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	<title>No Tav &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Val di Susa, Stoccarda, Wall Street:scopri le differenze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 10:15:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Proteste che vanno avanti per anni, presidi e blocchi ad oltranza, cariche della polizia con centinaia di feriti, qualcuno quasi accecato dai lacrimogeni, manifestazioni a cui affluiscono in 100.000, ripercussioni elettorali, consultazioni- persino referendarie &#8211; per risolvere lo scontro tra cittadini e politica. Tutto questo è avvenuto a Stoccarda, capitale di uno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Proteste che vanno avanti per anni, presidi e blocchi ad oltranza, cariche della polizia con centinaia di feriti, qualcuno quasi accecato dai lacrimogeni, manifestazioni a cui affluiscono in 100.000, ripercussioni elettorali, consultazioni- persino referendarie &#8211; per risolvere lo scontro tra cittadini e politica. Tutto questo è avvenuto a Stoccarda, capitale di uno dei <em>Land</em> tedeschi più ricchi e conservatori: per non far scavare un tunnel, abbattere un tot di alberi, spendere denaro pubblico per l’ampliamento di una stazione ferroviaria. <span id="more-41944"></span><br />
Il caso di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Stuttgart_21">“Stuttgart 21”</a> è solo uno dei <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-tav-fa-litigare-anche-allestero/2176331">molti esempi</a> a cui possiamo guardare per ampliare il nostro sguardo e capire cosa non va quando si cerca di riconoscere in ciò che accade qualcosa di inquadrabile in griglie già acquisite, con o senza l’ausilio di Pasolini e di una poesia dalla lunga tradizione di citazioni a casaccio.<br />
Dipingere la mobilitazione contro la Tav come una battaglia localistica infiltrata dalle solite frange estreme – qualcosa di arcitaliano &#8211; significa non tener conto che fenomeni analoghi accadono anche laddove non ci sono né i nostri campanilismi, né continuità antagonistiche con gli anni ’70. La crisi della democrazia rappresentativa non è un problema solo nostro, benché ne incarniamo uno stato avanzatissimo, il peggiore in Europa con la Grecia.<br />
A Stoccarda non hanno politici inquisiti, non esiste la certezza delle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici e sopratutto non c’è ombra di crisi. La richiesta di motivare un forte investimento statale in una grande opera non deve misurarsi con tagli al welfare effettuati in un periodo di recessione. L’economia è fortissima (ci sono nei paraggi Daimler-Benz, Porsche, Bosch e una miriade di industrie superspecializzate in innovazione tecnologica), siamo al centro dell’Europa più produttiva. Gli ultimi dati di disoccupazione per il Baden-Württemberg parlano del 4,1%, il dato più basso di tutta la Germania.<br />
Per questo, considerando le differenze e le analogie tra i due esempi, emerge con tanta chiarezza il cuore di un problema che può anche parzialmente trincerarsi dietro a retoriche verdi oltranzistiche o assumere tratti della difesa <em>nimby</em> (&#8220;non nel mio cortile&#8221;), ma è essenzialmente qualcos’altro: qualcosa di nuovo e irriducibile.<br />
La crisi della democrazia rappresentativa esplode ora, proprio perché non siamo più negli anni ’70 e nella rivoluzione non spera più nessuno, nemmeno gli insurrezionalisti tanto menzionati, mentre il senso di distanza e impotenza rispetto a chi governa e decide si è fatto vertiginoso. In questo vuoto, una battaglia per un lembo di territorio può caricarsi di valenze molto più ampie, segnando il limite di esautorazione che si è disposti a accettare. Le lotte “biopolitiche” territoriali che uniscono la No Tav a Stoccarda (c’era anche una delegazione dalla capitale sveva in Val di Susa il 25 febbraio), ma anche all’esasperazione di Terzigno o di Chiaiano, rappresentano il corollario dei movimenti contro lo strapotere dell’economia e della finanza globale, da Occupy agli indignati.<br />
Non se ne viene a capo concentrandosi su ingenuità e debolezze, così come è troppo facile bollare la presenza dei No Tav alla manifestazione della Fiom come alleanza tra incalliti nemici della modernizzazione. La questione dei diritti –  dei lavoratori o degli abitanti della Val di Susa – non è stata una piattaforma comune velleitaria. In fondo è sempre a questo nocciolo che rimanda pure lo slogan del “diritto all’insolvenza” per quanto impraticabile e, a mio giudizio, sbagliato (per appianare il debito, dovrebbero pagare di più coloro che non l’hanno ancora fatto, portando anche a un mimino riequilibrio nella ridistrubuzione delle ricchezze). Forse sul piano della comunicazione può vincere una versione semplificata, ma il ricorso alla strategia mediatica, questa sì più profondamente collaudata in Italia nell’ultimo ventennio, non fa che erodere ulteriormente la fiducia nella democrazia. Chi pensa di cavarsela convincendo l’opinione pubblica anziché i cittadini nelle sedi di un confronto, ossia su quel terreno di mediazione di cui la politica dovrebbe riappropriarsi per suo stesso vitale interesse, rischia di trovarsi un domani con chissà quante Val di Susa senza capirne il nodo né come affrontarlo.</p>
<p><em>pubblicato in versione più breve su</em> L&#8217;Unità<em> 13 marzo 2012</em></p>
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		<title>NoTAV e lo spazio comunicativo delle istituzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Mar 2012 08:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[mass media]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>
		<category><![CDATA[No Tav]]></category>
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					<description><![CDATA[Valsusa: dove e perché rompere la costruzione della mitologia negativa dei duri e delle frange estreme da senzasoste.it La resistenza è sempre possibile. Ma dobbiamo impegnarci nella resistenza sviluppando prima di tutto l’idea di una cultura tecnologica. Nonostante tutto, ai nostri giorni, quest’idea è enormemente sottosviluppata. Per esempio abbiamo sviluppato una cultura artistica e letteraria. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>Valsusa: dove e perché rompere la costruzione della mitologia negativa dei <em>duri</em> e delle <em>frange estreme</em></strong></h2>
<p style="text-align: right;"><em>da <a title="senza soste" href="http://www.senzasoste.it" target="_blank">senzasoste.it</a></em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>La resistenza è sempre possibile. Ma dobbiamo impegnarci nella resistenza sviluppando prima di tutto l’idea di una cultura tecnologica. Nonostante tutto, ai nostri giorni, quest’idea è enormemente sottosviluppata. Per esempio abbiamo sviluppato una cultura artistica e letteraria. Ma gli ideali di una cultura tecnologica rimangono sottosviluppati e, per questo motivo, al di fuori della cultura popolare e degli ideali pratici di democrazia. Ecco perché la società come insieme non ha controllo sugli sviluppi tecnologici. E questo rappresenta una delle più gravi minacce alla democrazia nel prossimo futuro”.</em> Paul Virilio (Intervistato da John Armitage in “The Kosovo War Took Place in Orbital Space” in C Theory, 18, 2000)</p>
<p><span id="more-41820"></span><strong>1.</strong></p>
<p>Parlare delle Valsusa citando un passaggio di questa intervista a Virilio di John Armitage, che fa parte di una lunga serie di colloqui tra i due autori praticamente sconosciuta in Italia, può sembrare un giochetto estetico quanto il curioso titolo preso da questo colloquio del 2000. Che rifletteva l’idea che uno dei più sanguinosi conflitti etnici in Europa dalla fine della guerra fredda, quello del Kosovo, trovasse un piano strategico di espressione nello spazio orbitale della comunicazione via satellite delle televisioni generaliste e non solo. Alla fine, nonostante il ‘900 avesse già dato ampiamente notizia del fenomeno, in anni più recenti, dall’inizio del secolo, ci si è giocoforza attestati sulla convinzione che <strong>i conflitti si vincono, e si perdono, su due piani solidamente intrecciati: il terreno fisico di conflitto e lo spazio digitale comunicativo</strong>. Non solo, quest’ultimo spazio è decisivo, dal punto di vista politico, per ampliare o ridurre la portata delle vittorie come delle sconfitte. Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Grecia, le stesse rivolte inglesi sono lezioni che ruotano attorno a questo insegnamento. Se infatti vogliamo applicare queste lezioni non alla guerra ma ai conflitti sociali la vicenda della disconnessione del risultato dei referendum del 2011 dallo spazio mediale ufficiale è paradigmatica. L’esito di una battaglia, per quanto sia senza morti e feriti, se disconnesso velocemente dallo spazio mediale ufficiale può prendere direzioni di significato persino opposte rispetto al suo risultato originario. L’effetto giuridico e politico, che questo risultato originario aveva prodotto sul campo, finirà quindi prima per ridursi poi per dissolversi.</p>
<p>E qui Paul Virilio, che ha dedicato una vita al tema del rapporto tra accelerazione dei conflitti e sviluppo tecnologico, non a caso non parla tanto di dimensione mediale ma di necessità, per salvaguardare la democrazia, di saldatura tra cultura tecnologica e cultura popolare. Perché ai movimenti, per governare l’intreccio indissolubile tra terreno fisico e spazio digitale di comunicazione che genera l’esito dei conflitti, non basta l’alfabetizzazione di massa ma necessitano altri passaggi. Necessari quanto l’alfabetizzazione lo era per le prime organizzazioni operaie dell’ottocento e del primo novecento che infatti si auto-organizzarono per spingersi ad un livello di acculturazione che la scuola liberale non rendeva possibile. <strong>Oggi i movimenti che non fondono consapevolmente, e con il senso della strategia politica, cultura tecnologica e cultura popolare non vanno lontano</strong>. Intendiamoci: nessuno dice a nessun altro di fare quello che fa già (twitter, clouds, youtube, blog, list etc.) ma è auspicabile, oltre che a creare un perimetro di comunicazione e sapere nel proprio campo di connessione, saper neutralizzare le armi pesanti usate nel campo avversario.</p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p>A questo punto della vicenda Tav, prima di tutto <strong>è necessario rendersi conto che c’è in atto una consapevole guerra di propaganda che si è sovrapposta al conflitto sul territorio della Valsusa</strong>. E’ condotta dal mainstream e può determinare il corso di questo conflitto e persino rovesciare le sconfitte sul campo in vittorie di fatto.<br />
Su quanto sta avvenendo sul territorio davvero poco da eccepire. Il movimento della Valsusa ha saputo evitare il feticcio della violenza come quello della non violenza saldando territorio a solidarietà antagonista. Immaginario valligiano e immaginario metropolitano. La stessa produzione scientifica spontanea, quella che sposta il giudizio collettivo su un’opera complessa, ha letteralmente azzerato quella a favore sulla Tav. A parte chi è direttamente pagato per sostenere la Tav (giornalisti, consulenti, ceto politico) è praticamente impossibile trovare in rete un sostegno spontaneo, certificato dal basso alle ragioni di questa grande opera. E’ stato operato così un preziosissimo, quanto strategico, lavoro di confutazione scientifica delle ragioni ufficiali di un progetto che dimostra quanto l’intelligenza collettiva, che si produce in rete e nei nodi fisici di connessione sociale, operi in modo decisivo, quanto troppo spesso sottovalutato, per la dinamicità e l’efficacia dei movimenti.</p>
<p>Anche la controinformazione ha lavorato bene, connettendo sia socialmente che sul piano della produzione di argomentazioni etiche spendibili su tutti i piani del conflitto.<br />
Il punto nodale sta nel modo con il quale si riproduce lo spazio digitale comunicativo delle istituzioni e del mainstream. Quello, situazione sul terreno a parte, è l’elemento di forza sul quale la democrazia coloniale delle grandi opere e del project financing punta per arrivare ad imporre un inutile mostro tecnologico ad una intera popolazione che non ne vuole giustamente sapere. E, di conseguenza, per ribadire il primato della democrazia del cemento e delle operazioni ad alta complessità finanziaria per un paese che ha bisogno di un modello di sviluppo radicalmente opposto. Se sul terreno il consenso non c’è le istituzioni evocano il consenso generale, anzi de “la Nazione” come scrive la ministro Cancellieri, per costruire il campo di forza comunicativo per operare poi militarmente.</p>
<p>E qui, quali sono i punti di debolezza di questo spazio comunicativo digitale delle istituzioni?</p>
<p>Per capirlo non ci si deve lasciar prendere dalle emozioni. Copertine come quelle del Giornale o dichiarazioni come quelle della Finocchiaro del PD, con la calorosa lode ai carabinieri, lasciano il tempo che trovano. Perché convincono la fascia di opinione pubblica minoritaria che è già convinta. Quella per cui chi protesta è un disperato oppure che, se si muovono i carabinieri, l’Arma ha sempre ragione.</p>
<p><strong>Per portare fino in fondo l’operazione Tav lo spazio comunicativo digitale delle istituzioni ha quindi bisogno connettere una porzione di società più ampia</strong>. Già, ma come funziona lo spazio comunicativo digitale delle istituzioni?</p>
<p>Le istituzioni, ancor più delle imprese, sono infatti dispositivi che funzionano in modo autoreferenziale. Nelle società neoliberali si sono sganciate da interessi collettivi che non siano quelli dell’impresa. In poche parole, le istituzioni funzionano perché hanno blindato gli interessi che emergono dal basso, che non sarebbero in grado di soddisfare, e hanno imparato a specializzarsi in questo modo di funzionamento completamente autoreferenziale lungo tutto il ventennio neoliberista. Si sono sganciate dal governo dei territori tanto che partiti, sindacati, associazionismo paraistituzionale si sono praticamente dissolti o comunque ridisposti in modo da rendere inutile l‘espressione “governo diretto del territorio&#8221;. Siccome governano su una società hanno però bisogno di un dispositivo che dia loro comunque l’impressione di governarla. Che sia indice di un governo effettivo, o comunque efficace, della connessione sociale.</p>
<p>Il mainstream generalista (tv, stampa, siti di entrambi gli old media), in forte ristrutturazione tecnologica, è questo dispositivo. Se le istituzioni hanno l’impressione che questo dispositivo funziona, crea consenso, vanno avanti su qualsiasi tema come carri armati. Perché è il dispositivo sovrano di governo degli ultimi trent’anni: crea consenso a favore delle istituzioni oppure getta nella spirale del silenzio chi è contrario spezzando la sua capacità relazionale, rendendolo minoritario. Si tratta di un piano di rappresentazione mediale che mostra tutta la sua concreta efficacia politica.</p>
<p><strong>3.</strong></p>
<p>Come dicevamo, per capire il punto sensibile dello spazio comunicativo digitale delle istituzioni sulla Valsusa è inutile soffermarsi sul Giornale o sulla Finocchiaro, uniti in un livello di disperazione esistenziale perfettamente bipartisan.</p>
<p><strong>Il punto, nello spazio comunicativo digitale delle istituzioni, su cui il conflitto si vince o si perde è quello dell’opinione pubblica di centrosinistra</strong>. Perché è il terreno più mobile, dove il settore di opinione pubblica decisivo, per completare la rappresentazione della legittimazione istituzionale, può ritirare il consenso all’operazione oppure far emergere la propria protesta. E se quel terreno non tiene (non dimentichiamo che per i partiti l’opinione pubblica si misura in voti e per i media in audience e fatturato pubblicitario, tutta roba concreta) le istituzioni non sono in grado di attivare quel dispositivo autoreferenziale, che genera l’impressione del consenso, che permette loro di funzionare come carri armati. Invece che rappresentare i notav come spaccati le istituzioni finirebbero per rappresentare, e in modo spettacolare, le proprie spaccature. Cessando di funzionare come dispositivo istituzionale, paralizzandosi nella capacità di azione.</p>
<p>Per dare a sé stessi l’impressione di controllo dell’opinione pubblica di centrosinistra <strong>le istituzioni devono operare quindi su due distinte, e correlate, operazioni di propaganda. La prima è dimostrare la correttezza di procedure dell’operazione Tav, oltre alla necessità economica, la seconda è di far emergere dagli anti Tav quante più figure spaventose possibili</strong>.</p>
<p>Nella suo romanticismo culturale il movimento pacifista del passato il problema l’aveva intuito. Ma risolvendolo dalla parte sbagliata. Ovvero facendosi quanto meno spaventoso possibile e quanto più compatibile con i desideri dei media. Ma quando questo accade è il momento in cui non solo sei governabile ma anche quello in cui la tua visibilità è decisa dalle redazioni. Non puoi essere altro, perché temi i media, e così quando sei rappresentabile secondo i loro canoni sono i media che decidono quando e se vai in onda. Un processo di metabolizzazione visto con i pacifisti degli anni ’80 e ’90, con i noglobal, con i “rappresentanti” dell’Onda che vanno da Napolitano, e in miriadi di altri esempi.</p>
<p>Con l’attuale scontro sul terreno, ma anche grazie alla delegittimazione scientifica dal basso della tav, è quindi chiaro che il mainstream ha una sola carta in mano. Quella di produrre quante figure, e storie, più spaventose e disperate possibili dal movimento notav.</p>
<p><strong>Una guerra di propaganda è una guerra di narrazioni, non dimentichiamolo</strong>. Per cui, qualsiasi cosa accada, scatta la costruzione della mitologia negativa fatta per delegittimare l‘avversario e renderlo isolato e quindi silenzioso. Per cui qualsiasi evento accada, anche di segno opposto, secondo il mainstream non può che fare il gioco dei “duri”, delle “frange estreme” di un movimento rappresentato sempre in procinto di “spaccarsi”. Si vuol creare un effetto scenografico tale, in questa guerra di propaganda, per cui l’opinione pubblica di centrosinistra si ritrae inorridita perché non vede una valle compatta, desiderosa di vivere, contro un mostro tecnologico ma un volteggiare di “falchi”, di “duri”, di “frange estreme”. Siccome questa è l’unica vera carta in mano che il mainstream possiede, reiterare questa rappresentazione per dare l’impressione a sé stesso che sta funzionando, la si gioca qualsiasi cosa succeda.</p>
<p><strong>La drammatica vicenda di Abbà è paradigmatica di questa paranoia</strong>, risultato dell’autoreferenzialità insistita, nel rappresentare la questione Valsusa facendo uscire, come da un film dell’orrore per adolescenti frequentatori di multisale, sempre personaggi e comportamenti rappresentati in modo ansiogeno come “falchi”, “frange estreme” e “duri”.</p>
<p>Abbà non solo non ha aggredito nessuno, al contrario, ma è vittima del comportamento delle forze dell’ordine. Eppure, per coprire il rilievo della vicenda, nel mainstream si è scatenata un’ondata di opinioni e commenti sul “questa vicenda può favorire i duri”, “le frange estreme ne trarranno giovamento” arrivando ad rovesciamento della realtà, quasi come Abbà avesse aggredito qualcuno, in un dispiegamento di media corale e degno di altro genere di regimi. E si era all’indomani di una grande manifestazione pacifica di una intera valle. E’ evidente che le istituzioni più tengono questo piano di rappresentazione più sentono, o credono, di governare la situazione. Perché rappresentano quell’astrazione chiamata opinione pubblica di centrosinistra come sotto controllo, inorridita dai “falchi” come un adolescente al cinema che si inquieta di fronte agli effetti speciali di un horror per bassa fascia d‘ètà. E se tiene questa rappresentazione, a parte la situazione sul campo, la Tav passa. Non a caso infatti la ministro degli interni, dopo la vicenda Abbà, prova a costruire la rappresentazione della superiorità morale delle istituzioni offrendo il simulacro di un dialogo. Rappresentando il volteggiare dei falchi nel campo avverso assieme all’offerta di dialogo cerca di completare la costruzione, dopo quella della mitologia negativa, della superiorità morale delle istituzioni. Ed è questa tutta la dimensione da decostruire, come è stato fatto dal basso per la legittimazione scientifica del progetto Tav.</p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p><strong>Ma che qualcosa non funzioni affatto in questo campo di forza dello spazio comunicativo digitale istituzionale ce lo mostrano le stesse parole di Ezio Mauro, direttore di Repubblica</strong>.</p>
<p>Ezio Mauro chiede che i partiti entrino in campo nel processo di rilegittimazione della Tav. E’ evidente che, con i sensori che ha (studio dell’audience) ha capito che questa strategia della costruzione di una mitologia negativa sulla Tav ha grossi difetti. E chiede a supporto la messa in campo di eserciti, i partiti, che non esistono più.<br />
Questo fatto è un grosso elemento di debolezza sul punto più sensibile, dare a sé stessi l’impressione di governare l’opinione pubblica di centrosinistra sulla Tav, per tenere unito il campo di forza comunicativo che legittima quest’operazione di democrazia del cemento e del project financing.</p>
<p>Come dicevamo, sia sul terreno che nella delegittimazione scientifica dal basso della Tav il movimento ha lavorato bene. Per chiudere la partita a favore non solo di una valle ma delle stesse democrazia e libertà in questo paese, nonché di un vero e sano modello di sviluppo, si tratta di quindi unire il terreno fisico di conflitto a quello dello spazio digitale della comunicazione. Allora puoi combattere ad armi pari e persino vincere. Come si capisce non è solo problema di controinformazione in rete, che è un processo maturo da anni. Ma proprio di saper agire, su tutti i piani di realtà nessuno escluso, in modo da rendere non rappresentabile il tipo di spettacolo che, secondo le istituzioni e il mainstream, rende legittima e praticabile l’operazione Tav.</p>
<p>Perché quando Ezio Mauro confezionerà un giornale che saprà che perderà lettori e credibilità (nonché vendite e pubblicità) grazie alla posizione protav la democrazia coloniale neoliberista avrà perso. Quando il tg3 piemontese e nazionale si sentiranno in difficoltà, e vedranno l’audience calare (e la pubblicità), perché sulla tav fanno solo ridere le istituzioni neoliberiste, del cemento e delle operazioni finanziarie avranno perso.</p>
<p>Quando la Stampa sentirà che avrà perso terreno, lettori e credibilità, Passera se ne accorgerà. Perché c’è un piano, molto discreto, in cui le redazioni dei grandi media e il ceto politico istituzionale si parlano. E’ lì che avviene la misurazione, discreta e poco filtrata all’esterno, del successo o meno di campagne di costruzione del consenso. Fondamentali per il funzionamento autoreferenziale delle istituzioni.</p>
<p>Se la dimensione del terreno fisico saprà quindi saldarsi in questo modo con lo spazio della comunicazione digitale, allora la vicenda Tav si concluderà positivamente. Fissando uno spartiacque storico non solo per la vita di una valle ma anche per la democrazia reale di questo paese e per la costruzione di un modello di sviluppo che rompa con cemento, grandi opere e primato delle corporation. E anche per saldatura tra cultura tecnologica e cultura popolare, essenziale per il funzionamento delle democrazie reali del XXI quanto l’alfabetizzazione è stata necessaria, a partire dall’Ottocento, per l’imporsi del movimento operaio e dei diritti fondamentali di libertà e cittadinanza.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Per Senza Soste, nique la police</strong></p>
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		<title>La ragione dei barbari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jul 2011 16:41:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[marco revelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Revelli Il centro è cieco, la verità si vede dai margini. Quest&#8217;affermazione di metodo, propria degli studi post-coloniali e anche della più recente &#8220;antropologia di prossimità&#8221;, mi è tornata in mente la mattina del 27 giugno alla Maddalena, frazione di Chiomonte, quando visto da lassù &#8211; da quel fazzoletto di terra sulla colletta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Revelli</strong><br />
Il centro è cieco, la verità si vede dai margini. Quest&#8217;affermazione di metodo, propria degli studi post-coloniali e anche della più recente &#8220;antropologia di prossimità&#8221;, mi è tornata in mente la mattina del 27 giugno alla Maddalena, frazione di Chiomonte, quando visto da lassù &#8211; da quel fazzoletto di terra sulla colletta che divide il paese dall&#8217;autostrada del Frejus &#8211; il mainstream che ha segnato ossessivamente la vicenda della Tav è apparso di colpo per quello che è: vuota somma di affermazioni prive di senso reale. E si è affermata una realtà totalmente altra rispetto a quella che viene raccontata nei &#8220;luoghi che contano&#8221;, nei palazzi del potere, nelle redazioni dei giornali, dagli opinion leaders metropolitani.</p>
<p>Prendiamo la questione dei soldi. Il mantra che viene recitato &#8220;al centro&#8221; &#8211; e &#8220;in alto&#8221; &#8211; ripete che l&#8217;Italia rischia di perdere i 680 milioni di euro dell&#8217;Europa se non aprirà il fatidico cantiere. Qui, in questa estrema periferia, tutti sanno che, al contrario, l&#8217;Italia potrà guadagnare (o risparmiare, se si preferisce) qualcosa come una ventina di miliardi di euro se quel cantiere non aprirà. <span id="more-39489"></span>Se la follia della Tav in Val Susa non si compirà. Tanto si calcola che sarà il costo finale dell&#8217;opera per il nostro Paese, comprensivo dei quasi 11 miliardi della tratta internazionale, a cui vanno aggiunti i quasi 6 miliardi (a prezzi 2006) della tratta italiana.<br />
Una cifra enorme, pari a quasi la metà della manovra &#8220;lacrime e sangue&#8221; che il governo sta varando per tentare di sanare il bilancio pubblico, frutto di un calcolo del tutto prudenziale (c&#8217;è chi, sulla base dell&#8217;esperienza, calcola un costo finale superiore ai 30 miliardi!), per un&#8217;opera marchianamente, spudoratamente, inutile. Un&#8217;opera concepita e progettata in un altro tempo (gli anni &#8217;90 del turbo-capitalismo trionfante) e in un altro mondo (quello della globalizzazione mercantile e dell&#8217;interconnessione sistemica di un pianeta votato al benessere). Sulla base di previsioni di crescita dei flussi di traffico fuori misura e tendenzialmente illimitate, frutto dell&#8217;estrapolazione di un trend contingente ed eccezionale (i tardi anni &#8217;80 e i primi anni &#8217;90, quando effettivamente la circolazione internazionale e a medio-lungo raggio delle merci subì una brusca accelerazione), rivelatesi poi fallaci.<br />
Si ipotizzò allora un rapido raddoppio dei circa 10 milioni di tonnellate transitate nel 1997 sulla linea ferroviaria Torino-Modane (la cosiddetta linea storica), che avrebbero portato rapidamente a saturarne la capacità (calcolata in circa 20 milioni di tonnellate) entro il 2020, con una crescita lineare ed esponenziale del flusso. Si sostenne (delirando, possiamo ben dire oggi) la necessità di garantire, con la nuova linea, una capacità di transito pari ad almeno 40 milioni di tonnellate, al fine di trasferire su rotaia buona parte dei volumi di traffico su gomma. Non si sapeva, allora, che il 1997 era stato il culmine di una curva che, esattamente dall&#8217;anno successivo, avrebbe incominciato a scendere, senza più fermarsi: era già scesa a 8,6 milioni di tonnellate nel 2000. Cadrà ancora a 6,4 nel 2004, a 4,6 nel 2008 per giungere infine al livello minimo di 2,4 milioni di tonnellate nel 2009 (anno in cui, secondo quelle proiezioni folle, avrebbe dovuto sfiorare i 15 milioni)! Oggi, la sola &#8220;linea storica&#8221; (sfruttata a meno di un terzo delle sue possibilità), sarebbe tranquillamente in grado non solo di garantire l&#8217;intero flusso di merci attraverso il confine con la Francia, ma di assorbire addirittura (cosa puramente teorica) l&#8217;intero traffico su gomma (all&#8217;incirca 10 milioni di tonnellate annue, anch&#8217;esso in costante calo), senza significativi costi aggiuntivi (se non le irrisorie cifre necessarie a realizzare il maquillage della linea esistente).</p>
<p>Sono numeri ben presenti a qualsiasi anziano valsusino seduto sull&#8217;erba del prato della Maddalena, a ogni ragazzo accampato (fino a lunedì) nelle tende del bivacco, a ogni casalinga di Bussoleno o di Venaus. Solo i &#8220;decisori&#8221; centrali, i politici di lungo corso, gli addetti all&#8217;informazione nazionale continuano a ripetere, come organetti rotti, le cifre di ieri, imbozzolati nel cavo del loro mondo scaduto, ciechi ad ogni evidenza, compresa quella mostrata dalle loro stesse statistiche ufficiali.<br />
Oppure prendiamo un altro tema caldo, nella discussione attuale sulla Valle di Susa: il tema della legalità. Dal &#8220;centro del centro&#8221; &#8211; dal Viminale &#8211; il ministro Maroni proclama, mentre i suoi 2000 uomini si avvicinano alle barriere che difendono la Libera repubblica della Maddalena: «Di là ci possono essere i professionisti della violenza, di qua ci sono i professionisti della legalità, dell&#8217;antiviolenza, professionisti che sanno cosa fare, abituati a combattere il terrorismo, la criminalità organizzata, a combattere chi usa i kalashnikov e la lupara». Qui, invece, nella periferia delle periferie, sul ponticello della strada che da Chiomonte porta al sito archeologico sulla collina, la gente della valle guarda le ruspe che avanzano circondate &#8211; embedded &#8211; dai plotoni di agenti in assetto antisommossa, e grida «mafia». Sanno che la storia di alcune di quelle ditte che hanno messo a disposizione i propri mezzi è disseminata di vicende giudiziarie, d&#8217;indagini della magistratura e della Guardia di finanza per reati come «associazione a delinquere», «turbativa d&#8217;asta», falsa fatturazione, corruzione&#8230; Ci sono i ritagli dei giornali con le notizie degli arresti d&#8217;imprenditori, a più riprese, nei tardi anni &#8217;80, all&#8217;inizio dello scorso decennio&#8230; Basterebbe poco ai cronisti &#8220;centrali&#8221; &#8211; uno sguardo ai propri archivi, de La Stampa, di Repubblica &#8211; per documentarsi. E se è vero che i trascorsi giudiziari non bastano per emettere una sentenza di colpevolezza attuale, è pur anche vero che l&#8217;impatto di quello strano mix di Stato e di sospetto &#8220;antistato&#8221; ha un effetto devastante sui sentimenti collettivi di una popolazione che dallo Stato vorrebbe essere protetta e non attaccata. È il mondo che appare alla rovescia. E insieme terribilmente vero.</p>
<p>Possiamo chiederci il perché di questa distonia ottica, che rende così cieco (e ottuso) il &#8220;centro&#8221; e così lungimirante il &#8220;margine&#8221;. Che acceca chi in teoria avrebbe tutti gli strumenti per guardare ad ampio raggio, e al contrario rende visionario chi in teoria dovrebbe essere &#8220;tagliato fuori&#8221;. Una risposta &#8211; ineccepibile &#8211; la offre la letteratura più radicale della galassia post-coloniale statunitense, quella ascrivibile al femminismo nero, capace di muoversi acrobaticamente tra esclusione estrema e inclusione letteraria, ben testimoniata da Bell Hooks con il suo Elogio del margine. Qui la capacità di aprire il tempo dello sguardo laterale è ascritta al suo carattere di &#8220;spazio di resistenza&#8221;. Alla bi-direzionalità di quello sguardo, rivolto contemporaneamente verso l&#8217;interno e l&#8217;esterno: libero dunque. Non prigioniero. E alla sua irriducibilità al mainstream e al peso falso che lo connota. Chi se ne fa portatore sa, durissimamente, chi è e cosa non intende diventare. A lui si addicono le strofe di Bob Marley: «We refuse to be what you wont us to be, we are what we are, and that&#8217;s the way it&#8217;s going to be» («rifiutiamo di essere ciò che voi volete farci essere, siamo quel che siamo e voi non ci potete fare proprio niente»). Ma è possibile affiancare a questa anche un&#8217;altra ipotesi. Ed è che il centro è cieco perché sta crollando. Perché il mondo di cui si è fatto centro sta &#8220;venendo giù&#8221;. E come nella Bisanzio cantata da Guccini &#8211; «sospesa tra due mondi e tra due ere» &#8211; sono i barbari dei confini, non i senatori del Campidoglio, a sapere già la verità.<br />
<em> (pubblicato su il manifesto, 3/7/2011)</em></p>
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		<title>Libera Val di Susa</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 13:17:38 +0000</pubDate>
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Registrata stamani, al volo, il cuore con il popolo della Val di Susa, con la loro ragione, che è la mia, di tutti per tutti. <em>mr</em></p>
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