a dormire in soffitta e a mangiare sta con la servitù. Ma la soffitta è ben riparata e in cucina si mangia bene. E quando lavora, vien sempre il padrone.</p>
<p>Guarda e mormora: – Bene, bene. Si vede che è contento, e Carluccio se ne compiace e lavora con lena. Ha già affrescata tutta una parete ed è pochi giorni che è al palazzo del Marchese De Prie.</p>
<p>Ma da ieri si sente stanco. La mano gli serve male e i colori non si combinano mai. Sente il bisogno di svagarsi e gironzola per il parco. Quasi di nascosto, perché ha paura che gli diano del fannullone. Le fontane zampillano, con voci ora roche ora argute. Quella grazia compassata delle siepi potate pari pari, dei fini intrichi di rami sottili, delle erbe tosate, lo rattrista. Anche fuori gli pare di essere richiuso. In campagna, al suo paese, poteva correre, fischiare, cantare. Qui, la ghiaia, che scricchiola sotto i passi guardinghi, gli fa soggezione. Si ferma a guardare il castello che biancheggia nella cornice dei grandi alberi, e pensa che deve tornare al lavoro. Ma riprende a gironzolare per i viali. E si ferma a guardare le statue. Fauni dai piedi di capra, e la faccia diavolesca. Ninfe snelle e dee formose. Il maggiordomo sa il nome di tutte le dee. Quante cose sa il maggiordomo!</p>
<p>Non riesce a lavorare, da parecchi giorni. Esce all’alba; ma le nebbioline velanti di biacca azzurrina, il verde cupo del parco non gli danno la pace. Ne gliela danno le sere luminose rispecchiate in acque lisce, sulle quali i flessuosi cigni dondolano la loro candida calma. Ha una spina nel cuore, Carluccio. Una di quelle spine Mastro Giovanni gli aveva detto che avrebbe trovato nelle case dei ricchi.</p>
<p>E’ venuto un pittore, da Parigi. Un pittore che mangia alla tavola del marchese, passeggia con la marchesa e dorme fino a mezzogiorno.</p>
<p>– Un grande artista – dicono in cucina.</p>
<p>Affresca la sala da ballo. Arabeschi, mori, scimmiette, buffoni, scoiattoli guizzanti, pavoni … Quante cose dipinge il pittore venuto da Parigi! Carluccio ne è rimasto avvilito. Tutte quelle cose egli non le consoce. Ma dipingere sa. Guarda le smerlettature di fogliame leggero su azzurri pallidi, su cieli rosa e dorati, e si rincora. Le ha dipinte lui quelle scene che spalancano le pareti! Ma quel pittore venuto da Parigi dipinge mori, scimmie, scoiattoli, pavoni … E lui no!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono venuti molti signori imbacuccati e tutti alamari e pizzi. E tante signore con le sottane gonfie, i ventagli dipinti,e delle parrucche grandi grandi.</p>
<p>Le finestre sono tutte illuminate, Nell’ombra cupa del parco, Carluccio è cullato dal lento archeggiare dei violini che accompagnano la molle <em>garotte</em>, che egli non conosce.</p>
<p>Mastro Giovanni, la mamma, la bottega, il paese. Ma poi, di nuovo, sempre, il pensiero di Celeste, che il marchese vuole che faccia da modella al pittore venuto da Parigi.</p>
<p>In cucina pigliano gusto a farla piangere, quella figliola. Ma lui ha già rotto un piatto sulla faccia del cocchiere. E se non la finiscono saprà lui metterla a posto, quella canaglia!</p>
<p>Celeste è diventata disinvolta. E quando la punzecchiano, sa rispondere. Ora Carluccio non la guarda. Sente di odiarla. Perché l’ama. Ha sempre qualche cosuccia nuova, Celeste. Ora un nastro, ora un grembiulino, ora un anelluccio. Gli uomini la trattano bene ora, perché lei non ha più vergogna di farsi vedere dal pittore e sperano di godersela anche loro.</p>
<p>Carluccio sta per finire il lavoro. A giorni lascerà il castello, per andare a decorare una chiesa.</p>
<p>La marchesa, ora, viene a vedere di quando in quando i suoi affreschi; e un giorno di pioggia l’ha chiamato nel suo salotto ed ha chiacchierato tanto. Come se fosse il pittore venuto da Parigi. Era così gentile, la signora, che Carluccio si sentiva commosso e le avrebbe baciato la mano, in ginocchio. Se avesse osato.</p>
<p>Ma la signora marchesa è venuta a parlare di Celeste, e nel parlarne sorrideva. E parlava in modo che Carluccio non capiva sempre. Ma ora ha capito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Celeste è stata mandata via. La cuoca l’ha detto il perchè:</p>
<p>– Ha la pancia grossa. La signora, che parla così dolcemente, come ha potuto mandarla via? Ma sorrideva con delle fiammelle negli occhi, mentre diceva le cose che non capiva. Per questo l’ha cacciata come una cagna.</p>
<p>Carluccio non l’anno mandato via. Ed ora sta decorando la camera da letto dei marchesi. Perché il pittore venuto da Parigi se n’è andato, una sera che il marchese ha rotto uno specchio e ha bastonato Giuseppe, che non aveva fatto nulla di male.</p>
<p>La marchesa chiama Carluccio nel suo salotto; quasi ogni sera.</p>
<p>C’è una luce tenue nel salottino. La Marchesa è tanto bella che somiglia alla madonna che è nella chiesetta di Saint-Martin. Ma è più bella, la marchesa. Ha una voce dolce, che fa dimenticare tutto, a Carluccio. Una voce che lo accarezza e gli fa soggezione. Tanto che risponde con sforzo, che tutte le parole che dice gli sembrano troppo brutte per una signora così. Si sente goffo e ne soffre. Ma non vorrebbe mai andar via.</p>
<p>Sulle pareti vi sono gli amorini che danzano.</p>
<p>Li ha dipinti lui, quei putti carnosi e leggeri. Se ci fosse Mastro Giovanni a vederli! A quel chiarore rosa, sembrano ancor più vivi. Li ha dipinti lui, quegli amorini!</p>
<p>La marchesa si incipria. Ha le braccia e le spalle nude, e un’ombra profonda negli occhi e nel seno semiscoperto. Le vorrebbe fare il ritratto, così. Ma non sarebbe capace. Perché è troppo bella, tanto che il guardarla fa quasi male. La guarda, ma non riesce a vederla, Perché è la carne che contempla.</p>
<p>.  .  .  .  .   .  .   .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .   .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .</p>
<p>– Ti piaccio? – Carluccio è inginocchiato e le bacia le mani, le vesti, le stringe le ginocchia, sprofondando nel sogno che gli fa il sangue felice.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da quando è arrivato un signore antipatico, amico del marchese, il salotto del sogno è chiuso, per Carluccio.</p>
<p>Per questo non riesce ad approfondire i cieli e a rendere trasparenti le acque degli affreschi, che lei non viene più a guardare.</p>
<p>Carluccio sogna, nel parco opaco di crepuscolo ed animato solo dai canti delle fontane, schiariti dal silenzio.</p>
<p>Viene la notte, ed annerisce tutto lasciando qualche stocco argentino puntato verso i mille cuori che  palpitano lassù.</p>
<p>Carluccio piange, nella notte. I fiori si inumidiscono di pietà ai suoi singhiozzi.</p>
<p>Una vecchia si agita nel letto, in una vecchia casa di Saint-Martin. Il cuore non la lascia dormire, perché batte forte; e le dice: Carluccio piange, Carluccio piange.</p>
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		<title>Il giardino di Pedro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2020 06:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Di Giorgio]]></category>
		<category><![CDATA[Valeria Nardulli]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-82474" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/immagine-giardino-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/immagine-giardino-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/immagine-giardino-250x377.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/immagine-giardino-200x301.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/immagine-giardino-160x241.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/immagine-giardino.jpg 332w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></p>
<p>Pochi conoscono Pietro Di Giorgio, una singolare figura di architetto e di pittore, vissuto dal 1923 al 2007; eppure le sue opere furono accolte favorevolmente dalla critica in diversi Paesi dell’America latina e tutt’oggi sono oggetto di studio anche in Francia, Germania e Olanda. Ha fatto bene, pertanto, Valeria Nardulli a dedicargli un attento e documentato saggio dal titolo <em>Il Giardino di Don Pedro,</em> Edizioni Ideapress, 2018, pag. 109, Euro 18.</p>
<p>Il volume ricostruisce la sua biografia artistica – era nato a Mola – a partire dagli anni della sua formazione presso l’Istituto Tecnico per Geometri di Bari. Così veniamo a sapere che subito dopo aver conseguito il diploma di geometra, Di Giorgio si era iscritto alla facoltà di Ingegneria, ma non aveva portato a termine i suoi studi, poiché nel 1947 si era trasferito in Venezuela. Il Venezuela era allora la meta prediletta degli emigranti italiani che non potevano recarsi negli Usa. Offriva, infatti, discrete possibilità di lavoro nell’ambito delle costruzioni, poiché era investito dalle dinamiche di un sensibile sviluppo economico.</p>
<p>Qui si era immerso nel contesto tanto caotico quanto stimolante della Caracas del secondo dopoguerra, quella delle costruzioni avveniristiche e, insieme, dei caffè letterari, delle mostre di pittura e delle riviste d’arte.</p>
<p>La sua enorme curiosità lo porta a frequentare i circoli di stampo teosofico e alchemico. Gli antichi teosofi greci e orientali gli avevano insegnato che la verità risiede soprattutto dentro di noi, nei principi intellettuali e nella vita spirituale dell’anima. Il contenuto di questa verità stava a fondamento di tutte le religioni. Ed era possibile coglierlo attraverso la sapienza profonda dei grandi profeti che quelle stesse religioni avevano creato, sostenuto, diffuso. Da qui il suo <em>sincretismo</em> che troveremo dispiegato in tutte le sue articolazioni e declinazioni nei progetti preparatori del suo Giardino.</p>
<p>L&#8217;alchimia gli apparve per molti versi come l’arte dei viaggiatori, l’arte degli individui che sono in transito, l’arte della <em>trasmutazione</em>. L&#8217;alchimista, con il suo lavoro, cerca di produrre nel materiale su cui sta operando, la Materia Prima, una serie successiva di mutamenti per condurlo da uno stato grezzo a uno stato perfetto e incorruttibile. La sua bottega diventò così un <em>laboratorio alchemico</em>, dove si esercitava nella rappresentazione delle forme e soprattutto nell’uso dei colori, rendendoli adatti alle sfumature.</p>
<p>La pittura per Di Giorgio assume ben presto un valore esistenziale. Lo aiuta a mettere a fuoco le sue visioni ad occhi chiusi, lo aiuta a far sì che nella sua anima affiorino colori e forme, lo aiuta, insomma, a pensare con le immagini. Nello stesso tempo controlla la sua effervescenza magmatica senza soffocarla e senza lasciarla cadere in un confuso e labile fantasticare, permettendo così alle immagini di cristallizzarsi in una forma ben definita.</p>
<p>Con il nome d’arte di <em>Don Pedro</em>, Di Giorgio intraprende così la sua carriera pittorica, presentando le sue opere in diverse mostre che si tennero in diversi paesi dell’America latina. I suoi quadri danno allo spettatore la sensazione di sentirsi incluso nello spazio della rappresentazione. Cosa che avviene tramite alcuni accorgimenti, quali i diversi punti di fuga o la linea dell’orizzonte alta. L’ambiente così sembra avvolgente. Tutto ciò avviene in ossequio all’immaginario alchemico, che postula per l’appunto l’intima interazione tra macrocosmo e microcosmo umano. Lo spazio è pertanto tutt’altro che chiuso e finito, anzi spesso nei suoi dipinti si aprono finestre che fanno intravedere un paesaggio lontano, come un’apertura verso l’infinito.</p>
<p>Nel frattempo Don Pedro conosce gli architetti Carlos Raul Villanueva e Felix Candela. Villanueva, con cui collabora alla realizzazione della Città Universitaria di Caracas, gli insegna la necessità di promuovere l’integrazione fra arte e architettura. A sua volta, Candela – il progettista degli <em>umbrellas</em> (paraboloidi) – lo invita a valorizzare gli elementi tradizionali dell’architettura dei diversi Paesi.</p>
<p>L’interesse per le diverse culture e in particolare per le civiltà precolombiane lo spinge a visitare il Messico. I materiali mitici qui raccolti gli serviranno in seguito nell’approntamento della sua opera più importante: <em>Il Giardino di Pietra</em>.</p>
<p>Passeranno, però, diversi anni, prima che Don Pedro possa utilizzarli. Solo nel 1981, quattro anni dopo il suo rientro in Italia, Don Pedro ottenne dall’Amministrazione comunale di Mola l’incarico di progettare e realizzare un <em>giardino pubblico</em>. Il suo obiettivo era palese: coniugare le tradizionali forme e tecniche costruttive presenti nel Mezzogiorno con gli stilemi dell’architettura dell’America centrale.</p>
<p>Il libro della Nardulli è incentrato proprio sulla sua ultima avventura architettonica. Il volume si articola in due parti: nella prima vengono individuate le motivazioni che hanno ispirato la sua opera; nella seconda, invece, vengono analizzate le tavole dei progetti rimasti incompiuti.</p>
<p>Benchè scelga di non relazionarsi con la sterminata letteratura sulla storia del giardino, la Nardulli avverte comunque l’esigenza di individuare la genealogia del giardino e le tappe fondamentali nella sua evoluzione.</p>
<p>Don Perdo – asserisce la Nardulli – «rifugge dall’idea di un giardino fortemente antropizzato». Il suo è un giardino di «pietra»<em>, </em>un giardino che ricoprendosi di licheni diventa «oggetto vegetale vivente».</p>
<p>I quattro elementi empedoclei che stanno a fondamento dell’universo – aria, terra, acqua e fuoco – vengono rappresentati mediante figure geometriche (triangoli), che hanno una valenza simbolica. Trovano, infatti, il loro punto di ancoraggio nel <em>Timeo </em>di Platone.</p>
<p>Il Murale – l’opera più rilevante – è collocato nella parte sud del giardino ed è costellata dagli archetipi delle diverse religioni. Il suo sincretismo di stampo teosofico si dà giustapponendo alle immagini inerenti al Cristianesimo i simboli delle altre religioni. Il suo è un <em>ecumenismo</em> che mira a sensibilizzare i fruitori del giardino all’incontro con le altre religioni e con le altre culture. Il legame fra le diverse civiltà – egizia, mesopotamica, indù, maya, mixteca – viene esplicitato a livello simbolico, veicolando sulla parete un «filo blu di smalto».</p>
<p>L’immagine che più delle altre viene rappresentata sulle pareti del giardino è quella di Quetzalcoatl, il serpente alato. L’interesse di Don Pedro nei suoi confronti dipende probabilmente dal fatto che nella mitologia azteca Quetzalcoatl – il dio dei gemelli – appare, con la sua duplicità, come protagonista di alcune <em>metamorfosi</em>, che hanno una notevole inflessione alchemica. Sono proprio le sue metamorfosi, con il suo sacrificio, a consentirgli di mettere al mondo l’uomo.</p>
<p>Non è un caso che lo stesso Don Pedro nei suoi appunti affermi che «Sul piano simbolico Quetzalcoatl è l’uomo che non è più legato alla terra, dove ha strisciato come serpente … si alza verso il cielo, quale uccello, con la potenza del suo spirito con il coraggio del suo <em>sacrificio</em>».</p>
<p>La dimensione sacrificale presente nella parabola di Quetzalcoatl e, insieme, la sua apertura nei confronti dell’altro da sé viene colta acutamente dalla Nardulli quando afferma che Quetzalcoatl a livello simbolico non è solo un «portatore di civiltà (una sorta di Prometeo), ma anche il primo maestro spirituale», che aveva invitato gli uomini a «bruciare le radici dell’Ego».</p>
<p>Don Pedro legge il mito di Quetzalcoatl con le <em>lenti </em>del Cristianesimo. Il suo sacrificio e quello del Cristo hanno per lui la stessa valenza simbolica e diventano a loro volta comprensibili attraverso il <em>grande vetro</em> della teosofia. Il mito di Quetzalcoatl è un portatore di senso, rimanda all’esigenza di coniugare la trascendenza con l’immanenza</p>
<p>La scorsa estate, dopo aver letto il bel libro di Valeria Nardulli, ho visitato verso l’imbrunire il giardino di Don Pedro. La salsedine dardeggiata dal sole si era rappresa sulle piante e i fiori, curati dal custode Martino. Quest’ultimo ce la mette tutta per estirpare la gramigna che sta infestando il terreno e non può porre certo rimedio allo sgretolarsi delle pareti. Tutto ciò va a detrimento dei colori che stanno perdendo la loro originale brillantezza. Di fatto il lavoro della Nardulli doveva servire proprio per salvaguardare ciò che resta dell’opera di Don Pedro. Solo il tempo ci dirà se la sua fatica è stata vana. Chissà? Quando sono uscito, nel cielo stavano sbocciando le stelle d’Oriente!</p>
<p>Il Giardino di Don Pedro, sulla scorta dell’esegesi di Dante Alighieri, non è sbarrato; e soprattutto, non v’è alcuna traccia del Cherubino con la spada infuocata a sorvegliarlo; non è concepito come un passato perduto, né come un futuro a venire, bensì come simbolo di una comunità sempre <em>attuale</em>.</p>
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		<title>Lo spazio duale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/10/28/lo-spazio-duale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2019 06:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[i guerrieri cambiano]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[Waldemaro Morgese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nicola Fanizza ( il libro di Waldemaro Morgese verrà presentato alla Spazio Milano, viale Montenere 6, il 31 ottobre 2019, alle ore 18.30; oltre all&#8217;autore, interverranno Nicola Fanizza e Stefano Boldorini, letture di Paola Martelli, g.m.) Duecentoventi pagine costituiscono I guerrieri cambiano, l’ultimo libro di Waldemaro Morgese pubblicato da Homo Scrivens, nel quale vengono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
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<p>( il libro di Waldemaro Morgese verrà presentato alla Spazio Milano, viale Montenere 6, il 31 ottobre 2019, alle ore 18.30; oltre all&#8217;autore, interverranno Nicola Fanizza e Stefano Boldorini, letture di Paola Martelli, g.m.)</p>
<p>Duecentoventi pagine costituiscono <em>I guerrieri cambiano</em>, l’ultimo libro di Waldemaro Morgese pubblicato da Homo Scrivens, nel quale vengono trascritti il vagabondaggio e i sogni di un uomo che da diversi anni è catafratto nella sua identità e che poi, improvvisamente, si mette in transito.</p>
<p>Scisso, disorientato, maschera della propria maschera, Ugo, nel primo dei due racconti che compongono il volume, è il prototipo dell’uomo moderno, di un uomo che fa della dissimulazione il proprio credo, di un uomo che da alcuni decenni vive in una società, caratterizzata da una fobia per l’esterno e da un’affermazione identitaria. Tutto ciò ha portato alla cancellazione dell’alterità e a un interno ridotto a mera cassa di risonanza del discorso canonizzato della polis.</p>
<p>I sogni di Ugo, come tutti i sogni, si configurano come lo spazio in cui da una parte vanno in scena le paure e le angosce che costellano la sua vita e, dall’altra, come ciò che consente ai suoi desideri di assumere una forma. E cos’è la forma se non una ricerca di senso?</p>
<p>Così, nel primo racconto che ha per titolo <em>Oltreoceano</em>, il viaggio di Ugo in America diventa l’occasione per desituare il male fuori dall’orizzonte in cui stazionano i protagonisti oppure in un lontano passato. Assistiamo alla celebrazione dei buoni sentimenti e del sogno americano: Ugo ha finalmente l’occasione per realizzare sul piano fantasmatico gran parte dei sogni che gli venivano negati in patria, sogni che l’autore aveva sognato nel corso della sua vita.</p>
<p>Il primo sogno si realizza presso l’Emotive Theatre di New York. La messa in scena del suo libro di racconti che ha per titolo <em>Città buie</em> evoca le recondite ambizioni, che l’autore, come critico teatrale, aveva coltivato durante la sua giovinezza. Tradisce, infatti, il suo desiderio di promuovere <em>l’arte totale</em>, una particolare teoria dell’arte di cui aveva parlato per primo Antonin Artaud e in seguito Carmelo Bene. Si tratta di una miscidanza dei generi e soprattutto della valorizzazione del corpo come strumento di comunicazione.</p>
<p>L’incapacità di Ugo di comunicare con l’altro da sé appare al lettore sin dall’inizio dei lavori preparatori alla messa in scena del suo romanzo. Salvo che con Marguerita, che aveva provveduto a tradurre il suo romanzo in inglese, le relazioni con gli altri membri della compagnia teatrale sono cordiali e stazionano nell’atmosfera del mero interesse. Sin dal loro primo incontro, Marguerita gli appare come un «simbolo aurorale, l’annunzio di un nuovo sperato amore». La loro relazione, però, si mantiene solo nell’ambito dei rituali della reciproca seduzione, non riesce ad andare oltre. La paralisi di Ugo è riconducibile alla sua incapacità di accogliere e far posto all’altro da sé. Marguerita da una parte gli appare come una donna che è attraversata da un processo di alterazione che la rende inafferrabile e, dall’altra, Ugo non sa rinunciare alla sua integrità, la passione identitaria è così pervasiva da spingerlo a porre l’altro solo fuori di sè.</p>
<p>Le conferenze tenute da Ugo – «scrittore di successo» – e soprattutto la curiosità manifestata dal pubblico nei suoi confronti rimandano per molti versi a un sogno che ci sogna: il desiderio dell’autore – e anche nostro – di godere di quella visibilità che, invece, gli è stata negata. Si tratta di un desiderio che abita nei nostri pensieri, un desiderio che, tuttavia, ci fa sognare i sogni del potere, un desidero che è oltremodo pervasivo. Da qui l&#8217;esigenza di negare non solo il desiderio di potere, bensì il potere del desiderio in quanto tale.</p>
<p>Suggestiva è, invece, la descrizione di Buffalo, una città attraversata da ferite e laceranti scissioni. La povertà e il degrado caratterizzano le abitazioni dei quartieri operai e le facciate scolorite dei palazzi delle zone semicentrali denotano la crisi della classe media. Il tutto fa da contraltare agli agglomerati di gran lusso, dalle architetture neoclassiche immerse nei parchi. Si tratta, però, di costruzioni che si sottraggono allo sguardo, poiché sono protette da guardie armate.</p>
<p>Buffalo è anche la meta finale del viaggio di Ugo negli Usa. Qui deve partecipare a un ciclo di conferenze incentrate sul <em>memoriale</em> del figlio di un immigrato italiano che negli anni Trenta, dopo aver vissuto alcuni anni proprio a Buffalo, si era trasferito nell’Urss, sperando di trovare il paradiso in terra. La sua scelta, tuttavia, si era rivelata esiziale, in quanto era stato imprigionato per quindici anni in un gulag siberiano. Il senso della partecipazione di Ugo a questi rituali, con la relativa denuncia dei crimini dei comunisti sovietici, serve per desituare il male in un lontano passato. D’altra parte, consente all’autore di prendere le distanze da quel periodo della sua vita in cui era stato fin troppo acquiescente nei confronti del comunismo albanese, che si richiamava esplicitamente agli insegnamenti di Stalin.</p>
<p>Finalmente nel secondo racconto <em>Oltreverso</em>, con la comparsa del <em>negativo</em>, le vicende narrate diventano avvincenti come in un giallo. Il <em>male </em>questa volta non lo troviamo relegato in un lontano passato da emendare oppure nella natura matrigna o situato nell’altro che sta fuori dall’identità di Ugo, bensì abita proprio nei suoi pensieri.</p>
<p>«Vivo bene – dice Ugo – in mezzo alle contraddizioni», sente di essere diventato un altro, è attratto dalla nuova vita che lo afferra e lo travolge, le esperienze estreme amplificano le sue capacità vitali. I rituali erotici sempre più appaganti diventano il fuoco da cui dovrebbe originarsi un flusso di energie capaci di sortire la «sconfitta totale della morte». Questi riti, però, hanno un esito comunque tragico, poiché sono connessi – come confessa lo stesso Ugo – al «desiderio di far piazza pulita intorno a me».</p>
<p>Il viaggio di Ugo in Brasile – meta del turismo libidinale – si configura anch’esso come un sogno. Si tratta però di un sogno diverso da quelli precedenti, un sogno in cui si dà il groviglio dell’esistenza. Così vengono rappresentati i conflitti e le contraddizioni che agitano la nostra vita, ciò che è certo diventa incerto, le maschere del potere possono trovare il loro contraltare nel desiderio di andare oltre le identità cristallizzate, in cui il potere vuole per sempre inchiodarci. Tuttavia nei sogni le situazioni che amplificano le nostre capacità vitali possono trovare il loro contraltare nelle pulsioni di morte, in ciò che rende possibile la violazione deliberata di alcuni tabù (l’unica definizione accettabile del male!).</p>
<p>Ciò che va in scena in <em>Oltreverso</em> non è il «Teatro della Crudeltà». Morgese è attento alla sensibilità del lettore e cerca per quanto gli è possibile di stendere un velo di silenzio sulle scene di violenza. Il suo obiettivo, a differenza di Artaud, non è quello di produrre, con le scene di violenza, il disagio del lettore e la sua successiva catarsi, bensì quello di dar vita a uno <em>spazio duale</em>, in cui si delinea un’alterità più sottile e complessa. Mentre nel primo racconto l’altro si trovava fuori dall’identità, ora invece in questo nuovo spazio esistenziale l’altro che era fuori di noi viene a trovarsi anche e soprattutto dentro di noi, ossia l’altro è fuori di noi e, insieme, dentro di noi.</p>
<p>L’identità in questo modo non appartiene in tutto e per tutto alla zona dell’essere sempre identico, bensì anche e soprattutto alla potenza del divenire. È di fatto riconducibile all’insieme delle identità che ciascun individuo, in modo differente dagli altri, immagazzina nel suo essere nel mondo. Ognuno di noi sperimenta a volte la sua estraneità a se stesso, sa che il suo sé è inaccessibile anche a se stesso e perciò sacro. Da qui l’esigenza di rigettare ogni pretesa di pervenire a un’identità totale.</p>
<p>Si tratta di una condizione umana che più di ogni altra corrisponde alla concezione sintetica degli opposti, a una dialettica aperta. La cifra della nostra esistenza diventa così incessante reinvenzione, non escludendo le identità passate, tende sempre a riproporle in modo diverso. Tutto ciò mira ad aprire per l’appunto uno spazio duale, uno spazio in cui si manifesta una sorprendente azione creatrice, uno spazio in cui si è sempre in transito. Possiamo solo andare oltre!</p>
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		<title>La malinconia del meriggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jun 2019 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[malinconia]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[sciamanesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nicola Fanizza Caterina si recava tutti i giorni a casa di mia madre Teresa. Aveva più di ottant’anni. Era una donna di sostanza: si imponeva per la sua altezza e, insieme, per la sua robustezza. Era rimasta vedova e viveva sola, poiché i suoi tre figli si erano sposati. Benché il marito fosse morto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-79380" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Augusto-Colombo-La-siesta-300x197.jpg" alt="" width="300" height="197" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Augusto-Colombo-La-siesta-300x197.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Augusto-Colombo-La-siesta-768x504.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Augusto-Colombo-La-siesta-250x164.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Augusto-Colombo-La-siesta-200x131.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Augusto-Colombo-La-siesta-160x105.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Augusto-Colombo-La-siesta.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Caterina si recava tutti i giorni a casa di mia madre Teresa. Aveva più di ottant’anni. Era una donna di sostanza: si imponeva per la sua altezza e, insieme, per la sua robustezza. Era rimasta vedova e viveva sola, poiché i suoi tre figli si erano sposati. Benché il marito fosse morto da più di trent’anni, continuava a portare il lutto. Copriva i capelli banchi con un fazzoletto nero, e portava quasi sempre una gonna lunga e un maglione nero fatto a mano.</p>
<p>Era prodiga di consigli nei confronti di mia madre, e l’aiutava quando era intenta a sbucciare le mandorle o a preparare i dolci.</p>
<p>Era davvero una donna di altri tempi. Praticava la medicina tradizionale e per ogni malanno seguiva un rituale diverso. Il rito del «taglio dei vermi» andava in scena in questo modo. Mentre recitava la formula magica: «Vermuzzi e vermicelli / siete piccoli e pizzottelli / senza gambe camminate / senza bocche mozzicate / per la Santa Trinità / andate via di qua», Caterina praticava nel contempo il massaggio della pancia del bambino. Poi, segnava diversi punti del suo corpo col segno della croce e, a seguire, recitava un’«Ave Maria», un «Gloria al Padre», e un «Padre nostro».</p>
<p>Il suo massaggio, che avveniva con la dolcezza di una mano materna<em>,</em> aveva probabilmente una valenza pranoterapeutica: consentiva al bambino di potersi rilassare e nel contempo di liberarlo dall&#8217;ansia e dalla nevrosi.</p>
<p>Il rituale, però, poteva anche essere declinato non con le preghiere, bensì con le bestemmie. In tal caso la donna che officiava il rito si trasformava in un’autentica sciamana: si caricava, proprio attraverso le bestemmie, del male di cui era affetto il bambino, ripristinando così lo stato di salute.</p>
<p>Non sempre, però, i suoi rituali magici sortivano i risultati sperati. Ciò accadde in particolare quando mio fratello si procurò una frattura alla mano destra, dando un pugno sull’omero di un suo amico. La mano si era gonfiata e, su sollecitazione di mia madre, si rivolse a Caterina per essere curato. Quella volta il rituale del «massaggio» – con l’aggiunta dell’olio e dell’aglio, seguito dalle opportune preghiere –, non le consentì di ridurre la frattura. Mario per guarire fu costretto a rivolgersi alle cure dei medici dell’ospedale del paese che gli ingessarono la mano.</p>
<p>La mia famiglia si era trasferita da alcuni anni in via Pascasio nella città di Mola. Quella strada era molto importante per mia madre che veniva da Rutigliano, lì si sentiva meno sola, poiché era un luogo di passaggio e, ancor di più, di incontri. Ciò che le aveva consentito di addomesticare la distanza con i vicini era la sua generosità. Durante la guerra, quando i bambini sentivano i morsi della fame, regalava loro i dolci e a volte le mandorle e i fichi che metteva a essiccare sul terrazzo. E quando mio padre si accorgeva che la quantità dei fichi e delle mandorle dispiegate al Sole era diminuita, Teresa incolpava gli uccelli!</p>
<p>I vicini, poco prima del meriggio, mandavano i loro figli ogni giorno a casa sua per chiederle un po’ di prezzemolo, di basilico o di menta che Teresa coltivava sulla sua terrazza. Spesso, gli veniva chiesto anche qualche limone. In tal caso, per prenderli, non era necessario scendere nel giardino, poiché i rami dell’albero arrivavano sulla terrazza. A volte le venivano richieste le foglie di arancio. Servivano per riempire il cuscino dei bambini appena deceduti.</p>
<p>Sempre a proposito del meriggio, Caterina raccontava un episodio che per lei era stato un vero e proprio evento. Quando aveva appena cinque anni, era stata testimone di un omicidio che era avvenuto proprio a mezzogiorno nella casa dei miei genitori, che allora apparteneva a don Cesare Pascasio. Asseriva che quel giorno, disubbidendo a sua madre, era rimasta a giocare in strada con gli altri bambini e fu proprio allora che vide il nipote di don Cesare mentre entrava nella casa di suo zio. Il nipote si era recato in quella casa per ottenere del danaro da sua zia. Ma, a fronte del diniego di quest’ultima, l’aveva uccisa con un coltello da cucina. Caterina aveva sentito le sue grida strazianti e subito dopo aveva visto l’assassino mentre correva velocemente verso «Portecchia» (il porto). Venne poi a sapere che lì era salito su una barca a vela e si era diretto, probabilmente, verso le coste dell’Albania o della Grecia.</p>
<p>Quel fatto di sangue appare come un tipico delitto legato all’atmosfera meridiana. Avvenne proprio a mezzogiorno, l’ora in cui Caterina, insieme a tutti gli altri bambini, doveva essere già a casa.</p>
<p>Quello del meriggio nella civiltà greco-romana era il solo istante senza ombra<em>, </em>era quello il momento in cui prendeva il sopravvento la <em>malinconia</em>: l’oscuro desiderio di tornare all’inorganico (l’impulso di morte)</p>
<p>Le Cicale incantatrici e le Sirene – i <em>Demoni meridiani</em> – esprimevano proprio in quella temperie il loro vampirismo, divorando gli incauti che, oppressi dalla canicola, si rendevano vulnerabili alle loro morbose tentazioni.</p>
<p>Da qui la paura che investiva i marinai che si trovavano in mare aperto o i pastori nelle radure (questi ultimi non potevano sottrarsi ai raggi del Sole!). Non è un caso che ancora oggi in gran parte delle regioni mediterranee sopravviva l’abitudine della <em>siesta</em> e una serie di superstiziose dicerie, motti e narrazioni sull’«ora che pare immota», durante la quale i bambini non devono assolutamente uscire ed è sconsigliabile avventurarsi in giro da soli.</p>
<p>L’aver assistito a quell’evento non ebbe, però, alcuna conseguenza sulla psiche di Caterina, che crebbe in modo sereno, con un temperamento gioioso e solare.</p>
<p>Gli accidenti della sua vita, legati per lo più alla sua attività di sciamana che sperimentava quasi quotidianamente l’altrui sofferenza, le avevano offerto la possibilità di riflettere, dopo aver sperimentato a volte il fallimento delle sue cure, sulla sua <em>impotenza</em> nei confronti di alcune malattie.</p>
<p>Caterina divenne consapevole dei suoi limiti. Da qui la sua devozione nei confronti di San Michele. L’Arcangelo le appariva, infatti, come il Santo che avverte l’obbligo di contrastare gli uomini che si sentono onnipotenti, schierandosi sempre dalla parte dei deboli e dei perseguitati.</p>
<p>Ogni anno, nel mese di maggio, Caterina si recava in pellegrinaggio presso il santuario di Monte Sant’Angelo.</p>
<p>Dopo una settimana, tornava su un carro pieno di pennacchi (ogni devoto dell’Arcangelo era obbligato a portarli con sé in ricordo del suo pellegrinaggio!). Quei pennacchi riempivano i miei occhi con un caleidoscopio di colori e diventavano subito strumento di nuovi giochi.</p>
<p>Caterina era solita donare a mia madre del torrone e dei piccolissimi panini benedetti di Santa Rita. Mentre il torrone veniva consumato in breve tempo, i panini <em>bonsai</em> invece venivano conservati nel comò della stanza da letto dei miei genitori fino al maggio successivo. Senza avere l’idea di commettere alcun delizioso peccato, provavo più volte a mangiarli, ma erano troppo duri per essere manducati!</p>
<p>Caterina era attenta alla vita, era attenta a tutto ciò che si opponeva alla morte, non parlava mai delle gioie passate. Stendeva un velo di silenzio su suo marito, e persino sui suoi figli. La sua attenzione era rivolta soprattutto alla vita dei suoi nipoti e ai loro matrimoni.</p>
<p>Se ne andò in punta di piedi, con la stessa leggerezza con cui saliva le scale!</p>
<p>( l&#8217;immagine è <em>La siesta di Augusto Colombo)</em></p>
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		<title>Augusto Agabiti: un intellettuale del primo novecento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Oct 2018 05:03:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Augusto Agabiti]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nicola Fanizza Non so quanti ricordino Augusto Agabiti, una singolare figura di intellettuale marchigiano; e quanti – meno ancora, immagino – conoscano le sue avventure editoriali. Eppure la rivista «Ultra», di cui fu animatore e poi direttore dal 1907 al 1918, occupa un posto di rilievo nel panorama culturale del primo Novecento. Agabiti era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-75962" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/augusto_agabiti.jpg" alt="" width="179" height="265" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/augusto_agabiti.jpg 179w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/09/augusto_agabiti-160x237.jpg 160w" sizes="(max-width: 179px) 100vw, 179px" /></p>
<p>Non so quanti ricordino Augusto Agabiti, una singolare figura di intellettuale marchigiano; e quanti – meno ancora, immagino – conoscano le sue avventure editoriali. Eppure la rivista «Ultra», di cui fu animatore e poi direttore dal 1907 al 1918, occupa un posto di rilievo nel panorama culturale del primo Novecento.</p>
<p>Agabiti era nato a Pesaro il 7 gennaio 1879, figlio di Francesco (garibaldino che combatté a Bezzecca e Mentana) e Vincenza Barugi. Sua sorella Celestina divenne madre del critico letterario Walter Binni.</p>
<p>Dopo aver frequentato il liceo, si trasferì nel 1897 a Roma, dove frequentò la facoltà di giurisprudenza laureandosi nel 1901. Qui si trovò davanti una città culturalmente più ricca e variegata di quanto probabilmente si aspettasse. Le riviste della capitale avevano dato vasta risonanza alla polemica contro il positivismo, ospitando articoli in cui si dava conto delle diverse declinazioni dell’idealismo (mistico e razionalista). Agabiti si schierò con i <em>mistici</em> – quelli che poi sarebbero stati dimenticati –: ossia con letterati mossi da istanze spiritualistiche (pur con tracce dello scientismo positivistico), e nel 1904 divenne membro attivo della Società Teosofica<sup>1</sup> di Annie Besant.</p>
<p>Negli anni successivi sfruttò al meglio le sue competenze storico-giuridiche per promuovere – attraverso deputati e ministri, che frequentava per il suo impiego alla Camera dei Deputati come vice-bibliotecario – diverse leggi di carattere «igienico-sociale», legate allo sviluppo delle sue idee teosofiche e umanitarie: la legge sui limiti della vivisezione degli animali, la legge sull&#8217;alcolismo, e altre per lui personalmente importanti e corrispondenti a problemi assai vivi, e spesso assai avanzati, in quegli anni di primo Novecento.</p>
<p>In tutti i suoi saggi, conferenze e articoli, Agabiti si adopera per ricomporre la scissione, prodotta dalla filosofia positivista, fra scienza e religione: la via da seguire era già stata indicata dagli antichi teosofi greci e orientali, i quali avevano sostenuto che la verità risiede soprattutto dentro di noi, nei principi intellettuali e nella vita spirituale dell’anima. Il contenuto di questa verità stava a fondamento di tutte le religioni. Ed era possibile coglierlo attraverso la sapienza profonda, la dottrina segreta, l’azione occulta dei grandi iniziati, profeti, riformatori che quelle stesse religioni avevano creato, sostenuto, diffuso.</p>
<p>Un approccio che troviamo nella sua opera più nota, <em>Ipazia, la prima martire della libertà di pensiero</em>. Qui la tragica vicenda della scienziata e filosofa, uccisa nel 415 ad Alessandria d’Egitto da monaci fanatici istigati dal vescovo Cirillo, diventa l’occasione per denunciare le derive esiziali di tutti i fondamentalismi.</p>
<p>Strettamente connesso al suo spiritualismo teosofico è la sua attività di riformatore umanitario. Anzi si può dire che la cifra della sua opera sta proprio nella battaglia che egli ingaggia per rinnovare lo spazio sociale, per promuovere le relazioni degne.</p>
<p>Così con <em>Il problema della vivisezione</em> del 1911, e ancor di più con <em>L’umanità in solitudine</em> del 1914, l’Agabiti auspicava l’alleanza degli uomini con la natura e con gli altri esseri viventi, soprattutto gli altri animali.</p>
<p>Così in <em>Tortura sepolcrale, il nostro pericolo più spaventoso</em>, del 1913, Agabiti rifletteva sulla morte apparente, ponendo all’attenzione del lettore una questione troppo spesso dimenticata: la <em>tafofobia</em>, ossia la paura di essere sepolti vivi, una paura che in seguito ha angosciato anche lo scrittore Leonardo Sciascia<sup>2</sup>.</p>
<p>Come evitare la «Tortura sepolcrale»? O spostando nel tempo la tumulazione dell’estinto oppure costruendo uno strumento capace di segnalare il suo risveglio. Tale strumento fu effettivamente costruito e fu messo in commercio col nome di «Karnice»<sup>3</sup>: si applicava sulla tomba ed era in comunicazione con il defunto per mezzo di un tubo terminante in una palla di vetro sospesa sullo sterno. Verificandosi un movimento all’interno della cassa, una potente suoneria echeggiava nel cimitero mentre aria fresca entrava velocemente dal tubo e gli accorsi, applicando l’orecchio potevano ascoltare le richieste di soccorso. Il Karnice fu in voga nei migliori cimiteri (in Italia costava 300 lire).</p>
<p>Nel 1914 di fronte allo scoppio della prima guerra mondiale, Agabiti assunse l’atteggiamento tipico degli interventisti democratici. Riteneva che la guerra contro l’Austria fosse la prosecuzione del Risorgimento.</p>
<p>Partecipò al conflitto come ufficiale del genio con un iniziale entusiasmo, testimoniato anche dalla larga attività esercitata al fronte come propagandista<sup>4</sup>.</p>
<p>Ma a un certo punto egli provò di fronte alla guerra una reazione, che revocava in causa anche le sue prospettive politiche.</p>
<p>L’indicibile sofferenza che egli provava di fronte alle vite spezzate e le umiliazioni a cui gli ufficiali sottoponevano i soldati – per lo più contadini o appartenenti alle plebi urbane – lo spinsero a schierarsi dalla parte delle classi subalterne. Si avvicina pertanto ai partiti socialisti e radicali. Ma ciò che è davvero rilevante è il fatto che Agabiti, nella lettera inviata alla sorella Margherita, in data 24 maggio 1917 – in largo anticipo rispetto alla Rivoluzione di Ottobre e della successiva pubblicazione dei Quattordici punti di Wilson –, si schieri contro la diplomazia segreta e auspichi la nascita degli Stati Uniti d’Europa e, insieme, degli Stati Uniti del mondo<sup>5</sup>.</p>
<p>Evidenti segnali del suo cambiamento sono percepibili anche nella lettera – inedita – che Agabiti invia, in data 1 febbraio 1918, a Piero Delfino Pesce – direttore della casa editrice Humanitas –:</p>
<p>«Finalmente, dopo averle scritto dieci lettere almeno, e venticinque cartoline, oggi ho ricevuto una sua cartolina. Ella mi chiede il mio indirizzo ed io subito glielo comunico. Raccomando la lettera per timore vada smarrita pure essa.</p>
<p>Mai dovetti rivolgere all’amico Cervesato per pregarlo di scriverle a mio nome.</p>
<p>Ora io sono molto cambiato, politicamente parlando.</p>
<p>Da trenta mesi sto in zona delle operazioni ed ho seguito lo svolgersi degli avvenimenti da cima in fondo. Ho un grande desiderio di sapere qualcosa dei miei lavori e specialmente del manoscritto del romanzo.</p>
<p>Attendo suoi scritti. Qui si lotta e spera.</p>
<p>In guerra, usando del pochissimo tempo disponibile, ho scritto un lungo lavoro sulla <em>Società delle Nazioni.</em></p>
<p>Saluti. Quanto desidero parlarle di politica!»<sup>6</sup>.</p>
<p>Ma un mese prima della fine del guerra, durante una breve licenza a Roma, Agabiti fu colpito dalla spagnola e morì il 5 ottobre.</p>
<p>Concludendo queste note sulla sua vicenda biografica, mi viene da dire che è vero che la sua vita è stata breve, ma anche intensa e illuminata.</p>
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<p>NOTE</p>
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<p>1) Nel 1910 Augusto Agabiti si staccò dalla Società Teosofica. La Besant aveva sostenuto che Jiddu Krishnamurti – un ragazzo indiano di rara bellezza e intelligenza – fosse il nuovo Maestro del Mondo. Agabiti, però – pur credendo nella metempsicosi –, non era disposto a seguirla su questo piano. Aderisce pertanto alla Lega Teosofica Indipendente, e costituisce subito dopo un gruppo a sé con spiccate tendenze per la ricerca mistica<strong>.</strong></p>
<p>2) Per scongiurare la possibilità di svegliarsi nella sua bara, Leonardo Sciascia diede precise disposizioni in riferimento al suo funerale: la tumulazione non doveva avvenire il giorno successivo alla sua morte, bensì a tempo debito!</p>
<p>3) Augusto Agabiti affidò la prefazione del suo libro <em>Tortura sepolcrale</em> al conte Michel di Karnice-Karnicky, Ciambellano dell’Imperatore di Russia e ricco filantropo, che dedicò la sua vita alla morte (apparente), fabbricando da sé i modelli del suo apparecchio, che avrebbe consentito di comunicare all’esterno il risveglio del «defunto». Da qui il nome di Karnice che venne dato all’apparecchio costruito nelle officine meccaniche Lindner di Berlino.</p>
<p>4) Le conferenze tenute da Augusto Agabiti a favore della guerra furono raccolte in volume e pubblicate dopo la sua morte, <em>Sulla fronte giulia:</em> <em>note di taccuino 1915-1917,</em><em> 1919.</em></p>
<p>5) La lettera inviata da Augusto Agabiti, in data 24 maggio 1917, a sua sorella Margherita, è rinvenibile sul sito Web ttps://www.fondowalterbinni.it/primo_piano/augusto.htm.</p>
<p>6) La lettera inviata da Augusto Agabiti, in data 1 febbraio 1918, a Piero Delfino Pesce è custodita nel Fondo Piero Delfino Pesce, depositato presso la Biblioteca Santa Teresa dei Maschi–De Gemmis, Bari, <em>Corrispondenza</em>, b. 24, f. 4, n. 27. Augusto Agabiti era entrato in contatto con Pesce già nel 1913, grazie alla mediazione del loro comune amico Arnaldo Cervesato. Da questa lettera si evince che Agabiti aveva scritto un romanzo nonché un saggio incentrato sulla Società delle Nazioni. Si tratta di due lavori di cui non conosciamo nemmeno i titoli e che probabilmente sono andati perduti. Da una precedente lettera <em>– </em>inedita <em>–</em> inviata dall’erudito pescarese in data 21 dicembre 1913 al direttore dell’editrice Humanitas, apprendiamo che Agabiti si sarebbe dedicato nel gennaio successivo alla «sistemazione del <em>Trattato di Teosofia</em> o <em>Filosofia religiosa liberale».</em> (La lettera appartiene alla collezione privata del cultore di storia locale Giovanni Santo). Infine, dalla lista dei libri della casa editrice Humanitas si evince che Pesce si era già impegnato a pubblicare un altro lavoro di Agabiti, intitolato <em>Mistero tomba</em>. Nondimeno di questi ultimi scritti conosciamo solo i titoli e probabilmente sono andati anch’essi perduti.</p>
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		<title>L&#8217;enigma di Sasso di Castalda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Mar 2018 05:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[cultura sapienziale]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[San Nicola]]></category>
		<category><![CDATA[Sasso di Castalda]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nicola Fanizza L’ombra della Montagna Sacra cominciò ad abitare nei mei pensieri sin da quando frequentavo la scuola elementare. Ricordo che quel pomeriggio nel gennaio del 1959 faceva davvero molto freddo. Il vento invernale aveva costretto Benedetto ad aprire la porta di casa sua a noi ragazzini che giocavamo nella strada. Appena fummo seduti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p>L’ombra della Montagna Sacra cominciò ad abitare nei mei pensieri sin da quando frequentavo la scuola elementare. Ricordo che quel pomeriggio nel gennaio del 1959 faceva davvero molto freddo. Il vento invernale aveva costretto Benedetto ad aprire la porta di casa sua a noi ragazzini che giocavamo nella strada. Appena fummo seduti intorno al braciere, Benedetto ci regalò dei tarallini zuccherati. Subito dopo iniziò il suo racconto che era incentrato sulla sua permanenza a Sasso di Castalda, un villaggio della Basilicata, che aveva lo stesso nome della montagna.</p>
<p>Disse che era stato lì, come confinato, per più di un anno. Vi era giunto da Mola, verso la fine del 1941, per aver pronunciato una battuta irriverente nei confronti del regime fascista: «Saluti al Duce. Di sera senza luce, di giorno senza pane, e la notte con l’areoplano!».</p>
<p>La Commissione provinciale di Bari, sulla scorta della denuncia di un delatore, era stata inesorabile nei suoi confronti. Per una sola battuta, lo aveva condannato a due anni di confino.</p>
<p>I diciotto mesi passati a Sasso di Castalda – così ci disse – erano stati tra i più belli della sua vita. Era rimasto incantato dal suo cielo, dai suoi boschi, dalle sue acque, dai suoi luoghi senza gloria, così poveri e antichi. Aveva imparato ad amare la generosità dei contadini lucani, la loro disponibilità a ospitare persino lo straniero di cui non conoscevano neppure il nome.</p>
<p>I pastori gli avevano detto che la montagna era situata a una distanza pari fra l’Adriatico, lo Ionio e il Tirreno e che dalla vetta, quando il cielo era limpido, era possibile vedere scintillare insieme le tre marine!</p>
<p>Da qui il suo desiderio di raggiungere la sua sommità più alta. Un’esigenza che diventa comprensibile se si tiene presente che nel nostro immaginario la Montagna rimanda da sempre al legame fra la Terra e il Cielo.</p>
<p>Quando Benedetto arrivò in cima alla montagna, il cielo azzurro gli apparve così vicino da poterlo toccare. Vide scintillare insieme le tre marine e si rese subito conto che in quell’inedito spazio esistenziale non avvertiva più la differenza fra l’alto e il basso, fra il vero e il falso, fra la salita e la discesa.</p>
<p>Il racconto di Benedetto mi aveva a tal punto coinvolto sul piano emotivo da farmi dimenticare i dolci che avevo nelle mani. Cominciai a sognare ad occhi aperti. Salivo anch’io sulla cima di quel monte fantastico e vedevo da lontano lo scintillio delle tre marine. Mi ripromisi che, non appena ne avessi avuta la possibilità, sarei andato anch’io in Basilicata per salire sulla vetta di quella montagna meravigliosa.</p>
<p>Benedetto lo chiamavano «<em>u fascianaise</em>» (il fasanese), poiché era nato per l’appunto a Fasano. Si era poi trapiantato a Mola e abitava in via Pascasio, ossia nella stessa strada in cui era ubicata la casa dei miei genitori. Era un contadino benestante e senza figli. Possedeva un bellissimo <em>sciaraballe* </em>(calesse)<em>, </em>impreziosito sulle sponde del cassone da due dipinti simmetrici in cui erano raffigurati, sullo sfondo celeste, due cesti di uva nera.</p>
<p>Mentre la moglie Francesca era piuttosto minutina – la chiamavano «<em>a</em> <em>cordelécchie</em>» (la piccolina) –, Benedetto, invece, era longilineo. Il suo viso era roseo sul fondo scuro della barba incolta; aveva gli occhi di poeta e parlava in modo frizzante e saporito. Era simpatico, carico di sorrisi e di cordialità, allegro e generoso con tutti.</p>
<p>Era un uomo che sapeva vivere. Ogni fine settimana organizzava delle feste, in cui si beveva a volontà, si discuteva di politica, si parlava del libero amore, si ascoltava la musica e si cantava.</p>
<p>Benedetto era anarchico e tuttavia non si perdeva mai una processione. Andava in giro con la giacca piena di «pizzini» su cui riportava gli aforismi dei pensatori anarchici e quando gli capitava l’occasione li tirava fuori e li leggeva.</p>
<p>D’altra parte, rivendicava la sua devozione per San Nicola, di cui raccontava un’antica leggenda: «San Nicola mentre si recava attraverso la steppa russa a un incontro con Dio, non poté impedirsi di arrivare in ritardo, poiché si era attardato a liberare dal fango la vettura impantanata di un mugik!».</p>
<p>Grazie agli insegnamenti di San Nicola – il santo della <em>carità </em>–, Benedetto era penetrato fino al midollo di quel senso universalistico della fraternità che si configura come ciò che accomuna tutte le religioni e che sta a fondamento di ogni cultura. La carità per Benedetto era coestensiva alla pietà. Era insomma una categoria antropologica.</p>
<p>Quando dopo alcuni anni feci notare a mia madre la sua contraddizione, lei mi disse che ero ancora troppo piccolo per capire certe cose e che «Benedetto era un uomo straordinario, un individuo che trovava il tempo e il modo per fare tante cose insieme!».</p>
<p>Benedetto era un individuo sovrano, un uomo che aveva fatto della sua vita un dono. Era, infatti, generoso con i poveri e, in modo particolare, con Ciccillo «<em>u mamaune</em>» (lo scemo), il quale era goloso di maccheroni.</p>
<p>Ricordo che quest’ultimo era anche egli altissimo, aveva una corporatura massiccia, l’andatura era callosa e si trascinava a passi lenti e pesanti. Viveva da solo e nell’ora di pranzo si recava ogni giorno dai suoi parenti per ricevere il «rancio» quotidiano, che consumava, però, a casa sua.</p>
<p>Ciccillo aspettava sempre con ansia le festività più rilevanti, poiché in quelle occasioni avrebbe mangiato i suoi adorati maccheroni. E tuttavia proprio nel giorno della festa patronale accadde l’imponderabile.</p>
<p>Ciccillo si recò come al solito dai suoi parenti per prelevare ciò che aspettava da diversi mesi, ma, quando tornò a casa, fu investito da una triste meraviglia: nel piatto non c’erano i maccheroni, bensì le fave!</p>
<p>Lo vidi fare avanti e indietro nella strada, e lo sentii manifestare la sua amarezza, ripetendo ad alta voce: «Nooo. Oggi è la festa della Madonna, io le fave non le mangio: voglio i maccheroni con la carne!».</p>
<p>I vicini uscirono in strada per commentare – divertiti – l’accaduto, ma solo mia madre e Benedetto recepirono la sua accorata richiesta. Ciccillo, però, accolse l’invito di Benedetto: sapeva che alla sua tavola non mancavano mai i maccheroni con la carne!</p>
<p>L’occasione per andare a Sasso di Castalda mi capitò solo dodici anni dopo, grazie a mia sorella Caterina, la quale conosceva il mio desiderio di salire sulla vetta della montagna di quel paese. Caterina si era sposata da appena due anni con Francesco, un funzionario del Banco di Napoli. Tuttavia, subito dopo il matrimonio, il marito fu inviato dalla sua banca presso la filiale di Senise in Basilicata, in provincia di Potenza, e Caterina era stata costretta a seguirlo. Da qui il suo invito a raggiungerla a Senise, che dista settanta chilometri dal paese in cui Benedetto era stato confinato.</p>
<p>Prima di giungere nel paese, vidi che stavano costruendo una diga in terra battuta, che frenando il corso del fiume Sinni creava un lago artificiale. Caterina aveva cominciato ad amare quel lago che era appena nato per l’azzurro delle acque, il giallo ocra della sabbia, il verde dei suoi boschi. Tutto ciò – mi disse Caterina – contribuiva a rendere quello specchio d’acqua un «angolo di pace e tranquillità».</p>
<p>Il giorno successivo al mio arrivo a Senise, ci mettemmo in cammino, con la macchina di mio cognato, per raggiungere Sasso di Castalda. La strada era sconnessa e tortuosa come un cavatappi. Da lontano vidi un pugno di case, abbarbicate a uno scoglio aspro, coperto a tratti dal muschio di colore verde.</p>
<p>Quando iniziammo la salita, si unì a noi un uomo che era già avanti negli anni. Capelli bianchi, corporatura esile, viso lentigginoso, occhi verdi, l’uomo che camminava, col passo lento, al nostro fianco sembrava un norvegese e, invece, ci disse che era francese. Senza che nessuno lo invitasse a parlare, asserì che quello per lui era un bel giorno. Aveva cercato per trent’anni il luogo in cui si trovava la Montagna Sacra e, finalmente, l’aveva trovata: era a Sasso di Castalda!</p>
<p>Dopo aver ascoltato le sue parole, gli chiesi di parlarmi del mistero di Sasso di Castalda e del perché la ritenesse una Montagna Sacra.</p>
<p>Il Francese rispose solo in parte alle mie due domande. Si limitò a dire: «ragazzo ricordati che ogni ascesa è anche una discesa!».</p>
<p>Eravamo giunti a un centinaio di metri dalla vetta, quando mi resi conto che il Francese non era più con noi. Rivolsi più volte il mio sguardo sia in alto sia in basso, ma non lo vidi più. Avrei voluto sapere come si chiamava. Avrei voluto parlare più a lungo con lui. Avrei voluto fargli altre domande &#8230; Niente. Il Francese senza nome era scomparso!</p>
<p>Ci fermammo, infine, su una radura e di lì, grazie all’assenza di nubi, vedemmo le tre marine inondate dalla stessa luce color verde-oro<em>,</em> iridescente. Era una luce meravigliosa. Una luce reale e, insieme, irreale!</p>
<p>Dopo quella salita sulla vetta di Sasso di Castalda, mi accadde di pensare più volte alle parole che il Francese senza nome aveva detto nel corso della nostra ascesa. Ma col passare del tempo la <em>mistica </em>dell’alpinismo si fece sempre meno pervasiva, fino a scomparire del tutto dai miei pensieri.</p>
<p>Ciò che riaccese in seguito il mio interesse per l’enigma di Sasso di Castalda fu il mio amico Federico La Sala. Quest’ultimo mi parlò di uno scritto autobiografico di don Giuseppe De Luca, il quale era nato proprio a Sasso di Castalda.</p>
<p>De Luca aveva svolto la sua funzione di «mediatore» fra la cultura profana e quella sacra, era stato amico e collaboratore di Giovanni XXIII, e va ricordato soprattutto per aver dato il via al progetto e al lavoro dell&#8217;«Archivio italiano per la storia della pietà».</p>
<p>Grazie anche alla sua scrittura ispirata, De Luca aveva attribuito una notevole valenza simbolica a Sasso di Castalda. Nella sua rappresentazione la vetta della montagna si trovava sul vertice di una piramide, la cui base era delimitata dai lati di un triangolo, su cui battevano le onde di tre mari diversi: il Tirreno, lo Ionio, l’Adriatico. Sul Tirreno, c’era Elea, la città in cui era nato Parmenide, il fondatore della <em>metafisica</em> (immanenza); sullo Ionio, Metaponto, la città in cui aveva vissuto Pitagora, il fondatore della <em>filosofia religiosa</em> (trascendenza).</p>
<p>E, tuttavia, De Luca aveva taciuto sul terzo tassello, capace di risolvere l’enigma di Sasso di Castalda!</p>
<p>E’ probabile che abbia taciuto volontariamente. De Luca era un uomo dotato di una grande cultura sapienziale. E come spesso accade, i sapienti non mettono per iscritto tutto ciò che sanno, per lasciare al lettore la possibilità e il piacere di svelare ciò che essi hanno volutamente taciuto o nascosto.</p>
<p>In seguito mi sono venute in mente le parole con cui il Francese senza nome mi aveva invitato a mediare fra ciò che sta in alto e ciò che sta in basso. Ho ripensato, inoltre, a Benedetto che voleva rinnovare lo spazio sociale con le pratiche che stazionano nell’atmosfera del dono. Ho rivolto, infine, l’attenzione alle città che sono disseminate sulla costa del Mar Adriatico e, in particolare, alla Terra che mi ha visto nascere. Qui i miei occhi si sono fermati – improvvisamente – sulla città di Bari, che custodisce le reliquie di San Nicola, il santo della <em>carità</em> …</p>
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<p>* Carro a un solo asse piuttosto elegante trainato da un cavallo, generalmente adibito al trasporto di persone. Il termine deriva dal francese «char à banc», che designava il carrozzino utilizzato, per lo più, dai proprietari terrieri per recarsi in campagna a controllare i loro poderi o per fare delle passeggiate con la famiglia.</p>
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		<title>Intelligenze nomadi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Oct 2017 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Mezzogiorno]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Fanizza]]></category>
		<category><![CDATA[nomadismo intellettuale]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Nicola Fanizza</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-70427" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/piazza-1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/piazza-1-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/piazza-1-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/piazza-1.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Verso la fine del mese di luglio, sono tornato nel paese che mi ha visto nascere. Avevo appreso – attraverso <em>facebook </em>– che erano quasi terminati i lavori di ristrutturazione della piazza. E, pertanto, la mattina del giorno successivo al mio arrivo, sono andato subito a vedere la sua nuova veste. Ho avvertito subito la sensazione di trovarmi di fronte a una <em>meraviglia accecante! </em></p>
<p>Se è vero che il bianco dei mattoni amplifica e dilata lo spazio, è altresì certo che il riverbero della luce del Sole costringe i presenti a chiudere gli occhi.</p>
<p>Nell’ora del meriggio ho avuto l’impressione che il tempo e la natura si fossero, addirittura, fermati in una <em>stasi inquietante</em>: gli effetti dell’astro hanno cessato all’improvviso di essere benefici e si sono fatti opprimenti e disseccanti. Da qui la mia fuga verso l’unica <em>zona d’ombra</em> della piazza, dove ho incontrato alcuni amici che non vedevo da diversi anni.</p>
<p>Nel ricordare quelli che non ci sono più, i miei interlocutori hanno chiamato in causa la discarica, che è ubicata nel perimetro di un paese vicino. Viene ritenuta, infatti, la causa principale della brutale devastazione del territorio e, insieme, delle numerose neoplasie che hanno colpito i residenti.</p>
<p>La devastazione dello spazio sociale l’ho percepita, invece, attraverso il tono di voce con cui essi mi hanno parlato. Il sentimento che ho potuto riconoscere nelle loro parole, nei loro tristi sorrisi e nei loro sguardi è stato di amarezza e di rabbia disperata.</p>
<p>A volte mi è capitato di cogliere nei loro discorsi ciò che da sempre accomuna gli abitanti del Sud: l’ostinazione a voler essere sempre se stessi, lamentandosi delle proprie mediocrità salvo poi godere inconsciamente di quest’attitudine a essere immobili, languendo nel vedersi affondare.</p>
<p>Pensavo pure che l’età avanzata rendesse gli individui liberi di esprimersi, di esistere, di comunicare. Invece ho visto vecchie persone rancorose ancora in preda al bisogno di marcare il proprio territorio, segnare il tempo e non riuscire a sorridere alla vita che prima o poi apre a tutti le sue finestre di libertà.</p>
<p>Nel gioco dei ricordi, i miei amici mi hanno riportato alla mente il motto pronunciato da mio fratello, in occasione della sua partenza per il Canada. Prima di salire sul treno – era la primavera del 1965 –, Giovanni si rivolse ai suoi amici, che erano andati alla stazione ferroviaria per salutarlo, con queste parole: «Addio paese dell’Oriente. Qui c’è troppa <em>fantasia</em>!».</p>
<p>La fantasia non è il male. La fantasia di per sé è positiva. Serve per rendere più dolce la vita, serve per sognare. Nondimeno, quando non è supportata da alcun sostrato materiale, quando è eccessiva, può assumere una curvatura negativa. Spesso ci dimentichiamo che Narciso non ama sé stesso, bensì la <em>sua immagine</em>. Infatti, dopo aver forgiato la propria immagine, si riconosce per davvero nel fantasma che ha prodotto, ossia in ciò che è frutto solo della sua immaginazione, in ciò che non esiste!</p>
<p>Non penso comunque che i giovani di oggi abbiano più o meno fantasia dei giovani degli anni Sessanta. Ciò che abita, sicuramente, nei loro pensieri sono i sentimenti, le paure, la solitudine e il senso di<em> inadeguatezza</em> dei giovani. Di ieri, di oggi, di sempre.</p>
<p>La mancanza di lavoro rappresenta di fatto la pietra di inciampo che impedisce loro di fare progetti o di coltivare eccessive illusioni. L’hanno capito persino quelli che si iscrivevano ai partiti di governo per trovare il «posto» ai propri figli. Manca il lavoro. E quei pochi temerari che tentano l’avventura, aprendo nuove attività commerciali, sperimentano, dolorosamente, il fallimento.</p>
<p>Le uniche attività in cui i datori di lavoro ti pagano alla fine della giornata sono solo quelle dell’agricoltura e della pesca. Nelle attività rimanenti, i salari sono di fame e i lavoratori non sanno mai quando saranno pagati.</p>
<p>Per quel che riguarda il caporalato, va detto che nel Mezzogiorno non è mai morto, anche perché le istituzioni non lo hanno mai combattuto. Si può dire che spesso i politici e i sindacalisti lo hanno addirittura incentivato, assumendo essi stessi il ruolo dei caporali.</p>
<p>D’altra parte, i giovani hanno capito che la scuola non è più un ascensore sociale, vivono in un mondo ostile, un mondo che non riconosce più i diritti, un mondo che li fa vivere in una perenne incertezza. Da qui la loro fuga verso altre nazioni europee, sanno che la loro strada non passa per il paese in cui sono nati.</p>
<p>Vivere nel luogo che ti ha visto nascere, vivere respirando sempre la stessa aria, non è una cosa positiva. Gli uomini non sono come gli alberi, non hanno radici. Sono nati per uscire, per vagare nel mondo. Il tempo del paese è il tempo della ripetizione, è un tempo sempre uguale e, insieme, il tempo dell’attesa, è un tempo sprecato, è il tempo della noia, è un tempo che ti rende infelice.</p>
<p>Il Sud, oggi, non può farcela da solo. Ogni anno perde i suoi figli migliori: il 50% dei giovani che si diploma va a studiare nelle università del Nord o in altri Paesi e pochissimi sono quelli che, dopo aver conseguito la laurea, tornano a vivere nei luoghi in cui sono nati. Da qui l’impossibilità di affidare lo sviluppo dello spazio sociale ed economico del paese solo ai rimanenti.</p>
<p>E’ risaputo che chi arriva da lontano il più delle volte ha un <em>piglio</em> e una disponibilità che, difficilmente, trovi in chi è <em>catafratto</em> da sempre nel suo paese. I rimanenti, invece, amano la ripetizione, sono nevrotici e, a volte, tendono a impigliarsi nelle reti della malinconia. Occorre aprire le porte del paese, occorre fargli prendere aria fresca, accogliendo gente nuova. Il paese non deve configurarsi come un luogo identico sempre a se stesso, bensì come un luogo di<em> transito, </em>non come luogo dell’essere, ma come un luogo del <em>divenire.</em></p>
<p>Il paese deve aprirsi agli altri, rimanendo nel contempo contratto: infatti, mentre la contiguità spaziale ed emotiva consente la dilatazione dell’anima, l’ipertrofia urbanistica sortisce, invece, la sclerosi delle coscienze, ossia individui chiusi, monadi senza finestre, ripiegate sempre su se stesse.</p>
<p>Ma ciò che può davvero avviare un movimento di <em>rinascenza del Mezzogiorno</em> è, soprattutto, il ritorno a casa delle <em>intelligenze nomadi</em>. Penso a tutti quegli individui che, non riconoscendosi nel discorso canonizzato del paese, sono andati a vivere altrove.</p>
<p>Questi ultimi devono essere ascoltati, sono individui che dicono il vero (<em>parresiates</em>), sono come i pittori di cui parlava Machiavelli, i quali per rappresentare il paese si collocavano sulla collina alla giusta distanza. Mentre i rimanenti non riescono a cogliere ciò di cui paese soffre poiché sono troppo vicini, gli stranieri non riescono a mettere a fuoco il paese, in quanto sono troppo lontani. La distanza in cui si collocano le intelligenze nomadi è, viceversa, quella giusta. La loro è una <em>prossimità distanziante</em>. Sono vicini, poiché sono nati nel paese e, insieme, lontani, giacché hanno acquisto durante la loro erranza le lenti per mettere a fuoco i problemi reali del paese.</p>
<p>La rinascenza del Mezzogiorno sarà, comunque, possibile solo riattivando la grande tradizione di pensiero dei nostri meridionalisti.</p>
<p>Il degrado culturale nel Mezzogiorno, intanto, è diventato onnipervasivo. Gli intellettuali impegnati sono ormai una specie in via di estinzione in tutta la penisola Italiana e nel Sud in modo particolare. Gli eredi dei meridionalisti hanno gettato la spugna da un sacco di tempo e sono stati sostituiti da uno strato di operatori culturali variamente occupati nella produzione di un immaginario che – dicono loro – deve essere utile e spendibile. Ciò che viene riciclato, a fini di marketing territoriale, è un passato folclorizzato e devitalizzato: ossia come ti vendo il Salento ai milanesi!</p>
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