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	<title>nunzio festa &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;inarrestabile estrazione nelle Apuane</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/05/12/ai-piedi-del-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 May 2024 05:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Nunzio Festa</strong>  <br /> In tanti sostengono di conoscere i problemi delle cave. Forse sì ma non le cave, che andando avanti così senza valutare lo stato di salute della montagna-madre, si chiuderanno da sole.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Nunzio Festa</strong></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-108239" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791280246486_0_536_0_75.jpg" alt="" width="300" height="449" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791280246486_0_536_0_75.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791280246486_0_536_0_75-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791280246486_0_536_0_75-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791280246486_0_536_0_75-300x449.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/05/9791280246486_0_536_0_75-280x420.jpg 280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></em></p>
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<p><em>Il testo che segue è tratto dal saggio narrativo (illustrato) “Ai piedi del mondo, Lunigiana e Basilicata sulle corde degli Appennini”, di Nunzio Festa, pubblicato recentemente da <a href="https://tarka.it/tarka-shop/libri/appenninica/ai-piedi-del-mondo/">Tarka Editore</a> (Mulazzo), nella collana “Appenninica” (NdR)</em></p>
<p>Ogni transito per me è uguale ad ascendere ai Ponti di Vara, stando in bilico fra la vecchia ferrovia di Carrara e le sfilate dei camion che trasportano il marmo su gomma, la materia tolta alla montagna, come se ancora ci fosse il processo della lizzatura dei decenni dei buoi dati al futuro dall’arte pittorica di Lorenzo Viani; i buoi e gli uomini facevano scendere le grandi lastre marmifere in città, con la fune e il sacrificio, gli sforzi tutti umani e il pericolo che ha portati incidenti e litri di vino versati sul filo del fiume Carrione. Quella lettura del presente, poi, che è diventata patrimonio di artiste e artisti che a Carrara hanno ancora il coraggio di vivere la realtà, portando con costanza, attenzione e dedizione una critica assistita da impegno civico e risultato artistico in prove di opere di questi tempi: che mai si permetterà di rinunciare alla contestazione del sistema avanzato dell’economia moderna; una regola, e una procedura, qui tradotta nella forma di un processo di scavo continuo nelle Apuane, con questa inarrestabile, almeno al momento, opera di estrazione spropositata del marmo sangue dei monti passato nel circuito oggi anche allargato dai magnati arabi della finanza. In punti precisi, si dovrebbe andare a rivedere, dove sul territorio rimangono spesso i segni concreti e tangibili della lavorazione industriale, ovvero l’inquinamento delle acque e questi fianchi rotti delle scorticate Apuane. Ricorderemo per sempre i giovani scultori carraresi del laboratorio Officina d’Arte Ponte di Ferro, le ragazze e i ragazzi che operano, creando arte, di fianco al torrente Carrione che scorre filando lungo i vecchi palazzi del centro. “A Carrara nessuno prende in considerazione, né si è mai sognato di valutare i reali problemi di sicurezza delle nostre montagne. Della loro stabilità, delle ‘tecchie’ troppo alte con sopra alle sommità di pareti verticali pesi soverchianti, smisurati, pericolosi. Delle escavazioni in galleria nel ventre della montagna: troppe!&#8230; Nelle quali e altrove si cava e si porta via marmo buono. Ma si lascia lì quello fratturato, stracolmo di ‘peli’ o difetti. La montagna da millenni è sorretta dal marmo sano, non certo da quello ammalato. In tanti sostengono di conoscere i problemi delle cave. Forse sì ma non le cave, che andando avanti così senza valutare lo stato di salute della montagna-madre, si chiuderanno da sole. Cesseranno di esistere”, ha recentemente affermato Renzo Gemignani, che per mezzo secolo è stato guida alpina, e attualmente ricopre il ruolo di responsabile del Servizio di Soccorso Toscano, ed è un alpinista internazionale. “Non è che io odi le cave e i cavatori, tutt’altro, vengo da generazione di cavatori – spiega poi Renzo Gemignani, in un’intervista rilasciata alla Gazzetta di Massa e Carrara – ammiro estasiato una cava di marmo ‘coltivata’ a regola d’arte, ma m’intristisco e m’incazzo a vedere tanti troppi oltraggi che certi uomini compiono da secoli in danno alle bellezze della natura; come a quella del nostro meraviglioso mondo di marmo. Perché non mantenere ordine e pulizia della montagna da base a vetta, di strade e viadotti, di luoghi circostanti un tempo ameni ora lerci e stracolmi di terre e terricci, di polveri insalubri, di arbusti, sterpi, fogliame e arboscelli vari. E le vecchie cave abbandonate, antiche e moderne ferite nei fianchi dei nostri monti. Alcune risalenti al basso medioevo, altre al periodo rinascimentale, certune addirittura a quello Romano antico.” Che poi ricorrerà a ricordare “i piani inclinati per le lizzature [come non rivedere qui i quadri del nostro Viani, – per esempio quelli ospitati alla GaMC, la Galleria Comunale di Arte Moderna e Contemporanea di Viareggio, N.d.A.] costruiti con sassi di marmo a mano dai cavatori, smantellati e tramutati in CaCo3 (carbonato di calcio) da multinazionali e consimili, che hanno mal-agito nei confronti dei sacri simboli della civiltà e fatica di lavoro degli uomini, come le antiche lizze, abbandonate su alcune creste montane, i vecchi motocarri senza fanali, perché dovevano operare alle cave solo di giorno. E tanti altri beni che la gente non ha mai saputo valutare, forse perché essa stessa è stata svalutata. Le fantastiche incisioni rupestri del Canova, Repetti, Giambologna e Michelangelo. E anche quelle di villani e pastori Apuani, nelle casupole di sassi annerite dalle intemperie.</p>
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		<title>Il postino di Mozzi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2019/05/08/il-postino-di-mozzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>brani di <strong>Guglielmo Fernando Castanar </strong>(in corsivo) e <strong>Arianna Destito<br />
</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-79188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png" alt="" width="200" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em></p>
<p><em>Cominciai questo lavoro di raccolta dopo il terzo o il quarto mese da impiegato delle Poste. Il materiale arrivava alle Centrali di Padova, prelevavo direttamente dagli scaffali di mia competenza, e i primi tempi facevo un setaccio veloce e mi mettevo sotto la giacca uno o due plichi destinati a lei e li andavo a nascondere nell’armadietto personale dove tengo l’impermeabile della divisa e lo zaino con la colazione. Poi temetti di dare nell’occhio o che, anche se dicevano di no, che ci fossero videocamere, il fatto è che si sentiva sempre di indagini tra i dipendenti, di crimini postali, e avevo paura. Così decisi di lavorare diversamente, individuavo e sistemavo i plichi da sottrarle nelle borse della bici, ma li mettevo in disparte in modo, in seguito, da trovarli subito, poi uscivo per la giornata di consegna. Non andavo subito nella mia zona di competenza, ma prendevo via Cavallotti, oppure una delle vie dell’area in espansione, verso Padova est, e là cercavo un cantiere, mi fermavo un istante, controllavo che non ci fossero testimoni, ometti col cagnolino o tossici (a un postino non si fa caso), e infilavo i due o tre plichi tra i pancali, sperando non piovesse. Poi mi dedicavo alla regolare consegna e magari, non di rado, giunto a casa sua, le mettevo nella buca una lettera dell’Accademia, una rivista, o le consegnavo la raccomandata di un istituto che le mandava il programma del nuovo corso di scrittura narrativa. Portandole una raccomandata provavo a sfruttare l’occasione, lei mi salutava, ma non parlavamo mai, solo un giorno che dopo averle strappato un giudizio sul tempo le chiesi come vanno i libri e lei (non mi permise mai di darle del tu) mi rispose: «mah, le dirò che mi dà più soddisfazione, almeno in questo momento, fare i libri degli altri che i miei».                                                                 </em><br />
<em>Non so se in quel periodo curasse già la collana di narrativa per Sironi, ma leggevo che molti editori si fidavano del suo giudizio, e gli autori, gli aspiranti, e pure gente affermata (anche se solitamente questi usavano altri canali) le mandavano cose da leggere, inedite o già pubblicate. </em><br />
<em>Poi, alla fine del giro ripassavo nell’area di espansione a prelevare il corpo. Bisogna dire che l’intenzione era sempre quella di sottrargliene addirittura tre o quattro per non essere costretto ogni giorno alla trafila del passaggio in cantiere. Purtroppo, a volte, accadevano degli imprevisti e, terminato il lavoro, tiravo dritto verso casa perché nel frattempo si era messo a piovere e allora il corpo si sarebbe rammollito, pagine incollate una all’altra, illeggibili ormai, oppure che ne so, passavo al cantiere, che a mio dire doveva essere deserto, e invece ci trovavo una coppietta e per non disturbare me ne andavo a casa senza corpi. Il vero guaio era quando riandando sul luogo a prelevare, sui corpi ci trovavo montagne di sabbia e cemento, betoniere e una squadra di manovali al lavoro.<br />
</em><em>Quanto a lei, lo sa, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Ma a volte basta l’eccesso di zelo? Si parlava di una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me lei non si sia mai lamentato, quando sentiva i lamenti degli autori, strasicuri di aver mandato e rimandato. Ma permetta che glielo chieda: perché, Mozzi, lei che è scrittore e dotato di fantasia, del postino non sospettò mai?</em><br />
<em>Se di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere accompagnatorie – soprattutto le seconde, quelle che seguivano l’invio, lettere di protesta, in primis, dapprima calme, poi, non di rado, piene di insulti, e alcune le strappavo dopo averle lette, e ad altre rispondevo con una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. «Gentile signore o signora, il suo romanzo è parecchio brutto. g», o la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi –, in somma, se le sottraevo tre o quattro corpi in una settimana, ma mai di più, con altrettante lettere, poi stavo un mese senza sottrarle altro. Certi periodi invernali non operavo proprio, specie da quando i corpi in casa cominciavano ad ingombrare la stanza, e leggerli tutti diventava impossibile. (Da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, lo strano odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e la quantità orrenda di corpi che stringe già anche le pareti del magazzino). Bene, ora che sono in pensione smaltirò i corpi accampati e man mano me ne libererò. </em><br />
<em>Tanta è letteratura scadente. Ma lo sa. All’inizio, agli autori poco bravi rispondevo che erano storie bellissime e li pregavo di mandare ad altra gente, amici suoi, scrittori, editori, e addetti ai lavori, suggerendo di farlo senz’altro a suo nome. </em></p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Ora voglio inserire un altro brandello di corpo. Sa, una voce femminile, dopo tante maschili, non guasta. Si ricorda di Arianna Destito? Forse sì, forse no… dipende da cosa è giunta tra le sue mani. Insomma, anzi, in somma, non ricordo perfettamente cosa ho sottratto o meno. Ma questo che segue, sicuramente, non l’ha mai letto.</em></p>
<p>Corpo 10</p>
<p>Arianna Destito</p>
<p>Il Maresciallo in pensione Adalgiso Maffeo trascorreva le giornate nel suo vecchio quartiere di Nervi a Genova. Un quartiere per modo di dire, nessuno lo chiamava così. Nervi era un paese, anzi, Nervi era semplicemente Nervi. Un posto che brillava di luce propria. Dove le palme svettavano, il sole era prepotente e l’aria frizzante del mare solleticava le narici come un bicchiere di champagne. Fu proprio lì che per molto tempo il Maresciallo Adalgiso Maffeo aveva vissuto e lavorato. Ora non gli restava che prendere il gelato da Giumin e passare di tanto in tanto dal vecchio commissariato a salutare i nuovi agenti. L’irreprensibile maresciallo era ben voluto da tutti. Per molto tempo si era distinto per il suo fiuto investigativo e qualche volta era anche finito sui quotidiani locali. Aveva partecipato alla cattura del famoso ladro della Costa Azzurra. Quello che ispirò il film Caccia al ladro con Cary Grant, per intenderci. Si diceva persino che in tempo di guerra avesse nascosto una famiglia ebrea nel suo ufficio sotto il naso degli ufficiali nazisti. A molti dava fastidio il suo modo di condurre gli interrogatori, con il piglio e la gentilezza delle buone maniere, in pratica faceva cantare i delinquenti, offrendogli il caffè e un sostanzioso pasto. Il risultato era quasi sempre garantito. Al Maresciallo Maffeo non la si faceva.<br />
Una mattina aveva deciso di portare ai Parchi di Nervi la nipotina Irene, di sette anni. Una bambina strana, pensava. Non ride mai. E guarda con certi occhi glaciali. Quando lo fissava lui si sentiva a disagio. Il Maresciallo osservava Irene giocare, sembrava che la bambina vivesse in un mondo tutto suo. Spesso evitava gli altri bambini, sembrava annoiarsi con loro. In compenso giocava con la terra, le foglie, i rametti, in un angolo che sembrava una casetta ricavata tra alberi e ponticelli di legno. Era davvero strana. Sia chiaro, il Maresciallo adorava Irene, ma qualcosa gli sfuggiva. L’istinto del poliziotto non lo abbandonava neppure in pensione. Soprattutto vedeva pericoli ovunque. E cercava di mettere in guardia la piccola nipote.<br />
“Irene, li vedi quei ragazzi lì? Sono dei drogati”, le sussurrò un giorno all’orecchio, indicando un gruppo di giovani euforici ai bordi del prato.<br />
“Ballano, nonno”.<br />
“E certo, sono sotto l’effetto della droga”. Non aggiunse altro. Fino a che, tra un pensiero e l’altro, quel giorno successe l’imprevedibile. Lui uscì dal vespasiano accanto al cancello dei Parchi e sua nipote non c’era più. In un attimo gli successe quello che non avrebbe mai immaginato. &#8230;</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Giulio, sa che quando ho aperto il bustone e  ho letto la storia di Rocco mi sono pentito d’averglielo sottratto, non perché mi fosse sembrato così bello (è bello, ma lo è quanto altri scritti per cui non mi sono sentito in colpa) ma perché è necessario, lo è sì, far conoscere un partigiano del Sud che ha fatto la Russia, che ha fatto l’amore per togliersi il freddo, e sottrarre le parole al suo destino… Ma ci pensa, uno come me che non scambia una parola durante il giorno e la sera legge di un umano che ha fatto l’amore per togliersi il freddo per salvarsi… Come potrò io sciogliere il ghiaccio di questa esistenza?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questi brani sono tratti dall&#8217;anomalissimo &#8220;Il postino di Mozzi&#8221;, uscito da poco con Arkadia Editore (Cagliari). Guglielmo Fernando Castanar, l&#8217;autore della lettera a Giulio Mozzi riportata nel libro, è un postino in pensione, che intramezza alla sua lunga missiva un festival di frammenti, un mostruario sottratto in venticinque anni di lavoro: tutte lettere allo stesso Mozzi che lui non ha mai consegnato, e che si è tenuto. Le parti in corsivo sono tratte dal suo testo, mentre i frammenti delle missive non consegnate sono di Arianna Destito (quello riportato), Adrian N. Bravi, Alessandro Gianetti, Alessandro Zaccuri, Beppe Sebaste, Carlo Grande, Claudio Morandini, Amilia Marasco, Fernando Guglielmo Castanar, Francesco Forlani, Franco Arminio, Franz Krauspenhaar, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta, Giovanni Agnoloni, Marco Candida, Marco Drago, Mario Bianchi, Marino Maglian, Matteo Galiazzo, Mauro Baldrati, Nunzio Festa, Paolo Morelli, Riccardo De Gennaro, Riccardo Ferrazzi, Sergio Garufi, Stefano Zangrando, Valentina Di Cesare e Walter Binaghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>I  poeti appartati: Nunzio e Giuseppe Festa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2014 07:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Festa]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli alberelli del dopolavoro di Nunzio Festa Nella loro innata semplicità, sono creazioni che riempiono due momenti vitali. I loro compiti: coprire il momento del riposo prossimo al lavoro e posizionato quotidianamente tra lavoro e lavoro, dopo una giornata di cantiere e prima d’un’altra giornata di cantiere; riempire l’immagine del regalo a chi si vuol [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/gli-alberel.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-47667 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/gli-alberel-1024x576.jpg" alt="gli alberel" width="358" height="201" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/gli-alberel-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/gli-alberel-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 358px) 100vw, 358px" /></a></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong>Gli alberelli del dopolavoro</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center">di</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><strong>Nunzio Festa</strong></p>
<p style="text-align: left;">Nella loro innata semplicità, sono creazioni che riempiono due momenti vitali.</p>
<p style="text-align: left;">I loro compiti: coprire il momento del riposo prossimo al lavoro e posizionato quotidianamente tra lavoro e lavoro, dopo una giornata di cantiere e prima d’un’altra giornata di cantiere; riempire l’immagine del regalo a chi si vuol bene o a chi, in maniera più semplice, si vuol ringraziare. Gesti d’affetto; il primo per se stesso, il secondo per gli altri – a cominciare dalla più prossima delle persone che si hanno a disposizione.</p>
<p style="text-align: left;">Il rame s’intreccia ai pensieri. Ed, evidente che sia, spinge i suo colori (dello zincato come del rossiccio) verso l’unico rinfrancarsi possibile. Quando la famiglia dista circa un migliaio di chilometri dal posto di fatica e mentre lo spazio del lavorare abita, quindi, migliaia di metri dalla propria casa.</p>
<p style="text-align: left;">Giuseppe Festa, mio padre, ha iniziato a rapportarsi con i mestieri in genere all’età di dodici anni. In un caseificio gli han innanzitutto insegnato a “fare le mozzarelle”. Ma è stato l’incontro con un anziano del suo paese d’origine, Ginosa, provincia di Taranto e provincia d’alluvioni che fanno danni su danni, a regalarsi un altro segreto, che questa volta è da custodire nella cesta, poco spaziosa sicuramente, del tempo libero.</p>
<p style="text-align: left;">Anche se l’opera delle mani è incontra la dimestichezza che ci vuole per preparare la pasta di latte, epperò cresciuta nella lucidità e nella fermezza della carpenteria.</p>
<p style="text-align: left;">Da sempre lui si sposta dal suo paese d’adozione, Pomarico, provincia di Matera e provincia di frane e smottamenti che fanno paura legata col nastro della rassegnazione ad altra paura, per “non restare fermo”.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Giuseppe-Fest.jpg"><img loading="lazy" class="alignright wp-image-47668" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/02/Giuseppe-Fest-576x1024.jpg" alt="Giuseppe Fest" width="322" height="574" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Però l’operaio, se messo in condizione di ‘procurarsi il pane’, ha pure la necessità di togliersi dalla testa cattivi pensieri e solitudine. Dove non conosci persone, per esempio. Oppure mentre sei in zone difficili da scoprire. Almeno che tu non voglia o sia costretto dalle condizioni imposte a stare nelle lamiere di quelle baracche montate tipo sul correre delle autostrade &#8211; panorama di molti spostamenti e viaggi. Ché i cantieri, specie nell’ex Belpaese, son sempre aperti. E da secoli i padroni dunque han studiato una formula sicura: issare nelle zone d’intervento dell’appalto di turno, quando tipo il lavoro durerà molti mesi, casette in lastre di lamiera che dovrebbero garantire agli operai il riposo del ‘trasfertista’. Che poi possono trasformarsi, alla bisogna certo, in veri e propri alloggi temporanei. Si legga, come a prendere una fotografia recente e famosa, la letteratura di settore sui cantieri aperti dalle parti del Mugello. (Perché là, inoltre, gli interventi finanziati han messo le maestranze e gli operai generici, vedi i lucani di Lauria, partiti per salire senza valigia di cartone ma con certezze di stabilità di cartone sui monti della Toscana, in un’ulteriore situazione imbarazzante: ché son essi stessi, insomma lo è il loro ‘normale’ lavoro, nel contempo contro popolazioni in opposizione ai progetti e immediatamente coinvolti nelle operazioni a danno delle fonti acquifere dell’area ospitante).</p>
<p style="text-align: left;">Con finto distacco, mio padre posiziona le sue opere sul tavolo che accoglierà la cena. Pronti per la foto.</p>
<p style="text-align: left;">Questa volta è quasi testimone d’un successo. Soddisfatto che finalmente qualcuno torni a interessarsi delle sue cose.</p>
<p style="text-align: left;">Ogni volta che ho regalato a qualcuno le sue creazioni, lui era “fuori” almeno dalla Basilicata.</p>
<p style="text-align: left;">Adesso gli alberelli che ha intrecciato nel recente passato sono soltanto un ricordo. Che però potrà ritornare in forma di futuro. Scostando, su tutti, relax più di sicuro più dispendiosi.</p>
<p style="text-align: left;">Non è andato e non andrà a giocare a carte nelle osterie di Massa e Carrara ripresi da Rovelli, Giuseppe Festa. Comunque i suoi alberelli sono un brindisi del lavoratore.</p>
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		<title>Nuntio Vobis</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/01/06/nuntio-vobis/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 10:04:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[effeffe]]></category>
		<category><![CDATA[Farina di Sale]]></category>
		<category><![CDATA[La poesia e lo spirito]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Bianco]]></category>
		<category><![CDATA[Matera]]></category>
		<category><![CDATA[nunzio festa]]></category>
		<category><![CDATA[senzapatria]]></category>
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					<description><![CDATA[Avevo giurato a Nunzio che gli avrei fatto un bel ritratto per Nazione Indiana. Perché Nunzio Festa, nomen omen, ha una energia letteraria davvero notevole. Quando è il suo turno, per un reading o un intervento, non trascina i passi insieme alle idee, alla maniera dei mentecatti blasés che popolano le strade di Litteratur Village. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo giurato a Nunzio che gli avrei fatto un bel ritratto per Nazione Indiana. Perché Nunzio Festa, nomen omen, ha una energia letteraria davvero notevole. Quando è il suo turno, per un reading o un intervento, non trascina i passi insieme alle idee, alla maniera dei mentecatti blasés che popolano le strade di Litteratur Village. Lui corre, lasciando che i capelli lunghi disegnino un&#8217;onda nell&#8217;aria, contagiosa e gagliarda. Ho camminato a lungo con lui tra i Sassi di Matera, pietre secolari abitate dal fumo di terribili incendi e con lui mi sono ubriacato a botte di amaro ai piedi del Barisano. Essere uno spirito libero non è, probabilmente, condizione di riuscita di un&#8217;opera, ma sicuramente un effetto. effeffe<br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Farina_Festa-177x300.jpg" alt="" title="Farina_Festa" width="177" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-41238" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Farina_Festa-177x300.jpg 177w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/Farina_Festa.jpg 200w" sizes="(max-width: 177px) 100vw, 177px" /><br />
da <strong>&#8220;Farina di Sole&#8221;</strong><br />
(<a href="http://senzapatriaeditore.it/?p=1184">Senzapatria Editore</a>)<br />
di<br />
<strong>Nunzio Festa</strong><br />
Prima richiesta da ricordare: soffiargli il naso.<br />
Mio figlio ha avuto due volte la morte.<br />
Seconda richiesta da esaudire: massaggiargli il petto.<br />
Due volte, è morto. Il pianto è fine fine. Sottilissimo dico. Quello che avrebbe voluto dare lui, ho concesso. Riconosco di avere fatto tutto il possibile. Gli sono stata vicino giorno e notte.<br />
Il memoriale me lo stava dettando. In mente. Me lo passava con quella facilità che ci permetteva di comunicare. Ho preso un pezzo di quelle storie di politica e affari. Ma non ho avuto il coraggio di scrivere. Non sapevo allontanarmi dalla sedia. Non ho avuto il coraggio e la forza di scriverne. Non ero pronta per alzarmi e andare a prendere carta e penna. </p>
<p>Alla fine lui non mi ha chiesto esplicitamente di trascrivere, né di prendere la carta e la penna. Mi aveva richiesto invece di ricordare. Passando nella mia testa tutto quello che per mesi lo aveva frastornato. Da ora in poi sono disponibile a raccontare alla magistratura. Non mi crederanno o non saranno inclini a esserlo.<br />
Ma da ora in poi tutto quanto mio figlio mi ha detto con i pensieri posso riferirlo alla giustizia di questa terra. Prometto che nel mio racconto ci saranno nomi cognomi e il resto del male.<br />
Alle elementari mi hanno insegnato a mantenere i segreti. A tenere fede alle promesse. A giurare.</p>
<p>Avevo giurato a Nunzio di riferire soltanto alla Giustizia. La sua verità raccolta negli anni più cupi e condizionati dalle prove di altri ancora. Gli altri. Il prossimo che gli ha fatto bene e il male. A quello che è stato il mio unico figlio. Il maschio della nostra famiglia sconsacrata dagli abbandoni definitivi. Lui era il figlio che rispondeva alle colpe. Lui è stato il capro espiatorio. Ha patito più di sua sorella. E più di suo padre. Nunzio. Fino a doversi liberare dal suo ingombrante nome da civile. Spazzando via gli errori e le giustezze dei luoghi grandi e di quelli piccoli. Terza richiesta, ricordare. Per farlo devo raccontare a voce alta. Negli anni più bui.</p>
<p>Ora tutti mi state guardando e puntante il dito indice. Ma tentate voi l’impresa di leggere un figlio attraverso i codici di un computer. Il linguaggio del macchinario è facile da decifrare.<br />
Certo. Escono parole in italiano direte e dico. Dallo strumento sboccano parolacce in lingua italiana. Che sono i suoi pensieri segreti. I gioielli custoditi a malavoglia. Certo, lo sappiamo. Però il computer non crea aria come i polmoni. Il computer non emette sangue come tutti i corpi umani. Le sue vene sono vacanti e pulitissime. Non ammette santi e miracoli.<br />
Il computer, il calcolatore &#8211; diceva Nunzio quando era un ragazzino misterioso e bassissimo &#8211; , è una bella invenzione che sa leggere le menti. E comunque non è una mente. E non sa soffiare.<br />
Mantiene in vita fino a quando i dottori e la ragione lo impongono. Nulla di altro capisce. Eppure la macchina soffre al pari degli umani. Il computer è più perfetto dell’umano, ma è quella perfezione limitata.<br />
E’ necessario cacci tutto fuori.<br />
Ora che tutti state puntando il dito fatevi coraggio… e ragionate meglio del calcolatore. Spazzolate il pavimento del presente di questa stanza triste invivibile immobile. Reggetemi il viso e cominciate a sentirvi quello che ho da raccontarvi della mia famiglia. Tutte le generazioni ci saranno. Le ultime. Quelle martoriate dalla sfortuna. La mia.<br />
La mia famiglia preziosa sto per farvi scoprire. Saranno i primi nomi che vi confesso. Confiderò questi primi nomi alle vostre orecchie pulite e sante.</p>
<p><strong>Nota di effeffe</strong><br />
A proposito del libro vorrei segnalare tre cose. La prima sulla validità del progetto immaginato da Carlo Cannella per Senzapatria. La seconda, la bella cover di Mario Bianco. La terza l&#8217;intervista che il mio amico contrabbandiere Marino Magliani ha pubblicato su <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/10/25/farina-di-sole-di-nunzio-festa/#more-55810">&#8220;La poesia e lo spirito&#8221;</a>. effeffe</p>
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		<title>Triptyque</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 11:13:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Cossu]]></category>
		<category><![CDATA[nunzio festa]]></category>
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					<description><![CDATA[Poesie di Nunzio Festa e Paroles di Franco Arminio visioni di Giovanni Cossu Confessioni di un paesologo di Franco Arminio Per vivere in un paese devi dismettere ogni arroganza. Non importa se la nascondi o la fai fluire. L’arroganza si sente, agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri. Il paese [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Poesie di <strong>Nunzio Festa</strong> e Paroles di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>visioni di <strong>Giovanni Cossu</strong></p>
<p><em>Confessioni di un paesologo</em><br />
di<br />
<strong>Franco Arminio</strong></p>
<p>Per vivere in un paese devi dismettere ogni arroganza. Non importa se la nascondi o la fai fluire. L’arroganza si sente, agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri. Il paese è una creatura che ti chiede misericordia. Devi sentirti come un cane bastonato. Non deve sentirti uno che ha qualcosa da insegnare, uno che vuole cambiare la sua vita e quella degli altri. Il paese ti chiede di amare quello che sei e quello il paese è. Non devi fare altro. </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110452.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110452-300x225.jpg" alt="" title="p1110452" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8027" /></a></p>
<p><em>Poesie</em><br />
di<br />
<strong>Nunzio Festa</strong><br />
<em>la parete congela<br />
questi secondi scalzi<br />
balzi di sensazioni<br />
urla<br />
in frazioni di appaganti<br />
feritoie di desiderio</p>
<p>e il ragno con la ragnatela<br />
attende che me ne vada<br />
</em></p>
<p><span id="more-8026"></span></p>
<p><strong>#</strong></p>
<p>Sono infinitamente stupidi i cittadini che quando vengono in un paese fanno sempre la solita domanda: ma qui di cosa si vive? È la domanda di chi pensa di essere in piedi, in sella al cavallo del mondo e di poter andare alla conquista di chissà che. Il paese, se accogli la sua lingua, ti dice che sei un cane, che deve dismettere l’arroganza di chi pensa di essere il padrone della terra. Per vivere nel paese devi capire che una frase come “cogito ergo sum” non ha alcun valore. È una frase da ubriachi, ubriachi del proprio io. Il paese è una creatura che sgretola qualunque narcisismo:per questo le vetrine nei paesi sono sempre un po’ fuori posto (il paese è una creatura intimamente puberale e se gli metti il doppiopetto diventa ridicolo). </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110455.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110455-300x225.jpg" alt="" title="p1110455" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8028" /></a></p>
<p><em>panni stesi vie strette<br />
e baci<br />
tutte qui sono<br />
le mie radici</p>
<p>alzo in fretta<br />
la sua gonna corta<br />
ho su me<br />
alcol che mi trasporta</p>
<p>vengo<br />
vado<br />
verso la cantilena<br />
che mi culla<br />
trastulla</p>
<p>un battito di parole<br />
sale<br />
mi sfiora il corpo</p>
<p>e guardo il corpo<br />
mio che<br />
vuole</p>
<p></em></p>
<p><strong>#</strong></p>
<p>Parlavo di queste cose stamattina col mio amico Andrea di Consoli. Parlavamo del mio libro e della sua postura. L’uomo che va in giro per i paesi, il paesologo, in realtà è un cane, ha il punto di vista del cane. Il mio non è un libro di uno scrittore che porta avanti il feticcio del suo stile o della sua poetica. La mia è una scrittura sgretolata, ha la postura accasciata di chi è stato colpito da un male fraternamente incurabile. Io viaggio nei paesi a quattro zampe. Ho un piede rotto e il collo che non tiene. Pur volendo non potrei stare in piedi. Il mio libro è un congedo dalla letteratura come prova titanica di un autore che pretende di infilzare il mondo e di mostrarlo agli altri come si mostra un capriolo dopo una battuta di caccia. Il mio paese, i paesi in cui viaggio, issano la bandiera bianca.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110458.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110458-300x225.jpg" alt="" title="p1110458" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8030" /></a></p>
<p><em>anima spirito scoppiettante<br />
che balbetta di desideri<br />
triti<br />
mìnuti<br />
spezzettati</p>
<p>annegati nell&#8217;altalena del dopo<br />
quando un rumore intenso<br />
di viali specchia<br />
le membra di tutti</p>
<p>gli esseri mortali</em></p>
<p><strong>#</strong></p>
<p>Non ci si arrende solo rispetto all’idea di inseguire il mito dello sviluppo, ci si arrende all’idea di essere qualcosa o qualcuno. La società dell’autismo corale ci chiede posture nuove, ci chiede la rottamazione degli scheletri eretti. Gli uomini ci hanno messo molto ad assumere questa delirante postura. Adesso è il tempo di tornare a una fisiologia meno velleitaria, a un quieto vagabondare nel mondo che gira, nell’aria che non sta mai ferma. L’osservazione del territorio è fatta da un animale affratellato ai suoi pericoli, al suo sgomento. La morte mia o dei miei paesi non più come agguato da parare, ma come compagnia per passare il tempo. Siamo naufraghi che non finiamo mai di asciugarci. È sempre stato così, ma adesso abbiamo la grazia di un tempo sfinito in cui non ci sono promesse credibili né per questo mondo, né per l’aldilà.<br />
La bandiera bianca non è quella dei piccoli paesi, ma è la bandiera dell’universo, la bandiera di una cieca bufera di polvere in cui luccichiamo ad occhi aperti insieme al sole e alle altre stelle. </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110460.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110460-300x225.jpg" alt="" title="p1110460" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8031" /></a></p>
<p><em>alla vista<br />
della chiusa finestra<br />
il corpo<br />
all&#8217;unione si presta </p>
<p>lungo fili di silenzio<br />
corre la mano<br />
uno spazio assurdo<br />
fisso invano</p>
<p>mi stendo<br />
nel letto e sui seni<br />
per qualche parola<br />
stordisco i veleni</p>
<p>detriti di piacere<br />
fermano le incertezze</em></p>
<p><strong>#</strong></p>
<p>Appartengo a questa vicenda non nella forma ormai ridicola di un possessore di anima e di fini, ma nell’affanno di un corpo senza padroni. Il libro che ho scritto è tutto un inno silenzioso alla volontà di dimenticarsi, di dimenticare i grandi feticci dell’umano: questo silenzio conta, non il rumore che magari ancora fanno i miei residui vaneggiamenti egotici.<br />
Non ho grandi idee da spacciare, non ho sentimenti eccezionali. Racconto uno sfinimento che contiene miserie e nobiltà, lietezza e malumore. La paesologia è più vicina all’etologia che alla sociologia. Non è una scienza umana, è la scienza per uscire dall’umano, cioè per essere nel luogo in cui già siamo. Si parla sempre più spesso di decrescita come alternativa al modello capitalistico. Il mio libro parla della decrescita dal punto di vista psicologico. Tornare o restare inermi, immaturi, lasciare agli adulti i miraggi della vita riuscita, aggirarsi nelle proprie rovine e in quelle degli altri con la grazia di un amore che non si posa da nessuna parte.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110461a.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/09/p1110461a-300x225.jpg" alt="" title="p1110461a" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-8032" /></a></p>
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