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	<title>noam chomsky &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L’Occidente da smontare. Note a margine di un articolo politico di Carlo Rovelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jul 2022 11:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> Una riflessione sul testo di Carlo Rovelli, dedicato all'ipocrisia dell'Occidente. Ma qual è il fantomatico "Occidente" che viene di volta in volta esaltato o vituperato?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Mi è stato segnalato dall’amico indiano Antonio Sparzani <a href="https://www.sinistrainrete.info/politica/23381-carlo-rovelli-ipocrisia.html">questo testo</a> di Carlo Rovelli che pare abbia circolato molto in rete. Ad una prima lettura è un testo condivisibile, almeno nella sua affermazione centrale: l’Occidente quando denuncia il non rispetto del diritto internazionale, la violenza indiscriminata della Russia, e l’imperialismo dei suoi dirigenti è ipocrita, in quanto non riconosce che quelli che condanna sono crimini che <em>lui </em>stesso ha commesso in passato più e più volte. Ma forse non è nemmeno la condanna dei crimini in quanto crimini, che espone l’Occidente all’accusa di ipocrisia. Che sia Madre Teresa o Al Capone a condannare un crimine a cui hanno assistito per strada, non cambia la natura dell’atto criminoso di cui sono testimoni. Non è quindi un caso che uno dei più infaticabili critici dell’ipocrisia occidentale – leggi: dei governi statunitensi –, Noam Chomsky non abbia certo esitato a condannare l’invasione russa in Ucraina, senza fornire ad essa attenuanti che ne avrebbero sminuito il carattere criminale. Cito da un’intervista all’autore apparsa il 1 marzo sul sito <a href="https://truthout.org/">Truthout</a> e poi circolata in rete anche in versione italiana (<a href="https://naufraghi.ch/noam-chomsky-siamo-a-un-punto-di-svolta-nella-storia-dellumanita/">qui</a>): “Prima di rispondere alla domanda, dobbiamo stabilire alcuni fatti che sono incontestabili. Il più cruciale è che l’invasione russa dell’Ucraina è un grave crimine di guerra paragonabile all’invasione statunitense dell’Iraq e all’invasione Hitler-Stalin della Polonia nel settembre 1939, per fare solo due esempi rilevanti. È ragionevole cercare spiegazioni, ma non ci sono giustificazioni o attenuanti.”</p>
<p>Quindi non è forse la condanna dell’invasione russa a costituire un’ipocrisia in sé, ma il fatto di porsi come i campioni mondiali della legalità e della libertà dei popoli. Rovelli scrive: “D’un tratto, l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori, il baluardo della libertà, il protettore dei popoli deboli, il garante della legalità, il guardiano della sacralità della vita umana, l’unica speranza per un mondo di pace e giustizia”. Il problema è che, secondo Rovelli, non ci si limita a condannare la politica della Russia, in quanto chi formula la condanna si attribuisce <em>simultaneamente</em> delle virtù, delle qualità, delle prerogative etiche e politiche. Se chi denuncia il crimine, in effetti, è il governo degli Stati Uniti, esso non può darsi <em>anche </em>il ruolo di <em>poliziotto</em> e <em>giudice</em>, ossia porsi al di sopra dei soggetti collettivi che possono sbagliare e quindi incorrere in condanna. Non ha nessuna storia politica né fisionomia morale per porsi al di sopra degli altri popoli, o semplicemente per attirare l’attenzione su di sé e sulle sue presunte virtù in fatto di politica internazionale. Lo sappiamo tutti molto bene. Almeno, quella componente non piccola delle popolazioni statunitensi e europee che hanno manifestato contro le due guerre in Iraq lo sa bene, perché lo ha tempestivamente detto, scritto e gridato nelle piazze. E qui però, rispetto al testo di Rovelli, incontriamo una prima difficoltà. Chi è l’ipocrita in questa faccenda occidentale? Il problema è che il termine usato nel suo testo di denuncia non ci aiuta granché da questo punto di vista. Rovelli scrive: “l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori…” Ci sarebbe quindi una sorta di unanimità (“tutti insieme”) che tale soggetto esibirebbe nell’autolodarsi. Immagino che quel termine con la maiuscola stia per un soggetto collettivo, come quando gli scolari scrivono: l’Uomo, per intendere la specie umana, che nella sua dispersione spaziale e temporale mantiene comunque le stesse caratteristiche. Bisognerebbe subito capire quali sono però i confini almeno geografici e storici di questo fantomatico soggetto collettivo, che oggi sembra d’un tratto unanime. Ed è poi così unanime? Chi sono insomma quelli che Rovelli indica come i “tutti insieme”. Ci son dentro canadesi, finlandesi, svizzeri, australiani? E da quando esiste questa entità che include una pluralità di popoli? Si tratta dei canadesi, finlandesi, ecc., di questa generazione? Insomma da quando inizia la storia di questo Occidente? E consideriamo pure che nel “coro” occidentale ci siano almeno gli statunitensi, ma quali? Quelli che hanno votato per il presidente che oggi “parla”, e ovviamente fa sentire la sua voce nel coro, o anche quelli che hanno votato per l’uscente Trump? Tutti i cittadini americani all’unisono rivendicano l’immagine della propria nazione, come l’esempio stesso dell’immacolata e democratica politica estera (e interna)? Questo credo non possiamo dirlo neppure degli elettori di Biden. E che dire dei non elettori, di tutti quelli che non hanno votato né l’uno né l’altro candidato. Come si situano gli astensionisti delle odierne democrazie nel “coro”? Penso poi a tutti i lettori statunitensi di Noam Chomsky, che probabilmente condannano oggi la Russia, senza assolvere i crimini commessi dal loro paese nel corso delle guerre contro l’Iraq. Non sono essi stessi occidentali, come tutti quegli europei che hanno, dal secolo scorso, condannato e contestato l’imperialismo statunitense, e spesso gli imperialismi in quanto tali, anche quelli che non venivano esercitati per forza dal paese in cui vivevano? Credo che, per paradossale che sia, i dipartimenti delle università nordamericane ed europee (ammesso che l’Occidente si fermi qui) hanno prodotto una ricca letteratura che analizza, documenta e denuncia non solo le malefatte dell’imperialismo statunitense e dei suoi sodali, ma anche l’ipocrisia che lo accompagna come discorso legittimante. Forse allora la categoria di “Occidente” non è davvero utile per parlare di questa guerra, e delle posizioni che certi governi prendono, e che sono <em>diffuse e difese</em> da una cerchia abbastanza ristretta di persone. Rovelli, in effetti, arriva a nominarle tali persone: sono esse a costituire il coro, e a renderlo unanime. Sono semplicemente i <em>giornalisti</em> (Rovelli: il coro ripetuto da “ogni articolo di giornale, ogni commentatore televisivo, ogni editoriale”.) Innanzitutto, leggendo la stampa e guardando la televisione, si scopre che il coro non è così unanime, a tal punto che (in Italia) si è creata, su certi media, una sorta di caccia ai commentatori non allineati, subito definiti come “filo-putiniani”. E poi se il contenitore è ancora l’Occidente, dobbiamo includervi, di ogni paese, la stampa più filogovernativa, ma anche tutta quella indipendente, che in Europa e negli Stati Uniti esiste ed è viva, per non parlare poi del giornalismo più o meno militante in rete, ecc.</p>
<p>Sorge, allora, il dubbio che la categoria di “Occidente” sia in realtà una delle prelibatezze concettuali proprie della stampa più allineata, che ama le semplificazioni scolastiche e pedagogiche, tipiche dei sostantivi maiuscolati. Forse un modo per criticare e denunciare questa propaganda può cominciare proprio col decostruire tali fantasmagorie vaghe, in cui ognuno può mettervi (o togliervi) quel che gli aggrada. Una delle poche cose che i miei studi umanistici mi hanno permesso di capire, è che non esistono entità storico-politiche, né culturali, in forma di monoblocco, di sostanza unanime e omogenea, se non nelle forme più grossolane di mistificazione ideologica.</p>
<p>Siamo ancora freschi di terrorismo islamista, attivo e letale sul territorio europeo, e abbiamo dovuto constatare che gli islamisti armati sul suolo francese erano in buona parte di nazionalità francese o belga, così come quelli che sono andati a infoltire in Siria o Iraq le truppe dello Stato Islamico “anti-occidentale”. La verità è che ogni singolo Stato nazionale è attraversato da molteplici conflitti, e che un conflitto fondamentale è quello che oppone governati e governanti, ma anche opinionisti di mass-media e studiosi universitari, anche se una minoranza di questi possono svolgere anche ruoli sulla stampa o in televisione. Non ha molto senso, quindi, prendere a bersaglio quelle rappresentazioni caricaturali, che una certa stampa o tv, e certi esperti da palco, hanno eretto per scopi autocelebrativi. Sicuramente possiamo parlare di “Occidente”, ma a patto di aver sufficientemente definito in modo preventivo a quale realtà ci riferiamo, tentando di evidenziarne i tratti principali su un piano storico-politico o storico-antropologico. Se il soggetto a cui Rovelli si riferisce è rappresentato dalla ristretta popolazione dei giornalisti filogovernativi dei paesi del G7, inclusi gli altri Stati della UE, allora tanto vale che si parli di “stampa occidentale filogovernativa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il discorso che faccio non ha come scopo di fare le pulci al testo di Carlo Rovelli, che nel suo intento polemico, e nei suoi presupposti morali, è ben condivisibile. Il problema riguarda il modo in cui ognuno di noi si posizionerà in questa fase storica, sia rispetto al futuro che auspica ma anche rispetto all’eredità che accetterà di salvaguardare e di potenziare. Il declino dell’unilateralismo a guida statunitense apre una fase incerta che, prima di sfociare in un possibile multilateralismo pacifico, rischia di essere risucchiata in un incontrollabile ciclo di caos e guerre. Questa faccenda non può essere percepita solo come un problema d’ordine geo-politico, in cui tutto si fa o disfa con dosi più o meno ragionevoli di diplomazia o forza bruta. Questa fase annuncia o, sarebbe meglio dire, manifesta già un disorientamento sul piano culturale delle identità collettive e individuali delle persone. Di fronte a tale “disordine fuori di sé” (nell’economia, nella produzione, nella società, nel rapporto tra le nazioni, ecc.), la peggior cosa che si può fare è quella di affidarsi a uno “pseudo-ordine dentro di sé”, ossia all’edificazione di identità semplici, mistificanti, nel loro apparente e facile splendore. Questo è purtroppo ciò verso cui indirizza la cultura di destra (Furio Jesi insegna). Ma, a sinistra, il semplice rovesciamento degli emblemi non è sufficiente, e soprattutto non fornisce strumenti per il futuro. Esiste un mito dell’Occidente, ma lo si può combattere solo decostruendolo, mostrando che esso nasconde realtà plurali e contraddittorie, ed è dal confronto con questa complessità che si opera la scelta di accogliere e rigettare. Ognuno di noi è sollecitato a fare chiarezza sulla propria identità, e il tirarsi fuori dalla propria storia dicendo semplicemente “non sono occidentale” o sono “anti-occidentale” non ha granché senso. Ne ha invece precisare quello, ad esempio, che io voglio conservare e potenziare dell’eredità che mi è stata trasmessa, come cittadino italiano, che vive in Europa, e che ha assorbito, nel bene e nel male, l’egemonia culturale statunitense. E, similmente, è importante rigettare quegli aspetti della mia cultura e storia italiana, europea e nordamericana che mi hanno condizionato, ma da cui mi voglio emancipare, in quanto non <em>voglio</em> riconoscermi (più) in essi. E questo fenomeno si accompagna con la curiosità anche per ciò che viene da altri paesi, popoli e culture, sapendo che tutto ciò passa, però, attraverso una pluralità di mediazioni (traduttori, giornalisti e studiosi, scrittori e artisti, censura politica, ecc.).</p>
<p>Questo discorso ovviamente non riguarda solo “noi” (cittadini del G7 o della UE), ma anche i cittadini russi, quelli cinesi, quelli del continente africano, molti dei quali – con scandalo dei nostri opinionisti – vedono in Putin un baluardo contro l’arroganza dei vecchi e nuovi colonialisti “occidentali”. E parlando dei cittadini russi, che cosa vogliono conservare essi della loro storia? La potenza dell’antico impero zarista, nel colonizzare le popolazioni interne o prossime ai suoi confini? La macchina burocratica poliziesca e repressiva, che il partito bolscevico cominciò a mettere in piedi negli anni Venti e che Stalin portò a un grado estremo di efficacia? Oppure si rivolgeranno alla straordinaria e brevissima esperienza della democrazia consiliare (“tutto il potere ai Soviet”)? O ancora a quella forma d’internazionalismo, che malgrado tutto l’Unione Sovietica manteneva in piedi, per contrastare nel mondo l’egemonia militare ed economica statunitense?</p>
<p>Infine, una notazione puntuale. Carlo Rovelli, ad un tratto, scrive: “Eppure i nostri giornalisti surrealisti riescono ribaltare la realtà fino a parlare della logica imperiale di Russia e Cina!” Ora non voglio toccare qui la questione cinese, sia per limiti di conoscenza sia per la sua complessità. Ma qualcosa si può dire sull’imperialismo russo. Innanzitutto, prima che gli Stati Uniti sognassero di divenire l’incontrastata potenza del mondo (sogno che dura soltanto da un trentennio, ed è vieppiù tormentato), essi dovettero dividersi il podio con l’altra superpotenza del pianeta, ossia l’ex Unione Sovietica. Quest’ultima, poi, presa come entità transpolitica, ossia al di là delle specifiche caratteristiche dei suoi regimi politici, ha una storia d’imperialismo ben più antica di quella statunitense, storia che alcuni studiosi fanno risalire al XIII secolo. Ovviamente vi sono imperialismi e imperialismi, quello del Granducato di Mosca non è del tutto simile a quello che Trockij denunciava nella politica staliniana fin dagli anni Venti. E non sorprende il fatto che sia proprio uno dei più importanti e dei primi storici marxisti, Mikhail Pokrovski, ad occuparsi del passato imperialista della propria nazione, nel momento stesso in cui essa sembrava rigettare questo passato. Ironia amara della storia, Pokrovski morì precocemente all’inizio degli anni Trenta, dopo essere però caduto in disgrazia presso Stalin, che considerò il suo lavoro come “anti-marxista”. Quanto all’imperialismo specifico dell’Unione Sovietica, esso fu denunciato molto presto dagli stessi rivoluzionari (e non solo da Trockij), che ovviamente furono marginalizzati o perseguitati dal potere staliniano. Una piccola rassegna di fonti sugli studi dell’imperialismo russo, della sua specificità (un imperialismo “interno”) e delle sue metamorfosi storiche la si può trovare in un articolo apparso per <em>Le monde diplomatique</em>, nell’edizione polacca, e oggi disponibile in rete sul blog del sito <em>Mediapart: </em><a href="https://blogs.mediapart.fr/stefan-bekier/blog/171214/imperialisme-russe">Impérialisme russe | Le Club (mediapart.fr)</a>.</p>
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		<title>Uccidere Bin Laden è stata solo una vendetta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
		<category><![CDATA[internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[noam chomsky]]></category>
		<category><![CDATA[osama bin laden]]></category>
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					<description><![CDATA[[Linguista e storico tra i più autorevoli della modernità, il prof. Noam Chomsky continua il discorso su cui avevo scritto a caldo un pezzo qui. Il pezzo è pubblicato sull&#8217;ottima rivista Internazionale, n° 901 del 10 giugno corrente. a.s.] di Noam Chomsky L’attacco statunitense del 1 maggio al comprensorio dove viveva Osama bin Laden, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em>Linguista e storico tra i più autorevoli della modernità, il prof. Noam Chomsky continua il discorso su cui avevo scritto a caldo un pezzo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/05/04/extra-legem-nulla-salus/">qui</a>. Il pezzo è pubblicato sull&#8217;ottima rivista <a href="http://www.internazionale.it/">Internazionale</a>, n° 901 del 10 giugno corrente. a.s.</em>]<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Noam-Chomsky.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Noam-Chomsky-274x300.jpg" alt="" title="Noam Chomsky" width="274" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-39304" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Noam-Chomsky-274x300.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Noam-Chomsky.jpg 750w" sizes="(max-width: 274px) 100vw, 274px" /></a><br />
di <strong>Noam Chomsky</strong></p>
<p>L’attacco statunitense del 1 maggio al comprensorio dove viveva Osama bin Laden, in Pakistan, ha violato molte norme del diritto internazionale, a cominciare dall’invasione del territorio di uno stato sovrano. Inoltre sembra che non sia stato fatto alcun tentativo di arrestare la vittima.</p>
<p>Dopo l’uccisione, il presidente statunitense Barack Obama ha detto: “Giustizia è fatta”. Ma molti non sono stati d’accordo, persino tra i più stretti alleati. Il giurista britannico Geoffrey Robertson, che era favorevole all’operazione, ha definito “un’assurdità” la frase di Obama, aggiungendo che un ex docente di diritto costituzionale come il presidente dovrebbe saperlo. Robertson ha inoltre fatto notare che il diritto pachistano e quello internazionale impongono che si apra un’indagine “ogni volta che un’azione del governo o della polizia causa una morte violenta”. Ma Obama ha preferito “una frettolosa ‘sepoltura in mare’ che non è stata preceduta, come prescrive la legge, da alcuna autopsia”.<span id="more-39303"></span></p>
<p>In un’inchiesta pubblicata dall’Atlantic e firmata da Yochi Dreazen, esperto di questioni militari e veterano dei corrispondenti dal Medio Oriente, insieme ad alcuni suoi colleghi, si arriva alla conclusione che l’uccisione del capo di Al Qaeda è stata un assassinio pianificato. Un “alto funzionario statunitense” viene citato come fonte. “Per molti al Pentagono e alla Cia che hanno passato quasi dieci anni a dare la caccia a Bin Laden, ucciderlo è stata una vendetta necessaria e giustificata”. Per di più, “catturare Bin Laden vivo avrebbe causato al governo una serie di spinosi problemi giuridici e politici”.</p>
<p>Gli autori dell’articolo citano il commento dell’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, secondo cui “il raid americano «ha chiaramente costituito una violazione del diritto internazionale» e Bin Laden avrebbe dovuto essere arrestato e processato”.</p>
<p>Per giunta gli autori fanno notare che l’assassinio è “la più chiara illustrazione che si sia avuta finora” di una distinzione cruciale tra la politica antiterrorismo di George W. Bush e quella di Obama. Bush ha fatto catturare molti sospettati, rinchiudendoli a Guantanamo e in altri campi, con conseguenze ormai note. Obama i sospettati li fa uccidere (con i “danni collaterali” del caso).</p>
<p>Quest’omicidio ha radici lontane. Subito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il desiderio di vendetta degli americani ha preso il sopravvento sulle questioni di diritto o di sicurezza. Nel suo libro <em>The far enemy</em>, Fawaz Gerges, docente universitario e specialista di movimenti jihadisti, scrive che “la risposta degli jihadisti all’11 settembre è un esplicito rifiuto di Al Qaeda e un’opposizione totale all’internazionalizzazione dello jihad”. Sono stati invece i vari interventi degli Stati Uniti – in particolare l’invasione dell’Iraq – a dare nuova vita ad Al Qaeda.</p>
<p>Quali saranno le conseguenze dell’uccisione di Bin Laden? Probabilmente per il mondo arabo significherà poco: Bin Laden era defilato da tempo, ed era stato eclissato dalla primavera araba. Ma le conseguenze più immediate e significative si avranno probabilmente in Pakistan. Si discute molto della rabbia di Washington verso il Pakistan per non aver consegnato il capo di Al Qaeda. Si parla meno della collera dei pachistani nei confronti di Washington, che ha invaso il loro territorio per commettere un omicidio politico. Il Pakistan è il paese più pericoloso della terra ed è anche una potenza nucleare. Questa vendetta in territorio pachistano non ha fatto che alimentare i già forti sentimenti antiamericani.</p>
<p>Nel suo nuovo libro Pakistan: <em>A hard country</em>, Anatol Lieven scrive che “se mai gli Stati Uniti spingessero i militari pachistani a credere che l’onore e il patriottismo gli impongono di combattere l’America, molti di loro sarebbero felici di farlo”. E se il Pakistan cadesse, “un risultato assolutamente inevitabile sarebbe l’arrivo di un gran numero di ex militari ben addestrati – compresi esperti di esplosivi e genieri – nelle formazioni estremistiche”.</p>
<p>La minaccia principale è rappresentata dall’eventualità agghiacciante che il materiale atomico finisca in mano ai jihadisti. I militari pachistani sono già stati spinti al limite della sopportazione dagli attacchi statunitensi alla sovranità del loro paese. Colpa anche degli attacchi con i droni, gli aerei senza pilota: subito dopo l’uccisione di Bin Laden, Obama li ha intensificati, ed è stato come mettere sale sulle ferite. Inoltre i militari di Islamabad devono collaborare alla guerra degli Stati Uniti contro i taliban afgani, che la grande maggioranza dei pachistani considera combattenti legittimi contro un esercito invasore.</p>
<p>L’uccisione di Bin Laden poteva avere conseguenze disastrose, soprattutto se il commando fosse stato costretto a scappare dal Pakistan combattendo.</p>
<p>Forse, come conclude Robertson, l’assassinio di Bin Laden è stata davvero “una vendetta”. In ogni caso, l’operazione non è stata decisa per motivi di sicurezza.</p>
<p>[Traduzione di Marina Astrologo].</p>
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		<title>Poema Chomsky</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Aug 2007 16:46:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfredo giuliani]]></category>
		<category><![CDATA[noam chomsky]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alfredo Giuliani Le frasi (1) e (2) sono entrambe dei nonsensi, ma qualunque parlante inglese riconoscerà che solo la prima è grammaticale:(1) colorless green ideas sleep furiously (2) furiously sleep ideas green colorless Noam Chomsky, Le strutture della sintassi senza colore idee verdi dormono furiosamente furiosamente dormono idee senza colore verde senza colore dormono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alfredo Giuliani</strong></p>
<p><small>Le frasi (1) e (2) sono entrambe dei nonsensi, ma qualunque parlante inglese riconoscerà che solo la prima è grammaticale:</small><small>(1) <em>colorless green ideas sleep furiously</em><br />
(2) <em>furiously sleep ideas green colorless</em></p>
<p>Noam Chomsky, <em>Le strutture della sintassi</em></p>
<p></small>senza colore idee verdi dormono furiosamente<br />
furiosamente dormono idee senza colore verde<br />
senza colore dormono idee furiosamente verdi<br />
furiosamente dormono verdi idee senza colore</p>
<p>supponiamo che il mondo non sia verde bello<br />
o senza da nubi roventi nevi piovono sulfuree<br />
venti veloci abbaglianti inconcepibilmente<br />
nel buio sonno a dirotto solcano senza colore<br />
che dorme la traccia purpurea solare sensazione</p>
<p>mondo è masturbazione di un dio furiosamente<span id="more-4357"></span><br />
non ridono i verdi coccodrilli senza idee verdi<br />
di squame e denti i pianoforti senza muoiono<br />
colore imitano poeti farnetico dicono d&#8217;ombra<br />
furiosamente il cane ride il gatto gatta il cane</p>
<p>idee verdi nel nevischio buio dormono veloci<br />
piovendo dal vento solare la mia furiosamente<br />
verde idea senza colore di lei stare nell&#8217;ombra<br />
furiosamente verdi dormono idee senza colore</p>
<p>furiosamente verdi dormono idee senza colore<br />
di lei gelata che il mondo sia bella come pietra<br />
poco giorno al gran cerchio d&#8217;ombra s&#8217;infiamma<br />
furiosamente verde rovente di nessun colore</p>
<p>se dorme l&#8217;idea verde che senza è nella pietra<br />
identica da te nel salto d&#8217;ombra sta furiosamente<br />
uccello sospende suoni ghirlanda di gentile verde<br />
cane che aspetta palla al balzo gatta il cane<br />
furiosamente senza colore la mia idea di stare</p>
<p>s&#8217;ignorano gatta cane merlo nello stesso verde<br />
senza animato è questo cosmo parti d&#8217;ombra vive<br />
non l&#8217;ho veduta verde né bramata di morto colore<br />
terriccio vomitato idea lombrica in sottoverde<br />
di lei furiosamente dorme verde idea senza colore</p>
<p>non scoccano i ramarri senza pietra verde abbaglio<br />
paura occulti puzzando d&#8217;ombra al cerchio d&#8217;aria<br />
imposizione grigia commiato d&#8217;ogni erba animale<br />
furiosamente dormono idee senza colore verde</p>
<p>furiosamente verdi dormono idee senza colore<br />
tra rosee zampe a becco furiosamente il prato<br />
dorme del verde fuori alato corpo d&#8217;acqua pietra<br />
sesso fuso di chi muore a stare in ombra cosa<br />
quando senza colore è tutto l&#8217;erba che mi serra<br />
nel liquido verde senza e tanto vivere poco<br />
furiosamente dormono idee verdi di nessun colore</p>
<p><small>1979</small></p>
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