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	<title>Nord-Est &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La geografia della mia infanzia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2019 05:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-80733" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg" alt="" width="240" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/MAGAZZINO_242_immagine_copertina_4ca1f-160x227.jpg 160w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a></p>
<p>Attorno alla vecchia villa dove vivevamo, la casa di mia nonna, c’era un territorio che era bello e accogliente, ma non ci apparteneva. Apparteneva ai contadini. Che erano esseri ignoranti e retrogradi. E infidi. Paradossalmente erano loro però che conoscevano i segreti di ogni recesso delle campagne e dei viottoli, solo loro erano liberi di percorrerlo a piacere. Lì fuori erano loro che dettavano il buono e il cattivo tempo. Lo constatavo parlando con difficoltà la loro lingua così diversa dalla nostra e entrando nelle loro case dagli odori forti, sperimentando a mie spese come potevo essere accettato. Per mia nonna erano quasi bestie, ma intuivo che sotto le sue frasi sferzanti li temeva. Erano loro i veri padroni dei vigneti, dei pezzi di bosco, delle scarpatine incolte dove cresceva l’erba medica buona per i conigli. I proprietari – i paròni – erano i possessori, ma in realtà regnavano ormai solo nelle loro ville secolari, nei giardini alberati che le circondavano. Al riparo dalle voci rudi, dagli sguardi. Fuori imperversavano loro, i bifolchi, che certo lavoravano, ma anche gridavano, sghignazzavano, e soprattutto guardavano, guardavano tutto. Perché i tempi – questo non potevo saperlo – erano cambiati, la mezzadria era stata abolita.<br />
Bisognava difendersi dai loro sguardi. Mia madre si proteggeva tenendo sempre ben chiuse le tende che castigavano le grandi finestre, non sia mai che qualcuno potesse vederci in casa. Mia nonna per le spazzature faceva scavare una buca dietro gli annessi della villa, e le portavamo lì. Quando la fossa era piena, ma ci voleva molto tempo, il consumismo era solo agli inizi, dava fuoco al suo contenuto. E quando proprio tracimava la faceva coprire e ne faceva aprire un’altra. Non portavamo i nostri resti alla minuscola discarica, forse un metro quadrato, i residui allora erano davvero esiguissimi, all’entrata del paese, dalla quale spesso si elevava un incerto filo di fumo. Lì ci passavano tutti, i bifolchi avrebbero potuto vedere cosa mangiavamo, cosa facevamo, di cosa ci disfacevamo: non esistevano ancora i sacchetti per la spazzatura. E si trattava di resti molto diversi da quelli ai quali erano abituati loro, alcuni li avrebbero giudicati ancora buoni. Non era nemmeno concepibile questo attentato alla nostra intimità.<br />
Mia nonna riceveva l’anziano contadino che lavorava la sua campagna, ora che la famiglia di mezzadri era andata via, nella sua cucina: lui entrava dalla porta sul retro, e salutava con la testa bassa, scalcagnato Sancho Panza con il cappello in mano. Lo stesso uomo sovrappeso avanzava però tra i filari di viti con ondeggiamenti spavaldi da vincitore. E quando lei transitava per la frazione con la Cinquecento per scendere in città, sbucando appena dall’altezza dei finestrini, quasi fosse tornata bambina, guardava fisso davanti. Era il suo modo di salutare, sapeva bene che tutti gli occhi la seguivano. A parte noi e gli abitanti dell’altra villa nessuno aveva la macchina, o anche solo una moto, o una bicicletta.<br />
La domenica andavamo in chiesa, la prima fila della pieve del paesino più vicino, solo e esclusivamente per dovere sociale. Anche quello era un territorio che non ci apparteneva. In casa mia la religione era questo, l’incombenza di mostrarsi in chiesa la domenica, per non apparire superbi. Quelle pratiche sciocche erano necessarie per loro, non per noi, che avevamo l’educazione e la dignità di accettare la vita per quello che era. Lo stesso prete era dalla loro, ogni tanto ci arrivavano delle frecciate. I contadini maschi stavano nel balcone sopra la porta di entrata, al quale si accedeva da una scala esterna, separati dalle donne. O anche all’esterno sul ballatoio che lo precedeva, con il cappello in mano. Irrequieti, sarcastici, surrettiziamente riottosi, impazienti della sbornia domenicale. Noi bambini a tavola intonavamo l’Alleluia imitando la ü dialettale con la quale veniva cantata, che ci faceva morire dal ridere.<br />
La nostra vera patria era lontana e indistinta. Nemmeno io lo conoscevo, mi accorgo a posteriori. Era New York, era Buenos Aires, era soprattutto la bella l’Avana, dove mia madre e le sue sorelle erano nate. Mia nonna diceva basura, non spazzature. E asco, non schifo. Era la prima classe delle navi sulle quali avevano traversato tante volte l’Atlantico. Era l’accademia militare di Modena frequentata da mio nonno assieme all’amico Giovanni, il futuro senatore Agnelli. Era la collina di Torino, dove viveva la sorella di mia nonna, che era stata sposata con il fratello di mio nonno. Le due sorelle e i due fratelli erano primi cugini, tutto restava in famiglia. Era Milano, dove vivevano gli zii ricchi, che sfoderavano sempre gli ultimi ritrovati della tecnica, che ci lasciavano a bocca aperta. Di quei posti così alieni i contadini non avevano idea, perché dalla nostra frazione nessuno era emigrato: la polenta bastava per tutti. Il viaggio più lungo era scendere in città per la fiera annuale dell’agricoltura. I maschi andavano lontano una volta, in Italia, per fare il militare. O per la guerra. Il padre del mio amichetto mi raccontava la ritirata di Russia con le lacrime agli occhi, lacrime di struggente nostalgia: per lui non era stata una tragedia dantesca, era stata l’esperienza più bella della sua vita.<br />
Anche mio padre aveva dei posti che gli appartenevano. Facevano capolino di rado, e erano meno eclatanti, più dimessi, ma esistevano. Il paese già quasi veneto dove era cresciuto, dove compravamo il formaggio del giorno da mangiare scottato in padella, con una consistenza elastica di plastica, e un delizioso gusto di erbe di montagna. E il villaggio di lingua tedesca dove suo padre era stato mandato come gerarca. I crucchi erano suoi nemici, perché li considerava – anche questo lo ho appreso dopo – i responsabili della caduta del fascismo, e anche doveva combatterli sui cantieri stradali dove lavorava, visto che la maggior parte erano lì da loro. Suo padre non ci aveva pensato due secondi, come Cesare Battisti, a arruolarsi nell’esercito italiano, per combatterli (lui ci aveva rimesso solo l’uso di un braccio), e mandarli via. Quel toponimo italianizzato lo nominava però strascicando dolcemente le consonanti.<br />
Certo il vero posto che rimpiangeva, l’unico dove si sentisse davvero a suo agio, era la GUERRA. Ma quella non c’era più, gliel’avevano tolta. Il suo esilio era forse ancora più severo del nostro. Era – lo ho capito solo molto più tardi &#8211; un rinnegato. A casa poteva dire quello che voleva, e anzi provocare gli invitati di mia madre, dandogli dei voltagabbana, ma fuori doveva tenere profilo basso. Signoreggiavano i democristiani, i preti, i sindacati. Adesso era così.<br />
Restavano le vette delle montagne. Quelle sì ci appartenevano, erano anzi l’unico spazio che avevamo in comune. Appena ci allontanavamo dalle strade e dalle altre persone eravamo nel nostro dominio famigliare privato. Il cielo immenso era nostro, e anche i larici e le rocce, e gli odori di resina e di vento. Ci andavamo la domenica, l’inverno con gli sci, e l’estate con il sacco sulle spalle. Lì, e solo lì, eravamo una vera famiglia, coesa e appagata. I miei non litigavano, o molto meno, e ognuno aveva un suo allegro tornaconto.<br />
La cima della montagna sopra la città era un caso un po’ speciale, ci apparteneva solo fino a un certo punto. Lì mia nonna dopo la guerra aveva finanziato la costruzione del rifugio che i miei per qualche anno avevano gestito, prima di gettare la spugna. I tempi erano prematuri, e loro non erano proprio tagliati per gli affari e il commercio. Qualche domenica ci tornavamo, anche se La Selva, diventata nel frattempo albergo, era ormai circondata da casermoni più moderni, e noi non ci avvicinavamo. Pure lì in fondo eravamo stranieri, ma anche a nostro agio. La guardavamo come si salutano da lontano delle vecchissime conoscenze che nel frattempo sono diventate ricche e frequentano altre persone.<br />
In città c’era gente più simile a noi, persone che parlavano la nostra stessa lingua, o insomma potevano passare da una all’altra. Con la Cinquecento di mia madre traghettavamo verso quella zona che ci era meno ostile. Lì c’erano i negozi dove lei faceva la spesa, non certo il bugigattolo sfornito vicino alla nostra frazione, lì comprava i vestiti e portava a sistemare la pelliccia di visone, lì c’erano i cinema ai quali mi portava anche a me, il Vittoria e l’Italia, lì vivevano le sue amiche, c’erano i locali dove le incontrava. A me piacevano i compagni delle elementari, e soprattutto quelli già malandrini, quelli che poi sono stati falcidiati dall’eroina. Sapevo risultargli molto simpatico, mi prendevano per uno di loro, e mi piaceva sentirmi accettato. Pur non facendo i compiti come loro ero il secondo della classe, sfruttando la cultura famigliare, ma non me ne volevano. C’era qualcosa di profondamente struggente in quelle amicizie. Certo poi quando tornavo sulla nostra collina mi sentivo a casa mia, potevo scorazzare come mi piaceva, entrare nelle stalle. A differenza dei miei avevo messo le radici in terra nemica.<br />
Le cose si sono chiarite quando sono entrato in classe il primo giorno della quarta ginnasio. Ero arrivato in ritardo, e quando ho aperto la porta tutti gli occhi si sono girati su di me, come si guarda un forestiero vestito di stracci. Avevo i capelli lunghi e la mia giacchetta sdrucita di jeans, e masticavo una gomma. Sono andato a sedermi nell’unico posto libero, accanto alla bionda un po’ grossa vestita come un’anziana baronessa (non a caso adesso dirige il Museo del Castello). Ho capito subito che lì c’erano altre regole, altre gerarchie, e che l’aria era molto pesante. Mia madre aveva avuto la bella idea di iscrivermi alla sezione di tedesco, io che non sapevo una parola di tedesco. E quelli – anche questo è venuto fuori dopo &#8211; erano i rampolli delle famiglie che consideravano il tedesco una lingua più importante dell’inglese. Le famiglie che per secoli avevano intrallazzato con i conti di Tirolo. Lì si era ancora in pieno ottocento clericale, l’Italia era ancora molto lontana. Mi sono aggrappato al professore comunista, che parlava di Bertolt Brecht e di Antonio Gramsci e di Cesare Beccaria, e di internazionalismo, come a una corda di salvataggio. Sapevo già che sarei andato via, nel mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdA: questo testo è il mio contributo alla raccolta &#8220;Lettere da Nordest&#8221;, a cura di Cristiano Dorigo e Elisabetta Tiveron, edita da <a href="http://www.edizionihelvetia.it/">Helvetia</a> (2019), alla quale hano collaborato diciotto autrici e autori veneti, friulani, e trentini: <span class="testo">Ubah Cristina Ali Farah, Gianfranco Bettin, Francesca Boccaletto, Antonio G. Bortoluzzi, Roberta Cadorin, Alessandro Cinquegrani, Elisa Cozzarini, Fulvio Ervas, Angelo Floramo, Patrizia Laquidara, Luigi Nacci, Silvia Salvagnini, Giacomo Sartori, Federica Sgaggio, Tiziano Scarpa, Gian Mario Villalta, Stefano Zangrando, Francesco Jori. </span></em><em><span class="testo">Scarpa ne parla <a href="https://www.ilprimoamore.com/blog/spip.php?article4293">qui</a>, sul Primo Amore.</span></em></p>
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		<title>Fabio Franzin. Co’e man monche [Con le mani mozzate]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:42:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nadia Agustoni]]></category>
		<category><![CDATA[Nord-Est]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Nadia Agustoni In un testo apparso a suo tempo in Nazione Indiana parlando della fabbrica scrivevo: “C’è una calma barbarica negli stabilimenti ed è dovuta al loro essere luoghi che non cambiano. Luoghi senza mutazione. La loro geografia è stabile. Un accumulo rimasto sul terreno, uguale a se stesso. Anche la corruzione del tempo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-37726" title="5-copertina-franzin-2-rid1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/5-copertina-franzin-2-rid1.jpg 420w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a></div>
<div>di <strong>Nadia Agustoni</strong></div>
<div id="_mcePaste">In un testo apparso a suo tempo in Nazione Indiana parlando della fabbrica scrivevo: “C’è una calma barbarica negli stabilimenti ed è dovuta al loro essere luoghi che non cambiano. Luoghi senza mutazione. La loro geografia è stabile. Un accumulo rimasto sul terreno, uguale a se stesso. Anche la corruzione del tempo non li cambia. Lascia intatto l’essenziale: quel senso di perdita e di pesantezza, una gravità diversa. Se qualcuno provasse a descrivere una fabbrica come un non-luogo, forse sbaglierebbe. Forse, e dico forse, questi sono i luoghi per eccellenza. Solidi e piantati nella mente prima che nel paesaggio. Una fabbrica costruisce i corpi che la abitano e rimane costruzione anche quando è in disuso. E’ costruita per precedere il tempo e crea una dissonanza che la lingua non può trovare e quindi di fatto pone la difficoltà di dire che cos’è la sua stessa materialità.” (1) Negli ultimi due anni alcuni poeti hanno ripreso a raccontare la “fabbrica” e la realtà del lavoro da punti di vista diversi, ma evidenziando che se esistono fabbrica e lavoro, da tempo non esiste più una classe operaia, ma solo degli operai. Fabio Franzin coglieva già in Fabrica aspetti di quella condizione che Simone Weil sintetizzava in una frase:”Non si può essere coscienti”. (2)<span id="more-37724"></span> Si può esserlo invece, e qualcuno lo è, a prezzo altissimo, dove l’essere coscienti implica vedersi e vedere l’ambiente e ciò che vi accade e quelli con cui si condivide quel tempo di lavoro che è, come tra parentesi quadre, un aprire e chiudere i propri giorni. In Co’e man monche [Con le mani mozzate] Le voci della luna 2011 prefazione di Manuel Cohen libro in cinque sezioni di cui l’ultima in prosa e i testi accompagnati dalle fotografie di Anna Visini (3), Fabio Franzin racconta nel dialetto dell’Opitergino-Mottense cosa c’è dopo la fabbrica, come si vive stando in cassa integrazione e guardando sotto la neve la fabbrica vuota, dove la “calma barbarica” è ora il silenzio delle macchine e l’usura della mente che non si stacca dal luogo perché non sa cosa fare. Il luogo che imprigionava è all’improvviso lo spazio di una resa che tormenta l’uomo, espulso da quel centro, nel suo cercare traccia di sé in quello che per trent’anni è stato il suo mondo. Lo tormenta al punto che gli sembra di avere perduto le mani (come il titolo del libro evidenzia) e la sua stessa casa diventa il posto in cui più acutamente avverte la propria diminuzione nel dovere di un aiuto domestico che gli cade addosso come ulteriore umiliazione, una nullificazione del suo sé. Paradossalmente la “fabrica” diventa allora una non-libertà maschile contrapposta a una libertà che non è mai stata tale (la casa) perché femminile. I segni meno che si leggono tra le righe dell’ultima raccolta di poesie di Fabio Franzin diventano indicativi di ogni “condizione”. Lo si comprende meglio quando leggiamo nella sezione “Mòbii. Mobiità” dei rapporti intercorsi tra gli operai della fabbrica smobilitata: “ ‘dèss che forse/ pa’a prima volta sen davéro tuti/ conpagni, cussì, ligàdhi aa stessa/ sort. Vardéne: se ‘ven anca scanà/ fra de noàntri, e sbarufà… “. I sottintesi e a volte palesi rancori che hanno diviso i compagni di lavoro risaltano ancora più chiaramente nello stringersi insieme da sconfitti e nella paura che traccia come un segno tra loro, una linea che conduce fuori dai cancelli e non a una presa di coscienza per quanto tardiva. La “docilità” di cui Weil parlava, e che pare si impossessi di chi vive la condizione di subalternità, è significativa in quel fare “testamento” che lo stesso autore ci restituisce con il voltarsi nostalgico, un’ultima volta prima di uscire, forse sapendo che quella morsa nel cuore è il peggiore nemico e prefigura il pericolo di farsi statua di sale nel proprio rimpianto per ciò che si è perduto. Un’altra breve nota sulla “condizione” per evidenziare come risulti chiaramente, leggendo questa raccolta, la sconfitta storica dei due veri soggetti protagonisti delle lotte del decennio 1968-1978, ovvero gli operai e le donne, nel presente entrambi non-soggetti, ma corpi declassati a corpo di fatica, “corpo esposto” all’abuso, alle morti bianche, al silenzio impotente di chi è sovrastato da una diffamazione a volte sottile, a volte dura, ma sempre pervicace e  inquietante. (4) Se leggiamo da questa nostra distanza il libro di Tommaso Di Ciaula Tuta blu, pubblicato in prima edizione trent’anni fa, il balzo all’indietro degli operai da soggetto storico a sconfitti, risalta particolarmente: “ Oggi si è avvicinato il capo alla mia macchina. Mi ha indicato lo stipetto e ha detto cosa vuol dire quella scritta. Io facendo finta di non capire: quale scritta? Questa qua, mi dice prendendomi per il braccio: ”W la rivoluzione, dobbiamo cambiare la società, cacciare i ladri, i mostri”. (5)</div>
<div id="_mcePaste">Se altre parole chiede il racconto di una sconfitta che ridisegna, una volta di più, i rapporti sociali nel mondo post-fordista è per una annotazione ulteriore, non certo secondaria, con cui si rileva che la distruzione del paesaggio nelle regioni italiane, più marcato in alcuni luoghi, ma ovunque in atto, è descritto anche da Franzin come uno dei risultati di un modo di intendere la vita e i rapporti tra persone come sottostanti all’unica realtà che incide, quella del capitale e dello sfruttamento a oltranza, fino a cancellare anche geograficamente lo spazio vitale necessario alle comunità. Si delinea ancora di più come le colonizzazioni abbiano bisogno di corpi e territorio per affermarsi e che quando si parla di dominio e sfruttamento si parla sempre di colonizzati.</div>
<div id="_mcePaste">Ai poeti resta forse il compito di: “ Essere appena l’intermediario tra la terra incolta e il campo arato, fra i dati del problema e la soluzione, fra la pagina bianca e la poesia, fra l’infelice affamato e l’infelice che è stato saziato”. (6)</div>
<div id="_mcePaste">E qui apriremmo un altro campo, perché altri abomini si palesano da tempo, altre ferite si sono aperte e i confini attraversano non solo la geografia del mondo, ma gli individui uno ad uno, mostrando la scissione interiore, dove in rapporto alla condizione, la vittima è carnefice, lo sconfitto sta col vincitore e chi a questa logica non cede è superfluo.</div>
<p><span style="font-size: xx-small;"><br />
</span></p>
<div id="_mcePaste"><span style="font-size: xx-small;"><em><strong>Note</strong></em></span></div>
<p><span style="font-size: xx-small;"> </span></p>
<div id="_mcePaste"><em>1) Nadia Agustoni, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2007/05/29/quaderno-di-fabbrica/">Quaderno di fabbrica</a>, in Nazione Indiana 29 maggio 2007</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>2) Simone Weil, La condizione operaia, Se Edizioni 2003. <a href="http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/weil/albertine.htm">Qui </a>un estratto.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Fabio Franzin, Fabrica, Edizioni Atelier 2009</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Aggiungo qui un paragrafo da un intervento critico di Stefano Colangelo apparso su “L’Ernesto” XIX, n° 3-4 2010, pp. 78-79.e parzialmente riprodotto in quarta di copertina di Co’e man monche [Con le mani mozzate] 2011:</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>“Chi legge per la prima volta i versi di Fabio Franzin &#8211; soprattutto questi inediti tratti da una raccolta in via di pubblicazione presso Le Voci della Luna e intitolata Co&#8217;e man monche (Con le mani mozzate) – chi legge, dicevo, per la prima volta questi versi è un lettore privilegiato. Si ritrova davanti, senza che nessuno gli abbia aperto o distorto lo sguardo, un&#8217;evidenza nuda, incontrovertibile, priva di argomenti, il cui unico sostegno persuasivo è l&#8217;esserci stata e l&#8217;esserci, in quel momento storico e in quei luoghi. Come davanti al diario di Simone Weil sulla condizione operaia, ma alla rovescia, in una salda e coerente inquadratura soggettiva: lo stato di mobilità di ottanta e più lavoratori dell&#8217;industria del mobile, oggi, nel Nordest in crisi. Qui Franzin apre lo scenario, e racconta in sestine, in dialetto, con le trappole e gli spigoli del vocabolario delle sue zone, tra Oderzo e Motta di Livenza, provincia di Treviso; la stessa lingua, lo stesso passo del suo Fabrica, edizioni Atelier, forse il miglior libro di poesia italiana dell&#8217;ultimo decennio. Si sentiva l&#8217;epica delle mani, in Fabrica: l&#8217;elogio della loro arte di esistere e di mettere insieme i pezzi della lavorazione e il sostentamento delle vite, con l&#8217;affanno, il massacro delle tenerezze, delle aspirazioni, delle femminilità, in un budello rumoroso e pieno di polvere, gomito a gomito, dove a forza di star dietro al ritmo dei «tòchi», dei «pezzi», si finiva per diventare pezzi, a propria volta, nel respiro del macchinario.”</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>3) Fabio Franzin, Co’e man monche [Con le mani mozzate] Le voci della luna 2011 prefazione di Manuel Cohen e fotografie di Anna Visini. I titoli delle cinque sezioni sono: PASSÀ EL SANT, PASSÀ EL MIRÀCOEO, MÒBII/MOBIITA’, CO’E MAN IN MAN, EL CORPO DEA CRISI, PROSE DEL TRICOEÓR.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>4) Prendo a prestito il “ Corpo esposto” da Marco Rovelli di cui ricordo “Lavorare uccide” sulle morti da lavoro, Bur 2008.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>5) Tommaso Di Ciaula , Tuta blu, Editore Zambon  (Francoforte) 2002 . Da notare che <a href="http://rebstein.wordpress.com/2009/01/16/per-il-trentennale-di-tuta-blu-omaggio-a-tommaso-di-ciaula/#more-6630">il libro</a> è editato da un editore in Germania.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>6) Simone Weil, L’ombra e la grazia, pag. 85 Bompiani 2002</em></div>
<p><span style="font-size: xx-small;"> </span></p>
<div style="text-align: center;">**********</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(Il lavoro delle mie mani io guardo</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>E la pena sofferta a farlo</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>Ed ecco è miseria tutto)</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(e con voi &#8211; siete i più &#8211; che, disarmati</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>oggi tirate avanti, ma domani,</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>senza saper chi ringraziare, non avrete</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>tra le mani un mestiere</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>né sicurezza, non arte né parte.)</em></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: right;"><em>(Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense)</em></div>
<div id="_mcePaste">VENDESI, FITASI CAPANONI</div>
<div id="_mcePaste">l’é scrit, te panèi de conpensato</div>
<div id="_mcePaste">scarto, ligàdhi col fil de fèro ae</div>
<div id="_mcePaste">paeàdhe rùdhene, ai cancèi seràdhi,</div>
<div id="_mcePaste">inciodàdhi in fra ‘e mace mìitari</div>
<div id="_mcePaste">dei plateni drio ‘ste contrade contadine</div>
<div id="_mcePaste">stadhe distréti, drio ‘ste strade squasi</div>
<div id="_mcePaste">desmentegàde, sora i fiori de vite òni</div>
<div id="_mcePaste">sabo stuàdhe…VENDESI, FITASI,</div>
<div id="_mcePaste">te un ‘taliàn mis.cià al diaèto petà come</div>
<div id="_mcePaste">vis.cio aa lengua de tuti quanti qua, operai</div>
<div id="_mcePaste">e paroni, leghisti e ciavasanti, VENDESI</div>
<div id="_mcePaste">dopo ‘a furia del cior, dopo ‘ver  sepoì</div>
<div id="_mcePaste">‘a tèra coi CAPANONI, ‘verghe FITÀ</div>
<div id="_mcePaste">el cuòr ai schèi. Te chii cartèi ‘a ‘pigrafe</div>
<div id="_mcePaste">al lavoro, un luto che se sconta tea miseria.</div>
<div id="_mcePaste"><em>VENDESI, FITASI CAPANONI / sta scritto, in pannelli di compensato / scarto, fissati col filo di ferro alla / ruggine delle recinzioni, alle cancellate chiuse, // inchiodati fra le macchie mimetiche / dei platani lungo queste contrade contadine / state distretti, lungo queste strade quasi / dimenticate, sopra i fiori di vite ogni // sabato sera carpite… VENDESI, FITASI, / in un italiano impastato col dialetto appiccicato come / vischio alla lingua di tutti, qui, operai / e imprenditori, leghisti e bigotti, VENDESI // dopo la furia del comprare, dopo aver seppellito / la terra coi CAPANONI, avere AFITATO / il cuore al denaro. In quei cartelli l’epigrafe / del lavoro, un lutto che si sconta nella miseria.</em></div>
<div id="_mcePaste">IV</div>
<div id="_mcePaste">E cussì star qua, co’e man</div>
<div id="_mcePaste">in man, ‘a testa scontrarse</div>
<div id="_mcePaste">contro ‘a mura de ‘sto tenpo</div>
<div id="_mcePaste">scuro, massa lasco, i pensieri</div>
<div id="_mcePaste">far spiràe fra incùo e doman,</div>
<div id="_mcePaste">‘torno un ieri che ‘l par za</div>
<div id="_mcePaste">un passà senza ritorno romài.</div>
<div id="_mcePaste">Star qua, co’e man restàdhe</div>
<div id="_mcePaste">vòdhe, seràdhe su a pugno</div>
<div id="_mcePaste">come te un sgranf de rabia,</div>
<div id="_mcePaste">o a sofegàr l’aria che manca</div>
<div id="_mcePaste">ai suspiri de l’ansia; operai</div>
<div id="_mcePaste">sen, sì, quei che ‘e senpre stat</div>
<div id="_mcePaste">carne da mazhèo, quei che ‘à</div>
<div id="_mcePaste">da tàser, senpre, e basta, schèi</div>
<div id="_mcePaste">che no’ basta mai, tea busta,</div>
<div id="_mcePaste">sbassàr ‘a testa e ringrazhiàr</div>
<div id="_mcePaste">istéss co’a ne casca tee man.</div>
<div id="_mcePaste">Ma ‘dèss quant’eo che costa</div>
<div id="_mcePaste">‘a desgrazhia de ‘ste ore vèrte</div>
<div id="_mcePaste">e spòjie, de passi cussì, tant</div>
<div id="_mcePaste">parché ‘e ore passe, un caffè</div>
<div id="_mcePaste">al tavoìn del bar, el zhùchero</div>
<div id="_mcePaste">da cior su, piàn, co’l cuciarìn?</div>
<div id="_mcePaste"><em>IV</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>E così rimanere qui, con le mani / in mano, la testa sbattere / contro il muro di questo tempo / buio, troppo lasco, i pensieri // far spirale fra l’oggi e il futuro, / intorno a un ieri che sembra già / un passato senza ritorno ormai. / Stare qui, con le mani rimaste // vuote, chiuse a pugno / come in un crampo di rancore, / o a soffocare l’aria mancante / ai sospiri dell’ansia; operai // siamo, sì, quelli che sono sempre stati considerati / carne da macello, quelli che debbono / tacere, sempre, e basta, soldi / che non bastano mai, nella busta, // abbassare la testa e ringraziare / lo stesso quando cade nelle mani. / Ma ora quanto costa / lo spreco di queste ore aperte // e spoglie, di passi così, tanto / perché le ore passino, un caffè / al tavolino del bar, lo zucchero / da raccogliere, lentamente, col cucchiaino?</p>
<p></em><em> </em></p>
</div>
<div id="_mcePaste">V</div>
<div id="_mcePaste">O ‘ndar ‘torno pa’l paese,</div>
<div id="_mcePaste">fermarse a vardàr el fiume</div>
<div id="_mcePaste">passàr, dal pont, el cantièr</div>
<div id="_mcePaste">dea pàeazhina che i ‘é drio</div>
<div id="_mcePaste">butar su, là, drio ‘a piazha,</div>
<div id="_mcePaste">cussì, come vèci pensionati,</div>
<div id="_mcePaste">o come quei che no’à vòjia</div>
<div id="_mcePaste">de far nient &#8211; che si’i vardéa</div>
<div id="_mcePaste">fin ieri, fra disprèzho e un fià</div>
<div id="_mcePaste">de invidia, sen sinceri, noàntri</div>
<div id="_mcePaste">senpre de corsa, in afàno, tii</div>
<div id="_mcePaste">retàji del tenpo dopo ‘l lavoro</div>
<div id="_mcePaste">pa’ndar in posta a pagàr ‘a</div>
<div id="_mcePaste">boéta, ‘na docia veòce e via</div>
<div id="_mcePaste">pa’ no’ far tardi dal dotór, a</div>
<div id="_mcePaste">l’apuntamento co’l dentista –</div>
<div id="_mcePaste">e ‘dess sen qua anca noàntri</div>
<div id="_mcePaste">a farghe compagnia a chii là,</div>
<div id="_mcePaste">qua, anca noàntri, a caminàr</div>
<div id="_mcePaste">su e zó, a vardàr ‘e vetrine</div>
<div id="_mcePaste">dei negozi, a vardàr co’là,</div>
<div id="_mcePaste">quel co’e man in scassèa</div>
<div id="_mcePaste">serà drento ‘l viéro insieme</div>
<div id="_mcePaste">ae scarpe, a majie o siarpe,</div>
<div id="_mcePaste">co’là che ’l varda fiss un</div>
<div id="_mcePaste">calcòssa che no’ l’é, là, fra</div>
<div id="_mcePaste">‘i scafài, e nianca fra ‘l via</div>
<div id="_mcePaste">vai del zhentro; chel senpio.</div>
<div id="_mcePaste"><em>V</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>O vagare per il paese, / fermarsi a osservare il fiume / scorrere, dal ponte, il cantiere / della palazzina che stanno // edificando, là, dietro la piazza, / così, come vecchi pensionati, / o come quei fannulloni / &#8211;  che guardavamo // sino a ieri, fra disprezzo e un po’ / di invidia, siamo sinceri, noi / sempre di corsa, in affanno, nei / ritagli di tempo dopo il lavoro // per andare in posta a pagare la / bolletta, una doccia veloce e via / per non far tardi dal dottore, / all’appuntamento col dentista &#8211; // ed ora siamo qui anche noi / a far loro compagnia, / qui, anche noi, a passeggiare / su e giù, a guardare le vetrine // dei negozi, spiare quello lì, / quello con le mani in tasca / prigioniero dentro il vetro insieme / alle scarpe, a maglie e sciarpe, // quello che scruta fisso un / qualcosa che non è, lì, fra / gli scaffali, e neppure fra il via / vai del centro; quel fallito.</em></div>
<div id="_mcePaste">X</div>
<div id="_mcePaste">Prova ‘ndarghe ‘dèss, prova</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; magari parché te sì de nòvo</div>
<div id="_mcePaste">in zherca de un lavoro – farte</div>
<div id="_mcePaste">un giro drio i capanóni, ‘torno</div>
<div id="_mcePaste">‘sti labirinti de stradhèe drete</div>
<div id="_mcePaste">e ‘ste muréte… da videozògo.</div>
<div id="_mcePaste">Prova a vardàr tute chee tasse</div>
<div id="_mcePaste">de bancài rebaltàdhi, de nàili</div>
<div id="_mcePaste">verdi che sèra su scarti, ròba</div>
<div id="_mcePaste">che no’ va via, rùi o machine</div>
<div id="_mcePaste">da salvàr daa rùdhene, prova;</div>
<div id="_mcePaste">biìci, o motrice parchejàdhi</div>
<div id="_mcePaste">drio ‘e paeàdhe, fra ‘e spine</div>
<div id="_mcePaste">dee righe come mostri morti,</div>
<div id="_mcePaste">ribandonàdhi dae commesse,</div>
<div id="_mcePaste">dai autisti; e sinti, come che</div>
<div id="_mcePaste">se ‘a snasa, te l’aria ‘sta crisi,</div>
<div id="_mcePaste">e come che ‘a se disegna, po’,</div>
<div id="_mcePaste">te ‘sti liòghi. ‘E carte che core</div>
<div id="_mcePaste">tel ‘sfalto, no’ le ‘é pì i schèi</div>
<div id="_mcePaste">che ‘à cronpà anca l’ànema;</div>
<div id="_mcePaste">tase ‘e vose che comandéa:</div>
<div id="_mcePaste">tel siénzhio che resta se passa</div>
<div id="_mcePaste">come in mèdho ai rovinàzhi.</div>
<div id="_mcePaste"><em>X</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Prova ad andarci ora, prova / &#8211; magari perché sei di nuovo / in cerca di un lavoro – a farti / un giro lungo i capannoni, intorno // a questi labirinti di stradine dritte / e perimetri murarî… da videogame. / Prova a osservare tutte quelle pile / di bancali rovesciate, di teli // verdi ad avvolgere scarti, prodotti / non più richiesti, rulli o macchinari / da proteggere dalla ruggine, prova; / bilici, o motrici parcheggiate // lungo il recinto, fra le lische / delle righe come mostri morti, / abbandonati dalle commesse, / dagli autisti; e senti come // si avverte, nell’aria, questa crisi, / e come si disegna, poi, / in questi luoghi. Le cartacce che corrono / sull’asfalto, non sono più i soldi // che comprarono anche l’anima; / tacciono le voci che impartivano gli ordini: / nel silenzio che rimane si cammina / come sopra alle macerie.</em></div>
<div id="_mcePaste">XI</div>
<div id="_mcePaste">Qua, ae vie che daa statàe</div>
<div id="_mcePaste">mena drento ‘e fìe de capanóni</div>
<div id="_mcePaste">&#8211; stradhèe strente, ‘ndo’ che</div>
<div id="_mcePaste">i càmii fadhìga a far manovra &#8211;</div>
<div id="_mcePaste">i ghe ‘à dat nomi de rejón: via</div>
<div id="_mcePaste">Lazio, o Caeàbria, Basiìcata…</div>
<div id="_mcePaste">‘A zona industriàe, cussì, ‘a ‘é</div>
<div id="_mcePaste">come ‘na Italia cèa, conpagna</div>
<div id="_mcePaste">squasi de quea che l’é a Rimini:</div>
<div id="_mcePaste">co’l Coeossèo grando ‘fa ‘na</div>
<div id="_mcePaste">vasca da bagno, ‘a tore de Pisa</div>
<div id="_mcePaste">pa’e foto, ‘e pose da Èrcoe che</div>
<div id="_mcePaste">prova a indrezhàrla fracàndo…</div>
<div id="_mcePaste">E mì, che incùo dovée ‘ndar</div>
<div id="_mcePaste">in Val D’Aosta da ‘na fabrica</div>
<div id="_mcePaste">che zherca operai, me son pers</div>
<div id="_mcePaste">fra i boschi de l’Aspromonte,</div>
<div id="_mcePaste">vae ‘torno ‘torno drio ‘e coste</div>
<div id="_mcePaste">dea Sardegna, e no’ son bon</div>
<div id="_mcePaste">de véder el mar, el faro del silo.</div>
<div id="_mcePaste">XI</div>
<div id="_mcePaste"><em>Qui, alle vie che dalla statale / portano dentro le file di capannoni / &#8211; stradine strette, dove / i camion faticano a far manovra &#8211; // hanno dato nomi di regioni: via / Lazio, o Calabria, Basilicata… / Il distretto industriale, così, è / come una Italia in miniatura, quasi // simile a quella che c’è a Rimini: col Colosseo grande come una / vasca da bagno, la torre di Pisa / per le foto ricordo, le pose da Ercole che // cerca di raddrizzarla spingendo… / Ed io, che oggi dovevo recarmi / in Valle d’Aosta in un’azienda / che richiede operai , mi sono perso // fra i boschi dell’Aspromonte, / giro e ripasso lungo le coste / della Sardegna, e non sono capace / di scorgere il mare, il faro del silo.</em></div>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;uomo nero muore apposta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/04/12/luomo-nero-muore-apposta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 07:53:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Nord-Est]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Gli occhi guardano alla stazione, Padova e i palazzi intrecciati di azzurro fluorescente, l&#8217;orribile mascherato. Alla fermata dell&#8217;autobus piovono  un uomo dai costumi antichi, due ragazzi colombe, un&#8217;anziana signora con le borse traforate e una donna col pancione e un bimbo tra le dita. L&#8217;attesa è lunga, passano numeri inutili per chiunque, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/58623904.jpg"><img loading="lazy" class="size-thumbnail wp-image-32675 alignleft" title="58623904" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/58623904-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p>Gli occhi guardano alla stazione, Padova e i palazzi intrecciati di azzurro fluorescente, l&#8217;orribile mascherato. Alla fermata dell&#8217;autobus piovono  un uomo dai costumi antichi, due ragazzi colombe, un&#8217;anziana signora con le borse traforate e una donna col pancione e un bimbo tra le dita.<br />
L&#8217;attesa è lunga, passano numeri inutili per chiunque, la pioggia si accumula negli interstizi, tra una mattonella e l&#8217;altra, un vuoto e il successivo, e si sta fermi a fumare  il tempo.<br />
L&#8217;uomo antico  si avvicina:<br />
<em>Signorina, lei è di qui?<br />
No, mi spiace, vengo e vado.<br />
Anch&#8217;io.<br />
</em><span id="more-32674"></span><br />
Un autobus arriva, color fuoco nella pioggia, apre veloce e la calca si gonfia dal retro come una goccia triplicata dal rimbalzo e sale tra le spinte. La donna col pancione è in ultima fila, la osservo per la veste dipinta, è bella, un gioco di luce e  il richiamo alla terra. Ripenso alle conversazioni fatte altrove con  l&#8217;uomo antico, sul vuoto di Lao Tze e la valle delle donne, il femminile che s&#8217;apre ad accogliere, il concavo come possibilità di un inizio, e poi la Madonna del Bernini e Bernini come capolavoro.<br />
Le porte si chiudono.<br />
Serrano, stringono. Tra le porte una gamba, i sandali indiscreti, un grido in sordina. Un sandalo, un gomito e un figlio. <em>Mama! Mama! </em><br />
E allora l&#8217;autobus si ferma, spalanca le porte alla caduta e la donna si accascia, il bambino strilla e smette, si siede a distanza di un gradino d&#8217;acqua per lasciare agli altri l&#8217;intervento che non viene mai.<br />
Il conducente si affaccia, non accenna ad avvicinarsi e  borbotta &#8220;<em>da dove sea saltà fora sta femana</em>?&#8221;, ricaccia la testa all&#8217;interno per evitare la seconda donna e gira il mento  all&#8217;uomo antico.<br />
In tre ci avviciniamo. Lei ora è seduta. La pioggia snoda i capelli e sposa le ciglia, trema il linguaggio, il bambino è silenzioso e  la gamba non si muove. Il conducente preoccupato riparte, i tempi stringono, <em>biglietti, prego</em>.</p>
<p>Quando le eccezioni chiamano i soccorsi,  i due ragazzi piccioni aprono il becco:<br />
&#8220;<em>Che storie, hai visto la negra? L&#8217;avrà fatto apposta</em>.&#8221;</p>
<p><em>Apposta</em>.<br />
Gettarsi volontariamente tra due porte, farsi serrare le gambe, la bocca, i figli e le mani, lasciarsi strizzare dalla fretta rischiando la rottura, calvalcarla la rottura, abbandonare le gambe alla fine, lasciarle bloccate alla pioggia, cadere all&#8217;indietro per sempre.<br />
E mentre il verso dei piccoli imbecilli mi risuona alle tempie, lo immagino come una predizione all&#8217;eccesso, la scena finale, milioni di migranti che si gettano sulle strade, sotto i treni, dall&#8217;alto degli inceneritori, sotto i rulli trita oggetti, oggetti per oggetti, ad ogni ora, ad ogni istante, all&#8217;unisono, per una disperazione obbligata, un suicidio di massa non già per una fine del mondo annunciata ma per una fine già data.<br />
E Padova ora è una terra a nord est con la cravatta verde e un conducente che parla la vera lingua, ogni cosa è a suo posto, Nietzsche è letto cancellando, le mele marce hanno i gambi rotti, i venditori di tirature limitate incastrano vecchiette, romaladrona ha squarciato il cielo, l&#8217;uomo nero muore apposta.<br />
Se la pioggia fa uscire i vermi, la terra li inghiotte. Tutto è perfetto. Ogni cosa a suo posto.<br />
Quando il peggio è confessabile e non c&#8217;è stupore al perverso, quando l&#8217;immaginario è bucato e i buchi sono la logica, il terreno è pronto, dal letame nasce letame, il così-sia dell&#8217;autoconcimazione.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>Censura Bibliotecaria (Lettera ad un Sindaco)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/10/22/censura-bibliotecaria-lettera-ad-un-sindaco/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2009 06:20:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione Italiana Biblioteche]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteche]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[La Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Nord-Est]]></category>
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					<description><![CDATA[[A Musile di Piave, un paesino del veneto, il sindaco ha vietato la presenza de &#8220;La repubblica&#8221; in biblioteca in quanto giornale politicizzato (www.gazzettino.it/articolo.php?id=76217&#038;sez=NORDEST). Ringrazio Gherardo Bortolotti che mi ha segnalato questo ulteriore caso di &#8220;civiltà&#8221; settentrionale. A I] Il Presidente dell&#8217;Associazione Italiana Biblioteche Prof. Mauro Guerrini Spett.le Sig. Sindaco, sono venuto a conoscenza dalla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[A Musile di Piave, un paesino del veneto, il sindaco ha vietato la presenza de &#8220;La repubblica&#8221; in biblioteca in quanto giornale politicizzato (<a href="http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=76217&#038;sez=NORDEST)">www.gazzettino.it/articolo.php?id=76217&#038;sez=NORDEST</a>). Ringrazio Gherardo Bortolotti che mi ha segnalato questo ulteriore caso di &#8220;civiltà&#8221; settentrionale. A I]</em></p>
<p>Il Presidente dell&#8217;Associazione Italiana Biblioteche<br />
Prof. <strong>Mauro Guerrini</strong></p>
<p>Spett.le Sig. Sindaco,<br />
sono venuto a conoscenza dalla stampa (&#8216;Il Gazzettino&#8217;, sabato 10<br />
ottobre 2009, Cronaca di Venezia, p. 1) delle disposizioni impartite<br />
alla biblioteca del Comune da Lei amministrato, tendenti a eliminare<br />
dalle raccolte bibliotecarie la presenza di pubblicazioni periodiche<br />
ritenute &#8216;politicizzate&#8217;.<br />
<span id="more-24872"></span><br />
Questo tipo di provvedimenti è in netto contrasto con le finalità della<br />
biblioteca pubblica, che è strumento essenziale per la democrazia solo<br />
se viene garantita la pluralità delle opinioni e l&#8217;accesso senza filtri<br />
o pregiudiziali ideologiche &#8216;a ogni genere di conoscenza e<br />
informazione&#8217;, come recita il <a href="http://www.aib.it/aib/commiss/cnbp/unesco.htm">Manifesto Unesco per la biblioteca<br />
pubblica</a>.</p>
<p>Le raccolte di ogni biblioteca che voglia realmente essere al servizio<br />
della comunità locale dovrebbero riflettere tutti gli orientamenti<br />
attuali e l&#8217;evoluzione della società , così come la memoria<br />
dell&#8217;immaginazione e degli sforzi dell&#8217;uomo, senza essere soggette ad<br />
alcun tipo di censura ideologica, politica o religiosa, né a pressioni<br />
commerciali. In realtà si assiste sempre più spesso a forme di malinteso spoil system, in base al quale chi prevale si sente in diritto di imporre la propria visione del mondo cancellando le opinioni della parte<br />
avversa.</p>
<p>Le Sue disposizioni sembra mettano in luce la sfiducia che la Sua<br />
amministrazione nutre nei confronti dei concittadini, che evidentemente<br />
non sono ritenuti in grado di formarsi un giudizio critico e che quindi<br />
devono essere messi sotto tutela, al riparo dall&#8217;informazione di parte o<br />
politicizzata, un concetto peraltro assai discutibile in sé. Credo che<br />
qualsiasi amministratore pubblico non possa che convenire sulla<br />
necessità opposta, ovvero ampliare la dotazione di quotidiani di tutte<br />
le tendenze e provenienze, per garantire il pluralismo e consentire a<br />
chiunque di formarsi liberamente un&#8217;idea sui fatti del mondo.</p>
<p>La tutela del bene comune rappresentato dall&#8217;accesso alle opinioni &#8211; a<br />
tutte le opinioni &#8211; è il presupposto che mette tutti noi in condizione<br />
di formarci in proprio convinzioni e idee. Questo diritto, sancito<br />
dall&#8217;art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo,<br />
dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni di ogni amministratore<br />
locale che desideri il bene della comunità che l&#8217;ha eletto.</p>
<p>Le biblioteche sono l&#8217;emblema stesso della libertà e della democrazia,<br />
sono un patrimonio di tutti. La censura è la negazione delle ragioni per<br />
cui le biblioteche vengono finanziate dalla collettività : i problemi si<br />
risolvono affrontandoli con il dialogo e il confronto fra i diversi<br />
punti di vista sul mondo e sulla vita, ma non apponendo divieti e<br />
minacciando sanzioni.</p>
<p>Per queste ragioni l&#8217;Associazione Italiana Biblioteche (AIB) si oppone<br />
e denuncia ogni tentativo di censurare, limitare e sviare la loro<br />
funzione culturale e sociale.</p>
<p>A nome dell&#8217;AIB, la invito a riconsiderare le sue decisioni e a<br />
guardare con fiducia al ruolo delle biblioteche pubbliche, che sono e<br />
devono restare luoghi per il libero confronto delle idee e per la<br />
formazione delle opinioni, non terreni di scontro ideologico.</p>
<p>Il pluralismo, come ha ricordato proprio oggi il Presidente della<br />
Repubblica, Giorgio Napolitano, celebrando la giornata<br />
dell&#8217;informazione, &#8220;è un valore insostituibile&#8221;.</p>
<p>Il Presidente dell&#8217;Associazione Italiana Biblioteche<br />
Prof. Mauro Guerrini</p>
<p>Roma, 16/10/2009</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Fabrica di Fabio Franzin</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/08/09/fabrica-di-fabio-franzin/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2009 11:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Franzin]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrica]]></category>
		<category><![CDATA[franz krauspenhaar]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro in fabbrica]]></category>
		<category><![CDATA[Nord-Est]]></category>
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					<description><![CDATA[[a cura di Franz Krauspenhaar] Fabrica (Atelier, pagg.96, euro 10,00) di Fabio Franzin, nato a Milano nel &#8217;63 da genitori veneti, è una specie di bomba; un ordigno che preme dal cuore e dallo stomaco del poeta e che deflagra sulla pagina, narrandoci una storia, la propria, che è quella del duro quotidiano degli operai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[a cura di Franz Krauspenhaar]</p>
<figure id="attachment_20085" aria-describedby="caption-attachment-20085" style="width: 460px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-20085" title="krauspenhaar_fabbrica" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/krauspenhaar_fabbrica.jpg" alt="&quot;Fabbrica&quot; di Arch. Giovanni Greppi" width="460" height="343" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/krauspenhaar_fabbrica.jpg 460w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/krauspenhaar_fabbrica-300x223.jpg 300w" sizes="(max-width: 460px) 100vw, 460px" /><figcaption id="caption-attachment-20085" class="wp-caption-text">&quot;Fabbrica&quot; di Arch. Giovanni Greppi</figcaption></figure>
<p><em>Fabrica</em> (Atelier, pagg.96, euro 10,00) di <strong>Fabio Franzin</strong>, nato a Milano nel &#8217;63 da genitori veneti, è una specie di bomba; un ordigno che preme dal cuore e dallo stomaco del poeta e che deflagra sulla pagina, narrandoci una storia, la propria, che è quella del duro quotidiano degli operai di oggi. La storia di un lager come mille altri, Una giornata di Ivan Denisovic in versi, dove il protagonista di una giornata nel gulag è qui il poeta stesso, operaio nel Nordest operoso e disperato, disperso nell’assenza di valori, chino sulla fresa e sul piatto di minestra nelle stanche sere della tregua. Si tratta di  un vero poema della fabbrica, del canto agonizzante di un girone infernale del lavoro, scritto nel dialetto veneto praticato dall’autore e con un testo a fronte in italiano, così che possiamo leggere i versi nelle due maniere e accostare non solo due lingue ma anche due modi d’intendere; Fabrica è qualcosa di doloroso e importante che ci riporta ai tempi nei quali i nostri migliori scrittori e poeti si occupavano di questi problemi, quando scrivere era spesso trasferire esperienze personali difficili, rianimare un passato o un presente di bisogno, riscattare e innalzare, col potere della letteratura, il basso dai propri sotterranei e spesso imprendibili cunicoli. Ora ci si rifugia nell&#8217;alienazione della vita privata, spesso scopiazzando il nostro cinema minimale  e anemico, come se il mondo della fabbrica, le aziende coi loro organigramma del potere rozzo e prefabbricato, il lavoro nudo e crudo che impasta e sporca e spesso annienta un giorno dopo l’altro non fossero materia di poetica denuncia e attenzione incisiva, non fossero più artisticamente trattabili. Fabio Franzin colma un grosso vuoto in Italia in campo letterario. Fabrica l&#8217;ho letto d&#8217;un  fiato, senza interrompermi, col fiato sospeso dall’emozione che dà solo la verità sporca, nuda, inaccettabile. (f.k.)<span id="more-20084"></span></p>
<p style="text-align: center;">FABRICA</p>
<p>(Fabbrica, nel dialetto Veneto dell’Opitergino-Mottense (Treviso)</p>
<p style="text-align: right;">(…o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello<br />
che avviene in un grande stabilimento industriale)<br />
da “I sommersi e i salvati” di Primo Levi, Einaudi, 1986
</p>
<p style="text-align: right;">(a Metello, a Cipputi)</p>
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<p class="MsoNormal">Varda chii operai, varda</p>
<p class="MsoNormal">come che i se perde via</p>
<p class="MsoNormal">fra i só pensieri intant che</p>
<p class="MsoNormal">i se fuma ‘na cica sentàdhi</p>
<p class="MsoNormal">contro ‘l muro dea fabrica</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">vàrdii, stràchi e spàzhi,</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">co’i gins che ‘na volta</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">i ièra quei boni, e ‘dess</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;"><span lang="FR">i ‘é sol un pèr de bràghe</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">màssa curte e taconàdhe</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoFooter">co’ chee camise smarìdhe,</p>
<p class="MsoNormal">‘e scarpe zhòzhe de còea</p>
<p class="MsoNormal">o de ojàzh, zhéjie e cavéi</p>
<p class="MsoNormal"><span lang="FR">zai de segadùra. </span>I par squasi</p>
<p class="MsoNormal">dei pajiàzhi scanpàdhi via</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">da un circo, cussì, ridìcoi</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">e maincònici come i comici</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">del cinema mut, e muti i ‘é</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">anca lori parché ‘a fadìga</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">ghe ‘à portà via ‘a paròea</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">vàrdii ‘dèss che i schinzha</p>
<p class="MsoNormal">‘a cica soto i pie e a testa</p>
<p class="MsoNormal">bassa i torna dae machine</p>
<p class="MsoNormal">che spèta ‘ncora i só sèsti</p>
<p class="MsoNormal">servi; i sogni soeàdhi lontani.</p>
<p>Guarda quegli operai, nota / come sono assorti / fra i loro pensieri mentre si / concedono una sigaretta seduti / contro il muro della fabbrica // guardali, stanchi e sporchi, / con i jeans che un tempo / erano alla moda, ed ora / sono solo un paio di brache / troppo corte e rattoppate // con quelle camicie sbiadite, /  le scarpe lerce di colla / o di oliaccio, ciglia e capelli / gialli di segatura. Sembrano quasi / dei clown fuggiti // da un circo, così, ridicoli / e malinconici come i comici / del cinema muto, e muti sono / anche loro perché la fatica / gli ha estirpato la parola // guardali ora mentre schiacciano / la cicca sotto i piedi e a capo / chino ritornano dalle macchine / che attendono ancora i loro atti / servili; i sogni volati altrove.</p>
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<p class="MsoNormal">Se sta là, tuti ‘tacàdhi,</p>
<p class="MsoNormal">sì, ma parché toca, pì</p>
<p class="MsoNormal">che altro, picàdhi tuti</p>
<p class="MsoNormal">aa cadhéna del bisogno,</p>
<p class="MsoNormal">fin che ‘a ne tièn duro.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">Un fià come chii carèi</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">‘tacàdhi in fra de lori</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">fòra dai supermercati:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">po’ ‘riva un parόn nòvo,</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">el fraca un schèo drento</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">el tό scasseìn, el te porta</p>
<p class="MsoNormal">via co’ lu; contento de tì</p>
<p class="MsoNormal">el te inpenìsse, te colma</p>
<p class="MsoNormal">de ròbe e regài. Po’- te ‘o</p>
<p class="MsoNormal">capisse sol aa fine del sό</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">percorso &#8211; le svòdha tute</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">tel baùl suo, chee ròbe,</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">fra i tό feréti in crose</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">resta sol che un sachét</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">de bajìji, desmentegà</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">là, forse par sbàjio. Co’</p>
<p class="MsoNormal">el te torna ‘tacàr al tό</p>
<p class="MsoNormal">luchét, i ‘à stuà ‘e luci;</p>
<p class="MsoNormal">te sta là, picà ben strent</p>
<p class="MsoNormal">a fradhèi che no’ te conόsse.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em>Si sta lì, tutti uniti, / sì, ma perché tocca, più / che altro, appesi tutti / alla catena del bisogno, / finché tiene. // Un po’ come quei carrelli / uniti fra loro / fuori dai supermarket: / poi giunge un padrone nuovo, / spinge un euro dentro // il tuo taschino, e ti porta /<span> </span>via con lui; contento di te / ti riempie, ti colma / di cose e regali. Poi – lo / comprendi solo alla fine del suo // percorso &#8211; le svuota tutte / nel baule della sua auto, quelle cose, / fra i tuoi ferretti in croce / rimane solo un sacchetto / di noccioline, dimenticato // lì, forse per sbaglio. Quando / ti riaggancia al tuo / lucchetto, hanno spento le luci; / rimani lì, legato ben stretto / a fratelli che non conosci.</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal">Un zhigo. E po’l nostro</p>
<p class="MsoNormal">‘córer verso ‘l compagno</p>
<p class="MsoNormal">che i ‘é za drio portàr via;</p>
<p class="MsoFooter"><span lang="DE">‘na só man infagotàdha</span></p>
<p class="MsoNormal">tel traversón nero del capo.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">E chea macia de sangue</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">scuro là, tea segadhura,</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">come un continente nòvo</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">te ‘na carta gìografica</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">del lavoro; cussì de sèst</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">tea segadhura. ‘E jozhe</p>
<p class="MsoNormal">perse drio i reparti par</p>
<p class="MsoNormal">che ‘e segne un sentiero</p>
<p class="MsoNormal">de doeór. Po’ chel bissi-</p>
<p class="MsoNormal">bissi bass fra un siénzhio</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">che pesa. Se va in zherca</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">dei dó tòchi de déo come</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">che, altre volte, se zherca</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">‘l càibro, ‘l bòro o ‘a ciave</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">da disdòto… Calcùn varda</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">
<p class="MsoNormal">chea lama colpévoe… Po’</p>
<p class="MsoNormal">el capo ne ricorda che no’</p>
<p class="MsoNormal">sen qua pa’ perderse via;</p>
<p class="MsoNormal">se torna sòchi drio i tòchi</p>
<p class="MsoNormal">da far, co’i déi che trema.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em>Un urlo. E poi il nostro / accorrere verso il collega / che già stanno portando via; / una sua mano avvolta / nel grembiule nero del capo. // E quella chiazza di sangue / scura, lì, sulla segatura, / come un continente nuovo / nella carta geografica / del lavoro; così opportunamente // sulla segatura. Le gocce / sparse lungo i reparti sembra / che traccino un sentiero / di dolore. Poi quel brusio / di voci sommesse fra un silenzio // che pesa. Si cercano / due falangi come, / altre volte, si è cercato / il calibro, il pastello di cera o la chiave / da diciotto… Qualcuno guarda // quella lama colpevole… Poi<span> </span>/ il capo ci ricorda che non / siamo qui per perdere tempo; / e mesti ritorniamo ai nostri pezzi / da fare, con le dita tremanti. </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal">Chissà se ghe sarà mai</p>
<p class="MsoNormal">perdono pa‘e bestéme</p>
<p class="MsoNormal">che ghe sbrissa fòra</p>
<p class="MsoNormal">daa boca ai operai, se</p>
<p class="MsoNormal">Dio no’l sarà anca lu</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">là, in pie, a ‘spetàrli</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">co’e man strente drio</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">‘a schena, el vistito scuro,</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">i ociài de oro che slusa;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">come ‘n’antro parόn</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">pronto a darghe ‘a carne,</p>
<p class="MsoNormal">a ‘contarghe pa’a mièsima</p>
<p class="MsoNormal">volta ‘a fàvoea de chi che</p>
<p class="MsoNormal">l’à creà un mondo da sol,</p>
<p class="MsoNormal">senza riposàr mai, nianca</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">el sètimo zorno. Chissà</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">se inmanco lu ‘l capirà</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">che porchidhàr vièn cussì</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">naturàe drento ‘na fabrica,</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 63pt;">che anca al pì sant casca</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">tee man un dio, ‘na madhόna</p>
<p class="MsoNormal">òni tant, casca chel nome</p>
<p class="MsoNormal">sacro in mèdho aa pressa</p>
<p class="MsoNormal">e al sudhόr, al doeόr de no’</p>
<p class="MsoNormal">‘ver pase, aa crose dee ore.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em>Chissà se ci sarà mai / perdono per le bestemmie / che sgusciano fuori / dalle labbra agli operai, se / Dio non sarà anche lui // lì, in piedi, ad attenderli / con le braccia strette dietro / la schiena, il vestito scuro, / gli occhiali dorati che luccicano; / come un altro padrone // pronto a mostrargli il danno, / a raccontargli per l’ennesima / volta la favola di chi / ha creato un mondo tutto da sé, / senza riposare mai, neanche // la domenica. Chissà / se almeno lui comprenderà / che bestemmiare viene così / naturale dentro una fabbrica, / che anche al più santo cade // nelle mani un dio, una madonna / ogni tanto, cade quel nome / sacro fra la pressa (la premura) / e il sudore, il dolore di non / trovar requie, alla croce del tempo.</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal">Marta l’à quarantatrè àni.</p>
<p class="MsoNormal">Da vintizhinque ‘a grata</p>
<p class="MsoNormal">cornìse co’a carta de véro,</p>
<p class="MsoNormal">el tanpón, ‘a ghe russa via</p>
<p class="MsoNormal">‘a vernìse dura dae curve</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">del ‘egno; e ghe ‘à restà</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">come un segno tee man:</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">carézhe che sgrafa, e onge</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">curte, da òn. I só bèi cavéi</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">biondi e bocoeósi i ‘é ‘dèss</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">
<p class="MsoNormal">un grop de spaghi stopósi</p>
<p class="MsoNormal">che nissùna peruchièra pòl</p>
<p class="MsoNormal">pì tornàr rizhàr. Co’a cata</p>
<p class="MsoNormal">‘e só care amighe maestre</p>
<p class="MsoNormal">o segretarie, ghe par che</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">‘e sie tant pì zóvene de ea,</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">‘a ghe invidia chee onge</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">cussì rosse e longhe, i cavéi</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">lissi e luminosi, chii déi</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">ben curàdhi, co’ i sii pàra</p>
<p class="MsoFooter">
<p class="MsoNormal">drio ‘e rece, i recìni. Le</p>
<p class="MsoNormal">varda e spess ‘a pensa</p>
<p class="MsoNormal">al só destìn: tuta ‘na vita</p>
<p class="MsoNormal">persa a gratàr, a gratarse</p>
<p class="MsoNormal">via dal corpo ‘a beézha.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoBodyText">Marta ha quarantatre anni. / Da venticinque / leviga cornici col tampone, / la carta abrasiva, con questi umili strumenti frega / la vernice dura nelle modanature // del legno; e le è rimasto / come un segno nelle mani: / carezze che graffiano, e unghie / tozze, da uomo. I suoi bei capelli / biondi e ondulati sono ormai // un groviglio di spaghi stopposi / che nessuna parrucchiera potrà / più rimodellare. Quando incontra / le sue coetanee, maestre / o segretarie, le trova // tanto più giovani, / le invidia quelle unghie / così rosse e lunghe, i capelli / lisci e luminosi, quelle dita / ben curate, quando se li scostano // dietro le orecchie, gli orecchini. Le / osserva e spesso pensa / al suo destino: tutta una vita / persa a grattare, a fregarsi via dal corpo la bellezza.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoNormal">A Roberto no’ l’é che</p>
<p class="MsoNormal">‘e ghe piase pì de tant</p>
<p class="MsoNormal">‘e batùdhe e ‘e barzeéte</p>
<p class="MsoNormal">che ‘l diretór el conta</p>
<p class="MsoNormal">co’l passa fra i reparti</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">come pa’ dirghe <em>“vedéo </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;"><em>che simpatico che son, </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;"><em>che òn bon” </em>no’ le trova</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">cussì comiche, zherte po’</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">le conósse za, però, visto</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">che ridér no’ costa niént,</p>
<p class="MsoNormal">visto che tuti i só coèghi</p>
<p class="MsoNormal">i se sganàssa, lo fa ‘nca</p>
<p class="MsoNormal">lu, parché ‘l sa che sì, che</p>
<p class="MsoNormal">insóma convièn sempre</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">èsser un fià lechìn, che l’é</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">sempre mèjio tègnersee</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">bone zherte persone, i capi</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">spèzhie, quei che comanda;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">là in fabrica, po’, l’à vist</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoFooter">che a ridér e a dir senpre</p>
<p class="MsoNormal">de sì se fa pì strada, l’é pì</p>
<p class="MsoNormal">fàzhie far carièra, e ‘lora,</p>
<p class="MsoNormal">capìa ‘a règoea ‘l se ‘dàta,</p>
<p class="MsoNormal">in coro. Manco duro ‘l lavoro.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em>Roberto non le trova / così irresistibili / le barzellette e le battute / che il direttore racconta / quando sosta fra i reparti // come se volesse suggerire a quelle maestranze </em>“vedete / che simpatico sono, / che buon uomo” <em>non le trova / così comiche, certe poi / sono anche vecchie, però, dato // che ridere non costa nulla, / dato che tutti i suoi colleghi / si scompisciano, lo fa anche / lui, perché sa che sì, che / insomma conviene sempre // essere un po’ yes-man, che è / sempre meglio tenersele / buone certe persone, i superiori / specialmente, quelli che comandano; / lì in fabbrica, poi, ha constatato // che a ridere e ad annuire / sempre si fa più strada, è più / semplice far carriera, e allora, / capìta quella regola vi si adatta, / in coro. Meno duro il lavoro.<span> </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal">El Repetón po’, e cussì</p>
<p class="MsoNormal"><span lang="FR">tant che ‘l par pròpio </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="FR">lu, tee fabriche, ‘l parón;</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="FR">tut un tun-tun de pache,</span></p>
<p class="MsoNormal">de sfiati, un gron-gron</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">continuo de rui e cadhéne…</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">e dee volte el par davéro</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">insoportàbie, come se</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">calcùn, chel dì, ‘l ‘vesse</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">alzà de colpo el voeùme</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">fin a farte s.ciopàr ‘a testa;</p>
<p class="MsoNormal">‘bituàrse no’ l’é fazhie, no’</p>
<p class="MsoNormal">l’é fazhie farlo deventàr</p>
<p class="MsoNormal">sol un sotfondo. In fondo</p>
<p class="MsoNormal">a chel rumór sta ‘a tortura</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">pì granda de òni operaio:</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">‘e paròe bisogna che ‘e se</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">stòrde in zhigo pa’ esister,</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">là in mèdho, sorde ‘e vose</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">che ciama indrìo un sogno.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Fabriche come discoteche</p>
<p class="MsoNormal">senza bàeo. El siénzhio</p>
<p class="MsoNormal">se sconde sot ‘e tasse ‘ndo’</p>
<p class="MsoNormal">che l’òn che no’ saeùdha</p>
<p class="MsoNormal">buta via ‘l veén pa’ i sordi.</p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">Il Frastuono poi, e così / assordante che sembra proprio / esso, nelle fabbriche, il padrone; / tutto un pulsare di colpi, / di sfiati, uno stridio // continuo di rulli e catene… e alle volte pare davvero / insopportabile, come se / qualcuno, quel giorno, avesse / alzato di colpo il volume // sino a farti scoppiare la testa; / assuefarcisi non è facile, non / è facile ridimensionarlo / sino a sottofondo. In fondo / a quel rumore sta la più sadica / tortura per ogni operaio: le parole debbono / piegarsi in urlo per esistere, / lì in mezzo, sorde le voci / che chiamano a sé un sogno. // Fabbriche come discoteche / senza balli. Il silenzio / si nasconde sotto i bancali ove / l’uomo che non saluta mai / butta i bocconi avvelenati per i topi.<span> </span></p>
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoBodyText">
<p class="MsoNormal">Lore, ‘e Machine: ‘e sie</p>
<p class="MsoNormal">presse, torni, o scaricatóri,</p>
<p class="MsoNormal">‘e sta là, ciuse tel siòeo</p>
<p class="MsoNormal">dea fabrica, co’e só vidhe,</p>
<p class="MsoNormal">‘e só cabine, i só perni</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">co‘l peso de tut ‘l só fèro,</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">i só manomètri, i botóni.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">Vardarle ‘a matina, cussì</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">ferme e siénzhiose, cussì</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">bone, fa squasi sujezhión:</p>
<p class="MsoFooter">
<p class="MsoNormal">come de ‘verle sorprese,</p>
<p class="MsoNormal">de scondión, intant che</p>
<p class="MsoNormal">‘e se riposéa, intant che</p>
<p class="MsoNormal">no’e se ‘o ‘spetéa. Po’</p>
<p class="MsoNormal">i motori i parte, e tuta</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">chea feràjia trema, i rui</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">gira, ‘e cadhéne cridha,</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">se inpìzha i botóni verdi,</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">e quei rossi che lanpidhéa;</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">pin piàn Gòldreik se svéjia</p>
<p class="MsoNormal" style="text-indent: 63pt;">
<p class="MsoNormal">el taca a mòver i só brazhi &#8211;</p>
<p class="MsoNormal">tentàcoi, a scati, el te brinca</p>
<p class="MsoNormal">e co’e só lame de aciàio el</p>
<p class="MsoNormal">tàjia a fetine ‘a tó ànema,</p>
<p class="MsoNormal">el ghe fa ciao aa tó libertà.<em></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p class="MsoBodyText">Esse, le macchine: siano / presse, torni o scaricatori, / stanno lì, infisse nel suolo / della fabbrica, con le loro viti, / le loro cabine, i loro perni // col peso di tutto il loro ferro, / i loro manometri, i pulsanti. // Guardarle al mattino, così / immobili e silenziose, così / innocue, fa un po’ soggezione: // come di averle sorprese, / di nascosto, mentre si concedevano / un riposo, mentre / non se lo aspettavano. Poi // i motori si avviano, e tutta // quella ferraglia si scuote, i rulli / girano, le catene ringhiano, / si accendono i pulsanti verdi, / e quelli rossi, lampeggianti; / un arto dopo l’altro Goldrake si ridesta // inizia a muovere le sue braccia &#8211; / tentacoli, a scatti, ti afferra / e con le sue alabarde d’acciaio / taglia a fettine la tua anima, / dà l’addio alla tua libertà.</p>
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